Destra di Popolo.net

“ADESSO STRAPPO LA TESSERA”: LO SDEGNO SUI SOCIAL, PIOGGIA DI INSULTI SUI RENZIANI

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

CRITICHE FEROCI ANCHE AI BERSANIANI: “L’ATTEGGIAMENTO TENTENNANTE DELLA MINORANZA È PURE PEGGIORE”

Compagni in ordine sparso, a Montecitorio e sui social network.
L’annuncio della fiducia sull’Italicum frammenta il Pd in Parlamento e fa esplodere la base — o la sua rappresentazione più o meno fedele — sulle piazze virtuali.
Facebook ribolle: “Fate come Mussolini e i democristiani”
L’account ufficiale del Pd su Facebook pubblica le parole del premier: “Se non vogliono fare le riforme andiamo a casa subito, come prevede la nostra Costituzione. Questo significa mettere la fiducia”.
Ci sono poche decine di commenti positivi (“Non accettare compromessi, vai avanti Matteo”, “Grandissimo Presidente, il Paese ha bisogno di te”) ma soprattutto un profluvio di proteste.
L’intervento con più apprezzamenti — i “mi piace”, per chi frequenta Facebook — è di Alessandro Rocca: “Gli unici due precedenti di fiducia sulla legge elettorale sono Mussolini con la legge Acerbo, e De Gasperi nel 1953 con la legge truffa. Complimenti, siete entrati nella storia”.
Gennaro Aulitano ha “strappato la tessera”, mentre Emanuele Fuffa si spende in altre congratulazioni ironiche: “State raccogliendo un sacco di applausi! Bravi (da un dirigente provinciale del Pd, ovviamente dimessosi)”.
Alberto Pieri (anche per lui decine di likes) ce l’ha con tutti: “Considero il presidente del Consiglio l’erede di Berlusconi, i suoi atteggiamenti irrispettosi non mi sorprendono più; ma l’atteggiamento tentennante della cosiddetta minoranza lo trovo peggiore della ferrea obbedienza della maggioranza del Pd”.
Passiamo alla minoranza, dunque.
Speranza, Bersani ed Enrico tra osanna e ironie
“A sinistra c’è Speranza”. Gioco di parole abusato, ma che torna buono — su Facebook — per chi ha apprezzato lo strappo dell’ex capogruppo, che non voterà  l’Italicum.
Per l’ex pupillo bersaniano non ci sono solo complimenti.
Su Twitter, molti chiedono più coraggio: “Contro! Si vota contro! — scrive Nadia Madeddu — Basta astensioni da conigli!”.
Altri invece si aspettavano fedeltà : “Bersani non le ha detto che nel Pci sarebbe stato cacciato? — scrive Pietro Mancini — E non ha doveri verso la maggioranza che l’ha eletta?”.
Anche Pier Luigi Bersani affida ai social network la sua scelta sulla fiducia. I suoi commentatori, o molti di essi, non si accontentano: “Per una volta sia coerente — gli scrive Stefano Cardarella     — Voti no e faccia cadere un governo che si permette di essere così anacronistico e menefreghista. Abbia la dignità  di fare questo”.
Carmine Capacchione è lapidario: “Siete ridicoli e patetici, non avete saputo governare e ora vi state suicidando”.
C’è chi insiste sul paragone tra Renzi e Mussolini e come per magia, su Twitter, compare un profilo “troll” di Benito Mussolini, con occhi spiritati ed espressione minacciosa: “Non ci fermerete!”.
Poi c’è Enrico Letta. Dieci giorni fa, da Fabio Fazio, annunciava una sorta di addio alla politica.
Da quel momento non ha passato un giorno senza lanciare siluri su chi l’ha cacciato da Palazzo Chigi.
Ieri, sull’Italicum: “Dopo lo strappo voluto dal governo non voterò #fiducia”. Piovono hashtag e critiche. Silvia Pd scrive: “Agire così quando è stato al governo con #Berlusconi! Non votare fiducia è atto legittimo ma vile delusa davvero! #Italicum”. Un’altra Silvia rincara la dose: “Che poi è la stessa legge elettorale voluta dai suoi 35 saggi #incoerenza #italicum #rancore”.
La solitudine del renziano ortodosso
C’è pure il compito ingrato di chi difende le posizioni del leader senza averne il carisma.
Sul suo profilo Facebook, il “povero” Ettore Rosato — capogruppo reggente a Montecitorio — è abbandonato a se stesso. In mattinata scrive, con sicumera: “Vedrete, alla fine i voti contrari nel Pd si conteranno sulle dita di una mano”.
Sulle dita di una mano, invece, si contano i “mi piace”: 4.
Ma fioccano insulti: “Fate schifo… siete peggio dei fascisti…”, “Ma come fa a guardarsi allo specchio? Non si fa schifo da solo?”, “fascista!”, “E certo, se si vedono minacciare la poltrona. Ma non vi fate schifo neanche un poco?”.

Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA TENTAZIONE DEGLI EX LEADER PD: “SCISSIONE E RITORNO ALL’ULIVO”

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

OLTRE I 40 NO…LETTA: “L’AVESSE FATTO IL PDL SAREMMO SCESI IN PIAZZA”

Un ex premier, Enrico Letta. Due ex segretari del Pd, Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani. Una ex presidente del partito, Rosy Bindi. Il capogruppo dimissionario, Roberto Speranza. I due sfidanti di Renzi alle ultime primarie, Gianni Cuperlo e Pippo Civati.
E poi Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Danilo Leva, Andrea Giorgis, Marco Meloni… E l’elenco dei dissidenti dem che non voteranno la fiducia a Renzi è destinato a allungarsi.
Lo “strappo” non poteva essere più netto. L’ombra della scissione si allunga.
La tentazione di gruppi parlamentari autonomi e soprattutto il progetto di un nuovo Ulivo, sembra dietro l’angolo.
L’Ulivo di Prodi, Letta, Bindi, Cuperlo e che potrebbe reclutare anche D’Alema.
Dopo lo sconcerto, le divisioni, ore lunghissime di incontri e colloqui in cui le sinistre dem si sono squagliate davanti alla sorpresa della fiducia sull’Italicum, a cui nessuno voleva credere.
Le minoranze sono spaccate. Procedono quindi in ordine sparso.
“Area riformista” la corrente dei bersaniani, è lacerata tra chi segue la linea di Speranza («La fiducia è un errore gravissimo, per questo non la voto, non metto la mia firma su questa violenza al Parlamento») e chi invece trova inconcepibile non sostenere il “proprio” governo.
Però la schiera di quanti non voteranno la fiducia a Renzi aumenta.
Il calcolo della minoranza è che saranno 40-50 i deputati che non risponderanno alla “chiama”.
Tra irritazione e amarezza il conflitto nel Pd è esploso. Nessuno sa con esattezza dove condurrà , se sarà  ancora possibile la convivenza nello stesso partito.
Molti ne dubitano, questa volta.
Letta, che del resto ha già  deciso di lasciare il Parlamento, si sfoga: « Se l’avesse fatto Berlusconi di approvare le regole da solo e di blindarle con il voto di fiducia saremmo scesi in piazza. Ora che queste forzature avvengono a casa nostra non si può far finta di niente e applicare la doppia morale».
Bindi prende la parola in aula, illustrando tenacemente i suoi emendamenti, e lancia il j’accuse: «Negherò fiducia ad un atto improprio del governo. Se non avesse messo la fiducia, non avrei partecipato al voto finale del provvedimento. Ma ora non si può non prendere in considerazione un voto contro una legge resa immodificabile. La fiducia è una prepotenza frutto della paura non del coraggio».
Civati ironizza: «Se prima eravamo in quattro… sono colpito che siano così tanti e così autorevoli gli esponenti del Pd che si dissociano dalla decisione della fiducia». L’assemblea serale di “Area riformista” è una resa dei conti interna.
Esplodono malumori. C’è chi accusa Speranza di avere lasciato la corrente senza guida, allo sbando, assumendo una posizione estrema.
I “moderati” Enzo Amendola, Cesare Damiano, Luciano Pizzetti, la fiducia la voteranno. Il pressing dei renziani continua richiamando alla lealtà  al partito, al gruppo, al governo. Il sottosegretario Pizzetti invita a non buttare alle ortiche la corrente e il ruolo che ha svolto finora: «La fiducia sulla legge elettorale non è un dono di Dio, ma neppure l’anticamera dell’inferno ».
Giorgis ribadisce che «la fiducia è sul provvedimento e non sul governo» ed è stata un errore.
La tensione è altissima. La spaccatura dei bersaniani è una vera e propria frammentazione.
Il portavoce della corrente Matteo Mauri si dissocia da Speranza: «È stato un errore la scelta di Roberto di dimettersi da capogruppo. E’ stato un errore ancora più grave il suo annuncio di non volere votare la fiducia, fatto in completa solitudine. Una scelta che ha sorpreso tutti».
E l’ex capogruppo precisa e giustifica: «La mia decisione è una scelta politica personale che non impegna “Area riformista”, non chiedo a nessuno di seguirmi. Non potevo stare a fare la foglia di fico come capogruppo».
La corrente, che ha fatto spesso da “pontiere” tra renziani e sinistra, è in impasse.
I toni si alzano, a seguire Speranza dovrebbero essere 20-25.
Sinistradem, cioè i cuperliani, si riuniranno anche stamani. Sul voto finale al provvedimento, che sarà  a scrutinio segreto, i dissidenti potrebbero essere ancora di più. Fassina è per un secco “no” e denuncia la dignità  calpestata del Pd.
«La scissione? Non votare la fiducia al governo lascia i segni».

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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LA PROVA DI DEBOLEZZA: RENZI NON PUO’ USARE IL PARTITO COME UN TRAM

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

SONO I PARTITI CHE FANNO MUOVERE LE BANDIERE

Travestita da prova di forza, ieri è andata in scena alla Camera la prima, pubblica e plateale prova di debolezza di Matteo Renzi.
Mettere la fiducia sulla legge elettorale è sbagliato sul piano del metodo, perchè dimostra l’incapacità  di costruire un ampio e sicuro consenso politico su una regola fondamentale, ed è sbagliato soprattutto nel merito perchè come diceva lo stesso premier a gennaio   –   per far accettare l’alleanza con Berlusconi   –   non si cambia il sistema di voto a colpi di maggioranza, tanto più se quella maggioranza riottosa è tenuta insieme dalla minaccia del voto anticipato.
Perso per strada Berlusconi, Renzi sembra aver perso anche la politica, sostituita da una continua prova muscolare.
Che non può però nascondere la rottura evidente tra la sinistra del Pd e il presidente del Consiglio, che è anche segretario del partito.
È contro la minoranza interna, infatti, quel voto di fiducia: che diventa così un attestato di sfiducia reciproca tra Renzi e la sinistra Pd, una sfiducia così forte da finire fuori controllo, fino a una decisione che sfida il Parlamento, ma soprattutto il buon senso.
Renzi ha il diritto di portare avanti le sue riforme, anche la legge elettorale, e il Paese ha bisogno di cambiamento.
In politica però non conta solo il “quanto”, cioè il saldo del voto finale, ma anche il come, vale a dire il percorso, le alleanze, il consenso che si sa costruire.
Qui si porterà  a casa la legge, dissipando però il patrimonio accumulato col metodo seguito per l’elezione di Mattarella, che ha fatto per un breve momento del Pd non solo il partito di maggioranza relativa, ma la spina dorsale del sistema politico e istituzionale.
Tutto gettato al vento, perchè la minoranza continua a considerare Renzi abusivo (mentre ha vinto legittimamente le ultime primarie, così come aveva perso le precedenti) e perchè il leader preferisce comandare il suo partito piuttosto che rappresentarlo nel suo insieme.
Così non si va lontano, prigionieri di due mentalità  minoritarie.
Ma come leader e premier, Renzi ha oggi una responsabilità  in più.
Può avere i numeri: ma dovrà  capire che senza il Pd nel suo insieme, il governo è nudo di fronte a se stesso, perchè i partiti sono cultura, valori, storia e tradizione: quel che fa muovere le bandiere.
A patto di non usarli come un tram.

Ezio Mauro
(da “La Repubblica“)

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LA GRANDE MADRE DI BALTIMORA

Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile

LA PRESENZA DELL’AMORE DIETRO L’AUTORITA’, QUELLA CHE MANCA ALLE ISTITUZIONI

Non si sa se essere più affascinati o turbati dal video di questa donna di Baltimora che prende a ceffoni il figlio vestito da guerriero Ninja per riportarlo sulla retta via, quella di casa.
Il ragazzetto era andato ai funerali dell’ennesimo nero finito sotto le grinfie della polizia.
La cerimonia si è subito trasformata in un’occasione di rivolta. Anche il fanciullo col cappuccio in testa ha inveito e tirato sassi.
Finchè alle sue spalle si è stagliata la figura inconfondibile della Grande Madre, protettrice della cucciolata e tutrice dell’ordine costituito: il suo.
Il timore che il suo bambino si stesse ficcando nei guai l’ha indotta a raggiungere il luogo dei tafferugli e a intervenire con metodi spicci ma persuasivi per riportare la pace sociale. «Vieni subito via di lì!» gli ha intimato, nell’intervallo tra uno schiaffone e l’altro.
Il ribelle, che di fronte ai poliziotti sembrava un leone, al cospetto della donna si è rimesso a cuccia, riconoscendole quell’autorità  che nega alle istituzioni di uno Stato sentito come un nemico.
Dietro le mani a badile della madre, invece, avverte in qualche modo la presenza dell’amore.
Forse non è così facile da accettare, ma non è così difficile da capire.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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BERSANI, BINDI, SPERANZA, CIVATI E GLI ALTRI: CHI NON VOTA LA FIDUCIA NEL PD

Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile

“QUANDO C’E’ IN BALLO LA DEMOCRAZIA, OGNUNO RISPONDE SOLO ALLA PROPRIA COSCIENZA”

Sulla fiducia all’Italicum la minoranza del Partito democratico potrebbe spaccarsi. Mentre l’ex capogruppo Roberto Speranza e Pippo Civati annunciano che non voteranno, ii leader della sinistra dem Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo appaiono maggiormente possibilisti anche se valutano molto negativamente la scelta di Matteo Renzi, in un primo momento.
Poi Bersani, con un post su facebook, fa sapere che non voterà  la fiducia: “La penso come Roberto Speranza. Ho votato 17 volte la fiducia al governo, più di una al mese. Sono pronto a votare per altre 17 volte su atti di governo che riguardino il governo. Sulla democrazia un governo non mette la fiducia. Questa fiducia io non la voterò”.
“Non ce lo aspettavamo, vedremo come fare assieme e poi vedrò cosa fare io”, ha dichiarato Bersani all’uscita della Camera aprendo all’ipotesi che gli esponenti della minoranza saranno liberi di votare o meno la fiducia sulla legge elettorale: “Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità , c’è in ballo la democrazia e ognuno farà  le sue scelte”.
Per l’ex segretario Pd non c’era alcun motivo di forzare la mano della Camera.
“Una scelta, grave, indecifrabile, un gesto di debolezza”, gli fa eco Gianni Cuperlo, che ugualmente non vuole per il momento far sapere se alla fine darà  il proprio forzato consenso alla fiducia: “Lo valuteremo”.
Rosy Bindi non esclude di votare contro: “Non si può non prendere in considerazione un voto contro a una legge resa immodificabile”, ha detto Bindi in Aula alla Camera criticando come “atto improprio” la fiducia posta dal governo sulla riforma elettorale.
Più battagliero Pippo Civati, che arriva a ribattezzare la legge “Obbrobrium”: “La fiducia sull’Italicum non la voto”.
Ma non arriva a uscire definitivamente dal Partito democratico: “È un passaggio drammatico, non solo per me. Se non vado via io, mi cacceranno loro. Ma preferisco andare via”. Non subito: “Vediamo, aspettiamo qualche giorno”.
Non pensa di strappare la tessera Roberto Speranza, che proprio a causa dell’Italicum ha lasciato l’incarico da capogruppo alla Camera dei deputati.
Ma la posizione è identica a quella di Civati: “Considero un errore gravissimo porre la fiducia sulla legge elettorale. Senza ostruzionismo e dopo un voto rassicurante sulle pregiudiziali. Ne ho votate tantissime in questi anni e ne continuerò a votare nei prossimi mesi. Ma questa volta no”.Stefano Fassina affida la sua decisione a Twitter: “Non si può votare”.
Prima defezione nella minoranza è quella di Cesare Damiano: “La richiesta di fiducia da parte del Governo rappresenta indubbiamente una forzatura che non era necessaria, soprattutto dopo l’andamento del voto sulle pregiudiziali. Continuo a pensare – prosegue Damiano – che continue prove di forza non sia produttive e che sia negativo smarrire la strada del dialogo. Non ho mai fatto mancare la fiducia ai Governi che hanno visto la presenza del Partito Democratico e la voterò anche in questa circostanza”.
“Rispetto al voto del provvedimento mi riservo, come sempre, di prendere una decisione finale”, conclude Cesare Damiano.

(da “Huffingtonpost”)

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I CINQUESTELLE FINGONO SDEGNO MA UNA VENTINA DI GRILLINI SONO GIA’ PRONTI AL SOCCORSO A RENZI

Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile

L’ITALICUM A GRILLO VIENE BENE: PREMIO ALLA LISTA E NON ALLA COALIZIONE E BALLOTTAGGIO FAVORISCONO I CINQUESTELLE: DOVE LA TROVANO UNA NORMA PIU’ FAVOREVOLE?

Va in scena la finta opposizione dei grillini sull’Italicum.
Alle quattro del pomeriggio, mentre i suoi in Aula urlano al fascismo, il blog di Beppe Grillo apre così: #Marcia5Stelle per il reddito di cittadinanza, quarta tappa: Firenze. Per trovare un argomento attinente con la giornata va letto il post su Gennaro Migliore, una volta contrario alla legge oggi relatore convertito sulla via del renzismo: Migliore, il trottolino amoroso #noitalicum.
Uno sfottò, al massimo un attacco politico di routine. Solo quando la seduta alla Camera è finita, Grillo twitta: “Scempio #fiducia Italicum: nessun segnale da Mattarella. Dopo moniti di Napolitano, l’estrema unzione silenziosa del Quirinale. Eia eia alalà ”.
E poi: “Alla Camera è emergenza democratica! La Boldrini non muove un dito! Guardate cosa sta succedendo. Accadde solo ai tempi del fascismo”.
Il minimo, considerati i precedenti.
E fuori tempo massimo: “Che Renzi metteva la fiducia – dice un dem – lo sapevano pure i muri. Invece di twittare a cose fatte poteva riempire prima le piazze”.
Invece nessuna chiamata alle armi. Nulla a che vedere con i tempi di Rodotà -tà -tà , quando Grillo improvvisava discese su Roma convocando manifestazioni di fronte al Parlamento.
Il quale Rodotà , tra l’altro, era a un convegno a palazzo Madama, a pochi passi dall’Aula della “vergogna” e non ha lanciato alcuna crociata.
Luigi Di Majo attraversa il Transatlantico con passo rapido.
Scusi, Di Majo, ma di fronte alla fiducia? “Vedremo, se Renzi ci provoca, reagiremo”. Ma la reazione è al minimo sindacale.
In Aula si alza Fabiana Dadone, a nome del gruppo: “E’ un momento buio per quest’Aula e per la democrazia di questo paese. Che urgenza c’era?”.
Di fronte al momento buio però, oltre le urla, il nulla.
Non una manifestazione convocata fuori dalla Camera, come ai tempi dell’elezione del capo dello Stato. Nessuno sale su un tetto.
E dire che, quando i grillini si arrampicarono, lo fecero di fronte all’esame preliminare della verifica della Costituzione: “Roba che sul voto di fiducia sulla legge elettorale dovresti salire sulla torre Eiffel” dice un dissidente cacciato.
Nessuna occupazione della commissione, come pure è accaduto. Nessun Aventino.
Anzi Toninelli, colui che gestisce il dossier per il movimento, dice all’HuffPost con aplomb anglosassone: “L’obiettivo massimo è che l’Italicum non passi. Quello minimo è che esca indebolito con Renzi che prende meno voti rispetto alla maggioranza che ha sulla carta”.
Insomma, uno schiaffetto, non una chiamata alle armi.
E c’è un motivo se i pentastellati fanno la più classica delle pantomime: qualche urlo, opposizione al minimo sindacale e piazze vuote.
Ed è che, proseguono fonti informate, “questa legge ai Cinque stelle va benissimo”.
E non è un caso che il “reggente” Rosato, nel corso del suo intervento, ricorda che — nel corso del primo incontro in streaming — furono proprio i grillini a chiedere il premio alla lista e non alle coalizioni.
Renzi ha diversi ambasciatori che parlano con Di Majo ma anche con i singoli parlamentari: “Ma dove la trova Grillo una legge migliore di così per lui? A Grillo vanno bene i due punti fondamentali della legge elettorale che sono le liste con i capolista bloccati, perchè così stabilisce il gruppo parlamentare, e il ballottaggio, perchè, con questi rapporti di forza, il ballottaggio è tra Renzi e lui”.
Ed è per questo che tutta la tattica dei Cinque stelle, al netto della facciata, non disturba il manovratore.
Anzi, sul voto finale potrebbe arrivare proprio dai cinque stelle un piccolo soccorso a Renzi. “Venti, trenta voti” dicono quelli che con i Cinque Stelle ci parlano.
Un’altra ventina arriveranno invece da Verdini.
In verità  sono già  arrivati nel voto di oggi sulle pregiudiziali di costituzionalità  e hanno bilanciato quella trentina della sinistra dem che hanno votato contro le indicazioni del gruppo.
Perchè è chiaro che pure l’opposizione di Forza Italia è, quantomeno inefficace.
Un azzurro alto in grado dice: “Ma come diavolo facciamo a dire che siamo al fascismo su una legge uguale a quella votata al Senato? Brunetta urla, metà  dei nostri la votano. E Berlusconi appare distratto mentre sui giornali leggiamo che è in trattativa con Vivendi per Mediaset. Figuriamoci se riempie le piazze contro il governo”.
Già , figuriamoci. In Aula le urla. Fuori l’opposizione che non c’è.
Una pantomima, appunto.

(da “Huffingtonpost“)

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LA POLI BORTONE TROVA UN’ALTRA VECCHIA GLORIA, L’EX CALCIATORE MORIERO. EMILIANO INVECE FA IL PIENO DI PANCHINARI

Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile

IN LISTA CON EMILIANO UN AMICO DI GASPARRI ED EX SOSTENITORI DELLA POLI BORTONE

Un attaccante per Adriana Poli Bortone. La candidata di Frate   alla presidenza della regione Puglia sigla l’accordo con Francesco Moriero.
L’ex giocatore dell’Inter e della nazionale italiana che partecipò ai Mondiali di Francia nel 1998, ha deciso di schierarsi politicamente. Una novità  assoluta per il salentino, che dopo l’esonero dal Catanzaro, di cui era allenatore, da un po’ di tempo vive a Lecce.
“Ammiro Silvio Berlusconi anche perchè, come uomo di calcio, ha fatto tanto. Ammiro anche Adriana Poli Bortone che è da sindaco di Lecce ha fatto tante buone cose”, le motivazioni di Moriero, che tra le fila berlusconiane segue le orme di Giovanni Galli, ex Fiorentina e già  sfidante di Matteo Renzi per la poltrona di primo cittadino di Firenze.
Ma se il problema del centrodestra rimane quello di comporre le liste di uno schieramento che fa molta fatica a trovare una quadra, il problema – se così lo si vuol chiamare – dalle parti del Pd è diametralmente opposto.
Perchè, in pieno stile Partito della Nazione, le convergenze sulla candidatura di Michele Emiliano sono tra le più disparate. E a volta imbarazzanti.
Ha fatto rumore la notizia che a guidare la lista civica a supporto dell’ex sindaco di Bari sarà  Desirèe Digeronimo, il pm che aveva indagato Nichi Vendola per aver favorito la nomina di un primario all’ospedale San Paolo.
All’epoca, dopo cinque anni, finì tutto con un’assoluzione. Ma oggi il leader di Sel è furioso: “Una sgrammaticatura pesante che merita pietas”, ha attaccato.
La pm si è difesa: “Ho fatto il mio lavoro, l’ho fatto con altri due magistrati. I processi appartengono al passato”.
In queste ore sta facendo poi discutere il caso di Molfetta.
Nella cittadina di 60mila abitanti a due passi dal capoluogo, l’intero consiglio comunale si è schierato con Emiliano.
Una situazione paradossale, nella quale oltre alla maggioranza cittadina di centrosinistra, come è normale che sia, anche moltissimi consiglieri del centrodestra sono confluiti nelle truppe dell’ex magistrato, a sostegno del collega Saverio Tammacco, candidato con i Popolari che di quella coalizione fanno parte.
Non è l’unico caso a far discutere il Pd.
Gli altri li ha ricostruiti l’Espresso.
“Tra i nomi che imbarazzano Nichi Vendola e che finiranno spalmati tra il triciclo dell’Udc e le due civiche della coalizione, c’è ad esempio quello Euprepio Curto, già  molto amico di Maurizio Gasparri, ex Msi, poi An, infine Udc, parlamentare per quattro legislature, che nel 2010 è stato eletto con Adriana Poli Bortone.
È già  partito con la campagna elettorale anche Peppino Longo, anche lui consigliere dal 2010 con la Poli Bortone. Prese 14 mila preferenze, e oggi si candida con l’Udc. Per Emiliano.
Con lui ci saranno anche Salvatore Negro, sempre dall’Udc in consiglio regionale, e – forse – Lillino Colonna, centrista ex vicesindaco di Altamura, in giunta con Forza Italia.
Direttamente nella lista del Pd dovrebbe invece trovare conferma Antonio Buccoliero, eletto nel 2010 con la lista di Rocco Palese, allora candidato presidente del centrodestra”.

(da “Huffingtonpost“)

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DE LUCA IMBARCA TUTTI, COMPRESI EX DI STORACE E ATTRICI

Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI BLOCCA I SINDACI INDAGATI…UN DEPUTATO LASCIA IL PARTITO

“Se passano i sindaci indagati mi dimetto”. Un sms direttamente da Roma. Il mittente si scrive Lorenzo Guerini, ma si legge Matteo Renzi.
È la segreteria nazionale del partito che si è mossa come un sol uomo per bloccare l’inserimento nelle liste per le prossime regionali di Franco Alfieri e Dionigi Magliulo, sindaci rispettivamente di Agropoli e di Villa Briano.
E si è mossa proprio nelle ore in cui il parlamentino regionale del Pd discuteva, con toni da curva da stadio, della composizione delle liste.
Una situazione infuocata.
I sostenitori di Vincenzo De Luca hanno sostenuto fino all’ultimo i due, chiedendo al partito una scelta garantista: “Un’indagine – il ragionamento – non può impedire una libera scelta da parte della politica”.
I renziani hanno replicato, mettendo sul piatto che l’imputazione era talmente pesante (voto di scambio) da consigliare la prudenza.
E proprio per la natura delle accuse che la situazione non era minimamente paragonabile a quella di De Luca, condannato per abuso d’ufficio, una situazione paradossale che, per la Severino, lo dovrebbe allontanare dalla poltrona di governatore un secondo dopo l’eventuale vittoria.
Ma sono in tanti nel Pd ad accusare di doppiopesismo Renzi e i suoi. “Non c’entrano nulla garantismo o giustizialismo, è tattica politica – spiega un deputato Dem campano – Facciamo fuori Maurizio Lupi, non indagato. Tuteliamo i sottosegretari indagati. Poi i sindaci, che sono pesci piccoli, non esitiamo un secondo a silurarli. Non ci si capisce più nulla”.
Una situazione tesissima.
Al punto che la giornata in cui il consigliere regionale uscente de La Destra di Storace, Carlo Aveta, annuncia il proprio sostegno a De Luca (“Frutto di una riflessione personale e di vita”), dopo che nei giorni scorsi lo stesso avevano fatto Centro Democratico e Scelta Civica, il deputato del Pd Luca Vaccaro annuncia l’abbandono del partito.
Una decisione che verrà  ratificata il 2 maggio, giorno del deposito ufficiale delle liste, “quando sarà  chiaro che candidiamo un condannato e usiamo due pesi e due misure con i sottosegretari e i sindaci indagati”.
Un carrozzone al quale si aggiunge anche Eleonora Brigliadori, l’annunciatrice televisiva che da capolista dei Verdi sosterrà  il sindaco di Salerno.
Nelle liste di De Luca, d’altronde, hanno trovato posto diversi sostenitori del centrodestra nel recente passato.
Da Paola Raia, attuale consigliere regionale della Campania, a Tommaso Barbato, ex Udeur, che cinque anni fa provò a far eleggere il figlio con il centrodestra e oggi si ripropone in prima persona dall’altra parte della barricata,
Nel Partito della nazione sbarca anche Franco Malvano, ex senatore di Forza Italia, attuale commissario antiracket della regione. Nominato da Caldoro, ovviamente.
Un vero e proprio caos organizzato, al quale si deve aggiungere la rissa sfiorata ad Avellino dopo il colpo di mano tentato dal segretario locale renziano Carmine De Blasio, che sarà  risolta da un’istruttoria da parte dei vertici regionali, e il caso di Ercolano, dove il sostenitore del premier Ciro Buonajuto è stato indicato come candidato sindaco dal commissario regionale Teresa Armato, scatenando le ire del partito locale.
Luisa Bossa, deputata ed ex sindaco, ha tuonato: “Con l’imposizione dall’alto del candidato si completa una recita”.
La strada da qui al 31 maggio non sembra affatto in discesa.

(da “Huffingtonpost“)

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ITALICUM, IL FONDATO PREGIUDIZIO: PEGGIO DEL PORCELLUM

Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile

COMUNQUE VADA RENZI SI E’ GIOCATO IL PARTITO

Una pre ­giu ­di ­ziale di costi ­tu ­zio ­na ­lità  sull’Italicum è più che giu ­sti ­fi ­cata, per ­chè il testo del Senato non tiene conto dei prin ­cipi sta ­bi ­liti dalla Corte costi ­tu ­zio ­nale nella
sen ­tenza 1/2014, ed anzi ancor più se ne allontana.
Quanto alla rap ­pre ­sen ­ta ­ti ­vità  e al voto eguale, il 40% invece del 37% di soglia per il pre ­mio di mag ­gio ­ranza lascia un mega ­pre ­mio del 15%.
E in ogni caso è deci ­siva l’introduzione del bal ­lot ­tag ­gio.
La sen ­tenza 1/2014 aveva inteso ful ­mi ­nare la pos ­si ­bi ­lità  – si badi, non la cer ­tezza – che un ridotto con ­senso nei voti si tra ­du ­cesse in una mag ­gio ­ranza asso ­luta di seggi. Dun ­que la domanda è: può ora acca ­dere con l’Italicum ciò che poteva acca ­dere con il Por ­cel ­lum? Cer ­ta ­mente sì, per ­chè al bal ­lot ­tag ­gio si arriva senza soglia.
Acce ­dono le due liste più votate al di sotto del 40%, quale che sia la per ­cen ­tuale
con ­se ­guita.
Anche se, per esem ­pio, fosse il 15 o 20%.
E se per ipo ­tesi tutti gli aventi diritto al voto con ­fer ­mas ­sero nel bal ­lot ­tag ­gio la scelta fatta nel primo turno, quel 15 o 20% si tra ­dur ­rebbe magi ­ca ­mente nel 55% dei seggi.
Il tutto è aggra ­vato dal pre ­mio alla sin ­gola lista e non alla coa ­li ­zione.
Che il bal ­lot ­tag ­gio curi i difetti del Por ­cel ­lum è un ingan ­ne ­vole gioco di specchi.
Quanto alla libertà  degli elet ­tori di sce ­gliere i rap ­pre ­sen ­tanti, non basta limi ­tare il blocco ai capi ­li ­sta, sareb ­bero di fatto un’ampia mag ­gio ­ranza degli eletti.
Ma ancor più conta che ogni elet ­tore vota neces ­sa ­ria ­mente anche il capo ­li ­sta.
E se non lo vuole? Non può volere per una parte, e disvo ­lere per un’altra.
Il voto di tutti è ine ­vi ­ta ­bil ­mente con ­di ­zio ­nato ex lege, e quindi per defi ­ni ­zione non è libero.
Può il governo alzare il muro della que ­stione di fiducia?
Nel gen ­naio 2014 la Camera discu ­teva la legge elet ­to ­rale.
Par ­ti ­vano la sca ­lata di Mat ­teo Renzi a Palazzo Chigi, ancora occu ­pato da Enrico Letta, e la sta ­gione del Naza ­reno.
Sulla pre ­giu ­di ­ziale a prima firma Migliore (allora capo ­gruppo di Sel, ora Pd) si votò a scru ­ti ­nio segreto, su richie ­sta dello stesso Migliore e nes ­suno parlò di fidu ­cia.
Un pre ­ce ­dente si trova nel 1980, con la fidu ­cia posta da Fran ­ce ­sco Cos ­siga sulla
reie ­zione della pre ­giu ­di ­ziale di costi ­tu ­zio ­na ­lità  a un decreto legge (AC, 26.08.1980, p. 17291).
In ogni caso, la vicenda del 1980 non sarebbe un buon pre ­ce ­dente, essendo il voto segreto per il rego ­la ­mento di allora pre ­vi ­sione di ordine gene ­rale, e non mirata a
ipo ­tesi tas ­sa ­tive come è oggi.
Con ­clu ­si ­va ­mente, tre punti.
Il primo.
Dal gen ­naio 2014 Renzi si è inde ­bo ­lito, pur essendo oggi pre ­mier. Pun ­tare tutto sul patto del Naza ­reno fu un errore che ora gli si river ­bera con ­tro.
Il secondo.
Il con ­ti ­nuo ricatto – crisi, scio ­gli ­mento anti ­ci ­pato – ci mostra come Renzi intende il par ­la ­mento e la poli ­tica in gene ­rale.
Il terzo.
Si con ­ferma che Renzi vuole imporre, appro ­fit ­tando della sca ­lata al par ­tito e a Palazzo Chigi, isti ­tu ­zioni prive di largo con ­senso, e per ­sino mino ­ri ­ta ­rie.
Come que ­sto dia forza e sta ­bi ­lità  al paese qual ­cuno ce lo deve spie ­gare.
E non baste ­rebbe a tal fine il regalo – per niente certo – allo stesso Mat ­teo Renzi di qual ­che altro anno a Palazzo Chigi.
Molto dipende dai tre ­me ­bondi espo ­nenti della sini ­stra (?) Pd. È dif ­fi ­cile capirli.
Ormai, il segre ­ta ­rio ne ha dichia ­rato la morte poli ­tica. Cos’altro deve fare? Pas ­sarli nel catrame e nelle piume?
Per il resto, tutto il mondo già  pensa che – con ecce ­zioni – barat ­tano il paese e le isti ­tu ­zioni con qual ­che mese di scranno par ­la ­men ­tare o pochi cen ­te ­simi di vita ­li ­zio. Uno scam ­bio mise ­ra ­bile.
Nes ­suno più com ­pra la mistica della «ditta». Ma quale ditta, se un ex-segretario come Pier Luigi Ber ­sani non viene nem ­meno invi ­tato alla festa dell’Unità , dove – come dichiara – sarebbe andato anche a piedi?
Se non ritro ­vano qui e ora una ragione di esi ­stere e una dignità  ormai per ­so ­nale prima che poli ­tica, al pros ­simo turno elet ­to ­rale saranno comun ­que merce ava ­riata.
I ser ­vizi resi non ridanno una ver ­gi ­nità  poli ­tica perduta.
Qual ­cuno dovrebbe spie ­gare a Renzi che il futuro del par ­tito se l’è già  gio ­cato.
E ha fatto tutto da solo.

Massimo Villone
(professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università  degli Studi di Napoli “Federico II”)

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