Settembre 15th, 2013 Riccardo Fucile
ALFANO CHIEDE A MONTI DI NON ABBATTERE IL NEMICO. LUI: “APPELLO ACCOLTO”
Undicesimo comandamento: “Contemperare il rispetto delle regole con la rinuncia alla guerra civile”.
Applicato ai giorni nostri, quelli del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, sembrerebbe un atteggiamento complicato da mettere in pratica.
Invece, basta fare come Scelta Civica: mandare avanti — è l’unico eletto in Giunta — uno come Benedetto Della Vedova ed affidarsi poi al voto segreto dell’aula per dare sfogo alle posizioni più “rasserenanti”.
Ora che il centrodestra trema, hanno di fronte un’occasione unica per rifarsi del tragico risultato elettorale di sei mesi fa.
Per il Pdl “fanno i conti senza l’oste” (B.). Loro replicano: “Nessuno dice che deve morire”. O meglio, nessuno deve accorgersi che l’hanno ucciso loro.
Così, è tra i 20 senatori centristi che l’ex premier, dopo il voto della Giunta (pare scontato che sarà a suo sfavore) potrebbe pescare almeno un po’ dei 47 voti che gli servono per salvarsi dalla decadenza: nonostante le richieste di Pd e M5S, in Aula il voto non sarà palese.
Renato Schifani ha tuonato contro i “blitz”, ma il presidente Grasso aveva già fatto salvo il Regolamento del Senato: “Quando si vota per una persona, il voto è segreto”. Dunque è tra le fila di Udc, Montezemolo e Sant’Egidio che il plotone di esecuzione può abbassare le armi.
Tutto è stato chiaro la settimana scorsa, quando Benedetto Della Vedova ha suggerito al relatore Andrea Augello la carta vincente per uscire dal vicolo cieco: Pd e M5S avevano ottenuto che il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità richiesto dall’esponente Pdl diventasse il voto sulla relazione stessa.
Significava bruciare i tempi in maniera fulminante. Della Vedova tirò fuori “l’articolo 10, comma 1 del Regolamento” e trasformò le pregiudiziali in questioni preliminari. Il voto tornava ad essere uno spauracchio dei giorni venturi, la tagliola sul governo si rialzava almeno un po’.
“Era la cosa giusta da fare — spiega ora Della Vedova — Che senso aveva scannarsi sulle pregiudiziali?”.
Giusto, che senso aveva? È quello che dai piani alti di Scelta Civica si domandavano tutti. Raccontano fonti interne alla coalizione centrista che “le posizioni più dure” illustrate all’inizio dal senatore eletto in Giunta fossero molto meno condivise del “contributo rasserenante” fornito poi con i “preliminari”.
Perchè la posizione per cui “non ci sono alternative alla decadenza” (quella espressa più volte da Della Vedova, per intenderci) è decisamente minoritaria tra la settantina di parlamentari di Scelta Civica.
Preferiscono parlare di “libertà di coscienza”, dicono che “se tanti giuristi hanno dubbi, non ci sarebbe nulla di male a chiedere un parere alla Consulta”.
Posizioni note al senatore che voterà in Giunta: “Ne abbiamo discusso più volte — dice — ma è tutto chiarissimo. Lo ha ribadito anche oggi Monti: la Severino è una legge della modernità ”.
Già , Monti. Pure lui, nelle scorse settimane, ha evocato la grazia per Silvio.
Ieri era a Caorle, alla festa di Scelta Civica: il ministro Angelino Alfano in videocollegamento ha chiesto di non considerare Berlusconi “un avversario da abbattere”. Monti ha risposto: “È come se avessimo accolto l’appello”.
Pier Ferdinando Casini, invece, si trovava a Chianciano, alla festa Udc. Lì, erano ospiti Enrico Letta, il Pd Nicola Latorre e il Pdl Renato Schifani.
Hanno battibeccato, gli ultimi due. E la platea ha applaudito il secondo.
Scelta Civica ha sempre detto che in una maggioranza con Sel e 5 Stelle non ha intenzione di sedersi. Di poltrone, al governo ne hanno già una discreta serie.
C’è anche quella di Mario Mauro, ministro e senatore. Ieri anche lui ha mandato messaggi: “Credo che il grado di consapevolezza nei singoli parlamentari saprà corrispondere a questo senso di responsabilità ”.
Paolo Zanca
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Settembre 15th, 2013 Riccardo Fucile
IL SOCCORSO ROSSO SALVERA’ BERLUSCONI NEL SEGRETO DELL’URNA
Ancora una volta, nessuno dice la verità . 
Non la dice il Pd quando proclama che B. è finito e nessuna trattativa è possibile per salvarlo.
Non la dice il Pdl, quando minaccia di rovesciare il governo ritirando i ministri subito dopo il voto in giunta sulla decadenza di B., o addirittura dopo la bocciatura della relazione Augello che vorrebbe lasciare B. in Senato in barba alla condanna e alla legge Severino.
Il Pd infatti sta trattando con i suoi vari Violante, e soprattutto sta trattando Napolitano con i vari Letta Zio e Confalonieri.
E il Pdl sa benissimo di poter contare, tra le file del Pd, di 120 franchi traditori che nel segreto dell’urna (bastano 20 senatori per ottenerlo) hanno già dispiegato la loro geometrica potenza impallinando Prodi sulla via del Quirinale.
Perchè lo fecero? Non certo per antipatia personale: perchè sapevano benissimo che, con Prodi al Quirinale, sarebbe nato un governo senza (cioè contro) B., mandando a monte i piani di Napolitano e dei retrostanti poteri finanziari italiani ed europei che spingevano per il reinciucio.
I 120 vermi lavoravano e ancora lavorano per B. con la casacca del Pd.
A spanne, sono 80 alla Camera e 40 in Senato: quanti ne bastano per salvare B. dalla decadenza, senza contare l’ala destra del Centro montian-casinista, pronta a corrergli in soccorso.
Per questo Enrico Letta, che come tutti i capicorrente del Pd conosce benissimo gran parte dei franchi traditori, ostenta tanta fiducia sulla sopravvivenza del suo governicchio.
L’Operazione Salvataggio è già in gran parte scritta nelle date e nei numeri (con buona pace di qualche anima bella grillina, che ancora si arrovella sul dialogo col Pd che nessuno ha chiesto nè mai chiederà ).
Salvo sorprese, sempre possibili in un mondo politico di nani e incapaci, il percorso è questo.
Mercoledì, nella giunta del Senato, il fronte Pd-M5S-Sel respinge la relazione Augello, che si dimette e cede il passo a un nuovo relatore.
Il Pdl, per certificare la propria esistenza in vita, ritira i ministri dal governo Letta (che non li sostituisce, in attesa degli eventi), ma si guarda bene dal votargli la sfiducia, per tenerlo sotto ricatto ed evitare di spaccarsi tra falchi e colombe.
Il nuovo relatore Pd presenta una nuova relazione favorevole alla decadenza di B.
Il quale s’inventerà di tutto (dopo le Corti europee e la Consulta, ora si parla di Tar, Consiglio di Stato e chissà cos’altro: mancano solo i caschi blu dell’Onu) per allungare il brodo.
Di certo c’è solo il calendario giudiziario: entro il 15 ottobre B. deve scegliere fra i domiciliari e i servizi sociali e il 19 ottobre la Corte d’appello si riunisce per fissare la durata dell’interdizione dai pubblici uffici, da uno a tre anni.
Tra un mese, dunque, B. inizia a scontare la pena.
A quel punto uno dei suoi chiede la grazia o la commutazione della pena da detentiva a pecuniaria.
E Napolitano potrebbe concederla, come da precise istruzioni da lui stesso impartite nel monito di agosto.
Intanto i difensori di B. ricorrono contro l’interdizione in Cassazione, che non può occuparsene prima del nuovo anno.
Un giorno o l’altro, siccome si vota a volto scoperto, la giunta approva la nuova relazione e la trasmette all’aula.
Che la vota chissà quando, probabilmente a scrutinio segreto.
Lì può accadere di tutto.
Se B. ha speranze di essere salvato dai franchi traditori, attende l’esito del voto; altrimenti si dimette da senatore e seguita a comandare da fuori, usando i suoi parlamentari per paralizzare il governo e ricattarlo sui temi che gl’interessano per la campagna elettorale.
Che non potrà essere nel 2014 (il 1° luglio inizia il semestre di presidenza italiana dell’Ue). Ma solo nel 2015.
Così il piano Napolitano-Berlusconi-Letta (zio e nipote) sarà compiuto.
E l’Italia sarà l’unico Paese al mondo tenuto in ostaggio per anni da un noto pregiudicato per frode fiscale con la complicità dei suoi presunti avversari. Fantapolitica?
Lo speriamo davvero, ma non ci scommetterremmo un euro.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2013 Riccardo Fucile
AVEVA 57 ANNI, ERA UNA VOCE LIBERA E INDIPENDENTE DELLA DESTRA NON CONFORMISTA
E’ il genere di notizie che non vorremo mai dare.
Oggi è scomparso Michele Logiurato, in arte Michele Di Fiò, storico cantautore di Musica Alternativa.
Attivissimo negli anni Settanta, è tra i primi a realizzare produzioni musicali di alta qualità . Nel 1977 esce la casetta autoprodotta “Seveso e No” e nel contempo partecipa al Primo Campo Hobbit, dove però non potè esibirsi per problemi di voce.
Nel 1978 è la volta del suo primo LP “Ad un passo dal cielo c’è” seguito, l’anno successivo, da “Cervello”.
La sua ultima performance canora risale al 23 Luglio 1995 nel corso della Festa Nazionale del Secolo d’Italia.
Ai suoi cari le nostre più sentite condoglianze.
Lo vogliamo ricordare pubblicando una sua intervista rilasciata nel 2007 a “la Mosca Bianca” in cui potrete trovare tante scomode verità sempre attuali.
Chi è Michele Di Fiò?
MDF nasce dall’esigenza di non veicolare il proprio nome e cognome, poichè all’epoca ero molto giovane ed il cognome “mio” originale non mi piaceva. Così, cercando tra varie ipotesi di nomi d’arte, mi piacque l’idea di legare la mia musica alla mia donna, Fiorenza. Se vuoi una questione di fedeltà , quella vera, dato che oggi abbiamo due figlie bellissime (Valentina e Debora), siamo animalisti e vegetariani, viviamo in campagna etc. Insomma, stiamo insieme da oltre 35 anni.
Come nasce il cantautore?
Il cantautore nasce negli anni 70, quando per tirare su qualche soldo suonavo nei pianobar, nei pub etc, naturalmente le canzoni in voga in quel periodo (Battisti, Baglioni, Venditti etc). In privato scrivevo canzoni dai risvolti sociali e politici che, naturalmente, nessuno ti aiutava a veicolare. Quindi i provini alla RCA, a Roma. La partecipazione a vari concorsi e la certezza di non farsi mai mettere i piedi in testa da nessuno. Per questo sono stato molto apprezzato dai giovani del periodo, sono stato la colonna sonora di tanti amori di cuori neri. Di questo sono orgoglioso, ancora oggi.
E l’uomo politico?
L’uomo politico è stato qualcosa di diverso. Ho conosciuto le varie fasi, dall’Almirantismo al Rautismo: sono nauseato poichè alla fine ogni fascista o presunto tale che io ho conosciuto si è rivelato un bluff.
Tutti, proprio tutti, pensano solo ed unicamente alla propria tasca, al proprio tornaconto. Qual povero Mussolini si rivolta nella tomba se guarda a certi campioni del saluto romano automatico, della facile parola “camerata” che tutto quanto rende dolce. Io credo che, in questo mondo di merda, camerata fa rima con fregatura assicurata. In fondo l’italiota è sempre il personaggio raffigurato da Alberto Sordi: furbetto, sornione, pronto a fare pace, affarista, pronto a mille sotterfugi. Un senza palle, tendenzialmente. Ed io, in politica vedo tanti senza palle, purtroppo.
La politica in Italia è cambiata, ti riconosci nella Destra di oggi?
Sono una bestia politica, un anarchico che si è rotto di ascoltare stronzate e di battere le mani. Non mi muovo perchè quando lo faccio provoco rumore e le ire del potere, come quando nel 1994 portai da solo (senza partiti alle spalle) 500 mila firme raccolte contro quel falso prete di Oscar Luigi Scalfaro per farlo dimettere. Si, perchè lui vede e parla con la Madonna ma all’epoca prendeva 100milioni al mese dai servizi segreti: uno schifo. Se fosse vero la Madonna l’avrebbe coperto di sputi…
Avere lasciato un segno indelebile con “La mosca bianca” e dopo soli sette numeri avere chiuso la consideri una sconfitta? Perchè non è uscito l’ottavo numero?
Non hai nemmeno idea di quale canea si scatenava quando usciva LMB. Innanzitutto partivano le telefonate di Fini, La Russa e Gasparri per sabotare la diffusione, perchè si diceva che io stavo con Rauti e quindi ero da discriminare. Ma questo era vero fino ad un certo punto: io andavo a fare concerti dovunque mi chiamassero, senza distinzioni di sorta. Ma tant’è: io non ero il leccaculo di nessuno, tanto è vero che dopo il congresso in cui Rauti andò alla segreteria, dopo aver visto per qualche mese quale era l’andazzo e che non vi era alcun cambiamento rispetto a prima, lo mandai sonoramente (con lettera raccomandata) a quel paese, poichè manifestamente rinco…
Politicamente la sinistra ha sempre aiutato, promosso e pagato artisti della loro area; per quanto riguarda la destra è stato solo un problema di soldi o per non esporsi, o per che cosa?
La Destra è una realtà fatta di omuncoli, mai abituata alle grandi cose, che salta fuori solo al momento opportuno quando c’è qualcosa da prendere, da arraffare: vedi quanti sono oggi sul carro di Alleanza Nazionale? Qualcuno pensa ancora che la maggioranza di questi sta su quel carro per la Fede? No, c’è sempre, sempre un tornaconto, basta cercare e lo si trova. Per questo è importante essere liberi, non essere costretti. Qui il discorso sarebbe lunghissimo: certo se non avessi dovuto sottostare a scelte di altri, se avessi avuto qualche soldo in più, anche la musica, mia e di altri gruppi, sarebbe andata in altro modo.
Ma la musica, ho capito dopo, serviva da specchietto per le allodole per portare i giovani in piazza a fare campagna elettorale per certe cariatidi di onorevoli da fare schifo.
Un errore che non commetteresti più?
Mi sono trovato in tante occasioni faccia a faccia con personaggi politici equivoci e per quieto vivere ho abbozzato un sorriso di circostanza: oggi li manderei a cagare in pubblico.
Gli artisti alternativi di oggi cosa dovrebbero prendere degli anni 80 musicalmente parlando?
Ogni età ha un suo sound di riferimento e bisogna cavalcare il momento, fare cose nuove. Avere il coraggio di inventare cose nuove, questo si è alternativo. Certo non è facile poichè hanno già inventato tutto ed il contrario di tutto, ma l’artista, quello vero, è colui che riesce a modificare la realtà e creare nuove suggestioni per i nostri cuori.
E’ ancora possibile parlare di musica politicamente impegnata in un contesto politico come il nostro? La musica alternativa sopravvive, ma con quali realtà si trova a fare i conti?
Un pubblico artisticamente impoverito, culturalmente poco consapevole. Terminati gli anni di piombo i cantautori si sono ridotti a elementi pseudoinvisibili, e con scarse possibilità di veicolare il proprio messaggio. Da dove è cominciata questa miseria? Dal fatto che non servivano più i menestrelli ad aprire i comizi degli onorevoli nelle campagne elettorali. Non vi siete accorti che in quei periodi gli onorevoli facevano fatica a sborsare centomila lire per il rimborso spese di tanti di noi e oggi si presentano sul palco con Gigi d’Alessio o Marco Masini (pagati profumatamente!!!). Questa è la realtà , ragazzi…
La musica tocca e parla della sensibilità di chi la ascolta. Ma è la gente che chiede e produce musica. Se gli italiani hanno perso un’identità politica è anche colpa di chi non canta più certi argomenti?
Gli italiani cantano ciò che gli viene proposto. Quando Fini mi chiamava per una Festa Tricolore e chiedeva uno sconto poichè i ragazzi di quel paese non ce la facevano con le spese, mai avremmo immaginato che oggi nelle leve del potere radio televisivo abbiamo autorevoli esponenti della destra che, per la musica alternativa hanno fatto… un cazzo!
La politica a destra oggi è divisa, secondo te le tue canzoni possono ancora dire qualcosa a nostri giovani?
Le mie canzoni sono figlie del loro tempo, oggi per fortuna non si muore più per le strade come negli anni 80. Oggi ci sarebbe bisogno di canzoni con un respiro più ampio, con la rivendicazione del nuovo che avanza e il ricordo delle tradizioni che va oltre il nostro futuro. Ma è un discorso lungo, impegnativo. Qui ci vorrebbero le famose palle, magari ne riparliamo.
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Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
“POLITICA FATICOSA, SPESSO BISOGNA MORDERSI LA LINGUA”… “PROSEGUIRE CON LE RIFORME, IL PORCELLUM E’ INCOSTITUZIONALE”
Preceduto dalla dichiarazione di stima e leale sostegno del leader di Sel e presidente della Puglia Nichi
Vendola, ma anche dall’impietosa osservazione del sindaco di Bari riguardo sogni che si infrangono sulla debolezza della coalizione di governo, il presidente del Consiglio Enrico Letta a Bari si è rivolto alla platea della Fiera del Levante nel giorno della sua inaugurazione.
Nel suo discorso, in cui ha intrecciato i destini dell’Italia con quelli del Sud, il presidente del Consiglio ha risposto riaffermando la sua determinazione.
“Non ho accettato l’incarico per operare la ‘manutenzione ordinaria’, ma per cambiare il Paese. Per farcela, il successo deve partire dal Sud, dove la difficoltà è più evidente. Pensare di farcela senza il Sud è strategia che combatto con tutte le mie energie. E qui che vanno affrontati i nodi. L’Italia si salva se il Sud diventa europeo e vincente”. E ancora: “Per farcela serve la serietà di dire che non servono annunci choc, ricette miracolistiche e soprattutto uomini della provvidenza”.
Quello di premier “è un ruolo che non ho cercato ma che perseguo con determinazione crescente”, le prime parole di Letta, che poi, citando il presidente Napolitano, affronta il tema del Sud.
“Dietro alla arretratezza cronica di certi territori, dietro le opportunità mancate, vecchi sperperi e nuove forme di disperazioni, dietro queste cose c’è un problema di classe dirigente, politica e non politica”.
Un problema non solo di istituzioni, di classe dirigente, che abbraccia in realtà l’intero Paese. “Nessuno di noi può sentirsi assolto, perchè non riusciamo a operare come comunità nazionale”.
“Di fronte allo stravolgimento delle vite portato dalla tremenda crisi, c’è un altro cambiamento, che non arriva, impalpabile, che porta frustrazione, spinge i più bravi ad andarsene e gli altri nel limbo. L’unica strada per uscire da impasse è togliere la testa da sotto la sabbia, liberarci dalla sindrome dello struzzo: ce la possiamo fare, oggi più che mai, a patto che usciamo dagli alibi e che la colpa è sempre di altri”.
Bisogna confrontarsi, contribuire tutti al futuro, pietra su pietra. “Nessuno ha la bacchetta magica” ma le soluzioni, per l’Italia e per il Sud, “si possono trovare”. “Tutte le eccellenze che ci sono in Italia hanno bisogno di una guida, di un navigatore. Accettiamo con umiltà che il navigatore siano i giovani del Sud. I ragazzi del Sud possono essere non il freno, ma la marcia per guidare e ricostruire”.
Ricordando le iniziative del governo nella scuola (“è lì che nasce e deve essere ridotto il divario”) e nella lotta alla povertà , Letta ha ribadito: “Ci sono quelli che raccontano altre storie su questi cinque mesi. Ma questi che io dico sono fatti, non annunci”.
E “la legge di stabilità la scriviamo noi, non Bruxelles, perchè siamo usciti dalla procedura di deficit eccessivo”.
Il tema del lavoro conduce Letta a parlare del caso Ilva di Taranto: “Lunedì mattina una riunione per trovare soluzioni in linea con quanto fatto con il commissariamento per decreto. Il commissariamento ha evitato che quello che è successo mettesse in ginocchio Taranto. La prima responsabilità è verso la vita delle persone e la tutela del lavoro”.
Emiliano: “Elezioni al più presto”.
Alla presenza di Letta, invece, il sindaco della città , e collega di partito, Michele Emiliano ha affermato: “Dobbiamo andare al più presto alle elezioni per far validare le scelte di governo agli elettori” perchè “rispetto a ognuno dei sogni che abbiamo davanti, si frappone la debolezza della attuale coalizione di Governo che, di fronte a veti anche di natura provinciale e personale, sembra essere incapace di portare a termine i propri pur volenterosi intendimenti. Attendere ancora può mettere il nostro Paese in grave pericolo”.
Nel pomeriggio alla festa dell’Udc.
Più tardi il premier è invervenuto alla festa dell’Udc a Chianciano terme: “Le questioni sono molto complesse, la vita politica è faticosa. Devo interpretare il mio ruolo come un voto di concetto. Bisogna mordersi la lingua molto…” ha commentato il premier, anche rispetto ai movimenti sul congresso del Pd.
Sul quale ha aggiunto che “non esiste un problema che si chiama Matteo Renzi” e che non prenderà posizione “a sostegno di un candidato segretario”.
Quanto allo scenario economico, il presidente del Consiglio ha ripreso il discorso aperto in mattinata alla Fiera del Levante e ribadito che credibilità e affidabilità sono essenziali per il governo: “Non è che faremo di tutto per rispettare il tetto del deficit, lo rispetteremo e basta” ha assicurato.
Per poi aggiungere su Imu e coperture: “Se il governo dovesse cadere dovremo pagarla e la legge di stabilità la scriveranno a Bruxelles”.
Fra le priorità che saranno inserite nel provvedimento, il taglio del costo del lavoro.
Neanche l’appuntamento sul voto in giunta al Senato per decidere della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi sembra preoccupare il premier: “Dopo mercoledì – ha detto Letta – non succederà nulla alla tenuta dell’esecutivo. Mandare all’aria il governo è una responsabilità troppo grossa e poi bisognerà spiegare agli italiani perchè non si faranno tutte queste cose. Ma io non faccio giochi politici per un governo bis”.
Un percorso che deve andare avanti anche per “mettere la parola fine sul tema delle riforme costituzionali e istituzionali”, compresa la legge elettorale, “palesemente incostituzionale”.
Senza tutto ciò “i cittadini continueranno ad avere un atteggiamento di diffidenza per il sistema politico: il M5s è ancora al 20 per cento nonostante un’azione politica non particolarmente rilevante. Se sommiamo quel 20 per cento e quelli che non vogliono votare, abbiamo almeno il 40 per cento degli italiani che fanno una scelta di rifiuto”.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
IN VISTA DEL CONGRESSO PARTONO I COLPI BASSI PADAGNI… AL SENATUR NON APPREZZA NEANCHE SALVINI: “CHI DIVIDE NON VA BENE”
Nella Lega, in vista del congresso che dovrebbe tenersi entro Natale, continuano a volare gli stracci tra bossiani e maroniani nelle diverse anime.
Ad alzare i toni però è sempre il Senatur.
Parlando durante un comizio sul Monviso, Umberto Bossi ha attaccato nuovamente il sindaco di Verona, Flavio Tosi, rispolverando il miglior repertorio del “celodurismo” d’antan.
Sul palco, Roberto Calderoli era intento a discutere delle “giovani d’oggi”, che a suo giudizio andrebbero in giro troppo svestite, quando il Senatur lo ha seguito, inscenando un siparietto a tema sessuale.
Le donne “ti son sempre piaciute”, ha detto Bossi avvicinandosi al microfono dell’ex ministro, “non dirmi che sei anche tu come Tosi…”.
Intanto proseguono i movimenti verso la resa dei conti congressuale che probabilmente contrapporrà Matteo Salvini e lo stesso Tosi dopo l’annuncio di Roberto Maroni di lasciare la guida del partito.
Due profili diversi che legano i candidati ad aree piuttosto differenti dell’elettorato: secondo Antonio Noto, di Ipr Marketing, per esempio, “due sono sostanzialmente i profili dell’elettore leghista: quello nostalgico della Lega di dieci anni fa, di lotta più che di governo, che è quello che si avvicina più alle posizioni di Bossi e di Salvini e chi invece guarda al futuro e quindi a Maroni e a Tosi”.
Le cose in realtà non sono così semplici e i movimenti all’interno della base risentono degli umori localistici, ma anche del quadro politico nazionale.
Lo stesso Bossi ha infatti riservato parole al vetriolo per il segretario della Lega Lombarda: “La qualità che deve avere il segretario deve essere quella di tenere insieme la Lega. Chiunque fa casino non va bene”, ha detto commentando la possibilità che Matteo Salvini diventi il prossimo segretario del Carroccio.
Quanto a un suo ritorno in scena, il senatùr ha ricordato che “a decidere sono i leghisti”.
“Non si possono fare nomi – ha detto – è la gente che viene al congresso che decide chi fa il segretario”. Nel corso dell’evento è saltato fuori anche il nome di Giancarlo Giorgetti: “E’ un bravo ragazzo”, si è limitato a rispondere Bossi.
Prima dell’interruzione del fondatore, Calderoli stava parlando di Berlusconi.
Il Cavaliere, ha riconosciuto, “alla fine a me è simpatico”. “Io gli do solo una colpa: l’aver usato le sue tv commerciali per omologarci tutti”, ha detto Calderoli, parlando delle mode in voga tra gli adolescenti: minigonne molte corte e creste alla Balotelli.
E’ stato in questo frangente che si è inserita la battuta di Bossi su Tosi.
Il Senatur ha poi proposto di organizzare nelle regioni del Nord una catena umana sul modello di quella organizzata in Catalogna per chiedere l’indipendenza dalla Spagna.
“Vorrei vedere quel calore e quella gagliardezza che c’era allora”, ha rincarato Calderoli, ripercorrendo le tappe della fase secessionista del movimento. “A me il Monviso funziona più del Viagra, dobbiamo tornare a casa avendocelo duro”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
I DIKTAT DELL’UOMO VOLUTO DA CASALEGGIO E CHE COSTA 6.098 EURO AL MESE
Basta leggere la busta paga di Claudio Messora per capire che non si tratta di un grillino qualunque. 
Con i suoi 6.098 euro lordi al mese — per 14 mensilità , più rimborsi spese — guadagna più dei senatori, in teoria suoi datori di lavoro.
Se per gli eletti vale la regola dei 5 mila euro lordi al mese di stipendio, per il blogger chiamato da Gianroberto Casaleggio ad occuparsi della comunicazione dei grillini al Senato l’imperativo anticasta non vale.
In realtà , Messora più che comunicare detta la linea.
Nel post del 22 agosto sul suo blog ByoBlu — poi ripreso dall’organo ufficiale beppegrillo.it — il comunicatore attaccava i parlamentari cosiddetti dialoganti.
Quelli che avevano osato sollevare timide obiezioni alla linea del “mai al governo con il Pd”. È solo «vecchia politica», tagliava corto Messora. Per poi aggiungere: «Nessuno giochi al piccolo onorevole». Parole e toni da “manganello di Casaleggio”, hanno reagito alcuni senatori.
Di certo Messora, classe 1968, ha fatto carriera in fretta.
Nel suo curriculum pubblicato fino a poco tempo fa sul suo blog (poi cambiato con una versione light), mister ByoBlu ricostruisce la sua ascesa.
Inizia come “autore pop”, vantando un primo posto al Festival di Castrocaro del 1991, “con un brano composto per Luisa Corna” (in realtà la cantante nella sua biografia parla di un secondo posto nel 1992).
La carriera di canzonettista prosegue negli anni Novanta, con “brani dance distribuiti in molti paesi del mondo”.
Nel 2000 la svolta digitale, con l’incarico di manager della divisione musicale dell’azienda It Galactica. Nel 2005 Messora va a lavorare a Dubai per un’azienda di mobili.
La conversione alla “informazione libera in Rete”, arriva nel 2008 con ByoBlu.
A dargli notorietà televisiva sono invece le ospitate a “L’ultima Parola”, il talk show di Gianluigi Paragone, dove Messora cavalca i temi cari ai grillini.
Quanto basta per guadagnarsi la stima di Casaleggio. E per far dimenticare un errore del recente passato: il voto a Berlusconi in due diverse elezioni.
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Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
RISPETTO A TRE ANNI FA L’IMPOSTA SUI REDDITI PIU’ CARA DI 89 EURO PER UN OPERAIO, DI 117 EURO PER UN IMPIEGATO E DI 280 EURO PER UN QUADRO
Un operaio, rispetto a tre anni fa, deve pagare in media 89 euro in più di Irpef, un impiegato 117 e un quadro 284.
E a causa dei continui tagli dei trasferimenti agli enti locali, le trattenute fiscali rischiano di diventare sempre più onerose.
Questo è il quadro restituito dall’ultimo studio della Cgia di Mestre, che ha analizzato, dal 2010 ad oggi, gli effetti degli aumenti dell’imposta sul reddito sulle retribuzioni di queste categorie di lavoratori.
L’indagine si è focalizzata sui residenti nei 40 comuni capoluogo di Provincia che hanno già fissato l’aliquota dell’addizionale Irpef comunale per l’anno in corso.
Ne esce che per un operaio con uno stipendio netto di 1.240 euro, e quindi un reddito annuo di 20mila euro, l’aggravio fiscale maturato tra il 2010 ed il 2013 è di 89 euro. Rispetto a quanto deciso dal governo quest’anno, nel 2014 dovrà versare ben 401 euro.
La situazione non migliora per chi lavora in ufficio.
Un impiegato con un reddito annuo di 32mila euro (che corrisponde a 1.840 euro mensili) la maggiore trattenuta fiscale avvenuta sempre tra il 2010 ed il 2013 è stata di 117 euro.
Alla luce delle decisioni prese nel 2013, l’anno prossimo il peso delle addizionali Irpef sarà di 664 euro.
Anche i colletti bianchi hanno visto aumentare in maniera considerevole l’addizionale sull’imposta sul reddito. Un quadro che può contare su una retibuzione annua di 60mila euro (pari ad uno stipendio mensile netto di quasi 3.100 euro), la maggiore trattenuta fiscale verificatasi sempre nello stesso periodo di tempo è stata pari a 284 euro.
Mentre l’anno venturo saranno 1.328 gli euro che dovrà versare alla Regione e al suo Comune di residenza.
E il rischio è che l’impennata delle addizionali Irpef non sia finita, complici i nodi che gli enti locali dovranno sciogliere nei prossimi mesi, tra cui quello dell’abolizione dell’Imu e della nuova Service Tax introdotte dal governo Letta.
“Sono molteplici”, ricorda Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione degli artigiani di Mestre, “le incertezze e le problematiche che i sindaci devono affrontare, si pensi all’Imu e alle risorse compensative che dovrebbero ricevere dall’erario, al delicato passaggio alla nuova Tares e al fatto che non si è certi su come si ripartiranno i 2,2 miliardi di euro di tagli del fondo di solidarietà comunale decisi dalla Spending review e dalla Legge di Stabilità del 2013″.
Bortolussi sottolinea perciò il concreto rischio di ulteriori aumenti dell’imposta sul reddito: “Di fronte a queste problematiche, la tentazione di ritoccare all’insù le aliquote delle addizionali comunali Irpef è molto forte. Per l’anno in corso sono 40 i Comuni capoluogo di provincia che hanno già deliberato l’aliquota. Undici l’hanno aumentata e gli altri 29 hanno confermato l’aliquota del 2012 che in 13 casi era già stata innalzata al livello massimo dello 0,8%”.
Il sistematico aumento delle addizionali Irpef è, però, una logica conseguenza delle politche fiscali di Roma.
“Lo Stato risparmia tagliando i trasferimenti, le Regioni e i Comuni si difendono alzando il livello delle imposte per mantenere in equilibrio i propri bilanci“, fa notare il segretario della Cgia veneta.
“Speriamo che il governo Letta riprenda in mano il tema del federalismo fiscale, altrimenti tra Irap, la nuova tassa sui rifiuti, l’Imu sui capannoni e le addizionali Irpef i cittadini e le imprese si troveranno a pagare sempre di più senza avere un corrispondente aumento della qualità e della quantità dei servizi offerti”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
STABILIZZARE I PRECARI CI FAREBBE SFORARE IL 3%…. IL SECONDO DECRETO DEL FARE RINVIATO: NORME TROPPO COSTOSE
La tensione sui conti pubblici, attestati nelle stime del governo per quest’anno a quota 2,9 per cento,
può innescarsi da un momento all’altro.
Lo testimoniano l’allarme della Bce, le preoccupazioni di Bruxelles ma anche il continuo braccio di ferro, sul quale devono vigilare i tecnici della Ragioneria generale dello Stato, e che può dar corso da un momento all’altro ad un preoccupante sforamento del deficit.
E’ il caso del cosiddetto decreto del «fare 2», circolato in bozze ieri abbondantemente, ma decisamente smentito dal ministero per lo Sviluppo economico.
Al di là del merito il «giallo» sul decreto riguarda proprio i conti pubblici: una norma prevede infatti la stabilizzazione dei 350 mila precari della pubblica amministrazione (già prorogati fino a giugno e dunque fino al 31 dicembre) il cui costo (circa 30 mila euro ciascuno) raggiungerebbe i 3 miliardi.
Si tratta in termini di Pil di circa lo 0,2, cifra in grado di portare il rapporto di quest’anno oltre la fatidica soglia del 3 per cento fissato a Maastricht.
Il rischio manovra che avrebbe generato la norma, ha procurato il rinvio del decreto. Ma il pericolo è sempre in agguato
Il cronoprogramma delle prossime settimane ci dirà molto di più. Lo stesso Saccomanni ieri ha ricordato che il 20 settembre sarà presentata la «nota di aggiornamento» del Documento di economia e finanza: cioè il primo aggiornamento dei conti pubblici (giacchè l’ultimo Def era di Monti-Grilli) e che il 15 ottobre la legge di Stabilità finanziaria dovrà arrivare in Parlamento e, per la «bollinatura», a Bruxelles.
«Il ministro dell’Economia, con la presentazione del Def deve dire la verità al paese: non possiamo disinteressarci dell’andamento dei conti in corso d’anno», ha dichiarato ieri a Repubblica, Marco Causi, economista e capogruppo del Pd in Commissione Finanze della Camera
Sul tavolo ballano una serie di cifre.
Per quest’anno sono necessari circa 4 miliardi: le risorse per l’Iva (1 miliardo entro fine mese), per l’Imu (2 miliardi entro dicembre), per la cassa integrazione in deroga circa 550 milioni e altri 400 per le missioni militari.
Il buon andamento dello spread e il maggior gettito Iva per l’operazione «crediti-imprese », potranno essere di aiuto, ma non potranno chiudere la partita per la quale sono necessarie nuove coperture.
Altre risorse potranno venire dalla spending review e dalla cessione del patrimonio immobiliare. Tutto verrà tuttavia giocato sul pericoloso filo del 3 per cento.
Il quadro del prossimo anno è altrettanto denso: la manovra destinata a trovare risorse potrebbe raggiungere i 10-15 miliardi (dopo i 4 miliardi della Finanziaria 2013).
Ebbene il problema Imu-service tax si riproporrà e costerà intorno ai 3 miliardi (insieme al patto di stabilità per i Comuni), se non si vorrà l’aumento dell’Iva bisognerà mettere sul tavolo 3,8 miliardi, per evitare l’aumento dei ticket ci vogliono altri 2 miliardi.
Poi c’è la questione del cuneo fiscale: la Confindustria chiede 5 miliardi per l’Irap e i sindacati altri cinque per l’Irpef: magari ci si fermerà a metà strada, ma le risorse necessarie si gonfiano e si raggiungono i 10-15 miliardi per la legge di Stabilità del prossimo anno. Facendo sempre attenzione a non mettere un piede in fallo.
Ultimo snodo sul piano economico, prima della Finanziaria, resta il «fare 2» che rischia così di essere il veicolo di micromisure in quanto con tutta probabilità finirà «collegato» alla legge di Stabilità .
Per ora si annunciano 80 milioni per la circonvallazione di Lucca, il bando per una centrale a carbone nel Sulcis (Sardegna), l’istituzione di una anagrafe dei benzinai (misura anche prevederebbe la chiusura di 3 mila distributori non in regola entro il prossimo anno).
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
IL NOME DI DI PIETRO SPARISCE DAL SIMBOLO, LUI RESTA PRESIDENTE ONORARIO
Non c’è più il nome di Antonio Di Pietro nel simbolo dell’Italia dei Valori.
Effetto visivo della svolta annunciata dopo il fallimento, al seguito di Rivoluzione civile, delle ultime politiche.
Perchè alla guida del partito, dopo il passaggio del testimone consacrato dal congresso di fine giugno, Ignazio Messina ha raccolto l’eredità dell’ex pm di Mani pulite.
Che pure, nei panni del padre nobile, continua ad infiammare la platea della festa dell’Idv a Sansepolcro, proprio dove, quindici anni fa, diede vita alla sua creatura politica. «Siamo qui per tornare allo spirito delle origini», assicura tra gli applausi dei sostenitori.
Non ci sono più neppure le telecamere di Report ad aggirarsi, come accadde un anno fa a Vasto, tra sostenitori e parlamentari del movimento.
Preludio della celebre puntata della trasmissione di Rai 3 che per l’Italia dei valori fu l’inizio della fine. Per ripartire, allora, non guasta neppure un po’ di autocritica.
«Perchè Rivoluzione civile è stata un errore — ammette Di Pietro —. L’intera coalizione ha finito per prendere meno voti della sommatoria dei singoli partiti».
La rotta è chiara: «Puntiamo ad un centrosinistra basato sui programmi, sulla qualità delle persone e su un’etica della politica».
Sebbene, a ben vedere, resta da sbrogliare l’intricata matassa dei rapporti, tutt’altro che idilliaci, con il Pd. E la revoca della delega all’assessore all’Ambiente in quota Idv, Sabrina Freda, da parte del governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, è solo l’ultima delle storie tese disseminate sull’accidentato percorso del dialogo.
Come pure non passerà certo inosservato il giudizio tranchant sull’esecutivo delle larghe intese. «I cittadini non hanno scelto una convivenza di necessità con il governo Letta — attacca l’ex leader dell’Italia dei valori —. Prima si torna alle elezioni, meglio è».
Perchè, ribadisce Messina, «sta solo galleggiando sulle spalle e sulla pelle dei cittadini».
Senza contare l’ultimo attacco al Quirinale per la scelta di Napolitano di nominare Giuliano Amato giudice della Corte costituzionale.
«E’ la persona che, in diverse vesti, più di ogni altro, ha contribuito a varare le leggi che oggi dovrebbe giudicare — accusa Di Pietro —. Anche fingendo di non ricordare che proprio lui ha fatto, per ordine di Craxi, la prima legge (la Mammì, ndr) ad personam a favore di Berlusconi consentendogli di tenersi le Tv, sulla sua nomina c’è un problema di natura tecnica: i controllati non possono diventare i controllori». Nomina accolta con sarcasmo anche da Messina: «Mi piacerebbe sapere se il pensionato d’oro Giuliano Amato adesso cumulerà alla pensione anche lo stipendio di giudice costituzionale».
Il percorso è segnato: prima tappa le Europee del 2014.
Non prima di aver archiviato il caso Berlusconi. «Perchè, da cittadino, l’idea che una sentenza della magistratura debba essere messa ai voti, è del tutto inaccettabile — sbotta Di Pietro —. E se il voto andasse in suo favore vorrebbe dire che la sentenza viene annullata? Un’aberrazione». Poi, archiviate le larghe intese, una nuova legge elettorale prima di tornare al voto. «Ritorno ai collegi con relative primarie, si viene eletti col 51% dei voti o si va al ballottaggio come avviene per i sindaci e se il 5% ritenesse che l’eletto non sta facendo il suo dovere può promuovere un referendum confermativo: se sfiduciato, torna a casa», prosegue l’ex pm.
Sicuro che la staffilata dell’ex collega Ilda Boccassini contro chi, in magistratura, ha usato la toga per lanciarsi in politica non fosse rivolta a lui: «Sono assolutamente sicuro, non ce l’ha con me ma con Antonio Ingroia».
Di Pietro più tardi però ha smentito «di aver rilasciato alcuna specifica dichiarazione al riguardo e ciò per il rispetto e la stima che ho sia nei suoi confronti che nei confronti dei magistrati o ex magistrati a cui l’ex collega potrebbe essersi riferita».
Riparte dalla piazza la battaglia per la difesa dell’articolo 138 della Costituzione (12 ottobre) e quella referendaria contro i quesiti promossi dai Radicali sulla giustizia.
«Siamo d’accordo solo su quello che riguarda i magistrati fuori ruolo, è giusto che anche loro decidano cosa vogliono fare — spiega Messina —. Ma siamo contrarissimi a quelli sulla separazione delle carriere e sulla responsabilità civile delle toghe».
Antonio Pitoni
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