Destra di Popolo.net

IL TRIO BE-SA-ME (MUCHO) SUI SINDACI SI GIOCA LA CARRIERA

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

GIOCO A RIMPIATTINO TRA SILVIO, MATTEO E GIORGIA: NESSUNO VUOLE INTESTARSI LE SCELTE… OBIETTIVO ALZARE POLVERONI INTORNO A UNA PROBABILE SCONFITTA

Se Matteo Renzi può permettersi di spostare a fine anno il referendum sul suo governo evitando le forche caudine delle Amministrative e trattandole come un test senza rilievo nazionale, Berlusconi, Salvini e Meloni non hanno questa chance: l’esame della vita, per loro, sarà  l’elezione dei sindaci.
E qualunque siano i nomi e lo schema delle alleanze, senza un risultato significativo in almeno una delle grandi città , c’è per tutti e tre il rischio di essere travolti dai risultati.
È per questo che il leader leghista non ha voluto “mettere la faccia” sulla competizione milanese, e per lo stesso motivo la giovane segretaria di Fratelli d’Italia nicchia su Roma.
La giustificazione ufficiale di entrambi – come ha spiegato Giorgia Meloni a “Libero” – è che “è difficile per chi guida un partito nazionale” impegnarsi in una competizione cittadina, ma è una tesi fragile: fu proprio la candidatura a sindaco di un segretario nazionale della destra – Gianfranco Fini – il “detonatore” degli eventi che portarono alla costituzione del vecchio Polo della Libertà , e mai come in questo momento l’elettorato di destra avrebbe bisogno di chiari riferimenti, anche personali, per mobilitarsi in campagna elettorale.
Il gioco a rimpiattino fra i tre è figlio di una consapevolezza politica molto precisa.
Il modello del doppio turno è spietato. Se il centrodestra non riuscirà  a conquistare almeno un ballottaggio importante, vedrà  al secondo turno quel che resta del voto “moderato” fuggire verso il Pd mentre la restante quota del voto di protesta si incanalerà  verso i Cinque Stelle.
E c’è un sapore di nemesi in questo rischio, perchè – a parti invertite – il destino degli ex-Pdl potrebbe somigliare a quello della Dc di Martinazzoli che vent’anni fa, nel ’93, si ritrovò terza nelle sfide “che contavano”, scavalcata dai candidati della Lega e del Msi in tante città , e vide i suoi consensi accasarsi altrove per non fare mai più ritorno.
Berlusconi, Salvini e Meloni, insomma, si giocano la loro carriera sul voto di giugno. Nessuno ha voglia di compiere atti di forza, di intestarsi in esclusiva le scelte sulle candidature, perchè tutti sanno che il king maker, in questo caso, rischia di essere anche il capro espiatorio di turno, quello che pagherà  pegno per il possibile insuccesso e che un minuto dopo i risultati dovrà  salire sul banco degli imputati.
Le amministrative saranno qualcosa di molto simile alle primarie che l’ex-Cavaliere non ha mai voluto, e l’intenzione al momento sembra quella di giocarle per interposta persona, attraverso gli alter-ego di candidati sindaci più o meno concordati ma senza una appartenenza specifica, per poter ammortizzare eventuali figuracce ed evitare di “contarsi” in modo troppo preciso.
Il rilancio di Silvio Berlusconi sulla pazza idea di correre con liste civiche, senza esporre il simbolo di Forza Italia, nasce dalla medesima esigenza.
L’ultimo sondaggio di Lorien Consulting diffuso oggi quota il partito del Cavaliere al 9 per cento su base nazionale, con la Lega di Salvini sei punti sopra, al 15 per cento. Ovvio che senza una vittoria in almeno una delle grandi città , magari senza neppure un ballottaggio, e per di più sorpassato dal suo aggressivo competitor nelle percentuali, il vecchio leader finirebbe malamente pensionato.
E sarebbe lui “il Martinazzoli” su cui scaricare le frustrazioni di un centrodestra uscito dai giochi che contano.
Alzare polvere intorno a una probabile sconfitta, confonderne le responsabilità , suddividerne il peso, è a questo punto la tentazione di tutti.
Perchè anche Salvini e Meloni non sono messi meglio.
Per Salvini, che si misurerà  da capolista sul risultato di Milano, la “capitale morale” è stata sempre una piazza difficile: alle ultime amministrative, quando il Cinque Stelle era ancora un movimento irrilevante, la Lega strappò coi denti il 9 per cento pur venendo da importanti posizioni di governo cittadino con la giunta Moratti.
La Meloni, se non si metterà  personalmente in gioco a Roma, rischia non solo la figuraccia ma pure l’accusa di scarso coraggio (che a destra basta per demolire ogni leadership).
Dunque, anche se l’occasione di usare il voto per importi e archiviare la leadership berlusconiana è fortissima, al momento prevale il tatticismo e nessuno tira fuori la sciabola.
Adelante con juicio, secondo il motto manzoniano di Don Ferrante, in cui sempre si rifugia la politica italiana quando rischia di rimetterci le penne.

Flavia Perina
(da “Huffingtonpost”)

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SALA: “HO GIA FATTO POLITICA CON EXPO’, SONO INCORRUTTIBILE”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

“BASTA ESAMI, SONO DI SINISTRA”… “PER FARE IL SINDACO DI MILANO CI VOGLIONO LE PALLE? ALLORA PARTO BENE”

“Sì, voterei le unioni gay con il M5S. Non so cosa c’è in comune con 5 stelle, ma durante la gestione di Expo hanno partecipato e spesso ho trovato interlocutori giovani e preparati”.
Lo dice Giuseppe Sala, ex commissario unico di Expo e candidato sindaco alle primarie del Centrosinistra, ospite dell’Intervista di Maria Latella su Sky tg24, lanciato nella corsa alle primarie del centrosinistra per diventare il nuovo sindaco di Milano, per il quale si dice ‘preparato’.
Nel senso che – racconta – il sindaco Pisapia ha detto che per fare il sindaco in città  come Milano ci vogliono le palle…’.se fosse quello io parto bene”.
Sala spiega che “la gente può capire cosa ho vissuto in questi anni”, come commissario di Expo, “a cosa ho dovuto resistere” e a quante “pressioni” ha dovuto far fronte.
Certo fare il sindaco “è un cambio anche per me, ne sono consapevole, ma chi fa il commissario per il governo svolge un ruolo sufficientemente politico”.
Insomma, “sto svestendo un abito e ne sto mettendo un altro, ma un po’ lo conosco”.
E in più. “Non temo le inchieste che hanno interessato Expo. Io sono un incorruttibile. Ho maneggiato miliardi quando ero direttore generale di Telecom e non ho mai tirato su neanche una penna. Dal punto di vista della incorruttibilità  sono sicuro, se poi ci fossero problemi amministrativi, sono disposto a tirarmi indietro perchè amo Milano. Ma – ripete – sono sempre stato un incorruttibile”.
“Non sono il candidato di Renzi – ci tiene a ribadirlo Sala – il premier mi stima ed è una stima ricambiata”.
Quanto agli altri, “vorrei chiedere a Letta, a Prodi che cosa pensano di me…Credo che pensino tutti bene di me”.
Sala parla di un futuro ipotetico da primo cittadino, e per quanto riguarda l’emergenza smog che in questo ultimo mese ha soffocato l’aria della città , dice che – a suo giudizio – “è stato fatto quel che andava fatto. Se fossi sindaco? Continuerei a puntare sul rafforzamento del trasporto pubblico, sulle metropolitane, allungando la linea fino a Monza. Mentre non sono al momento d’accordo su un allargamento dell’area C”, ipotesi invece che vede favorevole la sua sfidante Francesca Balzani, numero due di Pisapia. Quanto al progetto di uno status speciale per Milano cui aveva parlato nei giorni della sua candidatura spiega: “Non dobbiamo chiedere soldi in più, vorremmo avere più autonomia nella gestione delle nostre risorse. Il patto di stabilità  è una gabbia”.
In caso di vittoria, sceglierebbe come vice tra Balzani e Pierfrancesco Majorino?.”Credo sia corretto immaginare che il vice sindaco sia donna”.
Lo sfidante del centrodestra? “Aspetteranno dopo il 7 febbraio, eventualmente contro di me metteranno in campo Sallusti”.
Poi l’eterna questione. “Sono senz’altro di sinistra. Quando avevo 18 anni si votava o da una parte o dall’altra. Diciamo che ora sono della sinistra progressista. Non è che sono come l’ascensore che quando fa comodo la sinistra mi viene a cercare, l’esame del sangue non me lo faccio fare più e poi ci sono i programmi, deciderà  la gente. La cosa più di sinistra che io ho fatto? Senza dubbio creare lavoro, tanti posti di lavoro”.

(da agenzie)

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CAPODANNO RAI, LA TRASFERTA DEI 300: 130.000 EURO SOLO DI HOTEL

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

TECNICI E AUTORI A SPESE DI REGIONE E TV DI STATO A MATERA DAL 13 DICEMBRE

La pacifica occupazione di Matera da parte delle truppe tecniche della Rai per la realizzazionedell’«Anno che verrà », il programma di Raiuno al centro delle polemiche, è cominciata domenica 13 dicembre ed è diventata pienamente operativa due giorni dopo, il 15 dicembre, come raccontano gli organizzatori materani.
In tutto quasi trecento persone approdate nella futura Capitale europea della cultura nel 2019 grazie a un laborioso accordo tra la Rai e la giunta regionale della Basilicata presieduta da Maurizio Marcello Pittella del Pd.
Laborioso perchè solo il 15 dicembre alle 16 è stato formalizzato e sottoscritto l’impegno contabile numero 6807 dell’esercizio 2015 per 460.000 euro «al netto di Iva», come si legge nella deliberazione numero 1616, e decisa «per favorire un’azione informativa ed educativa finalizzata alla promozione e allo sviluppo del patrimonio paesaggistico, storico e culturale della città  di Matera quale Capitale europea della cultura nel 2019». Nel verbale si parla della proposta della Rai di realizzare «un programma televisivo che sarà  trasmesso in prima serata in diretta su Raiuno il 31 dicembre per gli anni 2015-2016-2017-2018-2019».
Una convenzione a lunga scadenza che lega la città  di Matera alla Rai per Capodanno fino alla fine dell’anno in cui sarà  Capitale europea della cultura.
Opzione che la Basilicata ha già  deciso di esercitare subito. Secondo quanto ha sottolineato la stampa locale, l’accordo tra Rai e Regione Basilicata è stato raggiunto soprattutto grazie al lavoro di Luigi De Siervo, amministratore delegato di Rai.Com, e del capostruttura di Raiuno, Antonio Azzolini.
C’è stato un po’ di inevitabile affanno perchè solo il 20 novembre 2015, quindi poche settimane prima della partenza per Matera, è stato ufficializzato il patto tra la regione Basilicata e la tv di Stato.
Oltre all’assegno di 460.000 euro netti, la convenzione ha previsto anche l’ospitalità  alberghiera ma non, diciamo, gastronomica.
Tecnici, maestranze e redazione del programma hanno risolto pranzo e cena ricorrendo alla diaria Rai, ovvero a un compenso forfettario quotidiano prossimo ai 60 euro per colazioni, pranzi e cene.
L’ospitalità  alberghiera è costata alla Regione Basilicata circa 130.000 euro.
Sono stati scelti, sempre in base agli accordi, solo hotel a tre o quattro stelle. Non a due, perchè sarebbero stati rifiutati dalle organizzazioni sindacali, e nemmeno a cinque perchè ritenuti troppo costosi.
Due i tronconi di personale Rai arrivati a Matera.
Uno è partito da Milano, legato alla realizzazione delle strutture tecniche. In un primo momento si era pensato a una squadra del centro di produzione di Napoli, ma poi la Rai ha optato per Milano.
Dall’apparato milanese sono partiti gli appalti esterni tecnici, materialmente destinati alla costruzione del palco.
Da Roma invece si è mosso l’universo editoriale di Raiuno: i conduttori, gli autori, la regia, la redazione.
Matera è apparsa quasi sotto assedio per il via vai di circa venti mezzi pesanti tra tir e autocarri per il montaggio del grande palco su piazza Vittorio Veneto, il vero e proprio cuore della città .
Un po’ di malumori tra i commercianti, che hanno temuto danni per un turismo internazionale già  molto ricco in vista dell’appuntamento del 2019
Per la macchina organizzativa materana non è stato facile reggere l’urto delle truppe Rai. Molti pacchetti turistici erano già  chiusi da tempo.
Ma l’hotel Hilton è riuscito a garantire decine di stanze. Soprattutto l’hotel San Domenico, proprio a ridosso della piazza, si è mobilitato trasformando la sua sala per ricevimento in 13 camerini per gli artisti.
È stata così evitata una massiccia trasferta verso gli hotel di Altamura: uno sconfinamento regionale nella vicina Puglia che avrebbe comportato una ulteriore crescita dei costi. Altro capovolgimento ha vissuto la Mediateca di Matera, che si affaccia proprio su piazza Vittorio Veneto.
La struttura ha ospitato il quartier generale Rai: la redazione, il trucco, altri camerini. C’è voluto l’ingegno di Donato Loparco, anima della Mediateca, per mettere a punto soluzioni tecniche adatte a un grande set televisivo.
Come spesso succede (non solo per l’universo Rai) si è scatenata tra i 300 la ricerca per il miglior ristorante.
I prezzi non elevati di Matera e la diaria Rai hanno assicurato ottime cene a base di cavatelli con i peperoni cruschi, di crapiata (la tradizionale zuppa di legumi) e di lampascioni alla materana.
Gettonatissimo (sempre a detta degli organizzatori materani della spedizione Rai) il ristorante «L’abbondanza lucana», in zona Sassi.
Qualche attesa e un po’ di fila, ma alla fine tutti satolli e contenti.

Paolo Conti
(da “il Corriere della Sera“)

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SAECO, LA CRISI DELLA FABBRICA DEL CAFFE’, SIMBOLO DI UN PAESE A DUE VELOCITA’

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

LA PHILIPS VUOLE SPOSTARE IL MONTAGGIO IN ROMANIA E TENERE IL COMMERCIALE IN EMILIA

Nonostante il rischio neve anche stanotte gli operai della Saeco di Gaggio Montano, grazie alla roulotte prestata dalla Protezione Civile, hanno tenuto fermo il presidio h24 della fabbrica contro i 250 licenziamenti decisi dai proprietari olandesi della Philips.
La vertenza è iniziata a fine novembre e continua ad avere un impatto molto forte sul clima politico-sindacale di Bologna, distante solo 50 chilometri.
Si sono inerpicati fino all’Appennino sia il sindaco Virginio Merola sia il neo-arcivescovo Matteo Maria Zuppi e il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha trascorso nello stabilimento l’ultimo dell’anno.
E nella conferenza stampa del 29 dicembre anche Matteo Renzi ha fatto un velocissimo accenno al caso.
L’impianto della Saeco di Gaggio fa macchine domestiche per il caffè, dà  lavoro da sempre a 550 dipendenti e la Philips è subentrata dal 2009 a un fondo francese di private equity.
Gli olandesi dopo anni di produzione a singhiozzo, con tanta cassa integrazione, sono giunti alla conclusione che è meglio lasciare in Emilia ideazione e commerciale e portare il montaggio in Romania.
Nel settore degli elettrodomestici quella della Saeco non è la prima vertenza dura degli ultimi anni, basta ricordare i casi Electrolux e Whirlpool, a confronto di lavatrici e frigoriferi però l’assemblaggio delle macchine del caffè è una lavorazione a minor valore aggiunto e pertanto la differenza del costo del lavoro pesa ancora di più.
Ma i licenziamenti della Saeco nella stagione della ripresa e del Pil che dovrebbe cominciare a correre ci raccontano il lato amaro di questa stagione dell’industria italiana. La ripartenza, quando si sarà  manifestata anche più robusta di come appare oggi, non sarà  una sanatoria, non impedirà  un’ulteriore scrematura dell’apparato industriale italiano con quello che ne consegue in esuberi, chiusure e vertenze.
Non è entusiasmante sottolinearlo, ma tra tante imprese-lepri che sfondano nell’export ce ne sono altrettante – e forse di più – che non hanno saputo reagire ai mutamenti dei mercati. E un giorno o l’altro dovranno saldare il conto con le loro inefficienze e le loro pigrizie.
Come detto il caso Saeco a Bologna fa discutere animatamente.
Capita così che i politici locali si improvvisino esperti di politica industriale e lancino fantasiose ipotesi alternative, succede anche che la Fiom locale per una volta vada d’accordissimo con il ministro (bolognese) Federica Guidi e le manifestazioni di sostegno da novembre ad oggi non hanno avuto cali di tensione.
In città  caso mai c’è qualcuno che maliziosamente mette a confronto la visibilità  della vertenza Saeco con il pudore che avvolge il caso Coop Costruzioni, 300 lavoratori senza lavoro per il crac dell’azienda che hanno ottenuto in zona Cesarini un anno di cassa integrazione.
Comunque mentre Bologna, dopo i successi di attrazione del Suv Lamborghini e dell’impianto Philip Morris, si candidava a insidiare Milano come hub delle multinazionali in Italia, gli olandesi della Philips stanno guastando la festa.
Nei rapporti con il ministero dello Sviluppo economico finora sono stati arroganti, non hanno prodotto motivazioni e numeri certi e così in Emilia sono diventati il diavolo.
Il governatore Bonaccini si è spinto addirittura a minacciare ritorsioni contro gli stranieri che vengono in Italia a depredarci dei nostri marchi.
In realtà  l’avvento delle cialde pronte ha rivoluzionato il mercato e sono entrati in gioco direttamente i grandi brand del caffè e comunque il confronto con i concorrenti della De Longhi è impietoso.
I veneti producono un milione di pezzi l’anno e vanno a gonfie vele, Saeco solo centomila e hanno problemi enormi di produttività  ed efficienza. A Gaggio c’è un’altra azienda del gruppo che fa i grandi distributori automatici di caffè – quelli da ufficio – e va bene perchè il prodotto è più complesso, l’investimento negli impianti fissi più consistente e non si può delocalizzare in quattro e quattr’otto.
Vedremo come andrà  a finire una vertenza che ha il sapore delle «eroiche battaglie» del sindacalismo del ‘900 e sulla quale la politica bolognese ha messo la faccia.
A Gaggio, sull’Appennino a 700 metri di altitudine, un abitante su due deve il suo reddito alla Saeco e i commercianti, come nella Torino anni ’80, hanno abbassato le saracinesche in segno di solidarietà  con gli operai e aspettano notizie da Roma.
Dopo la Befana al ministero la Philips dovrà  uscire allo scoperto, si capirà  qualcosa di più e dovrebbe iniziare una vera trattativa.
Nessuno al tavolo potrà  dimenticare che un operaio rumeno costa quasi la metà  di un italiano ma nei casi Electrolux e Whirlpool, pur differenti, alla fine una mediazione s’è trovata.
C’è da sperare che sia onorevole.

Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)

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MARCHINI CITA GRAMSCI: “ODIO CHI NON PARTEGGIA, ODIO GLI INDIFFERENTI”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

LA FRASE SUGLI AUTOBUS DI ROMA DIVIDE GLI STUDIOSI… LUI REPLICA: “NON LO LASCIO ALLA LE PEN”

C’è maretta tra gli studiosi gramsciani. Pietra dello scandalo: lo slogan della campagna che da un paio di settimane campeggia su tutti gli autobus e le pensiline di Roma.
“Odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti”.
Solo che, al posto della firma del filosofo sardo fondatore del Pci, compare il ben più prosaico motto: «Io amo Roma. E tu?».
Ovvero il claim con cui Alfio Marchini, imprenditore a capo di un movimento civico, per la seconda volta in tre anni proverà  a scalare il colle capitolino.
Orgoglioso della scelta, che rivendica: «È una mia idea, non vedo proprio perchè dobbiamo lasciare Gramsci ostaggio della Le Pen, che dice di avere i suoi libri sul comodino ».
E per nulla imbarazzato dall’evidente contraddizione, visto che la sua corsa potrebbe essere sostenuta – ma ancora non è certo – da alcuni pezzi del centrodestra: «È giunto il tempo di raccontarci senza finzioni che la capitale d’Italia è stata uccisa dall’indifferenza, che ha lasciato campo libero a tutti i poteri marci che l’hanno depredata», taglia corto Marchini.
«Roma non ne può più! Anche di chi, da sinistra, ha chiuso gli occhi davanti al saccheggio morale, culturale e civile della città . O vogliamo prenderci in giro e sostenere che sia tutta colpa della destra? Basta con ipocrisie e stucchevoli buonismi».
Sia come sia, l’utilizzo del brano tratto da La città  futura, il numero unico del giornale pubblicato nel febbraio 1917 con lo scopo di ”educare e formare” i giovani socialisti alla “disciplina politica”, non è piaciuto affatto a Guido Liguori, docente di Storia all’università  della Calabria e presidente della International Gramsci Society Italia. «Marchini nella sua campagna per le comunali cita pure Gramsci (senza nominarlo). Il comunista sardo ridotto a pubblicità  subliminale. Schifo profondo», ha tuonato il professore su Facebook.
Una condanna senza appello, per il candidato sindaco. Accusato di sfruttare per bieche ragioni elettorali il padre della sinistra italiana.
«Che però è citato, piccolo, in basso a destra, come prevede la legge», precisa Marchini. In soccorso del quale arriva Beppe Vacca, uno dei maggiori studiosi del marxismo contemporaneo nonchè presidente della Fondazione Gramsci: «Non vedo cosa ci sia di male», dice.
«È un grande slogan, chiunque lo usi, che citi o no l’autore, è legittimo che lo faccia ed è auspicabile che ne tragga vantaggio. A parte il fatto che è lo stesso concetto utilizzato pure da Papa Francesco».
Il dibattito è aperto.

Giovanna Vitale
(da “La Repubblica“)

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A PICCO NEI SONDAGGI, FORZA ITALIA TENTATA DAL RITIRO DEL SIMBOLO: “SOLO LISTE CIVICHE”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

STIME SOTTO IL 10%, SALLUSTI DISTACCATO DI 20 PUNTI DA SALA…A ROMA LA MELONI TENTENNA, STORACE SI AUTOCANDIDA CON L’APPOGGIO DI ALEMANNO E IL CAOS E’ COMPLETO

Correre ovunque con liste civiche. Abbandonare nelle grandi città  il drappo ormai lacero e stracciato (e perdente) di Forza Italia.
È la “pazza idea” che tenta Silvio Berlusconi, come lui stesso va raccontando nelle telefonate ricevute a cavallo di Capodanno.
Troppo alto il rischio di un bagno di sangue al voto di giugno a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli.
Il colpo di grazia è arrivato – tutt’altro che imprevisto – dal sondaggio realizzato dalla Lorien consulting e reso pubblico l’ultimo giorno del 2015: il partito del Cavaliere precipita al 9 per cento su base nazionale, dunque ormai sotto la fatidica soglia di galleggiamento del 10.
E questo, nonostante l’ultimo mese di battage mediatico dell’ex premier.
Poco più clementi i numeri degli ultimi sondaggi di Alessandra Ghisleri che collocano Fi sopra quella soglia. Ma la sostanza non cambia.
“Non possiamo certificare il fallimento, se quello fosse il dato nazionale alle amministrative, sarebbe la fine” è lo sfogo di un Berlusconi assai demoralizzato.
Da qui l’ipotesi illustrata ai più fidati, di presentarsi alle amministrative con liste civiche, magari piazzando i consiglieri forzisti uscenti nelle liste personali dei candidati sindaci. Addio Fi.
Il motivo è lampante: il voto di primavera sarà  l’ultimo banco di prova prima delle Politiche e se ratificasse quel tracollo e quel distacco dal Carroccio, le chiavi della lista unica con l’Italicum passerebbero a Salvini. Per Berlusconi e i suoi non più del 30 per cento dei posti. Un disastro, appunto, che Berlusconi vorrebbe risparmiarsi.
“Fi torni faro della coalizione con Lega e Fdi” è l’utopia che rilancia Mariastella Gelmini, coordinatrice in Lombardia.
Ma anche nelle città  i sondaggi non si discostano da quelli nazionali. Proprio a Milano tornano a salire le quotazioni diuna candidatura di Alessandro Sallusti, perchè nell’ultimo rilevamento recapitato ad Arcore è emerso che con lui Forza Italia raggiungerebbe almeno il 16 per cento, con un altro candidato meno marcato scenderebbe sotto il 10. Sebbene il direttore del Giornale resti a una ventina di punti di distacco da Giuseppe Sala, sempre che l’ex commissario Expo vinca le primarie del centrosinistra.
Ancora più complicata la situazione a Roma. Giorgia Meloni è a un passo dalla candidatura, sebbene ancora tentenni.
Ma con lei e senza un proprio uomo Fi nella Capitale precipita nei sondaggi ben al di sotto del 10 (si parla del 6-7). “Alfio Marchini non può essere il candidato del centrodestra” si ostina a ripetere la leader di Fdi.
Intanto Francesco Storace rompe gli indugi e minaccia di correre lui, sostenuto (per ora) dal solo Gianni Alemanno. Insomma, il caos.
In questo quadro, Salvini lancia segnali di crescente insofferenza. “Se questi di Fi continuano a fare giochetti, alle amministrative corriamo al primo turno da soli con la Meloni” è lo sfogo raccolto dai suoi.
Berlusconi è convinto di ricomporre il quadro con un nuovo incontro a tre subito dopo l’Epifania (il 5 si vedranno a Roma gli sherpa dei tre partiti al tavolo di Altero Matteoli). Intanto, la manifestazione unitaria del centrodestra a Roma è già  slittata dal 6 al 20 febbraio.
È una corsa al si salvi chi può. I governatori Giovanni Toti e Roberto Maroni la settimana scorsa hanno pranzato a Milano e pianificato una manifestazione da tenere insieme a Bergamo dall’eloquente titolo “Il centrodestra che vince”.
Il loro, sottinteso: senza sigle di partito ma col solo logo delle due regioni nel simbolo.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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RIPRESA, DATI EUROSTAT: L’ITALIA E’ LA PEGGIORE TRA I BIG EUROPEI

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

INDUSTRIA ANCORA IN AFFANNO E LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE TROPPO ALTA

L’Italia non riesce a recuperare le perdite della crisi e a mettersi a pari dei big Ue su industria e lavoro.
Secondo i dati Eurostat rielaborati dal ministero dello Sviluppo Economico (Mise), a stentare è soprattutto l’occupazione giovanile, che dal minimo registrato durante la crisi ha recuperato 0,9 punti (2,7 in Germania, 4,2 in Gb e 1,9 in Spagna).
Arranca la produzione industriale. In base ai dati contenuti nel “Cruscotto congiunturale” messo a punto dal Mise, il livello della produzione industriale italiana è ancora di oltre il 31% inferiore rispetto ai massimi precrisi ed ha recuperato solo il 3% rispetto ai minimi toccati durante la recessione.
La Francia ha recuperato l’8%, la Germania il 27,8%, la Gran Bretagna il 5,4% e la Spagna il 7,5%.
Il confronto è ancora più implacabile se si guarda esclusivamente al settore delle costruzioni: ad ottobre di quest’anno l’Italia era 85 punti sotto il massimo precrisi ed ha toccato il nuovo minimo assoluto dall’inizio della crisi economica.
Secondo Eurostat, tutti gli altri big hanno invece recuperato dai picchi negativi, dal 3,4% della Francia al 32,9% della Spagna.
Occupazione, dati preoccupanti.
Nel mercato del lavoro il nostro Paese torna in difficoltà  rispetto agli altri. Nel terzo trimestre, il tasso di disoccupazione è sceso all’11,5%, ma in Germania era al 4,5% e nel Regno Unito al 5,2%.
La Spagna segnava ancora un grave 21,6%, tuttavia rispetto ai momenti più bui della crisi Madrid ha recuperato 4,7 punti contro 1,6 punti di Roma.
Caso a sè quello della Francia: il tasso di disoccupazione è più basso di quello italiano, pari al 10,8% ma si tratta del dato peggiore degli ultimi 18 anni.
L’Italia è infine fanalino di coda nell’occupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni con un tasso del 15,1% contro il 28% della Francia, il 43,8% della Germania, il 48,8% del Regno Unito e il 17,7% della Spagna.
Rispetto ai picchi negativi della crisi il recupero è stato di 0,9 punti, contro 1,9 della Spagna, 2,7% della Germani a 4,2 della Gran Bretagna.

(da agenzie)

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STRAGE DEL BARDO, LA VITA INTERROTTA DI TOUIL: PIANTI, SILENZI E IL SOGNO DI UN LAVORO

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

SCAGIONATO DALL’ACCUSA DI TERRORISMO GRAZIE ALLA PROFESSIONALITA’ DELLA POLIZIA E MAGISTRATURA ITALIANA DOPO MESI DI INGIUSTA DETENZIONE: “SPERO MI SIA DATA UNA POSSIBILITA'”

Quando Abdel Majid Touil è nella sua stanza, al terzo e ultimo piano di una palazzina senza ascensore e abitata da anziani in via Pitagora 14, si nasconde sotto le coperte del divano usato come letto in condivisione con il fratello; quando esce, percorre a piedi brevi tratti nelle vie di Gaggiano, evita i passanti e cerca subito un posto per sedersi, va bene anche un marciapiede.
Parla poco, piange spesso. Non l’ha aiutato l’arrivo dal povero villaggio di Sidi Jader del papà  Abdallah, che a cinquantuno anni s’è inventato emigrante.
E non bastano gli sforzi della mamma Fatima, una donna straordinaria, impegnata giorno e notte come badante di un’anziana, che dal primo drammatico e confuso minuto ha combattuto in solitaria contro teorie infondate, luoghi comuni e razzismo, e che a distanza di sette mesi l’ha riportato a casa, dopo l’ingiusto arresto per strada su ordine delle autorità  tunisine, l’ingiusta perquisizione nell’appartamento («Non c’erano armi, documenti, volantini, libri del Corano, non c’era niente eppure hanno combinato un casino» protesta la famiglia), e dopo l’ingiusta detenzione nel carcere dei mafiosi di Opera e l’ingiusto trasferimento nel Cie di Torino.
La vita di Touil, il 22enne marocchino catturato con l’accusa di aver partecipato all’attentato del museo del Bardo di Tunisi del 18 marzo, è come sospesa.
Domani riprenderà  le lezioni per studiare l’italiano, con quelle insegnanti che vengono a trovarlo, gli portano regali. A febbraio «otterrò il permesso di soggiorno».
Da lì in poi, con la speranza di far fruttare il diploma di perito meccanico, proverà  a cercare un’occupazione, «voglio credere che qualcuno mi darà  una possibilità ».
A Gaggiano, preferibilmente. Dove però, esclusi i connazionali, nemmeno sotto le feste si sono interessati ai Touil. «Non una telefonata, non un’offerta di scuse».
Abdel Majid, ancor più magro di com’era, divenuto un’altra persona, ripete la sorella, rispetto al ragazzo allegro che era, ha frequenti mal di testa e dolori, «conseguenza della carcerazione». È in cura da una psicologa, «una o due visite al mese»
L’abitazione di via Pitagora è al buio. Il padre è nella cucina-salotto (un tavolo da quattro persone e un divano a due posti), davanti a un televisore che trasmette una partita di calcio del campionato marocchino.
Mamma Fatima è, naturalmente, al lavoro. C’è la piccola della famiglia, quindici anni. Studia a Gaggiano, è qui da 4 anni.
Abdel Majid ripete le coordinate raccontate a oltranza agli investigatori. «Sono partito dal Marocco senza soldi per raggiungere la Libia. Sono stato a Tunisi appena due giorni, a inizio febbraio. Sono arrivato sulla costa libica e mi hanno ritirato il passaporto. Sul barcone nel Mediterraneo, con me c’erano amici del villaggio. Le onde erano alte, il mare sempre scuro. Tanti avevano malori per il freddo».
Con lui c’erano altri amici e un ragazzo del suo stesso villaggio che ora si trova in Spagna dalla moglie. «Abbiamo raggiunto la Sicilia a metà  febbraio e su un bus abbiamo raggiunto Milano».
Abdel Majid temeva, nella sua cella singola, l’espulsione e la consegna ai tunisini: «Mi avrebbero certamente ucciso. Non avrebbero avuto pietà , per loro sono un assassino».
La storia dice che, nella tragedia, Touil ha avuto fortuna. Quella ad esempio d’aver incontrato il capo dell’Antiterrorismo milanese, il magistrato Maurizio Romanelli, il primo ad «accorgersi» che qualcosa non tornava.
Rimarrà  un mistero il motivo dell’ordine di cattura, ma è probabile che il passaporto di Abdel Majid possa essere «caduto» nelle mani del commando, in cerca di documenti per coprire le vere identità .
Non tornerà  in Marocco, Touil: «Voglio rimanere qui» confida a Fatima, l’unica con cui parla del periodo della detenzione, la sola ad andarlo a trovare ad Opera.
Alla sorella non ha mai voluto raccontare dei mesi passati in carcere in isolamento: «Gli ho fatto regali, vestiti e scarpe. Ci vogliamo bene, l’importante è che sia con noi», dice.
Abdel Majid cerca perenne rifugio nel divano, si acquatta tirando la coperta sopra la testa. Le giornate sono ricordi indefiniti. Ci sono i due amici di Gaggiano con i quali si incontra di tanto in tanto, ci sono la televisione e le scarse parole con la famiglia.
Il volto è stanco, gli occhi sofferenti e il passo ancora rallentato.
Dov’è il ragazzo di 22 anni che ha attraversato il Mediterraneo per cercare una nuova vita? «Basta, quest’anno è finito. Non pensiamoci più».

Andrea Galli e Cesare Giuzzi
(da “il Corriere della Sera“)

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TUTTI PAZZI PER CHECCO: “È LA DEMOCRAZIA CRISTIANA CHE SI FA CINEMA COMICO”

Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile

IL SEGRETO DEL SUO SUCCESSO NELLA SUA INTELLIGENZA POLITICA

C’ è un momento nell’ ultimo film di Zalone che credo sia particolarmente significativo per capirne lo stupefacente successo, anche se si tratta di un passaggio veloce e del tutto ininfluente: in Norvegia, nella fase di “rieducazione” ai valori di una civiltà  tollerante e rispettosa ad opera della famiglia della fidanzata e della sua prole interrazziale, viene portato ad assistere ad un concerto che, la presenza sul palco di una stella di Davide, connota come un rituale legato alla memoria dell’ Olocausto.
Anche in quel caso Checco Zalone non rinuncia ad una bonaria battuta nei confronti della sensibilità  etnica più esasperata dai drammi del Novecento.
Nessun altro comico si sarebbe permesso qualcosa del genere: nè Christian De Sica nè Pieraccioni nè Aldo, Giovanni e Giacomo. È la prova della singolare operazione mediatica e culturale di Zalone, che è riuscito a imbrigliare e disinnescare completamente lo spauracchio del “politicamente corretto”. Come ha fatto?
È una operazione di ingegneria comico satirica di lucidità  spietata caratterizzata da un’attenzione ossessiva ai contrappesi.
Ad una battuta maschilista (per esempio sul destino delle bambine) ne succede un’ altra di segno opposto (l’ infantilismo provinciale del protagonista nei confronti di orientamenti sessuali diversi o della libertà  della sua compagna), un bonario scappellotto ai nostri vizi retrogradi (la nostra idiosicrasia per le file e la doppia fila in macchina) è compensato dalle strizzatine alla gloria nazionale dell’ arte di arrangiarsi e all’orgoglio nazionale della buona tavola (nessuno sa cuocere la pasta come noi): siamo quelli che sognano una mezza invalidità  come pensione, ma anche quelli capaci di adattarsi alle tribù cannibali (stereotipo etnico che negli USA avrebbe potuto causare più di un sopracciglio levato) come alle comunità  ambientaliste dell’ artico.
Zalone non è un comico qualsiasi (ha la presenza del cabaret, la reattività  del battutismo televisvo e un certo amore dei giochi di linguaggio alla Totò: ” buonanotte ai senatori”), ma credo che non si capisca il segreto del suo successo se non si esamina attentamente la sua intelligenza ” politica”: è l’ unico comico che è stato capace di estendere il suo consenso ad estremi sconosciuti, dalla anziana casalinga all’hipster, da Brunetta a Marco Giusti.
Checco Zalone è la democrazia cristiana che si fa cinema comico.
Se mette in scena la principale fobia dell’ opinione pubblica (il terrore di essere invasi dai migranti) la traveste con destrezza grazie alla principale passione popolare (il calcio: a Lampedusa fa entrare chi ha un buon palleggio).
Premetto che questa analisi politica non ha niente di avverso politicamente: ho scritto altrove che il cinema italiano avrebbe bisogno di almeno altri dieci Zalone.
Perchè ciò darebbe ad una industria in agonia da più di un ventennio le risorse per sostenere, cercare ed esplorare forme di cinema diverso.
Il risentimento nei confronti del suo successo (diciamo pure l’ invidia feroce) da parte di chi ha tentato disperatamente di fare del cinema commerciale con gli stessi esiti provocando delle perdite di denaro pubblico e privato enormi, è molto più deprecabile del fenomeno Zalone.
Ciò che colpisce è la perfezione di questo stile che è attentissimo a non avere alcuno stile. Pare che Mr. Bean dopo aver provato le sue gag chieda alla sua troupe: “Lo capiranno in Egitto?”. Zalone aggiunge: non è che qualcuno al Polo Nord può offendersi?
L’ esito, non meno affascinante, di questo incredibile successo e di questo cinema, è che non sappiamo assolutamente nulla di Checco Zalone. I suoi film non ci dicono assolutamente nulla di lui. Potrebbe essere gay o affiliato alla Fratellanza Ariana, potrebbe finanziare senza farlo sapere i 5 stelle o avere una fabbrica di mine antiuomo o indossare nell’intimità  dei pullover di angora – come Ed Wood – o essere il principale sponsor di Emergency. I suoi film parlano di tutto tranne che di lui.
Per questo mi convince molto poco la linea critica che da Mereghetti ad Andrea Minuz (due altri estremi che Zalone ha saputo portare dalla sua parte) parla di questo suo film come un ritorno, o upgrade, della commedia italiana alla critica di costume.
I film di Age e Sacrpelli o di Monicelli parlavano con forza di loro, della loro storia, delle loro idee. A me, invece, sembra un ulteriore perfezionamento di una strategia di consenso che ha la determinazione di una pianificazione militare.
Io credo che Luca Medici abbia la formidabile intelligenza prensile dei grandi comunicatori e imprenditori, credo ad esempio che la satira sull’ossessione del posto fisso faccia ridere anche chi probabilmente ha perso per sempre la possibilità  di avere alcun posto, anche precario – le stesse persone che non hanno avuto negli ultimi vent’anni in Italia alcuna possibilità  di diventare padri, di mettere su famiglia, di vivere una vita decente come fa Checco in Norvegia.
Penso anche che il grande successo del film sia dovuto anche e soprattutto al modo in cui quelle sequenze apparentemente comiche raccontano un desiderio irrealizzabile e struggente al suo pubblico: l’intrattenimento, a differenza di quanto pensa il pubblico, non è mai neutro – il desiderio di evasione non è mai evasivo sulle questioni che ci stanno più a cuore.

Mario Sesti
(da “Huffingtonpost”)

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