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RIINA RACCONTA IL PIZZO DI BERLUSCONI: “CI DAVA 250 MILIONI A COLPO”

Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile

LE CONFESSIONI DEL CAPO DEI CAPI: “AI CATANESI DICEVO: SE NON PAGA BRUCIATEGLI LA STANDA. SALDAVA OGNI SEI MESI”

Berlusconi? “… si è ritrovato con queste cose là  sotto, è venuto, ha mandato là  sotto a uno, si è messo d’accordo, ha mandato i soldi a colpo, a colpo, ci siamo accordati con i soldi e a colpo li ho incassati”.
Quanti soldi? “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”.
Parola di Totò Riina, che il 22 agosto dello scorso anno nell’ora d’aria nel carcere di Opera smette di parlare di Berlusconi in termini politici, generici o rancorosi (“È un buffone”) e racconta al co-detenuto Alberto Lorusso la sua verità  sul rapporto tra l’ex presidente del Consiglio e Cosa Nostra fin dagli anni 80, ormai consacrato in una sentenza della Cassazione: il pagamento di un “pizzo” milionario a fronte di un patto per ottenere reciproci e futuri vantaggi.
La conversazione depositata agli atti del processo per la trattativa Stato-mafia, parte dalla sorte giudiziaria di Berlusconi, in bilico in quei giorni di agosto dell’anno scorso, e il discorso cade subito sulle somme versate dall’imprenditore milanese ai boss palermitani e sulle analoghe richieste provenienti dai catanesi.
Era la fine degli anni 80, e partendo dalle rivelazioni di un testimone oculare, Salvatore Cancemi, i giudici hanno accertato che dal 1989 era Pietro Di Napoli, uomo d’onore della famiglia di Malaspina, a ricevere da Dell’Utri le somme di denaro per poi “girarle” a Raffaele Ganci, reggente del mandamento della Noce (cui fa capo la famiglia di Malaspina), e infine al destinatario ultimo delle somme, Totò Riina.
Che il 22 agosto dell’anno scorso rivela a Lorusso: “I catanesi dicono, ma vedi di… — dice il capo dei capi —. Non ha le Stande, gli ho detto, da noi qui ha pagato. Così, così li ho messi sotto, gli hanno dato fuoco alla Standa. Minchia, aveva tutte le Stande della Sicilia, tutte le Stande erano di lui. Gli ho detto: bruciagli la Standa. A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi, 250 milioni ogni sei mesi”.
Dal capo di Cosa Nostra arriva dunque la conferma delle parole del pentito Salvatore Cancemi, che per primo parlò della consegna del denaro proveniente da Milano: “Sicuramente più volte… due, tre volte io ero presente — ha detto Cancemi —. Lui (Di Napoli, ndr) veniva in via Lancia di Brolo, proprio con un pacchettino in un sacchetto di plastica e ci diceva: ‘Raffaele, questi i soldi delle antenne’, e loro poi… Raffaele Ganci questi soldi li metteva da parte, da parte nel senso che non li portava subito a Riina, diciamo per questa minima cosa andare a disturbare Riina… Appena il primo appuntamento, che c’era il primo incontro con Riina, ce li portava e capitava… è capitato più volte che c’ero anch’io… e ci diceva: ‘Zu’ Totuccio, questi sono… Pierino ha portato i soldi delle antenne’”.
Il racconto si fa dettagliato anche nella conversazione di Riina con Lorusso del 22 agosto: “È venuto il palermitano — continua Riina — mandò a lui, è sceso il palermitano, ha parlato con uno… si è messo d’accordo… dice, vi mando i soldi con un altro palermitano, c’era quello a Milano. Là  c’era questo e gli dava i soldi ogni sei mesi a questo palermitano. Era amico di quello… il senatore”.
E a questo punto Riina chiede: “Il senatore si è dimesso? ”.
“Sì, sì”, risponde Lorusso.
La replica è un attestato di stima per Marcello Dell’Utri: “È una persona seria”, dice il boss che di Berlusconi sembra non nutrire la stessa considerazione.
“È un buffone”, aveva detto sempre a Lorusso nella conversazione del 6 agosto 2013, dopo che il detenuto pugliese lo aveva informato che a Roma “stanno vedendo come fare per salvarlo”.

Giuseppe Lo Bianco
(da “il Fatto Quotidiano”)

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UN CONO GELATO E POCO ALTRO, RENZI SOFFOCATO DAGLI ANNUNCI

Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile

MILLE RIFORME, POCHI DECRETI E QUASI ZERO EURO

Si capisce che non è il momento migliore per Matteo Renzi, da centravanti di sfondamento deve improvvisarsi mediano, difendere invece che attaccare.
E gli costa fatica. “Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati, al 21 del mese i nostri soldi erano già  finiti”.
Lucio Battisti, I giardini di marzo, offre la sintesi della giornata politica
CREMA&LIMONE.
Cortile interno di Palazzo Chigi: Matteo Renzi scende al termine del Consiglio dei ministri e c’è un gelataio della catena Grom con apposito carretto.
Un cono crema e limone per rispondere all’Economist che ha ritratto il premier sulla barca di carta dell’economia europea mentre fissa il vuoto e tiene un gelato in mano.
“Il gelato artigianale è buono, non ci offendiamo per le critiche, perchè facciamo un lavoro serio”, il premier lecca e offre ai giornalisti di condividere (non succede), abbronzato dopo le vacanze a Forte dei Marmi, ma ancora un po’ appesantito nonostante il tennis pomeridiano. Poi conferenza stampa.
PASSODOPOPASSO
Ormai ci vuole un dizionario per orientarsi nella propaganda governativa: Renzi presenta una nuova serie di slide, nome in codice “passodopopasso” che servono a indicare la traccia del “programma dei mille giorni” che verrà  presentato in un’altra conferenza stampa e servirà  a dare sostanza alla promessa di “cambiare verso” all’Italia.
Tutto questo si sostanzia in una serie di provvedimenti, qualche decreto e molti disegni di legge delega dai tempi lunghi, testi — come sempre — non se ne possono leggere, bisogna affidarsi alla trasmissione orale delle promesse.
Che sono, ovviamente, tantissime. Ma per una volta non trasmettono la consueta frenesia renziana, bensì un po’ di affanno.
“Tanta roba”, dice l’ex sindaco di Firenze con una delle espressioni più à  la page del vocabolario renziano, ma non ci crede neppure lui.
I SOLDI.
Quanto vale il decreto sblocca Italia? Non si sa.
“Zero”, dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, riferendosi all’impatto netto sulla finanza pubblica.
Renzi aveva promesso di “sbloccare” 43 miliardi di euro per le opere pubbliche. A sentire il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, ce ne sono giusto 3,8. Soldi che già  c’erano e che cambiano destinazione.
Il premier prova a riassumere: il decreto Sblocca Italia “tenta di risolvere e anticipare una serie di problemi burocratici che si sono creati”. Sbadigli in sala.
LA MINISTRA.
Renzi sa che giornali e tg si eccitano per i numeroni e le grandi riforme, questa volta non ne ha da offrire e quindi snocciola elenchi di misure che sembrano più da amministratore di condominio che da presidente del Consiglio.
Il colpo doveva essere la riforma della scuola, ma il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha rubato i titoli dei giornali al premier, anticipandone i contenuti.
Risultato? Niente riforma. “Si farà  mercoledì”, dice Renzi che si riappropria del dossier e anticipa che “non ci sarà  la stabilizzazione dei precati”, ma un misto di posti per chi è in graduatoria combinato con la valutazione della performance. Vedremo.
Di giustizia Renzi non vuole parlare troppo: si capisce che la considera una fastidiosa eredità  della Seconda repubblica segnata dai guai di Silvio Berlusconi.
Al premier piace presentare la riforma della giustizia civile, “dimezzeremo i processi”. Il resto lo lascia al Guardasigilli Andrea Orlando
80 EURO SBIADITI.
La deflazione, la recessione, i consumi che continuano a crollare. Anche sull’unica misura importante del suo governo, il bonus Irpef da 80 euro al mese per i redditi bassi, Renzi deve giocare in difesa, parare critiche di aver speso male 6,6 miliardi e di prepararsi a buttarne 10 all’anno con la legge di Stabilità .
“Apprezzo chi mi contesta sugli 80 euro perchè dimostra d avere un’altra filosofia, un’altra idea dell’Italia. Noi il bonus lo confermeremo”.
Traduzione: io taglio le tasse ai dipendenti, mentre gli economisti, Forza Italia e la Confindustria vorrebbero usare quei soldi a favore delle imprese (il Pil salirebbe, ma non i voti al Pd).
MOGHERINI FOREVER.
Renzi elenca la lunga teoria di vertici domestici e internazionali che lo attendono. Ma soltanto uno gli interessa davvero: quello di oggi a Bruxelles, il Consiglio europeo che ratificherà  la nomina di Federica Mogherini, oggi ministro degli Esteri, ad alto rappresentante per la politica estera dell’Unione.
Il premier si è impuntato, si è giocato la reputazione su una nomina di prestigio e — nonostante una vasta opposizione di giornali e governi — dovrebbe vincere.
Questa notte, quando arriverà  in conferenza stampa a Bruxelles, Renzi confida di tornare ai toni trionfalistici che gli sono più consoni.

Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL CARRETTO PASSAVA E QUELL’UOMO GRIDAVA GELATI

Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile

UNA SQUADRA DI MODESTI MEDIANI AL SERVIZIO DI UN BOMBER DA SEI MESI A CACCIA DEL PRIMO GOL

Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati. Quell’uomo è il presidente del Consiglio.
Il quale – nonostante l’Italia sia sull’orlo del baratro e la nuova parola d’ordine «passo dopo passo» prometta di fargliene fare uno in avanti – ha trovato il tempo di rispondere alla copertina dell’Economist che lo ritrae con un gelato in mano a bordo di una nave che affonda.
Nella politica a fumetti, dove immagini e slogan rimpiazzano i pensieri, il nostro vanta predecessori illustri, ma non conosce rivali.
Ieri ha fatto installare nel cortile di Palazzo Chigi il carretto di un noto marchio artigianale, che ringrazierà  per la pubblicità  gratuita, e ha passeggiato a favore di telecamera con un cono che ha tentato di sbolognare a qualche cronista, invano: siamo gente dallo stomaco dritto, noi.
Il siparietto, tristissimo, si è concluso con la consegna del manufatto sgocciolante a una funzionaria, imbarazzata come tutti.
Che il premier abbia perso «il tocco»?
Forse è il peso della realtà  che sovrasta persino chi cerca di imbellettarla con trovate goliardiche e incitamenti da allenatore di provincia.
Questo governo di mediani con un solo fantasista ancora a caccia del primo gol, più che dell’incipit di «Giardini di marzo» farebbe meglio a occuparsi del secondo verso: al ventuno del mese i nostri soldi erano già  finiti.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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CHE FINE HANNO FATTO I FORCONI?

Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile

UNO E’ STATO ARRESTATO PER SPACCIO DI DROGA, MOLTI SONO FINITI NEI GUAI: TRA DESAPARECIDOS, SPOGLIARETTISTI E CANDIDATURE ALLE ELEZIONI

Che avesse dei guai era noto. Già  nel dicembre del 2013, mentre guidava la protesta dei Forconi liguri sotto la prefettura di Savona, si era trovato a rispondere a un inviato della Rai sulla sua condanna in primo grado per traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio di denaro.
Davanti alle telecamere del Tg regionale Davide Mannarà , 35 anni, non aveva però fatto una piega: «Sono ancora in fase di giudizio», aveva risposto: «E poi noi siamo un movimento del popolo e nel popolo ci sono pregiudicati, non pregiudicati, gente comune, imprenditori, lavoratori lasciati a casa… ci siamo tutti».
Ora che quel “tutti”, ovvero il movimento di piccoli artigiani, agricoltori, autotrasportatori e disoccupati riuniti sotto il simbolo dei “Forconi”, è scomparso dalla ribalta mediatica, anche per Mannarà  sono tornati i guai: il 28 agosto è stato arrestato per spaccio di droga.
Il pasionario che col megafono arringava i ribelli sotto le prefetture della Liguria sarebbe stato coinvolto in un canale di rifornimento di cocaina sull’asse Valencia-Savona.
Ma quello di Mannarà  non è l’unico caso di un esponente del variegato movimento a finire dietro le sbarre.
Ad aprile a essere arrestato era stato il leader veneto dei Forconi, l’imprenditore Lucio Chiavegato, reso celebre dalle sue numerose ospitate tv.
Coinvolto nell’inchiesta della Procura di Brescia per una presunta organizzazione armata che progettava la secessione del Veneto, è finito in carcere insieme a Patrizia Badii, un’ex imprenditrice in crisi con un passato da ballerina di rock’n roll acrobatico, anche lei militante indipendentista e uno dei volti femminili più noti delle proteste forconiane, complice anche la sua presenza fra le poltrone delle trasmissioni su La 7.
Chiavegato, come gli altri arrestati, è rimasto in carcere un paio di settimane.
E una volta tornato in libertà  ha abbandonato il tricolore tanto caro ai Forconi (nati meridionali) per tornare a sventolare il vessillo di San Marco, con un nuovo progetto indipendentista.
Ha lasciato così la presidenza di Life (Liberi imprenditori federalisti europei), sigla di tanti dei cortei e proteste che avrebbero dovuto bloccare l’Italia nel 2013, e dopo essere passato per il Fronte Marco Polo, il Partito Nord-Est, il Partito nasional veneto e Veneto Stato, ha fondato il suo movimento: “Chiavegato per l’indipendenza”. L’obiettivo è sempre lo stesso: essere eletto in Regione e arrivare pacificamente alla secessione di Venezia.
Per chi è interessato alla battaglia c’è un canale su youtube , mentre sul suo sito nuovo fiammante sono aperte le iscrizioni (la tessera costa 10 euro) per aderire al partito.
Chi invece non vuole spendere soldi può partecipare a sondaggi sul futuro della regione. Come quello dedicato a decidere se, dopo l’indipendenza, sarà  meglio battere moneta o tenere l’euro. Un quesito finito 67 a 33 a favore della sovranità  monetaria. Al quale però hanno partecipato solo in tre .
Non è escluso che con le regionali del prossimo anno, molti seguano l’esempio di Chiavegato e decidano di candidarsi.
Nonostante si dicano contro i politici, tutti i leader Forconi hanno sempre tentato la via elettorale.
Danilo Calvani, l’imprenditore agricolo dalle alterne fortune ricordato per essersi presentato in piazza con una Jaguar fiammante, alle comunali di Latina del 2011 raccolse qualche centinaio di voti; alle elezioni politiche il presidente del movimento in Sicilia, Martino Morsello, si era candidato con Forza nuova; il leader siciliano, Mariano Ferro, alle regionali del 2012 si era candidato con “Il popolo dei Forconi”, prendendo l’1,37 per cento dei voti.
Lo stesso Ferro, quando si era vociferato di una lista alle europee, aveva minacciato un esposto contro l’uso improprio del marchio.
Nemmeno le proteste di piazza dei mesi scorsi sembrano però aver giovato granchè agli uomini del Forcone: Monselice, 18 mila abitanti in provincia di Padova, era uno dei centri nevralgici degli imprenditori ribelli; eppure alle elezioni per il sindaco, a maggio, la lista civica “C9D Forconi” ha raccolto appena 67 voti, pari allo 0,65 per cento. Un po’ poco per fare la rivoluzione.
Gli scricchiolii, per la forza che sperava di riunire, da Nord a Sud, gli artigiani colpiti dalla crisi e dalla burocrazia, si erano sentiti poco dopo il momento d’oro dei tafferugli e degli inviti in prima serata in Tv.
Già  alla fine di dicembre uno degli ultimi sit-in ufficiali indetti da Danilo Calvani era riuscito a raggruppare meno di tremila persone .
E il mese successivo solo in poche decine avevano aderito all’invito del leader di barricarsi in chiesa per ottenere asilo politico dal Vaticano.
Così, mentre Mariano Ferro cerca tutt’ora di tenere stretta l’identità  del “vero” movimento dei Forconi, quello col simbolo registrato e la storia più lunga di proteste e cortei, in Sicilia, le altre sigle si sono perse in rivoli dai contorni sempre più disparati. Il “ Movimento forza d’urto ”, ad esempio, che nei suoi picchetti impediva ai partiti, di destra come di sinistra, di mostrare le bandiere, ha deciso di sciogliersi già  nel marzo del 2013.
Sul sito web di “ Dignità  Sociale ”, dove campeggiano le foto dei comizi di Calvani, non ci sono più aggiornamenti dal 2013.
A non fermarsi invece è “l’Onda Calabra — movimento per la legalità ”, fondato a Cosenza da Salvatore Brosal e Roberto Corsi .
Corsi era finito su tutti i giornali nel settembre del 2013, quando la deputata 5 stelle Giulia Sarti aveva dato il suo supporto alla lotta del commerciante calabrese, scrivendo: “ Siamo tutti Roberto Corsi ”.
La lotta di Corsi consisteva nel non pagare più le tasse, considerate ingiuste e vessatorie. Un gesto forte che in una riunione nazionale dei Forconi , dove era salito sul palco con Ferro e Calvani, gli era valso una standing ovation planetaria.
Ora però Corsi è impegnato anche su altri fronti. Sulla sua pagina Facebook personale ad esempio, a luglio, se la prende col Vescovo di Oppido Mamertino: non per la processione inchinatasi a favore del boss, quanto per aver ceduto “alle pressioni” del dibattito nazionale: «Il Vescovo sospende le processioni dopo lo scandalo dell’inchino a Oppido Mamertino», scrive sul suo diario a luglio: «non è una vittoria caro Vescovo ma una sconfitta, ecco come evitare delle polemiche inutili e non rinunciare alla nostra cultura alle nostre tradizioni».
Su Onda Calabra le priorità  sono altre ancora.
In un post del 28 agosto, sotto una foto di George Soros, definito “affamatore di popoli, ebreo”, gli ex Forconi condividono: «Fino a quando vi porranno davanti agli occhi l’icona di Anna Frank, fino a quando col megafono a mille spareranno le infamità  di Primo Levi, non verrà  mai a galla la vera faccia del giudeo sionista imperialista, nemico dell’umanità  intera».

Paolo Fantauzzi e Francesca Sironi
(da “L’Espresso“)

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A UN’ITALIA IN DEFLAZIONE, IL GELATAIO RENZI OFFRE UN PANNICELLO CALDO

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

“PASSO PASSO” VERSO IL BARATRO: DOPO I TREMENDI DATI ECONOMICI DELLA MATTINATA, IL BIG BANG DIVENTA LA SOLITA PATACCA

Il botto del big bang del rientro post ferie promesso da Renzi è suonato attutito. Rimandata la riforma della scuola, inseriti in disegni di legge (ampiamente modificabili in Parlamento e privi di tempi certi per l’approvazione) molti dei provvedimenti sulla giustizia (sulla quale ha dovuto cedere ad Angelino Alfano in materia di intercettazioni), anche lo Sblocca Italia si è visto privato della consistente parte relativa al taglio delle municipalizzate e dell’annunciato piano casa.
A bagnare le polveri del premier è stata la slavina di indicatori economici seccamente negativi che sono planati sulla sua scrivania e su quella del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
Ultimi, oggi, i dati sulla deflazione, sulla perdurante stagnazione del Pil e sulla crescita della disoccupazione.
Suggerendo al titolare di via XX settembre di espungere dal testo del provvedimento tutte le norme che avrebbero comportato nuovi oneri di spesa.
Una decisione che probabilmente ha incontrato il favore di Giorgio Napolitano, che in mattinata ha incontrato l’ex economista dell’Ocse (dopo aver ricevuto ieri sera Renzi), mantenendo una supervisione costante sull’operato dell’esecutivo.
È così un Renzi nervoso quello che accoglie i giornalisti nella sala stampa di Palazzo Chigi.
D’altronde, anche la mossa comunicativa dell’offerta del gelato (di Grom) segnalava una certa irritazione nei confronti della vignetta del settimanale britannico, che si sarebbe altrimenti potuto scrollare di dosso con un’alzata di spalle: “Ho letto commenti a mio avviso fuori scala — spiega invece il presidente del Consiglio – Con una battuta ho voluto mostrare che rispetto ai pregiudizi che l’Italia suscita dobbiamo dimostrare la realtà : il gelato artigianale è buono, non ci offendiamo per critiche perchè facciamo un lavoro serio”.
Per la dozzina di minuti dedicati all’illustrazione dei decreti varati dal Consiglio dei ministri, una buona metà  sono tuttavia spesi per annunciare il “lavoro serio” che si farà  piuttosto che quello che è stato fatto.
A partire dal “passo dopo passo”, lo slogan/hashtag lanciato per il varo formale del piano dei prossimi mille giorni di governo, che verrà  presentato durante una conferenza stampa nel primo pomeriggio di lunedì prossimo.
C’è poi la promessa di sbloccare nei prossimi dodici mesi dieci miliardi per le grandi opere, la messa in piedi di un grande piano per recuperare i fondi europei mai utilizzati (progetto affidato a Graziano Delrio), l’impegno a confermare gli ecobonus, quello di confermare per gli anni a venire gli 80 euro.
Infine, l’annuncio di convocare il 6 ottobre una conferenza di tutti i paesi dell’Ue centrata sulla crescita.
L’unico “faremo” che non arriva è quello relativo a domani. Perchè il Renzi in difficoltà  di oggi proverà  a rifarsi con il via libera a Federica Mogherini alla guida della politica estera dell’Unione.
Una prudenza comprensibile alla vigilia di un vertice il cui punto di caduta è la composizione di un complicatissimo rebus politico-geografico.
“Ci vediamo a Bruxelles domani verso l’1.00 di notte”, si limita a dire il premier, prefigurando tempi lunghi per il varo della squadra di Jean-Claude Juncker. Confermando però l’appoggio dell’Italia al francese Pierre Moscovici al cruciale portafoglio dell’Economia: “Decide il presidente della Commissione, ma la mia stima per Moscovici è elevata, credo sia una persona in grado di svolgere quel ruolo”.
Renzi conta di tornare vincitore da Bruxelles, per poter ridare slancio ad un settembre che non è iniziato nel miliore dei modi.

(da “Huffingtonpost“)

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SBLOCCA ITALIA SI BLOCCA, SOLO 3,8 MILIARDI: SALTA IL TAGLIO DELLE MUNICIPALIZZATE, SPOLPATO IL PACCHETTO CASA

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

PER LE INFRASTRUTTURE SI TRATTA DI RISORSE GIA’ ESISTENTI EREDITATE DA GOVERNI PRECEDENTI

Parecchio rimaneggiato in alcuni dei suoi capitoli più delicati, alla fine il decreto “Sblocca Italia” è venuto alla luce.
Perdendo per strada però alcuni punti importanti, dall’insieme di misure destinate alle municipalizzate a gran parte del pacchetto casa, promosso dal ministro Maurizio Lupi, che esce con le ossa rotte dal Consiglio di ministri che ha dato il via libera al provvedimento.
Il tutto “a saldo zero” sulla finanza pubblica, cioè ovviamente non in deficit, perchè – ha assicurato un asciuttissimo e sintetico Pier Carlo Padoan in conferenza stampa – “tutte le misure sono coperte”.
Anche se in molti casi si tratta di norme che puntano appunto a “sbloccare” risorse già  esistenti. Lo sforzo linguistico dell’intera compagine governativa è in questo senso notevole. Chi parla di “mobilitare”, chi di “liberare”, chi di “smuovere” e di “accelerare”.
Dizionario dei sinonimi a parte, il punto è sempre lo stesso.
Confermando le aspettative della vigilia, il corposo intervento sulle infrastrutture si articola in due questioni distinte.
Da un lato un pacchetto di semplificazioni che accelerano l’avvio al primo novembre 2015 di opere già  finanziate, come l’Alta Velocità  Napoli Bari (costo 6 miliardi) o la Palermo-Messina-Catania con la nomina a commissario dell’attuale ad delle Ferrovie dello Stato.
Sempre senza muovere un solo euro, agendo solo sulla leva legislativa, il governo proverà  a rilanciare gli investimenti privati attraverso l’abbassamento da 200 a 50 milioni della soglia che consente ai finanziatori privati di accedere alla defiscalizzazione.
Le 1617 email ricevute dai sindaci dopo la consultazione pubblica lanciata all’inizio del mese per segnalare piccole opere bloccate, ha spiegato il premier, “hanno ottenuto 1.617 risposte concrete e puntuali.
A chi ci ha chiesto ‘Dammi spazio di patto’, la risposta è sì”. Via libera anche al gasdotto Tap. “Il prossimo 20 settembre sarò a Baku”, ha detto Renzi.
Dall’altro il decreto individua risorse nuove fino a 3,8 miliardi destinate ad un secondo gruppo di opere non interamente finanziate ma che necessitano comunque di una fiche pubblica per mettersi o rimettersi in moto, fissando anche una scadenza precisa.
Se entro dieci mesi i lavori non dovessero partire le stesse risorse potranno essere ritirate e destinate altrove.
Ma è il capitolo casa ad uscire parecchio penalizzato dal vertice di Palazzo Chigi.
Per la proroga dell’ecobonus e per quello sulle ristrutturazioni edilizie se ne riparlerà  nella legge di stabilità .
Così come in quella sede si discuterà  di un altro atteso provvedimento che manca all’appello, quello sulla possibilità  di accedere ad una deduzione fiscale fino al 20% (su un tetto di 300 mila euro) per gli acquisti di immobili destinati all’affitto a canone concordato.
Il ministro Lupi ha perorato fino all’ultimo la causa, ma sul tavolo del Cdm è risultato sconfitto. Entra invece la possibilità  di effettuare lavori all’interno dei propri immobili attraverso una semplice comunicazione al proprio comune e non più previa richiesta di autorizzazione.
All’ultimo, ed è una delle sorprese più rilevanti del testo uscito dal cdm, è saltato tutto il pacchetto di interventi sulle municipalizzare.
L’obiettivo del governo era di cominciare a mettere mano a una giungla già  finita sotto la affinatissima lente di ingrandimento del commissario per la revisione della Spesa Carlo Cottarelli.
Partendo da una serie di incentivi (come quellp di escludere dal patto di stabilità  i proventi della cessione di quote, potendoli utilizzare anche negli anni successivi) per la vendita o le aggregazioni delle proprie società  pubbliche. Se ne riparlerà , anche in questo caso, nella legge di stabilità .
Chiude il quadro, che include anche 600 milioni di rifinanziamento per la Cassa in deroga, il bouquet di misure targate Ministero dello Sviluppo Economico.
A fare da capofila, un piano triennale a sostegno del made in Italy che – ha auspicato il ministro Federica Guidi – dovrebbe fare crescere il prodotto interno lordo di “un punto di Pil”, con incremento dell’export di 50 miliardi attraverso 20 mila nuove aziende esportartici.
Semaforo verde anche alle agevolazioni per gli investimenti in banda larga, con un credito di imposta del 50% per quelli nelle cosiddette “aree bianche”, dove cioè non sarebbe redditizio investire.
Incentivo salutato con particolare entusiasmo, e a modo suo, dal premier Renzi: “Tanta roba”.

(da “Huffingtonpost”)

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BERSANI LE CANTA A RENZI: “TROPPI ANNUNCI, IO HO IL DIFETTO OPPOSTO: NON RIESCO A DIRE CHE GLI ASINI VOLANO”

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

IL RITORNO DI PIERLUIGI ALLA FESTA DELL’UNITA’ DOPO LA MALATTIA

Dal partito al governo, Pierluigi Bersani si leva parecchi sassolini.
Abbronzato, camicia celeste, arriva alla Festa dell’Unità  di Bologna determinato a dare, “in amicizia”, parecchi suggerimenti al premier e suo successore alla guida del Pd.
Parte dai numeri negativi dell’economia per dire che “dobbiamo decidere se fare i 100 metri o il mezzo fondo” e invita, in bersanese puro, a “sorvegliare il rapporto tra comunicazione, aspettative e la realtà , altrimenti poi si rischia di generare sfiducia”. “Non è che se ci mettiamo tutti a soffiare poi si alza il vento”, avverte l’ex segretario, consapevole che lui, per il deficit di comunicazione, ha perso la sfida più grande. “Ho il difetto opposto, non riesco a dire che gli asini volano, dovrei almeno imparare a dire che volano bassi bassi, altrimenti poi lo so che la gente si deprime”.
L’ex segretario riconosce a Renzi la “spinta”, il “piglio”, ma lo invita ad evitare l’eccesso di annunci e di fretta, “almeno la prospettiva deve essere quella di mille giorni, qui di scorciatoie non ce ne sono…”.
L’intervistatore Massimo Giannini lo incalza sulla sfida al premier, lui evita attacchi diretti “che qui bisogna tutti dare una mano”. E tuttavia le critiche non mancano, “gli 80 euro sono un’operazione redistributiva con dei bei difettucci, e poi non è mai con una sola misura che si fa ripartire il Paese”.
La mente torna alla “politica del cacciavite”, alla sua esperienza da ministro, “quando l’idea dei bonus fiscali per le ristrutturazioni me la diede il capo di un’organizzazione di Rete imprese Italia”.
E dunque “la concertazione che va aggiornata ma non cancellata, perchè nessuno nasce imparato e con la gente che sta sul pezzo bisogna parlarci”.
E ancora la spending review: “Non si fa ripartire il Paese tagliando la spesa pubblica, che va modificata spostando da dove c’è troppo grasso a dove troppo magro, ma è in linea con gli altri paesi europei”.
Bersani critica l’ipotesi di una nuova manovra di tagli, “se si tratta di 16-18 miliardi si rischiano di tagliare i pilastri dello Stato sociale”.
“Io non ne posso più di sentir parlare di riforme”, sbotta con un sorriso, “bisogna entrare nei dettagli”.
Su Renzi non picchia mai troppo duro, “ha detto battute improprie sui sindacati, ma risponde a un senso comune, ad una crisi della rappresentanza che è reale”.
Sul partito è più duro, partendo dall’esperienza delle primarie emiliane, il mancato accordo su Daniele Manca: “Se non c’è un partito che dà  delle indicazioni, se non c’è un soggetto politico diventiamo uno spazio politico, e alle primarie si può arrivare fino a 15 candidati del Pd, e magari un bravo amministratore giovane non se la sente. Il partito deve dare indicazioni, anche rischiando di essere smentito dai cittadini, questo strumento delle primarie lo dobbiamo coccolare…”.
Sulla sua regione, l’ex leader manda segnali precisi ai candidati: “Mi dispiace che Manca non ci sia. Sono tutti bravi, l’Emilia sarà  in buone mani, ma ci risparmino le giaculatorie sull’innovazione, che qui si fa dai tempi di Guido Fanti e siamo sempre leader in Europa. Bisogna dire cosa e come si vuole innovare, e per farlo bisogna sapere dove mettere le mani”.
Per Bersani avere il premier -segretario è un problema: “Io non avrei fatto i due mestieri insieme, mi sarei dimesso da segretario, perchè ogni cosa che dici nel partito si scarica sul governo e dunque sul Paese, la discussione è un po’ inibita. E invece ci deve essere discplina ma anche discussione”.
Su questi temi, e anche su come un partito vive senza finanziamento pubblico, lancia un appuntamento di discussione in autunno.
“Da vent’anni questo paese non ha partiti, solo organizzazioni del leader, e questa è una delle cause del nostro declino. Il Pd deve risolvere questo problema democratico”.
La legge elettorale, e le riforme. Per Bersani “il Senato come è stato votato va bene così”, ma nell’Italicum, “i cittadini devono scegliere i deputati, con i collegi, ma io mi bevo anche le preferenze pur di evitare i nominati…”.
Ma il succo del ragionamento è un’altro: “Bene discutere con tutti, ma l’ultima parola non la può avere Verdini e se non sarà  d’accordo se ne farà  una ragione”.
Patto del Nazareno? “Non mi risulta che ci sia anche la giustizia, e comunque con Berlusconi vanno evitati patti stringenti, perchè lui non ha più nulla da dire in prospettiva a questo Paese”.
La sala è piena, anche se non stracolma: all’arrivo di Bersani molti si alzano in piedi, e alla fine sono autografi e strette di mano. Lui se la cava con una battuta. “Molti mi dicono che si sono pentiti di aver votato Grillo: e io rispondo che per questo perdono qui devono rivolgersi a qualcuno più in alto…”.
Chiosa politica: “Il M5s ha dimostrato in pieno la sua impotenza, e la destra ci metterà  molto tempo a riorganizzarsi. Ora tocca al Pd, i voti li abbiamo ma adesso servono i fatti”. Arriva anche il momento del tour nelle cucine con i volontari. E’ la prima festa dopo l’ictus di gennaio. Ma stasera non c’è spazio per lacrime e commozione.
Bersani è tornato sorridente ma intenzionato a farsi sentire.
Sempre “in amicizia”, naturalmente.

(da “Huffingtonpost”)

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LA FESTA DELL’UNITA’ CAMBIA MENU TRA TORTELLINI, MOJITO E COLTELLATE

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

SULLO SFONDO LA CORSA ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE EMILIA ROMAGNA: BONACCINI CONTRO RICHETTI

Ora che tutti sono renziani, in Emilia Romagna, si fa un po’ fatica a spiegare a Maria, studentessa tedesca qui per un master in politiche comunitarie, che quella che si gioca in queste ore non è affatto una partita fra “amici di Matteo”.
Ma che , anzi, l’unico che davvero poteva dirsi amico di Matteo è sulla carta il più debole, gli altri sono tutti politici che vengono dalla nidiata di Errani e Bersani ma ora sono renziani, certo. Un po’ perchè qualcuno opportunamente ha cambiato idea, più in generale perchè i nomi delle cose non sempre corrispondono alle cose.
Qui per esempio Maria sta bevendo un mojito servito in un verde baretto ambulante a forma di lime davanti al ristorante «Macondo» ma non siamo in Colombia, difatti ai tavoli servono tortellini e lambrusco, e del resto anche la Festa porta il nome di un giornale che non esce più in edicola ma l’importante è il brand.
“In che senso?”. Nel senso che l’importante è non disfarsi di un marchio che funziona e tenere l’orecchio teso a quel che vuole la gente: è il mercato, è così. Festa dell’Unità , candidato renziano. Suona meglio, funziona.
E la rottamazione, il rinnovamento?, domanda Maria in apprensione, a settembre deve scrivere una tesina.
Ecco appunto. La prima Festa dell’Unità  di Renzi presidente, qui al Parco Nord di Bologna, segna il minuto esatto in cui alla prova del governo nelle regioni rosse, Toscana ed Emilia, gli uomini forti del partito-di-prima sono invitati a restare pure al loro posto nel partito-di-dopo. Rossi in Toscana, Bonaccini in Emilia.
Un «rinnovamento nella continuità », dice sorridendo Sergio Cofferati che di questa città  è stato pregato di fare il sindaco.
«Evidentemente adesso al premier conviene così: tenere buone le alleanze di governo nazionale in cambio di una certa tolleranza nelle roccaforti ex Ds. Non è che Renzi non sappia di chi può fidarsi e di chi no, che non veda la data della carta d’imbarco sul suo volo. Anche quelli arrivati l’altro ieri se servono sono i benvenuti. Poi certo, ogni tanto qualcuno si fa male e in Emilia in particolare bisogna stare attenti ai sorrisi. Spesso a tavola il menù è tortellini, cotechino e una pugnalata per dessert».
Fuori di metafora i volontari allo stand del gioco del tappo, alla Festa, dicono che Stefano Bonaccini il segretario regionale come candidato è meglio di Manca sindaco di Imola perchè «tiene insieme il vecchio e il nuovo, con Manca hanno provato a far saltare le primarie ma non poteva funzionare. Manca renziano proprio non è». Infatti no.
Daniele Manca era stato indicato da Bersani ed Errani, Renzi aveva detto ok ma poi Debora Serracchiani ha fatto un giro tra i circoli, ha dato uno sguardo ai sondaggi, ha letto le mail e ha valutato che non fosse una buona idea.
Ci sarebbero stati comunque altri candidati. Matteo Richetti, per esempio: «Che già  a luglio diceva a Montecitorio: “Se non mi candido adesso quando lo faccio?”
Aveva già  deciso. D’altra parte Renzi lo teneva in un cono d’ombra inspiegabile con ragioni solo politiche», dice Sandra Zampa, prodiana, seduta in prima fila al dibattito della Festa.
Matteo Richetti si è candidato con un post su Facebook l’altro ieri.
Erano venti giorni che taceva. Alla Leopolda degli inizi, in tempi di renzismo aurorale e a Palazzo irriso, il premier lo esibiva come la sua quinta colonna in Emilia: «Abbiamo con noi un pezzo di Modena».
Poi, nel tempo, il freddo. Nessun incarico di partito, nessun incarico di governo.
Sui motivi personali del distacco, apparenti dissapori su comuni amicizie, tutti si attardano e insieme sorvolano nelle notti bolognesi.
«Certo motivi di natura politica non ce ne sono stati a meno che non si voglia attribuire tutto al voto contrario di Richetti all’ingresso nel Pse», dice Elly Schlein, classe 1985, la civatiana di Occupy Pd che con 53700 preferenze ha strappato il seggio all’europarlamento al veterano Caronna.
«A me piacerebbe che si parlasse dei temi: i rifiuti, gli inceneritori, l’immigrazione, i diritti. Che non si giocasse una partita già  scritta, con Bonaccini segretario e gli altri che fanno da comparse, ma non so se siamo ancora in tempo».
Le primarie sono fra meno di un mese, il 28 settembre.
Palma Costi, già  lettiana sostenuta nelle zone colpite da terremoto, potrebbe ritirarsi già  oggi. Resterebbero in quattro.
Il romagnolo Roberto Balzani, radici repubblicane, laico, ambientalista. Patrizio Bianchi, ex rettore di Ferrara, presidente di Nomisma quando Prodi si candidò con l’Ulivo, profilo altissimo di intellettuale cattolico.
Oltre ai prodiani potrebbero convergere su di lui i voti della sinistra Pd, cattolici di base passati per Sel come l’assessore bolognese Amelia Frascaroli, i civatiani. Pippo Civati: «In Emilia si è rimandato il congresso regionale di febbraio, poi mai fatto. Siamo di fronte alle consuete trattative interne tra aree. Sono sempre i soliti che decidono».
Civati potrebbe avere peso come coalizzatore di dissenso, il rafforzamento di Bianchi rendere meno scontata la corsa tra Bonaccini e Richetti.
D’altra parte, dice Amelia Frascaroli con occhi limpidi come la sua storia, «le primarie non è serio farle sempre finte». Lei, con Flavia Prodi e quella che ai tempi di don Nicolini era la sinistra bolognese della Curia, lavora da quarant’anni dalla parte degli ultimi.
Si candidò alle primarie a sindaco contro Merola, che allora era bersaniano oggi renziano. «Sono nonna di quattro nipoti, cerco di lavorare a progetti di economia sociale, provo a pensare che lavorando si riescano a cambiare le cose ma quelli che prima fanno e poi dicono sono mal sopportati dal sistema. Ci sopportano. La balcanizzazione della politica della sinistra è il risultato di infiniti giochi di palazzo, sempre gli stessi anche se cambiano i nomi. Sono tutti dentro al gioco, quello che conta è il gioco».
Un gioco grande, perchè non si tratta mica solo della mappa del potere renziano. Alle feste dell’Unità  emiliane Renzi aveva già  vinto tre anni fa, quando le volontarie in cucina dicevano: darà  lavoro ai nostri figli, ha la loro età .
La partita è sul governo di una regione ancora fra le più ricche e produttive d’Italia, sul suo modello di sviluppo.
Nel 2015 in Emilia si fa il presidente della regione, a Bologna cambiano il rettore e il vescovo. Tre stanze del potere decisive.
La partita del rettorato seguirà  fatalmente quella politica, Ivano Dionigi non può ricandidarsi e il Pd vincente deciderà  su chi puntare: se sul rinnovamento davvero o sulla continuità , i nomi sono già  sul tavolo.
Il vescovo Cafarra, destra della Curia vaticana, lascerà  il passo – qui tutti sperano – ad un uomo di Bergoglio.
«Delle tre partite la più interessante, direi l’unica, mi pare quella del vescovo», dice Franco Bifo Berardi, scrittore filosofo protagonista dagli anni Sessanta della vita politico- culturale bolognese.
«Il mondo va da un’altra parte, la politica non crea più nulla non ha oggetto nè visione, replica se stessa all’infinito in uno scacchiere di potere. Le cose cambiano sul terreno della società , e in Italia l’unico vero rinnovatore oggi è il Papa».
Alla Festa inizia il dibattito tra Fassino, Zingaretti, Bonaccini. Richetti, unico renziano doc e solo oustider nella corsa, non è stato invitato alla discussione sul buongoverno.
«La burocrazia di partito non fermerà  quel che fa crescere il paese», dice. Diventa difficile spiegare a Maria che la burocrazia di partito, in questo caso, porta le insegne di Renzi.
Ma è anche vero il contrario, perchè ora che non c’è chi non possa dirsi renziano il vero “uomo di Matteo” si conoscerà  alla fine.
Sarà  quello che vince.

Concita De Gregorio
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A GIUSI NICOLINI: “UN ERRORE ABOLIRE I SOCCORSI IN MARE, SI RISCHIA UN RITORNO AL PASSATO”

Agosto 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA PAURA DEL SINDACO DI LAMPEDUSA: “A UN’EMERGENZA UMANITARIA NON SI PUO’ RISPONDERE CON IL CONTROLLO DELLE FRONTIERE, OCCORRONO CAMPI PROFUGHI GESTITI DALL’ONU IN LIBIA E SUDAN”

«Non ci accontentiamo dei soldi dell’Europa, è quello che è sempre successo dopo ogni grande tragedia del mare. Con Frontex plus l’Italia porta a casa un risultato politico, ma solo se cambierà  nome e soprattutto obiettivi».
A Lampedusa, il sindaco Giusy Nicolini è al lavoro con il Comitato 3 ottobre per preparare la kermesse che, in occasione dell’anniversario del naufragio che diede l’avvio all’operazione Mare nostrum, farà  il bilancio su un anno di soccorsi alle 115 mila persone che hanno attraversato il Canale di Sicilia.
Sindaco, cos’è che non va in Frontex plus?
«Frontex plus non potrà  mai prendere il posto di Mare nostrum visto che hanno obiettivi del tutto diversi. La prima è un’operazione di controllo delle frontiere, la seconda è di soccorso in mare. E visto che non ci troviamo di fronte ad un’invasione (perchè chi arriva non è armato, sono donne, bambini), ma di fronte ad una grande emergenza umanitaria, è chiaro che Frontex plus dovrà  cambiare il suo obiettivo».
I mezzi di soccorso non andranno più a prendere i profughi in acque internazionali.
«È una follia. Con Mare Nostrum ci sono stati 2000 morti nel Mediterraneo, non si è riusciti a fermare i naufragi ma sono state salvate più di 100.000 vite e quasi tutte in acque internazionali. Si rischia un ritorno al passato. E bisogna anche dire che non è possibile che l’adesione a Frontex sia su base volontaria. Il mare è di tutti e non solo quando c’è da tirarne fuori petrolio o pescato. Non si può scegliere se aderire o no. E dico di più: se una nave spagnola soccorre un barcone è giusto che si porti i profughi in Spagna, non è che ce li deve lasciare per forza in Italia».
Ma come fare se l’Europa pone dei paletti così stretti?
«Non bisogna far salire questa gente sui barconi. Offriamo asilo con le nostre ambasciate sull’altra sponda del Canale di Sicilia e se in Libia non è possibile perchè c’è la guerra facciamolo in Sudan. Tutti passano da lì. Facciamo campi profughi gestiti dall’Onu e decidiamo noi come e quando farli venire».

Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica“)

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