Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
UN ALTRO REFERENDUM CHE DIVENTA UN BOOMERANG PER CHI L’HA INDETTO
Ancora una volta, un referendum diventa un boomerang per chi l’ha indetto. Ma all’uomo forte della
Turchia, il presidente Erdogan, va meglio che al premier britannico Cameron — battuto di misura sulla Brexit — e al premier italiano Renzi — travolto sulla riforma costituzionale.
Perchè Erdogan il referendum lo vince, sia pure di stretta misura e non a mani basse come sperava.
La riforma costituzione in senso presidenziale passa, ma il risultato elettorale consegna a Erdogan ormai ‘presidentissimo’ un Paese spaccato, nonostante o, forse, anche a causa della repressione dell’opposizione e delle ‘purghe’ di giudici, generali, professori, intellettuali e giornalisti critici dell’involuzione autoritaria e islamica di un Paese da quasi un secolo laico e aperto all’Europa e all’Occidente.
Nello scrutinio, il sì è partito fortissimo, ma il suo vantaggio s’è progressivamente eroso: quando erano state scrutinate un terzo delle schede, il sì era ben sopra il 60%; alla metà , era sceso sotto il 60%; ai due terzi, era sotto il 55%; e alla fine s’aggirava sul 51%.
Ci sono stati 24 milioni 325mila voti per la riforma, 23 milioni 170mila contro (su 55 milioni di potenziali elettori). Fra i turchi all’estero, che hanno votato con percentuale record (1,3 milioni, il 45%), i no hanno nettamente prevalso con il 60%. Il sì ha vinto nella maggioranza delle 81 province turche.
S’è votato dalle 08.00 alle 17.00 — ore locali. Il referendum non prevedeva un quorum: l’esito veniva deciso dalla maggioranza semplice dei suffragi espressi. Sull’ufficializzazione dei dati, pesano le contestazioni del maggiore partito d’opposizione turco, il Chp socialdemocratico, che mette in discussione il 37% dei suffragi espressi per brogli o irregolarità .
Il risultato del voto allontana ulteriormente e forse definitivamente la Turchia dall’Unione europea, perchè incoraggia scelte, come il ripristino della pena di morte e la subordinazione del giudiziario all’esecutivo, che vanno contro i valori fondanti dell’Unione europea.
E aumenta l’imbarazzo per i Paesi dell’Ue che, con l’intesa raggiunta lo scorso anno, hanno consegnato alla Turchia di Erdogan — con l’impegno a versare somme cospicue — il controllo del flusso dei migranti dalla Siria verso la Grecia e la rotta dei Balcani. Difficile, comunque, a questo punto che i negoziati di adesione, già in stallo, si sblocchino.
Inoltre, il risultato, dando a Erdogan maggiore potere, nonostante il risultato risicato, aumenta l’insicurezza internazionale. Il presidente turco s’è già mostrato uomo dalle alleanze aleatorie: prima amico di Israele, poi nemico; prima nemico della Russia, poi amico, poi di nuovo nemico; prima complice e partner d’affari dell’autoproclamato Califfo, poi in prima linea contro i miliziani del sedicente Stato islamico.
In un contesto internazionale già caratterizzato dalle volatilità e imprevedibilità decisionali di leader come Trump, Assad, Kim, un Erdogan più forte incrementa il potenziale disordine mondiale, mentre accresce il controllo sulla Turchia traversata al proprio interno da opposizioni diverse, etniche, politiche, terroristiche, su cui il regime gioca mescolandole e confondendole.
Non è oggi l’Europa ad allontanarsi dalla Turchia. E la Turchia ad allontanarsi dall’Unione, magari ferita dalle diffidenze e dalle riluttanze mostrate in passato da Bruxelles e da singoli Paesi Ue verso Ankara, le cui aspirazioni europee erano state a più riprese e in tempi diversi tradite o deluse. E ora Erdogan ha la convinzione d’avere di nuovo una spalla a Washington, al di là della collocazione e del ruolo strategici della Turchia nella Nato.
Il ministro degli Esteri turco Cavusoglu, dopo avere votato nel suo seggio ad Antalya, ha criticato quei Paesi stranieri che “hanno cercato di dire ai turchi che cosa dovrebbero fare”. Uno strascico della campagna segnata da forti tensioni, specie tra la Germania e l’Olanda e il regime di Erdogan.
Il referendum e il suo risultato sono l’occasione per fare chiarezza: il discorso dell’adesione all’Ue è chiuso, ammesso che sia mai stato davvero aperto. Il rapporto dell’Unione con la Turchia va gestito senza ambiguità su questo punto: no all’involuzione autoritaria, ma vicinanza a quei cittadini turchi che si battono per difendere la libertà d’espressione, la laicità delle Istituzioni e la democrazia.
Giampiero Gramaglia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 17th, 2017 Riccardo Fucile
TRA DENUNCE DI BROGLI E CONTESTAZIONI, IL MITO DEL “PONTE” TRA EST E OVEST SCRICCHIOLA SEMPRE PIU’
La Turchia ha scelto. Ha virato verso la repubblica presidenziale. Ha imboccato la via, probabilmente senza ritorno, verso la trasformazione in un’autocrazia di stampo mediorientale.
E’ questa la prima fotografia del paese all’indomani del referendum costituzionale turco del 16 aprile, che ha visto l’Evet, il ‘sì’, vincere di misura con il 51.22% sull’Hayir, il no (al 48.64%), consegnando un paese del tutto spaccato, una volta espressione di un combinazione tra il conservatorismo religioso, il nazionalismo e la crescita economica delle trainanti Tigri Anatoliche.
Il presidente Recep Tayyip Erdogan, leader dell’AKP, nel suo primo discorso al termine dello spoglio, ha parlato di cambiamento storico, della “democrazia matura” in Turchia.
“Oggi è il giorno della vittoria”, ha detto, richiamando a gioire per il risultato anche chi ha scelto il fronte del ‘no’. “I risultati del referendum hanno portato a qualcosa che spero sia benefico per il nostro paese, a dimostrazione di una maturità eccezionale e che ha votato a favore del cambiamento costituzionale”, ha aggiunto Erdogan.
Non è mancato un accenno, nelle sue parole, al golpe di luglio: da quando cioè nel paese vige lo stato d’emergenza, che ha scandito anche le operazioni di voto di ieri. “Il nostro è un sistema democratico. Oggi la Turchia ha compiuto una scelta storica”.
La percentuale raggiunta dai sostenitori del ‘no’ ha assottigliato di molto il peso specifico della vittoria dell’Evet, in particolare a fronte dell’alta affluenza al voto (circa l’86% degli aventi diritto).
A guardare la mappa fornita dall’agenzia di stampa filogovernativa, l’Anadolu Haber Ajans, che dopo la chiusura dei seggi alle 16 (ora italiana) ha cominciato a colorarsi regione per regione evidenziando la scelta referendaria, il ‘no’ si impone nelle città più grandi, come Istanbul e Ankara, roccaforti dell’AKP, e Smirne.
Sorprende meno il no della zona del sud-est curdo e del più laico Mar Egeo.
La protesta montata nelle settimane scorse da parte del fronte del no si è alla fine rispecchiata anche nelle percentuali di voto del Mar Nero e dell’Anatolia centrale, di ispirazione più conservatrice.
Il voto all’estero sembra poi essere una delle notizie più interessanti: nel resto del mondo, i seggi consegnano una vittoria del sì ancora più forte che nella patria della mezzaluna, con punte in Olanda, Germania e Austria del 76,70% per il sì, contro il 23,30% per il no.
E se la Turchia ha cambiato il suo volto in un giorno, dopo un processo riformista durato anni, in questa giornata campale non è mancata la prova per la sicurezza del paese.
Il presidente Erdogan è arrivato al seggio nel quartiere di Uskudar a Istanbul, scortato da militari armati e con i cecchini schierati sui palazzi intorno. Non sono mancati gli incidenti ai seggi: 3 i morti nella zona di Diyarbakir, dove uno scontro acceso, degenerato in sparatoria, si è registrato tra membri del partito filo curdo, l’HDP, e alcuni dell’AKP.
Un altro momento di tensione si è avuto quando Ali Bayramoglu, ex sostenitore del partito del Sultano e giornalista del quotidiano Yeni Safak, è stato fortemente contestato da alcuni simpatizzanti dell’AKP proprio mentre si stava dirigendo ai seggi per votare.
L’ombra dei brogli intanto si fa sempre più spessa e pesante.
A far sentire la propria voce sono i membri del Chp, il partito repubblicano del popolo: i laici sono decisi a contestare il 60% dei risultati e hanno parlato di 2,5 milioni di voti incerti.
Merak Aksener, leader nazionalista, ha dal canto suo parlato di dati di scrutinio parziali e manipolati. Il tutto a fronte di una missione dell’OSCE, presente in Turchia con 24 osservatori da 7 paesi, che nei giorni scorsi ha prodotto un report (bollato poi come “nullo” dal presidente Erdogan) che evidenziava lo stato di emergenza in cui si è svolto il referendum.
Con il sì non cambia solo la struttura statale di un paese che in tanti avrebbero voluto a modello dell’intero Medio Oriente già alla vigilia delle cosiddette ‘primavere arabe’ e che ha deluso le aspettative di molti che vedevano in lei il “ponte” con l’Europa. Dopo decine di emendamenti alla riforma presidenziale come presentata originariamente, il pacchetto arrivato al voto in questa domenica pasquale prevede 18 modifiche costituzionali, oggetto di discussione da quando Erdogan era ancora sindaco di Istanbul, e cambia totalmente l’assetto nella divisione dei tre poteri, che adesso risulta polarizzata.
Nello specifico, il presidente verrà eletto direttamente dal popolo, potrà legiferare per decreto e assumere tutti i poteri finora in capo al primo ministro, la cui figura verrà abolita. Il presidente avrà inoltre il controllo sul potere giudiziario e sceglierà i ministri.
Scende il numero dei giudici della Corte Costituzionale, che passano da 17 a 15 (12 dei quali nominati dallo stesso Presidente). I componenti dell’Assemblea di Ankara, seppur di fatto depotenziata nei suoi poteri, che da oggi potrà solo chiedere informazioni sull’operato del governo senza poter presentare la mozione di sfiducia, arrivano a 600.
A loro il potere della messa di stato d’accusa del presidente, che richiederà la maggioranza assoluta. Un presidente che potrebbe restare alla guida della Turchia per più tempo del padre della nazione, Ataturk.
La nuova costituzione sarà effettiva nel 2019 e azzererà di fatto il primo mandato di Erdogan, consentendogli di restare in sella fino al 2029, o addirittura fino al 2034 in caso di scioglimento anticipato del Parlamento.
Ad ogni modo, Erdogan avrà adesso mano libera su tutto: il prossimo passo potrebbe essere l’indizione di un nuovo referendum, questa volta sulla pena di morte, abolita nel 2004 quando lo spirito europeista nel paese sembrava essere una certezza.
Ed è così che la scelta referendaria fa allontanare ancora di più il paese del Sultano dalla vicina Europa, creando una frattura su quel ponte che in un tempo non tanto lontano rappresentava una finestra tra Est e Ovest.
Alessia Chiriatti
(da “La Stampa”)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
IN PARLAMENTO IL M5S HA CONTESTATO LE POLIZZE ASSICURATIVE MA POI SI SCOPRE CHE INCASSANO I RIMBORSI PER LA POLIZZA TANTO ODIATA A PAROLE…TONINELLI 2.119 EURO A LUGLIO, COLONNESE 1.526 EURO, DI MAIO 600 EURO
Annalisa Cuzzocrea su Repubblica racconta lo strano caso delle polizze assicurative che il MoVimento
5 Stelle ha contestato in parlamento e poi utilizzato.
« I cittadini pagano anche 350mila euro ogni anno per assicurare i deputati, perfino per i danni subiti in stato di ebbrezza, per le punture di insetti e le insolazioni», denunciavano i grillini nell’estate 2016.
Tanto forte da intestarsi la vittoria della riforma del sistema votata alla Camera con la loro astensione. Ma…
Così, il 7 aprile, Fraccaro annuncia sul blog vittorioso: «I cittadini non pagheranno più la scandalosa assicurazione dei deputati». Fin qui, l’indignazione per quello che il Movimento ha bollato come uno scandaloso privilegio. Di cui, però, molti deputati M5S hanno usufruito.
Spulciando sul sito Tirendiconto, quello in cui i parlamentari 5 stelle sono tenuti a mostrare quanto restituiscono ogni mese dallo stipendio (in genere, 2.000 euro di stipendio fisso, e una quota minima dei circa 9.000 euro di rimborsi), si trovano i documenti con cui il servizio competenze della Camera certifica quanto dato agli onorevoli.
Spiega Repubblica che i rimborsi ricevuti dai deputati sono stati segnalati su Tirendiconto:
Esaminandoli, procedendo a campione perchè si tratta di centinaia di file, si scopre quindi che – proprio a luglio 2016 – Danilo Toninelli riceveva come rimborso dell’assicurazione sanitaria integrativa, 2.119 euro. E 2.000 a settembre 2016.
Mentre a giugno Federica Dieni prendeva 104 euro di rimborso per un familiare (l’assicurazione privata, come in molti casi, è estendibile).
E Francesca Businarolo, sempre a dicembre di quell’anno, otteneva 339,84 euro per sè e 116,70 per un familiare (ne aveva avuti 281,19 per un familiare e 235 per sè anche a settembre).
Vega Colonnese riceve 1.526 euro per sè a febbraio 2016. Giulia di Vita ne aveva avuti 1.295 a marzo e 329 a giugno. Mentre a ottobre 2015 risultavano 973,26 euro per sè e 1.040 per un familiare.
Luigi Di Maio aveva ottenuto 600 euro di rimborso ad aprile 2015.
Manlio Di Stefano riceve per l’assicurazione sanitaria circa 60 euro al mese tra aprile e dicembre 2016.
Fino a dieci giorni fa, la polizza stipulata dalla Camera era per il 70 per cento a carico dei deputati e per il restante 30 per cento a carico del fondo della Camera, quindi dei cittadini.
Adesso, l’importo sarà coperto interamente dai contributi dei parlamentari.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
I SONDAGGI DICONO CHE IL CENTRODESTRA “UNITO” E’ PRIMO DI UN SOFFIO NEI SONDAGGI, MA COME PENSA DI GOVERNARE SE NESSUNO RAGGIUNGE IL 40%? … E’ UNO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE, POI OGNUNO ANDRA’ PER CONTO SUO
Nei giorni scorsi un sondaggio di IPSOS pubblicato dal Corriere della Sera ha ipotizzato un sorpasso del centrodestra unito (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia) nei confronti del MoVimento 5 Stelle.
Il quotidiano oggi ritorna sull’argomento ospitando le opinioni dei leader dei partiti su una coalizione virtuale.
Il centrodestra unito, come si vede dalle elaborazioni pubblicate oggi da IPSOS supererebbe anche una eventuale (molto eventuale, visti i rapporti tra i due partiti) coalizione tra Partito Democratico e Articolo UNO — MDP risultando di un punto percentuale sopra l’inedito duo Renzi-Bersani e mezzo punto sopra il M5S di Luigi Di Maio.
I risultati di aprile tra l’altro vedono il centrodestra unito in crescita di 1,1 punti percentuali e i suoi avversari nei due poli in calo (i grillini perdono 1,6 punti, i democratici uno 0,2%).
Certo, un po’ poco per parlare di certezze ma un indizio del potenziale di penetrazione presso l’elettorato di Forza Italia, tornato a essere nella rilevazione di aprile il primo partito del centrodestra.
Ma il problema è che il centrodestra non ha un programma comune e quindi è virtuale. La Lega ad es. parla di controllo della moneta e di uscita dall’Unione Europea, ovvero due punti su cui Forza Italia non intende, ad oggi, mediare (anche se Berlusconi ha tirato fuori soluzioni creative come la doppia moneta per avvicinarsi a Salvini).
Poi la seconda finzione: il centrodestra al 40% non ci arriverà mai, quindi a che serve glorificare i sondaggi se poi, con il proporzionale, ognuno dei tre partiti andrà per conto proprio? A illudere gli elettori e basta: poi Berlusconi verificherà un appoggio a Renzi e Salvini&Meloni quello ai Cinquestelle.
Con buona pace di chi li ha votati.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
A ROMA SUL BUS DOVE UN SOLO VIAGGIATORE HA TIMBRATO
Arriva la maxi multa per chi non paga il biglietto dei mezzi pubblici e poichè in questa categoria
rientrerebbe secondo i calcoli circa il 20 per cento degli italiani, l’idea è quella di fare un sacco di soldi.
Peccato però che solo il 30 per cento dei multati fino ad adesso ha pagato quanto dovuto. E quindi c’è chi, come l’Aduc, ritiene che raddoppiare le multe significherà solo raddoppiare la percentuale di chi non le paga.
Intanto chi sale e scende dai tram e dagli autobus continua a farlo senza tanti problemi.
Ore 11 di mattina a Roma, linea numero 3 che da piazza Ungheria porta a viale del Policlinico, quattro persone sedute, due in piedi. Un solo viaggiatore fa vedere il biglietto timbrato. Altri alzano le spalle. «Fatti i fatti tuoi». Ok.
Poi c’è Mariana, che quando si sente domandare: «Lei è una portoghese?», risponde placida «no io sono romena».
Una volta chiarita la questione la ragazza (27 anni) ammette: «Si io non pago quasi mai il biglietto, perchè abito verso Torre Angela e troppi ne dovrei pagare per andare e venire da casa al lavoro».
Abbonamenti? «Troppo cari. Faccio la colf e prima la mia datrice di lavoro mi pagava gli spostamenti ma adesso dice che non può più permetterselo e che se voglio il lavoro me li devo pagare da sola».
Si avvicina anche una amica di Mariana, Manuela, anche lei senza biglietto. Spiega che tanto a loro le multe non arrivano. «Io sono sposata e in Romania possiamo prendere il cognome del marito, così io ho una carta di identità italiana con un nome e un indirizzo e quella romena con un altro nome e un altro indirizzo. Quindi le multe non le ricevo mai».
Altra linea (il 61) stesso scenario.
Autobus non affollato e molte persone che salendo non obliterano il biglietto. Pochi rispondono. «Ma chi sei un controllore?». «No, una giornalista. Sa che le multe per chi non compra il biglietto raddoppieranno?». E la risposta è unanime: «Tanto chi le paga».
Una vecchietta con una giacca color ciclamino spiega che lei «ha una pensione minima». «Se pagassi anche il bus cosa mi mangio poi? Il biglietto? Tanto sono vecchia, non ho niente, che mi possono fare?».
Un signore vicino a lei dice che «c’è una sola cosa da fare, rimettere i controllori sugli autobus».
Intanto un gruppo di ragazzini sale senza traccia di biglietto. «A me una volta hanno fatto una multa da 50 euro», dice uno di loro prima di scendere alla fermata successiva. «Ancora non abbiamo il motorino, come dovremmo spostarci?».
Aumenteranno le multe ma anche i controlli e i gestori dei servizi di trasporto pubblico, è scritto nel testo della manovra, «possono affidare l’accertamento delle violazioni anche a soggetti non appartenenti agli organici del gestore, qualificabili come agenti accertatori». E parte il dibattito.
La pensionata dice «che non è giusto, che i trasporti costano troppo, soprattutto per i pensionati». Il signore con biglietto regolare insiste: «Ci vogliono i controllori a bordo».
La guerra contro i «portoghesi» è solo all’inizio.
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
BARI, ROMA E REGGIO CALABRIA LE CITTA’ CON PIU’ EVASORI… LE SANZIONI? LE PAGA SOLO IL 30% DEI MULTATI
Se il governo ha deciso di far lievitare a 200 euro la sanzione base per chi viene pescato a bordo di un mezzo pubblico senza biglietto c’è una ragione molto pratica anche se un po’ velleitaria: le città italiane sono solcate da una flotta di 50 mila tra bus, tram e metropolitane (poche, pochissime) che trasportano poco più di 5 miliardi di persone l’anno; di queste, almeno un miliardo viaggiano a scrocco. Niente biglietto nè abbonamento.
Nel sistema di trasporto pubblico locale c’è una voragine che nessuno finora è riuscito a colmare: un passeggero su cinque sale sui mezzi senza pagare.
Quasi sempre scende senza che nessuno gliene chieda conto. E se anche incontra un controllore ha buone possibilità di salvarsi comunque.
La stretta prova a rispondere almeno a una parte del problema.
Poco più di un anno fa Asstra, l’associazione che riunisce il migliaio di aziende del trasporto pubblico e privato (di cui 159 partecipate direttamente o indirettamente dagli enti locali) ha realizzato un’indagine sulle principali città , scoprendo che la situazione – con qualche esile eccezione – è preoccupante.
A Roma un passeggero su tre viaggia senza biglietto, e così a Bari. A Reggio Calabria l’evasione è al 25%, Napoli al 17, Firenze al 14.
Si salvano Torino, Milano e Genova, che dichiarano una evasione poco sopra il 5% ma la stimano circa al doppio.
Secondo Asstra il tutto si traduce in mancati incassi per mezzo miliardo all’anno, motivo per cui l’associazione da tempo chiedeva contromisure radicali. «Abbiamo sollecitato a lungo il provvedimento del governo», spiega il presidente Massimo Roncucci. «Aumentare le sanzioni può fare da deterrente in un sistema in cui le contravvenzioni sono ancora poche e, pertanto, i passeggeri sono propensi a rischiare».
Il problema che la manovra del governo non può risolvere è esattamente questo: sui mezzi pubblici in troppi viaggiano a scrocco, ma i controlli sono rari e le multe ancora di più.
Nel 2016 gli addetti dell’Atac a Roma, pur intensificando le verifiche rispetto al passato, hanno controllato 2 milioni di passeggeri, appena 5 mila al giorno.
Nella più piccola (e molto meno affollata) Torino i controlli sono stati 3 milioni. I verbali, poi, sono una miseria: 126 mila a Roma, 108 mila a Torino, 80 mila a Firenze, nemmeno 40 mila a Napoli, solo 5 mila a Palermo.
Se almeno si riuscisse a incassare le sanzioni una piccola parte della voragine da mezzo miliardo causata da chi viaggia a scrocco potrebbe essere arginata.
Invece Asstra calcola che le aziende di trasporto pubblico riescono a incassare solo il 30% delle multe che infliggono.
Anche in questo caso la situazione cambia da città a città , così come l’importo delle sanzioni, che dipende da una norma nazionale su cui però le Regioni possono intervenire: Venezia riesce a riscuotere il 55% del dovuto, Genova è desolatamente ferma al 9, Palermo all’8.
Il problema è strutturale, ed elevare a 200 euro il conto per i viaggiatori a scrocco paradossalmente rischia di peggiorarlo.
«Abbiamo serie difficoltà nell’accertare l’identità dei passeggeri», dice Roncucci. «Stesso discorso per la riscossione. Significare che le norme sono inadeguate».
Ad esempio, un passeggero può tranquillamente rifiutarsi di mostrare un documento di identità al controllore. I multati, di fatto, sono soltanto quelli che ammettono l’errore e si autodenunciano.
Per ora manca – eccetto qualche esperimento avviato di recente – un sistema per tracciare gli spostamenti (e indirettamente verificare i pagamenti) su bus e tram, cosa che servirebbe per rendere realizzabile l’ultimo punto del pacchetto varato dal governo: i rimborsi quando il mezzo tarda troppo (un’ora nelle tratte extraurbane, mezz’ora in quelle urbane).
Con i treni funziona, con bus e tram è molto più complicato: chi stabilisce quali passeggeri erano a bordo del mezzo che ha fatto ritardo?
Andrea Rossi
(da “La Stampa“)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
PADOAN ROMPE IL TABU’ E DEVIA DALLA LINEA DI RENZI… IL TAGLIO DEL CUNEO FISCALE RESTA IN CAMPO
L’aumento dell’Iva non è più un tabù. Anzi. 
Uno scambio tra l’aumento dell’imposta e una riduzione del cuneo fiscale è “un’opzione sostenuta da buone ragioni”.
Parola del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che in un’intervista al Messaggero, apre a uno “scambio” tra più Iva e meno tasse.
Una possibilità che si delinea come antitetica alla linea portata avanti dall’ex premier, Matteo Renzi, e dai renziani del Pd, che in più di un’occasione hanno sottolineato la contrarietà a un aumento delle tasse.
Spiega il ministro
“Lo scambio tra Iva e cuneo fiscale è una forma di svalutazione interna che beneficia le imprese esportatrici, che sono anche le più competitive, le quali non possono più avvantaggiarsi del tasso di cambio. Si tratta di una ricetta classica e siccome io sono un tecnico ricordo che nelle scelte politiche non si possono ignorare gli aspetti tecnici, e viceversa. Diciamo che è un’opzione sostenuta da buone ragioni”.
L’Iva non è la sola imposta che anima l’agenda economica del governo. Si affaccia, infatti, anche un possibile intervento del taglio dell’Irpef, che l’ex premier Matteo Renzi aveva promesso nel 2018 ma di cui non c’è traccia nel Documento di economia e finanza approvato martedì scorso dal Consiglio dei ministri. Padoan spiega che l’ipotesi “non è stata esclusa”, rinviando alla legge di bilancio per il prossimo anno che “è ancora tutta da discutere”.
In un quadro economico caratterizzato da “vincoli stretti”, come sottolinea Padoan, l’azione del Tesoro punta anche a un impegno forte sul fronte delle privatizzazioni, tema che ha diviso le valutazioni del ministro da quelle dei renziani, che temono una svendita dei gioielli di famiglia da parte dello Stato. “Non è che siccome c’è stata una levata di scudi allora ci accontentiamo di un po’ meno”, afferma il ministro.
I progetti del Tesoro si muovono, quindi, in un percorso complicato non solo sul fronte degli impegni da rispettare con Bruxelles e con i conti da fare con l’avvio della Brexit, ma anche su quello interno. Sulle accuse, arrivate dalla maggioranza, di voler alzare le tasse, Padoan replica in modo deciso:
“Intanto ci sono alcuni elementi di metodo. Il primo è riconoscere che il sentiero tra questi due vincoli è effettivamente stretto. Poi su singole misure ci possono essere idee diverse, io ho le mie ma sono pronto a discutere su temi specifici. Infine c’è il metodo del fuoco amico. Ma su questo non faccio commenti”.
Altro tema spinoso per l’economia italiana è quello delle banche. Padoan rassicura sul fatto che i 10 miliardi dei 20 a disposizione, che saranno utilizzati quest’anno, basteranno e rivendica il fatto che nel nuovo regime bancario europeo, il governo italiano “ha fatto moltissimo”. “Siamo il primo Paese – sottolinea il ministro – che ha messo in campo lo strumento delle ricapitalizzazioni precauzionali”.
Rassicurazioni arrivano anche sul fronte delle risorse da destinare al rinnovo dei contratti degli statali. I sindacati, Cgil in testa, hanno espresso forte preoccupazione per il fatto che nel Def non siano stati stanziati ulteriori fondi. Il ministro, tuttavia, promette che l’accordo siglato a novembre “resta valido”.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
A CHE SERVONO 1000 UOMINI SUL TERRITORIO E DRONI CHE SI SCHIANTANO SUGLI ALBERI SE IL SERBO FOSSE DA LUNEDI’ A CHIOGGIA, COME SOSTENGONO DUE TESTIMONI?… SALVO CHE LA SCENEGGIATA NON SERVA SOLO A MINNITI
«Non siamo sulle rive del Mekong», sbotta il sindaco Dario Mantovani. Un po’ ce l’ha con le descrizioni epiche di questi giorni, che vedono Igor il killer in fuga per territori inospitali e scenari da guerra in Vietnam.
Ma il suo sfogo tradisce tutta l’inquietudine che, dopo una settimana di caccia all’assassino imprendibile, attanaglia questi territori e inizia a far anche danni collaterali.
Piovono le disdette ai telefoni dei tanti agriturismi che costellano la zona, tassello fondamentale di un’economia che è al 90 per cento agricola: nessuno vuol correre il rischio di incontrare il delinquente sui sentieri.
Il bar Leon d’Oro è zeppo e sarà pure una consuetudine dei giorni di festa, ma in realtà nessuno se la sente di star da solo in casa: «Qualcuno l’ha visto correre nei campi e gli è balzato il cuore in gola», raccontano gli avventori.
Fantasie, suggestioni? Oppure ha ragione la signora Maria Rossi, 90 anni, che ha visto un’ombra passare velocissima sul confine della sua proprietà e dirigersi verso la Vallazza, l’ex palude che corre verso il corso del Reno? «Ha fatto un balzo da felino ed è scomparso tra le piante», ha raccontato terrorizzata.
Cristiano Lugli ha accompagnato i carabinieri nel suo podere fino al limitare, là dove c’è la casa del nonno Tony, 92 anni, sul Canale della Botte «Ha dormito qui, per terra, i cani molecolari non volevano più andarsene, il frutteto gli ha fatto da nascondiglio». Poi fa la domanda che tiene tutti nell’angoscia: «Mio padre vive da solo. Quando Igor avrà fame, potrà aggredire uno dei tanti anziani che vivono ancora così, da soli tra i campi?».
Non sarà il Mekong, ma sentite cosa racconta Remo Ariatti, cacciatore, che tutta la zona la conosce benissimo: «Un tempo la Vallazza era ben tenuta, ora è diventata un intrico di vegetazione dove non si passa. Non ce la fa nemmeno il mio cane».
Mentre Igor continua a tenere in scacco chi lo bracca, non si va per il sottile: «Ci si muove con la ruspa, si disbosca così, per crearsi dei passaggi».
Difficile pensare di tener d’occhio quell’area con i droni: ci hanno provato, ma un attrezzo volante ha colpito la cima di un albero e si è schiantato giù, inghiottito da quel bosco fitto e oscuro come quello che proteggeva la Malefica della Bella addormentata nel bosco. Drone perduto.
È possibile ancora oggi, dopo sette giorni di caccia all’uomo, che Igor possa esser qui, che riesca ad alimentarsi e a dormire?
«Sì, è possibile, qui i partigiani si nascondevano per settimane». È possibile che mille uomini non riescano a stanarlo? Ugualmente possibile.
Anche perchè si va con mille cautele ogni volta che si perquisisce un casolare abbandonato. Igor spara subito, non lascia il tempo di pensare.
Così come ha fatto quando ha sparato contro le due guardie forestali: 5 colpi a segno, esplosi mentre fuggiva, un morto (ieri si sono celebrati i funerali di Valerio Verri, con la partecipazione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti) e un ferito.
È un cecchino, sa usare le armi, con sè ha ancora un fucile e le due pistole sottratte alle vittime. Di arrendersi, come ieri ha chiesto ancora monsignor Massimo Manservisi, vicario del vescovo di Ferrara («deponi le armi e costituisciti»), non ha alcuna intenzione.
Il dna lo ha confermato. Igor ha dormito in alcuni giacigli di fortuna. Ci sono anche tracce di sangue. Si è infilato nei corsi d’acqua con la precisa consapevolezza di ingannare il fiuto dei cani. Non solo. Lo confermano ora anche i carabinieri: nei primi giorni si è gettato nei canali a ogni passaggio dell’elicottero a raggi infrarossi, per evitare che il calore del corpo potesse tradirlo.
Così la caccia continua. A Igor, ma anche a chi avrebbe potuto aiutarlo durante questa fuga.
Chi potrebbe essere il complice, la persona che gli ha concesso un rifugio almeno per prender fiato? Si cerca nei campi e nei boschi, ma si scava anche nel suo passato. Nelle celle telefoniche della zona in cui ha ucciso la guardia, dopo l’assassinio brutale del tabaccaio di Budrio il primo aprile. Sulla base di un semplice sillogismo.
Se il dna ha confermato che Igor è in realtà il serbo Norbert Feher, autore degli ultimi due delitti (e ora anche fortemente sospettato di almeno un altro caso irrisolto, un omicidio in una cava, sempre vicino a Ferrara) e Norbert è anche l’uomo che amava ritrarsi su Facebook, quei post sul social network partivano da qualche utenza.
La ricerca ha portato alla scheda di un telefonino, ovviamente intestata a un’altra persona. Anzi, si è scoperto che Igor ha utilizzato nei mesi almeno tre sim, tesserine telefoniche, diverse, sempre appartenenti ad altre persone: c’è anche una donna.
Sono già state interrogate, negano qualunque contatto con il fuggiasco dopo il fattaccio di Budrio.
Ma l’esistenza di un complice, prima accolta con scetticismo, si è fatta sempre più strada man mano che i giorni sono passati.
“ERA CON ME SUL TRENO”
È stata sentita dai carabinieri la ventenne di Chioggia che lo scorso 10 aprile, stando alle sue dichiarazioni, si è trovata faccia a faccia con il killer di Budrio e di Portomaggiore. Era seduto a qualche sedile di distanza sul locale Rovigo-Chioggia, verso le 18.30.
Secondo il suo racconto lo ha riconosciuto perchè in quel momento aveva gli occhi puntati sul telefonino e stava leggendo un articolo con foto che parlava della caccia a Norbert Feher, serbo, alias Igor Vaclavic. E quando lui si è accorto che lei lo stava fissando è parso piuttosto infastidito, tanto da cambiare scompartimento.
Lui è salito alla stazione di Ceregnano nel rodigino, lei è scesa a Sant’Anna nel clodiense ed è certa che quell’uomo, che non ha visto abbandonare il convoglio, fosse il latitante più ricercato non solo in Italia.
Capelli corti, occhiali, barba trascurata, abbigliamento sportivo e zaino. Gli investigatori stanno vagliando, come avviene per tutte le segnalazioni che stanno fioccando da più parti, l’attendibilità di quanto riportato dalla ragazza.
Ma c’e’ anche un altro testimone che avrebbe visto Igor a Chioggia quella sera camminare lunga una strada attigua a un bosco con una torcia per poi dileguarsi tra gli alberi.
In pratica sei giorni fa il ricercato sarebbe già stato fuori dalla zona setacciata da 1000 uomini: se fosse vero dopo una periodo del genere ora potrebbe essere ovunque anche fuori dai confini italiani.
Grazie magari ad appoggi di complici, ipotesi che dopo 15 giorni dall’omicidio di Budrio e 7 da quello dell’agente ecologico solo ora pare venga presa in considerazione.
Ha avuto senso mobilitare 1000 uomini per un’azione spettacolare finora inefficace, tralasciando altri metodi investigativi?
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile
CAMBIATE LE REGOLE IN CORSA: VALEVANO ANCHE LE SCHEDE SENZA TIMBRO CERTIFICATO, UNA FARSA
Un paese spaccato a metà . Un potere unico, invece, granitico, nelle mani di Recep Tayyip Erdogan. 
Questo il responso delle urne, con 55 milioni di turchi chiamati a decidere se modificare in senso presidenzialista la Carta Costituzionale.
Con un’alta affluenza, attorno all’84%, il 51,2% ha votato Sì (24,3 milioni di schede), il 48,8% ha votato No (23,1 milioni).
Erdogan ha telefonato al primo ministro e al leader del partito nazionalista congratulandosi per quello che considera un “risultato chiaro”.
L’opposizione contesta invece la legittimità del voto, perchè denuncia un cambio in corsa delle regole: diversamente dal passato, è stato deciso di accettare come valide le schede elettorale senza timbro ufficiale, a meno di provare l’esistenza di una frode
Lo strappo politico del Sultano è riuscito, ma ha lacerato ulteriormente la Turchia. Hanno detto No le grandi città , hanno detto No le aree curde del Paese.
Erdogan, al potere dal 2003, potrebbe restare in sella ad Ankara per altri due mandati, fino al 2029 — addirittura fino al 2034 in caso di scioglimento anticipato del governo. Nelle sue mani i “super-poteri” del presidentissimo che esce dalla nuova Costituzione: abolito il primo ministro, Erdogan nominerà il Governo, il Parlamento non potrà sfiduciarlo — ma resta previsto l’impeachment – potrà nominare un terzo dei magistrati del Consiglio superiore, potrà tornare alla guida del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp).
Quella che già molti chiamano “Erdoganistan” è una Turchia che vive il periodo più difficile della sua storia recente.
In stato d’emergenza continuo dopo il golpe militare fallito, per cui vengono accusati e perseguitati i sostenitori di Fethullah Gà¼len, predicatore e politologo turco in esilio in Usa, che ha sempre negato ogni coinvolgimento; colpita duramente dagli attentati del terrorismo internazionale e dalla resistenza curda; afflitta da una situazione economica che è ben lontana dai fasti di pochi anni fa.
Per Erdogan il Sì è la svolta che serve, un esecutivo forte che può promuovere lo sviluppo economico e combattere il terrorismo. Uno dei primi atti annunciati sarà l’introduzione della pena di morte, l’ennesimo passo che allontanerà la Turchia dall’Europa.
OPPOSIZIONE METTE IN DUBBIO IL VOTO
Il Consiglio elettorale supremo turco (Ysk) ha annunciato nel corso della votazione che anche le schede votate senza timbro ufficiale vengono conteggiate, a meno che non venga provato un loro impiego fraudolento.
La decisione, si precisa, è giunta dopo che diversi votanti hanno segnalato che erano state consegnate loro schede senza timbro. In passato, queste venivano considerate nulle. “Il Consiglio elettorale supremo ha cambiato le regole del voto.
Questo significa permettere brogli”, creando “un serio problema di legittimità ” ha detto il vice-leader del principale partito di opposizione (Chp) in Turchia, Bulent Tezcan, che chiederà il riconteggio del 37% delle schede.
3 MORTI, DIVERSI ARRESTI E PORTE CHIUSE AGLI OSSERVATORI.
Non sono mancati episodi di tensione durante la giornata di votazioni. Tre persone sono morte in seguito a uno scontro a fuoco avvenuto nel cortile di una scuola dove ha sede un seggio elettorale nella provincia sudorientale di Diyarbakir, in Turchia.
Ad aprire il fuoco, scrivono i media locali, è stato il figlio del capo villaggio di Yabanardi, Mehmet Yildiz, arrestato dopo l’incidente insieme al fratello Tahir. La sparatoria avrebbe avuto origine da uno scambio di opinioni contrastanti riguardo alla politica.
La polizia turca ha arrestato almeno 8 persone ricercate quando si sono recate ai seggi a votare. Secondo Anadolu, si tratta di 5 sospetti ricercati per legami con il Pkk curdo e altri 3 affiliati alla presunta rete golpista di Fethullah Galen. Gli arresti sono avvenuti nelle province di Adana, Malatya e Trebisonda.
Le forze di sicurezza turche hanno inoltre impedito l’ingresso in alcuni seggi a Batman, nel sud-est del Paese a maggioranza curda, a una delegazione di 3 italiani, giunti come osservatori indipendenti insieme al partito curdo Hdp per il referendum di oggi sul presidenzialismo. Lo riferiscono all’ANSA fonti locali. In base alle prime informazioni, non avrebbero avuto i permessi richiesti dalle autorità . I 3 non sono in stato di fermo.
COSA HA VOTATO IL POPOLO TURCO.
Tra i 18 emendamenti sottoposti al referendum, uno dei più significativi è l’abolizione della figura del primo ministro: sarà il presidente stesso, supportato da una serie di vice presidenti, a nominare il governo. Il Parlamento non supervisionerà più i ministri perchè non avrà più il potere di avviare una mozione di sfiducia. Il presidente, inoltre, non dovrà più essere neutrale, ma potrà mantenere un’affiliazione al suo partito politico, cosa che attualmente non può fare. Il numero dei membri del Parlamento salirà da 550 a 600; l’età minima verrà abbassata a 18anni. Saranno abolite le corti militari, e il presidente potrà nominare 4 su 13 giudici del Consiglio superiore della magistratura. Come controbilanciamento, la riforma prevede che il presidente possa essere messo in stato d’accusa (impeachment) dal Parlamento (al momento, invece, può essere perseguito solo dal potere legislativo in caso di tradimento).
(da “Huffingtonpost”)
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