Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
“LEGGE GIA’ APPLICABILE”
Italicum, la Consulta boccia il ballottaggio e salva il premio di maggioranza. No anche ai capilista bloccati e alle pluricandidature.
Sul premio di maggioranza, dunque, la Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità . Sono le attese decisioni dei giudici della Corte Costituzionale.
Che, aggiungono, con questa sentenza “la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Si potrebbe, dunque, votare subito.
Quindi il premio di maggioranza per il partito che ottiene il 40% dei voti è legittimo.
I rilievi eraqno contenuti in cinque ordinanze giunte dai tribunali di Messina, Torino, Perugia, Genova e Trieste. A promuovere i ricorsi un pool di avvocati: tra loro Felice Besostri, che fu già al centro dell’azione contro il Porcellum (video), poi dichiarato incostituzionale nel 2014. Giudice relatore è Nicolò Zanon. Fra le parti, figura il Codacons rappresentato dal suo presidente Carlo Rienzi. A difesa della legge impugnata, l’Avvocatura dello Stato con Vincenzo Nunziata, in rappresentanza della Presidenza del consiglio dei ministri.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
HA SALUTATO CON UN SMS I MEMBRI DELLA VECCHIA SEGRETERIA ANNUNCIANDO DI FATTO LA NUOVA SQUADRA
Matteo Renzi riparte con un blog. «Il futuro, prima o poi, torna», è lo scritto con cui spiega di
rimettersi in cammino con un blog «non pensato per i reduci» ma per «camminare verso il futuro» aprendo a discussioni su Ue ma anche sul centrosinistra. «La sconfitta al referendum – ammette Renzi – ci ha fatto male. Con le riforme, volevamo un paese più semplice e più forte: è andata male. Volevo tagliare centinaia di poltrone e alla fine l’unica che è saltata è stata la mia. Ma anche quella sconfitta appartiene al passato».
Renzi lancia il primo tema di discussione sull’Unione europea.
«A cosa servono – si chiede l’ex premier – le istituzioni europee in un’era che i commentatori immaginano dominata dal rapporto Trump-Putin (tutto da verificare, peraltro)? A cosa serve l’idea dell’Europa nata a Ventotene? A inviare letterine ridicole per chiedere assurde correzioni sul deficit, come quelle che ci hanno inviato senza risultati per tre anni? Davanti a 45mila scosse di terremoto e all’inadempienza dell’Unione Europea sugli immigrati, come rispondiamo non alle regole -che rispettiamo- ma alle miopi interpretazioni delle regole fatte da qualche euro burocrate?».
L’ex premier, poi, guarda avanti. E saluta la vecchia squadra con un messaggio di poche righe. «Grazie per quanto avete fatto per il Pd».
Secondo quanto apprende l’Agi, Renzi ha salutato così i membri della segreteria del Nazareno annunciando di fatto la nuova squadra. «Riorganizzeremo il partito», dice il segretario, «continueremo a combattere insieme».
È quindi imminente l’annuncio del prossimo team, «anche se – spiega uno dei big del Nazareno – dal messaggio non si capisce se cambia tutta la squadra o soltanto alcuni membri». L’sms comunque è stato inviato a tutti i componenti della segreteria.
Renzi intanto attende il pronunciamento della Consulta sulle modifiche all’Italicum. Qualora le previsioni dovessero essere rispettate, una delle strade sarebbe quella di cercare di armonizzare le due leggi esistenti con un provvedimento, magari anche un decreto.
Il Pd punta sul Mattarellum ma qualora il tentativo di trovare un’intesa non si concretizzasse, in presenza di una sentenza della Consulta “auto-applicativa”, si potrebbe – osservano fonti parlamentari dem – andare a votare anche con le due leggi esistenti, ovvero l’Italicum per la Camera e il Consultellum al Senato.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
RIVOLTA NEL PD CONTRO LE VOCE DI UN BARATTO: SCAMBIO DI FAVORI CON LA LEGGE ELETTORALE TRA PD E LEGA?
“Se un partito di sinistra, il Pd, il mio partito, contrabbandasse una legge di civiltà come lo “ius soli” con un accordo sulla legge elettorale, quella sarebbe una delle ragioni per abbandonare quel partito”.
Gianni Cuperlo, leader della sinistra interna, esprime il disagio che cresce tra i democratici.
Il rischio che la riforma della cittadinanza ai nuovi italiani finisca nella palude, in cambio di un assist della Lega sulla legge elettorale per andare alle elezioni a giugno, agita il Pd.
E la rivolta non è solo della minoranza dem contro la realpolitik renziana, ma si allarga dentro il partito.
Sarebbe un “pactum sceleris”, un patto scellerato: lo definisce Roberto Cociancich, senatore renzianissimo, che ha guidato il comitato per il Sì al referendum costituzionale. “Lo stesso Matteo ha sempre detto che la riforma della cittadinanza era insieme con quella sulle unioni civili, uno dei provvedimenti che dà dignità a questa legislatura. Una legge elettorale non sta sullo stesso piano di una legge di civiltà come questa”.
Il Pd ha ritenuto la cittadinanza ai bambini nati in Italia figli di immigrati, uno spartiacque di modernità e di diritti.
Così da archiviare lo “ius sanguinis”, la cittadinanza italiana per diritto di sangue. Pierluigi Bersani, l’ex segretario del Partito democratico, ne aveva fatto il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.
Adesso lo ricorda: “Alla domanda su cosa avrei fatto per prima cosa se fossi andato a Palazzo Chigi, io rispondevo: “Se tocca a me si comincia dal primo giorno a chiamare italiani i figli di immigrati che studiano qui e che oggi non sono nè italiani, nè immigrati”.
Avverte: “Questo è l’impegno che avevamo preso con gli elettori”. Dal quale non si può derogare. Del resto era stato riconfermato da Enrico Letta diventando premier (“Sarà un provvedimento dei primi 100 giorni del mio governo”) e rilanciato da Renzi.
E ora? Ieri nell’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato il dossier “ius soli” è stato aperto da Doris Lo Moro.
Relatrice della riforma, capogruppo in commissione, Lo Moro ex magistrata, dice di essere determinata: “Porterò a casa la legge sulla cittadinanza a tutti i costi. I lavori vanno velocizzati”.
Ammette che sì, “in questi giorni si sente che c’è qualcosa che non va. Credo sia collegato alla sentenza della Consulta e alle sue conseguenze: se si va al voto prima dell’estate o meno. Comunque non mi sembra credibile l’ipotesi di voto anticipato con tutti i problemi sul tavolo. E con la Lega non abbiamo nulla che ci accomuni, non vedo neppure affinità sulla legge elettorale”.
Capitolo Lega. Roberto Calderoli, leader del Carroccio e vice presidente del Senato, è convinto che la riforma della cittadinanza non vada più da nessuna parte.
“Se approda in aula presenterò non gli 8 mila emendamenti già depositati in commissione, ma milioni. Faremo su questo la campagna elettorale”.
Per novecentomila ragazzi, italiani di fatto, nati, cresciuti in Italia, la speranza è appesa al filo della politica. La commissione Affari costituzionali al Senato è senza presidente, perchè Anna Finocchiaro, che la guidava, è diventata ministra dei Rapporti con il Parlamento.
Anche questo non aiuta a portare avanti i provvedimenti. Salvo Torrisi, alfaniano, in queste settimane presidente temporaneo, commenta: “Il tema è la durata della legislatura. Se si va a votare a giugno, sarà molto difficile approvare una riforma così divisiva”.
Il 13 ottobre del 2015 la Camera dei deputati ha dato il primo via libera allo “iu soli”, dopo un decennio di annunci bloccati. La comunità di Sant’Egidio aveva presentato una proposta di legge nel 2004.
Al Senato la riforma della cittadinanza si è impantanata. Partecipando al convegno organizzato da Emma Bonino sull’immigrazione, il presidente Pietro Grasso ha assicurato il suo impegno: “È una priorità “.
Il sondaggio
E’ favorevole a dare la cittadinanza italiana ai figli di immigrati nato in Italia il 73% degli italian. La apparente sorpresa è che l’elettorato di centodestra a maggioranza è anch’esso favorevole, dimostrando maggiore lucidità dei vertici dei loro partiti di riferimento. Il 70% di elettori di Forza Italia e il 53% di chi vota Lega è favorevole.
Percentuale che sale rispettivamente all’82% e al 67% di favorevoli nei due partiti a concedere che votino alle elezioni politiche e amministrative.
Con buona pace di Calderoli e dei suoi emendamenti che servono solo a lui per dimostrare che respira aria dal naso.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
UNA LEGGE ANTIQUATA E UNA BUROCRAZIA ASSURDA IMPEDISCONO L’INTEGRAZIONE DI CHI DA ANNI IN ITALIA RISIEDE E LAVORA
Sarà perchè è nata a Roma diciotto anni fa e nella capitale ha sempre vissuto, ma Cristina ci teneva
tanto a diventare cittadina italiana.
Eppure, al momento giusto, non le sono bastati i 18 anni e i – tanti – documenti in regola. C’è voluto molto di più.
Nonostante Cristina sia una persona “fragile” che la sociologia definirebbe “a rischio di discriminazione multipla”: è disabile, Rom e donna.
Così, quando con i genitori – nati anche loro in Italia anche se non cittadini – e i suoi amici di Sant’Egidio si è recata negli uffici comunali per ottenere, secondo la legge, ciò che era suo diritto, è iniziato un altro percorso a ostacoli.
“La norma prevede che la persona esprima la volontà di diventare cittadina”, è stato obiettato. Cristina non parla, ma fa capire bene ai genitori i suoi bisogni primari. Ha persino una “scheda” su cui indicare il sì e il no (come se non bastasse il sorriso largamente espressivo con cui accoglie gli amici e fa capire cosa le piace).
Ma neanche questo è sufficiente: non è previsto da leggi e regolamenti, gli impiegati sono in imbarazzo, rinviano, chiedono certificazioni, rimandano.
Quando, con il padre, raccontiamo la sua storia in giro, le persone si stupiscono: “Ma perchè non è già italiana?”. E ancora: “Nata in Italia, figlia di genitori nati in Italia, e non le danno la cittadinanza?”.
Lo stupore è legittimo, perchè generalmente il sentimento delle persone sull’argomento è di grande buon senso e supera la legge: i figli di famiglie straniere “lungoresidenti” (cioè che vivono da molti anni in Italia) e nati in Italia, sono considerati ormai da tutti cittadini italiani, anche se per la legge non lo sono: bisogna fare domanda a 18 anni. È così che “funziona” ancora oggi in Italia.
Dopo diversi tentativi – compresa l’esibizione della “tabella” per dimostrare il modo con cui si esprime la ragazza – si riesce finalmente a ottenere una ricevuta con numero di protocollo dall’ufficio, con oggetto “valutazione documentazione legge 91/92 art. 4 comma 2”.
Sembra una piccola vittoria, ma poco dopo arriva la doccia gelata: l’ufficio di stato civile non intende accettare l’istanza dell’interessata.
Non resta che una via: il papà deve diventare amministratore di sostegno e chiedere la cittadinanza per lei. Peccato che i tempi del tribunale sono molto lunghi e si rischia di superare il 19° anno di età di Cristina, dopo il quale si perde il diritto alla cittadinanza.
Si pensa quindi a un ultimo tentativo: un’istanza urgente al giudice tutelare.
Il papà va in Tribunale, incontra un giudice sensibile che si prende a cuore la questione e che, in un tempo breve, decide di nominarlo amministratore di sostegno di sua figlia. Così, presenta subito la domanda e Cristina diviene italiana: senza alcuna solennità , come una pratica evasa…
Con la famiglia e gli amici Cristina ha fatto una grande festa mostrando i suoi sorrisi migliori. Vale la pena di raccontare la sua storia, perchè quando trionfa il buonsenso e si affermano i diritti – soprattutto dei più deboli – è una vittoria per tutta la società .
Ed è la sconfitta di una legge antiquata, ingiusta e pericolosa perchè nemica dell’integrazione di migliaia di persone che da anni in Italia risiedono e lavorano senza esserne cittadini.
Paolo Ciani
Comunità di Sant’Egidio
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
IN DUE ANNI HA DATO IL COLPO DI GRAZIA ALLA LEGA: DOPO I 71 LICENZIATI DUE ANNI FA, ORA GLI ULTIMI 24… “ELEVATI COSTI DI GESTIONE” IL MOTIVO: CERTO, CON QUELLO CHE COSTA SALVINI AL PARTITO
La comunicazione è stata ufficializzata via fax ieri alle 16,56: la Lega Nord mette in mobilità (brutalmente: licenzia) i 24 dipendenti del partito che si erano salvati dai primi esuberi del 2014.
Allora furono 71 quelli lasciati a casa, ma adesso è davvero la fine del vecchio partito così com’era sempre stato: in via Bellerio e nelle altre strutture del Carroccio non ci sarà più neanche un funzionario stipendiato dalla casa madre.
Come vuole la legge, le imprese (in questo caso la Lega) devono comunicare a Cgil, Cisl e Uil le proprie intenzioni in fatto di procedure di messa in mobilità .
A firmare l’atto inviato alle organizzazioni sindacali non è però il segretario Matteo Salvini, ma il tesoriere Giulio Centemero.
“Il cambio del sistema di finanziamento ha comportato anche per la Lega una improvvisa e drastica riduzione delle risorse economiche e finanziarie”, spiega la missiva. “Fattori che hanno richiesto drastici interventi di ristrutturazione”.
Il tesoriere parla di una “grave crisi” economica della Lega, dovuta agli “elevati costi di gestione” che però non sono supportati da “adeguati ricavi”.
Passati dai 3,5 milioni del 2015 ai 2,2 del 2016. Mentre i costi si attestano sui 3 milioni annui.
Quindi ecco la mobilità per i 22 dipendenti e i due quadri ancora in forza al partito.
Sedici di loro sono in servizio presso la storica sede di via Bellerio (cinque sono classificati come “autisti”).
Sede già lontana parente di quella dei fasti bossiani: la mensa fu chiusa tre anni fa e altri interi uffici sono stati dismessi successivamente.
Ora l’atto finale di una vicenda che si intreccia con la chiusura dei rubinetti del finanziamento pubblico da una parte e alla cattiva gestione del patrimonio della Lega durante gli anni della malattia di Umberto Bossi (a Genova è ancora in corso il processo contro l’ex tesoriere Francesco Belsito).
Mentre per Salvini, che da anni nei suoi comizi e nelle uscite pubbliche oltre all’immigrazione tocca sempre il tema del lavoro (che manca), il nuovo e definitivo licenziamento dei propri dipendenti sarà giocoforza un nuovo e sicuro danno di immagine.
“Già nel 2014 la Lega aveva promesso e non mantenuto l’impegno a ricollocare i lavoratori – dice Andrea Montagni della Filcams Cgil – e nel corso della mia esperienza sindacale solo il Carroccio e Forza Italia non si sono mai preoccupati del destino dei propri ex dipendenti. Persino la vecchia Democrazia proletaria si impegnò per trovare una sistemazione. Comunque sia, la Lega che a parole difende i lavoratori poi abbandona i suoi”.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
IL M5S ORIENTATO VERSO L’AUTOSPENSIONE DELLA SINDACA, AL SUO POSTO DE VITO O FERRARA
Virginia Raggi ha ricevuto dalla Procura di Roma un invito a comparire: la sindaca è indagata per
abuso d’ufficio e falso in atto pubblico in relazione alla nomina a capo dipartimento del Turismo di Renato Marra, fratello dell’ex capo del personale Raffaele.
I pm di piazzale Clodio l’hanno convocata per un interrogatorio fissato per lunedì 30 gennaio. La sua iscrizione nel registro degli indagati è avvenuta dopo Natale in base alla relazione dell’Anac sulla nomina di Renato Marra inviata in Procura il 21 dicembre.
La sindaca ha informato il popolo dell’invito a comparire su Facebook, evitando accuratamente — in nome della trasparenza quanno ce pare, concetto che ha rappresentato la luce del cammino della Raggi in Campidoglio finora — se l’invito le è arrivato in qualità di indagata o come persona informata dei fatti (la precedente affermazione, a scanso di equivoci, è ironica).
A precisarlo però ci ha pensato la procura: nella vicenda risulta indagato anche Raffaele Marra, accusato di concorso in abuso d’ufficio; l’ex braccio destro della sindaca, dal 16 dicembre scorso è in carcere per una vicenda di corruzione che coinvolge anche l’immobiliarista Sergio Scarpellini.
Per la Procura di Roma, come spiega il Fatto Quotidiano, il reato di abuso d’ufficio si sarebbe realizzato in due fasi: quando l’allora capo del Personale concorre all’iter della nomina, senza quindi astenersi per evitare così un possibile “conflitto di interessi”; e quando la Raggi non fa una “una valutazione comparativa dei curricula degli aspiranti dirigenti”, prima di procedere alla nomina.
La procura imputa alla Raggi la mancanza di una selezione interna che ha procurato intenzionalmente a Renato Marra un ingiusto vantaggio di fascia retributiva. Il secondo reato, quello di falso in atto pubblico, invece — ed è questa la parte divertente della storia — è tutto da imputare alla clamorosa furbizia di Virginia Raggi: quando l’ANAC le chiede conto della nomina, la sindaca occulta il ruolo di “uno dei 23mila dipendenti del Campidoglio”, con una nota “indirizzata al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza di Roma Capitale, confermava, contrariamente al vero, che il ruolo di Marra in relazione alla procedura per la nomina del fratello era stato di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da lei assunte senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisione”.
Due reati invece di uno, insomma, e il secondo la sindaca avrebbe potuto facilmente evitarlo.
C’è da segnalare che la Raggi si trova nei guai anche “grazie” all’indagine su Raffaele Marra. È grazie all’inchiesta nei confronti della casa dell’ex vicecapo di gabinetto della Giunta Raggi che sono spuntate le chat dei quattro amici al bar nelle quali si parlava anche della nomina di Renato Marra.
E’ evidente che la Raggi avrebbe potuto finalmente immaginare che, visto che Renato Marra aveva inoltrato domanda per diventare Comandante dei Vigili (fascia 5) per accettare alla fine un ruolo di fascia 3 dalla fascia 1 in cui si trovava, la nomina avrebbe comportato un aumento di stipendio per il fratello di Raffaele.
Eppure incredibilmente la sindaca ha risposto “Questa cosa dovevi dirmela, mi mette in difficoltà ” nella chat a Raffaele, richiamandolo per la vicenda.
In ogni caso Giovanna Vitale su Repubblica scrive oggi che gli avvocati sono già al lavoro “per calcolare l’entità di una eventuale condanna della Raggi, i riflessi della legge Severino che dopo il primo grado sospende gli amministratori per 18 mesi e mettere a punto il piano «per tenere in piedi la baracca».
Perciò la sindaca potrebbe autosospendersi dall’incarico per impedimento temporaneo; chiedere il patteggiamento per ottenere uno sconto di pena; far governare al suo posto un vicesindaco, che però dovrà essere del Movimento, sostituendo l’attuale Luca Bergamo con uno dei consiglieri eletti, De Vito o Ferrara.
Solo ipotesi al momento. In attesa di «vedere che succede»”.
Marcello De Vito, il presidente del consiglio comunale, viene preso letteralmente d’assedio dai “portavoce” grillini: «E ora che facciamo? Serve una soluzione, subito». La risposta arriverà qualche ora più tardi, ad assemblea capitolina sciolta: la sindaca rischia la condanna e, causa legge Severino, una sospensione fino a 18 mesi.
Ecco, allora, l’idea: un vicesindaco politico per sopravvivere, per evitare nuove elezioni e il rischio di riconsegnare la capitale alle opposizioni.
Due i nomi, entrambi legati alla corrente di Roberta Lombardi, influentissima deputata romana M5S: i papabili – con il placet di Beppe Grillo – sarebbero lo stesso Marcello De Vito e Paolo Ferrara, il capogruppo della maggioranza pentastellata in Campidoglio.
Devono essere pronti a entrare in azione in tempi brevissimi», commentano tra loro i consiglieri. Perchè la sindaca, sulla falsariga di quanto accaduto a Milano con Beppe Sala, potrebbe autosospendersi già al momento dell’imputazione.
In altre parole, il cambio al vertice potrebbe avvenire già entro la fine di gennaio.
Si tratterebbe dell’ennesimo colpo – questa volta davvero difficile da incassare – per i 29 grillini dell’aula Giulio Cesare.
Ieri, dopo sette mesi vissuti tra pochi acuti e molti bassi, sono saltati sulla sedia. Per poi – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – dividersi tra rassegnati e complottisti. Davanti alla tranquillità ostentata dalla sindaca Raggi ( «Sono serena»), le reazioni sono state a dir poco contrastanti.
Se accadesse, sarebbe davvero strano il destino di De Vito: sconfitto alle urne grilline si troverebbe sullo scranno più alto del Campidoglio grazie ai giudici.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
ORA AI MAGISTRATI DOVRA’ FINALMENTE SPIEGARE PERCHE’ SCELSE PROPRIO MARRA COME PERSONA DI STRETTA FIDUCIA E COSA SI CELA DIETRO QUESTA SCELTA
Le circostanze di fatto che hanno convinto la Procura di Roma a iscrivere la sindaca di Roma al registro degli indagati consegnano Virginia Raggi a una verità che prescinde dalla valutazione giuridica che l’indagine prima e un eventuale processo poi daranno di questa vicenda.
E che, all’osso, suona così. Virginia Raggi ha mentito. Almeno tre volte.
All’Autorità Anticorruzione, prima. Al suo Movimento, poi. All’opinione pubblica.
E lo ha fatto nella piena consapevolezza della menzogna che era convinta di poter dissimulare. A tratti persino con arroganza.
Almeno fino a quando Raffaele Marra, il suo Rasputin, non è finito a Regina Coeli accusato di corruzione e le memorie dei suoi telefoni cellulari e del suo Pc sono state aperte nei laboratori del Nucleo investigativo dei Carabinieri.
La storia è nota. Nell’ottobre dello scorso anno, Renato Marra, fratello del più noto Raffaele, viene trasferito dalla Polizia Municipale e nominato capo del Dipartimento del Turismo del Campidoglio all’esito di una procedura che vede la rotazione di 40 dirigenti comunali e che di legittimo non ha nulla. Nè la forma, nè la sostanza.
Non la forma, perchè prevede che la selezione dei dirigenti non avvenga attraverso le forme consuete del cosiddetto “interpello” (la richiesta di manifestazione di interesse con cui i singoli dirigenti concorrono all’assegnazione degli incarichi oggetto della rotazione) e dunque con la valutazione comparata dei curriculum, ma a semplice e assoluta discrezione della sindaca.
Non la sostanza, perchè Raffaele Marra, fratello di Renato, in qualità di Capo del Dipartimento del Personale – ufficio deputato a istruire la procedura di rotazione – è in pieno conflitto di interessi e dunque, secondo quanto previsto dallo stesso regolamento del Campidoglio, è tenuto ad astenersi.
Ma la Raggi tira dritto. Subisce la nomina di Renato Marra, come se non fosse lei la sindaca, ma lo fosse il fratello Raffaele.
Perchè questo raccontano almeno due chat estratte dal cellulare di Raffaele che danno conto di altrettante conversazioni.
Nella prima la Raggi si lamenta con Raffaele di essere stata messa di fronte al fatto compiuto, di non sapere nulla neppure dell’aumento di stipendio connesso alla nomina di Renato (ventimila euro in più all’anno).
Nella seconda, Raffaele invita Renato, nell’autunno del 2016, a correre per un posto che, evidentemente, ha già battezzato come suo. “C’è una posizione. Perchè non fai domanda?”.
La Raggi va dunque a rimorchio. Ci mette la faccia e la firma, anche se la nomina è faccenda che i due fratelli Marra, in pieno conflitto di interesse, si sbrigano in casa propria.
Per la Procura è appunto un abuso. Ma quel che conta è che l’abuso è coperto dal falso. Dalla menzogna.
La Raggi mette infatti a verbale dell’Autorità anticorruzione del Comune (che trasmetterà l’atto all’Anac di Cantone) di aver deciso tutto da sola.
Di non aver coinvolto neppure per sbaglio Raffaele Marra nella faccenda che riguarda il fratello.
E quella menzogna viene ripetuta non solo a chi, nel M5Stelle, le chiede conto delle polemiche che scoppiano in autunno, ma anche alla stampa e all’opinione pubblica.
A quei famosi cittadini romani che, retoricamente, non cessa ogni giorno di ripetere essere gli unici a cui deve dare conto.
L’inganno è documentato. E ripropone la domanda che insegue la Raggi dalle settimane immediatamente successive il suo insediamento.
Quando, dietro le mosse opache dell’affaire Muraro prima e Marra poi, si è cominciato a intuire il profilo nitido di un grumo di interessi, di immarcescibili reti di relazioni proprie di quella destra romana lesta al trasformismo e a salire sul carro del vincitore.
E che torna ad essere il cuore anche di questa vicenda giudiziaria. Se è infatti chiaro come si sia consumato l’abuso resta un’incognita, il perchè.
La Raggi, persino nei giorni dell’arresto di Raffaele, quando venne costretta a uno sbrigativo e solitario autodafè (che ammetteva obtorto collo un peccato di fiducia, ma refrattario a ogni domanda), non ha infatti mai spiegato per quale diavolo di ragione abbia impiccato se stessa e la sua Giunta a un figuro come Marra.
Cosa le portasse o le avesse portato in dote quel dirigente figlio della stagione di Alemanno che scambiava con un costruttore come Scarpellini benevolenza in cambio affari immobiliari.
Perchè a Marra non abbia mai potuto dire dei “no”.
È verosimile scommettere che, non avendolo fatto sin qui, neppure stavolta la sindaca risponderà a quella domanda. Almeno pubblicamente.
Ma è altrettanto verosimile che sarà questo uno dei nodi dell’interrogatorio in Procura che affronterà il 30 gennaio. Al procuratore aggiunto Paolo Ielo non potrà raccontare nè la storiella di lei, neosindaca Alice nel Paese delle meraviglie, nè di avere scarsa dimestichezza con il diritto amministrativo (in fondo, la Raggi è un’avvocatessa cresciuta alla scuola Previti-Sammarco).
Non fosse altro perchè in questa inchiesta non è la sola protagonista in commedia. Raffaele Marra, che dell’abuso risponde con lei, è in carcere. È stato scaricato e gli resta una sola cartuccia.
Decidere se raccontare o meno la vera sostanza del suo rapporto con la Sindaca che non sapeva dirgli di no.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 25th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINDACA DIEDE UN’ALTRA VERSIONE
“Si è liberato il posto di responsabile del Turismo, fai la domanda”. Questa frase, contenuta in una chat
fra i fratelli Marra dell’ottobre scorso, potrebbe complicare il futuro di Virginia Raggi al Campidoglio.
In una lunga conversazione via Whatsapp, il capo del Personale del Campidoglio Raffaele Marra esortava il fratello Renato, allora vice capo della polizia municipale, a candidarsi per la nomina, che sarebbe arrivata il 9 novembre successivo.
Parole che contraddicono quanto Virginia Raggi ha detto alla responsabile dell’anticorruzione del Campidoglio: “Sono stata io a sceglierlo, ho fatto tutto da sola”.
Orbita attorno a questo l’accusa di falso che la Procura di Roma contesta a Virginia Raggi, che verrà interrogata il prossimo 30 gennaio.
Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Francesco Dall’Olio le contestano due episodi di abuso d’ufficio, commessi in concorso con l’ex collaboratore, ora in carcere. “In concorso fra loro e previo concerto” Raggi e Marra avrebbero violato il regolamento comunale che vieta la partecipazione dei funzionari nella nomina di parenti e prevede la valutazione “comparativa dei curricula degli aspiranti”.
Si legge nell’invito a comparire che Raggi e Marra “procedevano alla nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele, alla direzione del Turismo di Roma Capitale procurando intenzionalmente al medesimo un ingiusto vantaggio patrimoniale costituito sia dalla nomina illegittima, sia dall’attibuzione di una fascia retributiva superiore a quella già posseduta”. Inoltre, “per occultare il reato commesso”, Virginia Raggi affermava “contrariamente al vero” all’Anticorruzione del Comune che “il ruolo di Raffaele Marra, in relazione alla procedura per la nomina del fratello Renato, era stato di mera e pedissequa esecuzione delle determinazioni da lei assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie di valutazione e e decisionali e con compiti di mero carattere compilativo”.
Le chat dimostrerebbero, secondo gli inquirenti, quale influenza avesse Marra su Raggi, ma anche sugli altri componenti dello staff. E proprio su questo si concentrerà l’interrogatorio del 30 gennaio prossimo.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2017 Riccardo Fucile
IMPEDITA A UNA FAMIGLIA EGIZIANA LEGITTIMA ASSEGNATARIA DI PRENDERE POSSESSO DI UN ALLOGGIO POPOLARE, CI DEVONO STARE GLI ABUSIVI ITALIANI: E LA POLIZIA STA A GUARDARE
Da una parte c’è una coppia di giovanissimi romani, lei 17 anni, incinta al sesto mese, lui ventenne precario.
Dall’altra una famiglia di origine nordafricana, padre, madre e 5 figli.
I primi sono occupanti abusivi di una casa dell’Ater in via Montecucco, al Trullo. I secondi, legittimi assegnatari proprio di quell’appartamento.
Poveri da una parte e poveri dall’altra, il buon senso avrebbe indotto a trovare da tempo un alloggio ad entrambi.
In mezzo, la sedicente destra sovranista romana a soffiare sul fuoco in un quartiere di periferia e a scandire lo slogan «Prima gli italiani».
Dopo lo sgombero in mattinata della coppia di romani da parte dei vigili urbani (in esecuzione di un’ordinanza della magistratura), un picchetto di poche decine di persone ha bloccato l’ingresso al condominio ai legittimi assegnatari e facendo intanto rientrare nella casa i due giovani italiani.
Così, poco più di un mese dopo le barricate dei residenti di San Basilio contro l’arrivo di una famiglia di origine marocchina che avrebbe dovuto prendere possesso di una casa popolare, il Trullo diventa il teatro di una nuova guerra tra poveri.
Perchè così come a San Basilio, anche ieri in via Montecucco la famiglia di egiziani ha rinunciato all’assegnazione di quella casa visto il clima che si era creato. Ora, insieme al dipartimento del Comune proveranno a trovare una nuova soluzione
Sul posto la polizia ha preso atto della situazione senza intervenire.
Ma Minniti non era il ministro muscolare che aveva promesso legalità ?
Che imput ha avuto il questore di Roma per consentire un palese compimento di reato?
Non esiste più il reato di omissione di atti di ufficio con il nuovo ministro degli Interni?
E se Minniti non era al corrente, che provvedimenti intende prendere nei confronti del Questore di Roma?
La destra è legalità .
Ha diritto a una casa popolare chi ne ha bisogno vitale e chi ne ha titolo, perchè tutti gli esseri umani hanno diritto a una vita dignitosa: questo differenzia la destra sociale da quella razzista.
E finiamola di deformare i richiami al passato: Mussolini avrebbe fatto caricare il picchetto “asociale” in 30 secondi: lui le case popolari le ha costruite per tutti, non ci ha speculato discriminando i poveri.
argomento: radici e valori | Commenta »