Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
“NOI VOGLIAMO ABOLIRE L’IMMUNITA’, LORO ESTENDERLA AI SENATORI: I CONSERVATORI NON SIAMO NOI, SONO I RENZIANI”
«Non c’è nessuna cospirazione, è tutto alla luce del sole ma non arretriamo sul Senato elettivo. Queste
riforme unite a una legge elettorale iper maggioritaria, si ispirano al modello Putin-Medvedev».
Paolo Corsini, senatore dem dissidente, ex sindaco di Brescia, storico, chiede più tempo per l’approdo in aula del Ddl Boschi e soprattutto cambiamenti radicali.
Corsini, vi mettete di traverso?
«Nessuna volontà di filibustering o boicottaggio. Ma ci dev’essere il tempo di vedere il testo conclusivo che esce dalla commissione Affari costituzionali. E l’elezione diretta del Senato è ben vista dalla maggioranza degli italiani come mostrano i sondaggi. Non costerebbe nulla scegliere questa soluzione: quando si votano i consiglieri regionali i cittadini elencano chi vogliono designare come senatori».
Voi dissidenti del Pd non arretrate?
«Assolutamente no. Non sarà sufficiente l’editto dell’Inquisitore Giorgio Tonini…».
Siete dei conservatori? È l’accusa che vi è stata mossa dal segretario-premier.
«Ma chi è davvero conservatore, chi vuole abolire l’immunità come noi o chi invece la vuole estendere anche ai nuovi senatori? Camera delle autonomie significa che il Senato si occupa di garanzie, di diritti civili: questo noi chiediamo. E chi è più conservatore di chi vuole conservare la pletora dei 630 deputati?».
Davvero lei pensa possa esserci una maggioranza anti Renzi e per il Senato elettivo?
«Non lo so, ma rivendico il diritto di ciascuno di esprimere la propria posizione in presenza di una legge costituzionale».
Alla fine lei voterebbe contro la riforma del Senato?
«Vediamo l’esito del dibattito in aula. Non si è mai visto in un paese liberal democratico un governo entrare così pesantemente nel merito di una legge costituzionale».
(da “La Repubblica“)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
PROMOSSI E BOCCIATI TRA GLI ONOREVOLI VIP: ERANO STATI INSERITI NELLE LISTE PERCHE’ NOTI AL GRANDE PUBBLICO…COSA STANNO COMBINANDO IN QUESTA LEGISLATURA?
Candidati eccellenti. O anche semplicemente famosi.
Famosi prima di diventare deputati, un po’ meno famosi una volta eletti. La pratica è antica, almeno quanto il mito della società civile.
Alle ultime elezioni il campione fu Mario Monti, che condì le grigie liste di Scelta Civica con due innesti che, come previsto, conquistarono i titoli dei giornali e che, unite al barboncino adottato in diretta tv nello studio di Daria Bignardi, rappresentarono il tentativo di archiviare l’immagine dei professori col loden.
Ecco dunque sbarcare in parlamento Valentina Vezzali, campionessa di scherma, e Edoardo Nesi, scrittore, che però presto abbandona Monti per il gruppo misto e Matteo Renzi.
Nesi non è alla prima esperienza politica, avendo già fatto, per qualche anno, l’assessore alla cultura a Prato.
Ma in Transatlantico non sembra così a suo agio. È assente una volta su tre. Non ha mai presentato un solo disegno di legge scritto di suo pugno, nè una risoluzione, neanche una mozione. Zero interrogazioni, zero interpellanze.
Due emendamenti, e due ordini del giorno, quelli sì, ma per questi, per ragioni d’aula, è arrivata la rinuncia alla votazione.
«Lasciamo perdere» dice poi off the record un volto noto di Scelta Civica, parlando di Valentina Vezzali. Nelle cronache politiche non compare mai, in effetti. E in parlamento si vede poco: neanche il 50 per cento di presenze.
Alle volte è assente e basta, altre Vezzali risulta in missione. In parte, come giusto, per la maternità ad inizio mandato. Poi, però, tra i permessi accordati dalla Camera, c’è anche quello per partecipare ai mondiali di scherma. Arriva l’oro, sì, ma anche tante polemiche.
Posato il fioretto ha presentato tredici disegni di legge. Come spesso accade nessuno è arrivato a destinazione, ma tutti o quasi si occupano di sport. Si va dalla previdenza e dalla maternità per gli atleti non professionisti, al diritto allo studio degli studenti che praticano attività sportiva agonistica.
Lo sport paga sempre. E per meriti sportivi il Pd ha candidato ed eletto, e poi fatto anche ministro dello sport e delle pari opportunità , la canoista Josefa Idem, in realtà già testata come assessore allo sport del comune di Ravenna.
Tralasciamo l’infelice esperienza al ministero, più breve della vita del governo Letta, conclusa nello scandalo dell’Imu evasa dopo neanche due mesi di mandato.
Come deputata ha solo il 20 per cento di assenze, ma non brilla per atti presentati.
È relatrice di un solo disegno di legge, che giace in commissione, sul limite al rinnovo dei mandati degli organi del Coni e delle federazioni sportive nazionali.
Niente disegni di legge a sua firma, e una sola interrogazione da prima firmataria. Un’interrogazione diretta a Matteo Renzi, appena depositata, affinchè il premier, giudicato evidentemente troppo occupato sul resto, rifletta sull’opportunità di nominare un «Ministra/o per le pari opportunità , o almeno di un Sottosegretario».
Come candidatura ad effetto il Pd, alle ultime politiche, pensò anche a Michela Marzano, professoressa di filosofia morale a Parigi.
La deputata non nasconde di sentirsi «un pesce fuor d’acqua», nel palazzo, e tornerebbe molto volentieri ai suoi studi di filosofia.
Nel mentre però fa il suo, o almeno va quasi sempre, con l’83 per cento di presenze, e ha presentato otto disegni di legge, occupandosi di procreazione assistita, fecondazione, pari opportunità e del riconoscimento della lingua dei segni.
Ha anche proposto di istituire il reato di «istigazione all’anoressia». Nessuna interrogazione, invece, e una sola interpellanza.
Non siamo più ai tempi della «dittatura dei mezzibusto», ai tempi di Piero Marrazzo e Piero Badaloni presidenti della regione Lazio, o di Lilly Gruber, ma se in Europa è stato eletto per un secondo mandato David Sassoli che sfoggia ancora, in campagna elettorale, le foto al desk del Tg1, ritratto dalla cintola in su, vuol dire che la carta funziona sempre.
E a due candidature civiche, entrambe per il Senato, aveva pensato Pier Luigi Bersani, alle elezioni 2013.
Massimo Mucchetti, dalle colonne del Corriere della Sera, al blindatissimo posto da capolista in Lombardia.
Con il 21 per cento di assenze è un parlamentare impegnato, presidente della commissione industria.
Comunica molto attraverso un sito illustrato a fumetti e non vota quasi mai in dissenso dal governo.
È il primo firmatario di un disegno di legge, assegnato in commissione ma non ancora discusso, sul conflitto d’interessi, per «considerare incompatibili con il mandato parlamentare coloro che risultano avere il controllo o l’esercizio di un’influenza dominante su una società di diritto privato» e che potrebbero esser tentati dall’«influenzare pro domo sua le decisioni del Parlamento e del Governo».
Non ha smesso di occuparsi di editoria e media, Mucchetti: rispetto al fondo per le aziende editoriali in crisi, una sua interrogazione chiedeva di «condizionare l’assegnazione dei contributi alla rinuncia a bonus, stock option e altre forma di aumento retributivo per i dirigenti».
Il suggerimento è stato accolto dal sottosegretario Luca Lotti, nell’ultimo decreto sull’editoria.
Oltre a Mucchetti il Pd nel 2013 candida anche Corradino Mineo, dalla direzione di Rainews24, finisce anche lui capolista, ma in Sicilia.
Rimosso dal partito dalla commissione affari costituzionali, Mineo, «dissidente», spina nel fianco di Matteo Renzi, è quasi sempre in aula con solo il 10 per cento di assenze, anche se si è occupato prevalentemente del lavoro di mediazione in commissione: «ora che non servo più lì, mi occuperò del lavoro d’aula» dice all’Espresso, non senza polemica.
Al momento però risulta primo firmatario di un solo disegno di legge, per l’istituzione della «giornata della legalità e della memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie», ed è relatore per un altro, presentato dal deputato Pd Walter Verini, ad un passo da diventare legge, sulle celebrazioni per il centenario della nascita dell’artista umbro Alberto Burri.
Due suoi emendamenti hanno però prodotto una definitiva modifica della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, contribuendo ad abbassare la soglia per le donazioni liberali, da duecentomila euro («mi sembrava pericoloso» dice) a centomila al massimo.
Destino simile, da dissidente, per l’altro direttore, con la passione però per Silvio Berlusconi. Augusto Minzolini è al suo primo mandato, e come Mineo sta giocando soprattutto la partita, tutta politica, delle riforme, sul senato elettivo.
E proprio sull’assetto di Camera e Senato, ha presentato il suo unico disegno di legge. Uno dei testi che si oppongono al disegno del governo e del ministro Maria Elena Boschi.
Dieci interrogazioni e tre interpellanze ha deposito Minzolini, autore anche di una quarantina di emendamenti, tutti sulla riforma del Senato. Tasso di presenza non altissimo, al pari di Nesi, poco sopra il 60 per cento.
Se il Pd ha candidato giornalisti e filosofi, Nichi Vendola ha puntato su un operaio, e ha portato in parlamento Giovanni Barozzino, simbolo della vertenza sullo stabilimento Fiat di Melfi.
Licenziato ingiustamente, ora Barozzino lavora alla Camera. E di lavoro si occupa, Barozzino, con 160 emendamenti, una decina di interrogazioni e 8 disegni di legge da primo firmatario, di cui uno solo però ha iniziato l’iter in commissione senza molte possibilità di approvazione, riguardando il «ripristino delle disposizioni in materia di reintegrazione nel posto di lavoro», l’articolo 18.
Luca Sappino
(da “L’Espresso”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
DA ANTONIO GRAMSCI A RENZI, GRAZIE ALLA PITONESSA?…. UNA MOSSA PER RINSALDARE IL PATTO DEL NAZARENO E L’ACCORDO SULLA LEGGE TRUFFA
Le spire della Pitonessa provano ad avvolgere il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. 
Daniela Santanchè ha chiesto di andare a vedere i conti dell’Unità . Con l’idea di presentare un’offerta di acquisto.
Lo spiffero, comparso sul sito Dagospia, è confermato all’HuffPost da fonti interne al giornale. Il contatto, secondo l’HuffPost, sarebbe scattato stamattina, ma al momento i conti non le sono stati mostrati.
Mentre è stato chiesto all’editore Fago di allegare alla sua proposta, ritenuta insufficiente dal liquidatore, un progetto industriale completo.
Sia come sia, è bastato il contatto a far salire sulle barricate una redazione già fiaccata da mesi di battaglie (senza stipendio).
Un membro del cdr ci va giù duro: “L’ipotesi di avere come editore la Santanchè è per noi un’ipotesi senza futuro”.
Pensiero che viene poi articolato in una nota ufficiale del sindacato interno dei giornalisti: “In merito alle indiscrezioni riguardanti un’offerta di Daniela Santanchè per rilevare l’Unità , il Cdr del giornale – si legge – informa che si tratta di un’ipotesi che non avrà alcun futuro. Da quanto ci dicono i liquidatori, la sola idea che questa testata possa andare a finire nelle mani di una esponente di Forza Italia è incompatibile con la storia del giornale e quindi con la sua valorizzazione”.
Per la serie: non vogliamo morire berlusconiani.
Ed è però proprio su questo terreno che le spire della Pitonessa si muovono in maniera furba e intelligente.
Perchè la manovra non sarebbe quella di spostare il quotidiano a destra. Ma di tenerlo a sinistra, facendone l’house organ di Renzi.
O meglio, del Patto del Nazareno.
Non a caso dell’operazione sarebbe al corrente Denis Verdini, il grande negoziatore del patto del Nazareno su mandato di Berlusconi, anche se fonti vicine all’interessato affermano che “Denis non ne sa assolutamente niente”.
Così come dell’operazione non ne sanno nulla nell’ambito dello staff del premier. Chissà .
Proprio oggi i giornalisti dell’Unità hanno inviato un accorato e appassionato video-appello al premier: “Matteo non abbandonarci”.
Ironie della sorte, proprio oggi è arrivata la telefonata della Santanchè.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
I DATI REALI SMENTISCONO LE BUGIE DEL GOVERNO: SI FERMERANNO A QUOTA 10.000… E IL LIVELLO DI SPECIALIZZAZIONE RICHIESTO E’ MOLTO BASSO
C’è un numero che toglie il sonno agli ottimisti dell’Expo.
È 3.738, ovvero il totale dei contratti fatti dalle aziende e finalizzati alla realizzazione dell’Esposizione universale che hanno riguardato 3.442 lavoratori e 1.519 imprese.
A meno di dieci mesi all’apertura dei padiglioni, le cifre sono ancora lontane dalle previsioni che qualcuno favoleggiava all’inizio: «L’Esposizione universale porterà 100mila posti di lavoro», erano le stime che circolavano tra gli addetti ai lavori.
Poi ridimensionate in «ci saranno 70mila nuove assunzioni».
Perfino i sindacati, che si dichiaravano cauti, parlavano di «20mila opportunità di lavoro».
A oggi però, secondo i dati dell’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Milano, le previsioni sono molto più magre.
La rilevazione dell’Osservatorio si basa su quanto dichiarato dalle aziende.
Queste devono per legge comunicare ogni avviamento alla Provincia di Milano, che ha quindi il controllo su tutte le nuove assunzioni.
Dal 2012 nella dichiarazione del datore di lavoro è stato inserito un quesito a cui dare risposta: bisogna «indicare se l’assunzione del lavoratore si riferisce ad attività finalizzata alla realizzazione di Expo 2015».
Così il monitoraggio dell’impatto sul mercato del lavoro avviene mese per mese. E a meno di due anni dal via alle rilevazioni, i numeri impongono una revisione delle stime iniziali. «Secondo le nostre previsioni – ha spiegato Graziano Gorla, segretario generale a Milano della Cgil – alla fine arriveremo a 9mila assunzioni, a cui si deve aggiungere una crescita dell’indotto che si aggira intorno alle 3mila assunzioni».
Il secondo elemento che desta qualche preoccupazione riguarda il profilo dei lavoratori che le aziende cercano: manovali, camerieri, carpentieri, telefonisti dei call center, magazzinieri, parrucchieri, aiuti cuoco.
«Tutte professioni nobili – aggiunge Gorla – ma che indicano un livello di specializzazione piuttosto basso».
Al primo posto dei settori più attivi sul mercato del lavoro in funzione Expo c’è quello della ristorazione e dell’alberghiero (15 per cento del totale), seguito dal turismo (14 per cento) e dal commercio (12 per cento).
L’edilizia è al quarto (10 per cento), mentre per trovare il manifatturiero bisogna scendere al quinto posto (9 per cento) al pari con le attività professionali.
Un panorama desolante, su cui però non tutti sono concordi nel ridimensionare l’impatto di Expo sul mercato del lavoro.
«È presto per tirare le somme – avverte Lanfranco Senn, economista e docente alla Bocconi – bisognerà anche valutare come l’Esposizione universale influirà sul mondo del lavoro in generale: in una prossima ricerca valuteremo come l’Expo stia rivitalizzando le imprese che sottoutilizzavano i propri dipendenti».
Questi dati sull’Expo si vanno a inserire in un quadro provinciale che mostra i primi timidi segnali di ripresa.
Dopo anni di riduzione del numero di assunzioni, nei primi cinque mesi dell’anno si è tornati a salire del 5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013: da gennaio a maggio i nuovi avviamenti sono stati 238.974 rispetto ai 226.012 dello scorso anno.
«Ma è presto per fare i salti di gioia – conclude Gorla – serve un progetto per stabilizzare questa ripresa: qui entra in gioco la politica e il suo ruolo in quello che sarà il futuro del sito Expo. Noi diciamo no allo stadio di calcio che non serve all’economia. E rilanciamo le nostre proposte: diventi un distretto legato al mondo dell’alimentare, dell’Ict e della ricerca».
Luca De Vito
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
IL LEADER DI SEL SMENTISCE LE INDISCREZIONI: “NON FACCIO LA VALIGIA”… MA LA SCISSIONE E’ UNA FERITA APERTA
Che fa? Se ne va davvero in Canada? I telefoni degli esponenti di Sel ieri sono stati roventi. Per tutta la
giornata.
Telefonate di iscritti e militanti che chiedono ragguagli. Il quesito riguarda Nichi Vendola che, secondo indiscrezioni di stampa, sarebbe pronto ad emigrare in Canada nel 2015, alla fine del suo mandato alla guida della Puglia.
Che Vendola ami il Canada non è un mistero: lì è nato il suo compagno Ed e spesso la coppia ci passa le vacanze.
Ma da qui ad emigrare il passo è molto lungo. Anche perchè in politica 10 mesi sono lunghissimi, ed è questo il tempo che Vendola ha ancora davanti come governatore.
Lui smentisce, con una certa nettezza: «Ho letto un racconto a me sconosciuto sul mio stato d’animo, di un leader depresso pronto a partire. Non è così », spiega da Bari.
«Il vostro presidente di Regione non è depresso, non ha fatto la valigia e non vuole andare a vivere in un altro posto che non sia questo. E poi in Canada fa troppo freddo…».
In Transatlantico la truppa di Sel è un po’ smarrita.
Ma chi lo conosce bene assicura che «ogni tanto Nichi ha di questi pensieri, magari avrebbe pure voglia di staccare dalla politica e dedicarsi alla scrittura e agli studi. Ne parla spesso, poi non lo fa mai…».
Quale sarebbe la ragione? «Non intende lasciare alla deriva la barca di Sel. Prima deve condurla in un porto sicuro, poi si vedrà », spiega un deputato.
Certo, la ferita provocata dalla scissione di Gennaro Migliore non è ancora sanata.
Nè Sel ha ancora trovato un equilibrio tra chi spinge verso Tsipras e chi vuole restare comunque ancorato a una sinistra di governo: una faglia che, pur sottotraccia, vive anche nella truppa “depurata” dai 12 transfughi che sono andati via nelle ultime settimane.
Tra molti deputati rimasti, infatti, un eccesso connubio con i partner della lista Tsipras viene visto come fumo negli occhi.
Oggi il gruppo della Camera si riunirà per scegliere il nuovo capogruppo.
In pole position c’è Arturo Scotto, 36 anni, campano, eletto per la prima volta in Parlamento nel 2006 con i Ds e poi uscito con Mussi al congresso di Firenze nel 2007.
Lui è uno dei pontieri che nelle scorse settimane aveva lavorato per far rientrare lo strappo con Migliore e gli altri. Il 12 luglio poi c’è la riunione dell’assemblea nazionale di Sel, la prima dopo lo strappo.
E il 19 la riunione a Roma dei comitati della lista Tsipras. Appuntamenti molto delicati per Sel che ha in cantiere una conferenza programmatica per l’autunno in cui vorrebbe rilanciare il proprio profilo di opposizione al governo Renzi ma da una prospettiva di «sinistra di governo». «Vendola in Canada? Una bufala incredibile, non c’è nulla di vero, anzi sarà più protagonista di prima», assicura Nicola Fratoianni, il coordinatore di Sel.
Del resto, in questi giorni, per il governatore sono arrivate buone notizie dalla Corte dei Conti sul governo della Puglia.
I bilanci regionali sono stati valutati positivamente dai magistrati contabili: «Sono stati rispettati gli equilibri di bilancio, il patto di stabilità interno ed i limiti legali d’indebitamento ».
Voti buoni anche sulla spesa pubblica, la capacità di riscossione fiscale e sul delicato capitolo della Sanità , dove «sono stati conseguiti significativi miglioramenti delle performance dell’intero sistema… si è passati da una situazione di disavanzo di 332 milioni di euro ad un saldo attivo di 3,9 milioni. Una boccata d’ossigeno per il governatore.
E anche, dicono i suoi, «una certificazione delle sue capacità di governo».
A.C.
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
NESSUNA INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI, IN PRIMO GRADO ERA STATO ASSOLTO DALL’ACCUSA DI FALSO IDEOLOGICO NELL’INCHIESTA SUL FINANZIAMENTO REGIONALE ALLA COOPERATIVA DEL FRATELLO… ORA DECIDERA’ LA CASSAZIONE, MA LUI LASCIA PER COERENZA
Il governatore Vasco Errani si dimette dopo la sentenza di appello Terremerse che lo vede condannato a un anno con la condizionale per falso ideologico.
Un anno a lui, un anno e due mesi con la condizionale per i due funzionari della Regione Valtiero Mazzotti e Filomena Terzini.
L’avvocato Alessandro Gamberini, difensore del governatore commenta a caldo: “Sentenza sconcertante”, e annuncia il ricorso in Cassazione.
Il giudizio è arrivato in rito abbreviato. Non è prevista alcuna interdizione dai pubblici uffici.
La sua dichiarazione: “Davanti a tutto l’onore della Regione”. E’ un momento di amarezza. Ma per prima cosa non parlo di me. Parlo della Regione, perchè il mio compito è tutelare l’istituzione, il suo onore, la realtà pulita e di esempio a tanti che è questa Emilia-Romagna. Ho sempre messo l’istituzione davanti ad ogni altra considerazione – a me stesso – e non cambio ora. Non si faccia nessuna confusione: quanto subisco io personalmente non diventi fango per l’istituzione. Per questo intendo rassegnare subito le mie dimissioni, e nel farlo rivendico il mio impegno e la mia onestà lungo tutti questi anni. E la mia piena innocenza anche in questo fatto specifico. Piena innocenza. Dunque annuncio subito che presenterò ricorso affinchè prevalga questa semplice verità . Le mie dimissioni sono dunque puramente un gesto di responsabilità . Ad esse unisco il ringraziamento a collaboratori, istituzioni, organi dello Stato, forze sociali ed economiche, perchè con tutti c’è stata una collaborazione significativa e costruttiva. A tutti, ancora grazie ed un augurio di buon lavoro”.
Secondo la Procura Errani aveva istigato i due funzionari della Regione a commettere il falso. Per i due pena più alta perchè è stato considerato anche il favoreggiamento, che è decaduto nel caso di Vasco Errani perchè rivolto nei confronti del fratello Giovanni. Appena conosciuta la sentenza il difensore ha telefonato al governatore: “Le comunicazioni che farà le ascolterete direttamente da lui”.
Il processo Terremerse.
La Procura aveva chiesto due anni. Errani, già¡ assolto in primo grado nel novembre 2012, era accusato di falso ideologico nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dal procuratore Roberto Alfonso e dal pm Antonella Scandellari sulla coop Terremerse. Una inchiesta in cui è a processo per truffa il fratello Giovanni, che della coop era stato presidente.
La vicenda nacque con l’accusa rivolta dal Giornale a Errani di aver favorito la coop del fratello, he aveva chiesto un finanziamento di un milione di euro alla Regione per la creazione di una cantina a Imola, cantina che però non era stata finita entro il termine indicato dal bando.
In risposta alle accuse, Errani decise di inviare in procura una lettera di presentazione di una relazione fatta fare ai suoi uffici in cui veniva affermato che tutta la procedura era stata regolare.
Ma quando le indagini della Finanza appurarono che invece ciò non era vero, al termine dell’inchiesta per truffa contro Giovanni Errani, funzionari regionali e tecnici, la procura ha pensato di indagare anche il presidente Errani, nell’ipotesi che avesse voluto depistare le indagini inducendo i funzionari Valtiero Mazzotti e Filomena Terzini a raccontare il falso.
La difesa ha invece sostenuto che quella lettera di Errani, oltre a non voler mettere fuori pista nessuno, è stata proprio un esposto che ha permesso di iniziare le indagini.
“Ricorso in Cassazione”.
“Verranno lette le motivazioni; è giusto attenderle per capire come ha ragionato la Corte. Rimango del parere che avevo espresso in primo grado: Vasco Errani è innocente in questa vicenda, non c’era niente che provasse alcuna forma di istigazione a fare il falso”, è il commento del difensore di Errani, Gamberini. Quindi “ricorreremo in Cassazione e faremo in modo che venga dimostrata questa innocenza come era stata peraltro dimostrata in primo grado”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
MALUMORI NEL PARTITO: “SIAMO PASSATI DAL FAMILY DAY AL FAMILY GAY”…LA SANTANCHE’: “PER ME SAREBBE COME ISCRIVERMI ALLA FIOM”
C’è anche la battaglia di Francesca Pascale a favore dei diritti delle coppie “omo” ad accrescere il
malessere dei senatori di Forza Italia.
Oggi la fidanzata di Berlusconi ritirerà a Napoli la tessera dell’Arci-gay, accompagnata da Alessandro Cecchi Paone.
E tra i senatori azzurri, sopratutto tra quelli passati dal Boia di molla al Menomale che Silvio c’è è un florilegio di battute, a dire il vero un po’ maschiliste: “Siamo passati dal Family day al Family gay. Dove andremo a finire di questo passo non si sa”
Al fondo c’è certamente l’atteggiamento machista di chi amava di più il Capo di un partito di centrodestra che, ai tempi degli scandali, regalava nei suoi comizi chicche tipo: “Meglio puttaniere che gay”.
E c’è che, in un partito di destra, l’Arcigay è una bestemmia. Daniela Santanchè ci va già dura: “E’ una scelta individuale – dice nel corso della sua partecipazione ad Agorà – per me sarebbe come iscrivermi alla Fiom”.
Insomma, alla vigilia del voto sul Senato, la questione “omo” è benzina sul malessere non irrilevante tra i gruppi parlamentari e Arcore.
E non è un caso che, nelle ultime ore, i senatori in bilico sul voto alle riforme siano stati contattati uno ad uno da Gianni Letta, l’uomo delle missioni delicati: “Caro sono Gianni, come stai?”.
Letta è un politico navigato e sa bene che il dissenso su una questione specifica, come il Senato, si può riassorbire.
Mentre il malessere è un sentimento che porta a esiti imprevedibili.
E il malessere è dovuto a tante ragioni, ma proprio sul voto sulle riforme potrebbe trovare sfogo
Per questo Letta ha iniziato a coccolare quei 25 senatori tentati da far saltare delle riforme perchè si sentono esclusi, snobbati, perchè magari sono mesi che chiedono udienza al Capo e non hanno ricevuto una telefonata mentre ora arriva l’ordine di votare senza se e senza ma una riforma indigeribile solo perchè “Berlusconi pensa a tutelare Mediaset sacrificando il partito sull’altare di Renzi”.
Proprio per provare a ricompattare il gruppo in vista del voto è assai probabile che mercoledì (domani) si svolgerà la famosa riunione, prima annunciata, poi sconvocata e ormai diventata un giall
Ecco, malcontento. Legato a tanti fattori.
I calcoli meschini di chi pensa che insabbiando le riforme si arriva al 2018 (e quindi ci sono altri anni di stipendi garantiti) mentre se passano si va al voto la prossima primavera.
Malcontento accresciuto negli ultimi giorni dalla vicenda del “recupero crediti”. Come ha scritto Ugo Magri sulla Stampa, tra i parlamentari azzurri in pochi hanno versato al partito in questi anni. Ora è stato intimato di provvedere perchè gli stipendi sono a rischio: “L’incarico di battere cassa — scrive la Stampa – compete all’onnipotente Mariarosaria Rossi, donna di polso alla quale non manca il know-how (è imprenditrice proprio nel ramo del “recupero crediti”). I pochi senatori in regola plaudono all’iniziativa. I tanti morosi invece si stanno domandando, molto prosaicamente, che senso abbia scucire circa 40 mila euro per uno scranno così traballante. Da cui verranno sloggiati, non appena completate le riforme, per far posto a sindaci e a consiglieri regionali…”.
E quindi qualcuno medita di passare al gruppo misto.
Dopo i soldi il Family gay di Francesca.
Un senatore la mette così, per svelare il sentimento: “Ci sono tanti modi per finire, ma non si può finire così parlando di cani, dentiere e froci”.
Con Berlusconi inabissato nelle sue vicende giudiziarie e concentrato solo su come garantire l’azienda nell’era Renzi — la dichiarazione di Piersilvio è emblematica — la narrazione pubblica è scandita dalle trovate della Pascale.
Secondo i maligni si starebbe ritagliando un ruolo a la “Evita Peron della fine del berlusconismo”.
A corte invece spiegano che pure il Corriere della sera di due giorni fa ha pubblicato un sondaggio che attesta come gli italiani siano favorevoli alle unioni di fatto delle coppie omo.
Così come gli italiani, secondo i sondaggi sono animalisti. Peccato che i voti non siano arrivati: “Ma andiamo… – prosegue il senatore sboccacciato e maschilista — ‘sto cane, Dudù sta sulle scatole agli italiani perchè è un cane viziato. Mo’ l’Arcigay, tutta sta storia sta sulle scatole pure a me. Ma Berlusconi, dove è?”
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN BILICO LA RIUNIONE DI OGGI, TANTI GLI INDECISI… MALUMORI ANCHE PER LA RICHIESTA DI CONTRIBUIRE AL ROSSO IN CASSA: CHIESTI 30-40.000 A PARLAMENTARE
Balla l’assemblea dei gruppi, ma balla pericolosamente anche Forza Italia.
In vista del voto del Senato sulle riforme, che con ogni probabilità slitterà alla prossima settimana, il partito ribolle e il disagio cresce.
Non è solo il merito della riforma del Senato – la non elettività che è sentita come un vulnus insopportabile – ad agitare le acque nel partito, ma un complesso di fattori che stanno portando la tensione a un pericoloso livello di guardia.
Tanto che in queste ore sono partite a raffica le telefonate di un Silvio Berlusconi sempre più infastidito e incupito per le sue vicende giudiziarie (oggi arriverà anche il verdetto Mediatrade sul figlio Piersilvio), di Gianni Letta e di Denis Verdini ai vari senatori inquieti che potrebbero votare contro le riforme in Senato.
Il fine è quello di convincere il maggior numero di parlamentari a non mettersi di traverso.
Con argomenti («Non si poteva in questa fase fare di più»), lusinghe, promesse e mozioni degli affetti.
È probabile che l’operazione funzioni e porti al rientro di buona parte dei dissidenti, di sicuro non Augusto Minzolini che avverte che non voterà la riforma «nemmeno se mi telefona e me lo chiede Berlusconi».
Ma non c’è dubbio che il malumore non può essere sottovalutato, per gli effetti immediati e futuri, nonostante Berlusconi mal sopporti «queste continue divisioni». Anche per questo non si sa ancora se si terrà oppure no la seconda puntata della riunione dei gruppi sospesa giovedì scorso e rimandata ufficialmente ad oggi.
Le convocazioni non sono partite e dunque per oggi è improbabile che si tenga, si parla di domani, ma il rischio che si trasformi in un nuovo sfogatoio è alto e i dubbi sul tenerla o meno sono moltissimi nell’entourage del Cavaliere.
Sì perchè a rendere caldissimo il clima non c’è solo la questione Senato, ma tanti altri fattori di scontento.
Non strombazzato ma più che reale è il disagio per la richiesta perentoria arrivata dall’amministrazione del partito (guidata dalla Rossi) di restituire le somme dovute per la campagna elettorale, più le quote mensili che molti non hanno mai versato. Cifre da 30- 40 mila euro che molti dichiarano di «non avere», e che altri comunque sono restii a concedere ad un partito nel quale «le ricandidature poi si decideranno nel cerchio magico di Arcore, senza nessuna garanzia…».
Insomma, il problema c’è, come d’altronde c’è quello del finanziamento, sempre più impellente, se è vero che domani sera si terrà a Roma una cena di fundraising con Berlusconi, alla quale i parlamentari sono praticamente costretti a partecipare pagando somme notevoli per ogni tavolo (sembra diecimila euro, da dividere poi tra gli altri commensali che riusciranno a coinvolgere).
Se a questo si aggiungono i tanti mugugni per l’attivismo di Francesca Pascale su un fronte delicato come quello dei diritti degli omosessuali – oggi sarà a Napoli ad iscriversi alla sezione cittadina dell’Arcigay, dopo aver preso già la tessera dei Gaylib – si capisce come le spine siano tante: «Si arrabbieranno i campani per lo sfondamento nel loro territorio, e tutti i tradizionalisti per la linea su cui ci sta portando…», prevede un senatore.
Sullo sfondo, restano due temi: lo «schiacciamento» su Renzi, come lo definisce Renato Brunetta che, pur dichiarandosi fedele a Berlusconi, avverte che è una posizione che il nostro elettorato non capisce», e la gestione del partito su temi così delicati in questo momento.
Raffaele Fitto, pur restando in silenzio, è tra coloro che non stanno affatto condividendo nè la linea sulle riforme, nè la sottovalutazione del malessere rispetto al rapporto con Renzi. E nei prossimi giorni le sue mosse conteranno.
La previsione è che alla fine il voto sulle riforme ci sarà , ma tra i «5-6 dissidenti che voteranno contro», secondo Verdini, e la «ventina» che prevedono altri, c’è il senso di una miccia che potrebbe esplodere da un momento all’altro.
Nel partito, ancora prima che in Parlamento.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
I SENATORI DISSIDENTI SALGONO A 27 SU 59
La fronda dei parlamentari azzurri nei confronti riforma del Senato è una puntura di spillo per un
Silvio Berlusconi che ha già un diavolo per capello.
Quello che preoccupa di più l’ex Cavaliere in queste ore, infatti, sono, come al solito, i processi.
Quello di Piersilvio su Mediatrade, la cui sentenza è prevista per oggi, e il secondo grado di Ruby in arrivo il 18 luglio.
Chi ci ha parlato racconta di un Berlusconi teso come una corda di violino.
Per questo motivo l’ex premier ascolta chi gli “resoconta” le fibrillazioni dei suoi a Palazzo Madama con fastidio.
Il leader di Forza Italia ha una sola necessità : quella di mostrarsi affidabile agli occhi di Renzi sul patto del Nazareno.
Ovvero il tubicino di ossigeno che gli consente di restare politicamente in vita. Specialmente se, come si suppone, arriverà una condanna all’appello per Ruby.
Un patto, quello col premier, da cui l’ex Cav si aspetta diverse contropartite: una riforma della giustizia non ostile e, magari, un accordo sul nome del futuro Presidente della Repubblica.
Perchè, se Giorgio Napolitano non concederà mai la grazia a Berlusconi, il prossimo capo dello Stato chissà …
Ecco perchè il leader azzurro si irrita appena sente la parola “frondista”.
Al momento a Palazzo Madama i ribelli sono tra 26 e 30. Meno dei 37 che firmarono il documento di Augusto Minzolini, ma comunque tanti.
Quasi la metà del gruppo, che ne conta 59. A guidare la pattuglia è l’ex direttore del Tg1. “Renzi sembra Breznev e Napolitano tace”, ha detto ieri il senatore ribelle.
Il capo dello Stato deve averlo ascoltato, vista la nota diffusa in serata, anche se le sue parole vanno in senso contrario a quello sperato da Minzolini.
Resta da vedere, però, quanti frondisti avranno poi il coraggio di votare contro in Aula.
“Alla fine a dire no saranno 4 o 5”, raccontano dal gruppo forzista a Palazzo Madama. “Altrimenti si tratterebbe di una spaccatura al pari di quella di Alfano. Per loro significherebbe mettersi fuori dal partito”.
Nel frattempo per il Senato spunta anche il “lodo Brunetta”, scritto dal costituzionalista Giovanni Guzzetta: a Palazzo Madama potrebbero entrare i consiglieri regionali che hanno raggiunto il maggior numero di preferenze.
La proposta, però, è già stata bocciata dalla coppia Renzi-Boschi: non si può fare perchè non si può mettere la parola preferenze in Costituzione.
I tempi della riforma, intanto, si allungano: mercoledì il testo sarà licenziato dalla commissione e poi verrà incardinato in Aula.
Paolo Romani, quindi, avrà più tempo per far rientrare la fronda. “Certo, se non ci riesce, il suo posto da capogruppo traballa”, si sussurra a Palazzo Madama.
L’asticella sotto cui Renzi e Berlusconi non possono scendere è quella dei due terzi. Ovvero 214 senatori su 320.
Questo è il margine di tenuta del patto del Nazareno.
Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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