Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
SULLE NOMINE DI MARRA INDAGA ANCHE LA CORTE DEI CONTI… IN CASI PRECEDENTI RICHIESTI DANNI PER CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO
Atti, documenti e intercettazioni sono già stati inviati dai magistrati di piazzale Clodio ai colleghi di viale
Mazzini. Così, adesso, nell’agenda della sindaca Virginia Raggi rischia di non esserci soltanto l’appuntamento di lunedì in procura, giorno in cui la prima cittadina indagata per falso e abuso d’ufficio dovrà chiarire la sua posizione davanti al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al sostituto Francesco Dall’Olio, Adesso anche la procura della Corte dei conti indaga sugli affari della famiglia Marra.
Su quella nomina che, come dovranno ora stabilire i pm contabili, potrebbe aver causato anche un danno alle casse dell’erario capitolino.
Nel mirino c’è lo scatto di carriera e la gratifica che Renato Marra, il più anziano dei due fratelli, ha guadagnato grazie all’ultima rotazione dei dirigenti comunali allestita dall’ex capo del Personale Raffaele Marra.
E questo nonostante il Campidoglio si stia già muovendo per eliminare l’aumento di stipendio da 20mila euro che l’attuale comandante del XV gruppo Cassia avrebbe ottenuto grazie all’influenza del fratello minore.
L’ulteriore prova dell’intervento di Raffaele nelle ultime evoluzioni della carriera di Renato arriva da una nuova intercettazione.
In chat, i due fratelli si scambiano saluti e interessati pareri. Subito dopo aver inviato il suo curriculum per partecipare alla procedura d’interpello, nella speranza di ottenere la tanto agognata guida della direzione Turismo, i due Marra si scrivono su WhatsApp. Renato contatta direttamente Raffaele. Gli invia il curriculum.
Poi la domanda: “Va bene, cosa ne pensi? “. Nella risposta, la “consulenza” tra fratelli. Ulteriore conferma che l’ex finanziere ora in carcere ha avuto un ruolo determinante nella promozione del fratello.
Non bastassero gli scambi in chat agli atti dell’inchiesta per corruzione che ha portato all’arresto dell’ex braccio destro della sindaca Virginia Raggi e del costruttore Sergio Scarpellini, in cui Raffaele dà indicazioni al fratello sulle persone da contattare – tra i quali c’è anche il presidente del consiglio comunale Marcello De Vito – e su come muoversi per avere il posto desiderato (“Porta anche l’encomio che ti ha dato il commissario Tronca”).
Intercettazioni e trascrizioni di sms e messaggini finiranno anche nei fascicoli della procura contabile, già al lavoro su almeno altre due nomine approvate dalla giunta Raggi. I pm Massimiliano Minerva e Rosa Francaviglia sono già da settimane al lavoro su due casi.
Il primo è quello di Salvatore Romeo, il funzionario del dipartimento Partecipate promosso a capo della segreteria politica della prima cittadina a inizio consiliatura. Il fedelissimo della sindaca, immortalato con Virginia Raggi sul tetto del Campidoglio, aveva visto il suo stipendio gonfiarsi da 40mila a 110 mila euro, per poi subire un taglio sulla scorta dei mal di pancia della maggioranza grillina.
Al vaglio dei procuratori di viale Mazzini, poi, c’è anche l’incarico da capo di gabinetto affidato a Carla Raineri. I precedenti in materia di nomine non lasciano dormire sonni tranquilli. La Corte dei conti della Campania, ad esempio, nel gennaio 2015 ha condannato l’allora sindaco di Salerno Vincenzo De Luca e i componenti della sua giunta per la nomina del vicesegretario comunale.
In quel caso, secondo l’accusa, il prescelto non aveva i titoli per ricoprire quel ruolo.
Il danno? Un colpo da 605.864,27 euro da ripartire tra il primo cittadino (uno dei bersagli preferiti del M5S) e otto assessori.
Chi ha approvato le tre nomine sotto inchiesta – Renato Marra, Salvatore Romeo e Carla Raineri – potrebbe essere chiamato ad aprire il portafogli.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
SARA’ UN INCENTIVO A REALIZZARE SUPERLISTE
Però il numero magico di Matteo Renzi è rimasto: 40 per cento – come lo stabiliante successo alle Europee del 2014, come il livello della diga dei Sì nella pur devastante sconfitta del Referendum del 4 dicembre 2016, e ora, come la soglia minima per ottenere il premio di maggioranza nella versione della legge elettorale licenziata dalla Consulta. Un filo di percentuali di consensi per il premier, che rende certamente non casuale la scelta del 40 per cento nella scrittura della prima versione dell’Italicum.
Questa cifra è, come appare in queste ore, una percentuale di consensi altissima per un sistema che sembra andare verso uno spappolamento dei partiti e del maggioritario?
O non è, invece, proprio uno dei segreti motori dell’indicazione fornitaci dalla scelta della Consulta?
In effetti, la decisione della Corte vista nel suo complesso, e al netto delle future letture e modifiche, sembra consegnarci uno strumento di forte ambiguità – un proporzionale che, come ha notato Tomaso Montanari nel suo più recente post per HuffPost, mantiene “il cuore plebiscitario della legge: l’abnorme premio di maggioranza che mette il Parlamento nelle mani di 4 italiani su 10”.
Sembra una contraddizione, ma è in effetti forse, nella sua ambiguità , un meccanismo che tiene insieme l’incredibile spappolarsi dei partiti e l’aspirazione politica a un sistema a leadership forte.
Una doppiezza, in senso letterale, che può fortemente determinare la ricostruzione della politica nelle prossime settimane
La parte proporzionale introduce un elemento rassicurante per le sfilacciate organizzazioni che combattono per la loro sopravvivenza oggi (basterà solo un 3 per cento) e guardano alle alleanze post elettorali per un loro ruolo.
Al proporzionale guardano con simpatia infatti anche le sfere pensose dello Stato, che vedono nelle alleanze un modo “soffice” per incanale il consenso, una sorta di sostituzione della partecipazione.
E vi pensano infatti come toccasana (al momento almeno) contro ogni sorta di populismo, in particolare quello M5S, e anche ogni tentazione da “uomo forte”, come quella di Renzi. Ma se il diavolo fa le pentole e non i coperchi, anche la Consulta sa fare il proporzionale, ma senza proprio escludere il maggioritario.
Troviamo qui infatti, dentro la decisione della Consulta, un secondo motore del meccanismo: quel 40 per cento, che visto dalle numerose organizzazioni in crisi sembra un traguardo impossibile, è invece, visto dal punto di vista di un ambizioso leader, la vera occasione.
Quanto facile può apparire questa sfida a quel Renzi che il 40 per cento lo ha toccato, altrettanto facile può apparire ai pentastellati, galvanizzati essi stessi dai loro risultati. Aggiungiamo che, conoscendo i due, Grillo e Renzi, questo assalto al cielo è esattamente quello che intendono fare. E perchè no? È il loro progetto da quando sono apparsi sulla scena politica.
Così mentre già ci addentriamo nelle alchimie delle liste (a destra, a sinistra-sinistra, nel Pd, etc) si profila un secondo aspetto che potrebbe essere alla fine dominante nel definire la politica dei prossimi mesi.
L’incentivo ad arrivare alla soglia minima per il premio di maggioranza può essere uno stimolo fortissimo per la creazione di superliste, confluenze spurie di uomini e di idee – ma tenute insieme dal miraggio della vittoria assoluta.
Con un’impronta a forte leadership, consolidata dalla permanenza dei capilista bloccati, strumento che lascia nelle mani del capo del partito le leve di definizione principale degli eletti.
È davvero impossibile ipotizzare che nell’area Pd potrebbe scattare una vasta trattativa per recuperare tutte le correnti in cambio di posti eletti, e di aggiungere nel frattempo alla raccolta le aree “limitrofe” come Ncd, quel che resta di Scelta Civica, i verdiniani, e tutto quel che può essere ulteriormente aggregato a destra e sinistra?
Parallelamente i pentastellati potrebbero fare la stessa operazione aggregando a destra senza disdegnare un’ampia fetta di sinistra che neanche morta andrebbe con il Pd, soprattutto se a guida renziana.
Difficile invece pensare a una mossa del genere in area berlusconiana, la cui capacità di attrazione nei confronti dei moderati e della destra appare molto esile. Ma la minaccia di queste megaliste come quelle che stiamo descrivendo potrebbe provocare qualche reazione.
I segni di questa tendenza ci sono comunque tutti – la battaglia già iniziata nel Pd sui tempi del Congresso (farlo subito o no?) ha a che fare proprio con la cruciale forza che resta nelle mani di Renzi, in quanto segretario, nella sua funzione della formazione delle liste.
I segnali che Grillo invia sono ancora più espliciti.
La soglia del 40 per cento per il premio di maggioranza lasciata in campo apre insomma alla possibilità delle “megaliste”, che sono una forma di fatto di “coalizione” fatta “prima” del voto al fine di ottenere la maggioranza assoluta, piuttosto che tentare di formare faticose coalizioni fra partiti “dopo” il voto.
In fondo, si può sostenere che dentro le forme del proporzionale come ci viene indicato pulsa un meccanismo che favorisce il rientro dalla finestra di un maggioritario di fatto, che tiene aperta la strada per un governo del leader.
Come dire: quanto di più italiano ci possa essere. Per ipocrisia e sottigliezza.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile
E LE FOTO DELLE VORAGINI PURTROPPO GLI DANNO RAGIONE
Polemiche su Roma, anche da chi non t’aspetteresti. A salire sul pulpito stavolta è il centravanti della
Roma Dzeko, che in un’intervista rilasciata in esclusiva al quotidiano ‘Il Messaggero’ si è sbilanciato anche su questioni extra calcistiche.
“Pensavo che in Bosnia dopo la guerra le strade fossero ridotte male, ma quando sono venuto a Roma …”.
Lapidarie le parole del bomber giallorosso, quest’anno 14 gol in campionato, che attacca con un paragone forte.
Ma come in ogni critica mossa contro la città capitolina da parte di chi la vive, anche stavolta si cela l’amarezza per lo stato in cui versa. “Questa è una bellissima città – ha aggiunto Dzeko – e bisogna investire di più”.
In ogni caso le parole di Dzeko non sono così lontane dalla realtà se si considera l’enorme voragine che si è palesata all’incrocio tra via Carlo Denina e via Fortifiocca, davanti al parco della Caffarella nel quartiere Appio.
I residenti hanno raccontato che l’accadimento era prevedibile: “Le prime avvisaglie ci sono state giovedì scorso, quando abbiamo visto le perdite d’acqua da una caditoia e da un tombino. Abbiamo chiamato Acea, ma la perdita è stata sottostimata. Poi la voragine”.
Gli abitanti delle palazzine intorno sono stati senz’acqua per tre giorni, da mercoledì anche senza telefono e senza internet.
L’enorme buco ha generato una situazione di traffico impazzito in zona. I tecnici Acea sono al lavoro giorno e notte, hanno già riempito la voragine con cemento e terra, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato le verifiche statiche.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
MA IL PROCESSO PER DIRETTISSIMA POTREBBE COINCIDERE CON LE ELEZIONI A GIUGNO… SI STUDIA COME GESTIRE L’IMPATTO SUL VOTO
Si studiano i sondaggi, si valutano le prossime mosse, cosa fare davanti a ogni scenario che potrebbe presentarsi dopo che lunedì Virginia Raggi siederà davanti al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al pubblico ministero Francesco Dall’Olio che la accusano di aver favorito Renato Marra, fratello dell’ex capo del personale e suo braccio destro Raffaele, in carcere dal 16 dicembre 2016 con l’accusa di corruzione. Nelle stanze del Movimento 5 Stelle si ragiona soprattutto su come evitare che la vicenda Campidoglio influisca negativamente a livello nazionale.
Il suggerimento che arriva ai parlamentari è un progressivo distacco dalle vicende giudiziarie capitoline per non lasciarsi travolgere.
Di certo, in caso di rinvio a giudizio il sindaco di Roma resterebbe al suo posto: “Abbiamo piena fiducia in lei. Lunedì chiarirà tutto”, è il leitmotiv di quel cerchio che segue ciò che Beppe Grillo ha scritto sul suo blog. Ovvero: “Non posso che esserle vicino in un momento che umanamente capisco essere molto difficile”. Dunque, la parola d’ordine al momento è sminuire.
I tempi elettorali però in questa vicenda sono tutto. Se è vero che l’accusa chiederà di andare subito a processo con la richiesta di giudizio immediato poichè dalle chat emergerebbe già la responsabilità del sindaco, per i 5Stelle si apre un problema di non poco conto.
Il processo potrebbe arrivare a ridosso del voto nazionale, che tra l’altro proprio i grillini chiedono il prima possibile, non più tardi di giugno.
In questo modo, tutto ciò potrebbe rivelarsi un boomerang per il Movimento che in piena campagna elettorale si ritroverebbe a gestire il processo del sindaco di Roma. Dunque, il voto subito potrebbe permettere di superare lo scoglio Raggi, ma questo stesso scoglio potrebbe piombare addosso ai grillini.
La speranza in casa M5S è che, se si andrà subito al processo, le elezioni nazionali coincidano con un’assoluzione o con un rinvio a giudizio.
E in caso invece di condanna in primo grado? “Che dobbiamo fare? Le togliamo il simbolo. Abbiamo visto che le vicende giudiziarie non stanno spostando i nostri voti, non stiamo perdendo punti”, dice in Transatlantico a Montecitorio una fonte ben informata, che insieme ai vertici del Movimento sta ragionando su cosa fare. “Comunque — ci tiene a precisare — sarà tutto una bolla di sapone. Ogni volta indagano, indagano e poi non succede nulla”.
Ecco la voglia di sminuire che ritorna.
Ed ecco che la Raggi si fa forte del sostegno del leader: “Come vanno i rapporti con Grillo? Benissimo”. Alla domanda se fosse vera la notizia della rabbia del leader del Movimento, il sindaco ha risposto: “Leggete il blog”.
Fino a carta contraria, per adesso la linea è la difesa, ma se diventa concreto il rischio di condanna lo scenario può cambiare.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
OBIETTIVO VOTO A GIUGNO E LARGA COALIZIONE CON FORZA ITALIA
Modello Merkel. Per chi si chieda se Matteo Renzi abbia ancora ambizioni da premier pur con un
sistema proporzionale come quello tratteggiato dalla Corte Costituzionale, la risposta guarda a Berlino.
Palazzo della Cancelleria, lì non lontano dalla porta di Brandeburgo dove Angela Merkel domina incontrastata la ‘Grosse koalition’ di governo tra Cdu e Spd e tutta la politica tedesca. Almeno finora, dal 2005.
Ecco, Renzi si immagina uno scenario del genere in Italia dopo le elezioni che lavorerà per ottenere a giugno. Con se stesso al posto di Angela, a capo di una coalizione di governo che non escluda l’alleanza con Forza Italia, partendo dal presupposto che il Pd faccia il pieno dei voti rispetto agli altri partiti.
“A quel punto, il posto di premier spetta a Matteo”, dicono i renzianissimi.
L’idea di un governo con i berlusconiani è sempre stata presente nelle prospettive del segretario del Pd, anche quando ha lanciato la proposta di tornare al Mattarellum, acclamata da tutta l’assemblea nazionale del partito a dicembre subito dopo la sconfitta referendaria.
Ma la sentenza della Consulta sull’Italicum rompe il tabù di un governo del Pd con Forza Italia, nello stesso momento in cui accelera la corsa al voto anticipato.
I giudici operano da chirurghi lasciando in piedi un sistema proporzionale. Renzi non ha in mano alcun accordo possibile con Forza Italia, che continua a dire no al Mattarellum. Anzi: in questo momento gli fa gioco che non ci sia alcun accordo. Perchè anche un barlume di intesa con Berlusconi su una nuova legge elettorale darebbe fiato a quella parte di Pd che non vuole correre verso il voto.
Dunque niente accordo, se ne parla dopo le urne, se sarà necessario, senza tabù.
Detto questo, all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale, anche Renzi è in attesa.
Aspetta le motivazioni della Consulta, come fa del resto tutta la politica, partendo dalle alte cariche dello Stato.
Molto dipende dalle motivazioni e ancora una volta sarà la Corte a decidere per la politica. I giudici dovrebbero richiamare il Parlamento ad agire per uniformare le leggi elettorali tra Camera e Senato, ma oggi il tam tam dei Palazzi del potere si interroga su come sarà questo richiamo.
La sensazione è che non sarà perentorio, cosa che peraltro la Corte non potrebbe fare. Per cui, dopo le motivazioni molto probabilmente ci sarà da “intervenire” ma lo si potrà fare “in fretta per votare prima dell’estate”, come dice il senatore Dem Franco Mirabelli.
Una dichiarazione che non passa inosservata dalle parti del segretario.
Mirabelli è certo senatore di maggioranza ma innanzitutto è esponente di Areadem, la corrente del ministro Dario Franceschini. “A quelli che parlano di congresso rinviato, ricordo che il congresso ha una scadenza stabilita a ottobre e per anticiparlo serve che venga sfiduciato il segretario. A quelli che vogliono tirare in lungo, dico che si può intervenire dopo la sentenza della Corte per evitare che si scivoli verso proporzionale e ingovernabilità ma non si puo’ tirare a campare o fare melina. Si può e si deve intervenire in fretta e votare prima dell’estate. Ognuno si assuma le proprie responsabilità verso il Paese non guardando ai propri interessi”, sono le parole di Mirabelli su Facebook.
Per Renzi è il segnale pubblico, fuori dai contatti riservati, che Franceschini non si è messo a lavorare contro le urne a giugno.
Forse anche perchè pure dal Quirinale arrivano segnali “incoraggianti” sul voto anticipato, commentano i renziani. Sergio Mattarella non lo ostacolerà . Significa che chi nel Pd frena sul voto non ha sponde nemmeno al Colle
Prima della kermesse di sabato e domenica con gli amministratori locali a Rimini, Renzi varerà la nuova segreteria Dem.
I franceschiniani saranno ben rappresentanti, per quel che conta la squadra al Nazareno nell’ottica renziana. Ad ogni modo, è un fatto che la responsabile Scuola Francesca Puglisi di Areadem resterà al suo posto, segnale non da poco visto che la ‘Buona scuola’ è costata un cambio al vertice del ministero della Pubblica Istruzione, da Stefania Giannini a Valeria Fedeli.
Rimini sarà l’inizio di quella che potrebbe esplodere a breve come campagna elettorale. Tutta punteggiata di tinte rosso-fuoco nei toni con l’Unione Europea: perfetta contro gli euroscettici pentastellati e leghisti, perfetta in una fase in cui l’Ue insiste sulla manovra correttiva e il governo continua a resistere.
E proprio per dare ampia rappresentazione della massima sintonia anche con Gentiloni, lo stesso premier farà il possibile per esserci a Rimini sabato pomeriggio, di ritorno dal vertice con i leader dell’area Mediterranea a Lisbona, altro appuntamento all’insegna del braccio di ferro con Bruxelles con l’immigrazione.
Ma l’emergenza profughi Renzi vuole trattarla diversamente in vista delle elezioni. Non a caso al Viminale è arrivato Marco Minniti con la nuova stretta e i nuovi Cie. Non a caso Minniti parlerà a Rimini domenica mattina. E’ lui la nuova star renziana nella sfida alla destra di Salvini.
Tutto vira verso il voto. Anche le pedine al governo sono preparate per rispondere all’emergenza ‘campagna elettorale’.
Da tutti questi ragionamenti resta fuori la minoranza bersaniana. Renzi lascia trapelare l’intenzione di proporre a Bersani di candidarsi sindaco nella sua città , a Piacenza, per il Pd alla tornata di amministrative di giugno (che il segretario immagina insieme alle politiche). L’ex segretario respinge l’offerta: “Ho già dato”.
Ma l’offerta di Renzi, spiegano dalla sua cerchia, è più un invito a misurarsi con il consenso che una mano tesa. A monte c’è il fatto che Renzi resta convinto che lo sbarramento dell’8 per cento al Senato sia un ottimo deterrente anti-scissione del Pd. Un motivo in più per non cambiare la legge, al di là di ritocchi leggeri, sempre che siano possibili o necessari.
Dunque, traguardo giugno, modello Merkel. Renzi mette nel conto la possibilità di non incassare tutto quello che gli serve per governare da solo.
Da qui l’idea della ‘Grosse koalition’ in salsa italiana. Ma conta di fare meglio del M5s.
La scommessa parte da Roma e dal caos della giunta Raggi dopo l’avviso di garanzia alla ‘sindaca’. Renzi ha commentato con garantismo ma spera nella debacle a cinquestelle.
Proprio alla vigilia delle politiche.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL LEADER STORICO PUTTI: “NOI ABBIAMO ANCORA QUEI SOGNI E QUELLE SPERANZE, NON SIAMO NOI A USCIRE, E’ IL M5S CHE E’ USCITO DAL TRACCIATO”
Paolo Putti, Mauro Muscarà , Emanuela Burlando lasciano il Movimento 5 Stelle e danno vita alla nuova realtà indipendente “Effetto Genova”.
Più che dimezzato il gruppo consiliare pentastellato del comune di Genova, in cui restano solamente Andrea Boccaccio e Stefano De Pietro.
“Non siamo cambiati noi, abbiamo ancora quei sogni, quelle speranze e quella voglia che qualcuno li porti avanti nelle istituzioni, è il movimento ad essere cambiato”, spiegano i tre in una nota.
“Si può dire che non siamo noi ad uscire dal Movimento, ma è il Movimento che è uscito dal tracciato di quel volo che avevamo iniziato e che quindi ci costringe a prenderne le distanze. Formeremo un altro gruppo, temporaneamente, che si chiamerà Effetto Genova, per salvaguardare i diritti e il benessere dei genovesi tutti e per rivendicare il buon lavoro fatto sul territorio, giorno per giorno (alcuni nostri compagni, diversamente, hanno preferito altre vie), scegliendo anche posizioni scomode, ma sempre coerenti con il programma del Movimento, scritto insieme ai nostri compagni di viaggio e sposato a tutto tondo, senza sconti o senza assecondare le platee per cercare con opportunismo il consenso”.
Il nome ricalca quello creato dai transfughi grillini di Parma, che a novembre hanno dato vita a un loro gruppo consiliare.
I tre, tra i motivi di insofferenza, citano le nuove indicazioni date agli eletti e che secondo loro contrasterebbero con l’articolo 21 della costituzione, il quale tutela la libertà di espressione, “senza dover chiedere il consenso ad un esperto di comunicazione o ad un capo politico”.
Ma questa è, forse, l’ultima goccia. “Da ormai due anni viviamo” l’appartenenza al movimento “come un fardello enorme da portare, abbiamo provato a chiedere di riprendere il volo che avevamo iniziato, ma nulla ci è stato risposto, se non un vago e perentorio ‘il movimento è cambiato, se non ve la sentite ci sono tante altre cose da fare nella vità “.
Dopodichè “avremmo potuto accettare in silenzio, ma eravamo e rimaniamo convinti che la critica costruttiva sia l’unica possibilità di crescita possibile. Avremmo potuto difendere, senza farci domande, la posizione del ‘partito’ e dello ‘staff’ e scegliere di solleticare la pancia della città , a discapito della consapevolezza dei nostri concittadini, ma noi non siamo nè abbiamo mai voluto essere questo”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
“FALSE RENDICONTAZIONI, 6.000 EURO A PARLAMENTARE NON TRACCIABILI”
Con 138 no, 65 sì e 9 astenuti il Senato ha respinto ieri per la quarta volta le dimissioni del senatore ex
M5S Giuseppe Vacciano, attualmente del Gruppo Misto.
La discussione in Aula è stata occasione per due senatrici ex pentastellate di togliersi i sassolini dalle scarpe.
Ad aprire le danze è Serenella Fuksia, accolta dai banchi con esclamazioni di dissenso. Ma lei è un fiume in piena: “Ho sempre difeso Vacciano, ma questa crociata di autoespulso dal M5S in un certo senso appare troppo rigidamente zelante con le regole di un partito che sostiene il vincolo di mandato, contrario al nostro dettato costituzionale, quella Costituzione tanto strumentalmente difesa a parole quanto svilita nello spirito e nei fatti. Tu difendi quanto di peggio c’è nel M5S”.
Fuksia rimprovera al collega di tenere impegnato il Senato su discussioni futili e parte lancia in resta contro il movimento di Grillo: “È di pochi giorni fa la dichiarazione di Beppe che dice che chi non è d’accordo con la linea di comunicazione si può accomodare altrove. Questa è proprio la dimostrazione dell’assenza di democrazia e partecipazione“. E rincara, citando “le false rendicontazioni, l’analfabetismo funzionale, le speculazioni sulle guardie forestali, la strumentalizzazione delle disgrazie, gli sfondoni, le bufale via web”.
Vengono anche menzionati Luigi Di Maio, Virginia Raggi, il conteggio degli scontrini e i vitalizi: “Vacciano, tu il posto ce l’hai sicuro in banca e quindi non rischi nulla. Mettiamo, invece, in luce i fondi dei gruppi parlamentari quei 5.000-6.000 euro al mese per ogni componente che il Gruppo prende e che non sono tracciabili. Allora diciamo quello che uno fa con quello che trattiene, non tanto le briciole che uno rende. Vediamo anche quanto è costata la tua richiesta di dimissioni, perchè se ne fai un’altra, io propongo che tu contribuisca ai costi della seduta”.
Prende poi la parola Alessandra Bencini (ex M5s, ora Gruppo Misto-Idv), che parla di “capibastone“, “fallimento del M5s” e “dipartita di Vacciano“, innescando una reprimenda del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
FIOCCANO GLI ANNUNCI DI BOICOTTAGGIO PER L’AZIENDA DI MURDOCH
La vicenda della chiusura della sede di Sky in via Salaria sta scatenando una serie di reazioni che l’azienda probabilmente non ha messo in conto.
Il 17 gennaio il colosso di Murdoch ha annunciato un piano di riorganizzazione delle redazioni di Sky Tg 24 in cui sono previsti quasi duecento esuberi e un drastico ridimensionamento della sede romana.
Dal polo di Roma dovrebbero partire trecento lavoratori diretti a Nord, mentre 120 colleghi potrebbero essere in esubero e gli altri potranno restare nella Capitale: lasceranno gli studi di via Salaria e si sistemeranno negli spazi vicino al Quirinale, dove troveranno posto la redazione politica, la cronaca romana e alcuni uffici.
La vicenda, di cui si parlava da tempo, ha prevedibilmente scatenato le reazioni della politica.
Ieri è stato l’ex candidato consigliere PD a Roma Orlando Corsetti ad annunciare su Facebook di voler disdire l’abbonamento a Sky.
Oggi è stato il consigliere regionale del Lazio, Giuseppe Cangemi, presidente commissione Vigilanza sul Pluralismo dell’Informazione, a fare lo stesso annuncio: «Disdico il mio abbonamento Sky in solidarietà con i giornalisti e i tecnici di via Salaria. L’azienda ha disertato l’audizione, in commissione consiliare di vigilanza sul Pluralismo dell’Informazione, convocata sulla chiusura della sede romana del telegiornale a favore di Milano. Un’assenza grave perchè manca di rispetto verso il Consiglio regionale e soprattutto è stata giustificata con una lettera vergognosa che offende i lavoratori e quanti si stanno interessando del loro futuro».
E il giornalista di Sky licenziato Iacopo Savelli ha scritto un messaggio che ha fatto il giro di Facebook, finendo su testate di importanza nazionale: «Non hanno nemmeno avuto il coraggio di dirmelo in faccia, loro che a fine anno avranno un bonus per aver portato a termine l’impresa di far male a me, alla mia famiglia, a tante altre persone. Ho 52 anni, tra qualche mese 53, sono un uomo perbene che fa il giornalista. Rigorosamente in quest’ordine. E non ho paura di ricominciare da zero».
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LA PAY-TV HA AUMENTATO GLI UTILI DA 29 A 70 MILIONI DI STERLINE E HA LA FACCIA DI ANNUNCIARE 200 ESUBERI
Il gruppo Sky ha chiuso il primo semestre dell’esercizio 2016-2017 con 6,4 miliardi di sterline di ricavi,
in crescita del 12% rispetto all’esercizio precedente, e in Italia ha visto i profitti operativi salire a 70 milioni di sterline: +141% rispetto ai 29 milioni conseguiti nello stesso periodo dell’anno prima.
Gli ottimi dati arrivano proprio nei giorni in cui i giornalisti della pay-tv satellitare sono mobilitati contro l’azienda, che ha annunciato un piano di riorganizzazione delle sedi italiane in base al quale il centro di produzione romano subirà un drastico ridimensionamento e 200 persone perderanno il lavoro.
Tra martedì e mercoledì la redazione ha scioperato per 24 ore contro la decisione.
I ricavi dell’Italia, si legge nella nota di Sky sui conti del gruppo, sono aumentati del 9% a 1,236 miliardi di sterline, con una crescita del 4% al netto della vendita dei diritti per le Olimpiadi di Rio.
“Questa eccellente performance è stata guidata da una crescita totale dei clienti di 67mila unità ”, continua il comunicato. “Abbiamo accresciuto la nostra base clienti per il quinto trimestre di fila — spiega Sky — e i profitti operativi del primo semestre hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi cinque anni”.
A livello globale, invece, i profitti operativi sono scesi del 9%, a 679 milioni, a causa di un aumento di 314 milioni di sterline dei costi per la Premier League.
I risultati sono stati conseguiti anche grazie al raggiungimento di 200 milioni di sterline di risparmi con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza di fine esercizio.
“Abbiamo conseguito una forte performance semestrale attraverso tutto il gruppo, continuiamo a fare significativi progressi rispetto alla nostra strategia e siamo sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi annuali”, ha commentato l’amministratore delegato, Jeremy Darroch.
I dipendenti impegnati nella vertenza sindacale contro il gruppo hanno intanto incassato il sostegno dell’Unione Sindacale Giornalisti Rai, che ha annunciato che questa sera in tutte le edizioni principali dei Tg e giornali radio della tv pubblica verrà letto in onda un comunicato di solidarietà contro le ipotesi di esuberi e trasferimenti decisi dalla loro azienda.
Un’iniziativa inedita che l’Usigrai ha ritenuto di dover intraprendere “perchè di fronte alla difesa dei posti di lavoro non esistono e non possono esistere gelosie aziendali. Anche perchè quando si indebolisce una voce dell’informazione, si indebolisce tutta l’informazione nazionale, e quindi diventiamo tutti un po’ più poveri“, si legge in una nota.
Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana, ha attaccato il gruppo sottolineando: “Insomma oggi veniamo a sapere che il gruppo Sky ha un boom di utili in Italia, (la definizione esatta è ‘un’eccellente performance finanziaria’) e come conseguenza si chiude il centro di produzione di Roma, si trasferiscono energie e figure altamente qualificate a Milano, e si annunciano esuberi tra il personale. Ma vi pare possibile?”.
Dal canto suo il consigliere regionale del Lazio Giuseppe Cangemi, presidente commissione Vigilanza sul Pluralismo dell’Informazione, ha fatto sapere: “Disdico il mio abbonamento Sky in solidarietà con i giornalisti e i tecnici di via Salaria. L’azienda ha disertato l’audizione, in commissione consiliare di vigilanza sul Pluralismo dell’Informazione, convocata sulla chiusura della sede romana del telegiornale a favore di Milano. Un’assenza grave perchè manca di rispetto verso il Consiglio regionale e soprattutto è stata giustificata con una lettera vergognosa che offende i lavoratori e quanti si stanno interessando del loro futuro. Convocherò di nuovo i rappresentanti di Sky poichè la Commissione resta aperta sul problema e, nel frattempo, stiamo lavorando ad una mozione unitaria da sottoporre all’approvazione del Consiglio regionale alla prima seduta utile”.
(da agenzie)
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