Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
OGNI PERSONAGGIO HA IL PROPRIO TARGET DI RIFERIMENTO: DIBBA E’ IL CHE GUEVARA DEI PARIOLI, DIMA IL RAGAZZO DELLA PORTA ACCANTO CHE PIACE ALE MAMME, LA TAVERNA LA POPOLANA PASIONARIA, VIRGINIA LA MADONNINA INFILZATA
Analizzando la cosmogonia pentastellata e i vari personaggi che la compongono la si può perfettamente
paragonare a quella dei Pokemon.
Nel “mazzo di carte” in dotazione ai simpatizzanti del Movimento 5 Stelle, abbiamo infatti vari esemplari atti a fidelizzare i vari strati della popolazione italiana.
Come il celeberrimo Pikachu, ogni pokemon pentastellato ha le proprie caratteristiche, i propri “poteri” e il proprio target di riferimento.
Dibba, per esempio, è utile ad attirare i giovani ribelli… peccato però che il frontman grillino sia una sorta di Che Guevara dei Parioli, che di ribelle non ha neanche il ciuffo.
DiMa, dal canto suo, è il giovanotto dall’aria per bene che piace tanto alle mamme, il classico ragazzo della porta accanto (che vorresti però sbattergli in faccia).
Giggino è l’ideale futuro genero dall’aria seria, studiosa e preparata, malgrado — così sembrerebbe — abbia dato pochissimi esami in molti anni di Università , tanto da abbandonarla qualche tempo fa,e confonda Cile con Venezuela e abbia scarsissima dimestichezza con i congiuntivi.
L’intramontabile Taverna è invece una “pokemon” utile a fidelizzare gli strati più bassi della popolazione, quelli poco colti e veraci che ne amano l’aspetto da popolana pasionaria che condivide con la forbita sorella.
E se nelle sue foto compaiono sempre più borse di Gucci e accessori firmati che di popolano non hanno un bel niente, tutto ciò non sembra minimamente scalfire il fascino da “Sora Lella del Senato” di Paoletta nostra.
La pokemon Virginia Raggi, invece, con quella sua aria da madonnina infilzata, ha fatto breccia nei cuori degli italiani facendo leva sull’aura tenera da cerbiatta ferita.
La povera, piccola Virginia scagliatasi contro la piovra romana, fra rossori, palpiti e battiti di ciglia, non poteva non ipnotizzare l’opinione pubblica conquistando anche il cuore più duro.
Peccato che, dopo sette mesi di inerzia, i suoi poteri ipnotici si siano decisamente affievoliti e non riesca ad ammaliare più nessuno… neanche se stessa.
Vedendo l’andazzo delle amministrazioni pentastellate, si può già prefigurare il futuro dei pokemon a 5 stelle.
Presto, infatti, verrà introdotta un’applicazione molto simile a Pokemon-Go… grazie alla quale i cittadini furenti e delusi potranno andare a caccia dei meravigliosi ragazzi pentastellati in giro per tutta Italia.
E non certo per osannarli.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
A PALERMO DECINE DI LAUREATI E DIPLOMATI IN CODA PER DIVENTARE LUSTRASCARPE
Dottori lustrascarpe. Decine e decine di laureati e diplomati (tutti disoccupati) hanno fatto domanda, a Palermo, per diventare lustrascarpe grazie a una iniziativa della Confartigianto.
Come scrive oggi il Sole24ore:
“Sono almeno una settantina,.. Hanno aderito all’invito della Confartigianato provinciale guidata da Nunzio Reina che ha già programmato una decina di postazioni nei punti nevralgici della città e che, salvo intoppi, dovrebbero essere operative già in primavera. Le domande sono state talmente tante e inaspettate che Confartigianato ha deciso di aumentare il numero di postazioni: dalle 10 iniziali si è passati così a 15 e i selezionati entreranno a far parte della prima cooperativa di lustrascarpe della città di Palermo i cui costi per l’avviamento saranno sostenuti dall’associazione degli artigiani”.
In questi giorni le selezioni.
“La nostra idea – dice Reina al Sole – è stata accolta con entusiasmo, a dimostrazione che gli antichi mestieri non sono stati dimenticati. Contiamo in tempi brevi di poter permettere ai nuovi lustrascarpe di iniziare a lavorare, prima dovranno seguire un corso di formazione necessario per intraprendere questa preziosa attività “.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
L’IRA DEI MESSICANI CONTRO TRUMP, IN DUBBIO L’INCONTRO DI MARTEDI PROSSIMO… ALCUNI MEDIA USA: “NIETO E’ COMPLICE DEL PROGETTO”
“Pretendiamo rispetto, e comunque non saremo noi a pagare”: è il volto duro del presidente messicano
Enrique Peà±a Nieto, offerto in favore di telecamera poche ore dopo il via libera del suo omologo statunitense al muro con il Messico.
O meglio, ai muri con il Messico: non c’è solo la barriera fisica che Trump vuole estendere al confine con l’America latina.
C’è anche il muro politico ed economico che tra i due Paesi sembra diventare sempre più consistente, con la svolta protezionista degli Usa e con la guerra dichiarata dall’inquilino della Casa Bianca all’accordo di libero scambio Nafta, il “North American Free Trade Agreement”.
Mercoledì Peà±a Nieto aveva inviato una delegazione a trattare con la Casa Bianca, in attesa del faccia a faccia con Donald Trump atteso per martedì prossimo, e che nonostante le pressioni interne il messicano non accenna a disdire.
Ma la firma del presidente Usa, apposta ieri sotto il decreto che dà il via libera agli oltre 3100 chilometri di muro, proprio nelle ore in cui due membri del governo di Città del Messico si trovavano a Washington, ha suscitato le ire dei messicani.
Così in un discorso televisivo Peà±a Nieto ha mostrato le unghie: “L’ho detto e ripetuto, non sarà certo il mio Paese a pagare le spese del muro”, che ammonteranno ad almeno una decina di miliardi. “Condanno e mi rammarico per la decisione del governo statunitense di continuare con la costruzione di un confine che per anni ci ha diviso più di quanto ci abbia unito”, ha continuato il presidente, aggiungendo: “Il mio Paese, il Messico, dà e chiede il rispetto dovuto come nazione sovrana”.
Resta da vedere se la reazione dura del messicano si trasformerà in una vera frattura politica tra i due governi.
Ne dubitano alcuni media statunitensi, come The Atlantic, che sottolinea le ambiguità di Peà±a Nieto e arriva a sostenere che il presidente latinoamericano sia “complice” del progetto di Trump.
“Il governo straniero che ha più contribuito alla vittoria di Trump non è stata la Russia ma il Messico”, scrive provocatoriamente John Mill Ackerman. Che però alla provocazione aggiunge una sfilza di argomenti: i viaggi, gli incontri e le conferenze stampa congiunte in campagna elettorale; gli scambi di lusinghe reciproche; l’estradizione di El Chapo alla vigilia dell’Inauguration Day.
E soprattutto le scelte sostanziali: “Vedrete, Peà±a Nieto a parole dirà di voler proteggere il suo popolo – scriveva profeticamente ieri la testata Usa – ma in realtà ha in agenda di negoziare l’impunità per il suo governo e la sua amministrazione, coinvolti in scandali di corruzione e sistematiche violazioni dei diritti umani. Perciò il presidente messicano non rinuncerà alla sua visita a Washington, finendo per legittimare gli attacchi di Trump al Messico”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
JEFFREY SACHS, DIRETTORE ALLA COLUMBIA UNIVERSITY: “DA LUI SOLO PAROLE IN LIBERTA’ SENZA FONDAMENTO SCIENTIFICO, ORA IL PIANETA E’ IN PERICOLO”
«In America abbiamo un nuovo presidente, come forse qualcuno di voi avrà già notato», scherza Jeffrey Sachs in apertura del convegno Arctic Frontiers, a Tromsà¸, in Norvegia.
Il tema è quello dei cambiamenti climatici, che qui sul tetto del mondo, oltre il Circolo polare artico, fanno registrare valori senza eguali.
Salgono la temperatura dell’aria e quella delle acque dell’oceano, il permafrost si assottiglia, il ghiaccio si scioglie e nuove specie di pesci arrivate da sud scalzano dalle loro acque quelle originarie, mentre le grandi compagnie petrolifere e di trasporto già studiano il modo per sfruttare i giganteschi giacimenti sottomarini e le nuove vie commerciali resi accessibili dal disgelo.
Nell’Artico ci si interroga sulle strategie per evitare una nuova Guerra Fredda tra le potenze interessate a mettere le mani su questa parte di mondo, ma su ogni considerazione politica e scientifica si allunga l’ombra delle posizioni varie volte espresse da Donald Trump sui cambiamenti climatici, definiti senza mezzi termini una bufala, «una sciocchezza molto costosa con cui bisogna farla finita».
«È fondamentale tenere sempre presente che le dichiarazioni di Trump non riflettono alcuna posizione scientifica», spiega Sachs, direttore del Centro per lo sviluppo: «Non si basano su nessuna ricerca, su nessun dato. Le parole di Trump non sono fondate sulla scienza ma sugli interessi delle compagnie petrolifere. Sono un chiaro tentativo di rimangiarsi gli accordi sul clima di Parigi, e molte altre nazioni saranno ora tentate di fare lo stesso. Per questo sono ancora più pericolose».
Il tema energetico e la polemica sul riscaldamento globale sono stati centrali nella campagna elettorale del nuovo presidente americano, che all’indomani del suo insediamento, per mettere meglio in chiaro le cose, ha sostituito la pagina del sito della Casa Bianca dedicata agli impegni assunti per fronteggiare i cambiamenti climatici con una dedicata al nuovo piano energetico nazionale, basato in larghissima parte sui combustibili fossili.
L’impegno del presidente va nella direzione di una “rivoluzione basata su gas e petrolio”, che passa dalla pronta eliminazione di “pericolose e inutili politiche come il Climate Action Plan”, il piano (sarebbe meglio forse dire ormai ex piano) di azione statunitense sul clima.
Parole che hanno il suono delle trivelle, e che nell’Artico, dove l’aumento della temperatura media nel 2016 ha toccato punte di dodici gradi, suonano ancora più preoccupanti.
«Investire in nuovi impianti è inutile», dice Sachs, «per almeno due ottime ragioni. Abbiamo già a disposizione molto più petrolio e gas sulla terra di quanto possiamo bruciarne per rispettare gli accordi sul clima, e in secondo luogo questo tipo di investimenti, nell’Artico come nel Mediterraneo, non potranno mai essere competitivi rispetto alle risorse a basso costo disponibili in Arabia Saudita, Iran, Russia. Meglio puntare sulle rinnovabili e sulla ricerca, tenendo sempre presente che il riscaldamento globale è diverso da qualunque altro problema per un drammatico motivo: è irreversibile».
Per il sollievo di molti, la presidenza americana dell’Arctic Council, il forum intergovernamentale sull’Artico che riunisce i paesi i cui territori ricadono nel Circolo polare, volge ormai al termine.
Ma le nuove linee di politica estera tracciate dal presidente statunitense al grido di “America first!” preoccupano anche a questa latitudine.
«Trump porta avanti campagne sbagliate e pericolose – continua Sachs – sia in politica estera che all’interno. Quella americana è ancora di gran lunga l’economia più ricca del mondo e far sentire gli americani minacciati, costruire muri, diffondere la paura del diverso, è incredibilmente ingiusto e scorretto. Una politica interna di questo tipo apre la strada a una politica estera estremamente pericolosa. Ma ormai bisogna prendere consapevolezza che siamo in una nuova era. La leadership globale degli Stati Uniti è finita. Dimenticate l’America del 1994-95, leader mondiale della produzione e del consumo e insieme potenza globale capace di dare indirizzo e visione alle altre nazioni. Una potenza arrogante, a volte, ma anche in grado di guidare il mondo con uno spirito costruttivo. Quell’America non esiste più: il suo declino è iniziato da tempo, e adesso il paese si appresta a toccare il punto più basso della sua leadership».
Alessandra Viola
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 26th, 2017 Riccardo Fucile
UNA COLLABORATRICE RIVELA: “MAI VISTA AL LAVORO”… MA LA DONNA AVREBBE INTASCATO 500.000 EURO
Penelope Fillon, moglie del candidato della destra alle presidenziali Franà§ois Fillon, è stata remunerata
per 8 anni come assistente parlamentare del marito o del suo sostituto, incassando circa «500.000 euro lorde» in totale.
Impiegare un familiare come collaboratore parlamentare non è vietato.
Ma – sostiene il Canard – una stretta collaboratrice di Fillon ha detto di non aver mai saputo che la moglie dell’ex premier lavorasse come assistente, nè di averla mai incontrata.
Autore dello scoop, che potrebbe costare molto a Fillon, considerato finora l’unico in grado di battere al ballottaggio (il primo turno è il 23 aprile) delle presidenziali del 7 maggio, la candidata dell’estrema destra (Front National) Marine Le Pen, è il settimana Le Canard Enchainè.
La testata satirica ma autrice di grandi scoop in passato ha scovato le “buste paga” di Penelope Fillon con somme tratte dai fondi a disposizione del marito deputato nazionale.
Assumere familiari non è contro le regole ma a patto che il parente in questione lavori effettivamente per il deputato ma secondo Le Canarde non era questo il caso di madame Fillon.
Il settimanale non è riuscito a trovare alcuna conferma del lavoro svolto da madame Fillon. Non solo. Penelope Fillon, peraltro, molto riservata, si è sempre tenuta lontana dalla vita politica del marito.
Quando nel 2002 Fillon divenne per la prima volta ministro, chiamato dal presidente Jacques Chirac, la moglie proseguì il “lavoro”, o meglio, continuò ad essere pagata come assistente parlamentare del deputato che subentrò a Fillon all’Assemblee Nationale ricevendo tra i 6.900 ed i 7.900 euro al mese.
Non solo. Penelope Fillon tornò ad essere pagata «per almeno sei mesi» quando il marito nel 2012, allora primo ministro, lasciò il governo dopo la sconfitta del presidente Nicolas Sarkozy ad opera di Francois Hollande.
Oltre ai circa 500.000 euro ricevuti come assistente parlamentare del marito Penelope Fillon venne pagata circa 5.000 euro al mese da maggio 2012 a dicembre 2013 dal periodico “La Revue des Deux Mondes”, rivista letteraria di proprietà di un amico di Fillon, Marc Ladreit de Lacharriere.
Le Canard Enchaine ha riferito che il direttore del mensile, Michel Crepu, ha dichiarato: «Non ho mai incontrato Penelope Fillon nè l’ho mai vista in redazione».
I sondaggi danno Fillon presidente se si votasse oggi. Dopo lo scoop della Canard Enchaine le chance si sono forse ridotte.
E i giochi si riaprono per tutti.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
IL MECCANISMO DEI CAPILISTI PERMETTE SIA A RENZI CHE A BERLUSCONI DI DISTRIBUIRE UGUALMENTE I POSTI SICURI
La Corte, di fatto, ha sfornato una nuova legge elettorale, con una sentenza, come recita il comunicato, “suscettibile di immediata applicazione”.
Un Verdetto, dunque, che ha un forte valore (e un forte impatto) politico. Perchè sancisce un ruolo di supplenza a un Parlamento incapace di prendere una iniziativa politica in materia, dopo che è franato un disegno di riforma costituzionale a cui era legato l’Italicum. E, al tempo stesso, accorcia la durata della legislatura.
O meglio, assicura quel finale ordinato della legislatura auspicato dal capo dello Stato.
Dalla sentenza della Consulta viene fuori una legge elettorale proporzionale alla Camera, con un premio di maggioranza per la lista che raggiunge il al 40 per cento (un elemento maggioritario che però difficilmente può scattare con gli attuali rapporti di forza), soglia di sbarramento al tre per cento, senza obbligo di coalizione.
Scontata la rottamazione del ballottaggio, che in verità l’hanno fatta gli elettori il 4 dicembre, perchè inservibile in un sistema bicamerale e non monocamerale.
Pensato come una legge per un sistema con una sola Camera, con due comporta il rischio di maggioranze diverse.
Al Senato c’è il cosiddetto Consultellum, ovvero la legge che viene fuori dalla precedente sentenza della Consulta sulla legge elettorale di Calderoli (a testimoniare la perdurante incapacità del Parlamento in materia): è un proporzionale puro, con uno sbarramento all’8 per chi va da solo e al tre per cento per le liste nelle coalizioni.
Due leggi elettorali che non sono perfettamente “armoniche”, anzi non lo solo per nulla: al Senato non c’è premio e ci sono le coalizioni, alla Camera c’è il premio ma non ci sono le coalizioni.
Il punto però e che, sia pur non armonica per i due rami, una legge c’è. Spiegava Orfini in Parlamento: “Anche l’8 al Senato si può considerare un principio maggioritario. La legge è utilizzabile”.
Ecco il punto, tutto politico. La legge che esce dalla Corte consente, sulla carta, la forzatura a Renzi e al partito del “voto a giugno”.
Due minuti dopo la sentenza della Corte dice Ettore Rosato, capogruppo del Pd: “Vedo di una disponibilità a discutere di legge elettorale da parte del M5S, se riguarda anche il Mattarellum bene se no una legge elettorale c’è. Quanto tempo diamo al Parlamento per valutare il Mattarellum? Se non c’è il Mattarellum abbiamo i Consultellum”.
Poco dopo, Renzi fa filtrare: “Basta Melina, Mattarellum o voto”. Dunque, un tentativo sul Mattarellum, poi basta. E si vota. Come chiede anche l’M55 e la Lega, insomma un bel pezzo di Parlamento. Almeno nelle intenzioni.
Il punto chiave che consente la forzatura sono i capilista bloccati, che la Corte non mette in discussione. I famosi “cento capilista” che i partiti si possono nominare. Facciamo un esempio.
Con questa legge Berlusconi, che prende meno di cento seggi alla Camera, si nomina tutto il suo gruppo parlamentare. Renzi ne prende attorno ai 200, dunque ne nomina mezzo. Il grosso della Camera è di nominati.
Proprio il criterio di nomina aiuta il tentativo di un blitz sulle elezioni anticipate. Perchè produce un riflesso d’ordine con gli aspiranti nominati che hanno paura di essere fuori dalle liste, saldamente nelle mani di Renzi.
Che potrà distribuire posti sicuri pur di ottenere lo scioglimento. Dice un alto in grado del Pd: “A questo punto Renzi distribuirà posti sicuri per blindare l’accordo con le correnti, da Orlando a Franceschini”. Nè questa dinamica è intaccata dall’intervento della Corte sul meccanismo dei capilista plurimi, per cui è stato introdotto un criterio che non è l’arbitrio.
Insomma, la sentenza mette agli atti che l’Italicum era una cattiva legge con profili di incostituzionalità .
La boccia, ma al tempo stesso indica una via d’uscita, consentendo di tornare al voto a una classe politica incapace di produrre buone leggi elettorali da diversi lustri.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
SUL MATTARELLUM NON C’E’ CONVERGENZA, QUINDI AL VOTO A BREVE
“Stiamo stappando lo spumante”, esulta una fonte renzianissima un minuto dopo la decisione della
Consulta sui ricorsi dell’Italicum.
“Sobrietà ”, frenano dal Nazareno dove Matteo Renzi è riunito con Guerini e Serracchiani, Rosato, Bonifazi e Fiano.
Al di là dei brindisi, il segretario del Pd si dice “soddisfatto”. Per lui la Corte Costituzionale apre la strada al tanto agognato voto anticipato. Una data: 11 giugno, continua a ripetere, implicita nella chiusa del dispositivo deciso dalla Corte dopo due giorni di dibattimento e camera di consiglio.
Ovvero la frase: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Secca, inconfutabile. Almeno per Renzi e per chi in Parlamento vuole il voto anticipato come lui: M5s e Lega.
Per Renzi è la soluzione al rebus.
Il segretario ha ricominciato a sperare quando ieri la Corte ha deciso di rinviare a oggi la decisione. La sentenza doveva arrivare a pranzo, poi è slittata al pomeriggio. E pare che i giudici siano rimasti a discutere proprio sul punto più caro a Renzi.
Cioè sulla pronta applicabilità della sentenza sulla legge elettorale, sull’opportunità di occuparsi anche dell’omogeneità dei due sistemi elettorali tra Camera e Senato.
La frase finale elimina i dubbi, così la legge il segretario del Pd e i suoi, convinti che al Colle la pensino così.
Tanto che proprio oggi, non a caso, Renzi lancia il suo nuovo blog, si esercita in nuove invettive con l’Unione Europea, smonta la vecchia segreteria Dem anche se non annuncia la nuova (prossimi giorni), ma di fatto Renzi è già in campagna elettorale. Prima tappa: sabato e domenica a Rimini con gli amministratori locali del Pd.
“Ora basta melina, il Pd è per il Mattarellum, i partiti dicano subito se vogliono il confronto. Altrimenti la strada è il voto”, dice il segretario parlando con i suoi nel suo studio al Nazareno.
Di fatto però la via del ritorno al Mattarellum si è già consumata, forse in Parlamento non è mai nata. E allora, dicono i suoi più stretti, “la sentenza della Consulta ci permette di puntare al voto e ci elimina l’incombenza di dover fare per forza la legge elettorale laddove nessuno la vuole fare”.
In Transatlantico il renzianissimo Dario Parrini, deputato e segretario regionale Dem in Toscana, è impegnato a spiegare i motivi ai tanti giornalisti che glielo chiedono.
Il ragionamento è questo: la Corte ha salvato il premio di maggioranza per la lista che prenda il 40 per cento alla Camera, ha eliminato il ballottaggio.
Al Senato c’è uno sbarramento dell’8 per cento su base regionale. Se si considera quella soglia del 40 per cento nei fatti irraggiungibile, allora ecco che emerge un sistema simile tra le due Camere, largamente proporzionale, omogeneo.
Un sistema pronto per il voto. “Suscettibile”, scrive la Corte.
Ma c’è un altro punto della sentenza che fa contento Renzi e regala munizioni al ‘partito del voto anticipato’. Vale a dire: i capilista bloccati.
La Consulta non li ha eliminati. Ha solo deciso che chi è candidato in più collegi non potrà decidere dove essere eletto a sua discrezione. Sarà un sorteggio a stabilirlo.
Ma i capilista bloccati sono per Renzi la garanzia di poter governare le correnti.
E’ il segretario a deciderli. Saranno materia di contrattazione con le varie aree del partito. Voto subito in cambio di 20-25 capilista, per fare un esempio.
I capi-corrente di maggioranza — da Franceschini a Orlando — dovranno trattare su questo, è lo schema renziano.
“Per noi bisogna andare a votare subito”, dice il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato. “La legge così come modificata dalla Corte è immediatamente applicabile perchè si tutela ‘il principio costituzionale di dare la possibilità al presidente della Repubblica di sciogliere le Camere’ quando fosse necessario”.
La legge è “omogenea ed è subito applicabile”, rincara il vicesegretario Lorenzo Guerini.
I renziani mostrano una baldanza che non si vedeva da prima del referendum costituzionale. Renzi pensa di riunire la direzione del Pd per tirare le fila delle nuove parole d’ordine alla luce delle decisioni della Consulta.
Ora l’obiettivo è: se il Parlamento non decide per il Mattarellum, votato da tutta l’assemblea Dem a dicembre, allora meglio andare al voto a giugno. E’ un estremo tentativo o una finta per dar mostra di tener fede alla parola data. “Una verifica rapida”, la definisce Fiano. Ma Renzi vede già le urne e fa affidamento sul fatto che dal Colle non gli arriveranno ostacoli.
Ma qual è l’atto che porterà il presidente della Repubblica a sciogliere le Camere?
Il Pd renziano dice che è una questione di formalità . Varie le ipotesi allo studio: dimissioni di Paolo Gentiloni per esaurito compito della legislatura. Un po’ come fece Mario Monti alla fine del 2012. Meno quotata l’opzione secondo cui il Pd a un certo punto ritiri il suo appoggio al governo. Renzi immagina un percorso di comune accordo: almeno nella maggioranza del suo partito.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
UNA POLITICA INCAPACE DI DECLINARLO IN MODO APPENA GUARDABILE
Il maggioritario muore di tradimento, e non da parte della Consulta ma di una politica incapace di declinarlo in modo appena appena costituzionale e guardabile.
La Corte infatti ci riporta al proporzionale come scelta obbligata, dovuta alla necessità di non poter ammettere un maggioritario sciatto e arruffato dove anche con tre voti ci si aggiudica il cinquantacinque per cento dei seggi.
Lo aveva fatto in modo grossolano il Porcellum, e lo ha fatto poi in modo ugualmente grottesco l’Italicum.
Si era provato a segnalarlo sin dall’inizio ma la sordità di governo e di una tetragona e servizievole maggioranza fu totale.
Che dovesse finire così lo si sapeva quindi dal giorno in cui con la forzatura del super-canguro (ve lo ricordate l’ineffabile senatore Esposito?) fu approvata una legge che bellamente ignorava quel che la Corte costituzionale aveva appena detto sul Porcellum.
Perchè come era stato facile prevedere anche ieri su queste colonne, se c’è una cosa certa è che la Consulta (come tutte le Corti costituzionali) dà continuità alle proprie recenti e motivate pronunce.
Ma le mani un po’ saccenti che scrissero l’Italicum, non vollero nemmeno leggere quella sentenza pur fresca di stampa, nè tanto meno capirla nei suoi inequivocabili principi. E consiglieri sempre troppo ossequiosi in attesa di ricompense, omettevano di segnalarlo.
Non c’è nessun vincolo costituzionale a fare una legge elettorale proporzionale, aveva detto e ripetuto la Corte, aggiungendo pure che la governabilità è senz’altro un valore non inferiore a quello della rappresentanza; ma aveva aggiunto la correzione maggioritaria non può essere fatta completamente a casaccio come anche un bambino rileverebbe.
E allora se è all’evidenza necessario stabilire un quorum di voti minimi per prendere il premio, non è che se poi fai due turni sempre senza quorum hai risolto granchè. Piuttosto sei ricaduto nello stesso medesimo pasticcio. Lo dicemmo, invocammo pronte correzioni approfittando del tempo a disposizione; ma fu come urlare nel deserto.
La cosa era così grossolana che se mai ci avrebbe dovuto pensare la Presidenza della Repubblica.
E però Napolitano ne fu persino fautore senza farne mistero; mentre al momento del varo Mattarella era troppo fresco di nomina (pochi giorni) per esordire con un clamoroso rinvio alle Camere di una norma che, in una generale corrività , veniva sbandierata come la “migliore del mondo” e che ci verrà “copiata dagli altri paesi” (sic!). Pensa che fregatura avrebbe preso se lo avessero fatto.
Così maggioritario e governabilità muoiono di tradimento da sciatteria (e buona dose di arroganza) da parte degli stessi che se ne dicevano assertori.
Mentre la Consulta non ne è in alcun modo preconcetta avversaria, come anche ieri ha dimostrato validando la soglia e il premio del primo turno, pur ancorati ad una soglia (del 40%) ben al di sotto di quella a suo tempo stabilita da una legge bollata come “truffa”.
Sicchè ora teoricamente tutte le strade sarebbero aperte e pienamente costituzionali anche quella di una legge maggioritaria purchè minimamente ben fatta su base nazionale o di collegio come fu il Matarellum.
Nè ha senso dire che non attaglierebbe al tripolarismo quanto è proprio la frammentazione a suggerire leggi maggioritarie, purchè dignitosamente congegnate.
Ma ovviamente è illusorio che lo facciano; allora non resta che lasciare l’impianto che la Consulta è stata costretta a ritagliare, però con la necessaria accortezza che si dovrebbe avere, di ridurre collegi enormi (al Senato sono persino regionali) che in combinato con le appiccicose preferenze ci danno una legge obbligata per la Corte ma ben brutta per gli elettori.
Sarebbe inoltre l’occasione per superare l’ulteriore pasticcio dei capilista bloccati e la mortificazione del sorteggio che pure i giudici hanno dovuto imporre.
La correzione uninominale quindi, fermo il residuato impianto proporzionale, è il minimo che si possa pretendere dopo tanto tempo così assurdamente perduto.
Almeno questo lo avremo?
Gianluigi Pellegrino
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
PROPORZIONALE PURO A PALAZZO MADAMA, CON UNA SOGLIA SU BASE REGIONALE DELL’8% PER COALIZIONI O I PARTITI CHE CORRONO DA SOLI… A MONTECITORIO PREMIO ALLA SINGOLA LISTA CHE SUPERA IL 40%
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale Camera e Senato si ritrovano con un sistema elettorale che
diverge su più punti.
A Montecitorio è immediatamente applicabile, come non poteva non essere, mentre quello di Palazzo Madama è lo stesso uscito dalla precedente sentenza della Consulta (n 1 del 2014), chiamato nel linguaggio giornalistico Consultellum proprio perchè scritto dai 15 giudici costituzionali.
Quella sentenza dichiarò illegittimi alcuni punti del Porcellum lasciandone in vita altri.
Il Parlamento ha poi approvato nel maggio 2015 una nuova legge elettorale per la sola Camera (l’Italicum), da cui la Corte ha oggi espunto il ballottaggio.
Ecco i due sistemi che sono oggi in vigore.
Senato
Sistema proporzionale puro, con una soglia su base regionale dell’8% per le coalizioni o i partiti che corrono da soli, e del 3% per i partiti all’interno delle coalizioni. È prevista la preferenza unica. Ogni collegio ha ampiezza regionale, anche nelle Regioni più popolose (Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia, ecc) il che rende difficile e onerosa la caccia alle preferenze.
Camera
È un sistema proporzionale ma con un premio alla singola lista che supera il 40% (il premio non scatta per le coalizioni). In caso di mancato raggiungimento di questa soglia, si passa al riparto proporzionale tra tutti i partiti che hanno superato il 3%.
Una volta stabiliti quanti deputati spettano complessivamente a ciascuna lista, attraverso un complicato algoritmo i numeri vengono proiettati su 100 collegi plurinominali, in ciascuno dei quali vengono eletti tra i 5 e i 7 candidati.
In ogni collegio i partiti presentano dei listini di 5-7 nomi: il primo candidato è bloccato (viene cioè eletto automaticamente se per quel partito scatta il seggio), mentre per gli altri c’è la preferenza.
L’elettore ha a disposizione due preferenze, ma solo se vota un uomo e una donna, altrimenti si deve accontentare di una sola preferenza.
Ci si può candidare come capolista in più collegi (fino a dieci). Se si viene eletti in più di un collegio, verrà tirato a sorte quello in cui il candidato viene dichiarato eletto.
Omogeneità
Alcuni sostengono che i due sistemi non sono omogenei — come ha chiesto il presidente Mattarella — perchè per il Senato è un proporzionale puro, mentre per la Camera viene reso maggioritario attraverso il premio.
Inoltre per il Senato sono previste le coalizioni, cosa non previste nel sistema della Camera (anche se una lista può essere composta da più partiti che si presentano insieme sotto un unico simbolo, come fu per l’Ulivo, rinunciando al proprio). Altri sottolineano invece che entrambi hanno un impianto proporzionale, e che al premio della Camera corrisponde in Senato la soglia dell’8%.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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