Destra di Popolo.net

STAI SERENA, TI PROTEGGERO’ IO

Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile

UOMINI D’ALTRI TEMPI

C’è un video rubato all’intimità  di una coppia che sta spopolando sul web, con oltre mezzo milione di contatti durante l’ultimo fine settimana.
Loro sono taiwanesi dai nomi occidentali: Anita e Alston.
Anita è graziosa, ancorchè molto timida e spaventata.
Guarda Alston come se fosse la sua ultima speranza di salvezza su questa terra.
Esiste evento più straordinario di una femmina che si abbandona con fiducia a un maschio?
Sì: un maschio che non tradisce la sua fiducia. E questo maschio è Alston.
Scruta la compagna negli occhi e con tono serio ma dolce le sussurra: «Non hai niente di cui preoccuparti. Ti proteggerò io».
Ti proteggerò io. Ho ricontrollato il video perchè volevo essere sicuro che non si trattasse di una voce fuori campo aggiunta a bella posta per risollevare le sorti claudicanti della reputazione maschile.
Invece Alston l’ha detto davvero: e non lo si capisce tanto dalla sovrascritta in inglese («I’ll protect you») ma dalla faccia di lei.
Improvvisamente spianata, ripulita da tutte le paure.
Anita si fa addirittura baldanzosa e chiede ad Alston di abbracciarla, ma lui è un gentleman d’altri tempi e non intende approfittare dello smarrimento momentaneo della sua dama.
Sorride e ricusa l’invito con una battuta, premurandosi però di ribadire la sua vicinanza: «Ti ho detto di non preoccuparti. Ti proteggerò io».
Fa bene al cuore scoprire che esistono ancora dei maschi così.
Ma prima che le lettrici si facciano soverchie illusioni, credo sia necessario precisare che Alston ha quattro anni e Anita è la sua compagna di banco all’asilo, agitata per l’assenza della mamma.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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DALL’ANATEMA AI DIECI SÌ: L’ASSE CASALEGGIO-DI MAIO COSTRINGE GRILLO A DIALOGO

Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile

COME IL TANDEM DEI “TRATTATIVISTI” OTTIENE IL CAMBIO DI ROTTA

L’inimmaginabile si consuma tra le tende di broccato e le tele antiche dello studio di Luigi Di Maio.
In un pomeriggio rivoluzionario, il Movimento cinque stelle pronuncia “dieci sì” al Pd sulla riforma elettorale, mentre il vicepresidente della Camera assume fragorosamente il comando dei pentastellati.
In poche ore, al culmine di un confuso ping pong di accelerazioni e frenate, Gianroberto Casaleggio impone la linea del confronto, piegando Beppe Grillo e mortificando la sua furia telefonica.
L’epicentro del caos è il quartier generale di Di Maio.
È ancora mattino quando il Pd annulla con una nota del capogruppo l’atteso streaming sulle riforme. Serve una risposta scritta, segnalano i democratici. Lo staff comunicazione del Movimento entra in fibrillazione, si decide di convocare al volo una conferenza stampa.
Senza Grillo, che pure qualcuno nel Movimento segnala in arrivo a Roma. «Nessuna spaccatura», ordina il guru.
Di fronte ai giornalisti, Di Maio si dice «esterrefatto» dal Pd e giura che d’ora in avanti parlerà  solo con Renzi.
Non ribalta il tavolo, però, perchè questa è la linea del cerchio magico: «Non vogliamo farlo saltare», giura il “reggente”. Come gesto di buona volontà , anzi, i grillini compiono una mossa che complica lo schema del Pd: elencano i dieci sì al confronto, ipotizzano una legge elettorale con il ballottaggio che assegna alla lista vincente il 52% dei seggi.
Per il primo turno suggeriscono proporzionale puro e preferenze.
Pochi minuti e il vicesegretario Lorenzo Guerini lascia intravedere un spiraglio per riaprire la trattativa. È in quel preciso istante che, come un fulmine, si scarica l’ira di Grillo.
Improvvisa, spazza via ogni velleità  di dialogo: «Un confronto democratico e trasparente è oggi impossibile ».
Peggio, i grillini «non possono essere trattati come dei paria da sbruffoni della democrazia. Abbraccio i ragazzi che si sono fatti prendere in giro da questi falsi e ipocriti che parlano di 10 punti, del documento… Da consegnare a casa di chi?». L’ultimo ragionamento è un grido di battaglia: «Non concediamo più un millimetro. Basta, adesso opposizione vera e dura. Stiamo scivolando lentamente verso una dittatura a norma di legge».
La base, in rivolta fin dal mattino sul blog e infuriata con i dem, esulta.
Come i falchi: «Abbiamo avuto fin troppa pazienza – dice del Pd Andrea Colletti – noi possiamo stare al tavolo fino a un certo limite, che è stato però valicato».
Tutto finito? Neanche per idea.
Il Movimento vive ore drammatiche, Di Maio chiama a raccolta alcuni fedelissimi come Danilo Toninelli, Ilaria Loquenzi e Silvia Virgulti. Rocco Casalino chiude a chiave la porta. La tensione è altissima, il telefono bollente.
Il vicepresidente, maniche di camicia arrotolate, concorda con il guru la correzione di rotta del comico genovese. Sentono anche Beppe.
Poco dopo sul blog – scopre l’Espresso – scompare per un po’ la parte più dura dello stenografico del leader.
E si assiste a una retromarcia bruschissima: «Il M5S ha il dovere di migliorare la legge elettorale e ci proverà  fino in fondo. Tra il mio intervento e la conferenza stampa di Di Maio non vi sono contraddizioni».
Ci sono, invece. Ed esplodono a sera, quando dopo un lavoro certosino affidato ad Aldo Giannuli, arrivano le dieci risposte a Renzi: «Così il Pd non avrà  più alibi». Preventiva, arriva pure la precisazione: «Non c’è contraddizione fra il gruppo e Grillo».
La fotografia della rivoluzione consumata tra i pentastellati non sfugge però a nessuno: «Per me Luigi ha segnato un punto – sostiene l’avversario-amico Roberto Giachetti – costringendo Grillo a fare marcia indietro».
La pattuglia parlamentare assiste allibita, disorientata. Tacciono i legionari della prima ora. Ma mugugnano, soprattutto quando a sera scoprono che Di Maio è ospite di Mentana in Tv.
Eppure Beppe aveva ”scomunicato” il piccolo schermo solo pochi giorni prima.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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IL M5S VUOLE ROMPERE IL PATTO PD-FORZA ITALIA. MA RISCHIA DI SPACCARSI

Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile

LA “STRATEGIA DEL CUNEO” E’ UN GIOCO D’AZZARDO

Lo scarto di Beppe Grillo contro il Pd per l’annullamento dell’incontro di ieri non deve sorprendere.
Dimostra che il Movimento 5 Stelle non è passato «dalla protesta alla proposta», come suggeriva il suo capo nei giorni scorsi.
Persegue piuttosto il suo progetto di destabilizzazione con altri mezzi, in apparenza più suadenti e disponibili. Ma proprio per questo non bisogna meravigliarsi nemmeno se nei prossimi giorni Grillo tornerà  alla carica con una miscela di insulti e di aperture.
Sta tentando una «strategia del cuneo» per inserirsi in tutte le possibili crepe dell’asse istituzionale tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Non è riuscito a farlo saltare col muro contro muro, e prova con un altro metodo.
Per questo, dopo avere tuonato contro gli «sbruffoni della democrazia» ed evocato una «dittatura a norma di legge» instaurata dal premier, Grillo si è affrettato a dire che il dialogo rimane aperto; e a negare contraddizioni col vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, più possibilista.
La verità  è che la richiesta di proposte scritte arrivata da Renzi ha spiazzato un M5S che già  si preparava a offrire una riforma elettorale «in cento giorni»: quasi una competizione sulla velocità  col presidente del Consiglio.
L’altolà  di Palazzo Chigi, invece, ha fatto riemergere le pulsioni di Grillo. Ma si sono rivelate un boomerang. Scoprono infatti il nervosismo di un capo che sa quanto il suo movimento sia percorso da malumori sia sui suoi metodi, sia sulla politica verso il governo; e che dopo le europee vuole smentire l’immagine di un voto al M5S inutile, perchè si autoesclude da ogni gioco.
Per questo, seppure strumentale e tardiva, la «strategia del cuneo» è destinata a durare; e lo schiaffo ricevuto dal Pd tende a essere ridimensionato.
La preoccupazione di Grillo è di «esserci»: soprattutto se la legislatura durerà . «Le porte per una discussione sulla legge elettorale per il M5S sono sempre aperte, nè mai le ha chiuse nonostante continue provocazioni», ha dichiarato dopo parole di guerra totale.
Al punto che Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, ha rimarcato lo «stato confusionale» del M5S.
Grillo ritenterà  l’aggancio, ma dopo quanto è accaduto, la manovra risulta meno credibile.
Lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano, invita a non perdersi in mediazioni inconcludenti. D’altronde, in apparenza Grillo si offre come sponda a Renzi e Berlusconi.
In realtà , i suoi veri interlocutori sono gli avversari del premier e di Berlusconi.
Vengono offerti un’alleanza voti di ricambio a quanti vogliono affossare il patto Renzi-Berlusconi ma temono di ritrovarsi isolati. Non solo.
La proposta di Grillo va letta anche nella prospettiva delle votazioni per il Quirinale, se e quando ci saranno: prevedibilmente il prossimo anno.
Anche lì, il tentativo è di incunearsi in qualsiasi accordo abbozzato dalla maggioranza delle riforme istituzionali; e sparigliare, offrendo le sue truppe parlamentari per candidature alternative.
Ma è un gioco d’azzardo, che sopravvaluta la compattezza del M5S.
Alla fine, Grillo potrebbe rendersi conto che il suo cuneo non ha funzionato; e, partito per spaccare, ritrovarsi spaccato.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera”)

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VAGHE STELLE DEL GRILLISMO

Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile

L’ALTALENA E’ UN GIOCO INFANTILE: PRIMA O POI BISOGNA SCENDERE E CRESCERE

Ci ha pensato la voce barbuta di Beppe Grillo a suggellare i negoziati con Matteo Renzi e il Partito democratico sulla riforma della legge elettorale.
Quelli che, fino a ieri, erano interlocutori affidabili («Noi parliamo solo con Renzi») sono diventati, di colpo, avversari biechi e autoritari («Renzi è un ebetino, anzi un ebetone», «criminalità  organizzata di stampo democratico», «una dittatura a norma di legge», «sbruffoni della democrazia», «vigliacchi, ipocriti e falsi»: il tutto in 1 minuto e 18 secondi).
Finale melodrammatico, ma istruttivo.
Il Movimento 5 Stelle, per adesso, funziona così. Alterna toni concilianti e insulti, proposte ragionevoli e accuse scomposte. Il pretesto di quest’ultimo scontro non è importante. Se basta un disaccordo sulle preferenze o una lettera non spedita per scatenare tanta furia, non si va lontano. Serve poco che Luigi Di Maio, poi, tenti di incollare i cocci: «Beppe ha il diritto di arrabbiarsi. Ma la proposta di dialogo è sempre aperta».
Certi toni, per quanto sgradevoli, possono servire finchè si tratta di intercettare il malumore (in Italia ce n’è tanto, e giustificato).
Ma non aiutano a costruire un’opposizione, quindi un’alternativa, di cui c’è bisogno. Lo dimostra il voto di maggio.
Il 41% raccolto dal Pd – nessuno dei 186 partiti in lizza alle Europee ha fatto meglio, ricorda il Financial Times – è certo un’apertura di credito verso il governo e una prova di fiducia verso Renzi. Ma è anche una prova di sfiducia verso i suoi avversari, nessuno escluso.
Beppe Grillo, finalmente uscito dalla fase catatonica post elettorale, deve rendersene conto, e informare il suo stato maggiore.
Chi, ogni tanto, sa stupire, affascina; chi stupisce ogni giorno irrita e stanca. L’elenco delle capriole pentastellate è lungo, e non riguarda solo i rapporti con il Pd, partiti male fin dall’arrogante streaming con uno stremato Bersani.
Ci limitiamo alle più spettacolari.
Il 10 luglio 2013 Grillo (accompagnato da Casaleggio e dai capigruppo alla Camera e al Senato) incontrava Giorgio Napolitano al Quirinale.
Uscendo parlava di un «incontro molto piacevole», in cui «la situazione è stata condivisa dal presidente».
Il 30 gennaio 2014 il M5S chiedeva l’impeachment del capo dello Stato per il reato di attentato alla Costituzione. Lo scorso 4 luglio Debora Billi, responsabile web (!) dei Cinquestelle a Montecitorio, twittava: «Se ne è andato Giorgio. Quello sbagliato. #faletti». Poi si scusava su Facebook.
Il 13 maggio Beppe Grillo tuonava contro Expo: «Va fermata, è un’associazione a delinquere!». Ieri, 7 luglio, il gruppo lombardo del M5S ha incontrato il commissario di Expo, Giuseppe Sala, «per avere aggiornamenti dal diretto responsabile in merito allo stato attuale di avanzamento dei lavori, del numero di occupati e della contrattualistica dei volontari».
Potremmo continuare, ma è chiaro. Quello di Grillo è un movimento in altalena: spinte eccessive e frenate improvvise spaventano gli attivisti (di qui le scomuniche e le espulsioni), confondono i simpatizzanti, esasperano gli avversari politici.
Ma l’altalena, per quanto eccitante, resta un gioco infantile.
Prima o poi bisogna scendere, e crescere.

Beppe Severgnini
(da “il Corriere della Sera“)

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LA RETE IDRICA. TRA QUALITA’, SALUTE, PRIVATIZZAZIONE E RILANCIO

Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile

L’OPINIONE DI SALVATORE CASTELLO, PRESIDENTE DI “RIGHT BLU”, SULLA GESTIONE DEL BENE ACQUA

Ci sono argomenti che s’appalesano oggettivamente “divisivi” e che suscitano sempre grandi discussioni.
Normalmente, quando li si affronta, ci si attesta sulle pseudo-posizioni di “nicchia”, pronti a battagliare anche con la mera demagogia — anzi, soprattutto con quella – pur di difendere la “categoria di appartenenza o di rappresentanza” ovvero, ancora, l’elettorato di riferimento perchè, alla fin fine, ciò a cui sterilmente si tende è la conservazione delle rendite di posizione o dello pseudo-consenso a “basso costo”.
Ma le   innovazioni e le “rivoluzioni culturali” richiedono audacia, coraggio ed una pregnante
capacità  di saper andare al di là  dello sterile immobilismo, perchè il fine ultimo è il bene collettivo, non certo quello dei gruppi dirigenti.
E allora giusto parlarne, giusto rifletterci, etico e “saggio” ragionarci…
Uno di questi temi “sensibili” è sicuramente quello “dell’acqua”, anzi, per meglio dire, della gestione della rete idrica
Tutte le volte che anche solo si “lambisce” l’argomento, da un lato assistiamo al solito qualunquismo di sinistra (“l’acqua è un bene di tutti non si può privatizzare!”), dall’altro all’immobilismo concettuale di un certo centrodestra (“no, per carità : altri appalti selvaggi? E poi c’è la Mafia, la corruzione. E poi c’è lo Stato ladrone. No, non si può fare”).
Sinceramente trovo quelle censure sempre sterili e prive di sostanza
La privatizzazione in parola, infatti, non lambirebbe nemmeno minimamente il concetto di base
(l’acqua è un “bene pubblico” e tale resterebbe), ma riguarderebbe esclusivamente “il sistema di fornitura idrica”, dagli impianti alla stessa gestione operativa.
Anzi, proprio perchè pubblico, proprio perchè bene essenziale per la vita e l’esistenza di tutti, oltre che per la stessa produzione nazionale, il “bene acqua” dovrebbe ricevere adeguata tutela e adeguata gestione, e solo una sana politica gestionale affidata “all’esterno”, con la supervisione dello Stato, potrebbe seriamente assicurarla.
Oggettivamente lo Stato, come le amministrazioni locali, versano in una condizione di palmare incapacità  nel far fronte alle spese di gestione e di manutenzione del sistema idrico e molti impianti sono vecchi, abbandonati a loro stessi ed anche a rischio di non conformità  ai parametri e requisiti frattanto esplicitati a livello Europeo in materia di sicurezza e prevenzione per la salute dei consumatori.
Il loro rifacimento sarebbe oltremodo costoso e difficoltoso, soprattutto da parte di uno Stato Apparato fatto di reiterati e continuati sprechi. Dalla Scuola alla Sanità , ad esempio, si assiste ad un degrado sempre più crescente: scarso investimento in termini di ammodernamento strutturale; scarsa capacità  nell’implementazione di programmi gestionali nel tempo; incapacità  di saper disegnare un domani di effettiva efficacia, efficienza e grandezza. Ma, soprattutto, carenza di qualità  proprio nel merito…
Ma ritornando al tema, la privatizzazione e la liberalizzazione della gestione delle reti idriche, con la previsione/istituzione di un organo di supervisione dello Stato: 1) realizzerebbe una evidente riduzione della spesa pubblica; 2) determinerebbe una sana competizione di mercato assicurando, come successo per la telefonia, ad esempio, una riduzione dei prezzi ed una più efficace ed efficiente opera di manutenzione da parte dell’affidatario/concessionario; 3) accrescerebbe la qualità  del bene-acqua stesso, con l’innegabile e primaria tutela diretta per la salute della gente.
Nel sistema competitivo, con tanto di privatizzazioni e liberalizzazioni, o sei bravo o “vai a casa”, c’e’ poco da discutere, perche’ alla fine l’utente sceglie il fornitore migliore, mentre “oggi”…
E a poco rileverebbe, sinceramente, la censura dei perigli connessi alla possibilità  della mala gestio degli iter procedurali di affidamento/assegnazione, della corruzione e della possibile collusione in sede di espletamento delle gare d’appalto: “se si vuole, si può”, ed il sistema per evitare certi pericoli si trova, anche riscrivendo le regole relative alla titolarità  ed all’espletamento delle relative gare d’appalto: conferire quei poteri ai Prefetti, ad esempio, con tutto il sistema di prevenzione che è proprio dello Stato, sarebbe una possibile soluzione, e solo una delle tante possibili.
La storia del nostro Paese ritroverà  una prospettiva solo se saprà  darsi contenuti nuovi ed una sincera audacia.
Quello che davvero è necessario è un’autentica rivoluzione liberale e legalitaria, sia dal punto di vista culturale che da quello squisitamente operativo; una riforma del sistema che ponga fine a tutte quelle caste e “castette” ed a tutte quelle lobby e “lobbette” che non hanno fatto altro che creare reti clientelari ed affaristiche: in tal modo si eliderebbero anche tutte le storture di quelle poche privatizzazioni “all’italiana” che siamo stati costretti fino ad oggi a vivere e subire.
Oggi più che mai si dovrebbero ritrovare quei valori che sono la conditio sine qua non di qualsivoglia: l’onestà , il senso del dovere, il rispetto per gli altri, l’etica, il senso di appartenenza, il senso dello Stato e quello delle Istituzioni.
La crisi del nostro Paese è figlia proprio della nostra crisi come popolo: la Politica ed i Politici sono solo un riflesso.
E allora che si vada “al dunque”, si innovi il sistema e si ritrovino le qualità  perdute. L’ha fatto l’Inghilterra con la Thatcher, non vedo proprio perchè non dovremmo riuscirci noi…

Salvatore Castello
Presidente/ Speaker di
Right Blu – La Destra Liberale

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LETTERA DI UNA PROFESSORESSA

Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile

UNA TESTIMONIANZA DENUNCIA CONTRO UN GOVERNO CHE DI SCUOLA (E NON SOLO) NON CAPISCE UN CAZZO

Pubblichiamo la lettera aperta di una docente al governo: ne condividiamo completamente i contenuti

Egregio Presidente Renzi, Onorevole Giannini, esimio Sottosegretario Raggi,
chi vi scrive è una professoressa, una donna come tante, che fino ad oggi ha vissuto con entusiasmo il proprio lavoro, spendendosi giorno dopo giorno, ora dopo ora per i propri ragazzi.
Sono 30 anni che insegno, di cui 27 come insegnante di sostegno. Per scelta, sono fiera di precisarlo
Oltre alla specializzazione per l’insegnamento ai ragazzi disabili, che ai miei tempi constava di un biennio parauniversitario (mica il corsetto di 6 mesi che proponete oggi), con 18 esami, fra cui neuropsichiatria infantile, clinica delle minorazioni, psicologia, pedagogia, normativa scolastica, e annesse prova scritta in Braille e tesi finale, ho conseguito diverse altre specializzazioni: sono specializzata in didattica della musica, sono facilitatore alla comunicazione di primo livello ed ho superato l’esame di accertamento linguistico (lingua inglese) per l’insegnamento all’estero. Oltre agli innumerevoli corsi di formazione in tecniche della comunicazione, ABA, dislessia e quant’altro.
Sono andata a discutere la mia tesi di specializzazione con la media del trenta, questo solo per farVi capire quanto io abbia investito sulla mia formazione.
Ogni mattina mi sveglio e affronto problemi che vanno dalle crisi di un ragazzino autistico all’incapacità  di memorizzare di un alunno dislessico, fino alla gestione di crisi epilettiche o psicotiche. Ogni giorno, quando torno a casa, sono talmente stanca che vorrei solo dormire, ma mi metto a cercare materiali utili da mettere sul Cloud che ho creato per tutta la classe. Perchè, sì, io faccio sostegno “alla classe”: a me vengono affidati i ragazzi immigrati che non conoscono bene l’italiano, gli alunni con problemi di dislessia, e i famosi BES, i bisogni educativi speciali, OLTRE alle problematiche che devo necessariamente affrontare con gli alunni certificati.
Lo sa, Presidente Renzi? Ho una cicatrice sul braccio sinistro, causata da un cutter che un ragazzino autistico era riuscito a trovare nella cattedra dei bidelli, e per difendere lui da se stesso mi sono ferita io.
Lo sa, Onorevole Giannini? Spesso sono tornata a casa coi lividi, da scuola, per un calcio, un pugno, perchè ho dovuto contenere un ragazzino che si sarebbe fatto male.
Lo sa, Sottosegretario Raggi, che mi sono pagata da sola la supervisione, assolutamente necessaria per non scaricare sui ragazzi i miei problemi e le mie frustrazioni personali?
E oggi mi sento dire che “non faccio abbastanza”, che rispetto all’Europa “gli insegnanti italiani lavorano meno”. Ma con quale faccia!!!
Ognuno di voi, è mai stato un’ora, dico una sola, in cattedra? Avete mai avuto a che fare con un ragazzino autistico che si autolesiona? Conoscete le teorie comportamentiste, l’approccio psicanalitico, le neuroscienze in rapporto all’autismo? Se vi chiedessi quale ritenete più consona sapreste rispondere? No, che non sapreste rispondere. Perchè di scuola sapete poco o nulla.
A voi interessa risparmiare.
Ed è per questo che avete montato ad arte una campagna pubblica contro gli “insegnanti fancazzari”, è per questo che volete raddoppiarci l’orario di lavoro, a parità  di stipendio, si badi bene, in modo da non dover pagare supplenti e non assumere i precari, è per questo che propagandate una scuola che sia al contempo succursale dell’ASL, degli assistenti sociali, dei campi estivi.
SOLO PER RISPARMIARE. Sulla nostra pelle, si intende.
Io sfido chiunque si azzardi a dire che non lavoriamo abbastanza a fare non dico una mattinata, ma almeno 3 ore in una classe problematica.
Vi invito caldamente a venire a pulire la bava alla bocca di un ragazzo epilettico, poi a cambiarlo, perchè si è urinato addosso, e soprattutto a rassicurarlo e pregare Dio che la crisi passi presto. Per lui, per i suoi genitori, per voi stessi che vi trovate di fronte all’imponderabile
Vi sfido a contenere la crisi di un ragazzo autistico che sbatte la testa contro al muro e comincia a sanguinare.
Lo sapreste fare? No che non lo sapreste fare…. E allora di cosa parlate?
E i miei colleghi, che gestiscono classi eterogenee, dove si devono fare fino a 5 compiti in classe differenti per andare incontro alle esigenze di ogni alunno, pensate che a casa non facciano niente?
Fate pure tutti i vostri piani, allora, costringeteci, col plauso del popolo bue, che non vede l’ora di punire gli “insegnanti fannulloni”, a fare più di quanto sia umanamente possibile, toglieteci ogni motivazione, spremeteci come limoni…. Come pensate sarà  la scuola, poi?
Ve lo dico io: insegnanti che perderanno ogni motivazione, che ridurranno la propria disponibilità  all’osso, che andranno in burnout a discapito degli allievi, che non saranno più disposti a fare nulla di più di quanto dovuto.
Da ultimo, una mia personalissima considerazione: ho amato il mio lavoro, ci ho creduto, mi sono spesa senza riserve, ho fatto molto, molto di più di quanto sarebbe stato richiesto. Oggi, invece, l’unico pensiero che riesco ad avere è di scappare il più presto possibile, anche a costo di fare la cameriera.
Un bel risultato, eh? Complimenti, da parte mia e da parte di tutti gli insegnanti che da anni si prendono cura dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro.

Annachiara Piffari

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“IL SENATO SARA’ LA SAIGON DI RENZI”: ECCO I QUARANTA DISSIDENTI CONTRO IL PATTO RENZI-BERLUSCONI

Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile

DA MINZOLINI A MINEO, DA CHITI A FORMIGONI, ORMAI I DISSIDENTI SPUNTANO OVUNQUE COME I VIETCONG

C’è già  chi ha ribattezzato palazzo Madama come la “Saigon” di Renzi. Perchè in queste ore i dissidenti spuntano ovunque, neanche fossero dei Vietcong.
Con l’obiettivo di abbattere il patto del Nazareno.
In due tappe. Primo, prendendo tempo. Poi, ridiscutendo il tutto.
È questo di fatto che spiegano nel corso della conferenza stampa i “dissidenti” azzurri come Augusto Minzolini, rossi come Mineo e Verdi come il redivivo Pecorario Scanio.
Il primo obiettivo è evitare che mercoledì la riforma piombi in Aula al buio, visto che nessuno finora è riuscito a leggere e esaminare bene il testo.
Nè aiuta la giornata di domani visto che la commissione Affari costituzionali è chiamata a licenziare la parte più importante della riforma più tutto il titolo V.
Al momento i numeri per evitare che la riforma passi con i due terzi ci sono.
E allora vediamo il pallottoliere.
Per avere i due terzi a palazzo Madama occorre raggiungere quota 214 senatori (su un totale di 320). È questo il numero magico.
Sulla carta, se i partiti contraenti del “patto” tenessero, non ci sarebbero problemi. Insieme il Pd, Forza Italia, la Lega e Ncd raggiungono quota 216.
È questo il risultato della somma tra i 109 senatori del Pd, i 59 di Forza Italia, i 15 della Lega e i 33 di Ncd.
A cui vanno aggiunti 8 senatori di Per l’Italia (su 10) favorevoli alla riforma, più i 7 di Scelta civica e 6 su 11 di Gal.
Sulla carta, dunque, a favore della riforma si sono 237 senatori. Sulla carta però. Perchè il “partito traversale dei dissidenti” avanza.
Al momento i ben informati ne contano una “quarantina”: tra i 24 e i 27 di Forza Italia, un paio di Ncd, 18 del Pd.
È il gruppone democratico che ormai da settimane ha manifestato la propria contrarietà : Chiti, Mineo, Corsini, Massimo Mucchetti, Casson, Nerina Dirindin, Erica D’Adda, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Tocci, Lucrezia Ricchiuti e Renato Turano, Francesco Giacobbe.
Bastano a impedire che la riforma passi con i due terzi. Ma è soprattutto Forza Italia il cuore del problema.
Tanto che ancora non si sa se si terrà  domani la riunione con i gruppi convocata dopo lo sfogatoio della settimana scorsa, per poi essere sconvocata.
Segno che il gruppo è fuori controllo.
Su 59 i dubbiosi sono attorno ai 27. L’attivo Minzolini c’entra poco.
È l’ultima tappa dello scontro tra “cerchio magico” e corpaccione del partito. L’opinione diffusa tra i dissidenti è che il vero patto tra Berlusconi e Renzi preveda che l’esito naturale del percorso di riforme sia il voto anticipato.
Possibile già  a marzo del 2015, se la prima lettura avviene entro l’estate al Senato.
Il combinato disposto di nuovo Senato e Italicum rischia di essere fatale per i non graditi al cerchio magico.
Ed è su questo punto la saldatura reale con quelli del Pd certi di non essere graditi al nuovo corso renziano: “Il voto anticipato — dice una fonte autorevole di Forza Italia – è più probabile se passa la riforma. Se non passa Renzi minaccerà  ma non riuscirà  a sciogliere. Tra Camera e Senato quelli certi che non saranno ricandidati tra Pd e Forza Italia sono una ottantina, a cui aggiungere quelli di Ncd che non rientreranno”.
Ecco lo spettro agitato per affossare le riforme: “Se passano, il prossimo anno tutti a casa”.
Ed è proprio per provare a ricompattare il gruppo Berlusconi ha chiesto una lista dei dissidenti. Per chiamarli uno ad uno.
È rimasto molto colpito dell’entità  del dissenso. Che tocca anche “insospettabili”.
Su 59, ribolle la metà  del gruppo di Forza Italia.
A partire dai 7 pugliesi di Raffaele Fitto: Francesco Bruni, D’Ambrosio Lettieri, Pietro Iurlaro, Pietro Liuzzi, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio, Vittorio Zizza.
Un altro pugliese, Francesco Amoruso, vicino a Maurizio Gasparri è molto dubbioso. Così come è dubbioso il gasparriano Francesco Aracri, macchina di consenso nel Lazio.
Più che perplessi due lombardi, Zuffada e Panioncelli.
Contrario il gruppo campano di Cosimo Sibilia, Eva Longo. Mentre i contrarissimi Milo e D’Anna sono già  nel Gal.
Incerti Cinzia Bonfrisco, Lucio Malan, Ciro Falanga, Enzo Fasano, Domenico Scilipoti, Riccardo Villari, Paolo Galimberti, Franscesco Scoma.
Tra i non pervenuti Sandro Bondi e Manuela Repetti.
È l’ora del grande negoziato. Per far rientrare il dissenso. Vale per Forza Italia, ma non solo.
Dentro Ncd nelle ultime ore su posizioni contrarie, dopo Roberto Formigoni, si è posizionato Antonio Azzollini, presidente della Commissione Bilancio.
Mercoledì sera la Giunta al Senato si occuperà  dell’utilizzo delle sue intercettazioni nell’ambito di un provvedimento che lo coinvolge.
Il relatore, Felice Casson, si è già  detto favorevole all’utilizzo. Ma nulla è scontato, perchè il voto di Azzolini è prezioso sulla grande riforma del Senato.
E non solo il suo.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A MARTINA, CON I DISSIDENTI SI SCHIERA ANCHE IL MINISTRO : “SULL’ITALICUM STO CON LA MINORANZA PD, VA CAMBIATO”

Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile

“NON SIAMO SABOTATORI”

“Sulla riforma del Senato, ho la profonda convinzione che la strada tracciata sia quella giusta. E faccio fatica a immaginare un voto di coscienza in aula: si discute ma poi il gruppo decide a maggioranza. Mentre sulla legge elettorale, sono necessari dei miglioramenti. Io rivendico che la minoranza Pd ha contribuito a migliorare le proposte di riforma del Senato e del Titolo V. E non condivido alcune letture del lavoro che sta facendo la minoranza Pd sull’Italicum. La minoranza del Pd non è opposizione, è minoranza costruttiva. Migliorare si può e, anche in questo caso, si deve avere un metodo: si discuta, tutte le opinioni abbiano accesso, nessuno sia tacciato di atteggiamento sabotatore e poi si faccia sintesi negli organismi dirigenti e nei gruppi parlamentari…”.
Maurizio Martina è il primo ministro del governo Renzi a intestarsi una battaglia di minoranza Pd: quella che bersaniani, lettiani, cuperliani, dalemiani stanno conducendo per eliminare le liste bloccate dell’Italicum e per modificarlo anche in altri aspetti.
Martina, bersaniano in squadra con Renzi, lo fa in questa intervista, anche a rischio di agitare le acque a Palazzo Chigi: “Il nostro è un atteggiamento costruttivo, non vogliamo minare il percorso delle riforme”.
Raggiungiamo il ministro al telefono subito dopo la sua visita ai cantieri dell’Expo di Milano.
Da lì, le notizie sono buone: “Nonostante le difficoltà  si procede, l’Expo sta crescendo passo dopo passo…”, ci dice.
Invece le riforme sembrano incagliate per via dei ‘frondisti’ di ogni provenienza politica, uniti contro il Senato non elettivo
Penso che siamo ad un passaggio delicato ma siamo a un passo dal traguardo. Secondo me a cominciare dalla partita che si è aperta sul cambiamento del Senato, dobbiamo produrre un fatto nuovo, positivo per l’Italia. Tutto il Pd ci sta lavorando e io condivido l’impianto della riforma del Senato e del Titolo V. Il superamento del bicameralismo perfetto resta la riforma delle riforme, la più importante. Lo dico essendo un rappresentante della minoranza Pd che ha sempre vissuto il dibattito interno come valore e punto di forza per il Pd. Il nostro compito è contribuire al dibattito: sul superamento del bicameralismo perfetto e sul Senato, ho la profonda convinzione che la strada tracciata sia la strada giusta.
Immagino che invece non condivida l’impianto dell’Italicum. Ma prima di parlarne, le chiederei come risolverebbe la questione dei dissidenti Pd sulla riforma del Senato.
Faccio fatica a immaginare voti di coscienza sulla riforma del Senato. E’ sacrosanto il confronto, vanno rispettate tutte le posizioni, bisogna dare cittadinanza a tutte le proposte, ma poi ci vuole una sintesi. Immagino che l’assemblea dei senatori del Pd sarà  il luogo per confrontarsi e decidere insieme con un vincolo, un voto a maggioranza. Bisogna avere un metodo e ricondurre il potere di sintesi e scelta ai luoghi rappresentanza massima del partito.
Invece sulla legge elettorale, chiedete modifiche.
Su alcune questioni si deve ragionare. Ma la minoranza Pd è minoranza costruttiva, non opposizione. Io rivendico che la minoranza Pd ha contribuito a migliorare le proposte di riforma del Senato e del Titolo V. Non condivido alcune letture del lavoro che stiamo facendo. Non è lavoro da opposizione. Abbiamo sempre cercato di migliorare le proposte. Sull’Italicum ci sono per esempio diversi punti su cui ragionare: la soglia di accesso alla rappresentanza e poi il rapporto tra elettori ed eletti. Con l’idea delle liste corte si è prodotto un fatto nuovo rispetto al Porcellum ma si può fare di più: discutiamo.
Introducendo le preferenze.
Personalmente proverei a lavorarci, mi rendo conto che non c’è il supporto di tutti ma per esempio si potrebbe anche parlare seriamente di primarie per legge. Migliorare si può, poi si deve avere anche un metodo: si discute, tutte le opinioni abbiano accesso, nessuno sia tacciato di atteggiamento sabotatore e poi si faccia sintesi. Anche in questo caso, come con la riforma del Senato. Prima si cerchi la condivisione negli organismi dirigenti del partito, poi nei gruppi parlamentari.
Solo che, sulle preferenze, sareste di più dei dissidenti che si oppongono alla riforma costituzionale. Non teme uno scollamento con la nuova dirigenza Pd?
Continuo a pensare che ci siano dei margini per fare questo lavoro. Dobbiamo continuare a ragionare ponendosi gli obiettivi che Renzi ha indicato come obiettivi per tutti. E’ anche nostro l’obiettivo di fare presto e bene, di dare un segnale di cambiamento oltre i confini nazionali. Lo stile è collaborativo: si può fare sull’Italicum, tenendo presente i vincoli di questo lavoro. Il nostro atteggiamento vuole essere costruttivo: nessuno vuole minare il percorso.
Lei è il primo ministro che si intesta ufficialmente una battaglia di minoranza. Da quando è nato il governo Renzi, è la prima volta che succede. Si è incrinato un po’ il patto tra renziani e non renziani che a febbraio ha portato il segretario del Pd a Palazzo Chigi?
Non si è incrinato e lo dico serenamente. Sono contento di contribuire anche sul versante della minoranza Pd al grande lavoro che abbiamo da fare insieme per l’Italia. Sul piano interno ci siamo confrontati, ora c’è da far vivere una pluralità  di idee. E’ un punto di forza, non di debolezza per il Pd. Perchè e’ anche così che si contribuisce a dare una mano a Renzi nella sfida per cambiare il paese.

(da “Huffingtonpost“)

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COSIMO FERRI E GLI SMS PER IL CSM: IL SOTTOSEGRETARIO SCARICATO DA TUTTI A UN PASSO DALLE DIMISSIONI

Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile

“INDIFENDIBILE” DOPO AVER PERORATO IL VOTO AL CSM PER UN PAIO DI MAGISTRATI AMICI

Palazzo Chigi aveva fatto filtrare la sua secca irritazione.
A una manciata di giorni dalla presentazione delle linee guida sulla riforma della giustizia, sulla quale aveva già  messo in programma di dover rispondere colpo su colpo alle critiche in arrivo dalla magistratura, l’intromissione di un membro del governo sui delicatissimi equilibri delle elezioni del Csm era l’ultima cosa che Matteo Renzi si augurava.
Quel messaggio (“Per le elezioni al Csm mi permetto di chiederti di valutare gli amici Pontecorvo e Forteleoni”) inviato dal sottosegretario Cosimo Ferri, arrivato a via Arenula con il governo Letta proprio dopo un mandato (quasi plebiscitario, 533 voti) al Consiglio superiore della magistratura, è stato definito dal premier “indifendibile”.
Un cortocircuito tra il potere esecutivo e quello giudiziario in una fase delicatissima negli equilibri istituzionali del paese che ha portato Ferri sull’orlo delle dimissioni.
Il sottosegretario era entrato al governo in quota Forza Italia da tecnico, ed era riuscito a sopravvivere anche dopo l’addio degli azzurri alla maggioranza.
Una circostanza che oggi lo lascia “nudo”, privo di qualsiasi copertura politica che lo possa mettere al riparo dalle critiche.
Le pressioni affinchè lasci sono asfissianti.
Il leader dell’unica formazione politica dalla quale sarebbe potuta arrivare una mano tesa l’ha scaricato: “Credo che il sottosegretario Ferri abbia il diritto e il dovere di fare una riflessione e di comunicarla pubblicamente – ha spiegato Angelino Alfano – È una vicenda che va affrontata pubblicamente e senza ipocrisie”.
Certo, il ministro dell’Interno, fedele alla linea critica in materia del centrodestra italiano, ha sottolineato che vede “troppi che si scandalizzano, come se non sapessero come avvengono le elezioni”.
Ma non un dito è stato sollevato per mettere il sottosegretario al riparo sotto l’ombrello della ragionpolitica.
È Andrea Orlando l’incaricato di gestire la patata bollente. Il ministro della Giustizia per il momento fa sapere di avere una giornata lavorativa fitta di appuntamenti, e non si sa se vedrà  Ferri già  in giornata.
Un incontro che potrebbe essere dirimente per la sopravvivenza – al momento molto incerta – del sottosegretario nella squadra di governo.
E mentre il Movimento 5 stelle, tramite il senatore Mario Giarrusso, ne chiede a gran voce l’allontanamento, la censura dal peso specifico più rilevante arriva dall’Anm, della quale proprio l’ex magistrato era membro del Comitato direttivo al momento della nomina: “Il sostegno esplicito di un membro del governo volto a favorire l’elezione di alcuni dei componenti dell’organo di governo autonomo della magistratura non solo costituisce un’evidente e grave interferenza nel delicato equilibrio tra i poteri”.
Tutti coloro che si dovevano esprimere si sono espressi.
E tutti hanno indirizzato pollice verso in direzione del sottosegretario.
All’appello ne manca solo una: quella di Ferri.

(da “Huffingtonpost”)

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