Destra di Popolo.net

LO SFOGO DI EMILIO FEDE: “MI HANNO TOLTO TUTTO, SO CHI MI HA FATTO FUORI”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

“SONO VITTIMA DI INVIDIA”

“Mi hanno tolto casa, macchina, autista, benefit. Tutto. Oggi vivo pagando l’affitto e bollette dell’immobile che mi spetterebbe di diritto. Sono stati mesi terribili”.
Emilio Fede si racconta al Tempo e si lascia andare a uno sfogo per quanto accaduto il 28 marzo 2012, con il suo licenziamento da Mediaset: “Avevo terminato l’ultima edizione del Tg4 e stavo per raggiungere Silvio Berlusconi in tribuna a San Siro, quando due dirigenti di Mediaset mi dissero: Sei licenziato”.
Emilio Fede ha idea di chi ha voluto la sua testa, ma lancia un appello a chi sa, perchè parli.
“C’è stata una cospirazione per farmi fuori. I miei accordi con Mediaset erano chiari: dal 1 luglio 2012 sarei andato in pensione mantenendo il titolo di direttore editoriale, ovviamente con tutti i benefit. Invece tutto coincide con una lettera anonima recapitata alla fine di febbraio alla Stampa e al Corriere della Sera, nella quale si diceva che avevo tentato di portare in Svizzera svariati milioni di euro […] Tutto ciò ha creato una sorta di confusione sfociata in un licenziamento che si poteva evitare […] Chi ha ideato questo non fa parte dell’azienda. È un esterno. Io lo so e tempo due mesi verrà  tutto fuori. Nel frattempo faccio un appello: chiunque sappia qualcosa, parli. Io sono stato vittima di invidia. C’entra un qualcuno che conosco molto bene”.
L’ex direttore del Tg4 scagiona Silvio Berlusconi e anche Fedele Confalonieri, ma non tornerebbe a Mediaset.
“No. Voglio essere reintegrato negli affetti della famiglia Berlusconi […] Questo è il quarto Capodanno lontano da Arcore. Per ben 23 anni ho trascorso le festività  natalizie con Silvio Berlusconi e la sua famiglia. Una vita […] Con Berlusconi ci siamo risentiti con la promessa che quando finirà  il processo Ruby ci rivedremo. È stato molto commovente” […] Francesca Pascale l’ho aiutata e sostenuta, ma poi mi ha voltato le spalle. La gratitudine non sempre esiste”

(da “Huffingtonpost“)

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BESTEMMIA RAI, L’ADDETTO AGLI SMS: “NON SONO L’UNICO COLPEVOLE, SONO VITTIMA DI UNO SCARICO DI RESPONSABILITA'”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

“IL SOFTWARE DI TELECOM NON HA FUNZIONATO E DIETRO DI ME NON C’ERA IL TERZO LIVELLO DI CONTROLLO”

“Ho fatto un errore, posso dire anche grave. Meglio, abbiamo fatto un errore e me ne prendo tutta la responsabilità . Per almeno tre ore ho tolto dal video cento sms impresentabili: insulti, cori razzisti, inni alla jihad e decine di bestemmie, il centunesimo c’è scappato”.
Non si tira indietro di fronte a quanto è successo Francesco C., tecnico di Rai Com, addetto al controllo degli sms che compaiono in sovraimpressione durante le dirette della Rai.
Parlando in un’intervista a Repubblica, sul caso della bestemmia apparsa durante la diretta di L’Anno che verrà , però, ci tiene a precisare:
“È inspiegabile che sia finito sotto processo soltanto io. Sono rimasto schiacciato tra due responsabilità  che non mi appartengono. Avrei dovuto essere protetto dal software di Telecom, che chiaramente non ha funzionato. Poi dietro di me doveva esserci una struttura editoriale, almeno un giornalista”.
“E’ la prima volta che ci capita. Ma è anche la prima volta che dietro di me non c’è il controllo previsto. Un desk di giornalisti. Il terzo livello di verifica è saltato e adesso tutti giocano a scaricare la responsabilità  su di me. Fuggi fuggi, sono basito”.

(da “Huffingtonpost”)

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CANTONE, LO “SMACCHIATORE”, E LE SIMPATIE PER IL MSI: “LA MIA COLLOCAZIONE E’ LA DESTRA”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

“GLI ITALIANI CHIEDONO ETICA POLITICA E LEGALITA'”

Scusi dottore, lei è un moralista?
“Ebbene sì”.
Ovviamente lei è un elettore del centrosinistra, si sente dire questo gran togato che gode della massima fiducia di Matteo Renzi.
Silenzio. Occhi in movimento, come seguissero di soppiatto qualche orbita segreta, ticchettando calcoli occulti. Sorriso appena diffidente.
Poi tutto d’un fiato: “Veramente ho votato anche altro”.
Non mi dica Berlusconi.
“Questo non dovrei dirglielo, ma una volta da ragazzino a Napoli feci ‘filonè a scuola…”.
E che sarà  mai.
“… E andai con gli amici a sentire un comizio di Gianfranco Fini che era allora il capo del Fronte della gioventù”.
Ma và . Poi Alleanza nazionale?
“Movimento sociale. La mia collocazione è la destra”.
Legge e ordine, dunque. Nulla a che fare, come si vede, con la formazione politico giudiziaria di Pietro Grasso o di Luciano Violante, più Antonio Di Pietro che Gian Carlo Caselli.
“Ma non ho mai fatto politica, nemmeno all’università . Credo di non aver mai nemmeno votato per i rappresentanti d’istituto al liceo. Non mi sono mai iscritto a un partito”.
E adesso?
“Adesso faccio il presidente dell’Autorità  nazionale anticorruzione”, trecento persone impiegate in un labirintico palazzo che si affaccia su Galleria Sciarra, a un passo dalla Fontana di Trevi, un luogo che per sapienza del destino fu anche l’epicentro del primo grande scandalo di corruzione della storia d’Italia: nel 1893 il padrone di casa, principe Maffeo Barberini-Colonna di Sciarra, fu implicato nell’affaire della Banca Romana.
Così Raffaele Cantone, questo signore magro, di media altezza, semplice nel vestire (con un tocco eversivo: calze a rombi colorati in campo verde), cade ironicamente dalle nuvole: “Lei apre nuovi orizzonti alla mia fantasia”.
L’autorità  Anticorruzione nel palazzo del primo grande scandalo di corruttela.
“È un divertente contrappasso”.
Ma viene pure da pensare che altro stile non ci sia stato mai, sotto sotto, nelle cose d’Italia.
“La corruzione è un fatto sistemico, fisiologico”, arieggia lui, con l’espressione dell’entomologo che descrivendo gli insetti giustifica anche la propria esistenza. “Nel 1900, il presidente del Consiglio Giuseppe Saracco istituì una commissione per indagare sulla corruzione e il clientelismo nel comune di Napoli. Gli atti di quella commissione sembrano scritti oggi”.
Manzoni diceva che l’Italia è “pentita sempre e non cangiata mai”.
E Cantone: “Se dovessimo ritenere che l’illegalità  è immanente, dovremmo dire che c’è un tratto antropologico nel nostro paese. E io questo non posso accettarlo”.
Renzi ha caricato di aspettative salvifiche totali questo magistrato che molti anni fa fece condannare all’ergastolo il boss della camorra Francesco Schiavone (“mai fatto il giudice, soltanto il pubblico ministero”).
E già  qualcuno lo chiama lo “smacchiatore”, come fosse un prodotto per lavanderia, da supermercato, da banco, è pronto all’uso e non c’è nemmeno bisogno di agitarlo: l’Expo (“è stato un successo, potremmo vivere di rendita ma non lo facciamo”), Mafia Capitale, poi le eco-balle in Campania, e ora anche le banche popolari, dopo il fallimento di Banca Etruria e di Banca Marche.
“La storia degli arbitrati apparentemente non c’entra niente con l’Autorità  anticorruzione”, ammette l’uomo della renziana provvidenza. Ma poi aggiunge: “Il nostro compito è di creare un meccanismo, un sistema per stabilire chi avrà  diritto agli indennizzi e chi no”.
Ma non tocca alla Banca d’Italia?
“Quando avremo finito questa nostra conversazione dovrò incontrare il governatore Ignazio Visco. Ma guardi che l’Autorità  è già  dotata di una camera arbitrale. Voglio dire che non ci occupiamo di una faccenda completamente estranea alle nostre competenze. Insomma, non ci è stato mica chiesto di riformare il calcio!”.
E appena pronuncia queste parole Cantone si blocca, come sfiorato da un’inafferrabile ombra associativa, da un dubbio…
E se succede? Mai dire mai, dottore. Non sia precipitoso. E d’altra parte lui è stato investito del ruolo di autorità  morale, di vestale della legalità , di salvifica fatalità  dell’italico destino, anche se dice che non è vero, che è una super-semplificazione rozza, persino inquietante.
“Cercare un salvatore è molto deresponsabilizzante per una società “, dice. “Sono le democrazie poco mature che cercano demiurghi e super-eroi”.
Il Foglio lo ha spiritosamente eletto uomo dell’anno appena trascorso: il suo nome rimbalza ogni giorno e più volte al giorno tra i più alti seggi dell’empireo politico nazionale.
Cantone è stato candidato a tutto: sindaco di Roma, presidente della Campania, sindaco di Napoli, e persino presidente della Repubblica.
“La invito a verificare l’abisso che c’è tra le funzioni che i giornali tendono ad attribuirmi e quelle che effettivamente esercito”.
E allora gli si riferiscono alcuni commenti ironici che lo riguardano, su Twitter. “Anche io vado a dormire. #Cantone mi rimbocchi le coperte?”, scrive @ValentinaMeiss.
Poi un falso e ironico Gianni Cuperlo: “Dalle urne spagnole esce un paese ingovernabile. L’unica è chiamare Cantone”.
E ancora: “Stanotte l’ho visto finalmente. Cantone Natale che scendeva per i camini a portare i regali”.
E poi @FabrizioRoncone: “L’Inter ha chiesto a Cantone di seguire dal punto di vista psicologico Melo. Cantone, all’inizio un filo riluttante, ha accettato”.
Persino Mara Maionchi, la madrina di “X Factor”, alla domanda su chi secondo lei dovrebbe essere il prossimo giudice nel reality show di Sky ha risposto così: “Ma che domande sono? Cantone, ovviamente”.
Lui ascolta e sorride, con un atteggiamento di ritegno che pare allo stesso tempo di allerta.
“Di tutto questo colgo l’aspetto ironico e positivo”, soffia, con una limatura di sorriso. “Ma respingo l’idea che io sia una specie di mister ‘Wolf’ o peggio una fogliolina di fico. E poi, guardi, che essere evocato per un compito non significa che lo stai svolgendo”.
Sindaco di Roma?
“Nessuno me lo ha mai chiesto, e io non avrei mai nemmeno accettato”.
Sindaco di Napoli?
“Me lo chiesero”.
Eh, allora vede. Ora a Cantone tocca occuparsi anche delle banche, degli indennizzi, degli arbitrati…
“Non sfuggo alle responsabilità , se sono confacenti alle funzioni della struttura che presiedo. Sarebbe sbagliato tirarsi indietro. Ma non sono disposto a fare cose per le quali mi sento inadatto. Roma, per esempio, non è la mia città . Non farei mai il sindaco”.
E insomma ad animarlo è la certezza di essere attore e non agito. E c’è d’altra parte una foto, scattata da Filippo Sensi, il portavoce di Palazzo Chigi, nella quale Renzi è ripreso di spalle mentre Cantone gli sussurra qualcosa all’orecchio.
L’immagine suggerisce confidenza, un rapporto intimo e segreto.
Quante volte vi sentite al giorno?
“Quasi mai”.
Mai?
“Ogni tanto un messaggio su WhatsApp”.
E all’orecchio di Renzi lei cosa sussurra?
“Davvero non sono in grado di sussurrare nell’orecchio del presidente del Consiglio… Che peraltro è uno che non si fa sussurrare nell’orecchio da nessuno”.
Non ascolta.
“Tiene in considerazione le opinioni”.
Diciamo così. Anche nel governo Berlusconi, con le dovute differenze, s’intende, c’era una specie di Raffaele Cantone. Era uno che faceva tutto, risolveva problemi, si chiamava…
“Guardi che faccio gli scongiuri, se mi paragona a Guido Bertolaso”, ride.
Perchè gli scongiuri?
“Perchè è finito male. Bertolaso è stato molto a lungo un personaggio positivo. Poi è andata com’è andata. Alla fine, gratta gratta, questo è sempre il paese dell’osanna e del crucifige, è sempre il paese di Masaniello. C’è una parte d’Italia che prova una contorta soddisfazione a veder cadere un simbolo nella polvere. La caduta permette poi di dire che nei comportamenti borderline siamo tutti uguali”.
Ma in realtà  la storia politica d’Italia è piena di tecnici finiti malissimo, e non per comportamenti borderline. Persino Mario Monti oggi si aggira per il Senato con la maestà  malinconica delle rovine. E lo stesso vale per i troppi commissari alla spending review, per i super prefetti delle mille emergenze italiane e per tutti i salvatori della patria che con indifferente pendolarità  questo paese ha masticato e sputato via in sembianze tragiche, o macchiettistiche.
Tutte falene che si accostano al freddo fuoco del linguaggio politico e vengono immancabilmente e cinicamente buttate via dai loro sfruttatori non appena le loro grazie appassiscono.
Dottor Cantone, per lei sarà  diverso?
“La tendenza a nominare commissari ogni volta che c’è un guasto è la prova che il sistema non funziona. Ma io non sono chiamato a gestire un’emergenza, non sono il tipico “commissario”, parola che evoca l’idea della straordinarietà . Il mio è un compito che sta nella fisiologia dell’amministrazione”.
E davvero tutto in lui svela l’impegno di una vocazione stabilita fin dalla sua nomina, mantenuta nell’intonazione libera, ma accordata sui tempi musicali del renzismo, persino nel sorriso, che in lui non è raro ma è attento, come studiato.
Lei è un moralista, dottor Cantone?
“La parola ‘moralè non mi dispiace. Preferisco però la parola ‘eticà , quell’insieme di principi ai quali ancorare la propria attività . Dunque se con moralista si vuol intendere qualcuno che crede nella forza dell’etica, allora sì, sono un moralista”.
In un paese in cui tuttavia i moralisti sono finiti troppo spesso moralizzati. L’Antimafia sociale, politica e giudiziaria è precipitata in una nera pozza con l’affaire dell’ex presidente delle Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, indagata per corruzione e abuso d’ufficio a Caltanissetta.
“L’incarnazione più completa e sorprendente, preoccupante, del professionismo descritto da Sciascia”, dice Cantone.
La morale è dovunque conforme ai valori mutevoli nello spazio e nel tempo: con la prerogativa però, in Italia, di essere di generale convenienza. Si fanno anche carriere politiche così.
“Perchè l’Italia ha sete di legalità . Dunque ci sono anche i cinici, gli opportunisti, o gli sciocchi, come viene spesso raccontato, che la utilizzano. Ma io mi chiederei perchè esiste questa patologia politica”, la patologia dei magistrati che per esempio fanno grandi inchieste pirotecniche, poi le abbandonano prima della sentenza come Antonio Ingroia, e ancora prima che un giudice smonti tutto in tribunale si candidano alle elezioni.
“Questa patologia esiste perchè c’è una domanda forte di legalità  nel paese, che si esprime anche in questo modo. Con tutti gli inestetismi del caso. Luigi De Magistris, quando venne eletto deputato europeo, fu tra i più votati in assoluto. E a Napoli, quando si è candidato sindaco, è stato un plebiscito. La domanda da farsi è: perchè De Magistris prese tutti quei voti?”.
E perchè li prese?
“Li prese perchè le persone ritengono che quello della legalità  sia un nervo scoperto del paese. Se la gente vuole l’angelo vendicatore c’è un motivo. Può essere che sia immaturità  dell’elettorato, ma può darsi che invece sia soprattutto un fortissimo desiderio di legalità . Allora la politica invece di lamentarsi della patologia, dovrebbe domandarsi perchè la patologia ha grande successo. E porvi rimedio”.
L’inchiesta che rese famoso De Magistris, la notissima Why not, si è poi afflosciata come un pallone sgonfio, anzi alla fine a essere condannato dal tribunale di Roma è stato proprio De Magistris: un anno e tre mesi per abuso d’ufficio.
“Il paese accetta gli errori, le contraddizioni, gli inestetismi e le cadute di stile, come quella di candidarsi nello stesso collegio in cui si è indagato con grande clamore. Accetta persino il sospetto della strumentalità , e lo fa perchè questi aspetti sono considerati meno importanti di una battaglia di principio. Della battaglia per la legalità “.
E lei dottore, lei ritornerà  a fare il magistrato?
“Ad oggi la mia idea è di tornare in magistratura, ma il mio incarico all’Autorità  anticorruzione scade nel 2020”.
E insomma c’è tempo. E mai Cantone è stato iscritto a un partito, come dice.
Ma a una corrente della Magistratura sì…
“Al Movimento per la giustizia, che era la corrente di Giovanni Falcone. Sono stato presidente dell’Anm regionale in Campania. Sono stato segretario del Movimento per la Giustizia a Napoli, ho sempre fatto parte attiva nel mondo della magistratura organizzata. A Napoli creammo una lista che si chiamava “Primo maggio”, c’era anche De Magistris”.
Siete amici.
“Con Luigi? Eravamo amici, anche se lui mi ha un po’ punzecchiato di recente. Aveva la stanza accanto alla mia in procura”.
E De Magistris, o’ sindaco di Napoli, è uno dei tanti magistrati contagiati dall’infezione della politica, uno di quelli che ha fatto “l’operazione”, contribuendo non poco all’ambiguità  dei tempi.
“De Magistris si è dimesso dalla magistratura”.
Ma non sono troppi i magistrati in politica e nelle amministrazioni, persino quelli in aspettativa?
“È un diritto che non si può negare, e un sistema che non garantisca il libero accesso alle cariche amministrative o rappresentative sarebbe un sistema ben poco democratico. Certo, ci vogliono regole d’accesso, ma il pluralismo delle provenienze arricchisce la democrazia. Il problema vero è il periodo successivo, sono le cosiddette porte girevoli”.
Cioè i magistrati che dopo aver fatto politica tornano a indossare la toga, e senza passare dal via.
“Alfredo Mantovano oggi è giudice in tribunale”, ricorda Cantone.
E Michele Emiliano, da pubblico ministero di Bari, nel 2004 si fece eleggere sindaco della città  in cui aveva indagato. Oggi è presidente della regione Puglia. Emiliano è un politico o è un magistrato?
“La scelta delle dimissioni è un fatto personale. Non può essere obbligatorio”.
Tuttavia Pietro Grasso si è elegantemente dimesso dalla magistratura.
“Ma era prossimo alla pensione!”.
Pausa. Sorriso.
“Guardi, una cosa è sicura: chi ha fatto politica, poi non può tornare a fare il giudice esattamente come gli altri”.
Sabino Cassese ne ha scritto sul Corriere di recente, persino il Csm ha evidenziato il problema.
“Ma non può essere il Csm a intervenire. Sono la politica e il Parlamento che devono fare una scelta di fondo. La magistratura ordinaria ha già  fatto molto, come organismo, nel self-restraint: ha rinunciato agli arbitrati, alla giustizia sportiva… Tocca alla politica assumersi la responsabilità  di una scelta. Non si può prevedere per legge che un certo ruolo all’interno del ministero della Giustizia sia riservato a un magistrato, e poi stupirsi con recitato scandalo se è un magistrato a ricoprirlo”.
E forse vuole dire che in questo astratto paese il nodo pratico e urgente delle questioni si diluisce sempre in dosi omeopatiche tra sguaiatissimi dibattiti da talk-show serale, tra furbizie e urlanti sceneggiate. E un motivo c’è se Cantone non è precisamente amato dai suoi colleghi dell’Associazione nazionale magistrati.
La sua è una lingua basica, apparentemente priva di trappole, trabocchetti, doppi fondi.
Sulla Terra dei fuochi, per esempio, Cantone non liscia il pelo del senso comune: “Vivo a Giugliano, piena terra dei fuochi. E su questa storia so con cognizione di causa che si sono dette balle spaziali. Si è andati dietro alle parole di un pentito, Carmine Schiavone, che dal 1993 noi magistrati consideravamo inattendibile su questo argomento”.
Fusti radioattivi, inferno atomico nelle campagne intorno Casal di Principe.
“Mai trovati. Mai nemmeno un fusto. E quando sono stati trovati rifiuti interrati, non erano mai dove diceva lui”.
Ma la televisione sparava forte, per mesi, ci fu anche una prima pagina del New York Times.
“Quella del traffico dei rifiuti è una faccenda seria. Lei crede che le zone più industriali della Pianura padana siano meno inquinate della Terra dei fuochi? Nessuno si è occupato di queste faccende per decenni. Poi all’improvviso si è creato un mostro mediatico, tutto suggestione, umori, sensazionalismo, pigrizia, ignoranza, si è fatto confusione tra la spazzatura bruciata, quella seppellita e quella che appesta certe zone della campagna. Un polverone inutile, che adesso ovviamente si è depositato. Nel silenzio e nell’inazione”.
A Caivano, padre Patriciello, prete di strada e di popolo, malediva i pomodori dal pulpito.
“Io rispetto don Patriciello. Ma lui non è un medico, non è uno scienziato e non è nemmeno un poliziotto. Si è fatto un collegamento acrobatico tra i rifiuti interrati e l’insorgenza dei tumori. Un collegamento smentito dai tecnici. Ne è venuto fuori un pasticcio imprendibile. Lei pensi che alle ultime elezioni, lì dove abito io, si è persino presentata una lista che si chiamava ‘Terra dei fuochì”.
E insomma, dice Cantone, l’emotività  è gratuita, fine a se stessa, il suo proposito non è la risoluzione dei problemi (che per loro natura sono pratici, non filosofici nè sentimentali), ma soltanto di creare sempre nuovi pretesti al suo libero e spensierato gioco ai danni dell’azione e persino dell’efficienza.
E queste sono evidentemente posizioni che gli condensano attorno al capo vaste nubi di antipatia. Come quando, a Milano, presentando il libro dell’ex magistrato Piero Tony, disse che le correnti della magistratura “sono un cancro”.
E Md?
“Non mi piace l’utilizzo della giustizia come lotta di classe”.
E l’Anm?
“Non mi sento rappresentato”.
E il Csm?
“Un centro di potere vuoto”.
Oggi Cantone dice che “molti di quei giudizi erano semplificati, perchè si trattava della presentazione di un libro. E forse certe parole non le avrei dovute utilizzare, anche se esprimevano concetti di cui sono ancora persuaso. Per quelle frasi ho ricevuto attacchi violentissimi sulle mailing list della magistratura, ma ho anche ricevuto un numero rilevante di messaggi privati, di mail di incoraggiamento personale, da parte di moltissimi colleghi, attestati che ritengo importanti”.
Anche l’Anm l’ha criticata.
“Persino in questi giorni leggo giudizi molto severi nei miei confronti sulla questione degli arbitrati, critiche da parte di colleghi che a Napoli appartengono alla lista dalla quale anche io provengo, magistrati che forse mi votarono persino. Vede, l’Anm non è la magistratura. E la magistratura non è un monolite. È un potere diffuso che rozzamente alcuni politici pensano si muova come un partito. È ridicolo. È una cosa tecnicamente impossibile. La magistratura è composta da molti uomini e molto diversi. E anche l’esercizio di critica, la vivacità  persino dura con la quale si discute, ne è una prova, oltre a essere un sintomo di salute democratica”.
Berlusconi parlava di partito dei giudici.
“Non solo Berlusconi. Ci sono uomini politici che pensano di poter influenzare un tribunale o una procura favorendo delle nomine, ingraziandosi alcune personalità  della magistratura. Ma non è così che funziona. Questa è un’idea sciocca. Con tutti i suoi difetti la magistratura italiana non soltanto è un’istituzione libera da condizionamenti, ma è un fondamentale presidio di legalità “.
Con tutti i suoi difetti.
“La magistratura ha spesso esorbitato, ci sono stati esempi di protagonismo esasperato. Ma l’umanità , si sa, è un legno storto”.
E bene ancora non si capisce quale ruolo lui sia destinato a giocare in quel labirinto di specchi, strumentalizzazioni e furberie che da circa vent’anni è il conflittuale e intrecciato rapporto tra politica e giustizia.
Mezzo politico e mezzo magistrato, un po’ tecnico e un po’ no, attore del renzismo e agito da Renzi, sottoposto alla maledizione che sempre grava sugli uomini della provvidenza, Cantone è una delle creature più enigmatiche della nuova era italiana: non è Di Pietro e non è nemmeno De Magistris, non è uno di quei pm che ha indagato la politica e ha poi indossato la pelle dell’imputato.
“Faccio solo il mio mestiere”, dice lui, gettando uno sguardo distratto all’orologio, nel suo studio ammobiliato come un ministero di fascia alta, divano e poltrone come si deve, l’arazzo settecentesco, il ritratto del presidente della Repubblica.
“È mezzogiorno, devo scappare”, dice.
Va dal governatore della Banca d’Italia. Come un ministro.
Forse di più.

Salvatore Merlo
(da “il Foglio”)

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PARIGI RISTABILISCE LA VERITA’: I TERRORISTI NON SONO PROFUGHI, USANO PASSAPORTI SIRIANI FALSI

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

I DOCUMENTI CONTRAFFATTI UTILIZZATI DA AFFILIATI DELL’ISIS CHE SPESSO GIA’ VIVONO IN EUROPA

Cavalli di Troia per rientrare nella roccaforte europea: sono i passaporti siriani, autentici o meno, utilizzati da affiliati dell’Isis, per sbarcare “in incognito” in Francia e in altri Paesi europei.
Ecco la nuova preoccupazione di Parigi (e non solo), questa mole indefinita di documenti d’identità  raccolti da Daesh per entrare senza problemi nello spazio Schengen.
Nei giorni scorsi Bernard Cazeneuve, ministro francese degli Interni, ha chiesto chiaro e tondo ai suoi omologhi europei nuove misure “contro questi veri e falsi passaporti, molto difficili da individuare”.
Da dove provengono? In parte sono recuperati dalle milizie dell’Isis sui campi di battaglia, sui corpi dei soldati morti dell’esercito di Bashar al-Assad.
Poi sono stati ritrovati “vergini” negli uffici dell’amministrazione pubblica di centri siriani occupati dalle truppe di Daesh.
Altri vengono fabbricati di sana pianta da un servizio apposito dello Stato islamico. Poi ci sono anche i passaporti autentici confiscati ai jihadisti che arrivano in Siria da Paesi europei, spesso non catalogati da polizie e servizi segreti.
I loro documenti possono quindi essere utilizzati di nuovo da altre persone.
I documenti vengono ridistribuiti nei limiti del possibile a persone con caratteristiche fisiche simili a quelle dei titolari originari.
“Contrariamente a quello che si pensa — ha dichiarato all’agenzia France Presse Christophe Naudin, criminologo specialista di frodi sui documenti d’identità  — è molto facile entrare e uscire dallo spazio Schengen proprio grazie a questi passaporti”.
Due siriani ne erano stati trovati accanto ai cadaveri di due kamikaze in azione lo scorso 13 novembre allo Stade de France, nella periferia nord di Parigi.
Per uno dei due, che indicava come nome e cognome Ahmad alMohammad, gli inquirenti francesi hanno evocato fin dagli inizi la possibilità  che provenisse da un soldato di Assad morto al fronte.
Sospettato di essere legato agli attacchi di Parigi, anche Ahmed Dahmani, di nazionalità  belga e marocchina, fermato a metà  novembre ad Antalya, in Turchia, era in possesso di un documento siriano vero ma non corrispondente alla sua identità .
Anche il franco-belga Abdelhamid Abaaoud, che avrebbe avuto un ruolo organizzativo importante negli attentati parigini e che è rimasto ucciso nell’attacco finale delle teste di cuoio francesi a Saint-Denis, sarebbe ritornato dalla Siria in Francia con uno di questi passaporti: lui, che era in testa nella lista dei jihadisti ricercati dalla polizia e dai servizi segreti di Francia.
Anzi, proprio Abaaoud, secondo rivelazioni degli ultimi giorni da parte di fonti dell’intelligence a Parigi, avrebbe avuto un ruolo importante nello Stato islamico in questo traffico di veri-falsi passaporti.
Altro caso interessante (e inquietante) è quello di un giovane di Troyes, un cittadino francese di 25 anni e di origini non arabe, convertito all’islam. Partito per la Siria nell’ottobre 2012, era diventato un jihadista agguerrito ed è stato fermato a Praga il 21 luglio scorso.
Non si conoscono le sue generalità  ma il suo nome di battaglia per Daesh era Abou Hafsa. Da poco è emerso che aveva presentato un passaporto svedese autentico di un giovane che nel frattempo era partito pure lui a combattere la guerra santa con l’Isis.

Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)

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TOTI STA ISOLANDO LA LIGURIA: IL PADANIA EXPRESS E’ UN FLOP E L’AEROPORTO FINISCE DECLASSATO

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

NIENTE ALTA VELOCITA’, COMPAGNIE AEREE IN FUGA, LAVORI DECENNALI E PENDOLARI PENALIZZATI

Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, l’aveva ribattezzato pomposamente “Padania Express“.
Senonchè il viaggio sperimentale del presunto convoglio superveloce di Trenord fra Genova e Milano si è risolto in un flop e si è perso nella nebbia.
Per coprire i 148,79 chilometri del tragitto   fra le stazioni di Genova Principe e Milano Centrale, con fermata a Rogoredo,- il treno ha impiegato un’ora, trenta minuti e 27 secondi.
Tre minuti in più del Thello, il convoglio più veloce attualmente in servizio fra Genova e Milano, che compie due fermate intermedie, anzichè una.
Iniziato fra squilli di fanfare, rulli di tamburi e la rituale bottiglia di spumante stappata in carrozza, il viaggio voluto dai governatori Toti e Maroni — a bordo del treno Coradia Meridian di Alstom — con codazzo di assessori e funzionari e stampa al seguito,   si è risolto in una delusione. Impossibile abbreviare i tempi di percorrenza.
La linea ferroviaria fra Genova e Milano è afflitta da quattro “colli di bottiglia” e da un volume di traffico straordinario fra Pavia e la capitale lombarda. Altro che i 55 minuti favoleggiati dal governatore Maroni.
Ripiegate le insegne Toti e Maroni hanno convenuto che se ne riparlerà  fra 18 mesi.
Nel frattempo si dovrà  correggere alcuni difetti sulla linea e trovare quasi 90 milioni di euro.
La Liguria rimane dunque nel suo isolamento logistico tutt’altro che dorato. Fra Genova e Milano si continuerà  a viaggiare con tempi di percorrenza simili a quelli del 1938.
L’Alta Velocità , causa Appennino, resta un miraggio. Toti vorrebbe agganciarla istituendo sulla tratta Genova-Roma un collegamento rapido (tre ore e mezzo) via Firenze con la Capitale. RFi sarebbe favorevole a liberare gli slot nel nodo di Firenze.
La regione Toscana frena, teme di perdere le frequenze del collegamento sulla linea tirrenica che però impone ai viaggiatori diretti da Genova e Roma (e viceversa) un viaggio di oltre quattro o addirittura di cinque ore.
L’altro nodo indistricabile del traffico ferroviario sta sulla riviera di ponente, fra Finale Ligure e San Lorenzo al Mare, 44 chilometri a binario unico in direzione della Francia. Cose da Medioevo.
Il tratto fra Andora e San Lorenzo al Mare (di 19 chilometri di cui 16 in galleria, con la nuova stazione di Imperia), sta per essere completato e dovrebbe entrare in esercizio a giugno 2016. I treni sfrecceranno a 180 chilometri l’ora dai 90 attuali. Resta da raddoppiare il tratto Andora-Finale Ligure.
La legge di stabilità  ha destinato 15 milioni di euro annui per 15 anni per iniziare gli interventi propedeutici all’opera principale. il 17 gennaio 2014 a causa una frana un treno deragliò all’altezza di Andora, i collegamenti ferroviari si interruppero spezzando in due la Liguria.
Dice a IlFattoQuotidiano.it il senatore di Liguria Civica Maurizio Rossi, membro della commissione trasporti: “Quei 225 milioni di euro possono essere spesi non in dieci ma in soli due anni per le opere preliminari. Sarà  essenziale che la finanziaria 2016/17 stanzi i fondi per la realizzazione dell’opera, 32 km in variante di cui 25 in galleria, per un investimento di 1,2-1,3 miliardi di euro e nove anni circa di lavori”. Campa cavallo…
In attesa del Terzo Valico (i cantieri liguri procedono con stop and go continui causa amianto) che non sarà  pronto prima di 8-10 anni e sarà  comunque assegnato principalmente al traffico merci.
L’abbandono dei collegamenti aerei Genova-Roma da parte della compagnia Vueling ha rimesso Alitalia in posizione di monopolio, subito sfruttato alzando le tariffe fino a 900 euro andata e ritorno con la capitale.
Ciò costituisce un ostacolo alla mobilità , aerea e ferroviaria, da e per la Liguria e configura la condizione per stanziare i finanziamenti. La Sardegna lo ha fatto con venti milioni di euro.
L’aeroporto Cristoforo Colombo è un’altra spina nel fianco della logistica ligure. Inchiodato sotto il milione e mezzo di passeggeri/anno, è stato declassato e la sua privatizzazione si è bloccata per l’ennesima volta dai dissensi dei soci, l’Autorità  portuale, la Camera di Commercio e la Società  Aeroporti di Roma.
Intanto i pendolari sono in rivolta contro l’orario feroviario invernale che ha soppresso diversi collegamenti a medio e corto raggio, alle Cinque Terre sono preoccupati. Trenitalia vuole cancellare l’accordo sulla card   Treni multiservizi che consentiva fino all’estate scorsa ai turisti — due milioni e mezzo nei cinque borghi dello spezzino — di circolare con una tessera giornaliera del costo di appena 12 euro.

Renzo Parodi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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PASSATA LA FESTA, GABBATA LA SINISTRA: RENZI GIOCA COME SEMPRE SU PIU’ TAVOLI

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

ORA CORTEGGIA LA SINISTRA RADICALE PER NON PERDERE ALLE AMMMINISTRATIVE

Calpesta e derisa, ma soprattutto malmessa e divisa, la cosiddetta “sinistra radicale” italiana si trova all’alba del 2016 nella paradossale condizione di essere decisiva nelle prossime elezioni amministrative di molte città .
Non tanto i suoi leader (oddio, leader…) il cui prestigio già  scarsino da tempo si è ulteriormente assottigliato con il penoso spettacolo del “tavolo costituente” del nuovo partito (una prece). Quanto i suoi elettori: che a dispetto delle pessime rappresentanze esistono — per valori, ideali, interessi — e tutti insieme valgono una cosa che sta almeno tra il 5 e il 10 per cento.
E non sto parlando degli elettori potenziali di sinistra che poi si frantumano tra astensionismo, M5S e abbrivo piddino (quelli sono molti di più): sto parlando proprio di quelli che si ostinano a votare e a votare qualcosa di dichiaratamente di sinistra e a sinistra di Renzi.
Per capirci, sto parlando di quelli che all’ultimo giro hanno scelto Luca Pastorino in Liguria o Tommaso Fattori in Toscana, rispettivamente il 9,4 e il 6,2 per cento.
Ecco, questa fetta di pervicaci che Renzi percula da un anno adesso viene riscoperta: e da settimane il Pd sta mandando il poliziotto buono Matteo Orfini a cercare di riportarla all’ovile.
Ultima puntata, l’intervista del presidente del Pd a “il Manifesto” di oggi.
Nella quale ci spiega che «alle amministrative si possono avere maggioranze tra forze che nazionalmente hanno posizioni diverse», «le condizioni per tenere vivo il centrosinistra ci sono», «spero che la sinistra resti più unita possibile» etc etc.
La ragione di questo prodigarsi del Pd alla sua sinistra è semplice e si chiama Movimento 5 Stelle.
Il caso più eclatante è Torino: dove la candidatura di Giorgio Airaudo potrebbe bastare per impedire a Piero Fassino la vittoria al primo turno; e se l’ex segretario Ds sarà  costretto al ballottaggio, la probabilità  di essere superato al secondo turno da Chiara Appendino è tutt’altro che remota.
Qualcosa di simile potrebbe succedere a Roma: dove la popolarità  del fu centrosinistra, dopo la cacciata di Marino, è ai minimi storici; e il M5S avrebbe buone probabilità  di arrivare al ballottaggio anche candidando il gatto di Casaleggio.
In questi casi si sa come fa Renzi, di volta in volta: strizza l’occhio a chi gli è più utile.
Del resto è l’uomo che ha fatto il patto del Nazareno per cambiare la Costituzione e poche settimane dopo ha messo Forza Italia fuori dai giochi per il Quirinale, illudendo così tutta la sua minoranza interna.
Invece, ovviamente, non c’era niente da illudersi: c’era solo da prendere atto che il premier è uno spregiudicato giocatore su più tavoli, a seconda della convenienza del momento.
E la convenienza del momento ora è riportare quel 5-10 per cento nell’alveo del centrosinistra — pur essendo questo stato seppellito dal partito della nazione, dal Jobs Act e da tutto il resto.
Sebbene questa dinamica d’opportunismo sia evidente anche a un bambino di cinque anni, c’è una parte della sinistra cosiddetta radicale che ci crede o finge di crederci: nel primo caso per un misto di ingenuità  e nostalgia del 2011, nel secondo sperando probabilmente in qualche strapuntino — assessorati, Asl, consigli di zona e altre briciole.
Per carità , ciascuno faccia come crede, a sinistra: e capisco anche che in alcune realtà  locali (tipo Milano) possa prevalere negli animi l’onda lunga del tempo che fu (il 2011, appunto) e la speranza che non ci sia risacca a destra.
Ma almeno cerchiamo di non nasconderci dietro un dito e di averne piena contezza, nel decidere: passate le amministrative, le sirene piddine verso sinistra cesseranno magicamente di cantare.
Anche perchè poco dopo ci sarà  il referendum costituzionale, sul quale Renzi punta invece di fare il pieno di consensi al centro e destra.
E a sinistra saranno ricacciati tutti nel girone mediatico dei gufi, dei frenatori e dei professoroni.

(da “gilioli.blogautore.espresso”)

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“LA BEFFA ARRIVA SEMPRE MENTRE SIAMO IN VACANZA”: GLI AUMENTI DELLE TARIFFE AUTOSTRADALI

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

I PENDOLARI DELL’A4: “PER NOI SPOSTARSI E’ DIVENTATO UN LUSSO, IN SVIZZERA CON 40 EURO PUOI VIAGGIARE PER TUTTO IL PAESE”

Quando Samuel Minetti scende dal suo fuoristrada nel parcheggio dell’autogrill di Cigliano, lungo l’autostrada A4, lo ammette: «Il pedaggio sulla Torino-Milano è aumentato del 6,5 per cento? E parte da oggi? Non lo sapevo, vabbè….».
Riflette un attimo e sbotta: «Abito a Domodossola e sono un frontaliero, con un bollino annuale da 40 euro giri tutta la Svizzera, in Italia ogni volta che imbocchi un casello autostradale vai incontro ad un salasso».
Il 24enne e il suo amico Matteo Curcio, disegnatore di cartoni animati, stanno ritornando a casa dopo aver passato il Capodanno a Sestriere, sulle montagne olimpiche.
Andata e ritorno, che tradotto vuol dire poco meno di 60 euro di pedaggio. «E se uno ci aggiunge il carburante, lasciamo perdere… buon anno».
Dell’improvvisa impennata del costo per percorrere i circa 125 chilometri da corso Giulio Cesare allo svincolo di Milano-Certosa, è invece consapevole Floriano Rosina, 61 anni, ex primario di gastroenterologia all’ospedale Gradenigo di Torino, in viaggio verso Treviso.
«Quando stamattina sono salito in macchina ho pensato davvero di fare la Torino-Piacenza e alternarla con alcuni tratti di statale e non la Torino-Milano – ammette. L’aumento non sarà  una cifra enorme ma incide, soprattutto sul portafogli di chi è costretto a percorrerla per lavoro».
Come Marian Iacob, romeno di professione cartongessista, residente a Torino.
«Fino a poco tempo fa, con la mia impresa, avevo delle commesse a Milano e a Verbania – racconta – e, con due mezzi, sempre avanti e indietro, spendevamo circa mille euro di pedaggio l’anno. Una somma enorme che pesa ancora di più se manca il lavoro, figuriamoci con un 6,5% in più».
In questo viaggio lungo gli autogrill che si affacciano sul rettilineo di asfalto da sempre costellato da cantieri, trovare qualcuno che giustifichi il rincaro del «biglietto dell’autostrada», come lo definiscono alcuni, è praticamente impossibile.
Però, intorno a questa lingua grigia, che attraversa le province di Vercelli e Novara prima di incunearsi nel cuore di Milano, non ruotano solo migliaia di camionisti e di automobilisti.
Ci sono anche le persone che lavorano nelle aree di servizio A4 o abitano nei paesini. E, alla fine, le loro storie, sono collegate alla Torino-Milano.
Come quella di Federico Casalotti, trattorista 36enne di San Marco, nel Vercellese. Arriva all’autogrill di Villarboit per un caffè. «Ho lasciato la macchina laggiù, oltre la recinzione – indica – dove c’è la sosta per chi abita qui intorno. Una volta, per spostarmi nei paraggi, l’autostrada era comoda e rapida. Ora percorri pochi chilometri da un casello all’altro e sono subito 3 o 4 euro, e poi ancora 3, 4 euro, non conviene più. Meglio le statali».
Che però, da queste parti, quando scende una nebbia umida e spessa, possono diventare un labirinto rischioso.
Lo sa bene Mario Conti, 55enne, di Greggio, dipendente di una cooperativa che gestisce la pulizia sui piazzali delle aree sosta. «Sono fisso qui a Villarboit, ma, ogni tanto, mi capita di essere spedito a faticare in altri autogrill, distanti qualche decina di chilometri. Ho chiesto che mi venisse rimborsato almeno il pedaggio, se ora aumenta è ancora peggio».
Incalza: «Mio figlio aveva la mia stessa mansione alla barriera di Rondissone ma, tra benzina e pedaggio, spendeva 800 euro al mese. Gli ho detto “ragazzo mio trasferisciti vicino a Torino o non vivi più”, e così ha fatto».
Anche Claudia Zampieri è di Greggio. È la responsabile dello punto shop Bonjour della Total Erg, sempre a Villarboit. «Lavoriamo qui, abbiamo chiesto delle agevolazioni. Tempo perso. Vogliono costringere chi viaggia a percorsi alternativi, l’autostrada sta diventando un lusso».
E del commercio di pellami di lusso si occupa Paolo Minardi, 37 anni, vercellese. «Due, tre volte la settimana io percorro la Torino-Milano, questo aumento si aggiunge a tutti i costi che deve già  sopportare chi è proprietario di un’auto – dice – il vero problema, però, dovranno affrontarlo le aziende che hanno molti mezzi in circuito e, anche pochi centesimi, a fine anno, fanno una bella cifra».
C’è poi chi è meno diplomatico, come Fabio Federighi, agente immobiliare 23enne, di Collegno, nel Torinese. Lui, insieme a tre amici, sta rientrando da un Capodanno a Rho. «L’aumento lo hanno fatto scattare adesso perchè molte persone sono in vacanza, sono disattente – analizza – per questo, secondo me, è una truffa e noi, come sempre, dobbiamo pagare».

Gianni Giacomino
(da “La Stampa“)

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LO CHEF SENZATETTO DEI CLOCHARD: LA MISSIONE POSSIBILE DI PIERO

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

“ERO IL CUOCO DI UN RISTORANTE DI PRAGA, POI HO PERSO OGNI COSA E MI SONO RITROVATO IN CENTRALE A MORIRE DI FAME”…ORA SI RENDE UTILE AL DORMITORIO DI VIA MAMBRETTI

La sera del 31 gennaio era in piazza del Duomo, assoldato come guardiano della sicurezza al grande concerto di Capodanno. Si è trascinato in branda alle due del mattino. E alle cinque in punto era già  in piedi, come ogni giorno, per preparare la tavola e la colazione ai 250 compagni del dormitorio di via Mambretti.
«Brioche e tovaglioli speciali, adatti al primo risveglio del 2016», spiegava lui, molto compreso nel ruolo.
Nessuno lo paga, è solo voglia di fare, quella del senzatetto Pierangelo Orsello, 60 anni, capelli bianchi e pochi denti ma occhi azzurri più del cielo, invalido al 74 per cento.
Dorme da due anni in via Mambretti, rendendosi utile come può.
All’alba si occupa di allestire la mensa, poi sparecchia, pulisce, mette in ordine i tavoli.
Verso le 8, ogni giorno, viene a prenderlo il pulmino che lo porta alle cucine di via Stella, dove la onlus Progetto Arca prepara il pasto per i dormitori della città .
Quello invece è il suo lavoro. E così anche ieri Piero, ex chef che ha perso tutto per le disavventure della vita, ha farcito 120 panini e si è messo ai fornelli: pesce, stavolta.
Torna di sera al dormitorio, riposa pochissimo e col buio già  si infila la maglietta per scendere dove – da volontario – apparecchia, scalda, cuoce.
Ma come può finire così, senza casa, un uomo con una vitalità  e un’energia dirompente come quella che nonostante tutto non abbandona Piero?
È in gamba, ci sa fare. Ha iniziato a lavorare a 14 anni a Pietra Ligure: «Pulivo i bungalow e pelavo patate». Lavapiatti, addetto alle pulizie, capo di una cooperativa purtroppo fallita. Ha fatto di tutto.
Nel 2003 si trasferisce a Praga, trova impiego in un albergo dove lo notano per caso – un po’ come Ratatouille – per le sue abilità  culinarie.
Finisce per occuparsi del ristorante. Dieci anni «felici» ma poi l’hotel chiude e un altro lavoro non si trova.
Piero sceglie una città  a caso, viene a Milano dove per mesi dorme in Stazione Centrale. «Mi sedevo su una panca, bevevo alla fontanella, mi sedevo di nuovo. Qualcuno, spesso un senzatetto, mi allungava un panino».
La condanna più grande era l’inattività .
In via Mambretti ha trovato un grande amico, Stefano, e faticosamente sta risalendo la china.
«Lavorando – dice – ritrovo un po’ di dignità ». In testa ha un chiodo fisso: Catia, di Vicenza.
Si sono conosciuti su Facebook, vorrebbero sposarsi. «Se solo avessi una casa, la inviterei da me a Milano. Lei non lo sa, che la casa non ce l’ho…».

Elisabetta Andreis
(da “il Corriere della Sera”)

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IL GIALLO DI PIAZZA FONTANA E IL LIBRO POSTUMO DEL POLIZIOTTO SULLA NOTTE IN CUI MORI’ PINELLI

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

ANTONINO ALLEGRA SI E’ SPENTO A 91 ANNI… IL FIGLIO: “PUBBLICHERO’ LE SUE MEMORIE”… NEL 1960 ERA CAPO DELL’UFFICIO POLITICO DELLA QUESTURA DI MILANO

Antonino Allegra aspettava la morte. Per gli insistenti attacchi delle malattie (conseguenze d’una pesantissima bronchite nel 2003, che l’aveva costretto a rinunciare alle adorate sigarette), per la spossante stanchezza della vecchiaia (aveva 91 anni) e per svelare i propri segreti.
In un libro di memorie. Rigorosamente postumo. Sabato pomeriggio, nella parrocchia Regina Pacis di via Quarenghi, nel quartiere di Bonola, periferia Nordovest, non lontano dall’abitazione in un anonimo palazzo di sette piani, i funerali dell’ex poliziotto, questore a Trieste e Torino, direttore al ministero dell’Interno dell’Ufficio ispettivo, ma nell’opinione pubblica rimasto «legato» al dicembre 1969, quand’era capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano.
Piazza Fontana, Giuseppe Pinelli. Gli ultimi anni di vita, dopo essersi ritirato in pensione in anticipo per star vicino alla moglie bisognosa di cure, Allegra li ha trascorsi a scrivere.
Pagine e pagine per raccontare quello che i giornalisti hanno invano continuato a chiedergli. Ovvero che cosa davvero successe, in quelle vicende come nel delitto di Luigi Calabresi, nel 1972.
Allegra, spentosi mercoledì, non aveva mai risposto. Al telefono, al citofono, braccato per strada nelle passeggiate verso il bar, aveva sempre taciuto. Ora c’è il libro che il figlio Salvatore, imprenditore, pubblicherà .
«Aveva chiesto di farlo soltanto alla sua scomparsa. Anche con me ha evitato certi discorsi. Diceva che non ero pronto… Ha pianificato tutto.
Come il “secondo” matrimonio, da vedovo, con una donna albanese che s’era occupata di mia mamma malata e che successivamente ha seguito papà . Era scappata da Tirana perchè perseguitata. L’ha sposata per garantirle un futuro sereno».
Chi è stato Allegra? Quanto ha inciso, nel resto dei suoi giorni, l’anno tragico 1969? Su Pinelli ha «coperto» responsabilità ? Ha difeso qualcuno? E per quale motivo non ha mai voluto pubblicamente «difendersi»?
Il figlio Salvatore dice che ripeteva una frase: «Sono un funzionario dello Stato e ho il dovere di mantenere il segreto».
Ma è chiaro che non può bastare. O forse sì. Nel luglio 2000, nella seduta numero 73 della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Allegra ascoltò gli interrogativi di senatori e deputati. Domanda: «Perchè subito dopo piazza Fontana le indagini vennero indirizzate sugli anarchici?». Risposta di Allegra, una persona corpulenta con voce ferma, originario di Santa Teresa di Riva, novemila abitanti sul mare, in provincia di Messina: «Non è vero… Non dicemmo che si trattasse di certi o di altri… Si decise di accompagnare in Questura il maggior numero possibile di esponenti di gruppi di estrema destra e di estrema sinistra».
Domanda: «Il dottor Calabresi per anni seguì i fatti relativi all’estrema sinistra… Chi è in una certa area viene a conoscenza di notizie che non verbalizza perchè rimangono confidenze… Può essere che sia arrivato a scoprire qualcosa di molto importante per cui doveva essere fermato?».
Risposta di Allegra: «Se avesse scoperto qualcosa di molto importante lo avrei saputo».
L’addio a Milano cadde nella seconda metà  degli anni Settanta. E altri avvenimenti, con al centro il furore sanguinario delle Brigate rosse, incrociarono la storia di Allegra. Il quale, per ammissione del figlio che ha scelto un altro percorso («Ne faccio parte da ventisei anni»), nonostante la forte insistenza «declinò le offerte della Massoneria».
Conosceva mezza Italia, Antonino Allegra. Compreso Silvio Berlusconi che, riferisce il figlio, «è stato il mio padrino alla cresima».
Ma tornando alle memorie, a che punto sono? «Non posso anticipare… C’è un unico giornalista, che papà  apprezzava: Pansa… E sappia che, ad esempio su Pinelli, tanto non è stato svelato».
Com’è morto l’anarchico? «Nessuno vuol credere a un ruolo del Kgb… Papà … conosceva forse troppo… Adesso verrà  alla luce. No, aspetti, nessuna strategia di marketing, nessuna volontà  di approfittarmi della situazione… Ho amato mio padre, mi ha dato e insegnato la vita. Il libro è un atto doveroso, anzi obbligatorio».

Andrea Galli
(da “il Corriere della Sera”)

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