Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
TRA I PROGETTI A RISCHIO GLI INTERVENTI CHIRURGICI PER I BAMBINI COLPITI DALLA GUERRA
Le armi italiane all’Iraq sì, gli aiuti umanitari e allo sviluppo no.
Un macigno sulla coerenza del governo arriva proprio nel giorno della visita lampo a Baghdad ed Erbil del premier Renzi e dell’informativa urgente dei ministri Mogherini e Pinotti sul caso dei convogli di armamenti che entro la settimana dovrebbero lasciare l’Italia per giungere nel Kurdistan iracheno, teatro delle violenze dell’Isis.
Ma l’Italia che si scopre interventista e pronta a caricare i suoi C-130 di mitragliatori deve fare i conti anche con quella che fino al giorno prima era impegnata in un sistematico disimpegno.
Lo strabismo italiano fa tutto capo al Ministero degli Esteri e al ministro Mogherini: proprio mentre s’incendiava il conflitto, la “sua” Farnesina — che gestisce gli aiuti umanitari e gli aiuti allo sviluppo — cancellava con un tratto di penna l’Iraq dalle priorità italiane.
Due mesi dopo l’insediamento del ministro, senza un voto in Parlamento, l’Iraq è sparito dai radar della cooperazione.
La Direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo (Dgcs) ha aggiornato le Linee guida e gli indirizzi di programmazione per il triennio 2014-2016 (leggi).
Insieme a Guinea, Ecuador e Vietnam anche l’Iraq veniva “derubricato”, da paese prioritario a “non prioritario”.
Un’esclusione che ha effetti non formali ma sostanziali, che in parte si sono già verificati. L’indicazione della priorità svolge infatti un ruolo determinante nella destinazione dei fondi umanitari e di cooperazione allo sviluppo, nelle politiche di credito d’aiuto, di rinegoziazione e conversione del debito.
Un’area di intervento che per il 2014 ha ricevuto uno stanziamento pari a 385,7 milioni, 64,3 in più rispetto al 2013.
Ebbene, di questi soldi l’Iraq, secondo la nuova programmazione, non avrà neppure le briciole.
Il declassamento improvviso di alcuni Paesi ha determinato un’alterazione nell’assegnazione delle risorse previste con l’ultimo bando per progetti di cooperazione.
In ballo c’erano 14,5 milioni di euro e 173 proposte da parte delle Ong.
La graduatoria finale riporta 44 progetti finanziati e tra gli esclusi dalla variante in corso d’opera c’è anche l’Iraq, il Paese nel quale oggi — a distanza di pochi mesi — viene giustificato sotto l’ombrello dell’azione umanitaria l’invio dei C-130 carichi di armi obsolete per l’esercito italiano ma buone per i peshmerga.
Non era prioritario, invece, il progetto “Un sorriso per l’infanzia” che organizza missioni chirurgiche per la cura delle malformazioni al volto dei bimbi per esiti da ustioni e traumi bellici. Grazie a medici volontari da 11 la Ong svolge questa attività a Nassiriya, Baghdad e città minori e ha curato 960 bambini.
Chiedeva 417mila euro per portare avanti la sua azione negli ospedali iracheni.
Alla luce delle diverse priorità il progetto viene giudicato “non idoneo”: ottiene 55 punti e si posiziona 82esimo in graduatoria. Prioritario è diventato, invece, armare i guerriglieri.
La scelta di escludere l’Iraq oggi appare tanto più grave alla luce della recrudescenza dei fanatici a danno dei civili non islamisti e della mobilitazione internazionale cui l’Italia prende parte.
Ma lo è anche alla luce degli stessi criteri indicati dal Ministero per la definizione delle nuove linee di intervento.
A pagina 19 delle Linee Guida criteri spiccano ancora “la povertà , le gravi emergenze umanitarie, le situazioni di conflitto e fragilità nel percorso di democratizzazione, la presenza di minoranze”.
Il ritratto dell’Iraq da mesi a questa parte. Ma il nostro Paese, che si è disimpegnato militarmente dal 2006, ha continuato l’opera di disinvestimento.
Mentre il ministro cancellava l’Iraq dalle priorità si riprendeva anche parte dei soldi che i governi precedenti aveano stanziato nei famosi accordi bilaterali del 2007, quando il governo italiano e quello iracheno concordarono una serie di aiuti per la ricostruzione e il sostegno allo sviluppo economico dopo il conflitto.
L’Italia aveva sottoscritto allora un programma di credito d’aiuto da 100 milioni di euro per l’acquisto da parte del ministero dell’Agricoltura iracheno di trattori e macchine agricole italiane. Dal 15 aprile scorso, con una delibera della DGCS, sono stati revocati 60 milioni.
Al posto dei trattori, manderemo le armi.
Thomas Mackinson
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DOPO LO SCUOTACARCERI: “ORMAI ABBIAMO UN REATO SENZA PENA, E’ UNA LICENZA DI SPACCIARE”
L’ultimo caso particolare è successo solo qualche giorno fa. 
A Torino uno spacciatore di cocaina è stato arrestato il 6 agosto. Il pm di turno ne chiede l’arresto, il gip in base alla legge “svuotacarceri” non accoglie la domanda, il pusher torna fuori e l’11 agosto viene preso ancora e scarcerato di nuovo.
Il caso è finito nelle mani del sostituto procuratore Andrea Padalino: “Ormai abbiamo un reato senza pena. È una licenza per spacciare”, dichiara.
Dopo la lettera aperta dei funzionari di polizia al ministro dell’Interno Angelino Alfano sul dimezzamento degli arresti per spaccio, il pm torinese torna a spiegare gli errori della norma voluta dal governo Renzi per rimediare al sovraffollamento dei penitenziari, convertita in legge dal Senato all’inizio di agosto.
Dottore, quali sono gli ultimi dati?
Sono stato di “turno arrestati” la scorsa settimana e posso dire che le detenzioni per spaccio a Torino sono dimezzate. Se di solito in un territorio così c’erano dai venti ai trenta arresti al giorno, ora siamo arrivati a una decina.
Perchè?
Perchè lo “svuota carceri” riduce la pena prevista per lo spaccio di quantità modiche dai sei mesi ai quattro anni e mezzo, non importa quale sia il tipo di droga. Il codice di procedura penale prevede che se la pena prevista è fino ai cinque anni si può disporre la custodia cautelare in carcere, al di sotto si possono dare gli arresti domiciliari. Tuttavia la maggior parte di queste persone non hanno una dimora e non possono essere messi ai domiciliari e quindi tornano liberi dopo 48 ore in camera di sicurezza.
Ma ciò vale anche nei casi in cui uno spacciatore venga arrestato più volte?
Non esistono aggravanti, anche se lo spacciatore è recidivo. Se il pusher venisse condannato più volte nel corso di un anno, ciò comporterebbe degli aumenti minimi della condanna, che non supererebbe i quattro anni e mezzo, e lui rimarrebbe libero di spacciare.
Donatella Ferranti del Pd difende la norma dicendo che tutela quei ragazzini che spacciano tra amici.
Quelli sono casi rari, uno ogni cento. Chi ne usufruisce di più sono certi delinquenti che a questo punto hanno una licenza per spacciare.
Il problema era già stato sollevato a giugno. È cambiato qualcosa nella conversione in legge del decreto?
No, il problema è rimasto. La norma però va cambiata.
Quali modifiche si potrebbero fare?
Basterebbe cambiare i limiti della pena per lo spaccio di modiche quantità , portare il massimo da quattro anni e mezzo a cinque anni per ripristinare la custodia in carcere. Oppure si potrebbe prevedere un range unico per lo spaccio, con un limite minimo di un anno fino a un massimo di venti anni di carcere (previsto per la vendita di grosse quantità di stupefacenti, ndr) lasciando al giudice la possibilità di scegliere. In questo modo non verrebbe impedita la custodia cautelare in carcere.
Il problema vale solo per lo spaccio o ci sono anche altre “categorie” di reati?
Prima c’era il problema provocato dal decreto legge 92 del 26 giugno. Secondo questo testo se un giudice prevede che un arrestato, al termine del processo, debba scontare una pena sotto i tre anni, allora dovrà lasciarlo ai domiciliari. In questo modo però la norma restringe la custodia cautelare per molti reati. La legge di conversione sembra contenere i danni, ma deve ancora essere approvata. Al momento è stato inserita una norma che prevede il carcere per chi non ha una dimora.
Andrea Giambartolomei
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
DIMEZZATI GLI ARRESTI… LA PROTESTA DI POLIZIOTTI E MAGISTRATI COL GOVERNO
Risolvi un problema dentro e ne crei cento fuori.
Il riferimento è alle carceri: bisogna svuotarle perchè le celle sono sovraffollate e l’Europa ci bacchetta; ma il risultato è che, fuori, i reati restano impuniti.
L’allarme lo lanciano i poliziotti e i magistrati impegnati, per esempio, nel contrasto allo spaccio di droga.
Non possono più arrestare i pusher perchè il “piccolo spaccio” ormai non prevede il carcere.
Così nel giugno 2014 in 932 operazioni antidroga della Polizia di Stato sono state segnalate 1.243 persone, ma di queste solo 903 arrestate, a fronte di sequestri di ben 76 tonnellate di sostanze stupefacenti.
Un anno fa, nel giugno 2013, in 1.556 operazioni antidroga, in cui furono sequestrate poco più di 3 tonnellate di stupefacenti, le persone segnalate furono ben 2.737, quasi tutte (2.055) arrestate.
Dunque, in un anno, sono dimezzati gli arresti e quasi dimezzate le operazioni antidroga: tanto sono quasi inutili, visto che gli spacciatori devono essere lasciati liberi (di tornare al loro lavoro).
Questo è ciò che si vede fuori, con preoccupazione, allarme e frustrazione degli operatori giudiziari.
Dall’altra parte, da dentro, cambia il punto di vista: al Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono fieri dei risultati ottenuti.
Hanno svuotato le carceri come chiesto dall’Europa. O meglio: sono riusciti ad alleggerire il sovraffollamento.
Esibiscono dati che sono un successo: nel 2010 c’erano 68 mila detenuti in 45 mila posti; oggi sono 54 mila in 50 mila posti. In quattro anni, 14 mila detenuti in meno e 5 mila posti in più, ottenuti costruendo o ristrutturando gli istituti di pena.
Per capire bene questi numeri, fanno notare al Dap, bisogna sapere che gli standard italiani sono più rigorosi (e civili) degli standard europei: questi impongono 7 metri quadrati per un detenuto, che devono aumentare di 4 metri quadrati ogni detenuto in più nella stessa cella. In Italia, invece, gli standard sono di 9 metri quadrati per detenuto , aumentati di 5 ogni detenuto in più. Più spazi (anche se 5 mila non sono molti), ma soprattutto meno detenuti.
Come è stato ottenuto l’alleggerimento?
Con le nuove norme sulla droga, visto che il 20 per cento delle persone in carcere sono in cella per spaccio.
“Ma è stata la Corte costituzionale”, spiegano al Dap, “a dichiarare illegittimo il decreto Fini-Giovanardi sulle droghe, imponendo il ritorno alle norme precedenti, che distinguono droghe leggere e droghe pesanti e prevedono pene miti per il piccolo spaccio”.
Attenzione, però: le vecchie norme, per lo spaccio di droghe pesanti, prevedevano una pena massima di 6 anni, permettendo l’arresto degli spacciatori.
“Poi però è intervenuto il governo”, spiegano alla procura di Milano, “che ha abbassato la pena massima a 4 anni. Così oggi l’arresto in flagranza lo puoi fare comunque, ma è inutile: niente carcere sotto i 5 anni, dunque la mattina dopo l’arresto devi lasciar andare il pusher, che ormai gira con poche bustine per volta ed è quindi sostanzialmente impunito e impunibile. Bene che vada, va agli arresti domiciliari: i poliziotti lo devono pure accompagnare a casa in macchina e in più organizzare i turni di controllo. Insomma: è chiaro che si finisce per non intervenire nemmeno”.
Gli arresti sono diminuiti anche perchè, in generale, le leggi “svuotacarceri” impongono la cella soltanto per coloro per i quali il giudice preveda (con uno sforzo di immaginazione) una pena futura di almeno 3 anni di reclusione.
Gli altri restano fuori, anche se etichettabili come socialmente pericolosi, anche se appena rilasciati tornano a commettere reati.
L’alleggerimento poi è stato ottenuto anche aumentando le misure alternative.
Le detenzioni domiciliari concesse sono state 15 mila dal 2010 a oggi e oggi sono circa 5 mila le persone che sono detenute a casa.
Aumentato anche l’affidamento in prova ai servizi sociali: sono 20 mila le persone oggi in carico agli Uepe (gli uffici per l’esecuzione penale esterna).
Finora a concedere l’affidamento in prova erano i Tribunali di sorveglianza, dopo la condanna definitiva; oggi, con la “messa in prova”, per reati con pena massima fino a 4 anni possono concederla anche i giudici, prima di arrivare a sentenza.
Accresciuti anche gli “sconti” della liberazione anticipata: erano 45 giorni abbuonati ogni semestre passato in cella; oggi sono 75, ovvero 2 mesi di sconto ogni anno di carcere.
La legge Severino ha poi imposto la norma contro le “porte girevoli”: dopo l’arresto non vai in carcere, ma devi rimanere nelle strutture di polizia, finchè non c’è una misura cautelare emessa da un giudice o una sentenza per direttissima.
Nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti in attesa di giudizio, si continua a ripetere: più di 15 mila su 54 mila (il 28 per cento, quasi un terzo della popolazione carceraria!). “Ma sono dati truccati, non comparabili con quelli degli altri Paesi europei”, spiegano al Dap, “perchè noi abbiamo tre gradi di giudizio. In realtà , i detenuti in attesa della sentenza di primo grado oggi sono esattamente 8.259, più o meno il 15 per cento: una percentuale europea”.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
ENORME DISTANZA TRA I DUE SUI TEMI ECONOMICI, MENTRE I RISPETTIVI FEDELISSIMI LITIGANO SUI DECRETI… DEL RIO AVREBBE RIFIUTATO DI CANDIDARSI IN EMILIA AL POSTO DI ERRANI
Quando i rapporti si logorano, anche la gestione dei dossier più semplici diventa complicata. 
E a palazzo Chigi sono ormai settimane che il dissapore strisciante tra Renzi e il suo vice ed (ex) braccio destro, Graziano Delrio, tiene banco e non solo nelle conversazioni di corridoio.
Quella che è in atto e che sta creando problemi non secondari di gestione dell’intera macchina amministrativa e decisionale del governo, è di fatto una sfida tra due diverse (e per certi versi opposte) visioni del potere che i due personaggi esprimono.
Il premier più attento all’effetto annuncio e alla velocità dell’agire, l’altro più riflessivo e — soprattutto — ossessionato dalla questione dei conti e della loro quadratura, questione che lo trova sempre più vicino ai rilievi che solleva la prima (e vera) nemica dell’azione renziana di governo, la Ragioneria dello Stato.
Due caratteri inconciliabili, se non fosse che Renzi ha sempre parlato di Delrio come del suo uomo più vicino.
Ora, invece, c’è silenzio. Con l’ex sindaco di Reggio Emilia che non solo è sparito da tempo dai radar mediatici, ma avrebbe già più volte minacciato di andarsene, frenato da un Renzi deciso a risolvere in altro modo la questione, sempre per non intaccare l’immagine del governo e, soprattutto, la sua personale.
Difficile dire quando i rapporti tra i due hanno cominciato a logorarsi, ma sono in molti a far risalire la questione alla nomina di Antonella Manzione, ex capo dei Vigili Urbani di Firenze, a capo del dipartimento Affari Giuridici di Palazzo Chigi, in pratica il luogo dove vengono vistati tutti i decreti in partenza per il Consiglio dei Ministri e dunque destinati all’approvazione.
Manzione sarebbe invisa a Mauro Bonaretti, per otto anni braccio destro di Delrio come direttore generale del comune di Reggio Emilia e oggi segretario generale di palazzo Chigi.
Manzione e Bonaretti dovrebbero collaborare in modo stretto per far andare avanti il sistema e l’azione di governo.
La prima, per dire, è quella che alla fine vista anche tutti i provvedimenti che i ministeri propongono; il secondo è il filtro di tutte le decisioni più importanti e stabilisce l’agenda delle priorità .
La Manzione non avrebbe mai digerito le critiche feroci di Bonaretti sulla sua inadeguatezza rispetto al ruolo che Renzi le voleva assegnare e che ora lei, in qualche modo, stia cercando di far capire che l’inadeguato è invece proprio lui.
Schermaglie tra i due “gregari” che hanno finito per coinvolgere i loro dante causa. Mettendoli uno contro l’altro.
Bonaretti, va detto, era già stato capo della segreteria di Enrico Letta, non certo un elemento di merito per Renzi, ma il premier si fidò della scelta di Delrio. Certo, non immaginava la levata di scudi che lo stesso Bonaretti avrebbe posto contro la fedelissima Manzione.
Raccontano che l’ultimo scontro tra Renzi e Delrio sull’argomento sia avvenuto giusto due giorni prima della chiusura estiva, quando c’era il voto sul decreto Madia (Pubblica Amministrazione) in Aula al Senato e il contenuto del decreto Lotti sull’Editoria, bocciato dalla Ragioneria e dal ministero dell’Economia, era stato riassorbito in un emendamento al testo del provvedimento.
Quel testo, vidimato dagli uffici della Manzione per l’Aula, ha incontrato le perplessità di Bonaretti. Lo scontro è stato a tre, Luca Lotti (sottosegretario all’Editoria) con Renzi contro Delrio.
Un match alla fine del quale l’ex sindaco di Reggio avrebbe minacciato ancora una volta di andarsene.
Una tensione, insomma, che dovrebbe trovare una soluzione.
La prima, immaginata da Renzi in veste di segretario del Pd, sarebbe stata quella di dare a Delrio la poltrona che fu di Errani alla Regione Emilia Romagna, ma l’uomo ha detto un secco no, facendo crollare il castello costruito al Nazareno sulle prossime elezioni emiliane e costringendo Renzi a pensare ad una nuova exit strategy.
Che potrebbe arrivare dalla possibile nomina di Federica Mogherini a Mrs Pesc, ovvero ministro degli esteri europeo.
Liberando la poltrona più alta della Farnesina, per il premier si aprirebbe, a novembre, la finestra per l’atteso rimpasto (anche dal Quirinale), con Delrio a quel punto catapultato su una poltrona di livello, ma lontana dalle stanze dei bottoni più caldi.
Qualcuno ha sibilato una possibile candidatura a nuovo ministro della Salute, visto che la Lorenzin, con le ultime scivolate sulla fecondazione eterologa, non godrebbe più della fiducia neppure di Alfano.
Il cattolicissimo Delrio, invece, sarebbe l’uomo giusto al posto giusto.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
RESI NOTI I NOMI DEI QUATTRO PILOTI, TRA I 31 E I 36 ANNI
Sono andate avanti tutta la notte le ricerche per rintracciare i piloti a bordo dei due Tornado del Sesto Stormo di Ghedi, che martedì si sono scontrati in volo e sono poi precipitati in provincia di Ascoli Piceno.
Verso le 11 è arrivato l’annuncio del ritrovamento di un corpo carbonizzato, nella zona di Tronzano, appartenente a un uomo, forse nei resti della fusoliera di uno dei caccia.
Poco dopo è stato localizzato anche il corpo di un altro pilota, una donna, in località Poggio Anzù, nella collina di fronte a quella in cui sono stati trovati i resti del primo militare.
L’Aeronautica è stato netta sulle probabilità di ritrovare superstiti: «Escludiamo che i piloti dispersi a seguito dell’incidente aereo siano ancora vivi».
«Erano piloti esperti, erano capitani»
Intanto sono stati resi noti i nomi dei quattro militari che volavano sui due jet. Il capitano pilota Mariangela Valentini, 31 anni, di Borgomanero (Novara); il capitano pilota Alessandro Dotto, 31 anni di Ivrea; il capitano navigatore Giuseppe Palminteri, 36 anni, di Palermo; il capitano navigatore Paolo Piero Franzese, 35 anni, di Benevento.
Fonti dell’Aeronautica hanno precisato che i quattro militari «erano piloti esperti, erano capitani».
Aperta un’inchiesta
Mentre sono ancora in corso le ricerche dei dispersi, la Procura di Ascoli Piceno ha aperto un’inchiesta per disastro aereo colposo in relazione all’incidente.
Il procuratore capo Michele Renzo l’ha affidata al sostituto Umberto Monti, che martedì notte ha tenuto una riunione in Procura con tutti i soggetti impegnati nelle operazioni di ricerca dei piloti scomparsi.
Già sequestrati diversi componenti dei relitti finora rinvenuti.
Impatto ortogonale
L’impatto fra i due caccia è stato ortogonale: in pratica i due aerei si sono scontrati perpendicolarmente mentre percorrevano una delle aerovie a disposizione per raggiungere il luogo di un’esercitazione.
La commissione dell’Ispettorato sicurezza al volo è al lavoro per accertare le cause dell’incidente.
Secondo il racconto dei testimoni, i velivoli stavano volando bassissimi quando uno ha centrato l’altro.
I caccia erano partiti dalla base di Ghedi, in provincia di Brescia (dove mercoledì mattina sono arrivati i parenti dei piloti) per una missione di addestramento e sono precipitati a circa 30 km da Ascoli, fra i comuni di Venarotta e Gimigliano, provocando un vasto incendio.
I due Tornado sono velivoli da combattimento acquisiti dall’Aeronautica militare a partire dal 1982.
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL PREMIER “PROPOSTA GIA’ BOCCIATA”, MA ALLE PRIMARIE DEL PD ERA STATO LUI AD AVANZARLA
Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, si è rifugiato nel suo camper in un campeggio in Sardegna. 
Ha scelto di non parlare per qualche giorno mentre sulla sua proposta di intervenire con un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte calcolate con il vecchio metodo retributivo si è scatenata la bufera.
Contro i sindacati, contro le associazioni dei manager, contro una parte del suo partito, il Pd, contro gli alleati del Ncd, contro l’opposizione di Fi.
E contro anche il premier Matteo Renzi che ieri in alcune conversazioni private ha detto: «Quello è il piano Cottarelli che però io ho già bloccato qualche mese fa». Perchè è vero che il commissario straordinario alla spending review aveva suggerito (a marzo) un contributo temporaneo sulle pensioni relativamente più elevate, esentando però l’85 per cento dei pensionati, ma è anche vero che l’idea di Poletti è diversa da quella di Cottarelli e coincide in buona parte a quanto proponeva proprio Renzi da candidato segretario del Pd, insieme a due economisti, Yoram Gutgeld e Tommaso Nannicini, che oggi fanno sostanzialmente parte dello staff di palazzo Chigi: a chi riceve una pensione calcolata con il metodo retributivo, oltre una certa soglia, si può chiedere un contributo di solidarietà perchè il suo assegno pensionistico è superiore ai contributi effettivamente versati.
Insomma c’è un “bonus” pensionistico, come lo definì Renzi, che può essere usato per redistribuire un po’ di risorse in chiave solidaristica.
Questo è il perno del pacchetto previdenza che Poletti vorrebbe portare all’interno della prossima legge di Stabilità che il governo dovrà approvare entro il 15 ottobre. Da una parte il recupero di gettito (secondo alcune stime circa un miliardo di euro) da utilizzare per il sostegno al reddito dei lavoratori più anziani che perderanno il lavoro e che rischiano di trasformarsi in nuovi esodati (l’Inps calcola che possano essere 30-40 mila persone l’anno), e anche per la cassa integrazione in deroga che in attesa della riforma complessiva degli ammortizzatori sociali è diventata l’unico ancoraggio per centinaia di imprese in crisi.
Dall’altra uno strumento di equità generazionale visto che la riforma Dini del 1996 ha spaccato in due il mondo dei pensionandi (i più anziani con il retributivo, i giovani con il contributivo meno favorevole) e solo con la legge Fornero del 2011 si è introdotto il meccanismo del contributivo “pro rata” per tutti
Poletti ha bisogno di risorse e sa come tutti — che realizzare la prossima legge di Stabilità (dai 23 ai 25 miliardi) agendo esclusivamente sul versante dei tagli di spesa non sarà affatto semplice.
Solo per salvaguardare circa 170 mila esodati sono stati necessari più di 11 miliardi.
E dall’inizio della crisi ogni anno è andato alla cassa integrazione in deroga (quella cioè finanziata con la fiscalità generale e non con i versamenti delle imprese) oltre un miliardo di euro.
Sono cifre rilevanti impiegate unicamente per gestire le emergenze, senza un piano organico di riforma complessiva degli ammortizzatori sociali che dovrebbe completarsi solo con il Jobs Act che da settembre tornerà all’esame del Parlamento. Ma con i lavoratori over 50 licenziati dovremo purtroppo continuare a fare i conti, così con la cassa in deroga per sostenere il reddito di centinaia di migliaia di dipendenti
Con l’ultima mossa il ministro del Lavoro («sono favorevole a un contributo di solidarietà », ha detto), dunque, ha messo le mani avanti sfidando l’impopolarità e anche il suo presidente del Consiglio.
Perchè il ministro ha detto chiaramente che per recuperare un gettito significativo bisognerà abbassare l’asticella del livello di redditi dai quali cominciare a chiedere il contributo (ieri il sottosegretario dell’Economia, Pier Paolo Baretta ha dichiarato che può stare tranquillo chi prende fino a 2.000 euro netti).
Intaccando però, per questa via, il consenso del ceto medio e di quei pensionati che per oltre un terzo ha votato alle ultime politiche proprio per il Partito democratico. Anche da qui il “niet” di quasi tutto il partito, segretario in testa.
Per una volta dalla stessa parte delle grandi centrali sindacali, Cgil, Cisl e Uil che, se l’asticella dovesse davvero abbassarsi, vedrebbero colpita quella parte importante dei propri iscritti (oggi più della metà dei tesserati sindacali sono pensionati) sostanzialmente scampata alla riforma Dini entrata in vigore nel 1996
Eppure nella mossa di Poletti si può scorgere pure un altro aspetto, tutto interno alla maggioranza. Il Nuovo centro destra di Angelino Alfano ha sollevato, e ovviamente lo rifarà in Parlamento quando si discuterà sul Jobs Act, il tema dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Lo ha fatto per distinguersi, per una ricerca di identità all’interno della coalizione nella quale è prevalente l’impronta piddina.
L’Ncd, però, si è decisamente schierato contro l’ipotesi di un nuovo contributo di solidarietà (c’è già quello introdotto dal governo Letta per le pensioni superiori ai 90 mila euro lordi l’anno).
Poletti, questa volta d’accordo con Renzi, ha invece detto che l’articolo 18 non è all’ordine del giorno.
E ha aperto un fronte sulle pensioni che è stato violentemente attaccato da Forza Italia. Ncd non può lasciare campo libero alla destra forzista.
E allora è molto probabile che alla fine l’ipotesi del contributo di solidarietà (vista la posizione di Renzi) finisca solo per sgombrare definitivamente il campo dall’articolo 18: nè licenziamenti, nè contributo di solidarietà .
Roberto Mania
(da “La Repubblica)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA DEUTSCHE BANK: “PRIVATIZZARE IL WELFARE E I SERVIZI PUBBLICI PER FARE CASSA”
Non è solo la grande banca d’affari statunitense Jp Morgan a redigere rapporti che valgono come memorandum politici per governi e parlamenti di mezzo mondo.
Il “vizietto” ce l’hanno un po’ tutte le banche.
C’è chi dà consigli alla Bce, chi anticipa il governo Renzi. Chi si spinge ad auspicare la chiusura di una fabbrica come l’Ilva.
Le più grandi banche del mondo hanno tutte un’analisi più o meno segreta redatta da cervelli di valore, con cui orientare i mercati e con cui influenzare le scelte della politica.
Deutsche Bank: privatizzare è bello
Dopo il rapporto del 2013 della Jp Morgan che Il Fatto ha pubblicato integralmente ieri e che imputava alle Costituzioni “dei paesi periferici dell’Eurozona” Costituzioni a eccessiva “influenza socialista”, il documento di maggior respiro programmatico è forse quello della Deutsche Bank sulle privatizzazioni europee.
Il testo è del 20 ottobre 2011 e si intitola Guadagni, concorrenza, crescita.
La richiesta, rivolta direttamente alla Troika, è quella di procedere a una privatizzazione massiccia del sistema di welfare e di servizi pubblici.
L’obiettivo è rastrellare centinaia di miliardi di euro in paesi come Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda ispirandosi al vecchio piano tedesco Treuhandanstalt, l’Istituto che, tra il 1990 e il 1994 garantì la dismissione di 8000 aziende dell’ex Ddr.
Il capitolo che riguarda l’Italia è molto dettagliato.
Si ammette che “lo Stato nel suo complesso nel corso dell’ultimo decennio si è ritirato in modo significativo” da diversi settori.
Però esistono ancora “potenziali entrate derivanti dalla vendita di partecipazioni in grandi aziende”. Almeno 70-80 miliardi.
“Particolare attenzione meritano gli edifici pubblici, i terreni e i fabbricati”. Un valore stimato in 421 miliardi, la stessa cifra che in questi giorni viene stimata da diversi progetti pubblicati su vari giornali (Il Messaggero, IlSole24Ore) e che hanno avuto anche il sostegno del sottosegretario alla Funzione Pubblica, Angelo Rughetti.
La svizzera Ubs: chiudete l’acciaieria
Molto concreto è il rapporto della banca svizzera Ubs dal titolo: Il futuro dell’Ilva, il destino dell’industria siderurgica europea, nel quale lo specialista Carsten Riek ipotizza la chiusura parziale o totale del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. “Sarà una cattiva notizia per i dipendenti, ma a beneficiarne saranno tutti gli altri”. L’obiettivo è quello di eliminare una sovracapacità produttiva di 20 milioni di tonnellate a vantaggio della siderurgia tedesca, scandinava e austriaca.
L’Ubs si è resa protagonista anche di un’altra curiosità .
A pagina 4 di un documento datato 7 gennaio 2014, si legge: “In Italia, a meno che Matteo Renzi riesca a modificare sostanzialmente il percorso delle riforme, il più importante dei paesi periferici, ci sarà probabilmente meno spazio di manovra per negoziare il suo bilancio 2015 con la Commissione europea”.
Renzi, però, avrebbe giurato solo il 25 febbraio successivo.
Nel rapporto, poi, si scrive anche di possibili elezioni anticipate nel 2015.
I Consigli alla Bce della Goldman Sachs
Il Wall Street Journal rende noto un documento, redatto il 16 agosto 2011 da uno dei più importanti strateghi della banca, Alan Brazil, destinato ai clienti hedge funds.
Un documento non pubblico in cui Goldman Sachs non rinuncia a dare indicazioni come quella che riguarda la Bce alle prese con i riflessi della crisi greca.
Brazil scrive che per ricapitalizzare e salvare le banche europee dal rischio-collasso servano mille miliardi di dollari.
Esattamente la cifra che la Bce metterà a disposizione del sistema, di lì a poco, con il sistema Ltro.
Credit Suisse: riformare la politica
In un altro rapporto più recente la stessa banca consigliava direttamente all’Italia una politica di “austerità ” per ridurre le spese pubbliche, augurandosi “riforme strutturali” per far crescere di nuovo l’economia.
Un’attenzione specifica all’Italia la si trova anche nel Credit Suisse che in un rapporto del maggio scorso scrive: “I sistemi politico e normativo italiani non perfettamente funzionanti rallentano ancora il paese.
Un sistema giuridico inefficiente, imposte elevate, uno scenario elettorale volatile e una concorrenza carente in settori come mezzi di comunicazione, servizi retail e professionali stanno costando cari al paese.
Ampie riforme, alcune delle quali già approvate dai governi precedenti, potrebbero incrementare del 10 per cento la crescita del Pil sul lungo periodo”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
FINITO L’ENTUSIASMO CHE PORTO’ 160 MILIARDI SU BTP E PIAZZA AFFARI
Se qualcosa lo distingue da molti dei suoi colleghi, è la cura ossessiva che Dalio mette nel perseguire
la sua dottrina della «trasparenza radicale»: dire in faccia, senza stile, ciò che si ritiene vero.
Di recente Bridgewater l’ha applicata al Paese d’origine del capo, l’Italia
Lo hedge fund naturalmente ha degli interessi e prende posizioni sul mercato, senza comunicarle. Ma il suo rapporto datato 12 agosto, riservato allo staff e a un gruppo ristretto di clienti, non fa sconti.
È il ritratto in cifre di un’Italia colta nel pieno di una contraddizione: dal 2008 non ha fatto che peggiorare per le condizioni del debito pubblico, della produzione industriale, del mercato del lavoro e della competitività , eppure negli ultimi due anni il mercato ha risposto in senso opposto.
Gli spread e gli altri indicatori di rischio — dal prezzo che pagano le banche per finanziarsi al costo per assicurarsi contro il default del Paese — dal 2012 sono migliorati fin quasi a raggiungere un’apparente normalità .
Ma tra questi fragili equilibri finanziari e lo smottamento continuo dell’economia e del debito pubblico si è aperta una forbice che prima o poi, in un senso o nell’altro, dovrà chiudersi.
«Non riteniamo che gli spread dell’Italia riflettano la situazione in deterioramento del Paese, magari per buone ragioni vista l’esistenza di un sostegno da parte della Banca centrale europea — scrive Bridgewater -. Tuttavia mentre l’Italia continua a peggiorare e la sensibilità al debito aumenta, diventerà sempre più importante capire fino a che punto la Bce sarà disposta a sostenere i costi di finanziamento del Paese»
In altri termini, il più grande hedge fund del mondo richiama l’attenzione su un punto vitale per un’economia che solo due anni fa ha rischiato l’asfissia finanziaria: gli investitori esteri che dal 2012 hanno riportato in Italia oltre 160 miliardi di dollari potrebbero ripensarci in qualunque momento, perchè il Paese resta fragile.
Avverte Bridgewater: «Le condizioni in Italia sono depresse come non lo erano mai state dalla fine della seconda guerra mondiale. E poichè la Bce non fornisce sostegno a un livello appropriato e dato che l’economia italiana non è competitiva, queste condizioni probabilmente persisteranno»
Nell’analisi di Bridgewater, è evidente come Spagna e Italia abbiano preso due strade diverse nell’ultima parte della crisi: l’economia iberica ha puntato a riconquistare competitività , anche riducendo il costo del lavoro, e ora riesce a crescere e creare nuovi posti grazie all’export; l’Italia invece resta bloccata in un equilibrio scomodo fra alti costi del lavoro, ristagno dell’export, disoccupazione persistente e crollo dei consumi interni.
«In Spagna i salari si sono corretti adattandosi alle condizioni depresse nel mercato del lavoro — scrive Bridgewater -. Ciò a ridotto la domanda interna, facendo fare un passo indietro alle condizioni dell’economia, ma ha anche aumentato notevolmente la competitività spagnola all’estero e questo ha sostenuto in modo sostanziale la crescita negli ultimi trimestri».
L’Italia invece ha scelto la via opposta, secondo gli analisti di Ray Dalio: «Con il suo mercato del lavoro rigido e salari a livelli vincolati, il Paese non si è aggiustato molto. Nel breve periodo, ciò ha limitato un po’ il livello di sofferenza che ci sarebbe stato con ulteriori cali dei redditi, ma ha anche reso l’Italia sempre meno competitiva rispetto al resto dell’area euro».
Di qui il dilemma senza soluzioni facili, di fronte al quale si trovano il governo e l’intero Paese: «Una correzione al ribasso dei salari in Italia deprimerebbe ulteriormente i redditi e la spesa, partendo da livelli già depressi scrive Bridgewater -. Ma non affrontare questo passaggio metterebbe la manodopera italiana in una condizione ancora peggiore nel lungo periodo».
I dati riportati dallo hedge fund non lasciano scampo: l’export spagnolo è del 10% sopra i livelli del 2008, quello italiano è del 3% sotto e continua a perdere quote di mercato.
Affrontare le scelte scomode è difficile, è il messaggio della «trasparenza radicale» di Dalio.
Ma eluderle le rende ancora più difficili in seguito.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
DOVE SON MEGLIO CLACSON, SGOMMATE E RUTTI DI UBRIACHI DEL CANTO DEGLI UCCELLINI
Scrive un’amica della cui affidabilità non ho motivo di dubitare che l’altra sera, mentre si trovava a cena da amici in un condominio del quartiere Flaminio a Roma, ha sentito battere le mani nel cortile sottostante.
Un rumore ritmico che di minuto in minuto cresceva fino a diventare insopportabile.
Ha chiesto ai padroni di casa chi fosse il suonatore improvvisato di flamenco.
Era il portiere dello stabile, che ogni sera replicava lo spettacolo per disturbare gli uccellini intenzionati a occupare i rami della grande magnolia posta al centro del cortile, da dove poi avrebbero intonato i loro canti notturni.
Proprio allora si è spalancata una finestra del primo piano ed è apparsa una donna munita di coperchi.
Per indurre al silenzio uno stormo di pennuti canterini, l’intero isolato si è dovuto sorbire una jam session di percussionisti dilettanti.
La signora dei coperchi ha annunciato gongolante che la magnolia, origine di tutte le disgrazie, sarà presto abbattuta.
Tolto di mezzo l’ingombrante arbusto con il suo carico di frastuoni arcadici, gli orecchi dei condomini saranno di nuovo liberi di concentrarsi sui gorgheggi delle sgommate, sulla sinfonia dei clacson, sulle performance gutturali degli ubriachi.
Come frenare l’anarchia privata che accetta di buon grado ogni inquinamento acustico provenga dall’uomo mentre manifesta odio patologico nei confronti della natura?
Questo si chiede la mia amica, facendo ironico appello a un pianista disposto ad andare nel cortile ogni sera per attirare gli uccelletti sulla magnolia con i Notturni di Chopin.
Illusa: tirerebbero i coperchi anche a lui.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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