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LA CASA BIANCA TOGLIE LA “H” A THERESA MAY E LA FA DIVENTARE UNA STAR DEL PORNO

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

GROTTESCA GAFFE DELL’UFFICIO STAMPA DI TRUMP… IL MAIL: “FORSE PER QUESTO TRUMP ERA COSI’ ECCITATO ALL’IDEA DI INCONTRARLA?”

Nuova gaffe dell’amministrazione Trump in politica estera.
Dopo aver confuso il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop per il premier Malcolm Turnbull, l’ufficio stampa della Casa Bianca ha ‘dimenticato’ la ‘h’ nel nome della premier britannica Theresa May. Risultato: in due documenti l’inquilina di Downing Street è diventata la nota star del porno Teresa May.
L’errore è stato ripetuto due volte nel comunicato di ieri con il quale la Casa Bianca annunciava l’agenda odierna degli incontri Trump-May e una volta in un comunicato dell’ufficio del vice presidente.
“Nel pomeriggio il presidente parteciperà  ad un incontro bilaterale con il primo ministro del Regno Unito, Teresa May”, recitava la nota dell’ufficio stampa della Casa Bianca.
E qualche riga dopo la ‘h’ era di nuovo sparita nel previsto “pranzo di lavoro con Teresa May…”.
Ancora una volta, nella nota dell’ufficio di Mike Pence il nome di battesimo di May è diventato quello della star di un video per la canzone Smack My Bitch Up del gruppo The Prodigy.
“È per questo che Donald Trump era eccitato di incontrarla?”, commenta ironico il tabloid britannico Mail online riferendosi al previsto colloquio di oggi tra il neo presidente e la premier britannica a Washington.
Sempre ieri, ricorda il Mail online, in un altro comunicato la Casa Bianca ha definito il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop il ‘primo ministro degli Esteri’ del Paese.

(da agenzie)

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SE SI VOTASSE ORA… NON VINCEREBBE NESSUNO

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

COME SI RIPARTIREBBERO I SEGGI CON IL SISTEMA ELETTORALE IMMAGINATO DALLA CONSULTA

Repubblica ha pubblicato i risultati di una simulazione dell’istituto Demopolis sulla ripartizione dei seggi alla Camera dei Deputati se si votasse con il nuovo Italicum.
Con il sistema elettorale designato dalla Consulta sulla base della legge elettorale proposta da Renzi ed “emendata” dalla Corte Costituzionale.
In mancanza di una lista che raggiunga il 4% l’ipotesi di balcanizzazione di un ramo del parlamento (per l’altro, con il Consultellum, la balcanizzazione è una certezza) diventa realtà : 192 seggi prenderebbe il Partito Democratico, 185 il MoVimento 5 Stelle, 84 la Lega, 30 Fratelli d’Italia e 76 Forza Italia mentre nel calcolo anche Sinistra Italiana e NCD-API riuscirebbero ad arrivare in Parlamento rispettivamente con 23 e 22 seggi.
Nell’articolo a firma di Goffredo De Marchis si fa un passo in più: si immaginano le possibili alleanze post-elettorali ma anche qui il senso non cambia: la maggioranza di 316 seggi non verrebbe raggiunta nè in caso di governo PD-SI-AP (che si fermerebbe a 243 seggi) nè in caso di alleanza tra Partito Democratico, alfaniani e Forza Italia, che arriverebbe a quota 296 seggi.
Nemmeno le alleanze tra coalizioni di destra arriverebbero a sfiorare la maggioranza necessaria alla Camera (316 seggi).
L’unico caso in cui si arriverebbe a superare i seggi necessari è un’alleanza (ipotesi fantapolitica) tra PD, Forza Italia, alfaniani e Sinistra Italiana oppure in caso di alleanza del MoVimento 5 Stelle con l’intero centrodestra (compresa Forza Italia) o con il Partito Democratico: ovvero altre ipotesi di fantapolitica, ad oggi.

(da “NextQuotidiano”)

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LA BUFALA DI TRAVAGLIO SUL COMPLOTTO DELLE OLIMPIADI CONTRO LA RAGGI

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

DA MANETTARO A SUPERGARANTISTA… QUALCUNO LO INFORMI CHE ROMA E’ IRREVOCABILMENTE CANCELLATA DALLE CANDIDATURE OLIMPICHE

Per quale motivo Virginia Raggi è indagata per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico?
I più ingenui potrebbero rispondervi che il procedimento d’indagine per il quale la sindaca di Roma ha ricevuto i giorni scorsi un avviso di garanzia è quello che fa riferimento alla nomina a capo dipartimento del Turismo di Renato Marra, fratello dell’ex capo del personale Raffaele.
Ma a quanto pare c’è un’altra versione dei fatti, ed è quella illustrata da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nel suo editoriale dal titolo Raggi lader: la sindaca è sotto attacco a causa del No alle Olimpiadi a Roma.
L’aver detto No alla candidatura della Capitale alle Olimpiadi del 2024 è il grande successo che la Raggi continua a sbandierare ovunque da quando è stata eletta.
Ma cosa c’entrano le Olimpiadi con le indagini a carico della Raggi?
Ce lo spiega l’avvocato d’ufficio della sindaca, che da manettaro convinto è diventato il più garantista tra tutti i giornalisti del Fatto Quotidiano:
in questa vicenda, garantismo e giustizialismo non c’entrano nulla. Le balle spaziali su riti immediati, autosospensioni e patteggiamenti preparano il terreno alla caduta della giunta che, se arrivasse entro il 1° marzo, consentirebbe ai nemici interni ed esterni della Raggi di riportare i romani al voto in giugno. Dopo, sarebbe tardi e Roma verrebbe ricommissariata per almeno un anno. Inutile dire che, via la Raggi, il commissario di governo annullerebbe subito il No alle Olimpiadi, restituendo i soliti noti alle solite greppie. Per chi non l’avesse capito: dimissioni fa rima con ladroni.
Che da qualche giorno Travaglio stia vivendo un profondo ed intimo dramma personale è cosa nota, che emersa in tutto il suo lancinante splendore durante la puntata di Otto e Mezzo del 24 gennaio.
Non riuscendo ad interpretare con il consueto piglio giustizialista la realtà  dei fatti romani (oggi ad esempio scrive che ha chiesto le dimissioni della Muraro per “aver mentito al Fatto”, un nuovissimo reato del CPP), Travaglio si dà  alle previsioni. Siamo di fronte all’ennesimo caso di giornalista onnisciente : è strano che uno così attento ai fatti e alla lettura delle carte come lo è senza dubbio Marco Travaglio ignori che per quanto Gianni Malagò (o chi per lui) sia dispiaciuto per non essere riuscito a far candidare la Città  Eterna alle OIimpiadi del 2024 non sia in grado di mettere in atto un piano del genere.
Un piano che — sorpresa — si schianterebbe contro il processo di selezione delle città  candidate.
Non serve vedere il futuro per scoprire che per le Olimpiadi del 2024 in lizza sono rimaste solo tre città : Los Angeles, Budapest e Parigi.
Basta andare sul sito dello CIO, il Comitato Olimpico Internazionale per “scoprire” i nomi delle città  che hanno superato la Fase 2 della candidatura.
Roma ormai è ufficialmente, e irrimediabilmente, uscita dalla gara.
Il grande disegno identificato così chiaramente da Marco Travaglio inoltre non tiene conto di un altro fattore cruciale: il tempo.
A dicembre l’Executive Board del CIO ha confermato i nomi delle tre città  che sono passati alla Fase 3 della selezione, a gennaio le tre città  devono pagare il contributo da 150 mila dollari ed infine entro febbraio 2017 dovranno presentare la parte finale della documentazione di progetto per le Olimpiadi.
Anche ammesso che Malagò sia così potente da poter forzare le regole del CIO non ci sarebbero i tempi per far succedere quello che prevede il Mago Travaglio.
Anche perchè il processo di selezione si concluderà  a giugno (l’elezione avverrà  a settembre 2017), non abbastanza tardi per consentire l’elezione di un nuovo sindaco pro Olimpiadi che in ogni caso non potrebbe fare nulla per il semplice motivo che Roma è uscita dalla corsa per le Olimpiadi del 2024.
Nessun commissario di governo — per quanto non eletto dal popolo — quindi ha il potere annullare il No alle Olimpiadi come invece vuole far credere Travaglio ai suoi lettori.
Quindi, preso atto che in primo luogo l’uscita di Roma dalla corsa per l’assegnazione dei Giochi del 2024 è irrevocabile, perchè Travaglio scrive una cosa palesemente falsa, ovvero che qualcuno vuole far dimettere la Raggi per poter tornare a fare favori ai palazzinari delle Olimpiadi?
Lo fa per il motivo stesso che enuncia all’inizio del suo editoriale: “cari lettori, vi dobbiamo delle scuse. Siccome siamo “il giornale dei grillini” avremmo dovuto pubblicare gli scoop sensazionali che invece ci hanno soffiato i concorrenti“.
Ed infatti Marco Travaglio è in perfetta sintonia con il pensiero dellaggente che vede dietro l’avviso di garanzia nei confronti della Raggi la tremenda vendetta del CONI per essersi sentito dire di No.
Evidentemente prendersi la briga di andare a controllare che quei 35 giorni di tempo che rimangono riguardano solo le città  (e soprattutto per quelle che entro gennaio ovvero entro tre giorni, pagano il Candidature Service Fee) che ancora sono in lizza per i Giochi era un lavoro troppo complicato.

(da “NextQuotidiano”)

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SALVINI SPENDE 300.000 EURO PER COMPARIRE SUI SOCIAL, PRENDE 1,8 MILIONI DALLO STATO, MA LICENZIA TUTTI I DIPENDENTI: CHE FINE FANNO I SOLDI?

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

IN TRE ANNI HA RIDOTTO LA LEGA ALLO SFASCIO: HA CHIUSO RADIO, TV, GIORNALE, SEDE DI VIA BELLERIO, LICENZIATO 96 DIPENDENTI (14 SPERANO NELLA CASSA INTEGRAZIONE A SPESE DEGLI ITALIANI)… MA PAGA AL SUO AMICHETTO MORISI 300.000 EURO DI CONSULENZE PER VEICOLARE LE SUE CAZZATE SUL WEB

La Lega non ha i soldi per i dipendenti e così decide di mandarli a casa.
Eppure riesce a trovare i fondi per saldare le fatture dello spin doctor del segretario catodico, Matteo Salvini.
Fatture non da poco: oltre 300mila euro.
A beneficiare della ricca consulenza esterna è la società  Sistema Intranet di Luca Morisi. Un 42enne di Mantova estraneo alla Lega e voluto da Salvini.
Per il segretario, Morisi segue per lo più i social network, gestisce il sito e consiglia strategie comunicative.
Lavoro che avrebbero potuto fare molti dei dipendenti del Carroccio visto che tra i 72 allontanati ci sono anche giornalisti e comunicatori.
Da quando è diventato segretario nel dicembre 2013, Salvini ha chiuso la radio, la tv, il quotidiano e persino la storica sede milanese di via Bellerio: in pratica ha azzerato tutto ciò che Umberto Bossi aveva realizzato in venti anni di politica.
Poche settimane fa anche gli ultimi 24 dipendenti superstiti sono stati messi in mobilità . Di questi 14 confidano nel rinnovo della cassa integrazione, quindi in un contributo statale.
Tutto perchè nelle casse del Carroccio, questa la motivazione ufficiale, non ci sono fondi. Ma sembra più appropriato dire che i fondi non ci sono per i dipendenti.
Mentre ci sono per le fatture di Morisi e per altro.
Leggendo la documentazione che il Fatto ha potuto visionare, nelle casse del Carroccio sono appena arrivati quasi due milioni di euro dallo Stato. Con esattezza un milione ottocentomila euro.
Soldi arrivati dal due per mille delle dichiarazioni dei redditi 2015. A cosa saranno destinati? Esclusivamente all’attività  del segretario? Non è dato saperlo.
Certo è che i costi sono praticamente ridotti a zero: il movimento non ha più neanche una sede da mantenere.
Via Bellerio è chiusa da mesi, tanto che la notte del 5 dicembre per ospitare la stampa in attesa dei risultati del referendum Costituzionale è stato allestito una sorta di capannone da campo alle spalle della sede.
Il risparmio è massimo. E appena due giorni fa, l’ufficio stampa ha giustificato la decisione di mettere in mobilità  gli ultimi dipendenti appellandosi alla carenza di fondi.
Un provvedimento, si legge nella nota della Lega, “che si è reso necessario a causa del costante andamento negativo della situazione economico-finanziaria del partito”.
Il tesoriere Giulio Centemero parla di riorganizzazione interna necessaria ancora da completare. Intanto oggi si riunisce la segreteria federale del partito. E forse qualcuno chiederà  conto al segretario di come vengono usati i fondi.
Del resto la tutela dell’occupazione è uno dei temi che con frequenza Salvini affronta e sostiene nelle sue partecipazioni televisive.
Ma a prescindere dalle dichiarazioni pubbliche e dalle intemerate via etere, le domande si riducono a una, molto semplice: come è possibile che un movimento politico che riceve 1,8 milioni dallo Stato possa mettere in mobilità  i propri dipendenti, addirittura ricorrendo alla Cigs (quindi allo Stato), lamentando di non avere fondi che invece ha e li utilizza per consulenze esterne?
Salvini, contattato telefonicamente dal Fatto, al momento non ha risposto.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SANTORO: “GRILLO HA IMPEDITO A DI MAIO DI VENIRE OSPITE, IL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA AGISCE A COMANDO”

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

“MI PIACEREBBE CONFRONTARMI CON GRILLO IN UNA PIAZZA, ANCHE DAVANTI AI SUOI FEDELISSIMI, SUL CARATTERE DEMOCRATICO DEL SUO MOVIMENTO”

“Lo statista forte, Grillo, ha impedito a Di Maio di venire in trasmissione. E’ bastata una telefonata del soliti Casalino, ieri sera attorno alle 22.30 . Un vicepresidente della Camera che agisce a comando come un soldatino, sono 30 anni che calco queste scene, non l’avevo mai incontrato”.
Così Michele Santoro, aprendo la puntata del suo nuovo programma Italia, ha commentato la marcia indietro di Luigi Di Maio che era atteso come ospite per la puntata di giovedì sera ma ha deciso di non partecipare.
Una vicenda imbarazzante che dimostra come la “libertà  di espressione” all’interno del M5S sia soggetta sempre a una ratifica dalla Casaleggio e dal suo staff.
Il che ha indotto Santoro a lanciare una sfida che sa di provocazione politica, atta a stanare i censori.
“Mi piacerebbe confrontarmi con Grillo in una piazza, anche davanti a tutti i suoi fedelissimi, mi piacerebbe che desse risposta a qualche domanda sul carattere democratico del suo movimento”, ha aggiunto Santoro.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’EX SINDACO LEGHISTA DI ADRO CONDANNATO A TRE ANNI PER TRUFFA: IL SOLE DELLA ALPI L’HA SCOTTATO

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

MANIPOLAZIONE DEGLI APPALTI, CONDANNE ANCHE PER DUE ASSESSORI E L’ATTUALE SINDACO… E’ LA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA

Ve lo ricordate?
L’ex sindaco di Adro Oscar Lancini, leghista conosciuto alle cronache per aver tappezzato con il sole delle alpi simbolo del carroccio la scuola del paese bresciano, è stato condannato dal tribunale di Brescia a tre anni nell’ambito dell’inchiesta che nel 2013 lo aveva portato agli arresti domiciliari per la realizzazione dell’area feste a Adro con la contestazione di aver manipolato gli appalti.
Era accusato a vario titolo di truffa e turbata libertà  degli incanti.
L’intera giunta era finita sotto inchiesta: 21 gli imputati e dodici le assoluzioni.
Oltre ad Oscar Lancini, oggi vicesindaco di Adro, è stato condannato dal tribunale di Brescia anche l’attuale sindaco del paese bresciano Paolo Rosa, un anno, e gli assessori Lorenzo Antonelli (1 anno e sei mesi), Giovanna Frusca (2 anni).
L’accusa ha sostenuto la tesi secondo cui vennero pilotati gli appalti per la realizzazione dell’area feste.

(da agenzie)

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NELLE CHAT DI MARRA GLI INCONTRI CON DI MAIO (CHE SMENTISCE)

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

CON IL PATTEGGIAMENTO LA RAGGI EVITEREBBE IL DEPOSITO DELLE CHAT IMBARAZZANTI

Il dilemma della prigioniera Virginia si evolve.
La sindaca sta valutando la possibilità  del patteggiamento anche se la decisione verrà  presa, come è comprensibile, soltanto dopo l’interrogatorio fissato in procura tra qualche giorno.
La Raggi andrebbe così incontro a una pena che dovrebbe essere minimo di un anno e due mesi ma soprattutto la sindaca eviterebbe il deposito delle chat comprese tra le carte processuali, dalle quali emergono intanto gli incontri tra Raffaele Marra e Luigi Di Maio per la scelta degli incarichi nella giunta.
Incontri che però vengono smentiti da Luigi Di Maio di buon mattino su Facebook: «L’unica volta che ho incontrato Marra l’ho fatto nel mio ufficio alla Camera in totale trasparenza (l’incontro è stato regolarmente registrato) e non avendo nulla da nascondere sono stato io stesso a darne notizia oltre un mese fa, raccontandone anche i contenuti». Vedremo gli sviluppi.
Il problema della strategia processuale è ancora sul tavolo: la Raggi ha dichiarato nelle carte consegnate all’Anticorruzione di aver effettuato la nomina in piena autonomia. La mossa serviva a negare il conflitto di interessi di Renato Marra, che avrebbe dovuto astenersi dal nominare il fratello.
Ma i messaggi trovati nel cellulare di Marra smentiscono clamorosamente questa versione dei fatti: se la sindaca la ribadirà  davanti ai magistrati rischia una condanna a due anni e la sospensione immediata.
Se invece cambierà  versione, ammetterà  di aver dichiarato il falso ma questo reato non è nell’elenco dei reati previsti nella Legge Severino.
Ma, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, qui entrano in ballo più variabili: la prima è che gli avvocati della sindaca non sarebbero disposti ad accettare una pena superiore all’anno di reclusione.
La seconda è che Raffaele Marra, indagato e in carcere per altri reati ma raggiunto da un avviso di garanzia per la vicenda, potrebbe avere interesse a far entrare nel processo proprio quelle chat:
Anche lui dovrà  essere interrogato nei prossimi giorni e le sue dichiarazioni potrebbero pesare in maniera determinante proprio sul destino di Raggi. Perchè, nonostante le smentite ufficiali, appare evidente dalla lettura delle chat il potere che il funzionario aveva sulla sindaca e sull’intero staff. L’inchiesta sui soldi ottenuti da Scarpellini potrebbe presto chiudersi con la richiesta di giudizio immediato. Marra rischia una condanna alta, che potrebbe essere ulteriormente aggravata da questa nuova contestazione di abuso e quindi è possibile che decida di difendersi scaricando le responsabilità  su Raggi o addirittura svelando nuovi retroscena sulla procedura seguita non solo sulla nomina del fratello, ma anche sulle altre che sono state contestate e per questo revocate. O addirittura rendendo pubbliche le chat per le quali aveva già  fatto istanza chiedendo che fossero messe a sua disposizione tutte le trascrizioni.
Tra le conversazioni contenute in «quattro amici al bar» via Telegram ci sono i messaggi della scorsa estate, quando la giunta Raggi stentava a decollare per mancanza di assessori fino allo scontro con il responsabile al Bilancio Marcello Minenna e con il capo di gabinetto Carla Raineri.
Proprio in quel periodo si decise di trasmettere all’Anac tutte le delibere e la scelta fu condivisa con Luigi Di Maio.
A parlarne con il deputato all’epoca componente del «direttorio» sarebbe stata non solo la Raggi, ma anche lo stesso Marra. Finora era emerso soltanto un incontro avvenuto a luglio, e dopo l’arresto di Marra Di Maio ha dichiarato che lo vide «su richiesta della sindaca».
Nelle chat ci sarebbe invece traccia di almeno altri due incontri (uno ad agosto) e soprattutto delle consultazioni con Di Maio per la scelta di tutti gli incarichi, compreso quello di Marra a vicecapo di gabinetto.
E sul quale il parlamentare avrebbe dato il via libera.
Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano invece riporta i dettagli della difesa che la Raggi e i suoi avvocati imbastiranno davanti ai pm Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio: tutto si fonderà  sul comma 2 dell’articolo 38 del Regolamento degli Uffici e Servizi del Comune di Roma dove si afferma che gli incarichi di “direzione delle direzioni”— Renato Marra fu nominato (e poi revocato) direttore della direzione Turismo — “sono conferiti e revocati dal sindaco”.
Le uniche prescrizioni previste dal comma 2 riguardano il ventaglio delle proposte, che spettano all ‘assessore alle Politiche delle risorse umane e la consultazione dell’assessore competente per materia.
Che in questo caso è Adriano Meloni, lo stesso che, sentito dai magistrati come persona informata sui fatti, ha dichiarato che a suggerirgli la nomina di Renato Marra era stato suo fratello Raffaele.
La stessa norma si aggancia anche alla seconda accusa, quella di falso in atto pubblico. Per i pm la Raggi ha mentito quando ha sostenuto in un atto, poi inviato anche all’Anti-corruzione (Anac), di aver gestito da sola la nomina di Renato Marra.
Il problema, però, e lo ricorda la stessa Pacelli, è che le chat dei Quattro amici al bar in cui Virginia Raggi chiede dell’aumento di stipendio del fratello di Marra allo stesso Raffaele metterebbero in dubbio (eufemismo) questa versione dei fatti: come può essere credibile che una sindaca abbia gestito una nomina in piena autonomia ma, per sua stessa ammissione, non sapesse nulla dello stipendio legato a quella nomina? Infine c’è da segnalare che in prima pagina l’articolo viene presentato con un titolo molto netto: “Raggi subito a giudizio o patteggia: tutto falso”.
Il testo invece è molto meno netto del titolo, visto che lì si afferma che le scelte del giudizio immediato e del patteggiamento non sono affatto scontate (e in effetti anche chi aveva parlato della questione l’aveva riportata come ipotesi):
Da come si difenderà  la Raggi nell’interrogatorio della prossima settimana dipenderanno anche le future mosse della Procura.
E che ci sia il giudizio immediato non è affatto scontato. Per ora quindi nulla è deciso. E lo stesso vale per il patteggiamento, visto da alcuni quotidiani come una delle possibilità  per il sindaco di uscire dall’inchiesta.
Sarebbe una mossa politicamente suicida: se la Raggi decide di ricorrere a un rito alternativo come questo —che ha come vantaggio la riduzione fino a un terzo della pena —incappa nelle dimissioni obbligatorie.
Come prevede il codice etico del M5s che equipara il patteggiamento a una sentenza di condanna.
Per la Raggi significherebbe la fine della propria esperienza politica.
Sarà  sicuramente un problema di sintesi.

(da “NextQuotidiano“)

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“MI HANNO IMPOSTO QUELLE NOMINE”: COSI’ LA RAGGI SI SFOGAVA CON MARRA

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

NELLE CONVERSAZIONI AGLI ATTI LA SINDACA ATTACCA GRILLO E CASALEGGIO… MARRA AL FRATELLO: “DEVI FARTI AMICO DE VITO, E’ DELLA CASALEGGIO”

«Le nomine di Minenna e Raineri sono imposte. Ma il sindaco sono io». A parlare è Virginia Raggi, all’interno dell’ormai stranota chat di Telegram “Quattro amici al bar”.
Gli interlocutori sono Salvatore Romeo, Daniele Frongia e Raffaele Marra, l’ex braccio destro che, subito l’arresto, la sindaca ha rinnegato in un baleno liquidandolo come «uno dei 23 mila dipendenti del Comune».
La prova che Raggi ha qualche problema nell’ammettere la realtà  dei fatti è contenuta in questa intercettazione del Nucleo investigativo dei Carabinieri, ora agli atti della Procura di Roma che ha messo sotto indagine Raggi per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico nell’inchiesta sulle nomine in Campidoglio.
Quante volte Raggi ha smentito che il suo mandato fosse commissariato da Beppe Grillo, dai parlamentari romani più in vista e dalla Casaleggio Associati?
Anche di fronte all’evidenza, anche di fronte all’imprenditore Massimo Colomban, amico di Gianroberto e spedito dall’erede Davide a Roma in qualità  di assessore alle Partecipate dopo i pasticci della ricerca di un assessore al Bilancio, Raggi ha sempre dato la stessa risposta: «Le decisioni le prendo io con i miei assessori e i miei consiglieri».
Per dire, un mese dopo l’arresto di Raffaele Marra, dopo i giorni del caos in Campidoglio, dopo che la costrinsero a far fuori il suo cerchio magico (il vicesindaco Frongia e il capo segreteria Romeo), lei è andata nel salotto tv di Giovanni Floris su La7 a dare un’altra versione: «Si sono dimessi loro per tutelare il Movimento». Falso. Come false appaiono, alla luce di questa intercettazione su Minenna e Raineri, le sue manifestazioni di autonomia all’indomani della vittoria.
Massimo Minenna, ex Consob, e Carla Raineri arrivano a Roma in qualità  di super-assessore al Bilancio e alle Partecipate, lui, e di capo di gabinetto, lei, per volontà  del minidirettorio romano, di Grillo e di Casaleggio.
Si sa com’è andata a finire, poi. La guerra in Campidoglio, guidata nell’ombra da Marra, ha portato alle dimissioni di entrambi nel giro di una notte, alla ricerca affannosa di un nuovo assessore al Bilancio (trovato dopo un mese e dopo tanti rifiuti a ottobre) e alla vacatio che dura tuttora per il capo di gabinetto.
Che Raggi sia stata di fatto commissariata dal M5S è ormai indubitabile. Ma forse lo era anche dall’interno, domata dall’influenza che Marra esercitava su di lei ben prima che fosse eletta.
«Ho appena finito di studiare i nominativi per gli incarichi delle strutture di diretta collaborazione del sindaco e del vicesindaco», scrive Marra a Romeo su WhatsApp a maggio 2016. Marra, Romeo, Frongia e Raggi si muovevano come una squadra compatta già  mesi prima del voto.
I messaggi in chat depositati nel fascicolo del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Francesco Dall’Olio complicano le cose a Raggi ma gettano un’ombra sull’intera giunta, soprattutto leggendo lo scambio su WhatsApp tra Marra e suo fratello Renato, ex vicecapo dei vigili promosso a dirigente con una nomina poi revocata su cui indagano i magistrati.
Nel luglio 2016, incassata da pochi giorni la vittoria alle urne, rivolgendosi al fratello Renato che ambiva a diventare capo dei vigili, Marra dice: «Devi farti amico De Vito, lui è potente. Se diventa tuo amico metà  strada è fatta».
Inoltre, parla di alcuni incontri con Di Maio anche se il vicepresidente della Camera ha sempre negato.
Perchè De Vito? Perchè l’ex candidato sindaco sconfitto da Ignazio Marino e poi battuto alle primarie da Raggi, oggi presidente dell’Assemblea capitolina, è considerato l’uomo forte del M5S nella giunta.
Il suo sponsor è Roberta Lombardi, all’epoca ancora nel cuore di Grillo e Casaleggio perchè non in violento contrasto con la sindaca.
Renato a quel punto si mette in contatto con Adriano Meloni, assessore allo Sviluppo economico e al Turismo, ex amministratore delegato di Expedia, anche lui arrivato a Roma in quota Casaleggio Associati.
Renato Marra cerca Meloni su WhatsApp e lui gli risponde: «Sei il fratello di Raffaele? Mi ha spiegato di te».
Frase che è stata confermata martedì dallo stesso Meloni ai pm che lo interrogavano proprio su questi passaggi: «E’ stato Raffaele a suggerirmi di prendere suo fratello». Poco dopo, Renato riscrive a Raffaele (sempre luglio 2016): «Sai che mi ha chiamato Meloni? De Vito sta nella stessa squadra di Meloni?». Raffaele risponde sicuro: «De Vito sta proprio con Casaleggio».
In quello scambio in chat Raffaele incalza ancora il fratello: «De Vito è un amico, mi voleva fare direttore del terzo dipartimento per parare il culo alla moglie».
A luglio Giovanna Tadonio, la moglie di De Vito, diventa assessora alla sicurezza del Personale e alla Polizia locale del municipio III.
Una nomina anticipata dalla Stampa il 5 luglio in un articolo sulla parentopoli grillina. Successivamente, nel novembre 2016, Diego Porta viene nominato capo dei vigili e l’attenzione si sposta sul dipartimento del Turismo.
Dopo aver incassato la nomina di dirigente Renato scrive a Raffaele ringraziandolo ma mostrando timore per le prime voci sulle nomine che si rincorrono sui giornali. Raffaele è però sicuro: «Tranquillo gli atti li ha firmati la sindaca. Io che c’entro? Sono parato».
L’ennesima frase che, assieme alle precedenti ricostruzioni sull’attivismo di Marra a favore del fratello, smentirebbe ancora una volta Raggi. La sindaca, infatti, sulla nomina di Renato ha detto di aver agito da sola.

(da “La Stampa”)

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LA FAIDA DEL M5S ROMA: UN COLLABORATORE DEL MS5 RINVIATO A GIUDIZIO PER TRUFFA, A CAUSA DI FALSI PERMESSI

Gennaio 27th, 2017 Riccardo Fucile

DIETRO C’E’ LA GUERRA DI MOLTI CONSIGLIERI AL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA CAPITOLINA DE VITO, COLPEVOLE DI ESSERSI CANDIDATO IN ALTERNATIVA ALLA RAGGI

Alla fine Claudio Ortale è stato rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni del Comune.
Secondo la procura Ortale avrebbe falsificato missioni esterne al Campidoglio per 362 volte, tra il luglio del 2013 3 l’agosto 2015.
Procurando un danno da ventiseimila euro, per cui l’ammninistrazione capitolina si è costituita parte civile.
Ma la sua storia è interessante perchè la “vittima” della truffa è l’attuale presidente dell’Assemblea Capitolina Marcello De Vito e la vicenda si va ad intrecciare alla faida interna al MoVimento 5 Stelle romano che ha portato alla fine Virginia Raggi a vincere le comunarie.
Ortale infatti collaborava all’interno della segreteria politica dei 5 Stelle capitolini dopo essere stato portato da Daniele Frongia.
La sua vicenda venne alla luce alla vigilia delle primarie per la scelta del candidato sindaco e il suo nome finì nel dossier contro De Vito, perchè l’oggi assessore allo sport e vicesindaco detronizzato da Grillo Daniele Frongia avrebbe accusato De Vito di aver autorizzato ad Ortale i falsi permessi per missioni esterne che poi venivano rimborsate dal Comune.
All’epoca la denuncia venne presentata da De Vito, Raggi e Frongia, ma questi ultimi due l’hanno ritirata senza — ovviamente, in nome della trasparenzaquannocepare, senza fornire nessuna spiegazione in merito.
Racconta Il Messaggero:
Sono altrettanti infatti i modelli — ossia 362 — in cui, secondo il pm Alberto Pioletti, Ortale, «con artifici e raggiri» avrebbe formato dei falsi permessi con la finta motivazione di «Lavori per il Presidente». Su 126 di questi avrebbe apposto in calce il proprio timbro «Visto il responsabile del Servizio», con la propria sigla fotocopiata.
Per altre 233 richieste, invece, avrebbe utilizzato, il timbro prefirmato, «Il dirigente del gruppo capitolino Marcello De Vito» o la dicitura «De Vito Marcello».
In questo modo, si legge sul capo di imputazione «il collaboratore del Movimento Cinque Stelle in Campidoglio induceva in errore il personale del Dipartimento Organizzazione Risorse Umane dell’assemblea capitolina, che, a seguito della presentazione delle richieste, ritenendo effettivamente espletate le attività  lavorative in realtà  non eseguite indebitamente liquidava la complessiva somma di euro 26.078 più trentanove centesimi di cui euro 19.220 per servizio esterno in orario ordinario; euro 655 per servizio esterno a recupero; euro 6.192 per servizio esterno in straordinario, così traendo un ingiusto profitto con corrispondente danno per il Comune di Roma».
I fatti, secondo il pm Pioletti, sono aggravati poichè l’indagato avrebbe abusato dei poteri del proprio ufficio servendosi di timbri prefirmati di cui aveva la disponibilità  in ragione dell’incarico di responsabile amministrativo ricoperto
Ortale, che era stato candidato con Sandro Medici e Rifondazione Comunista a presidente del XIV Municipio, era poi diventato collaboratore del gruppo capitolino del M5S e così presentato da Daniele Frongia sul blog di Beppe:
— Claudio Ortale, docente dell’Istituto Comprensivo Pio La Torre, da diversi anni nella macchina capitolina, in passato in forze in un altro schieramento politico. Claudio, segnalatoci da altri portavoce, ci ha consentito di avviare l’iter per costituire il Gruppo, è attualmente responsabile amministrativo della squadra oltre che un importante punto di riferimento (amministrativo) per tutti noi portavoce, comunali e municipali;
La storia del seminterrato
La storia va a incrociarsi con la “famigerata” vicenda del seminterrato. tutto parte da un accesso agli atti effettuato dal consigliere De Vito il 19 marzo del 2015:   si avvale del potere concesso per legge ai consiglieri comunali per ottenere dagli uffici del comune notizie e informazioni riguardo una pratica di sanatoria edilizia su un seminterrato di un cittadino di nome F. B. al quartiere Aurelio.
Il 28 dicembre del 2015 i tre consiglieri organizzano una riunione con i consiglieri municipali in assenza di De Vito e lì lo accusano di aver compiuto “una serie di atti contrari alla buona amministrazione e un reato”.
Chi ha vissuto indirettamente quel momento ha accettato di parlare con Marco Lillo del Fatto e mostrare mail e sms.
“I tre ex consiglieri —secondo quanto De Vito dirà  ai suoi amici — affermavano che avrebbe compiuto il reato di abuso di ufficio in relazione ad una richiesta di accesso agli atti”.
“Indubbiamente la cosa — secondo quanto de Vito confidava allora ai suoi amici — produceva l’esito sperato, molti consiglieri municipali si convincevano delle accuse e l’accusato non aveva modo di palesarne la totale falsità ”.
Alla riunione e alle discussioni successive sulla rete partecipano quasi tutti i consiglieri municipali, alcuni dei quali ora sono saliti in Campidoglio.
Uno di loro racconta a De Vito che Frongia avrebbe chiesto di puntare alle successive primarie esclusivamente sulla Raggi. De Vito non sa nulla. Fino al 7 gennaio 2016.
Quel giorno con i tre consiglieri viene convocato a una riunione. Alla presenza di Carla Ruocco e Alessandro Di Battista (membri del direttorio), Roberta Lombardi, Paola Taverna e Massimo Enrico Baroni, e poi dei capi della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi, i tre consiglieri comunali accusavano De Vito di abuso di ufficio per l’accesso agli atti del 19 marzo 2015 ed esibivano un parere legale.
Daniele Frongia lo sventolava e non diceva a De Vito quale avvocato lo avesse scritto.
De Vito usciva frastornato e alle 20 e 30 inviava una mail nella quale spiegava che l’accesso agli atti era frutto di una richiesta proveniente dal M5S della Regione Lazio e allegava la mail dell’avvocato Paolo Morricone, difensore anche di Virginia Raggi.
“Ciao a tutti, la vicenda – scrive De Vito — è stata compiutamente ricostruita. L’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale che riporto di seguito (e che allego):
‘in riferimento alla richiesta di accesso agli atti relativo alla (… Ndr) specifico che questa è scaturita da una segnalazione di un privato (che aveva chiesto l’anonimato avendo paura di minacce) egli sosteneva che il proprietario dell’appartamento, poteva aver spinto qualcuno dell’amministrazione per farsi concedere l’agibilità  dell’appartamento. La richiesta era necessaria in quanto dalla documentazione si sarebbe si sarebbe potuto vedere se esistevano i presupposti o meno per la concessione dell’abitabilità  (…) per una eventuale successiva denuncia’.
E’ tutto molto avvilente, io quanto meno lo vivo cosi — proseguiva De Vito — la vicenda però è anche molto grave. Motivo per cui vi chiedo con gentilezza non solo di valutare ciò che si è verifìcato oggi nei miei confronti alla luce delle pesanti accuse che mi sono state mosse ma anche di considerare insieme le opportune azioni e modalità  di gestione della vicenda che, lo ribadisco, è gravissima”.
L’House of Cards all’amatriciana prosegue a gennaio, quando Frongia invita De Vito a spiegare di nuovo la situazione; la riunione viene convocata il 18, davanti a una trentina di consiglieri municipali e regionali.
Lì la polemica ufficialmente si chiude, anche se — racconta sempre Lillo — Paolo Taverna in una mail partita per sbaglio definisce quanto accaduto “uno squallido tribunale speciale” (invece quelli a cui sono sottoposti i parlamentari no? E le gogne senza possibilità  di difendersi prima del voto sulle espulsioni sul blog cosa sono invece?).

(da “NextQuotidiano”)

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