Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
OBIETTIVO COINVOLGERE FRANCIA, PORTOGALLO E SPAGNA NEI SOCCORSI: OGNUNO FARSI CARICO DI UNA QUOTA DI PROFUGHI
Nel medio periodo, una manciata di mesi, campi di accoglienza profughi in Tunisia, Egitto e Marocco con la supervisione delle Nazioni Unite e finanziati dalla Comunità europea. Nell’immediato, navi europee, gestite dall’agenzia europea Frontex, in servizio di pattugliamento e soccorso nel Mediterraneo che poi dovranno garantire assistenza nei rispettivi paesi. Ovverosia, se il recupero lo fa una nave spagnola, la prima assistenza sarà garantita in Spagna. E così via in Francia, Portogallo. Sembra già escluso a priori il coinvolgimento di Malta e Cipro in passato spesso causa di drammatici fraintendimenti.
Sono i due dossier usciti dalla riunione tecnica tra gli sherpa di Frontex e i rappresentanti del Dipartimento dell’Immigrazione del ministero dell’Interno per cercare di condividere, a livello europeo ma anche internazionale (sullo sfondo si muovono le Nazioni Unite), l’esodo biblico, inarrestabile e drammatico dall’Africa e dal Medioriente verso l’Europa.
Cinque ore di discussione e confronto che prenderanno forma politica domani a Bruxelles quando al tavolo ci saranno il ministro dell’Interno Angelino Alfano e il commissario europeo Cecilia Malmstrom.
“Vediamo cosa ci chiede l’Italia, di cosa ha bisogno” è stato il presupposto dell’incontro. Presupposto che ha un vago sapore retorico visto che le Nazioni Unite hanno stimato oggi che sono 1889 i morti nel canale di Sicilia dall’inizio dell’anno, di cui 1600 da giugno, persone, vite, storie, uomini e donne, bambini, che volevano fuggire dalle guerre e dalle persecuzioni e raggiungere l’Europa.
Anche ieri la nave Fenice ha portato a terra, a Pozzallo, 24 cadaveri tra cui sette donne e un neonato. Più di cento risultano dispersi nell’ultimo naufragio. Per non parlare della spiaggia di al Qarbouli a 50 km a est di Tripoli diventato in queste ore l’obitorio di almeno 170 cadaveri restituiti dalle maree.
Di fronte a queste notizie, alle immagini che corrono sul web, il tavolo tecnico Frontex e Viminale non ha potuto che prendere atto di una tragedia che va avanti da mesi e che il quadro geopolitico tra Siria, Iraq, Palestina, Eritrea, Somalia e la stessa Libia ormai fuori controllo non potrà che peggiorare.
Persino le Nazioni Unite hanno alzato la voce. “L’Italia non sia lasciata sola” ha detto la portavoce del Palazzo di Vetro Stefane Dujarric.
Così, con grave ritardo, l’Europa sembra voler assumere qualche responsabilità .
Le linee di intervento al momento sembrano essere due.
La prima coinvolge direttamente Frontex, l’agenzia europea nata nel 2005 per occuparsi delle frontiere europee. Frontex non ha uomini e mezzi per sostituire “Mare nostrum”, la missione italiana di recupero e salvataggio avviata un anno fa dopo la tragedia di Lampedusa (340 morti). Deve però aiutarla.
Si prevede così l’impiego nel canale di Sicilia di navi militari di altri paesi. Che oltre a soccorrere in mare dovranno anche farsi carico della prima accoglienza.
I paesi che dovrebbero aderire al progetto Frontex-plus sono Francia, Spagna e Portogallo che già dispongono di flotte.
Non è escluso che anche altri paesi si facciano poi carico in prima battuta dei profughi.
Evitando così gli ulteriori viaggi dall’Italia alla Germania, al Belgio e agli altri paesi del nord che sono già in partenza la destinazione finale di molti profughi.
Tutto questo dovrebbe alleggerire l’Italia del doppio carico: il salvataggio e poi l’accoglienza.
Sotto le regia delle Nazioni Unite, poi — e in questo senso sono di buon auspicio le parole della portavoce dell’Onu che auspica “uno sforzo internazionale” — si sta pensando a un piano di campi di accoglienza profughi in Tunisia, Egitto e Marocco.
Luoghi dove chi fugge da guerre e carestie troverà un primo centro di assistenza e soccorso per l’identificazione e, se ci sono i requisiti per lo status di rifugiato, per un’eventuale partenza con destinazione Europa o resto del mondo, dove ci sono parenti o occasioni per rifarsi una vita.
Un piano che dovrebbe almeno tagliare le gambe ai trafficanti e risparmiare vite umane.
Insomma, Italia non più attore unico e solitario dell’emergenza che d’ora in poi sarà condivisa “in termini di finanziamenti, uomini e mezzi nel bilancio dell’Unione europea”.
Questa la proposta italiana, ora dipende da cosa deciderà la Ue.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
BONELLI MANDA A RENZI IL PROGETTO DI RICONVERSIONE CHE PUà’ GENERARE 35 MILA POSTI DI LAVORO
“I fondi sequestrati dalla magistratura milanese ai Riva non vanno usati per il risanamento degli
impianti, ma per la bonifica dei suoli inquinati dall’Ilva”.
Lo sostiene Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale del capoluogo ionico durante una conferenza nella quale ha illustrato il suo progetto per la riconversione industriale della città secondo il modello già seguito in altri centri come Bilbao o Pittsburgh.
Un progetto, inviato al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che prevede l’istituzione per 5 anni di un’area “No Tax” a favore di imprese e attività produttive “non insalubri”.
Bonelli e il movimento “Taranto Respira” indicano come destinatari delle agevolazioni fiscali imprese che si occupino di ricerca nel settore della green economy , dell’innovazione, dell’efficienza energetica, del terziario e anche dell’edilizia per il recupero del centro storico di Taranto che giorno dopo giorno si sgretola tra incuria e degrado.
Nel documento consegnato alla stampa si parla di riduzione delle accise e degli oneri di sistema su benzina, gasolio e bollette, tagli fino al 50 per cento di Irap e Ires, contributo alle aziende per la costruzione di nuove strutture fino a un massimo di 500 mila euro.
Non solo. Il co-portavoce dei Verdi, infatti, chiede l’istituzione di un fondo per il sostegno dell’agricoltura, duramente colpita a seguito delle emissioni nocive dell’Ilva, ma soprattutto propone la “riqualificazione, la trasformazione e rigenerazione urbana e ambientale, a partire dai suoli contaminati, con un gruppo operativo di urbanisti, architetti coordinati da Renzo Piano”. Una serie di cantieri, quindi, che secondo Bonelli garantirebbe 35 mila nuovi posti di lavoro per circa sette anni.
E i fondi? Secondo l’ambientalista sono cinque le strade da seguire per le coperture: un contributo per 10 anni grazie a un prelievo dello 0,7 per cento sui redditi compresi tra 120 mila e 250 mila e pari a 1 per cento per quelli superiori a 250 mila euro; lo storno del prezzo di 12 aerei F-35 pari a oltre 1,5 miliardi di euro; l’imposizione di 1 centesimo come accisa sui carburanti per 10 anni; fondi statali per le bonifiche da aggiungere a quelli già stanziati e, infine, il recupero dei fondi regionali per la costruzione di una piattaforma logica collegata collegata al porto ionico.
“Il capoluogo ionico — spiega Bonelli — non può continuare a essere la discarica dei veleni italiani. Guardando a importanti progetti come quelli di Bilbao e Pittsburgh, noi proponiamo un piano di riconversione, a partire da agevolazioni fiscali e burocratiche che saranno direttamente proporzionali ai livelli di nuovi occupati”.
Infine, il leader dei Verdi ha spiegato che l’esistenza dell’area a caldo dell’Ilva, quella composta dai sei reparti sequestrati dal gip Patrizia Todisco il 26 luglio 2012, è “incompatibile con la città e la salute della sua popolazione” e quindi è necessario prevederne “la chiusura”.
Ma oltre all’Ilva, Bonelli ha definito incompatibile anche “Tempa Rossa”: il progetto dell’Eni avallato dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo lo scorso 17 luglio nonostante tre giorni prima il consiglio comunale avesse ufficializzato il suo no al potenziamento della raffineria.
Un progetto che prevede l’assunzione di 53 operai per 24 mesi e che alla fine della costruzione dei due mega-serbatoi per lo stoccaggio del greggio proveniente dalla Basilicata produrrebbe, secondo la stessa Eni, l’aumento delle emissioni del 12 per cento l’anno.
Francesco Casula
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO LA SENTENZA DELLA CONSULTA, IL TRIBUNALE DE MINORI DI FIRENZE PRECEDE IL PARLAMENTO
“Finalmente la stanno cercando la mia mamma», dice Mariagnese con un filo di voce. E da una borsa mostra un documento.
È l’ordinanza del tribunale dei minori di Firenze nella quale si delega «il giudice relatore a disporre, con le dovute cautele, le necessarie ricerche».
Un atto giudiziario rivoluzionario che, di fatto, scardina la legge 184 del 1983 e rende nullo l’articolo 28, quello che imponeva il divieto ai figli non riconosciuti alla nascita (il così detto parto in incognito) di conoscere il nome dei genitori.
Un’ordinanza che segue la sentenza della Consulta che alcuni mesi fa ha giudicato incostituzionale la legge 184, ma che anticipa le nuove normative (ci sono quattro proposte di legge) in discussione in Parlamento.
Non è soltanto una storia di giurisprudenza quella di Mariagnese Bellardita, 59 anni, una casa a Pontassieve (non lontana da quella del premier Matteo Renzi), quattro figli e due nipoti.
Perchè il cuore e i sentimenti s’intrecciano con le carte bollate e rendono questa vicenda unica nella sua incredibile verità .
Mariagnese, quando nasce nel 1955, appartiene a quell’esercito numerosissimo di bambini di madre sconosciuta.
Viene affidata a un istituto religioso nel Bergamasco e adottata a dieci mesi da una coppia siciliana. Il padre e la madre adottivi decidono di non raccontarle niente, nè da bambina nè da adulta.
«La verità la conoscerò solo dopo la morte di mio padre da una zia – racconta Mariagnese -. Verità parziale, però. Prima la zia mi dice che sono stata abbandonata davanti a una chiesa. Anni dopo, finalmente, mi svela che i miei genitori naturali erano due ragazzini di 16 e 14 anni. Non hanno mai saputo di avere una figlia in vita perchè gli raccontarono una terribile menzogna: “Vostra figlia è morta durante il parto”»
Mariagnese ha un attimo di commozione. Poi continua: «La rivelazione è sconvolgente. Eppure in un primo momento non ho sentimenti. Sono fredda, insensibile. Scatta un meccanismo di rimozione, di rifiuto. Poi cresce la voglia immensa di cercare quei due ragazzini che forse non mi hanno neppure abbandonata. Faccio appelli ovunque, ma inutilmente. La legge mi osteggia, vieta che io sappia la verità . Poi, finalmente, arriva la sentenza della Corte Costituzionale. Torna la speranza».
Siamo nel dicembre 2013. Grazie al sostegno di Emilia Rosati, fondatrice insieme ad Anna Arecchia del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, un’associazione che si batte per il diritto alla conoscenza dei genitori naturali, parte l’istanza al tribunale di Firenze patrocinata dall’avvocato Roberto Continisio.
Nel documento si chiede il diritto di conoscere il nome della madre biologica negato dalla legge 184 ma ritenuto incostituzionale dalla Consulta
«Il risultato è straordinario e per la prima volta un tribunale accoglie pienamente la nostra richiesta – spiega Emilia Rosati -. Il tribunale di Firenze dice sì, si muove personalmente per avviare la ricerca anche se la limita alla volontà dell’eventuale madre naturale a conoscere la figlia»
Mariagnese ha uno strano presentimento. Da quando sa che è iniziata la ricerca è convinta di essere vicina alla verità .
«Non so se mia mamma è ancora in vita e se lo è mio padre – spiega Mariagnese -. Erano giovani, quando sono nata, ma sono passati 59 anni e sono tanti. Però spero di ricostruire comunque un pezzo della mia vita, di riuscire a capire da dove sono arrivata. Mi piacerebbe raccontare un giorno ai miei nipoti una favola a lieto fine. C’era una volta una bambina che oggi è una nonna felice”.
Marco Gasperetti
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DELLE ORGANIZZAZIONI DEI DOCENTI E DEGLI STUDENTI AL MINISTRO … E SALVINI RIESCE A RIMEDIARE UNA FIGURA DELLE SUE
“Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, dice che vuole eliminare i supplenti? Allora si metta
all’opera, perchè non deve fare altro che assumerli”.
La prima replica alle anticipazioni del piano per la scuola del governo arriva dal sindacato Anief.
“I numeri — si sottolinea in una nota — ci dicono che i supplenti servono, solo che vanno stabilizzati. Dal 2001 a oggi lo Stato ha assunto nelle scuole pubbliche 258.206 insegnanti, ma in quegli anni ne sono andati in pensione 37 mila in più. E i posti liberi erano 311.364. Tanto è vero che le supplenze sono aumentate da 105 mila a 140 mila. E la maggior parte sono su posti vacanti”.
“Se veramente Giannini vuole risolvere il problema del precariato — sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir — ha una sola via d’uscita: chiedere al suo Governo di farla finita di ignorare i richiami dell’Ue e tramutare in contratti a tempo indeterminato almeno la metà delle 140mila supplenze di lunga durata, la metà di tutta la Pa, che gli uffici scolastici periferici sottoscriveranno nei prossimi giorni. Solo una scelta radicale di questo tipo — aggiunge Pacifico — rappresenterebbe la svolta nell’affrontare il problema della mancata stabilizzazione di tanto personale”.
L’Anief ricorda “che dal 2001 a oggi lo Stato ha assunto nelle scuole pubbliche 258.206 insegnanti. Ma rispetto alle necessità effettive e al turn over dovevano essere oltre 50mila in più”. “Dal 2001/2002 le scuole hanno utilizzato 1.241.281 insegnanti precari assunti con contratto sino al termine dell’anno scolastico. Una buona parte di questi posti andrebbero però considerati a tutti gli effetti liberi. Quindi utili per ulteriori assunzioni. Inoltre, a dispetto della direttiva comunitaria i contratti annuali o fino al termine dell’anno scolastico conferiti ai docenti si sono incrementati di oltre il 20%, passando da 96.915 a 120.339″.
“Allora — conclude Pacifico — basterebbe rivisitare il numero di organici a disposizione per svuotare le graduatorie dei docenti precari. Occorre attuare da subito un piano straordinario di immissioni in ruolo pari a 125 mila unità , di cui almeno 60mila da attuare subito, tra cui 13 mila Ata, perchè tali sono i posti vacanti e disponibili”.
Esprime le sue perplessità anche il coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti Danilo Lampis. “Ad oggi gli studenti non sono stati minimamente interpellati”, “nonostante vivano ogni giorno le scuole. Siamo pronti a dar battaglia e a mobilitarci nei prossimi mesi, a partire dalle manifestazioni studentesche del 10 ottobre”.
Così il coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti, Danilo Lampis.
“Le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini sono sconcertanti — dice in una nota Lampis — e sembrano voler portare a termine le idee degli ultimi governi Berlusconi sulla scuola pubblica. Innanzitutto riteniamo inaccettabile procedere a nuove agevolazioni sulle scuole private, proprio mentre la pubblica paga le conseguenze peggiori dopo anni di tagli. Il miliardo e mezzo di risorse recuperate non sono nulla rispetto alle reali esigenze: non pensino di abbindolare il mondo della scuola e il Paese con piccole concessioni!”.
Non ci sono solo i sindacati e i rappresentanti degli studenti a criticare l’annuncio. Gaffe del segretario della Lega Nord Matteo Salvini che su Twitter scrive: ”Ministra dell’Istruzione: ‘Aboliremo le supplenze’. E se manca un professore? Fa lezione uno studente estratto a sorte??”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
RENZAO MERAVIGLIAO: NON CI SONO LE COPERTURE E RIMANDA ALLA LEGGE DI STABILITA’
Non c’è nessuna pioggia di miliardi in arrrivo a sostegno della crescita nel piatto forte del “Big bang” annunciato da Matteo Renzi per il consiglio di ministri di venerdì.
Il decreto Sblocca Italia “mira prevalentemente a sbloccare la burocrazia”.
A spiegarlo è il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi, rispondondendo ai cronisti che gli chiedevano conto sulle difficoltà in corso nel reperire risorse fresche per il provvedimento.
“Tra legge di stabilità e decreto sblocca Italia si troveranno le coperture per le azioni necessarie al rilancio del Paese”, ha provato ad assicurare Lupi.
“Lo Sblocca Italia e la legge di stabilità viaggiano parallelamente. Può essere che una parte delle coperture sia anticipata nello Sblocca Italia e un’altra parte scatti al primo gennaio 2015”.
L’obiettivo principale del provvedimento a cui sta lavorando il governo è prima di tutto quello di far partire cantiere per piccole e grandi opere già finanziate.
Opere che – secondo il governo – tutte insieme potrebbero valere circa 43 miliardi in termini di risorse “mobilitate”, stando almeno a quanto annunciato dal presidente del Consiglio.
Non sono questi soldi, però, che i tecnici dei ministeri stanno cercando.
Ci sono, nelle intenzioni del ministro Lupi, nuovi interventi sulla casa che richiedono fondi freschi: agevolazioni per chi acquista e concede l’abitazione in affitto e altri vantaggi fiscali più la proroga degli ecobonus.
Alcuni di questi, i primi, necessitano di risorse fin da subito. Per altri, come gli stessi ecobonus, si può attendere ottobre e inserire le nuove risorse per il 2015.
(Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
ANTICIPARE NEI PAESI DELLA COSTA AFRICANA LA PROCEDURA DI RICHIESTA DELLA PROTEZIONE
Ma è possibile fermare questa strage? 
C’è un metodo o un’idea, uno strumento o una strategia – qualora ce ne sia la volontà – che non consista nell’affidarsi al buon Dio o a un destino diventato improvvisamente propizio?
Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, il mare Mediterraneo è diventato una tomba d’acqua o, se si preferisce, un cimitero marino che accoglie ogni giorno i suoi morti
Sono state, innanzitutto, le cifre crudeli di questa macabra contabilità , che ci hanno indotti a elaborare una proposta di «ammissione umanitaria».
Un piano, formulato nei mesi scorsi, all’indomani del naufragio del 3 ottobre a largo di Lampedusa.
Oggi quel piano, già sottoposto ai rappresentanti del governo, alle più alte cariche istituzionali e alle principali organizzazioni internazionali, e che ha raccolto consensi e osservazioni, appare più che mai indifferibile.
In estrema sintesi, si tratta di anticipare geograficamente, territorialmente, diplomaticamente, giuridicamente, nei Paesi della Costa settentrionale dell’Africa, il momento e la procedura di richiesta della protezione.
E si deve cominciare a progettare tutto ciò da subito.
Altri corpi si sono aggiunti al tragico computo dei morti nel canale di Sicilia, nonostante gli sforzi della nostra marina militare a cui dobbiamo la vita di oltre sessantamila migranti tratti in salvo grazie all’operazione «Mare Nostrum ».
Un movimento inarrestabile, carico di dolore, che non cesserà con le misure che l’Ue ha adottato finora nè con quanto la task force «Mediterraneo» si appresta a fare in materia di frontiere e di cooperazione giudiziaria e di polizia.
Occorre ampliare il raggio di intervento a livello europeo, alzare lo sguardo e realisticamente percorrere una strada comune che veda l’Europa protagonista di una politica d’asilo efficace, in grado di farsi carico di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e persecuzioni, offrendo loro un’opportunità di vita futura.
Una soluzione duratura nell’ambito della gestione delle migrazioni e della politica di protezione dell’Unione europea nei confronti dei rifugiati
Al centro di questa azione umanitaria, la necessità di garantire asilo e protezione dando ai profughi la possibilità di chiedere soccorso senza dover rischiare la vita attraversando il Mediterraneo.
E senza l’intermediazione dei trafficanti di esseri umani.
Un programma di reinsediamento nei paesi europei che garantisca viaggi legali e sicuri per poterli raggiungere, con il coinvolgimento di tutti gli Stati membri, stabilendo quote di accoglienza per ciascuno stato
Si tratta, dunque, di istituire centri e strutture nei paesi della sponda sud del Mediterraneo (Giordania, Libano, Tunisia, Egitto, Algeria, Marocco), da cui partono o dove transitano o si addensano i movimenti migratori verso l’Europa.
Il primo passo è la realizzazione di presidi internazionali in quei paesi per l’avvio della procedura di concessione di protezione, presidi da istituire sulla scorta di quelli delle organizzazioni umanitarie internazionali che accolgono i profughi lì presenti.
I presidi andrebbero realizzati dalla stessa Ue, d’intesa con le organizzazioni umanitarie internazionali, attraverso ambasciate e consolati dei singoli stati o la rete del Servizio europeo per l’azione esterna.
Le necessarie intese con i Paesi interessati potrebbero rientrare nella cooperazione Ue sul modello dei partenariati per la mobilità , già conclusi con Marocco e Tunisia
Questa proposta vuole essere una traccia, delineata guardando ad esperienze già esistenti – si pensi alla Germania che ha aderito a un programma di resettlement (re-insediamento) dell’Unhcr accogliendo migliaia di siriani – e la sua articolazione può essere differente ricorrendo a strumenti giuridici e procedure di altra natura.
E proprio perchè è forte la consapevolezza delle difficoltà di rendere concreto un piano europeo di ammissione umanitaria.
Ma è una traccia che va assolutamente segnata e ulteriormente definita.
Le statistiche pubblicate da Eurostat nei giorni scorsi riguardanti i rifugiati accolti in re-insediamenti nella Ue nel 2013 parlano chiaro: sono in tutto 4.840 i profughi siriani inseriti nei paesi europei.
A queste cifre ridottissime vanno accostati i 2,5 milioni di profughi rifugiati all’estero che l’Unhcr stima siano la conseguenza della guerra in Siria.
Ora tocca all’Italia e al nostro governo, fare in modo che la volontà politica degli Stati europei si indirizzi verso scenari nuovi, scelte consapevoli e condivise, lungimiranti e coraggiose.
Nessun piano sarà efficace se non si parte dalla necessità di porre fine alla politica degli ultimi anni che ha causato solo morte, incapace di guardare a quanto avviene al di là del Mediterraneo.
Luigi Manconi
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
“LA LEGGE DEL MARE È L’UNICA A SALVARE I MIGRANTI” … ORGOGLIO ITALIA: 113.000 VITE SALVATE IN 10 MESI
È un macabro conteggio che si aggiorna quasi di ora in ora, come se qualcuno in fondo al mare avesse in mano quelle macchinette con cui le hostess contano e ricontano le persone a bordo degli aerei.
Solo che in questo caso l’overbooking è incluso nel prezzo del biglietto e la macchinetta conta invece i cadaveri che il Mediterraneo mangia e spesso non restituisce.
Oltre 230 persone in 48 ore, a partire dal naufragio di sabato al largo delle coste libiche con 200 vittime; il secondo nella notte tra sabato e domenica, con 18 cadaveri; il terzo, la notte tra domenica e lunedì, quando la macchinetta del conteggio ha fatto sei clic. Almeno.
Perchè questi sono soltanto i morti accertati. “Il mare non è una strada, dove se il pulmino ha fatto salire troppe persone si accosta ai lati e le fa scendere. In mare se scendi sei morto”.
L’ammiraglio Giovanni Pettorino è il capo del III Reparto — Piani e Operazioni del Comando generale delle Capitanerie di Porto.
È un uomo che va dritto al sodo e le polemiche politiche le liquida in poche parole: “Se finisse Mare Nostrum sarebbe un’ecatombe”.
Alfano o chi verrà dopo di lui, Frontex o Italia lasciata sola, cinismi alla Giampaolo Pansa (che domenica ha scritto, su Libero, che è ora di finirla con “buonismo” e “spirito di carità ”), la sostanza non cambia: l’operazione che vede impegnata anche la Marina Militare ha portato a terra, sani e salvi, circa 113 mila migranti (il numero è stato dato ieri dal capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi), la maggior parte dei quali in fuga da guerre e persecuzioni.
“Non potremmo fare altro che salvare le vite — spiega l’ammiraglio Pettorino — ce lo impone la legge e ce lo chiede la nostra morale”.
Presso il comando generale delle Capitanerie, a Roma, è presente la centrale nazionale cui arrivano le richieste di soccorso: “Ci chiamano appena partiti dalle coste libiche — racconta il comandante — perchè hanno già il nostro numero. Parlano un inglese stentato e dicono quasi tutti le stesse cose, a prova del fatto che sono ben istruiti: ‘Abbiamo a bordo bambini e donne incinte, stiamo imbarcando acqua e rischiamo di affondare’.
Grazie ai telefoni satellitari, che vengono dati loro da chi organizza i viaggi, riusciamo a rintracciarli. E a quel punto abbiamo il dovere di intervenire”.
L’Italia ha firmato, con altri 140 paesi, la Convenzione di Amburgo, che obbliga ogni firmatario a dotarsi di una centrale nazionale per la ricerca e il soccorso in mare.
In Italia, il comando delle Capitanerie esercita questa funzione per conto del ministero delle Infrastrutture.
Una legge nazionale determina le acque di nostra giurisdizione, circa 500 mila chilometri quadrati sottoposti al controllo delle Guardie Costiere, circa il doppio della superficie del Paese.
Ma quando si tratta di salvare vite umane, i centimetri di territorialità contano poco, perchè la legge più importante, quella che ogni marinaio conosce bene, è quella del mare. “Se soccorriamo qualcuno a sole 40 miglia dalle coste libiche non possiamo certo riaccompagnarlo su quella terra — spiega Pettorino —. La normativa stabilisce che il centro nazionale di soccorso che riceve per primo una chiamata si deve comunque attivare, anche se le acque non sono di sua giurisdizione, fino a quando le autorità competenti non intervengono e portano a termine il soccorso. Ma i libici non intervengono e quindi ci troviamo a dover gestire da soli tutte le informazioni. Poi non dimentichiamoci che la Libia non rispetta la convenzione sui rifugiati”.
E se pensiamo che dalla Libia parte il 94 per cento del flusso migratorio proveniente dall’Africa, capiamo perchè l’idea del respingimento sarebbe contro le leggi internazionali.
“Una volta arrivata la chiamata alla centrale operativa, individuiamo il mezzo più vicino — prosegue l’ammiraglio —: può essere uno dei nostri, una nave della Marina o anche un mercantile privato. Dall’inizio dell’anno ne sono stati coinvolti un centinaio. È grazie a questa imponente macchina operativa che siamo riusciti a salvare tante persone: 60 mila la Marina, 22 mila noi, più o meno altrettanti i mercantili. Se quest’operazione non ci fosse stata, sarebbe stata una strage continua”.
I numeri dell’immigrazione sono in crescita geometrica: quest’anno è arrivato in Italia il doppio dei migranti sbarcati nel 2011 e tre volte quelli giunti lo scorso anno.
“È un business talmente forte — conclude l’ammiraglio — che le barche sono sempre più fatiscenti: sono fatte per navigare per poche miglia, potrebbero portare al massimo una ventina di persone, ne portano persino 800. Non hanno dotazioni di salvataggio, nè individuali nè collettive. Se non vengono soccorse nel giro di qualche ora sono destinate a perdersi. E in caso di rovesciamento, la maggior parte di questa gente non sa nuotare. Lasciarli annegare? Sono parole che non possiamo ricevere, perchè siamo uomini di Stato e quindi rispettiamo le leggi, e perchè rispondiamo alla nostra legge morale”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
CONTINUA LA FARSA DI POLITICI E VIP IN CERCA DI NOTORIETA’ A BUON MERCATO
“Dille due parole, anche di circostanza, sulla ricerca scientifica”. 
Non ha riscosso molto successo l’Ice Bucket Challenge del ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia.
Con il video diffuso sulla sua pagina facebook, il ministro ha dato il suo contributo alla causa – l’ormai famosa secchiata d’acqua gelata – per raccogliere e incentivare le donazioni per la ricerca scientifica contro la Sla, la Sclerosi Laterale Amiotrofica.
Ma nel filmato il ministro non rispetta le regole del “gioco”: non c’è ghiaccio nel secchio (in realtà la Madia usa una pentola), non nomina altre persone come consuetudine.
E soprattutto non fa cenno alla nobile iniziativa che, come ormai noto, non è un gavettone fine a se stesso ma nasce dalla volontà di incentivare le donazioni a favore della ricerca contro la Sla.
Il ministro non dice nulla: semplicemente si svuota addosso una pentola piena d’acqua.
“Ma non c’era il ghiaccio, non ha nominato nessuno, e non ha neanche detto che il gesto era a favore della ricerca sulla sla. è sconfortante che un ministro non capisce un giochino così semplice. Che coraggio”, protesta un utente.
Un altro: “Non ha neanche spiegato che il gesto era a favore della ricerca sulla Sla. Non ha nominato nessuno. Neanche due parole in croce. Ma invece di fare la figura dell’incapace (non riesce a fare un semplicissimo video correttamente), perchè non si impegna per la Ricerca in Italia? È un ministro”.
E via dicendo: “Molto divertente. Neanche un sorriso, neanche dire che è contro la SLA. Sembra che stai giocando. Ma sorridi dai!”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
VERTICE TRA IL PREMIER E IL MINISTRO DELL’ECONOMIA: NON CI SARANNO ALTRE RISORSE PER GLI INTERVENTI IN ARRIVO
La vera secchiata d’acqua gelida è arrivata ieri, nel primo incontro tra Renzi e Padoan al ritorno dalle ferie: non ci sono risorse aggiuntive, soldi freschi, tesoretti, fiche a sorpresa da puntare sulla ruota dell’anno in corso.
Il controllo della spesa, di qui a dicembre, deve essere ferreo.
Troppo grosso il rischio di sforare il 3% nel rapporto tra deficit e Pil, in pratica già raggiunto.
Troppo alta la probabilità di infrazioni europee, proprio ora che Bruxelles si avvia a concedere flessibilità ai paesi riformatori e virtuosi. Attenzione dunque ai cordoni della borsa
Una nota dolente per Renzi e i ministri Lupi e Guidi (Insfrastrutture e Sviluppo), a questo punto orientati a confezionare un decreto Sblocca-Italia asciutto, ricco di norme per semplificare e sburocratizzare, ma povero di entrate extra.
Dunque a costo zero. Si farà con i denari che già ci sono da rimettere in circolo: le somme stanziate a suo tempo per opere grandi e piccole poi bloccate, qualche residuo di fondo europeo.
E si proverà a coinvolgere i privati, con accordi di partenariato, grazie anche al supporto della Cassa depositi e prestiti.
Per questo, nel provvedimento atteso per venerdì, a traballare più degli altri è il pacchetto casa: ecobonus da stabilizzare e rafforzare per gli interventi antisismici, incentivi per chi compra un appartamento e poi l’affitta a canone concordato, agevolazioni fiscali per le permute immobiliari, se si acquistano abitazioni ad alto rendimento energetico.
Misure annunciate da Renzi, pubblicizzate da Lupi, a questo punto in forse.
Al momento «il capitolo è aperto», trapela dal ministero dell’Economia. D’altronde sugli ecobonus — si fa notare — non c’è urgenza. Per tutto il 2014 sono coperti (sia quello al 65% che l’altro sulle ristrutturazioni, assai popolare, al 50%). Per il 2015 c’è tutto il tempo. E il veicolo migliore è ancora la legge di Stabilità di ottobre
Il premier e il ministro dell’Economia si sono visti dunque ieri pomeriggio, per un’ora circa a Palazzo Chigi. E hanno fatto il punto sugli impegni a breve e a medio-termine del governo.
Dunque sul decreto Sblocca-Italia, all’esame del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo, assieme alla riforma di scuola e giustizia.
Sul Consiglio europeo di sabato a Bruxelles. Ma anche sull’agenda dei Millegiorni che Renzi vuole annunciare quanto prima, per assegnare un ritmo e dunque un calendario alle riforme in cantiere
Il presidente Napolitano è stato chiaro con Renzi: non vuole un decreto omnibus.
E lo Sblocca-Italia — su cui i tecnici di Economia, Infrastrutture e Sviluppo hanno lavorato per tutto il mese di agosto — a questo punto dovrà asciugarsi.
Conterrà l’essenziale, già declinato da Renzi in dieci punti durante la conferenza stampa del primo agosto.
Le norme cioè per sbloccare i cantieri, le reti (banda larga e ultralarga, ma anche qui c’è un problema di risorse), i Comuni (2 mila le richieste dei sindaci giunte via mail al premier che valgono 1,3 miliardi da finanziare con il Fondo sviluppo e coesione), i porti (accorpamento delle autorità portuali), il dissesto idrogeologico, la burocrazia (con la riforma del codice dei contratti pubblici e forse anche quello dei beni culturali), l’export (il piano straordinario per l’internazionalizzazione delle imprese e l’attrazione degli investimenti stranieri).
In più, il piano Bagnoli e lo Sblocca-Energia per sviluppare risorse geotermiche, petrolifere e gas naturale.
I cantieri da rimettere in moto sono molti. Il ministro delle infrastrutture sta limando la lista, in cui compare l’alta velocità Torino-Lione e quella Napoli- Bari (già stanziati 2,9 miliardi), i collegamenti con Fiumicino e Malpensa, la ferrovia Catania- Messina-Palermo (già finanziata per 5,2 miliardi).
In tutto, dovrebbero essere 13-14 infrastrutture importanti, già a bilancio per 30 miliardi, ma ferme o non ancora partite.
Con le piccole opere, si arriva ai 43 miliardi da “movimentare” di cui parla il premier. Contribuirà anche il fondo revoche del ministero di Lupi con i suoi 1,3 miliardi.
Se lo snellimento delle procedure funzionerà , i tappi di Tar e burocrazie fatti saltare, le deroghe ai codici operative, il governa spera in 95 mila nuovi posti di lavoro, per un totale di 348 mila occupati.
Il ministro Padoan intanto ha messo in agenda per oggi la prima riunione con il suo staff, i viceministri e i sottosegretari.
Sul tavolo, i conti. Tra Def e legge di Stabilità .
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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