Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LA CONDUTTRICE DI “CHI L’HA VISTO” SCENDE IN CAMPO CONTRO CHI SCRIVE COMMENTI VOLGARI E MINACCIOSI CONTRO LE DONNE SUI SOCIAL… CHISSA’ CHE PRIMA O POI LO STATO PROVVEDA A METTERE IN GALERA QUESTA FOGNA UMANA
Federica Sciarelli, la conduttrice di Chi l’ha visto?, ci ha regalato ieri una performance che resterà negli annali della televisione italiana. La giornalista infatti deciso di attaccare in maniera frontale gli “onanisti anonimi” autori dei cosiddetti stupri virtuali su Facebook.
Chi l’ha visto? ha ricevuto nei giorni scorsi una segnalazione da parte di una telespettatrice che chiedeva di denunciare il comportamento scorretto e offensivo tenuto da alcuni utenti su Facebook.
La spettatrice raccontava di aver scoperto solo pochi giorni fa dell’esistenza di gruppi Facebook dove gli iscritti si lasciano andare a turpiloquio ed invitano gli altri membri a condividere foto di amiche, conoscenti o sconosciute trovate sul social chiedendo “cosa le fareste”?
Purtroppo non serve andare nei gruppi segreti per vedere queste forme di sessismo.
. Vi ricordate cosa successe nel febbraio 2014 quando Beppe Grillo chiese la stessa cosa riferendosi alla Presidente della Camera Laura Boldrini?
Qualcosa del genere accadde su Facebook anche alla deputata Dem Cristina Bargero. Altri insulti sessisti furono rivolti non online ma durante una seduta della Camera alla deputata M5S Barbara Lezzi, mentre in un’altra occasione il deputato Cinque Stelle Massimo Felice De Rosa disse in Commissione Pari Opportunità alla Camera «Voi donne del Pd siete qui perchè siete brave solo a fare i pompini».
Federica Sciarelli, dopo aver spiegato che gli autori di certi commenti commettono un reato che deve essere perseguito e che non può essere sottovalutato ha iniziato a leggere alcuni degli insulti e delle “fantasie” degli utenti nei confronti di una donna ignara di essere oggetto di tali attenzioni morbose.
La conduttrice, con la classe che la contraddistingue da sempre, ha avvertito gli spettatori dicendo che quelle frasi «Lette da me vi parranno ancora più volgari».
Al contrario di quanto fatto da altri Chi l’ha visto? ha deciso di censurare cognomi e foto profilo degli autori dei commenti.
Non tutti hanno gradito questa scelta, perchè probabilmente avrebbero voluto lasciarsi andare, nei confronti di questi commentatori, allo stesso genere di insulti.
Il punto è un altro: i social sono diventati una fogna a cielo aperto dove troppi malati mentali sfogano le proprie frustrazioni. E spesso sono persone apparentemente “rispettabili”, padri di famiglia e di buon livello professionale.
A questo punto occorre semplicemente una cosa: che lo Stato intervenga con fermezza che le pene siano aumentate in modo da evitare la condizionale, che i soggetti vengano individuati nelle 24 ore dalla denuncia attraverso un forte potenziamento della polizia postale, che vengano processati per direttissima e si applichino sanzioni di diversi decine di migliaia di euro,, fermo restando dei bei Tso per i casi più gravi.
Forse tornerebbe un minimo di rispetto sul web.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
BARI, CORSE SALTATE E PASSEGGERI FATTI SCENDERE PRIMA: I DUE AVEVANO ALTRO DA FARE… SIAMO PROPRIO UN PAESE RIDICOLO
Facevano sesso a bordo di una vettura in aperta campagna di notte. A fari spenti, si concedevano
qualche momento di intimità lontano dal centro abitato .
Niente di strano se non fosse che la vettura altro non era che un autobus del servizio pubblico.
E l’uomo e la donna sorpresi a fare sesso a bordo erano due autisti della municipalizzata dei trasporti che in quel momento dovevano essere in servizio.
È successo a Bari dove — come racconta Serena Russo sul Corriere del Mezzogiorno — nel 2014 i dirigenti dell’Amtab — municipalizzata che gestisce il trasporto pubblico cittadino — avevano deciso di utilizzare gli investigatori aziendali per indagare sui protagonisti di questa storia, accusati di comportamenti poco trasparenti.
E quindi sorpresi dai carabinieri mentre trascorrevano qualche momento di intimità , a bordo dell’autobus, durante l’orario di servizio
“Dagli atti depositati dagli investigatori in azienda risultava chiaro come i due facessero che diavolo volevano”, racconta Aldo De Robertis, in quel periodo direttore generale della partecipata.
Corse saltate, passeggeri fatti scendere prima del tempo e soste troppo lunghe ai capolinea: con queste motivazioni il cda di Amtab ha deciso di licenziare i due dipendenti.
L’uomo, però, decide d’impugnare per due volte il provvedimento.
E il giudice del secondo reclamo impone una conciliazione: lo scorso dicembre, l’autista è stato nuovamente assunto, anche se gli verrà applicata la sanzione immediatamente inferiore al licenziamento.
E questa volta farà più attenzione a scegliere il capolinea delle sue corse.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
NESSUNO AVRA’ QUELLA ASSOLUTA E SERVITA’ UN GOVERNO DI COALIZIONE
Quel premio per chi arriva al 40% è quasi irraggiungibile, almeno secondo alcuni dei principali sondaggisti e studiosi di dinamiche elettorali e, se il Parlamento non rimetterà mano alla legge elettorale, il prossimo governo sarà di nuovo di larghe intese o, comunque, sostenuto da partiti che erano rivali alle elezioni.
Roberto D’Alimonte, Nicola Piepoli e Roberto Weber analizzano il sistema che esce dalla sentenza della Consulta – l’Italicum corretto o il «Legalicum», per dirla alla maniera di M5S – e tutti concordano sul fatto che anche provando a mettere insieme delle alleanze, il premio di maggioranza sarà difficile da ottenere.
D’Alimonte, che dell’Italicum è un po’ l’ideatore, non è affatto sorpreso della decisione della Corte («L’avevo anticipata ampiamente») e sottolinea innanzitutto l’aspetto che più interessava a Matteo Renzi: «Si potrebbe andare a votare senza ulteriori interventi del Parlamento. Credo che Renzi possa essere soddisfatto, perchè rimane un elemento maggioritario (il premio di maggioranza alla Camera, ndr) e i capilista bloccati che gli danno uno strumento molto importante per gestire il partito ».
I veri problemi, spiega, li avrà Silvio Berlusconi, perchè «la presenza del premio gli pone un dilemma: vorrebbe correre da solo, ma così si condannerebbe a un ruolo secondario, perchè non potrebbe partecipare alla corsa per il premio. E se si alleasse con Salvini e Meloni dopo sarebbe difficile fare il governo con Renzi, come è nelle sue intenzioni».
In ogni caso, aggiunge D’Alimonte, «nessuno avrà la maggioranza assoluta e servirà un governo di coalizione», perchè il premio è previsto solo alla Camera, mentre al Senato «le soglie (all’8% per chi non è alleato, ndr) potrebbero produrre un effetto maggioritario, ma difficilmente tale da dare una maggioranza assoluta».
Secondo Piepoli, poi, la sentenza dovrebbe allontanare il voto: «Questa legge incasina i partiti, li costringe a ragionare in termini maggioritari. Nessuno può vincere da solo, nemmeno Pd o M5S. Bisogna coalizzarsi, ma così i grandi partiti subirebbero i ricatti dei piccoli».
Peraltro, aggiunge, « è comunque molto improbabile raggiungere il 40%».
Insomma, «la situazione è così caotica che, per conto mio, non si va alle elezioni ».
Lo stesso Renzi, «secondo me non ha troppa voglia di votare, lascia governare Gentiloni, che sa governare, e il Pd ne guadagna».
Piepoli cita un dato: «La fiducia degli italiani in Gentiloni è aumentata di 4 punti in due settimane ».
Difficile raggiungere il premio anche secondo Weber: «Mi pare assai improbabile, anche ricorrendo ad una lista-coalizione (come pensa di fare il Pd, ndr). Peraltro, a destra credo che non raggiungeranno un accordo e avremo un sistema quadripartito, di fatto un proporzionale puro».
In questo contesto, scordiamoci di «sapere subito chi ha vinto le elezioni».
Semmai bisognerà provvedere ad operazioni di «costruzione politica» ma «Grillo e Salvini non hanno mostrato qualità da questo punto di vista. Renzi, mi pare più capace di cucire».
Alessandro Di Matteo
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO STARE NEL PPE, BASTA CON QUESTA RETORICA ANTIEUROPEISTA”
«Sulla base delle indicazioni della Corte si può fare una buona legge elettorale proporzionale. Le Camere
hanno anche il tempo per introdurre nel nostro ordinamento la sfiducia costruttiva. Poi andiamo presto al voto».
Stefano Parisi è convinto che la sentenza della Consulta offra all’Italia un’ottima occasione per avere un Parlamento più rappresentativo.
Con uno schema proporzionale, però, il futuro del centrodestra italiano potrebbe andare in una direzione diversa rispetto a quella del passato.
Il manager ha portato il suo tour «Megawatt» anche a Bruxelles e proprio dalla capitale europea rilancia un appello al centrodestra italiano che vuole ricostruire.
Più vicino al Ppe della Merkel e più lontano dalla Lega di Salvini. Più fedele al rigore e meno alla flessibilità nei conti pubblici.
Durante la sua visita ha subito incontrato anche Antonio Tajani, appena eletto presidente del Parlamento Ue. Senza i voti della Lega…
«Questa è una ferita molto profonda nella politica italiana: o c’è un ripensamento oppure è difficile proseguire insieme. I rapporti di coalizione si basano sulla chiarezza dei programmi: non possiamo stare a rimorchio della Lega».
E quindi in che direzione deve andare il centrodestra italiano?
«Abbiamo bisogno di un soggetto nuovo, con persone nuove. Non dobbiamo soltanto mettere insieme i vari pezzi del centrodestra che si sono staccati. La somma di quei pezzi non ritrova la fiducia degli italiani, che hanno bisogno di altro. Serve una proposta chiara, con persone nuove ma di esperienza».
Che ruolo può avere Berlusconi in questo schema?
«Lo stesso Berlusconi è garante della volontà di costruire un’offerta politica nuova. Tutti si rendono conto che esiste una perdita di consenso nell’area politica di centrodestra. Credo e spero che in tutte le forze del centrodestra ci sia una buona volontà in questa direzione. In questo momento la priorità non è tanto capire chi fa cosa, ma piuttosto parlare a quella parte di italiani che non va più a votare o che ha votato M5S, anche alla luce della sentenza della Consulta».
Le Camere devono intervenire per sistemare la legge elettorale?
«La priorità è che ci sia una legge stabile e duratura. Il fatto di cambiarla di frequente è un vulnus democratico. Credo che il modello migliore sia quello tedesco: un sistema proporzionale in cui ogni elettore voti il proprio partito, la maggioranza del Parlamento deve corrispondere a quella nel Paese. Ma rispetto alla Prima Repubblica dobbiamo responsabilizzare il Parlamento rispetto al governo. Non possiamo avere governi che cambiano ogni dodici mesi. Va introdotta norma per fare in modo che quando si dà la sfiducia al governo bisogna fornire un’alternativa, altrimenti si sciolgono le Camere».
In questo modo però saremo condannati eternamente alla Grande Coalizione…
«No. Come centrodestra noi dobbiamo essere chiaramente alternativi al centrosinistra. Il proporzionale non serve per andare a governare con il centrosinistra, ma per avere un Parlamento chiaro. Del resto si discute dopo le elezioni».
Cosa significa l’elezione di Tajani per il centrodestra italiano?
«È un segnale molto chiaro: noi siamo legati al Ppe. L’Ue va cambiata, deve essere più leggera, meno burocratica. L’Italia deve battersi per migliorarla, ma deve smetterla con questa retorica anti-europeista. Dobbiamo capire che fuori saremmo più deboli. Specialmente su immigrazione, sicurezza, Difesa. Come ha scritto Draghi nel suo intervento su Cavour pubblicato l’altro giorno da La Stampa, l’Italia ha bisogno dell’Europa
In Italia la critica che si fa spesso all’Ue è di essere ostaggio della Merkel, uno dei leader del Ppe. E la critica arriva spesso dal centrodestra…
«Questo l’ha fatto in modo particolare Renzi, distruggendo l’immagine dell’Italia in Europa. Scaricare su Bruxelles i nostri problemi è stato un errore grave, pagato nelle urne il 4 dicembre. Noi dobbiamo dire la verità agli italiani. Il nostro problema non è Merkel, ma il nostro debito. È il nostro debito che limita la nostra libertà . Bisogna smetterla di stare qui col cappello in mano a chiedere flessibilità , perchè stiamo solo aumentando la spesa corrente, il deficit e il debito».
Più rigorista dei rigoristi…
«Le politiche di rigore del bilancio sono compatibili con le politiche di crescita. Questa cultura italiana per cui la crescita dovrebbe alimentarsi solo con l’aumento della spesa pubblica, con bonus e regalie varie, non ha funzionato».
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“NIENTE OSTACOLI ALLE URNE, MA GENTILONI VA COINVOLTO”
È euforico, di nuovo su di giri. Come nei giorni in cui era il padrone della politica italiana.
Certo, una volta Matteo Renzi sarebbe apparso in tv a raccontare a tutti la sua versione dei fatti, ma per ora la «cura» del silenzio continua.
Il segretario del Pd ovviamente ha parlato a lungo con i suoi amici e nel pomeriggio, una volta letto il comunicato della Corte Costituzionale, Renzi ha esclamato: «Ragazzi, ma questo è un trionfo!».
Nella sua lettura, la Consulta non ha toccato il cuore dell’Italicum e ha «soltanto» cancellato il ballottaggio: «Ma quale Legalicum!», commentava ieri sera un Renzi talmente affezionato al suo «Italicum», che l’ex premier ora accarezza la tentazione di utilizzarlo per andare ad elezioni anticipate. Quando?
«Calma e gesso», confidava ieri sera l’ex premier, perchè non si può cavalcare la questione elettorale con le tragedie ancora in corso.
Dunque, escluso il voto subito, in primavera, ma da ieri al Nazareno l’11 giugno è considerato più vicino. Quella che Renzi ha messo in cantiere è una «escalation soft».
Il suo disegno, tracciato a caldo dopo la sentenza della Consulta, si dipana in tre mosse.
Primo: mettere la sordina alla corsa al voto. «Non facciamoci prendere dalla fretta», dice Renzi, perchè a suo avviso sarebbe un errore madornale dare l’impressione al Paese di guardare a questioni di bottega, mentre è ancora forte l’emozione collettiva per i morti d’Abruzzo.
E infatti, ieri pomeriggio, un renziano doc come Francesco Bonifazi è stato costretto proprio da Renzi a cancellare in un baleno un tweet considerato troppo «oltranzista». Poco dopo la diffusione del comunicato della Consulta. Bonifazi aveva scritto: «E adesso non ci sono più alibi. Votiamo e vediamo chi ha i numeri nel Paese». Fuori mood: bocciato.
La seconda mossa del piano Renzi prevede l’approdo in Parlamento, nel giro di qualche settimana, dei progetti di riforma elettorale, col Pd che spingerà per il ripristino del Mattarellum, la legge maggioritaria con i collegi.
In quel frangente il Pd prenderà atto quel che è noto da settimane: una maggioranza per far passare una riedizione del Mattarellum non esiste.
E a quel punto scatterebbe il terzo tempo del piano: il Pd proverà ad armonizzare il Consultellum-1 (la legge per il Senato, ricavata da una vecchia sentenza della Consulta) e il Consultellum-2, la legge elettorale per la Camera ricavata dalla pronuncia di ieri della Corte Costituzionale.
Se anche questo tentativo fallisse per le divisioni tra i partiti, a quel punto si aprirebbero le porte ad una scenario del quale Renzi ragionava ad alta voce: «L’attuale normativa per il Senato, che prevede una soglia all’8% per le coalizioni, ha un forte effetto maggioritario».
E dunque, ma questo Renzi non lo dice neppure in «casa», non resterebbe che votare con i due «Consutelli». E aggiunge: «Una soluzione che piace a Forza Italia…».
A quel punto bisognerebbe preparare le truppe «ritagliate» su due leggi di impianto proporzionale.
Ragionava ieri Renzi: «Poichè si va verso una legge con quell’impianto lì e poichè alla Camera bisognerà presentare una lista coalizionale», già nelle prossime ore si intensificheranno i contatti con la «lista Pisapia» e con i centristi raccolti attorno ad Angelino Alfano.
Con loro Renzi si misurerà anche in Primarie di coalizione? Questione ancora non decisa, ma intanto nelle segrete stanze già si discetta su quanti capolista bloccati (salvati dalla Consulta) si possano assegnare alle tre forze nel futuro «Listone». Mentre Lorenzo Guerini sta già preparando le liste del Pd ieri sera circolava la prima stima della lista coalizionale il 75% dei bloccati al Pd e il restante 25% diviso tra le due ali.
Certo, per uno show down, restano molti problemi che Renzi conosce bene: l’ostilità dentro al Pd di una area – più larga della minoranza – alle elezioni anticipate.
Ma anche la difficoltà a «sfiduciare» un governo guidato da un esponente del Pd, Paolo Gentiloni che ha approvato provvedimenti importanti, che sta operando senza intoppi e che sta dimostrando la massima lealtà verso Renzi.
L’ex premier, pur restando diffidente per natura verso tutto e tutti, ieri sera confidava che in vista di uno scioglimento anticipato delle Camere serve un’operazione corale, «dal presidente del Consiglio fino a tutti gli esponenti della maggioranza del partito».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LO STAFF MANDA IL MESSAGGIO A TUTTI I PORTAVOCE COME SI FA CON I DEFICIENTI
Libero pubblica oggi questa infografica che riproduce una sorta di manuale di comunicazione del
MoVimento 5 Stelle per rispondere alle domande alle domande su Virginia Raggi e sull’indagine della procura per abuso d’ufficio e falso in relazione all’incarico conferito a Renato Marra, fratello di Raffaele.
Il manuale su cosa dire sul sindaco di Roma è illustrato in un articolo a firma di Brunella Bolloli.
Il messaggio mandato dallo staff a tutti i portavoce grillini è talmente preciso e dettagliato che prevede perfino le eventuali domande con relative risposte pilotate affinchè nessuno dei Cinquestelle possa sbagliarsi o osi pronunciare una mezza parola in disaccordo con la linea imposta dal leader.
Sarà sospesa?
«No, il codice di comportamento prevede la comunicazione della vicenda allo staff. E lei lo ha comunicato».
Ha sentito Grillo, cosa le ha detto?
«Sì, lei lo ha subito informato dell’avviso a comparire. Anche Beppe è sereno sulla vicenda».
Una nuova bufera dentro al Movimento?
«No, è una vicenda ormai passata. Siamo compatti e concentrati al massimo per risolvere i problemi di Roma».
Cade il mito dell’onestà per il M5S?
«No. Come ha ricevuto l’invito, Virginia l’ha subito comunicato ai cittadini. Questa è la nostra trasparenza, il nostro modo di fare. Se questo vi pare disonesto…»
Qualcuno le ha chiesto di fare un passo indietro?
«Le abbiamo detto tutti di andare avanti»
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
E IL GRUPPO PARLAMENTARE STA PER ESPLODERE CONTRO I TRE COMUNICATORI
Roberta Lombardi, l’avversaria storica di Virginia Raggi, una delle poche politiche che il Movimento abbia, sta lavorando a questo scenario a Roma: auto-sospensione della sindaca, specialmente se la situazione giudiziaria si rivelerà (come sembra), seria e non risolvibile a breve.
Non è un caso che tra i pochissimi a parlare con i giornalisti, non tremebondi per l’editto bulgaro di Grillo di martedì, siano stati Marcello De Vito («io vicesindaco reggente? Il vicesindaco è Luca Bergamo») e Paolo Ferrara, due fedelissimi della Lombardi.
Entrambi escludono l’autosospensione, Ferrara dice: «È un’ipotesi che non abbiamo mai preso in considerazione. Siamo compatti al fianco della sindaca».
Ma in politica quando vuoi davvero far cadere un’ipotesi non devi neanche parlarne; neanche rispondere. Parlarne e rispondere vuol dire tenerla viva. Alimentarla.
Tuttavia l’autospensione non si farà , per ora.
Ci sono alcuni problemi, il primo dei quali insormontabile: Davide Casaleggio ha convinto ormai Grillo che la Raggi va difesa assolutamente, perchè se crolla lei crolla tutta l’impalcatura.
Di auto-sospensione si parlerà solo se arriverà il rinvio a giudizio.
Il secondo problema è che Roberta Lombardi è isolata. Il fronte dei dissidenti, o dei rivoltosi, chiamateli come preferite, tutti quelli che hanno accumulato un malessere (profondo o lieve) contro i capi (Grillo, e il patto Davide Casaleggio-Di Maio: i difensori della Raggi) è ancora vastissimo, ma non ha in realtà una strategia comune. Fico è, al solito, indeciso.
Fa una dichiarazione critica su Trump, ma non ha pronta una vera azione parlamentare coordinata di attacco.
Paola Taverna è assai determinata (forse la più determinata), ma anche lei deve calibrare perchè a Milano hanno perso la pazienza.
Il terzo problema è nei fatti: Grillo si è rotto di chi fa come gli pare, e impone di star zitti, e loro se lo fanno imporre e stanno zitti. Fotografia implacabile dei rapporti di forza.
Luigi Di Maio ha però, anche lui, un problema: ormai il suo giro è davvero sempre più un gruppetto, chiuso, fatto di poche persone, inviso alla maggioranza dei parlamentari. Ha un patto con Davide Casaleggio basato sulla garanzia che il gruppo parlamentare glielo tiene lui, ma come può garantirlo se Casaleggio jr e Grillo terremotano e bastonano di continuo le truppe, facendo vacillare persino uomini come Danilo Toninelli, che si sfoga in giro (per dire, ha criticato il violentissimo post contro Repubblica)?
Al tempo stesso, nessuno sa meglio di Di Maio che la questione che si sta ponendo la Casaleggio in queste ore è brutale: che cosa deve salvare Davide del gruppo parlamentare? Chi dannare, e chi traghettare alla prossima legislatura?
E qui si apre un fronte interessante di battaglia, oltre la Raggi (data ormai da tutti per persa, nell’ottica del Movimento).
Nel gruppo parlamentare non sopportano più (quasi all’unisono) i comunicatori (a cui dovrebbero ora chiedere il permesso persino per fare un tweet).
Se Di Maio proponesse a Casaleggio di candidare Rocco Casalino al Parlamento alla prossima legislatura, togliendolo dalla comunicazione (quel cruciale trait d’union tra Parlamento e Casaleggio associati), riavvicinerebbe assai a sè i parlamentari.
Non è una mossa impensabile, ci dicono. Per raccontare il clima, in una chat interna che ci è stata riferita un assistente parlamentare ha scritto (parlando dei capi della comunicazione): “voi non avete idea di che razza di odio c’è verso questi… Seguiva epiteto non lusinghiero.
E qui siamo al punto, come ci rivela un parlamentare: «L’assemblea potrebbe chiedere, a breve, di tornare a votare sui membri della comunicazione».
Parentesi: all’europarlamento i parlamentari hanno già chiesto di far fuori – pronti via – la neo nominata Cristina Belotti.
Casaleggio jr li ha mandati a stendere, e loro ovviamente hanno abbozzato.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IN CASO DI CONDANNA PER ABUSO D’UFFICIO SAREBBE SOSPESA…LE RIVELAZIONI DELL’ASSESSORE MELONI INCASTRANO LA SINDACA: “COSI’ MARRA NOMINO’ IL FRATELLO, ME LO SUGGERI’ LUI”
L’ultima spinta che avvicina di un’altra spanna Virginia Raggi al suo abisso insieme giudiziario e politico
è arrivata martedì sera, dalla testimonianza resa in Procura dall’assessore allo sviluppo economico Adriano Meloni.
“Fu Raffaele Marra – ha detto a verbale Meloni – a suggerirmi la nomina del fratello Renato quale direttore del dipartimento per il turismo”.
Un fatto talmente vero perchè confermato dai ringraziamenti che lo stesso Meloni fece avere a Raffaele Marra e alla Raggi dopo il colloquio con Renato che gli apriva definitivamente le porte alla nomina.
Le parole di Meloni documentano ulteriormente le accuse di falso ideologico e abuso che ora stringono in un solo destino il politicamente ancora vivo (la Raggi) e il morto (Raffaele Marra).
Che tornano a mettere a nudo la menzogna con cui la sindaca, per settimane, ha rivendicato a se stessa e solo a se stessa, anche di fronte all’Autorità anticorruzione del Comune, la responsabilità di quella nomina dalle stimmate familiste decisa altrove che non nell’ufficio della sindaca. In casa dei fratelli Marra, appunto.
Ma sono anche parole, quelle messe a verbale dall’assessore Meloni, che definiscono nitidamente l’alternativa del diavolo con cui Virginia Raggi si misurerà nell’interrogatorio fissato per la prossima settimana di fronte ai pm che procedono nei suoi confronti.
Le circostanze di fatto su cui il procuratore aggiunto Paolo Ielo ha costruito infatti le ipotesi di reato a carico della sindaca, e che hanno appunto il loro perno nel documentato falso ideologico con cui ha tentato di accreditarsi come la sola artefice della nomina di Renato Marra, le lasciano infatti due sole vie di uscita.
Entrambe dal prezzo politico elevato.
La prima: chiedere alla Procura di patteggiare una pena per il solo reato di falso che sarebbe ragionevolmente contenuta entro un anno o al massimo 14 mesi, che scaricherebbe l’accusa di abuso di ufficio sul solo Raffaele Marra (oggi in carcere) e con cui riconoscerebbe di aver mentito.
O, al contrario, affrontare insieme a Marra un giudizio – che la Procura sarebbe orientata a chiedere in via immediata (e dunque da celebrarsi entro l’estate) – per entrambi i capi di imputazione, assumendosi il rischio di una condanna che, nella migliore delle ipotesi, supererebbe i tre anni.
La scelta è cruciale. Perchè, a ben vedere, non è questione di contabilità penale. Ma di sopravvivenza politica.
La legge Severino sui sindaci impone la sospensione dalle funzioni di fronte a una condanna, anche in primo grado, che superi la pena di 2 anni.
Per tutti i reati, tranne uno: l’abuso di ufficio, per il quale la sospensione è automatica quale che sia l’entità della pena.
Patteggiare per il solo reato di falso salverebbe dunque la Raggi da un immediato e automatico provvedimento di sospensione da parte del Prefetto allungando la sua sopravvivenza politica.
Viceversa, scommettere su un giudizio ordinario per abuso e falso e una potenziale condanna che comunque sarebbe superiore ai tre anni, significherebbe andare incontro alla certezza della sospensione.
Un quadro in cui diventano decisivi i tempi e lo scenario di possibili elezioni politiche anticipate.
Un patteggiamento della Raggi di qui alle prossime settimane per il solo reato di falso consentirebbe ai 5Stelle di togliersi il dente prima di una eventuale campagna elettorale in estate, evitando le forche caudine dell’immediata sospensione.
Al contrario, lasciare che la Raggi si difenda in dibattimento significherebbe affrontare il rischio di una condanna per due reati (abuso e falso) e una sospensione in piena campagna elettorale.
Entrambe le strade comportano evidentemente un prezzo politico.
In un caso, avere una sindaca che ammette di essere una bugiarda e ne paga penalmente il conto.
Nell’altro, lasciare che si difenda sapendo perfettamente che la fine è nota (condanna e sospensione), ma scommettendo che i tempi della giustizia consentiranno di scavallare l’eventuale appuntamento elettorale anticipato.
La scelta tra l’una e l’altra strada dovrà misurarsi con il grado di autonomia (al momento ignota) della Raggi rispetto alle decisioni e agli umori del vertice del Movimento.
Ma dovrà anche misurarsi su quella bomba ad orologeria che è oggi Raffaele Marra, detenuto per corruzione nel carcere di Regina Coeli. E sulla sua capacità di ricatto.
Con un calcio dell’asino, la Raggi si è pubblicamente e sprezzantemente liberata politicamente di Marra il pomeriggio stesso del suo arresto.
Anche in quel caso, con una menzogna fragorosa. “È uno dei migliaia di impiegati del Comune”.
Una menzogna oggi messa a nudo dalle motivazioni del tribunale del Riesame di Roma che, nelle scorse settimane, ha rigettato la sua richiesta di scarcerazione.
Si legge: “Significativo del potere che Raffaele Marra era in grado di esercitare a prescindere dalla funzione apicale di volta in volta svolta nell’amministrazione pubblica, è l’esito della perquisizione della sua abitazione al momento dell’arresto”. Già , “il funzionario come tanti” – elenca il Tribunale – conservava una “scheda progetto” per la costruzione di un centro terapeutico in via della Vignaccia, un atto dell’Ufficio politiche abitative riguardante un progetto di edilizia residenziale, un piano di zona per la cessione di aree nel quartiere Infernetto.
L’ennesima conferma del suo ruolo di Rasputin della Raggi e della sua Giunta Cinque Stelle.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LE MOTIVAZIONI CON CUI I GIUDICI DEL RIESAME HANNO CONFERMATO IL CARCERE
“I motivi per cui Marra ha chiesto e Scarpellini ha erogato l’importante somma risiedono nel mercimonio della funzione che il dirigente pubblico ha accettato di fare in cambio di denaro”.
Lo scrivono i giudici del tribunale del Riesame di Roma nelle motivazioni della decisione con cui hanno confermato il carcere per l’ex capo del personale del Comune di Roma finito agli arresti per corruzione insieme all’immobiliarista Sergio Scarpellini.
I giudici scrivono che “sin dal 2009 Marra si è messo a libro paga dell’immobiliarista”.
“Ancora nel 2016 – scrivono ancora i giudici – ha dichiarato la propria fedeltà al patto già assunto, il che da un lato conferma la solidità del rapporto corruttivo tra i due, dall’altro è sintomatico della ferma intenzione del dirigente pubblico di proseguire sulla stessa strada che già importanti utilità economiche gli ha procurato”.
Per i magistrati “le consistenti regalie fatte da Scarpellini in favore di Marra trovano ragionevole spiegazione in una logica corruttiva stante le funzioni pubbliche svolte all’epoca da Marra in settori connessi agli interessi di Scarpellini”.
E ancora: “non è minimamente verosimile che lo Scarpellini possa essersi risolto a prestare 367mila euro non ad un vecchio amico o ad un soggetto di sperimentata fiducia ma ad un soggetto come Marra, conosciuto da qualche anno ma mai frequentato, con cui manteneva un rapporto superficiale ed occasionale, e lo abbia fatto senza pattuire interessi, senza acquisire la benchè minima garanzia ma semplicemente sulla parola”.
Per il Riesame Marra potrebbe delinquere di nuovo alla luce della “sua ferma determinazione a conservare il ruolo di potere”. Infatti, osservano, l’ex dirigente arrestato “nonostante la campagna di stampa in suo sfavore” è stato “nominato al vertice del Dipartimento risorse umane, ruolo che gli assegna un rilevante potere” all’interno del Campidoglio.
(da “La Repubblica”)
argomento: Roma | Commenta »