Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile
LE STIME DELLA CGIA DI MESTRE SULLA NUOVA TASSA RENZIANA PER I CORRENTISTI
E’ polemica sull’aumento della tassazione delle rendite finanziarie dal 20 al 26 per cento che
include anche le tasse sui conti correnti bancari.
Da Forza Italia si accusa il presidente del Consiglio Matteo Renzi di essere un “simpatico tassatore”, mentre si punta l’indice su quella che viene definita una “stangata”.
Il decreto Irpef, firmato da Napolitano, prevede infatti per il 2015 un gettito di circa 755 milioni su conti correnti, libretti postali e certificati di deposito (il 92,8 per cento delle famiglie possiede un deposito bancario o postale).
Ma quanto costerà agli italiani l’aumento delle tasse sul conto corrente?
I calcoli li ha fatti per Repubblica la Cgia di Mestre: per un conto corrente medio l’aggravio è di circa 1 euro all’anno.
Il focus della Cgia di Mestre spiega che in Italia ci sono 38 milioni di conti correnti con una consistenza pari a 453,2 miliardi.
Di conseguenza la giacenza media è di circa 12 mila euro. Considerando che il tasso di interesse attivo medio applicato in questa fascia è piuttosto basso, pari allo 0,13 per cento, cioè 15,5 euro l’anno, il rincaro della tassazione passerà da 3,10 (con imposta al 20 per cento) a 4,03 (con imposta al 26 per cento). Ovvero: 93 centesimi.
Il bilancio si aggrava per giacenze medie più alte. Ad esempio per chi ha un deposito tra i 10 mila e i 50 mila euro dovrà sostenere un onere aggiuntivo di 2,3 euro l’anno. Mentre Tra i 50 mila e i 250 mila si sale a 26,1 euro.
Più pesante la tassa per chi possiede oltre i 250 mila euro che si troverà a pagare 169,2 euro in più scatterà dal primo luglio prossimo.
Il rincaro dal 20 al 26 per cento interesserà anche i dividendi staccati successivamente, le plusvalenze di azioni e fondi, nonchè interessi su conti correnti e depositi postali. L’aumento non tocca i titoli di Stato, come Bot e Btp.
Complessivamente il gettito della misura, finalizzato come spiega Palazzo Chigi al taglio dell’Irap, sarà per quest’anno di 588 milioni, il prossimo di circa 3 miliardi e negli anni successivi si manterrà sullo stesso livello.
Come funziona all’estero?
Come al solito in materia di tasse molto spesso all’estero sono più severi, anche se con l’ultimo decreto l’Italia si adegua.
In Francia si paga il 30 per cento su dividendi e capital gain e il 18 sugli interessi, in Germania il 26,3 per cento e in Spagna il 21 per cento.
In tutti i paesi non esiste un’aliquota “ridotta” come in Italia per i titoli di Stato – che da noi restano al 12,5 per cento – che devono rispondere alla stessa tassazione di obbligazioni e azioni.
In Francia, ad esempio, dal 2012 la maggiorazione di tassazione sulle rendite finanziarie (Oats compresi) è utilizzata per coprire i costi delle assicurazioni sanitarie obbligatorie e i contributi pensionistici, in una sinergia tra finanza e Welfare.
Le tasse sul risparmio tuttavia sono in salita, anche per l’azione dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni.
Sui conti titoli (che comunque sono agganciati a un conto corrente) grava infatti la mini-patrimoniale, introdotta dal governo Monti per l’1,5 per mille nel 2013 e che il governo Letta ha elevato dal primo gennaio di quest’anno al 2 per mille.
Il gettito nel 2014 sarà di 5 miliardi, anche se i risparmiatori lo scopriranno solo a fine anno.
La tassa è un’imposta di bollo proporzionale che grava sui conti-titoli, di ogni genere, e che viene gravata sull’estratto conto.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile
TROPPE PROMESSE DA PALAZZO CHIGI, IL PRESIDENTE LO SCAVALCA E CHIAMA A RAPPORTO IL SOLO MINISTRO PER DISCUTERE DI COPERTURE E CONTI PUBBLICI
La bomba è esplosa alle 14:01 di ieri, quando l’agenzia Ansa ha battuto la seguente notizia: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan è stato ricevuto al Quirinale per fornire “ulteriori chiarimenti” sul decreto Irpef, cioè quello che mette 80 euro al mese in più nella busta paga di chi guadagna tra gli otto e i 24 mila euro.
Quel testo, poi, Giorgio Napolitano l’ha firmato come da programma (è già stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale), ma il messaggio che intendeva dare era già arrivato a destinazione: l’interlocutore per le cose serie, il garante dei conti pubblici è il ministro, non il suo premier.
Una umiliazione in piena regola per Matteo Renzi, che infatti non l’ha presa affatto bene.
“Una cosa del genere non s’è mai vista”, ha commentato coi suoi a caldo, quando ancora non era chiaro se il capo dello Stato avrebbe persino firmato il decreto: “Se aveva bisogno di ulteriori chiarimenti, perchè il presidente non ha detto niente nei suoi colloqui di questi giorni con Padoan, Delrio o direttamente con me?”.
A Palazzo Chigi, ieri sera, circolava pure una voce maligna sulle ragioni che avevano spinto Napolitano all’irrituale convocazione del ministro: “Ai suoi amici superburocrati non è piaciuto il tetto degli stipendi a 240 mila euro l’anno”.
Difficile che il capo dello Stato abbia davvero di queste preoccupazioni e infatti di ben altro ha discusso con Pier Carlo Padoan, titolare dell’Economia soprattutto perchè il Quirinale lo ha voluto in quel posto.
È il garante degli accordi — primi fra tutti quelli europei — che i governi italiani hanno firmato in questi anni e, dunque, del rispetto dei vincoli di bilancio.
Il decreto — come sottolinea il governo — non è stato modificato ieri dopo il colloquio Napolitano-Padoan, ma non era certo un intervento diretto quello che voleva il Colle, quanto imbastire uno spettacolo dai sottili rimandi simbolici: il capo dello Stato torna al centro della scena e nomina suo “secondo” il ministro di via XX Settembre.
Le preoccupazioni della Ragioneria generale — è il messaggio — non sono rimaste inascoltate: Padoan s’è impegnato a fugarle, a fare quanto deve per rispettare gli impegni presi in Europa, foss’anche una manovra correttiva che il Quirinale giudica quasi inevitabile.
Non solo i soldi promessi agli italiani per quest’anno preoccupano il Colle, ma anche e soprattutto le tendenze del bilancio dello Stato, messo a rischio dai troppi impegni presi da Renzi in queste settimane.
Come ha spiegato la Banca d’Italia in Parlamento, una difficilissima spending review da 18 miliardi di euro nel 2015 non sarebbe comunque sufficiente per tenere i conti pubblici in ordine rispetto agli obiettivi fissati nel Def.
E ancora: una crescita sovrastimata nel biennio — e qui le perplessità sono quelle della Corte dei conti — rischia, una volta rivelatasi più bassa, di trascinare giù tutto l’impianto macroeconomico disegnato dal governo.
Il ministro Padoan — che martedì, quando il decreto sbarcherà in Senato, sarà a Londra per ingraziarsi gli investitori internazionali — ha provatoa rassicurare il presidente della Repubblica: il Tesoro monitorerà l’impatto delle norme contenute nel testo e il piano Cottarelli sulla spending review verrà presentato già in ottobre, in modo che possa essere analizzato con calma — anche dalla Commissione europea — insieme alla prossima legge di Stabilità .
Se servirà una manovra, insomma, il governo la farà .
La figura di Renzi, così centrale per i media, rimane sullo sfondo: con apposite veline il Quirinale e il Tesoro derubricano l’incontro a una formalità , ma lo schiaffo al golden boy di Palazzo Chigi rimane.
Resta pure la nuova centralità nel dibattito pubblico rivendicata ieri da Napolitano. Questo cambio di passo, dopo mesi di silenzio, ha molto a che fare con quelle “condizioni di maggior sicurezza” per le riforme istituzionali e l’equilibrio del bilancio che gli renderanno possibile un “distacco comprensibile e costruttivo” dalla carica a cui fu rieletto un anno fa.
Il capo dello Stato giudica la sua esperienza quasi conclusa: Padoan gli deve garantire i conti pubblici, il Pd una nuova legge elettorale e istituzioni rinnovate, Renzi di non rovinare tutto.
Marco Palombi e Stefano Feltri
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Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile
DICEVA ABRAMO LINCOLN: “PUOI INGANNARE QUALCUNO PER SEMPRE, PUOI INGANNARE TUTTI PER UN PO’, MA NON PUOI INGANNARE TUTTI PER SEMPRE”
Nel secondo compimese del suo governo, ci permettiamo qualche consiglio non richiesto a Matteo
Renzi, sempre più Frenzy nel senso hitchcockiano di “delirio” e “frenesia”.
1. Evitare sceneggiate tipo l’uomo solo al computer che arringa via Twitter i cittadini davanti alle sedie vuote della sala stampa. I giornalisti sono quel che sono, ma un premier dovrebbe almeno fingere di rispettarli. Oltretutto sono inoffensivi.
2. Ricordare sempre da dove viene. Quando scalava il Pd e l’outsider era lui, Renzi non disdegnava programmi tv scomodi, come Servizio Pubblico, forse perchè erano scomodi per chi allora stava al potere. Ora che lo sono per lui, non è una buona idea preferire i salotti comodi. La forza di un leader si misura dalla capacità di contraddire i critici, non di farsi lisciare il pelo dai servi.
3. Non scordare mai l’insegnamento del confessore: “Matteo, Dio esiste ma non sei tu, rilà ssati”. Se il Pd, fino all’altroieri anti-renziano, è diventato tutto renziano, così Forza Italia, la stampa e le tv, non dipende tanto dalla sua bravura, quanto dalla cupidigia di servilismo tipica di una certa Italia. Ma il fenomeno è passeggero: alla prima difficoltà , torneranno tutti anti-renziani.
4. Non fidarsi troppo del feeling con la “gente”. Se oggi milioni di italiani “vogliono” credere in Renzi e gli perdonano tutto, è più per disperazione che per convinzione. Ma gli innamoramenti non portano mai bene ai capi popolar-populisti: dal balcone di palazzo Venezia al distributore di piazzale Loreto il passo è brevissimo.
5. Non esagerare con le promesse impossibili da mantenere. Lo choc iniziale è stato salutare, dopo l’ossario dei Monti e dei Letta. Ma, con questi chiari di luna, più promesse fai, più aspettative crei, più bugie dici, più delusioni prepari. Diceva Abramo Lincoln: “Puoi ingannare qualcuno per sempre, puoi ingannare tutti per un po’, ma non puoi ingannare tutti per sempre”.
6. Non rottamare la rottamazione: oltre alla giovane età , è la principale ragione del successo di Renzi. Che però, appena divenuto segretario e poi premier, è parso virare verso la manutenzione: la pace con D’Alema, il riciclaggio di mezzo governo Letta, le candidature di vecchi ras tipo Chiamparino e D’Alfonso, la melina sull’arresto di Genovese stanno appannando l’immagine del rottamatore. Prima o poi la gente lo noterà .
7. Evitare la sovraesposizione mediatica. Occupare tv, giornali e Rete a ogni ora del giorno e della notte, grazie anche allo stomachevole servilismo dei media, può servire a drogare i sondaggi e forse i risultati delle Europee. Ma Renzi, pur essendo un abile comunicatore, non ha il repertorio da guitto di B. per rendere sopportabile l’overdose di sè. Alla lunga può stancare.
8 . Rispettare le regole. L’insofferenza alla par condicio mostrata nel mini-caso della Partita del Cuore non è un buon segno. Renzi non è più uno scout o un sindaco: la pretesa di sgambettare su un campo di calcio in diretta tv a sei giorni dal voto è vietata dalla legge. Bene ha fatto dunque a rinunciare, ma non a piagnucolare come un bambino capriccioso contro i grandi cattivi che gli han levato il pallone. E la sindrome del risotto di D’Alema da Vespa porta sfiga.
9. Badare più alla sostanza che alla forma. Dire “io riformo la legge elettorale e la Costituzione mentre gli altri chiacchierano” e poi partorire mostri come l’Italicum e il Senato delle Autonomie è insensato. Quando la gente scoprirà cosa c’è dentro le “riforme”, Renzi dovrà cambiarle o darsi alla fuga. Gli italiani chiedono riforme migliorative, non purchessia per dire di averle fatte. Ascoltare gli odiati “professoroni” e circondarsi di collaboratori migliori dell’attuale cerchio tragico potrebbe non essere una cattiva idea.
10. Combattere Grillo rubandogli le idee (a proposito: che ne è della promessa di abolire i “rimborsi elettorali”?), anzichè dandogli del “milionario”. Anche perchè finora Renzi si è retto sul patto d’acciaio con un miliardario, frodatore fiscale e detenuto: l’unico con cui non ha mai polemizzato. E “cambiare verso” anche lì?
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA DI “PORTA A PORTA” PER EVITARE LA ROTTURA CON RENZI… E OGGI CONTATTI TRA I DUE PER RICUCIRE
Per capire gli umori del day after occorre riavvolgere la pellicola del nastro.
E riascoltare quello che dice Silvio Berlusconi a Porta a Porta sulle riforme. Prima della pubblicità quando bolla come “invotabile” questo pacchetto e, dice, quasi quasi sarebbe meglio votare.
E dopo la pubblicità quando sostiene che sarebbe “irresponsabile” votare con il Consultellum e che, sulle riforme, Forza Italia manterrà il famoso patto del Nazareno.
Le cronache (non smentite) raccontano che, nel corso della pubblicità , Berlusconi si è avvicinato ai suoi che erano dietro le quinte.
Racconta Fabrizio Roncone, firma del Corriere: “Ho fatto bene o no? (la domanda di Berlusconi, ndr). Giovanni Toti, Deborah Bergamini e Maria Rosaria Rossi: consiglieri vecchi e nuovi, ma tutti concordi nel dire che, forse, beh sai presidente, magari sarebbe opportuno limare un po’”.
Il fotogramma che manca è però il più importante. E porta a Denis Verdini, il grande artefice del patto con Renzi.
Che non è nel backstage di Vespa, ma è come se ci fosse. Perchè, quando dalla sua stanza vede scorrere in agenzia le prime dichiarazioni di Berlusconi sulle riforme, alza la cornetta e fa sapere a quelli che stanno lì che se Berlusconi va avanti così salta tutto.
Al netto del colorito linguaggio da toscanaccio e al netto dei modi ruvidi, il ragionamento di Denis suona così: evitiamo di fare l’errore (immaginate voi l’originale) di portare la questione a un punto di non ritorno; rompere sarebbe una iattura.
Solo il messaggio dell’unico, vero, ascoltato, titolare del dossier riforme induce il Capo a miti consigli.
Non è dato sapere se, prima dei contatti con lo studio, ci sia stata una telefonata tra Verdini e Renzi. È però possibile che ci sarà nella giornata di oggi, visto che domani il premier salirà al Quirinale per fare un impegnativo punto sulle riforme.
E comunque la linea telefonica tra i due (Verdini e Renzi) non si è mai interrotta. È certo invece che attorno alla questione della campagna elettorale Denis proverà a ricucire e a costruire l’ennesima mediazione sulle riforme.
Per la serie: le riforme le faremo e il patto regge, ma fateci fare un po’ di propaganda e un po’ di campagna elettorale, dal 26 maggio ricominciamo a fare sul serio.
Un ragionamento che fa il paio con quelle “fibrillazioni elettorali” evocate da Renzi per non drammatizzare l’uscita di Berlusconi.
Il problema è se la “tregua” su cui Verdini proverà a mediare con Renzi è conciliabile con le esigenza del premier di incassare qualcosa prima del voto.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile
POI ROMPE GLI ACCORDI CON IL PD: “ITALICUM E SENATO COSàŒ NO”. MA DOPO LA PUBBLICITà€ CI RIPENSA
La cadenza è biascicata, come se fosse riemerso da una sbornia. 
In una saletta che dà sul cortile degli antichi studi Rai di via Teulada, a Roma, molti giornalisti si guardano, stupiti, in faccia. “Ma è ubriaco?”.
Sono mesi, ormai, che Silvio Berlusconi si presenta in pubblico trascinando le parole. Un mistero, che qualcuno in passato ha tentato di giustificare così: “Ha una caramella in bocca”. Stavolta, però, non mastica nulla. Il custode dell’enigma è al terzo piano della palazzina dove si registra il ritorno di B. a Porta a Porta.
L’ex Cavaliere arriva con mezz’ora di ritardo ed è scortato dal suo medico personale, Alberto Zangrillo. Tutti i dipendenti sono affacciati. Che cosa ha bevuto il Condannato, su consiglio di Zangrillo, prima di entrare nello studio?
La registrazione inizia alle 17,30. Bruno Vespa è protettivo e riverente allo stesso tempo.
La sua liturgia da conduttore buono per tutte le stagioni ha una serie di parole tabù: condanna, servizi sociali, evasione fiscale.
“Lei adesso è un cittadino con diversi doveri, come gestirà questa nuova fase della vita? Si sente umiliato?”. Vespa incoraggia anche: “Qui lei manca da 14 mesi, nel frattempo è successo di tutto, ma stasera comincia la rimonta”.
Berlusconi fa fatica a carburare. E sull’esito delle Europee sembra rassegnato. Per ben tre volte ripete che lui guarda al traguardo delle Politiche, non al voto del 25 maggio per Strasburgo. È un’ammissione preventiva di sconfitta. “Ci sono solo 35 giorni, non pretendo molto”.
Nei manuali di campagna elettorale si chiama effetto underdog. B. fa il “cane bastonato” che deve inseguire i sondaggi in calo e spera così di catturare una fetta di indecisi.
“Il 50 per cento è deluso e disgustato dalla politica”. Così come “il 46 di quelli che hanno votato Grillo sono delusi dal M5S”.
Berlusconi è stretto nel solito doppiopetto blu. Parte un servizio sul centro di Cesano Boscone, dove Silvio svolgerà i servizi sociali. Il direttore specifica che B. non si occuperà dell’igiene personale degli ospiti disabili, la cui età media è 75 anni. Entrano gli ospiti, scaglionati.
Belpietro di Libero, Landò che dirige l’Unità , Polito del Corriere del Mezzogiorno. B. sembra più lucido.
Siamo in campagna elettorale e il patto del Nazareno con Matteo Renzi si frantuma a tappe. Prima tocca all’Italicum, la legge elettorale concordata con il premier: “È incostituzionale”. Poi al Senato: “Così com’è non la votiamo, prima del 25 maggio non passerà ”. Pausa pubblicitaria. Alla ripresa, B. smentisce se stesso: “Confermo tutti gli impegni con Renzi”. Smarrimento generale.
Il caos tocca vette imbarazzanti. B. confonde effetto serra e buco dell’ozono e intesta al Pli di Malagodi un fantomatico 7 per cento dopo il compromesso storico.
In realtà il boom liberale avvenne dopo il centrosinistra di Fanfani.
Landò tenta di parlare della condanna per evasione fiscale ma Vespa, timoroso dei patti con i legali e il cerchio magico di B., lo stoppa subito: “Non scendiamo nel personale, manteniamoci sul generale”. L’imbarazzo è a getto continuo.
Berlusconi s’infila in un pippone terrificante sul fiscal compact (colpa di Polito), sbaglia ancora un paio di parole, rimpiange il “Berlusconi d’antan” (quello dalla “grande capacità comunicativa”) e alla fine, dopo due ore estenuanti, piazza finalmente un colpo da Caimano: “Fini ha fatto quello che ha fatto, un tentativo di colpo di Stato, spinto da Napolitano”.
Stavolta è Vespa a vacillare. “Presidente è sicuro, lei può essere accusato per queste parole, questa è un lesione costituzionale?”.
B., piccato: “Pensa che io parli a vanvera? Ho 12 testimoni. Persone che Fini voleva convincere a passare con lui facendo ascoltare loro, dal telefono, la voce del capo dello Stato”.
Vespa si rassegna: “Lei vuol dire che se lei avesse perso nel dicembre del 2010, Napolitano avrebbe dato l’incarico a Fini?”. “Sì, ne sono certo”.
Lo stesso Fini replica in serata: “I complotti sono solo nella sua mente”.
Il Condannato contro Napolitano appare però più convincente di quello contro Renzi. Sulle invettive che a parole distruggono il patto del Nazareno bisognerà distinguere la fuffa propagandista dalla ciccia degli accordi.
Del resto, anche B. fa una distinzione sul premier: “Umanamente mi è simpatico, anche se adesso è diventato un simpatico tassatore e ha portato a casa la mancia degli 80 euro firmata da Napolitano”.
La diaspora azzurra, da Alfano a Bonaiuti, è derubricata a “situazioni personali”, anche se c’è stato tanto “dolore” e “le porte sono sempre aperte”.
Dolore e malinconia: “Bondi è poeta e spesso si abbandona alla malinconia. Gli voglio bene, sarà sempre vicino a me”. Fin quando dura.
E stavolta, non sarà tanto.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 24th, 2014 Riccardo Fucile
“QUESTA LEGGE RISCHIA DI ESSERE INCOSTITUZIONALE”… GIACCHETTI (PD): “MEGLIO IL VOTO”… NON ESSENDO PIU’ IL SECONDO PARTITO, A SILVIO L’ITALICUM NON SERVE PIU’
La bordata più clamorosa arriva quando si parla di riforme: lui, l’autore del patto con Renzi, ora quasi lo affonda, o almeno esprime dubbi pericolosissimi.
«Per ora la legge elettorale è spiaggiata. Se poi andrà avanti la riforma del Senato, credo che difficilmente questa legge elettorale potrà essere costituzionale».
E ancora: «Non sarà votata entro il 25 maggio».
Una bella botta, alla vigilia delle Europee, per il governo.
E poi c’è spazio anche per un affondo rivolto ai giudici: «Una sentenza ingiusta contro la quale abbiamo fatto ricorso e chiederemo la revisione al tribunale di Brescia e sarà annullata».
Silvio Berlusconi a “Porta a Porta” torna a parlare della sentenza Mediaset. Ma non solo. Il Cavaliere spazia dalle riforme, specie quella del Senato, alle Europee, da Renzi all’assistenza agli anziani.
Un discorso a 360 gradi quello dell’ex premier a caccia di voti in vista delle Europee. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, il calo elettorale di Forza Italia sarebbe sempre più rapido.
È sulla riforma della seconda Aula del Parlamento che si manifesta lo scontro più duro.
Sul Senato non elettivo «non c’è nessun impegno da parte nostra», spiega Berlusconi che non accetta la scadenza del 25 maggio.
La riforma, così, «non è votabile perchè non è accettata neppure all’interno dello stesso Pd», chiarisce.
E anche dal Partito democratico c’è chi incalza il premier: «Caro Matteo – scrive il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti in una lettera indirizzata a Renzi – quello che sta accadendo oggi tra noi, in particolare ma non solo sulle riforme, è davvero inconcepibile»: c’è chi vuole «interdire le scelte» e «guastare, indebolire, annacquare le riforme». «Allora ti domando: chi te lo fa fare? Perchè continuare? Facciamolo un bel referendum, caro Matteo. Spostiamo il dibattito nell’Italia vera, andiamo a elezioni».
E alle elezioni sta pensando anche Silvio Berlusconi.
Ecco perchè i toni utilizzati contro il premier sono cambiati.
«Si è presentato come un simpatico rottamatore – dice – Ora a poco a poco, si sta trasformando in un simpatico tassatore». Ma più della battuta può l’attacco sul decreto Irpef: «Penso che a me mai sarebbe stata consentita una mancia del genere prima delle elezioni a fini elettorali», dice l’ex Cavaliere.
Che spazia a tutto campo proprio per rivolgersi agli elettori delusi: «Il 46% di chi ha votato Grillo- dice l’ex premier – è deluso e qualche volta anche disgustato sia dai parlamentari sia dal loro comportamento, se a questo 46% si può offrire qualcosa di solido, di veramente positivo per il futuro: è possibile recuperare voti da questo 46%».
Sulla crisi di frammentazione del centrodestra, Berlusconi usa due pesi diversi.
Da un lato Alfano il cui addio è stato un «dolore personale».
Dall’altro l’uscita di Sandro Bondi, spiegata dallo stesso interessato con una lettera a La Stampa, per la quale l’ex premier non mostra segni di cedimento: «Mi creda – dice Berlusconi a Vespa – io non sono così dispiaciuto di una `perdita di pezzi’, se vanno via persone che non hanno più motivazione ideale, ma vogliono continuare il mestiere della politica e occupare dei posti e delle poltrone».
Lunedì prossimo, intanto, è atteso il debutto come assistente sociale in prova di Silvio Berlusconi.
La pena stabilita dal tribunale di sorveglianza di Milano dopo la condanna della Cassazione per frode fiscale nel caso dei diritti televisivi Mediaset. Da quanto riferito da fonti qualificate, il leader di Forza Italia è atteso in mattinata dai vertici della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone.
A Vespa ha detto: «Forse adesso questa cosa la farà sorridere ma io potrei fare anche dei lavori in giardino e anche lavori umili…».
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 24th, 2014 Riccardo Fucile
“HO AVUTO MIGLIAIA DI DONNE, ANCHE UNA CINESE E UNA CECA, MA QUELLA CI VEDEVA”
Show scoppiettante di Antonio Razzi a “La Zanzara”, su Radio24. 
Il senatore di Forza Italia commenta le foto pubblicate nell’ultimo numero del settimanale “Gente”: tra le immagini di Dante Valenza, spicca quella che immortala ben 40 anni fa il parlamentare nel giorno del suo matrimonio con la moglie Maria Jesus, ex Miss Leòn e finalista a Miss Spagna.
“Quelli di “Gente” sono venuti a casa mia” — rivela il senatore abruzzese — “hanno visto la foto che stava lì appesa nella camera da letto, perchè è un ricordo di famiglia, ci mancherebbe altro. Ha fatto 2 milioni di click. E’ una foto di 40 anni fa, ma io mi sento come un ragazzino di 20 anni: ci vuole la buona volontà e sentirsi anche di salute bene. Toccam ferro, toccam palle, toccam’c li cujuni”.
Razzi poi commenta la particolare acconciatura giovanile: “I capelli erano miei e veri, mica era un parrucchino. Lì i baffi me li sono ‘lasciato’ perchè a quel tempo ero ‘fenz’ di Lucio Battisti”. E rivela: “Avevo un taccuino dove segnavo tutte le mie donne. Poi mia moglie… papam! Me l’ha tutto distrutto e bruciato. A me serviva come souvenir. Su quel taccuino annotavo le donne e “gli” davo il voto, anche nelle specialità ”.
Il politico puntualizza: “Ne ho combinate di cotte e di crude. Ho avuto non dico centinaia, ma migliaia di donne, pure una cinese e una ceca, ma quella ci vedeva. Prendevo quello che mi capitava anche per riempire la pagina: belle e brutte. Anzi, brutte no, almeno fisicamente”. Cruciani gli chiede se è stato anche con uomini e Razzi sbotta: “Io co’ uomini? Oh, ma ti senti bon? Io sono tradizionalista, vado solo con lì femmn. Se lo vogliono fare loro, si arrangiano, ma io c’ho il gusto delle donne”.
Su Berlusconi affidato ai servizi sociali, precisa: “E’ un’ingiustizia, sicuro. Ma lui, dall’uomo che è, sicuramente si farà 4 ore che farà vivere felici e contenti quei maturi, e non anziani, che sono lì. Io e Berlusconi abbiamo in comune l’amore per le donne. E meno male che ci sta qualcuno come noi che porta avanti l’italianità e la cultura latina che ‘gli piacciono le donne’. I latini sono latini. “Latin lover”, lo dice anche la parola stessa”.
Razzi si esibisce poi nell’intonazione di due canzoni dedicate alla moglie: “La lontananza” e “Rose rosse”.
Nel finale, “carrambata” surreale tra il senatore di Forza Italia e Rocco Siffredi, anche lui abruzzese
Gisella Ruccia
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Aprile 24th, 2014 Riccardo Fucile
ESCE DI SCENA IL MEDIATORE DE MISTURA, IGNORATO DALL’INDIA, E SI TENTA LA PROCEDURA INTERNAZIONALE: TRIBUNALE DEL MARE DI AMBURGO, POI UE E ONU
L’intenzione del governo di “internazionalizzare” la vicenda dei tue marò trattenuti in India da oltre due anni è “una buona notizia”, ma c’è poco da entusiasmarsi se si pensa a tutto il tempo che è stato perso.
“Per un anno non si è fatto assolutamente nulla, l’annuncio del ministro Mogherini riporta la situazione un passo indietro rispetto all’anno scorso, quando l’Italia aveva avviato le procedure di arbitrato internazionale obbligatorio poi improvvisamente bloccate dall’allora premier Monti su consiglio di Passera per non urtare la sensibilità della lobby affaristica filo indiana”.
Giulio Terzi di Sant’Agata, ai tempi ministro degli Esteri, oggi membro dell’ufficio di presidenza di Fratelli d’Italia, vede nella “nuova fase” annunciata oggi dai ministri Mogherini e Pinotti la vittoria della sua linea e la sconfitta dei negoziati dell’inviato speciale Staffan de Mistura, che difatti è stato liquidato dalla titolare della Farnesina con un “grazie” per la sua “dedizione”.
Leggendo attentamente le parole del ministro Mogherini, si nota come la “procedura internazionale”, in realtà , non sia ancora stata attivata.
La nota verbale inviata il 18 aprile, infatti, era la quinta in due mesi: tutte, per ora, rimaste senza risposta.
“In queste note l’Italia invita l’India ad accettare un arbitrato volontario”, spiega Terzi. “Per cinque volte in due mesi, il governo indiano ha ignorato le nostre richieste. Possiamo immaginarle lì, appese a un muro da qualche funzionario indiano, motivo di altra derisione oltre a quella che abbiamo già suscitato”.
Con l’annuncio di oggi, il governo Renzi promette che si tratterà dell’ultima nota inevasa. “Nel caso in cui non si raggiungesse in tempi ragionevoli, per questa via, una soluzione accettabile — ha detto il ministro Mogherini – si ricorrerà a strumenti internazionali di risoluzione delle dispute in base alle norme internazionali”, ossia alla strada all’arbitrato internazionale obbligatorio.
Un percorso che, come dimostra un comunicato della Farnesina del 18 marzo 2013, era già stato intrapreso, ma poi fermato di botto.
“Abbiamo perso un anno di tempo”, continua Terzi. “Le misteriose trattative dell’inviato speciale De Mistura non hanno portato a nulla. Ci siamo solo fatti ridere dietro, regalando ai funzionari indiani nuovi motivi di ilarità e aggravando la nostra debolezza”.
Posto che molto probabilmente l’India non risponderà neppure alla quinta nota, la domanda è: what’s next?, che succede ora?
L’Italia — spiega l’ex ministro — dovrà avviare la procedura di arbitrato obbligatorio, regolata dall’allegato settimo della Convenzione del Diritto sul Mare del 1982.
La palla passerà al Tribunale internazionale del diritto del mare di Amburgo.
“È la stessa procedura usata recentemente dall’Olanda contro la Russia per il caso degli attivisti di GreenPeace e dalle Filippine contro la Cina per questioni territoriali del Mar cinese meridionale”, aggiunge Terzi. “È vergognoso che l’Italia abbia aspettato tutto questo tempo prima di agire”.
Secondo l’ex ministro, oltre all’arbitrato obbligatorio la strategia di internazionalizzazione dovrebbe comprendere altri due passaggi fondamentali: portare la questione al Consiglio di sicurezza dell’Onu e insistere in Europa affinchè venga garantita l’immunità funzionale a chi fa operazioni antiterrorismo in mare. “Finalmente, con le dichiarazioni di oggi, il governo Renzi mostra di voler dare seguito a quanto affermato negli ultimi due mesi, ossia che il caso dei due fucilieri è considerato una ‘priorità ‘. Ora speriamo che alle parole seguano i fatti. Senza aspettare che una sesta nota cada nel vuoto”.
In un asse politico insolito, concordano su questo anche i Cinque Stelle, che hanno definito quella di Mogherini “una farsa” concepita appositamente per la campagna elettorale.
“Il governo è riuscito a trasformare anche i nostri due marò in materia da campagna elettorale. L’internazionalizzazione della vicenda annunciata dal ministro Mogherini è una farsa, l’ennesimo slogan per camuffare il fallimento del Pd. La rimozione di Staffan De Mistura dall’incarico di inviato speciale dell’esecutivo non apre infatti alcuna fase nuova, ma certifica la dèbà¢cle di Renzi e del precedente esecutivo, entrambi griffati Partito Democratico”, affermano i deputati M5S delle commissioni Esteri e Difesa, secondo cui “il siparietto tenuto stamane dal tandem Pinotti-Mogherini testimonia che finora i passi compiuti verso una scarcerazione dei nostri militari sono stati vani e insignificanti”.
Sullo sfondo c’è la figura di Staffan De Mistura che esce di scena.
Dopo due anni in cui il diplomatico, chiamato dai governi Monti e poi Letta nel ruolo di inviato speciale sul caso dei due fucilieri di marina, ha seguito da vicino la vicenda, il suo ruolo è “esaurito”.
Stringata la dichiarazione con cui il diplomatico commenta il concedo: “Questa nuova, importante, e necessaria svolta richiede giustamente una nuova squadra di sostegno a tale specifico impegno […]. Sono totalmente convinto che l’Italia saprà riportare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in Patria con onore”.
(da Huffingtonpost“)
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Aprile 24th, 2014 Riccardo Fucile
IL BONUS DI 80 EURO FAVORIRA’ SOLO I LAVORATORI DIPENDENTI
Una lettura dei provvedimenti fiscali del governo con la lente della composizione sociale
dell’elettorato del Pd e di quello del Movimento 5 Stelle aiuta a capire meglio il senso delle scelte del premier e della polemica permanente di Grillo.
Il principale argomento con cui Renzi si presenta alle elezioni europee è il bonus di 80 euro mensili nelle buste paga dei lavoratori dipendenti con reddito fino a 25 mila euro lordi annui.
In questa prima fase (l’impegno è di pensarci il prossimo anno) il governo ha penalizzato autonomi, incapienti e imprese.
I primi, pur a parità di reddito rispetto ai dipendenti, non riceveranno il bonus fiscale (scelta che peraltro suscita dubbi di costituzionalità , per irragionevole violazione del principio di uguaglianza).
I secondi, non pagando imposte sul reddito in virtù di un reddito inferiore al limite della no tax area, non beneficeranno della detrazione.
Le imprese sono chiamate a un anticipo di versamenti fiscali che avevano pianificato spalmandoli in tre anni, per finanziare il bonus ai dipendenti.
La differenza di trattamento ricalca quella che gli analisti, all’indomani delle elezioni 2013, avevano tratteggiato come una complementarietà sociale degli elettorati del Pd e del M5S.
Il centrosinistra guidato da Bersani aveva raccolto il 29,5 per cento dei voti, ma in due categorie sociali si era affermato con percentuali più alte: i pensionati (39,5%) e gli impiegati (32,4%), precipitando viceversa tra imprenditori e autonomi (14,2%) e disoccupati (20,1%).
Il Movimento 5 Stelle, invece, aveva conquistato il 25,6 per cento complessivo, sfondando soprattutto tra gli autonomi e gli imprenditori (40,2%) e i disoccupati (42,7%). Dal punto di vista anagrafico, il M5S era molto forte tra i giovani, in gran parte disoccupati o precari a reddito basso (gli incapienti), al contrario del Pd.
Un recente sondaggio Ipr Marketing rileva che anche nello stesso ceto sociale (per esempio i lavoratori dipendenti), quelli che votano Pd hanno un reddito più alto di quelli che votano M5S.
Ipr Marketing, così come i politologi delle università di Milano e Cagliari che avevano analizzato i risultati delle primarie, hanno sottolineato che in questi primi mesi c’è continuità – quanto a base sociale – tra il Pd di Bersani e quello di Renzi.
I provvedimenti del governo si muovono in questa direzione.
Polarizzano l’insediamento del Pd nel lavoro dipendente e, nella crisi di rappresentanza del centrodestra, caratterizzano sempre più il M5S come punto di riferimento di lavoro autonomo, imprese, precari.
Giuseppe Salvaggiulo
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