Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROTESTA DELLA NEODEPUTATA VANESSA CAMANI… SUI DIRITTI DELLE DONNE L’ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA
Prima , i tempi non erano maturi perchè nell’austero palazzo di Montecitorio una parlamentare potesse allattare, partecipare ai lavori con un neonato tra le braccia o lasciarlo in un nido.
Ma a distanza di anni, il ritardo continua e le parlamentari, vertiginosamente aumentate nell’ultima legislatura in seguito all’onda rosa (più 33 per cento), rischiano se sono anche madri di non avere diritto nè ad allattare i figli nè a un servizio di nursery che li custodisca sul luogo di lavoro.
Così, l’Italia resta il fanalino di coda, mentre a Strasburgo le eurodeputate con i neonati possono sedersi in aula e partecipare al dibattito e alle votazioni con nonchalance, come hanno già fatto l’italiana Licia Ronzulli e la danese Hanne Dahl.
A Parigi c’è un nido sia all’Eliseo sia all’Assemblèe National, e in Canada e in Svezia l’assistenza è garantita come in tutte le grandi aziende, e l’allattamento al seno favorito.
A Roma invece la protesta per l’assenza di servizi stavolta parte da Vanessa Camani (Pd).
Uno “spazio attrezzato” era stato annunciato nel mese di giugno, ma per ora si continua con i sopralluoghi e dei locali non c’è traccia.
I diritti delle onorevoli si sbriciolano. E la nursery alla Camera è una chimera annunciata a più riprese.
Marina Sereni, vicepresidente a Montecitorio, ha seguito da vicino le richieste, e in qualche caso le proteste, delle colleghe.
E si è data da fare per trovare spazi adeguati per consentire alle mamme di stare insieme ai bambini, il tempo di una poppata o di un cambio, senza sentirsi «esiliate».
Ma oggi l’ingresso è vietato in Aula ai piccoli.
E la preoccupazione è che la Camera possa accogliere male la novità . «Non investiremo risorse permanenti della Camera in servizi per le deputate-madri – chiarisce Sereni – ma ci impegneremo per individuare spazi da attrezzare dove i bambini possano essere accuditi da una persona di fiducia della parlamentare (marito, nonna, babysitter, ndr .) che potrà incontrarli nelle pause dei lavori. Pensiamo soprattutto a chi non vive a Roma, e dunque deve dividersi tra famiglia e impegni parlamentari».
Aiuta, nel lavoro dell’ufficio di presidenza, il punto di vista di deputate che, come la grillina Claudia Mannino, sono ancora alle prese con l’allattamento.
«Abbiamo esteso il concetto di “missione” alle deputate in maternità – spiega Valeria Valente, presidente del Comitato Pari Opportunità della Camera – per consentire loro di non risultare assenti durante i cinque mesi che la legge italiana prevede per tutte le lavoratrici. Diversi sono i problemi delle dipendenti della Camera, 675 su 1442, di cui il nostro comitato si occupa: a loro serve un asilo o almeno una ludoteca in grado di accogliere i figli almeno durante le vacanze, un progetto più ambizioso. Ma nulla vieta che le deputate possano usufruire dei servizi per le dipendenti, o viceversa. Presenteremo un progetto nel nostro piano di azione triennale, tra pochi giorni».
Vera Schiavazzi
(da “La Repubblica”)
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
DELLA SERIE “CHI NON LE VOTA SI METTE FUORI DA SOLO”… MA I DISSIDENTI POTREBBERO ESSERE UNA TRENTINA
«Non ci sarà nessun dissenso, a Renzi gliel’ho detto: per i miei garantisco io». 
Se quella che filtra da Arcore sia una convinzione sincera o un estremo tentativo per indurre i frondisti a riallinearsi lo si capirà soltanto domani.
Si perchè alla fine, dopo ripensamenti vari e rinvii, l’ex Cavaliere ha deciso di affrontare di petto la questione.
Aveva sperato di chiudere la questione riforme con il comunicato di giovedì scorso, invece i fronte del “Minzo” non si è dato per vinto, ha fatto finta di non aver compreso.
Per questo servirà un intervento forte di Berlusconi in persona, all’assemblea dei senatori di domani.
Chiaro che non ne abbia affatto voglia, ma Romani e Verdini gli hanno fatto capire che la situazione può sfuggire di mano.
Così, pur riluttante, il leader azzurro è deciso a usare l’argomento finale, quello che chiuderà ogni discussione: «Siamo un movimento liberale, ma non si può chiedere libertà di coscienza su un disegno di legge costituzionale che abbiamo condiviso. Va votato da tutti voi, mi aspetto il massimo senso di responsabilità ».
Della serie, chi non lo vota si mette fuori da solo.
Fatto tatticamente non trascurabile: la riunione si terrà quando la commissione affari costituzionali avrà già approvato il disegno di legge Boschi.
Il leader forzista, pur mettendo in conto qualche intervento ancora critico, spera quindi in una mozione degli affetti.
Un «fidatevi di me» che si traduca nel via libera unanime o quasi. Del resto chi voleva esprimere la propria contrarietà ha potuto farlo eccome.
«Mentre Renzi ha espulso i dissidenti dalla prima commissione — ha fatto notare a un amico il capogruppo Paolo Romani noi Minzolini l’abbiamo voluto inserire in quell’organismo anche se non ne faceva parte».
Ora però tutti si devono riallineare.
Per ottenere questo risultato Berlusconi ha lavorato sodo al telefono durante tutto il week-end provando a limitare l’area del dissenso.
Anche con l’irriducibile Cinzia Bonfrisco, che a Repubblica ha dichiarato di essere personalmente combattuta, Berlusconi è andato in pressing.
Ma il vero timore non riguarda Minzolini, Bonfrisco o altri singoli samurai.
Il rischio è che il ddl riforme venga impallinato da un vasto plotone composto dai senatori pugliesi e campani (l’area Cosentino) vicini a Raffaele Fitto, che contestano apertamente la linea politica.
Così ieri Denis Verdini ha ricevuto Fitto al piazza San Lorenzo in Lucina per cercare di ammorbidirlo con concessioni sulla “governance” nazionale e sulla gestione di Forza Italia sul territorio. A quanto pare inutilmente.
Massimo Mucchetti, il ribelle Pd deciso a contrastare con tutte le forze il nuovo Senato renziano, rivela che nel campo forzista la discussione è ancora molto accesa: «Posso dire che soltanto domenica mi hanno chiamato quattro colleghi di Forza Italia. Mi hanno pregato di tenere duro, dicono di essere almeno 25 ma penso possano arrivare a 30».
Berlusconi comunque ormai ha deciso, senza ripensamenti.
Come conferma il consigliere politico Giovanni Toti: «Non possiamo fare mica come quei fidanzati che, dopo aver comprato le fedi e pagato la festa, all’altare ci ripensano e lasciano la sposa in asso. Noi manteniamo la parola data».
Certo, Toti ammette che «la legge Boschi non è la migliore possibile, noi l’avremmo scritta diversamente, ma è un compromesso. E comunque è molta diversa da come era arrivata al Senato. Grazie a noi è stata migliorata».
L’ex Cavaliere non è invece preoccupato, come si dice, dalla possibile intesa fra il Pd e i grillini sulla legge elettorale. «Renzi – ripete ai suoi Berlusconi – è stato chiaro: ogni modifica all’Italicum andrà concordata con noi. Per questo è importante non creare problemi alla riforma del Senato, non possiamo dare alibi a chi nel Pd vorrebbe sostituirci con i cinquestelle».
In una giornata per lui positiva, segnata dall’assoluzione-prescrizione per il figlio e l’amico Confalonieri, resta tuttavia nel leader forzista «l’amarezza» per sentirsi un perseguitato dalla magistratura: «Vedrete, per i giudici milanesi non cambierà nulla. Il 18 luglio mi condanneranno di nuovo».
Ma nemmeno una eventuale conferma della condanna Ruby in appello, assicurano i suoi, potrà fargli cambiare idea sull’opportunità di restare seduto al tavolo delle riforme.
Anche grazie a questo atteggiamento la frattura con l’Ncd di Alfano si sta in parte rimarginando. Oggi Giovanni Toti, insieme a Gelmini e Romani, sarà in piazza Montecitorio a firmare la petizione per le primarie di coalizione lanciata da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia.
E insieme a loro ci saranno anche gli alfaniani Quagliariello e De Girolamo.
È la prima iniziativa congiunta dai tempi della scissione. Ma non è tutto.
Toti lancerà ufficialmente l’idea di una “Consulta del centrodestra”, una sorta di patto di consultazione permanente fra chi dovrebbe far parte della futura federazione.
«Tutti dicono di essere alternativi a Renzi? Benissimo, allora mettiamoci intorno a un tavolo per iniziare a preparare un terreno comune in vista delle prossime politiche, che siano nel 2018 o molto prima come pensiamo noi».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
UN MIRABILE SUNTO DI PSICOLOGIA ITALICA
Questo cartello, immortalato dal telefono di un lettore nei corridoi del tribunale di un’importante città del nord, contiene un sunto mirabile di psicologia italo-italiana.
Il divieto di fumare è espresso in caratteri cubitali e rinforzato dall’avverbio «severamente».
Ma basta andare a capo perchè lo scenario già si ammorbidisca, con l’invito agli «eventuali trasgressori» di spegnere le sigarette negli «appositi posacenere» anzichè sugli altrettanto appositi pavimenti.
Pare di vederlo, l’anonimo estensore della grida manzoniana.
Dapprima spietato nel proibire e subito dopo conciliante, consapevole dell’inefficacia della sua faccia feroce.
Al trasgressore «eventuale» viene offerta immediatamente una seconda scelta al ribasso: fumare in barba al divieto, ma almeno senza imbrattare il passeggio.
Le ridotte dimensioni del cartello hanno forse impedito di completare la lista degli avvisi: «Gli eventuali spegnitori di cicche sul pavimento sono vivamente pregati di non dare fuoco all’edificio. Grazie».
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PER UNA VOLTA CHE UNO SI DIMETTE SALE UN CORO UNANIME DAL PARTITO: “RESTA AL TUO POSTO”
Vasco Errani, governatore Pd dell’Emilia Romagna al terzo mandato, viene condannato in appello a un
anno con la condizionale per falso ideologico: secondo l’accusa, dopo aver finanziato con fondi pubblici la coop del fratello con un milione di euro per la creazione di una cantina non completata nei termini previsti dal bando, avrebbe indotto due funzionari regionali a certificare la correttezza dell’operazione.
Appresa la sentenza, Errani si dichiara innocente, ma rassegna le dimissioni e dice: “Davanti a tutto, l’onore della Regione”.
La vicenda potrebbe chiudersi qui, dimostrando una volta tanto che il nesso tra causa ed effetto e tra condanna e dimissioni vale anche per la casta della politica.
Non sia mai.
Immediatamente il Pd si scioglie in un coro commosso di solidarietà e calde lacrime vengono versate ricordando le virtù eroiche di Errani, neanche fosse Silvio Pellico tradotto nelle segrete dello Spielberg.
Non è finita, perchè subito dopo Orfini, novello presidente democrat, dà finalmente un senso al suo incarico e “auspica il ritiro delle dimissioni”.
Fassino, sindaco di Torino, lo invita virilmente alla resistenza: “Resta al tuo posto”.
Taddei, responsabile economico, lancia un hashtag struggente: “Forza Vasco ripensaci”.
Infine scende in campo lo stesso Matteo Renzi che, attraverso la segreteria, ridotta a puro organismo ventriloquo, invita il governatore “a riconsiderare il suo gesto” come se il poveretto fosse stato colto da un momento di follia.
C’è poco da ridere: nell’era renziana la questione morale viene sostituita da due semplici regolette.
Primo: le dimissioni di Errani possono stabilire un pericoloso precedente, e così come i quattro viceministri e sottosegretari indagati sono rimasti intrepidi avvitati alle loro poltrone, Vasco non fare scherzi.
Secondo: Errani resista, resista, resista poichè nel nuovo Senato di Renzi-Berlusconi-Napolitano l’immunità serve proprio a salvare la ghirba all’esercito di indagati e condannati provenienti dalle Regioni.
Renzi cambia il verso, ma non perde il vizio.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
“IO E BERLUSCONI VOSTRI GARANTI”… “LA NUOVA FORZA ITALIA NON LO CONSENTIRA’ PIU'”
“Mi metto a disposizione di Arcigay e GayLib e voglio far parte della vostra grande famiglia di uomini e donne fino ad oggi umiliati e offesi. Voglio chiedere scusa per tutti coloro che fino a oggi dal centrodestra vi hanno insultato e maltrattato”.
Così Francesca Pascale, ritirando a Napoli la tessera dell’Arcigay e GayLib.
“Qualora mi candidassi alla Municipalità , a sindaco, alla Regione, venite a prendermi a casa e menatemi”, aggiunge rispondendo ai cronisti che gli chiedevano se la sua presenza a Napoli anticipasse una sua possibile discesa in campo
“Non sono qui per impegno politico ma per sfruttare la mia posizione per esprimere un mio sentimento. Il mio non è un gesto per Napoli ma per la società civile, ho scelto Napoli perchè è la mia città e ogni motivo è giusto per venire qui”.
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
DOLORE E LACRIME DEL POPOLO BRASILIANO
E ora? Come reagirà il gigante atterrato? Che sarà del Mondiale ora che il Brasile non c’è più? 
Ora che sullo 0-6 i tifosi cominciano a piangere e a sfollare?
Che succederà , ora che sullo 0-7 i brasiliani applaudono e i tedeschi, dopo aver ballato e cantato, per pudore tacciono?
Adesso che, sul gol di Oscar dell’1-7, lo stadio prima esulta e subito dopo fischia, mentre i tedeschi scandiscono «Brasil-Brasil»?
Adesso che si sentono di nuovo i cori della partita inaugurale – «Ehi, Dilma, vai tomar no cu» – con cui era stata mandata a quel paese la Presidenta Roussef?
Ora che il Mondiale diventa un fatto altrui, un affare tra tedeschi e argentini (od olandesi nella migliore delle ipotesi), un business per la Fifa del detestato Blatter?
Come reagiranno i brasiliani, ancora non lo sappiamo.
Si può raccontare come hanno reagito gli spettatori del Mineirao di Belo Horizonte: con dolore e lacrime, ma anche con dignità e rispetto verso l’avversario.
E con i fischi per la propria squadra, meritati, vista la presunzione con cui è entrata in campo e di fatto ne è subito uscita, travolta dalla Germania nella più squilibrata semifinale della storia.
Una sconfitta destinata a sostituire il «maracanazo» del 1950 nell’elenco delle catastrofi nazionali; non a caso già si parla di «mineirazo».
Per la prima volta la Seleà§ao giocava contro i favori del pronostico, in teoria con meno pressione; ma la spinta emotiva di un pubblico, di un popolo, di un Paese non è riuscita a colmare la differenza tecnica rispetto ai tedeschi.
Anzi, al primo gol la squadra è crollata, ha perso la testa, con David Luiz che saliva a fare il centravanti lasciando il povero Dante da solo contro i compagni del Bayern, e i tifosi soli con la propria disperazione.
Qualcuno chiama casa con il telefonino, per sentire una voce amica. Il silenzio dello stadio lo consente. La serata è tutta dentro due cori.
Quello di apertura: lo stadio canta l’inno anche dopo la fine della musica, uno spettacolo da brivido, una carica emotiva da toccare con mano.
E quello sentito alla fine: «Sono brasiliano, con molto orgoglio, con molto amore» intona la folla delusa ma ancora viva, capace anche di applaudire i tedeschi che vanno al Maracanà , in finale, relegando i padroni di casa all’inutile finalina di Brasilia. Scolari deve togliere Fred, beccato dal pubblico. Alla fine abbraccia i suoi, consola Oscar in lacrime, quasi lo trascina fuori dal campo.
L’ultimo a uscire è David Luiz: Thiago Silva lo abbraccia, spinge via l’addetto stampa che vorrebbe portarlo davanti alle telecamere per l’intervista: «Chiedo perdono a tutti i brasiliani… ».
Le altre volte, i calciatori brasiliani avevano pianto di tensione e di felicità . Ora sono lacrime di vergogna e di umiliazione.
All’uscita dagli spogliatoi, due ore dopo il fischio finale, tutti a capo chino. Il più loquace è ancora David Luiz: «Era la partita più importante della nostra vita. Volevamo regalare allegria e orgoglio ai nostri compatrioti. Invece abbiamo beccato 4 gol in un quarto d’ora. Loro sono stati migliori di noi».
Mà¼ller cerca di tirar su il morale ai cronisti brasiliani, distrutti: «Boa noite!». Schà¼rrle, l’autore degli ultimi due gol, sintetizza: «Crazy night», una notte folle, irripetibile.
Oggi comincerà il processo alla squadra, in particolare a Luiz Felipe Scolari detto Felipao, cui toccava il difficile compito di riorganizzare la squadra senza i due calciatori di sicura classe mondiale, il capitano Thiago Silva e il numero 10 Neymar. Con una scelta geopolitica ha puntato su Bernard, 21 anni, idolo locale perchè cresciuto nell’Atletico Mineiro, prima di emigrare un anno fa in Ucraina, nello Shakhtar Donetzk. Il pubblico ha apprezzato, all’inizio.
Ma così il Brasile ha affrontato una squadra più forte sbilanciato in avanti ed esposto al contropiede dei tedeschi, che a un certo punto hanno anche rinunciato a infierire.
Ripensate alla fine, le scene viste all’inizio possono sembrare patetiche: i verdeoro che entrano in campo tenendo il braccio l’uno sulla spalla dell’altro, tipo i fanti inglesi della Grande Guerra accecati a Ypres; David Luiz che leva le braccia al cielo, poi alza la maglietta di Neymar, neanche fosse morto; anche Fred spalanca le braccia per invocare la benedizione divina; Hulk prega sommessamente.
Troppa emotività è stata inutile e controproducente. Scolari parla di continuo con l’arbitro, chiede ammonizioni, tenta di sollevare i suoi sullo 0-1. Poi si placa.
Alla fine si proclamerà principale responsabile e invocherà anche lui il perdono del popolo. Che potrebbe prendersela, più che con la Seleà§ao, con tutti gli altri: la Fifa, gli argentini, Dilma che a questo punto difficilmente si farà vedere domenica al Maracanà , come aveva annunciato.
La reazione del Paese è un’incognita. Le grandi proteste annunciate alla vigilia finora non si sono viste. Ma l’atmosfera in questo mese non è mai stata di euforia e di entusiasmo; prevaleva l’idea che il Brasile fosse la quinta teatrale di uno spettacolo altrui, pagato da contribuenti locali che avrebbero speso volentieri i loro soldi in scuole e ospedali anzichè in stadi e centri stampa.
Il tifo per la nazionale aveva riunificato la nazione, riappacificato sostenitori e oppositori della «Copa», e concentrato l’emozione collettiva sul calcio, in un’alternanza di paura, sollievo – dopo i rigori contro il Cile –, gioia angosciata – dopo a vittoria sulla Colombia e l’infortunio di Neymar –, speranza e ora delusione. La Seleà§ao è fuori.
E se in finale andranno gli argentini, già accampati alla periferia di Rio e di San Paolo, l’umore del Paese è destinato, se possibile, a peggiorare.
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PORTA A CASA SOLO UN DOCUMENTO CHE PARLA DI “ATTENZIONE ALLE RIFORME”: DEI DETTAGLI SE NE RIPARLA A SETTEMBRE… E L’EUROPA CONTINUA A CHIEDERCI SFORZI SUI CONTI
“Fare miglior uso della flessibilità insita nelle esistenti regole del Patto”.
Nel giorno del suo esordio alla presidenza di turno del consiglio che riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze dei 28 Paesi membri (Ecofin), Pier Carlo Padoan porta a casa da Bruxelles solo questo.
Quel tanto di elasticità sui conti pubblici che non richiede alcuna modifica dei patti e che nessuno, da Angela Merkel al presidente uscente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso, si è mai sognato di mettere in dubbio.
Proprio perchè è ampiamente previsto e ammesso dal Patto di crescita e stabilità e dal Fiscal compact.
Insomma, nessuna vittoria della “linea Renzi” e nulla di nuovo sotto il sole.
Le discussioni di merito, peraltro, sono rimandate all’incontro di settembre.
Quando i tempi per individuare criteri comuni con i quali misurare l’impatto delle riforme sulla crescita futura e individuare “margini” da utilizzare in sede di stesura della Legge di stabilità saranno davvero risicati.
Il documento finale dell’Ecofin, è vero, concorda sul fatto che “bisogna dare particolare attenzione alle riforme strutturali che sostengono la crescita e migliorano la sostenibilità dei bilanci, anche attraverso una valutazione appropriata di misure di bilancio e riforme”.
E esprime il sostegno del consiglio agli “obiettivi della presidenza italiana per rilanciare crescita e occupazione attraverso uno sforzo comune di riforma”, incentrato sul completamento del mercato unico, le riforme strutturali per aumentare il potenziale di crescita dell’economia e la promozione degli investimenti “duramente colpiti durante la crisi”.
Ma, per il resto, non fa che ribadire i soliti paletti.
Il tetto del 3% al rapporto deficit/pil va rispettato e il pareggio strutturale di bilancio resta imprescindibile.
Come dimostra molto chiaramente il severo contenuto delle raccomandazioni per l’Italia approvate dal Consiglio europeo del mese scorso e confermate dall’Ecofin: nel testo delle conclusioni si ribadisce che “sono necessari sforzi aggiuntivi, anche nel 2014, per rispettare le richieste del Patto di stabilità e crescita”.
Tradotto: lo sforamento chiesto da Roma, che il pareggio strutturale di bilancio vorrebbe rinviarlo al 2016, viene bocciato.
Non basta: mentre il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, interpretava la sua solita parte da guardiano del rigore avvertendo che “le riforme strutturali non devono essere una scusa o un’alternativa per non fare il consolidamento fiscale”, a mettere in difficoltà Padoan ci si è messo anche Matteo Renzi.
Che, parlando dal palco di Digital Venice, ha pensato di approfittare dell’evento dedicato alle politiche per il digitale per chiedere che gli investimenti in infrastrutture digitali siano esclusi dal calcolo del deficit.
L’uscita non è passata inosservata.
E Siim Kallas, commissario ad interim agli Affari economici da quando Olli Rehn è passato agli scranni dell’Europarlamento, ha replicato a strettissimo giro: “Nessuna spesa può essere esclusa dal calcolo del deficit”.
Perchè, se non fosse chiaro, “non può esserci una spesa buona e una cattiva”.
E comunque ”prima si devono fare le riforme”.
Poi, eventualmente, si discuterà di cavilli e metodi di calcolo.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE DI REGGIO CALABRIA: “LE ‘NDRINE SFIDANO IL PAPA: O SI MEDIA O SARA’ SCONTRO”
“La ‘ndrangheta ha sfidato ufficialmente il Papa. Adesso le strade sono due: si va allo scontro o si cerca
la mediazione. Può succedere di tutto”.
Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, aveva già lanciato l’allarme in un’intervista rilasciata qualche mese fa al Fatto: “La linea dura di Papa Francesco può metterlo in serio pericolo”.
Così, la decisione dei detenuti di non andare più a messa nel carcere di Larino, oltre alla processione religiosa che s’inchina davanti alla casa del boss, non si possono più leggere come isolati gesti di protesta.
“È la loro risposta alla scomunica del Papa. Ma non implica necessariamente l’inizio di una guerra. Chiesa e ‘ndrangheta si stanno annusando: il braccio di ferro deve ancora cominciare”
Gratteri, pensa che i mafiosi, messi alle strette, possano ricorrere alla violenza per risolvere questo conflitto?
Potrebbe succedere, sì. La situazione per adesso è molto fluida. Ci sono diversi fattori in gioco. Bisogna innanzitutto capire se preti e vescovi applicheranno davvero questi diktat con l’intransigenza richiesta da Francesco.
Si aspettava che Bergoglio scomunicasse i boss?
Diciamo che il discorso di Cassano Ionio lo aspettavamo in molti da un secolo e mezzo. Questa scomunica è storica, mette in discussione il silenzio-assenso e gli accordi più o meno taciti su cui si basano i rapporti di certe parti della Chiesa coi mafiosi. Quello di Francesco è un taglio netto: “Ora basta, scegliete”.
Ma i padrini lamentano l’esclusione
Eh già , formalmente fanno le vittime: “Siccome abbiamo sbagliato, ci cacciate”. Ma è una menzogna. Il Papa si riferisce solo ai criminali che non si pentono, che scelgono di continuare a essere mafiosi. E questo, alla ‘ndrangheta, non piace.
Perchè la criminalità organizzata è così legata alla Chiesa?
Perchè i mafiosi si nutrono di consenso popolare, e la vicinanza con preti e vescovi implica maggior potere e, soprattutto, legittimazione. Brigantini, vescovo calabrese, è arrivato a dire che i detenuti sono persone serie, che riconosce una certa coerenza nel loro modus operandi e vivendi. Ma lo sa, il vescovo, che tra loro ci sono anche assassini che ammazzano i bambini o che stuprano le mogli degli altri detenuti? Ho difficoltà a capire dove stia la serietà di questa gente.
Un vescovo come Brigantini, nell’era di Papa Francesco, potrebbe avere dei problemi?
Non so come si comporterà Bergoglio quando si accorgerà di certi comportamenti, ma di sicuro il futuro di questa battaglia dipende anche da questo: quanto controllo ha il Papa su preti e vescovi? Non sappiamo ancora se lo seguiranno: anche perchè interrompere la connivenza, dopo secoli di ammiccamenti reciproci, non è semplice. E il coraggio non si vende alla Standa.
Cosa accadrebbe se Bergoglio riuscisse nell’impresa?
Una rivoluzione. A quel punto la reazione della mafia sarebbe imprevedibile. Potrebbero abbassare la testa e fermarsi, oppure andare allo scontro. La terza possibilità è che tentino di recuperare il dialogo mediando con i preti compiacenti.
La trattativa Stato-Mafia però è stata estorta con le bombe.
Credo che all’inizio la ‘ndrangheta tenterà la via più tradizionale, che è quella dei soldi. I mafiosi sono molto generosi coi prelati. E grandi donazioni comprano appoggi importanti tra chi amministra la Chiesa.
Il problema è che anche le mafie, storicamente, traggono consistenti vantaggi economici dal loro rapporto con il Vaticano.
Per questo lo strappo netto ancora non c’è stato. La decisione però va presa. La ‘ndrangheta sta aspettando: vuole vedere l’effetto che avrà questa protesta. La verità è che ancora non sappiamo, da tutte e due le parti, qual è la tenuta. Passerà qualche mese e poi sarà il silenzio o la resa dei conti.
Il ministro Alfano ha promesso che manderà 800 uomini in Calabria.
Li ha visti lei? Da quel che mi risulta non sono arrivati. Noi qui abbiamo bisogno di investigatori, di gente in grado di scrivere informative. Da dove li vuole prendere, questi uomini? Da Milano, da Napoli, da Palermo? Se il ministro pensa di mandare ragazzi freschi di scuola, ben vengano, ma non bastano certamente. La ‘ndrangheta la combattono l’intelligenza e soprattutto l’esperienza. Mi pare l’ennesima presa in giro ai calabresi.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
SEI MILIONI DI ITALIANI VIVONO ACCANTO A BOMBE ECOLOGICHE… STUDIO SENTIERI: + 90% DI TUMORI IN 10 ANNI
Ci siamo spesso occupati, e a ragione, della situazione di Taranto: inquinamento, morti, vite sequestrate dalle polveri, istituzioni prigioniere della propria inconsistenza, un rapporto perverso tra Stato e grandi aziende che sopravvive sull’equivoco della scelta obbligata tra vita e lavoro.
Eppure quel che abbiamo raccontato per Taranto può essere moltiplicato almeno per 57 (e questo senza tener conto dei siti militari).
Tecnicamente si chiamano SIN, siti di interesse nazionale: sono quel che resta di qualche decennio di industria chimica, di petrolio, di metallurgia, di una vecchia fiducia nel progresso buono di per sè.
Ora stanno lì, spesso abbandonati, e continuano in silenziosa osmosi a vendicarsi della terra che li ospita senza che nessuno – governo, regioni, privati – faccia niente.
Anzi no, per non generalizzare va detto che Mario Monti è riuscito a ridurli di ben 18 unità : non facendo le bonifiche, per carità , ma semplicemente affidando 18 bombe ecologiche alla cura delle regioni e togliendola a quella dello Stato .
Un pezzo di decrescita non proprio felice in quello che fu chiamato decreto Crescita. Fuori dalle magie burocratiche, però, fanno sempre 57 siti e – se si eccettua l’Acna di Cengio, in Liguria, e poco altro – non c’è uno di questi posti in cui si possa dire che siano iniziati davvero i lavori di messa in sicurezza del territorio
Non solo Taranto e Brindisi in Puglia, non solo Priolo e Gela in Sicilia, non solo Bagnoli o il martoriato litorale Domizio: ci sono Brescia, Mantova, Trieste, Trento, Massa Carrara, Milano e Sesto San Giovanni, Fidenza, Venezia, la laguna di Grado e decine di altri luoghi che l’immaginario collettivo non associa a disperazione e morte. La pianura padana e persino su fino alle Alpi sono punteggiate di Sin.
Circa sei milioni di italiani — facendo un conto a spanne — vivono in zone contaminate, in cui l’incidenza delle malattie è straordinariamente più rilevante che nel resto della penisola.
Un solo dato. L’ultimo aggiornamento dello studio Sentieri (acronimo che sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) rivela che nei Sin i tumori sono aumentati fino al 90% in soli dieci anni (almeno a stare ai dati dei 18 siti in cui esiste il Registro dei tumori, che pure sarebbe obbligatorio per legge).
Anche i ricoveri in eccesso aumentano esponenzialmente: a Milazzo (+55% per gli uomini e +24% per le donne) e a Taranto (+45 e +32), ma pure nella ricca Brescia dell’area Caffaro (+79 e +71%) e ai Laghi di Mantova (+84 e + 91), a pochi chilometri dalle dolcezze metafisiche del Festivaletteratura.
Di fronte a questi dati, correre a bonificare sarebbe una priorità morale, oltre che un obbligo di legge, eppure non c’è traccia di fretta nell’atteggiamento delle autorità .
I soldi pubblici sono pochi e spesso male usati (alla Procura di Palermo è aperta un’inchiesta sull’uso dei fondi europei per le bonifiche in Sicilia), i responsabili privati difficilmente pagano per i danni arrecati alla collettivita.
Forse il motivo risiede nel fatto che a scorrere l’elenco delle aziende coinvolte si trova un bel pezzo del capitalismo che opera in Italia: oltre all’Ilva, l’Eni (un po’ dovunque nella penisola), l’Enel, la Ies a Mantova, Thyssen Krup a Terni, Nuovo Pignone e Solvay in Toscana, Erg, Tamoil, Eternit, la Saras dei Moratti in Sardegna.
Di fronte a questa situazione “la reazione dei governi, invece di far rispettare la legge, è quella di cercare un’alleanza con la grande industria”, dice Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi italiani: “In una serie di provvedimenti si è cercato, con la scusa delle semplificazioni, di ridurre la portata del principio ‘chi inquina paga’, caricando sulla collettività spese che andrebbero sostenute da chi è responsabile del problema”. Enrico Letta tentò il colpo di mano diretto proprio sulle bonifiche dei Sin, ma pure il governo di Matteo Renzi non sembra essersi liberato dalla sindrome dell’appeasement con la grande industria: “Nell’ultimo decreto Ambiente firmato dall’attuale ministro Gian Luca Galletti — spiega Bonelli — si alzano i livelli tollerati di inquinamento per i siti militari col risultato che ora le bonifiche in molti posti si potrà evitare di farle addirittura per legge. E pure sugli scarichi in mare si consente di elevare i limiti in rapporto alla produzione: quando in futuro andremo a chiedere agli inquinatori di bonificare le acque, ci diranno che hanno inquinato a norma di legge”.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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