Settembre 19th, 2019 Riccardo Fucile
ANDREA CARLETTI E’ INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO MA E’ DIVENTATO OGGETTO DI DIFFAMAZIONI E MINACCE, ORA PASSA AL CONTRATTACCO
Il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti ha querelato o denunciato 147 persone che gli hanno
scritto in questo periodo ipotizzando i reati di diffamazione e minacce.
Tra questi c’è anche il nome di Luigi Di Maio.
Scrive oggi la Stampa che il primo cittadino, coinvolto nell’inchiesta sul presunto sistema di affidi illeciti dei Servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, è indagato per abuso d’ufficio e falso ideologico. Si trova ai domiciliari dal 27 giugno scorso e da quel giorno è bersaglio di un assedio al quale ora ha voluto dire basta.
Questa la frase del capo del M5S, Luigi Di Maio, ora al vaglio della procura: «Col partito dello scandalo di Bibbiano, con i bimbi tolti ai genitori e addirittura sottoposti a elettroshock, con il sindaco Pd che è coinvolto in questo, non voglio avere nulla a che vedere».
Carletti, che si è autosospeso dal Partito Democratico, è accusato di abuso d’ufficio e falso ideologico e si trova agli arresti domiciliari dal 27 giugno. Già dopo il lungo interrogatorio di garanzia per il sindaco erano stati confermati i domiciliari. Il suo avvocato difensore, Giovanni Tarquini, nei giorni scorsi aveva presentato una corposa memoria difensiva chiedendone la liberazione, spiegando come per gli incarichi alla onlus di Torino ‘Hansel e Gretel’ (al centro delle contestazioni) Carletti si fosse rifatto a leggi regionali e avesse agito sempre nella legalità . Il Gip ha però confermato per lui gli arresti domiciliari.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA NIPOTE DI MARINE SOTTOLINEA E DIFFERENZE CON IL RASSEMBLEMENT NATIONAL
Marion Marèchal Le Pen, nipote di Marine e promessa per le elezioni 2022 dal Rassemblement National (anche se lei nega di volersi candidare), ovvero il vecchio FN a cui la leader ha cambiato il nome rinunciando anche ad alcune tematiche come l’uscita dall’euro, in un’intervista a La Stampa oggi parla di Italia e di Matteo Salvini oltre che del Fronte Sovranista Europeo ancora da formare:
Riconoscerà , però, che Salvini ha sbagliato strategia quest’estate…
«Sono i 5 Stelle che l’hanno tradito dopo le elezioni europee. La sua reazione è stata legittima».
Approva anche il Salvini dj al Papeete Beach di Milano Marittima?
«Lui è empatico, vicino alla gente. Ma in Francia il suo stile non funzionerebbe. Da noi il fantasma del generale de Gaulle plana su tutti i politici. Esistono aspettative intellettuali, di contegno».
E adesso il leader della Lega finirà isolato a destra come Marine Le Pen in Francia…
«Questo paragone non si può fare. La formazione italiana è radicata localmente, dove è disposta a formare coalizioni con altre forze. Il Rassemblement National no. È una forza politica nazionale innegabile, ma al peggio fa il 15% e al meglio il 30. Così in Francia e senza alleanze non potrà governare».
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA CRESCITA SARA’ RIVISTA AL RIBASSO, AL 0,3%-0,4%… LA FLESSIBILITA’ SI RESTRINGE, CACCIA ALLE RISORSE
C’è un numero che i tecnici del Tesoro hanno messo ben in evidenza nelle tabelle che nel
pomeriggio sono state collocate sul tavolo del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri per una delle innumerevoli riunioni che si stanno tenendo a via XX settembre in vista del 27 settembre.
Data clou per il nuovo governo perchè in quella data andrà presentata la Nota di aggiornamento al Def, la cornice numerica della manovra.
Quel numero è la stima del Pil tendenziale per il 2020: la forbice, secondo quanto apprende Huffpost da fonti di primo livello, è stata collocata tra lo 0,3% e lo 0,4% per cento.
Un taglio (la stima precedente era 0,6%) che l’esecutivo giallorosso è pronto suo malgrado ad accettare per dare vita a un’operazione di realismo dopo i fuochi di artificio sui conti pubblici del governo gialloverde.
Ma questo bagno di realismo comporta sacrifici. La crescita ridimensionata complica la partita con Bruxelles sulla flessibilità , rende più difficile rispettare gli impegni su deficit e debito, aumenta gli sforzi necessari per far quadrare i numeri della legge di bilancio.
La stagione del Pil pompato all’inverosimile da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, poi costantemente ridimensionato, è archiviata.
D’altronde questo governo nasce con un’impronta fortemente europeista e per un anno intero da Bruxelles sono arrivate critiche pesanti sul fatto che la crescita italiana era stata gonfiata.
Si cambia impostazione e si parte da una stima molto prudente. Pesano i fattori internazionali, ma pesa anche un’economia che non riesce a risollevarsi.
Partire da un Pil collocato tra lo 0,3% e lo 0,4%, però, fa saltare tutti i calcoli che erano stati fatti fino ad ora.
Innanzitutto a Pil minore corrisponde deficit maggiore: l’asticella del rapporto deficit-Pil, quindi, deve essere alzata in su rispetto a quell′1,6% ipotizzato inizialmente. Partendo da un deficit maggiore, lo spazio della flessibilità che può essere concessa dall’Europa si restringe.
Se si vuole arrivare a strappare un deficit che potrebbe essere collocato intorno al 2,1%-2,2% è evidente che partire da un 1,7% piuttosto che da un 1,8% è più svantaggioso rispetto che partire dall′1,6 per cento.
La strada è più corta e questo significa meno soldi. A ogni decimale, infatti, corrispondono circa 1,8 miliardi. Meno decimali si mettono in fila, meno risorse si portano a casa.
Un Pil collocato a queste percentuali incide anche sul debito, rendendo più impegnativo la sua riduzione, e questo è un altro punto vulnerabile nella partita che il governo italiano sta giocando con la Commissione europea per far quadrare la manovra.
La nuova Europa, guidata dalla presidente designata Ursula Von der Leyen, ha posto proprio quella del debito come la sfida imprescindibile per l’Italia.
In una sorta di effetto a catena, una crescita inferiore alle stime precedenti impatta anche sulla manovra, che altro non è che l’esplicitazione di cosa si può fare in base ai paletti che vengono fissati con la Nota di aggiornamento al Def. Il cantiere del Tesoro è in fermento.
Al momento la manovra dovrebbe aggirarsi intorno ai 32 miliardi: 23,1 miliardi servono per evitare che dal prossimo primo gennaio aumenti l’Iva, 4 miliardi sono necessari per le spese indifferibili e 5 miliardi sono stati inseriti nella lista per tagliare il cuneo fiscale, con l’obiettivo di rendere più pesanti le buste paga dei lavoratori.
Questi 32 miliardi, però, vanno trovati e la caccia al tesoro è tutt’altro che conclusa. Illusioni sulla spending review è inutile farsene: è andata male negli ultimi dieci anni e anche questo governo si è reso conto che miracoli, così come sulle privatizzazioni, non se ne possono fare.
Insieme a un taglio delle agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditures, si riuscirà a tirare fuori circa 5 miliardi. Lo spread, sensibilmente calato nelle ultime settimane, porterà 4 miliardi.
Sommando questi 9 miliardi ai 10-12 che si spera di ottenere da Bruxelles come flessibilità , il totale ammonta a circa 19-21 miliardi.
Ci saranno poi i risparmi che arriveranno da minori spese per quota 100 e reddito di cittadinanza, ma da questo calcolo vanno tolti un paio di miliardi proprio a causa della crescita ridimensionata: quest’ultima, infatti, intacca i risparmi del calo dello spread. All’appello mancano circa 9-10 miliardi.
Su questo buco si sta concentrando i lavori dei tecnici. Tra le opzioni c’è anche la possibilità che il taglio del cuneo parti con qualche mese di ritardo in modo da ridurre la spesa necessaria.
Si fanno calcoli sugli incassi dalla fatturazione elettronica, decisiva per mettere su il pegno da 7 miliardi che l’Italia dovette dare a Bruxelles a luglio per evitare la procedura d’infrazione. Il lavoro, però, è lungo e complesso.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
LA CENA CON CONTE… “PAESI CHE NON ACCOLGONO DEVONO ESSERE PENALIZZATI FINANZIARIAMENTE”… E POI RENDE OMAGGIO A DRAGHI: “GRANDE CORAGGIO E VISIONE”
Il leader francese Emmanuel Macron è arrivato a Roma per una visita-lampo a pochi giorni dall’insediamento del nuovo governo giallorosso.
Macron è il primo leader europeo a incontrare nella capitale Giuseppe Conte fresco di riconferma. Molti i temi sul tavolo per far fronte alla crisi diplomatica degli ultimi quattordici mesi e rilanciare subito la collaborazione sui tanti dossier aperti, dall’immigrazione alla Libia alle questioni economiche.
L’amicizia tra Italia e Francia “è indistruttibile, qualche volta non siamo d’accordo, si litiga, ma poi ci si ritrova sempre”, ha detto il presidente francese al termine della prima parte dell’incontro a Palazzo Chigi, seguito da una cena, con il premier italiano. “Tra pochi giorni” si incontreranno anche i ministri degli Esteri francese e italiano, Le Drian e Di Maio.
Il presidente francese si è detto convinto che sia possibile un accordo sul meccanismo automatico di ripartizione: “Sono convinto che possiamo metterci d’accordo su un meccanismo europeo di ripartizione dei migranti coordinato dalla Commissione europea, che consenta di garantire all’Italia o a Malta prima dell’arrivo dell’imbarcazione che le persone che arrivano vengano prese in carico”
E ha aggiunto, i “Paesi che non accolgono i migrant siano penalizzati finanziariamente”.
Macron ha reso omaggio al lavoro di Mario Draghi, “che con molta capacità di visione e molto coraggio ha preso le decisioni adeguate”.
“Lo dico con forza, anche se qualcuno non lo vuole sentire – ha detto il presidente francese riferendosi implicitamente alla Germania – A mio avviso Draghi ha ragione, la politica monetaria dal 2012 ha fatto il massimo di quanto potesse fare per preservare la situazione europea, evitare la deflazione e quindi il peggio”.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
IN UN CONTESTO DI POLTRONE E DI CONVERSIONI POLITICHE, LA MOSSA DI RENZI ROMPE GLI ALIBI CHE CIRCONDANO IL GOVERNO
Sorpresa! Scandalo! Matteo Renzi lascia il Pd. E il Governo, il Palazzo, i media, e (forse) il paese
sobbalzano.
Per una volta, tuttavia, questo è un caso in cui a Renzi proprio non si può rimproverare nulla. Nè la sorpresa, nè le intenzioni.
E se davvero Giuseppe Conte è rimasto di sasso a sentire l’annuncio, se davvero, come ha detto, “Renzi è stato poco trasparente”, i casi sono due: o Conte vive nella bambagia, o Conte vive nella bambagia. In entrambi casi la sua reazione ci dice qualcosa di molto serio sul livello di rimozione su cui si fonda il Governo che ha insediato l’Avvocato a Palazzo Chigi.
A proposito di sorpresa. Mi par di ricordare che il senatore fiorentino confessò il progetto di lasciare il Pd già alle sue dimissioni dopo il referendum del 2016 — al punto che la domanda se avrebbe fatto un partito o un movimento è diventato negli anni un gioco di società in più di un dinner party fra Roma e Milano. La scissione è stata infine annunciata sempre meno velatamente negli ultimi mesi, fino all’annuncio nelle ultime ore.
La possibilità di questa separazione, ricordiamo anche questo, è stata una delle ragioni calate sul tavolo da chi non voleva questo Governo o, per lo meno, voleva prima le elezioni anticipate.
Il Pd, si diceva, a causa dell’incognita Renzi è troppo fragile per poter assumere sulle sue spalle la responsabilità di un esperimento di Governo così audace come l’alleanza con i 5 Stelle.
Renzi, si ripeteva, sia che resti, sia che vada, con i suoi numeri in Parlamento avrà il controllo della durata della legislatura, sarà il vero padrone di casa dell’esecutivo giallorosso.
Non esattamente un mistero, dunque. Persino per i più disattenti osservatori della politica italiana — figuriamoci per gli addetti ai lavori.
Capitolo motivazioni. Il senatore di Firenze sa bene che da anni la sua persona attrae un fiume di critiche (comprese quelle di chi scrive).
La più ripetuta, e “sentita” da coloro che non ne hanno condiviso nè la linea politica, nè l’assalto al cielo del potere romano e del partito, è di essere un uomo che ha tradito ogni ideale della sinistra, guidato solo dal proprio opportunismo e dalla propria sete di potere.
Critiche che sono state riproposte tutte insieme in queste ore per criticare la scissione. Ma viste le condizioni del presente quadro politico, questa indignazione ha molto poco filo da filare.
Si è appena insediato un Governo fra due ex nemici che improvvisamente hanno scoperto che che ne valeva la pena, anzi era un atto di eroismo pubblico abiurare alle proprie posizioni precedenti per formare insieme una coalizione – nientemeno! Nessuna formula intermedia presa in considerazione, nessun appoggio esterno o Governo tecnico! Direttamente un matrimonio.
Principi considerati di ferro fino ad un’ora prima, sia per i 5 Stelle che per il Pd, sono stati modificati in una rapida conversione alla ragion di Stato.
Giro di valzer perfettamente incarnato dal premier che è lo stesso che ha guidato una coalizione di destra a trazione Salvini, e che poi in venti giorni è divenuto il garante della democrazia in Italia.
Certo, il viale che li ha portati tutti a Palazzo Chigi è pavimentato di alte intenzioni e buoni propositi (la salvezza dell’Italia, naturalmente), ma nessuno può negare che si è trattato di un bell’atto di trasformismo, nonchè di un sostenuto desiderio, nemmeno ben nascosto, di guidare il potere italiano.
Tra le ragioni per cui dovremmo ammirare il nuovo assetto viene citata la responsabilità di gestire le nuove nomine delle aziende di Stato nella prossima primavera e successivamente l’elezione del presidente della Repubblica. Per battere il sovranismo e per riportare in paese in Europa, ovviamente.
Guai dunque a parlare di poltrone per questo Governo. Si incazzano tutti — a dispetto della rissa e ressa cui abbiamo assistito intorno al più piccolo sediolino di sottogoverno.
Perchè allora attaccare Renzi che dice apertamente nella sua prima intervista da scissionista che vuole contare in questa spartizione?
Perchè definirlo poltronista dato che le poltrone — pardon, gli incarichi — sono al cuore della formazione del nuovo Governo? Perchè definirlo “traditore”, se lascia?
Forse che quando Bersani andò via – e proprio Renzi lo accusò di tradimento – non si difese la libertà e l’orgoglio della scissione? Insomma, povero Renzi, ci tocca ora difenderlo dal doppio standard.
Ma, si dice, in questo modo Renzi destabilizza il governo. E certamente Renzi ha tutte le intenzioni di far pesare la sua presenza.
Ma il suo strumento maggiore rimane il controllo dei numeri nei gruppi parlamentari del Pd. Con la sua azione interna ai gruppi ed esterna come nuovo partito, può pesare, tirare fili, far ballare, ma rimane una tattica tutta interna agli equilibri delle forze che governano. Tattica che regge fino a che i numeri rimangono quelli di oggi. O fino a che il nuovo partito diventa sufficientemente grande da poter vincere.
Dunque, paradossalmente, Renzi si aggiunge come quarto ai tre soggetti, Conte, Pd e M5S, cui non conviene far finire male la legislatura. Almeno per ora.
Niente fuochi di sbarramento, dunque, please. Qui non ci sono molti buoni pulpiti da cui far la predica all’ex leader.
Se ci spostiamo così dal terreno dell’indignazione, l’agitazione creata dalla mossa di Renzi nel mondo politico, si capisce molto meglio. Se si guarda alla scissione come “messaggio” diretto a fuori le mura dei palazzi, se ne capisce meglio la portata.
Come spesso ha fatto in passato, l’ex premier ha ancora una volta scelto una mossa che rompe gli alibi che circondano la politica.
Nel Pd ha sempre agito come rivelatore dell’ipocrisia dell’unità interna — con quanta velocità i dirigenti di allora scelsero il giovane fiorentino quando fu in odore di vittoria? E Letta non fu forse concesso agli appetiti di Matteo non appena sbattè un pugno sul tavolo (anche dell’allora Quirinale)?
Anche oggi la reincarnazione pubblica di Renzi svela le debolezze altrui. Svela ancora una volta che il Pd non ha saputo gestire bene il suo passaggio verso il Governo.
Svela che a due giorni dal completamento della compagine governativa Conte siede su un formicaio, non certo sul piedistallo di una nuova pacificazione nazionale.
E infine, svela l’opportunismo senza fine dei 5 stelle che a due settimane dal giuramento hanno già abbassato le vele della navigazione orgogliosa e indipendente per fare catenaccio alle Regionali, preparare il proporzionale, e ora anche accettare Renzi, l’odiatissimo Renzi, come alleato diretto, non più confuso fra gli altri senatori qualunque nei vellutini rossi del Senato.
Renzi, insomma, non pone direttamente un pericolo numerico per la stabilità , ma occupa di nuovo lo spazio pubblico: quello dei media, delle polemiche, dei social, insomma di quella agorà permanente che è oggi il vero spazio della politica.
Non a caso quello che ha occupato e continua ad occupare Salvini, di cui vuole diventare, come ha detto subito, l’unico antagonista.
Il vero pericolo che Renzi costituisce per il Governo, insomma, non è quello di farlo cadere, ma di metterlo in ombra. Ed è già accaduto.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
UN PASSAGGIO ANCHE DA FORZA ITALIA, LA SEN. CONZATTI
Dopo aver in parte svuotato il Pd, ora Matteo Renzi ha preso di mira Forza Italia.
Per ora lo smottamento è contenuto ma i primi segnali ci sono già tutti. In mattinata la senatrice Donatella Conzatti annuncia l’uscita dal gruppo ‘azzurro’ per entrare in “Italia viva”. Mentre Massimo Mallegni, il cui nome è circolato con insistenza negli ultimi giorni, smentisce voci di fuga: “Le battaglie si fanno da dentro”.
Intanto però il gruppo renziano di Palazzo Madama dovrebbe arrivare almeno a quota tredici se si pensa che il capogruppo Andrea Marcucci ha annunciato la fuoriuscita di dodici parlamentari.
Lo scauting renziano però ha preso di mira anche il Movimento 5 Stelle e non è escluso che anche su questo fronte ci possano essere sorprese: “Siamo in una fase politica particolare, tutto può succedere”, ammette un deputato grillino.
Articolo 1 si tira del tutto fuori da questi dinamiche di palazzo: “Il mio cuore batte a sinistra – dice il ministro Roberto Speranza – quello di Renzi un po’ più al centro. Noi non siamo usciti dal Pd per Renzi e non saranno le sue scelte a farci rientrare”.
Il Partito democratico tuttavia inizia a guardare con preoccupazione alle manovre renziane. Tra i sicuri che lasceranno il gruppo dem di Palazzo Madama, oltre a Renzi, ci sono i fedelissimi Francesco Bonifazi e Davide Faraone. La catanese Valeria Sudano, come anticipato oggi su La Sicilia, Teresa Bellanova, Ernesto Magorno, Laura Garavini, Eugenio Comincini, Nadia Ginetti, Giuseppe Cucca, Mauro Marino, Leonardo Grimani. Il senatore dem Tommaso Cerno, dato tra gli scissionisti, rimarrà invece nel Pd: “A Zingaretti — dice — chiedo di cancellare le correnti”.
Non è ancora chiaro se i renziani entreranno a far parte di un gruppo parlamentare o confluiranno nel Misto. Il regolamento di Palazzo Madama vieta la creazione di nuovi gruppi, dunque il segretario del Psi Enzo Maraio scioglierà nelle prossime 24 ore la riserva sulla concessione del simbolo ‘Insieme’ a Italia viva, cosa che consentirebbe a Renzi di formare un gruppo parlamentare autonomo al Senato.
In queste ore, si apprende da fonti parlamentari, si stanno susseguendo telefonate e contatti. Maraio sta sondando il gruppo dirigente e la concessione del simbolo, al momento, “non è scontata”. Intanto, le stesse fonti sottolineano che per l’eventuale via libera all’utilizzo del simbolo di ‘Insieme’ non c’è alcuna necessità di avere il benestare da parte di Giulio Santagata e Angelo Bonelli, i rappresentanti degli altri due partiti che con il Psi costituivano il cartello elettorale alle scorse politiche e che non hanno eletto rappresentanti in Parlamento.
Alla Camera invece i renziani puntano ad arrivare a quota 26 deputati, ma i numeri non sono stati ancora ufficializzati. Voci di Transatlantico ne considerano sicuri 22-23, compreso l’arrivo dal Misto di Gabriele Toccafondi mentre Beatrice Lorenzin ha declinato. Sempre a Montecitorio si è tirata indietro la sottosegretaria Anna Ascani. Restano convinti del passaggio invece Giachetti, Nobili, Anzaldi, Carè, Librandi, Boschi, Di Maio, Mor, Marattin, Fregolent, Scalfarotto, Rosato, Migliore, Annibali, Del Barba, Paita, Gadda, De Filippo, Rossi. Tra gli incerti ci sono Noia e D’Alessandro.
“Renzi sta chiamando tutti personalmente”, racconto un parlamentare. Chi tiene il pallottoliere a Montecitorio fa notare che ben oltre la metà dei parlamentari di area renziana ha deciso di non seguire il senatore di Firenze. E inoltre Base Riformista, la componente Lotti-Guerini, resta in piedi con circa in 55-56 parlamentari tra Camera e Senato. I contatti sono interrotti e ora Renzi, per allargare, guarda altrove. Appunto a Forza Italia.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
LEGA 29,9%, M5S 21,9%, PD 21,6%, FDI 8,3%, FORZA ITALIA 7,4%, +EUROPA 4%, VERDI 1,6% … L’ALLEANZA DI GOVERNO AL 49,1%, IL CENTRODESTRA AL 45,6%
A un giorno dall’annuncio della scissione interna al Partito democratico, il nuovo gruppo
guidato da Matteo Renzi, Italia Viva, può già contare su un bacino di partenza del 3,8%. Arretra, comunque, il Partito democratico che si attesta al 21,6 per cento, scivolando dietro al Movimento 5 stelle, al 21,9.
Cala anche la Lega che scende, per la prima volta, sotto al 30%
La mossa renziana spaventa un italiano su tre: il 32 per cento degli intervistati è convinto che la fondazione del nuovo partito indebolirà il governo Conte 2.
Sono i risultati dell’ultimo sondaggio Ixè realizzato per la trasmissione di Rai 3 Cartabianca.
Se si votasse domani, comunque, il Carroccio resterebbe il primo partito, con il 29,9 per cento. La percentuale, sommata al 7,4% di Forza Italia, stabile rispetto alla scorsa settimana, e all’8,3 del partito di Giorgia Meloni, permette al centrodestra di raggiungere il 45,6 per cento, comunque più basso rispetto alla compagine di governo.
Movimento 5 stelle e centrosinistra insieme, infatti, arrivano al 49,1 per cento, vicinissimi alla maggioranza.
In particolare, appunto, dopo i voti persi dal partito guidato da Nicola Zingaretti, i 5 stelle sono secondi, con il 21,9 per cento delle preferenze.
Seguono i dem, con il 21,6, poi +Europa con il 4 per cento e Europa verde, con l’1,6 per cento.
Non ancora incluso Italia Viva, il nuovo partito di Renzi che, comunque, ha sottolineato che non si presenterà a elezioni almeno per un altro anno.
Il gradimento di Italia Viva — Il nuovo soggetto politico lanciato ieri da Matteo Renzi ha il 3,8% di elettori potenziali. Tra questi la maggior parte (il 2,3%) sono “rubati” dai votanti dem, mentre l’1 per cento deriva da altri partiti.
L’operazione dell’ex presidente del Consiglio, che ha assicurato il suo appoggio al Conte 2, per il 45 per cento degli elettori non avrà effetti negativi per il governo.
Il 32 per cento, invece, pensa che potranno esserci ricadute sull’esecutivo.
Un italiano su due, in ogni caso, non condivide la scelta di creare un nuovo soggetto politico. La percentuale sale all’85% se si tiene conto dei soli elettori del Partito democratico. I favorevoli sono invece il 27 per cento, ma solo il 6 tra gli elettori dem.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
SOLO 235 A FAVORE DELLA MISURA CAUTELARE, 309 I CONTRARI A SCRUTINIO SEGRETO… MA SI TRATTAVA DI UN VOTO SECONDO COSCIENZA
L’Aula della Camera ha negato l’autorizzazione all’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del deputato di Forza Italia Diego Sozzani.
La votazione è avvenuta per scrutinio segreto. L’esito del voto è stato accolto da un applauso di parte dell’emiciclo, in particolare dei deputati azzurri. I voti a favore sono stati 235, 309 i contrari, un astenuto. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle avevano annunciato voto favorevole agli arresti domiciliari.
Dopo il voto che ha negato L’autorizzazione agli arresti nei confronti di Sozzani, deputato di Forza italia, i deputati impediscono l’intervento di Davide Zanichelli, che chiede di parlare sull’ordine dei lavori ma parla invece della votazione appena avvenuta.
Sommerso dalle grida dei deputati, Zanichelli non riesce a proseguire. Tenta di dire che “il voto non è stato rispettoso del voto segreto”, ma finisce per essere zittito anche dal presidente fico che gli toglie la parola: “Non ci può essere il commento sul voto appena avvenuto. Se vuole intervenire sull’ordine dei lavori bene, se no le tolgo la parola”.
“Vicenda che ha del paradossale”, ha detto in Aula della Camera Diego Sozzani (FI), prima del voto sulla richiesta all’autorizzazione agli arresti domiciliari nei suoi confronti, nell’ambito di un’inchiesta della Dda milanese sulla cosiddetta ‘Mensa dei Poveri’, con l’accusa di illecito finanziamento dei partiti e corruzione. “Ho sempre considerato la politica un servizio e non una professione, senza aver mai avuto problemi con la giustizia. Oggi mi trovo coinvolto in un’inchiesta che mi coinvolge sulla base di intercettazioni di terzi, su un finanziamento che non ho affatto ricevuto con una società tra l’altro con cui ero in contenzioso economico. Sono devastato psicologicamente, assai preoccupato sul piano familiare e professionale. Sono innocente e non mi sottrarrò al confronto con la magistratura per cui nutro rispetto, ma chiedo di farlo da uomo libero e lascerò l’emiciclo per consentire il voto nella massima autonomia”.
Secondo la ‘vulgata’ dominante, a votare contro l’arresto con l’opposizione sarebbero stati i deputati renziani di Italia Viva, che sarebbero 26, ma non solo: scorrendo i tabulati della votazione si ritiene che i franchi tiratori del Pd sarebbero stati in realtà ben 46. Del resto, fra i dem in mattinata non era mancato chi manifestava perplessità sull’arresto di Sozzani.
Per il Pd Delrio assicura non si è trattato di un voto sul governo ed è chiaro che i deputati “hanno votato secondo coscienza”.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
SIAMO RIUSCITI A FARE ACCORDI CON UN RECLUTATORE DI JIHADISTI, UN TRAFFICANTE DI ARMI, DI CARBURANTE E DI UOMINI… ORA IL CLAN E’ PIU’ DEBOLE E L’ITALIA PERDE TERRENO
L’11 settembre è morto ad Ain Zara, a sud di Tripoli, Fitouri al-Dabbashi, uno dei membri della
famiglia che fino al novembre del 2017, con il sostegno dell’Italia allora a guida Pd, con Marco Minniti ministro dell’Interno, ha governato Sabrata in cambio di un sostanziale blocco delle partenze dei migranti.
Questa città , 70 chilometri a ovest di Tripoli, è sempre stata uno degli snodi principali del traffico di esseri umani diretti in Europa.
È stata anche tra le prime roccaforti degli alleati di Fayez al-Sarraj a cadere, a novembre 2017, sotto i colpi dell’Anti-Isis Operation Room, forza guidata dal generale Omar Abdul Jalil. Quest’ultimo a ottobre di due anni fa ha dichiarato la sua fedeltà all’Esercito nazionale libico (Lna) di Khalifa Haftar, l’uomo che dal 4 aprile sta cercando di conquistare Tripoli.
Con la sconfitta sempre più netta del clan, l’Italia perde un riferimento sulla città costiera a ovest della Libia.
Roma ha sempre negato il suo coinvolgimento con la famiglia, ma sono ormai troppe le inchieste giornalistiche che dimostrano i benefici ottenuti dai Dabbashi a seguito della firma del Memorandum of Understanding tra Italia e Libia del febbraio del 2017.
La perdita di un interlocutore, per quanto tenuto sotto traccia e criticato dalla comunità internazionale, pone l’Italia in una posizione di debolezza in Libia come non accadeva da anni.
Visto che l’avanzata senza rapido successo di Haftar, sostenuto sottobanco da Macron quando ancora era un nemico per l’Europa, ha compromesso la Francia sul piano dei negoziati internazionali a nome dell’Europa, si è aperto un vuoto diplomatico con la Libia. Si spiega così il motivo per cui, dopo anni di silenzio, l’ambasciatore tedesco in Libia, Oliver Owcza, ha annunciato l’intenzione di organizzare una conferenza di pace, probabilmente tra fine ottobre e novembre, a Berlino.
È il terzo tentativo, chiesto ancora una volta dall’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, di arrivare a un cessate il fuoco duraturo e un nuovo embargo sugli armamenti in Libia, dopo che entrambi gli schieramenti l’hanno violato palesemente. I primi tentativi, a novembre 2018 a Palermo e a maggio 2019 a Parigi, sono entrambi stati un fallimento. Il tema non è più solo quello dell’”ondata migratoria” dalla Libia, visti i circa 5.700 arrivi in Italia dall’inizio del 2019, un numero molto più basso di quelli in Spagna o in Grecia, ma quello di dare un minimo di stabilità a un Paese in piena emergenza sanitaria, in cui manca l’acqua e in cui la guerra civile, da aprile, ha già causato oltre mille vittime.
Al-Dabbashi combatteva con milizie islamiste. Ha militato nel Battaglione dei Martiri di Sabrata, un’organizzazione di reduci riparati nella vicina Zawiya.
Nel 2014 ha partecipato a Libya Dawn, composita formazione islamista che includeva da membri della Fratellanza Musulmana già impegnati nella resistenza contro Gheddafi fino ad affiliati ad organizzazioni legate ad al-Qaeda.
Da aprile, le milizie filoislamiste sono tra le forze impegnate nella guerra perpetua per il controllo di Tripoli. I media vicini all’uomo forte della Cirenaica definiscono Fitouri al-Dabbashi un terrorista, un reclutatore di jihadisti, un trafficante di armi, di carburante e di uomini.
Tutti crimini che non gli sono mai stati imputati dal Governo di accordo nazionale di Sarraj. È un fatto però che le prime condoglianze sui social alla famiglia Dabbashi siano arrivate da altre milizie terroriste, la Brigata Al-Samoud del sanzionato Salah Badi e il Gruppo combattente islamico libico (vicino ad al-Qaeda).
Come ricorda l’Agenzia Nova, la famiglia Dabbashi è uno dei clan più noti di Sabrata. Uno zio di Fitouri, Ibrahim al-Dabbashi, è stato ambasciatore alle Nazioni Unite. Ahmed (detto “al-Ammu”, Lo Zio) al-Dabbashi, capo della milizia Anas al-Dabbashi, è tra i trafficanti di esseri umani sanzionati dalle Nazioni Unite.
Il fratello di Al-Ammu, Emhedem, guida la Brigata 48, forza nata da un accordo con il ministero della Difesa e che, secondo fonti libiche riportate da L’Espresso, aveva come unico scopo quello di proteggere gli interessi di Al-Ammu e gestire la sicurezza al compound di Mellitah, joint venture tra Eni e la società petrolifera nazionale libica Noc.
Non è chiaro, invece, quale sia stato il ruolo della famiglia nel sequestro dei quattro tecnici italiani della Bonatti nel 2015, due dei quali morti nella sparatoria per la loro liberazione.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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