Destra di Popolo.net

SCISSIONE PD, ECCO CHI SEGUIRA’ RENZI

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

ALLA CAMERA SI LAVORA PER ARRIVARE A QUOTA VENTI (COMPRESI DUE DI FORZA ITALIA), CINQUE SENATORI ANDRANNO NEL MISTO

La svolta è a un passo. Sul tavolo di Matteo Renzi ci sono i nomi dei parlamentari pronti a lasciare il Partito democratico e a seguire l’ex segretario che entro dicembre vuole fondare un nuovo partito.
Intanto, pallottoliere alla mano, si pensa alla creazione di un gruppo parlamentare autonomo alla Camera, che l’ex premier annuncerà  già  domani. E in tal senso Roberto Giachetti, con la sua corrente “Sempre avanti”, e Maria Elena Boschi sono i più attivi. Anche Ettore Rosato è uno dei protagonisti di questa scissione, la cui accelerazione è arrivata dopo che Renzi non è riuscito a incassare i posti che chiedeva tra viceministri e sottosegretari.
Per raggiungere quota venti è in corso anche una campagna acquisti che guarda Forza Italia così da poter arrivare entro questa settimana, massimo entro la prossima, al numero magico. Numero necessario per formare un gruppo nell’Aula di Montecitorio.
Discorso diverso invece a Palazzo Madama dove, secondo il regolamento, non si possono formare gruppi autonomi, quindi i cinque senatori che lasceranno il Pd andranno nel Misto. I nomi ci sono già . Matteo Renzi, i suoi fedelissimi Francesco Bonifazi e Davide Faraone, il neoministro Teresa Bellanova e Nadia Ginetti.
Oltre che sui nomi si sta ragionando anche su come chiamare il nuovo gruppo parlamentare e forse anche il nuovo partito. Prende quota “L’Italia del sì”. Tuttavia, spiega una fonte che in queste ore sta lavorando al progetto, “alla fine deciderà  Matteo. Di certo, la parola ‘Italia’ ci sarà ”.
La corrente guidata da Roberto Giachetti seguirà  per intero l’ex segretario. Luciano Nobili, Anna Ascani, Michele Anzaldi, Nicola Carè, Gianfranco Librandi di “Sempre avanti” sono pronti a dire “addio” ai dem. Con loro tutti i deputati vicini a Maria Elena Boschi. Tra questi Marco Di Maio e Mattia Mor. Pronti ad andar via dal Pd anche i due capigruppo delle commissioni Bilancio e Finanze, Luigi Marattin che diventerà  il presidente del nuovo gruppo, e Silvia Fregolent. Tra i renzianissimi anche Ivan Scalfarotto, Ettore Rosato, Gennaro Migliore, Lucia Annibali e Mauro Del Barba.
I deputati che certamente lasceranno il Pd sono sedici. Ce ne sono poi altri che ancora non hanno sciolto la riserva. Tra i nomi che circolano in queste ore, ma le trattative sono ancora in corso, ci sono quelli di Lisa Noia, Andrea Romano, Franco Vazio, Camillo D’Alessandro, Marina Berlinghieri. Mentre il siciliano Carmelo Miceli, dato tra i fuoriusciti, smentisce queste voci: “Lavoro per unire, non per dividere. Sono per l’unità  del Pd”.
Comunque sia, “l’obiettivo è arrivare a venticinque deputati e poi a poco a poco svuotare il Pd”, spiegano fonti che in queste ore stanno lavorando alla svolta renziana.
Anche due deputati e un senatore di Forza Italia sarebbero pronti a lasciare il gruppo berlusconiano. Con insistenza circola il nome del senatore toscano Massimo Mallegni.
Anche perchè, in una prima fase, i transfughi renziani potrebbero non bastare per formare un nuovo gruppo e Renzi, inoltre, vuol tenere le carte coperte e far crescere il nuovo gruppo a poco a poco. Almeno secondo i suoi piani.

(da “Huffingtonpost”)

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GIORGETTI, LEGHISTA QUATTRO STAGIONI

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

E’ IL VERO UNTO DEL SIGNORE: SE C’ERA NON HA VISTO, SE HA VISTO NON HA SENTITO, SE HA SENTITO NON HA CAPITO

È il vero unto del Signore. Qualunque cosa succeda, qualunque porcheria condivida, lui è
l’unto, lui è il buono, il competente e naturalmente onesto.
Giancarlo Giorgetti è un signore che ha studiato alla Bocconi, non alza la voce nè bestemmia.
Partecipa in silenzio alle urla, magari rievoca a mente i cori razzisti, la politica dell’odio, le buffonate da palco, le politiche sciagurate
Lui ne esce fuori sempre, bello e pulito. Non sappiamo quale sia la dea che lo accompagna nella fortuna. È stato fedelissimo di Bossi, fin dai tempi dei fucili della val Brembana da caricare a pallettoni contro Roma.
Fedelissimo quando il monarca assoluto utilizza il partito come cassaforte familiare, quando permette che i soldi pubblici vengano dirottati in tasche private, negli affari che dirottano 49 milioni di euro verso lidi sconosciuti. Dove sono finiti? Vattelapesca!
Non lo sa di certo Giorgetti, amico di Maroni, il successore di Bossi, e consigliere di Salvini, il successore di Maroni.
La Lega sceglie di accettare che muoiano in mare i migranti? Solo Salvini è sul banco dell’accusa, Giorgetti sta accucciato, intento a non farsi notare troppo.
La Lega non pronuncia più una parola contro la corruzione, e neanche un sospiro contro il malaffare. E Giorgetti? Muto come un pesce. Degli evasori italiani, che sono parecchi davvero, nessun cenno. Giorgetti dorme. Anzi sostiene la deprecabile flat tax: chi è ricco (e magari un bell’evasore) ci guadagna una tombola, chi è povero se la prende in saccoccia.
Giorgetti però è stimatissimo, quindi deve essere nominato commissario europeo. E infatti Salvini lo indica a Bruxelles. Ma a lui, come Eduardo in casa Cupiello, non piace più il presepe.
Rinuncia e inizia a rompere quotidianamente le balle a Salvini: bisogna staccare la spina al governo. Quando il segretario finalmente la stacca, lui, il prode Giorgetti, si fa venire il mal di pancia.
Ieri a Pontida le urla, le offese, le accuse di un popolo trascinato all’odio, educato anzi all’odio. E Giancarlo Giorgetti? Lui se c’era non ha visto, se ha visto non ha sentito, se ha sentito non ha capito.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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PARAGONE E DI MAIO PUPAZZO NELLE MANI DI QUALCUN ALTRO

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

L’UOMO TUTTO DI UN PEZZO CHE NON SI DIMETTE, NON VIENE ESPULSO E ALLA FINE RESTERA’ ATTACCATO ALLA POLTRONA

Secondo le regole del MoVimento 5 Stelle Gianluigi Bombatomica Paragone dovrebbe essere espulso insieme a Ciampolillo perchè non ha votato la fiducia al Conte Bis.
Invece, siccome tutti gli uomini sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri, per i due simpaticoni non è stata ancora aperta la procedura che ha fatto cacciare uno come De Falco perchè protestava per l’inumanità  grillina alleata di Salvini.
E il senatore oggi rincara la dose in un’intervista al Corriere dove, parlando del patto civico per l’Umbria annunciato ieri, sostiene che «la mossa non è di Di Maio, il gioco non è più nelle sue mani. Il problema è che quando non hai più voce, chiedi anche agli altri di cantare in playback».
«Il Movimento ormai è scisso. C’è quello che vive dentro al palazzo e vive in uno stato di ipnosi, poi ci sono i militanti che sono stati educati con un glossario forte e sono smarriti».
Il passo in Umbria sembra il viatico verso alleanze alle Regionali?
«Guardi, non so se andrà  come ipotizza lei: ogni vicenda è una storia a sè. L’Umbria è la prima elezione amministrativa con questo nuovo governo, è molto importante e cade in una Regione in cui si va anticipatamente alle urne per vicende giudiziarie. Il Movimento avrebbe fatto un certo tipo di campagna, con toni giustizialisti, che ora non può più fare: è stato costretto a un bacio mortale. Il Pd non è fesso e metterà  un candidato civico, il Movimento va dietro a un copione non suo».
Già  che c’è, Paragone attribuisce la svolta del MoVimento a Beppe Grillo, che fino a ieri gli piaceva un casino:
Alcuni big del Movimento nelle ultime settimane hanno auspicato un passo indietro di Di Maio come capo politico…
«Prendersela con Luigi in questo momento è troppo facile e anche inutile. Io quando dovevo dirgli qualcosa l’ho fatto. Questa partita l’ha giocata Beppe Grillo. Luigi ora ha confermato la sua squadra dentro al governo e ha fatto bene: meglio circondarsi di persone che conosce».
Ma soprattutto, precisa che rimarrà  in Parlamento e non darà  le dimissioni da senatore se viene cacciato, smentendo la parola data appena un mese fa
E lei che farà  invece*
«Io continuerò a fare il rompiscatole finchè mi sarà  possibile. Continuerò a dire le cose con coerenza, dentro le istituzioni, nel gruppo Cinque Stelle o al Misto. Alcune partite me le voglio ancora giocare poi vedremo».

(da “NextQuotidiano”)

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PER IL RITARDO NEI SOCCORSI DEL NAUFRAGIO DEI BIMBI MIGRANTI RINVIATI A GIUDIZIO DUE UFFICIALI: MORIRONO 268 PERSONE, TRA CUI 60 BAMBINI

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

SONO I RESPONSABILI DELLE SALE OPERATIVE DI MARINA E GUARDIA COSTIERA… ACCUSATI DI RIFIUTO DI ATTI D’UFFICIO E OMICIDIO COLPOSO

Il gup di Roma ha rinviato a giudizio l’ufficiale responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, Leopoldo Manna, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina, Luca Licciardi, in relazione al processo per il naufragio dell’ottobre del 2013, in cui morirono 268 persone tra cui 60 bambini.
Si trattava di migranti siriani che scappavano dalla guerra civile. Ai due imputati, il pm Sergio Colaiocco contesta i reati di rifiuto d’atti d’ufficio e omicidio colposo. Il processo a Manna e Licciardi è stato fissato al prossimo 3 dicembre davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Roma.
Il naufragio avviene l’11 ottobre 2013. Il peschereccio crivellato di colpi con a bordo 480 profughi siriani in tutto, il dottor Mohanad Jammo, sua moglie, i loro tre figli e altri100 bambini, sta affondando a 61 miglia a Sud di Lampedusa. Ma da via della Storta 701 a Roma il Comando in capo della squadra navale, il Cincnav, ordina a nave Libra della Marina militare italiana, ad appena 17 miglia, un’ora di navigazione, di togliersi di mezzo in attesa dell’arrivo delle motovedette libiche.
È Luca Licciardi, capo sezione attività  correnti della sala operativa del Cincnav, a rispondere alla richiesta di istruzioni del capitano di fregata Nicola Giannotta, 43 anni, ufficiale in servizio alla centrale operativa aeronavale.
Cosa dire alla Libra, chiede Giannotta? Questa la risposta: “Che non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette… te lo chiami al telefono, oh, stanno uscendo le motovedette, non farti trovare davanti ai coglioni delle motovedette che sennò questi se ne tornano indietro”.
Giannotta obbedisce e ordina alla Libra di togliersi dalla congiungente tra Malta e il barcone, la rotta più breve: “Perchè se vi vede a un certo punto (la motovedetta maltese)… eh, gira la capa al ciuccio e se ne va”. Ecco perchè l’ultima salvezza, la nave militare comandata da Catia Pellegrino, 41 anni, l’unico ufficiale davvero all’oscuro dello scaricabarile, si allontana oltre l’orizzonte.
Il peschereccio carico di migranti si rovescia alle 17.07, dopo cinque ore di inutile attesa dalla prima richiesta di soccorso alla Guardia costiera. Almeno duecentosessantotto morti, sessanta bambini, quasi tutti caduti in mare e mai più ritrovati.
La motovedetta maltese, il pattugliatore P61, arriverà  sul punto del disastro soltanto alle 17.51. Nave Libra addirittura più tardi, alle 18. Riescono a tirare a bordo duecentododici persone. E molti bimbi che i sopravvissuti giurano di aver visto in acqua aggrappati a tavole di legno non appaiono nell’elenco dei superstiti.
L’inchiesta e la tenacia
C’è tuttavia un’inchiesta sulla loro morte, che non si è persa nel rumore delle onde solo grazie alla tenacia del giornalista Fabrizio Gatti, che su Repubblica e L’Espresso ha ricostruito la dinamica dell’incidente e ha poi denunciato l’accaduto alle procure di Agrigento e Palermo.
L’iter processuale dell’inchiesta è stato piuttosto accidentato. Dopo le denunce di Gatti, due procure, quella di Agrigento e quella di Roma, chiedono l’archiviazione del procedimento. “In questa indagine le procure non si sono mosse — ha spiegato l’avvocato Arturo Salerni, che segue il procedimento come parte civile per i parenti delle vittime -, ma si è arrivati all’udienza preliminare grazie ai giudici di Agrigento e Roma, che hanno rifiutato l’archiviazione, e al coraggio di un giornalista scrupoloso”.
Tra i dati decisivi per valutare l’operato della Marina ricostruiti da Gatti le precise informazioni riferite alla Guardia costiera da Mohanad Jammo, 44 anni, il medico di Aleppo che con un telefono satellitare dal barcone alla deriva chiamava la sala operativa di Roma e della Valletta.
“Le informazioni che il dottor Jammo riferisce al tenente di vascello Clarissa Torturo, 40 anni, l’ufficiale di servizio alla centrale di Roma, sono inequivocabili e ben comprese – scrive Gatti nel 2017 – . Tanto che l’allora comandante della Guardia costiera, l’ammiraglio Felicio Angrisano, le riporta in una lettera inviata a L’Espresso nel 2013: ‘Ore 12.39… presenza a bordo di due bambini bisognevoli di cure… unità  che con motore fermo, imbarca acqua’, scrive l’ammiraglio. A quell’ora Jammo dice che l’acqua nello scafo ha raggiunto il mezzo metro. Difficile sostenere che non si sappia del pericolo”.

(da agenzie)

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“GRETA DI BIBBIANO” NON E’ DI BIBBIANO MA DELL’HINTERLAND MILANESE E NON C’ENTRA UNA MAZZA CON L’INCHIESTA IN CORSO

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

LA MADRE E’ LA PRESIDENTE DI UNA ASSOCIAZIONE DI TUTELA DEI BAMBINI E IL CASO DI SUA FIGLIA NON C’ENTRA NULLA CON BIBBIANO

«E fra i bimbi c’è anche Greta. Greta è questa splendida ragazza coi capelli rossi che dopo un anno è stata restituita alla mamma». Per il suo colpo di teatro finale Matteo Salvini tira fuori dal cilindro la vittima di Bibbiano.
Una ragazzina che era già  pronta dietro le quinte con il pass per salire assieme alla madre e un cartello contro i bimbi rubati.
«Mai più bimbi come merce», tuona il leader della Lega mentre sventola un paio di scarpine bianche che Greta gli ha appena consegnato.
Ma chi è Greta, qual è la sua storia?
Tutti hanno pensato che sia una delle vittime dei presunti abusi commessi a Bibbiano dai Servizi Sociali, complice anche l’hashtag #BIBBIANO con cui Matteo Salvini ha twittato la presenza della ragazzina sul palco.
Ma non è la verità .
Lo afferma su Twitter Selvaggia Lucarelli del Fatto Quotidiano che scrive che secondo quanto le ha riferito un magistrato «la bambina Greta portata da Salvini sul palco di Pontida non è menzionata nell’ordinanza del GIP di Reggio Emilia riguardante il “caso Bibbiano”. Inoltre il suo caso non sarebbe stato neppure tra quelli seguiti dai Servizi Sociali della Val d’Enza».
La Lucarelli, che sta lavorando ad un libro su Sagliano e questa sera parteciperà  ad un incontro con Pablo Trincia (autore del podcast su “Veleno”), la deputata del M5S Stefania Ascari, l’avvocato Patrizia Micai delle vittime di “Veleno” e lo scrittore Diego Siragusa è la prima a far emergere la domanda.
Chi è la ragazzina esibita sul palco da Salvini? A quanto pare non sarebbe una dei minori sottratti a Bibbiano, il suo caso è un altro ed è diverso.
Di sicuro Greta e i suoi famigliari fanno parte del Movimento Spontaneo Nazionale #Bambinistrappati nato da un’idea di una mamma che su Facebook è nota con lo pseudonimo di Joey Gattinoni (al secolo Sara De Ceglia).
Sara De Ceglia è la mamma di Greta, una bambina tornata a casa il 3 settembre.
Da una rapida ricognizione su Google (e sui profili social della referente dell’associazione) emerge come la signora Gattinoni/De Ceglia mamma di Greta non sia di Bibbiano ma dell’hinterland milanese (risulta gestire un’agenzia di consulenze). Questo non vuol dire che il suo caso non sia vero o che non abbia subito un’ingiusta separazione dalla figlia.
Semplicemente significa che la sua vicenda personale (e quella di Greta, naturalmente) non hanno nulla a che fare con l’inchiesta “Angeli e Demoni” sui servizi sociali della Val d’Enza.
Greta non sarebbe quindi uno dei 4 minori “restituiti alle famiglie di Bibbiano” della cui vicenda riferiva il Resto del Carlino nel luglio scorso.
Nei commenti al post della Lucarelli è comparso anche quello di Sara Joey (Sara De Ceglia, ovvero la madre di Greta) che conferma di essere la madre della ragazzina che era sul palco di Pontida ma oltre a parlare di macchina del fango che avrebbe “come oggetto mia figlia” non smentisce la ricostruzione fatta dalla giornalista del Fatto.

(da NextQuotidiano”)

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“LA BAMBINA CHE SALVINI HA PORTATO SUL PALCO DI PONTIDA NON C’ENTRA NULLA CON IL CASO BIBBIANO”

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

LA GIORNALISTA LUCARELLI DENUNCIA IL TAROCCO: “FONTI DELLA MAGISTRATURA”… SE FOSSE CONFERMATO IL FALSO SAREMMO DI FRONTE A UNA IGNOBILE MISTIFICAZIONE

Ieri, domenica 15 settembre, a Pontida Matteo Salvini ha chiuso il suo comizio chiamando sul palco alcuni bambini e tra loro anche Greta, una delle bambine dell’inchiesta sugli affidi illeciti di Bibbiano.
La piccola però non sarebbe una di quelle menzionate nell’ordinanza del giudice sul caso e non sarebbe nemmeno stata seguita dai servizi sociali coinvolti.
A rivelarlo è oggi dalla sua pagina Facebook Selvaggia Lucarelli. “Mi comunica un magistrato — ha scritto in un post la nota opinionista e conduttrice — che la bambina Greta portata da Salvini sul palco di Pontida non è menzionata nell’ordinanza del Gip di Reggio Emilia riguardante il ‘caso Bibbiano’. Inoltre il suo caso non sarebbe stato neppure tra quelli seguiti dai Servizi Sociali della Val d’Enza. Spero che Matteo Salvini, per quel che resta della sua reputazione, possa smentire”.
“Greta — sono state la parole del leader della Lega a Pontida — è questa bellissima bambina con i capelli rossi che dopo un anno è stata restituita alla mamma”.
La bambina è arrivata sul palco accompagnata dalla madre, tenendo in mano una striscione con l’hashtag #bambinistrappati. “Mai più bimbi rubati alle mamma e ai papà , mai più bimbi come merce”, ha aggiunto l’ex ministro dell’Interno riferendosi ancora alla vicenda di Bibbiano.
Un messaggio che è stato rilanciato anche sui canali social del leader leghista.
Il post Facebook di Selvaggia Lucarelli in pochi minuti ha ottenuto migliaia di condivisioni e reazioni. Salvini viene accusato di aver strumentalizzato i piccoli saliti sul palco.
Se la soffiata fatta a Selvaggia Lucarelli fosse confermata, infatti, non si discuterebbe soltanto del cattivo gusto — da parte di Matteo Salvini — di portare una bambina sul palco di una manifestazione politica pubblica con il solo scopo di fare propaganda.
Si starebbe parlando di una vera e propria mistificazione della realtà : Greta, infatti, sarebbe stata utilizzata come un ‘simbolo’ di una vicenda della quale nemmeno avrebbe fatto parte.

(da TPI)

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IMPROVVISAMENTE SALVINI SI E’ ACCORTO DEGLI SBARCHI FANTASMA CHE NASCONDEVA QUANDO ERA MINISTRO

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

DA QUANDO E’ ALL’OPPOSIZIONE HA RECUPERATO LA MEMORIA CHE AVEVA PERSO PER 14 MESI

Lo aveva detto lo stesso Matteo Salvini: «Stare all’opposizione è più semplice».
E nel giro di meno di due settimane, ecco che le questioni sempre taciute nel suo lungo periodo a capo del Viminale diventano una questione che può essere strumentalizzata per fare la solita e continua propaganda politica.
Si parla degli sbarchi fantasma che da sempre — anche durante la sua guida al Ministero dell’Interno — hanno contraddistinto le coste italiane.
Solo che, fino a un paio di settimane fa, il leader della Lega non ne ha mai voluto parlare, portando avanti la sua campagna fatta di propaganda sui ‘porti chiusi’. Ora, invece, gli episodi vengono denunciati e palesati, anche attraverso i suoi canali social.
Lo ha fatto — dopo averlo già  detto durante la festa della Lega a Pontida 2019 — ai microfoni di Mattino 5, la trasmissione in onda sulle reti Mediaset.
Durante il suo intervento, infatti, Matteo Salvini ha fatto riferimento alle 250 persone arrivate nella notte sulle coste italiana attraverso i cosiddetti sbarchi fantasma: quei barchini al di fuori dei radar che riescono ad attraversare il Mediterraneo nell’anonimato assoluto.
Tardi, ma se ne è accorto. Sempre fuori tempo massimo.
Quando, infatti, gli venivano fatte notare le decine di episodi che si sono susseguiti nel corso dei suoi 14 mesi di lotta contro le Ong, Matteo Salvini non ha mai parlato di questi sbarchi fantasma che, in realtà , hanno fortemente influenzato il suo mandato al Viminale. Ma il ‘problema’ — evidenziato anche con i due decreti sicurezza — erano soltanto le Ong, in una sorta di ossessione da dare in pasto agli italiani.
Il tutto mentre sulle coste italiane i porti non sono mai stati chiusi, con i cittadini vittime dei luoghi comuni. Ma ora se ne parla. Ora, dall’opposizione. Perchè è più facile.

(da agenzie)

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MIGRANTI TORTURATI, VIOLENTATI E LASCIATI MORIRE IN UN CENTRO DI DETENZIONE DELLA POLIZIA LIBICA: TRE ARRESTI A MESSINA

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

IL PROCURATORE PATRONAGGIO: “CRIMINI CONTRO L’UMANITA’, AGIRE A LIVELLO INTERNAZIONALE” … COINVOLTE LE ISTITUZIONI UFFICIALI LIBICHE, QUELL’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE CHE L’ITALIA FINANZIA A MILIONATE PER FARE IL LAVORO SPORCO

Lasciati morire, torturati, violentati, ricattati in un centro di detenzione della polizia libica. È un condensato di orrori, ma soprattutto una tragica conferma di quanto denunciato nei giorni scorsi da un rapporto dell’Onu il racconto di alcuni dei migranti soccorsi e sbarcati a Lampedusa dalla nave Alex della Ong Mediterranea che hanno consentito alla squadra mobile di Agrigento diretta da Giovanni Minardi di avviare l’inchiesta che questa mattina ha portato al fermo di tre persone, altri migranti giunti in Italia con precedenti sbarchi, che erano ancora ospitate nell’hotspot di Messina.
L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Agrigento e poi passata alla Dda di Palermo che ha firmato il provvedimento di fermo, per la prima volta contesta in Italia il reato di tortura oltre a quelli di sequestro di persona e tratta di esseri umani.
“Questo lavoro investigativo – spiega il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio – è suscettibile di ulteriori importanti sviluppi e ha dato conferma delle inumane condizioni di vita all’interno dei cosiddetti capannoni di detenzione libici e la necessità  di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei più elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di più, si configurano come crimini contro l’umanità “.
I torturatori
I tre arrestati, Mohamed Condè, detto Suarez, 27 anni della Guinea, Hameda Ahmed, 26 anni, egiziano e Ashuia Mahmoud, 24 anni, egiziano anche lui, sequestravano i migranti al loro arrivo in Libia e li lasciavano partire solo dopo mesi e mesi di drammatiche violenze e dopo aver ricevuto il riscatto pagato dai familiari. O dopo aver rivenduto come schiavi chi non poteva pagare.
Le vittime, che coraggiosamente hanno dato la loro testimonianza, hanno raccontato di aver assistito a omicidi, ma anche di aver visto morire di stenti loro compagni di detenzione. Hanno riconosciuto gli autori delle violenze nelle foto che gli agenti della Mobile di Agrigento hanno mostrato loro, come fanno ad ogni sbarco nelle prime indagini condotte negli hotspot proprio alla ricerca di eventuali componenti le organizzazioni di trafficanti che spesso arrivano anche loro in Italia sui gommoni.
Il centro di detenzion
Il lager in cui avvenivano le torture oggetto dell’inchiesta è quello di Zawiya, un centro di detenzione ufficiale gestito dalla polizia libica
“C’erano anche donne e bambini. Sostanzialmente era una prigione della polizia libica. Presso questa ultima struttura, malgrado – racconta uno dei migranti ai poliziotti – la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Personalmente ho assistito alla morte di tanti migranti non curati. Molti di noi aveva malattie alla pelle”.
Le testimonianze: “Ci davano da bere solo acqua di mare”
“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone, sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. È il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawiya. “Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare – racconta – e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza, venivamo picchiati per sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità  di pagamento. Durante la mia prigionia ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”.
“I carcerieri erano spietati – spiega ancora il testimone – Il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sè”. “Ho visto morire tanta gente, – racconta – in particolare due fratelli della Guinea morti per le ferite subite nel campo. Con me all’interno di quel carcere c’era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto che molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci”.
L’atto d’accusa
“Sistematiche percosse con bastoni,   calci di fucili, tubi di gomma, frustate e somministrazione di   scariche elettriche”, ma anche “ripetute minacce gravi” messe in atto “con l’uso delle armi o picchiando brutalmente altri migranti quale gesto dimostrativo”, “accompagnate dalla mancata fornitura di beni di prima necessità , quali l’acqua potabile, e di cure mediche per le malattie lì contratte o le gravi lesioni riportate in stato di   prigionia- acute sofferenze fisiche e traumi psichici e un trattamento inumano e degradante per la dignità  della persona”.
Ecco alcune delle   torture subite dalle vittime nei cambi di detenzione in Libia, scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo firmato dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai sostituti Ferrara e Caputo.

(da agenzie)

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“NOI ITALIANI SIAMO DI UNA RAZZA SUPERIORE”: LA PROPRIETARIA DI UN B&B CACCIA UN TURISTA RAZZISTA CHE IRONIZZAVA SU UNA DIPENDENTE DI COLORE

Settembre 16th, 2019 Riccardo Fucile

LA PROPRIETARIA: “PER NOI NASCERE A PALERMO E’ SUFFICIENTE PER ESSERE ITALIANI, SE NON TI STA BENE STATTENE A CASA TUA, LA RAGAZZA E’ BRAVISSIMA E MERITA RISPETTO”… E LO ACCOMPAGNA ALLA PORTA

Un altro episodio di razzismo e discriminazione, anche in vacanza. Dopo la vicenda della giovane pugliese a cui non è stato permesso affittare un’abitazione nel Milanese, il capoluogo meneghino continua a essere protagonista — a latere — di vicende che vedono al centro la discriminazione.
L’ultimo episodio è stato denunciato dalla titolare di un B&B — o per meglio dire, un R&B, Room and Breakfast — del centro di Palermo, dove un turista milanese ha utilizzato termini di stampo razzista nei confronti di una dipendente nera che lavora nella struttura.
Ed è la stessa proprietaria del R&B La Terrazza Sul Centro di Palermo, la signora Barbara Alongi, ad aver denunciato l’accaduto sui social, rendendo pubblica la sua decisione di cacciare via dalla sua struttura quel maleducato e razzista turista che da Milano era sceso in Sicilia al grido dei «veri italiani», quasi fosse un manifesto della razza nei confronti degli stranieri. E non solo.
«Caro ospite ignorante, per noi nascere a Palermo è sufficiente per essere italiani e se per te i siciliani non lo sono, stattene serenamente a casa tua — si legge nel post Facebook condiviso dalla pagina della struttura alberghiera siciliana -. Se pensi che il “vero italiano” sia un essere superiore, noi tutti siamo più italiani di te! Felice di averti, con il sorriso, sbattuto la porta in faccia perchè qui è casa mia e non diamo il benvenuto a chi non lo merita. W il mondo a colori».
Il marito della donna, co-proprietario del R&B, ha spiegato a La Repubblica come si sia mantenuta la calma per qualche minuto, ma vista l’insistenza del turista milanese nel ribadire i suoi concetti di «vero italiano» insultando la collaboratrice che lavora nella loro struttura, hanno deciso di rinunciare agli ultimi soldi di quell’uomo cacciandolo dal loro albergo.
“Ho sopportato qualche minuto, poi ho deciso di intervenire – racconta Emiliano Nania, marito della titolare del b&b “La terrazza sul centro” – La ragazza è una collaboratrice bravissima del b&b e merita rispetto”.
Il post su Facebook ha ottenuto un profluvio di commenti e condivisioni. “Brava – si legge in un commento – W Palermo dell’accoglienza, della cultura antica e dei sorrisi gioiosi come quello della tua collaboratrice”.

(da agenzie)

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