Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
NON VACCINATO E POSITIVO SCAPPA CON L’AIUTO DEI FAMILIARI E CON IL CATETERE E L’AGO DELLA FLEBO ANCORA ATTACCATI
Aumentano con l’aumentare dei contagi i casi di intimidazione e mancanza di
rispetto verso i medici e gli infermieri impegnati nella lotta al Coronavirus.
L’ultimo in ordine di tempo è successo in Sicilia: un giovane positivo e non vaccinato rifiutava il ricovero nel reparto Covid, così è fuggito dal pronto soccorso mentre aveva ancora catetere e flebo attaccate.
Il tutto è avvenuto ieri sera all’Ospedale Civico Cervello di Palermo: un giovane, positivo al tampone, è scappato con l’aiuto dei suoi familiari che lo avevano accompagnato al nosocomio ed erano concordi con il rifiuto del ricovero suggeritogli dai medici.
Gli agenti di polizia sono dovuti intervenire per riportare la calma e cercare di rintracciare il paziente: adesso anche i familiari rischiano di finire in quarantena visto che sono venuti a contatto con lui. Secondo quanto ricostruito dai sanitari, braccati dai parenti nell’area di emergenza durante la fuga del giovane, nessuno di loro era vaccinato.
Secondo quanto riportato dal quotidiano locale BlogSicilia, pare che poco dopo parenti e paziente si siano presentati al pronto soccorso di un altro ospedale di Palermo, il Buccheri La Ferla, e anche lì ci sarebbero stati dei diverbi che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.
Lo scorso agosto, sempre al Cervello di Palermo, una donna positiva, che aveva esplicitamente dichiarato ai medici di essere no vax, riuscì a scappare grazie all’aiuto del marito: era ricoverata nel reparto di ostetricia Covid dopo un parto cesareo, fuggì dopo avere partorito lasciando il neonato in ospedale.
Il marito era riuscito ad entrare fino alla stanza della moglie, eludendo la sorveglianza dei vigilanti. Pochi giorni dopo nello stesso ospedale si consumò una vera e propria tragedia: nelle prime ore del mattino un paziente affetto da Covid 19 ricoverato in terapia intensiva si tolse la vita gettandosi nel vuoto da una finestra al terzo piano.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL FATTO A BORDO DI UN CONVOGLIO DELLA TRATTA MANTOVA-MODENA
Stava facendo il suo lavoro a bordo del treno, anche quello di verificare – secondo le indicazioni contenute nell’ultimo dl licenziato dal Consiglio dei Ministri a poche ore dal Natale – che tutte i viaggiatori indossassero correttamente la mascherina FFP2, come previsto dalla normativa vigente sugli spostamenti attraverso i mezzi pubblici.
E proprio durante uno di questi controlli sul convoglio che stava coprendo la tratta tra Mantova e Modena, una capotreno è stata picchiata da un gruppetto di ragazzi.
L’episodio di violenza, prima dialettica e poi fisica, è avvenuto nel corso della giornata di ieri – martedì 28 dicembre -, quando la capotreno aggredita stava effettuando i controlli a bordo del treno Mantova-Modena.
Ed è lì che un gruppo di ragazzi ha reagito alla richiesta di indossare – come previsto dalla norma entrata in vigore il giorno di Natale (e che sarà valida almeno fino al prossimo 31 marzo, giorno in cui scadrà lo stato di emergenza) – la mascherina FFP2 iniziando con gli insulti e poi proseguendo con atti di violenza.
Un’aggressione che, secondo quanto riportato da Il Resto del Carlino, è avvenuta in due step.
Il primo, quello dello scontro dialettico, iniziato poco prima della stazione di Rolo. Poi, una volta arrivati in quella provincia del Reggiano, alcuni di questi giovani sono stati fatti scendere. Altri, invece, sono rimasti a bordo del treno e il caos è proseguito. Alcuni dei ragazzi, infatti, avrebbero colpito la capotreno che, una volta arrivati a Carpi, è stata fatta scendere dal convoglio e trasportata in ospedale.
Per sua fortuna le ferite sono lievi e si rimargineranno nel giro di pochi giorni. Adesso gli inquirenti stanno visionando le immagini delle telecamere di sicurezza per individuare i colpevoli di questa aggressione.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL PROF. BROCCOLO: “TUTTI QUESTI TAMPONI ANTIGENICI A TAPPETO NON HANNO SENSO, SONO MENO SENSIBILI”
Tamponificio Italia. Così Matteo Bassetti, direttore della clinica Malattie infettive del
San Martino e professore presso l’università di Genova, ha definito quello che sta succedendo nel nostro Paese, dove ogni giorno circa 1 milione di italiani ricorrono ai test (il più delle volte antigienici, cioè rapidi) per verificare la presenza o meno del virus Covid-19 nel loro organismo.
Una consuetudine che sta mandando letteralmente in tilt l’intero sistema, facendo registrare file chilometriche fuori dalle farmacie e nei drive in. Un’attesa spesso vana, poiché le disponibilità e le scorte cominciano ad esaurirsi.
“Credo che il “tamponificio-Italia debba avere uno stop, stiamo assistendo a un corsa in autoprescrizione abbastanza assurda. Il tampone dovrebbe rimanere un presidio richiesto dal medico, unico in grado di saper poi trattare un positivo o un contatto”, ha spiegato Bassetti.
Secondo l’infettivologo “stiamo dando false patenti di tranquillità. Soprattutto con tamponi rapidi con cui si hanno fino al 40% di falsi negativi”.
Una lettura in parte condivisa da Francesco Broccolo, virologo e professore dell’Università di Milano Bicocca, che ad HuffPost ha spiegato: ″I test antigenici sono intrinsecamente molto meno sensibili rispetto a quelli molecolari e quindi posso essere utilizzati solo per attività di screening e non a finalità diagnostica: nella prima fase della pandemia si è visto che ripetuti a distanza di tre giorni permettevano di individuare l’infezione in una fase precocissima della malattia, quando la carica virale è altissima. In luoghi circoscritti avevano senso. Fatti a tappeto per rilevare i contatti stretti no”.
La scarsa sensibilità, e quindi attendibilità, degli antigenici è ancora più evidente in questa fase della pandemia con la variante omicron che sta prendendo il sopravvento. “Tutti questi tamponi antigenici non hanno senso perché sono meno sensibili, lo dice anche l’Fda, non solo intrinsecamente, ma anche perché vanno a cercare la proteina N e non la proteina Spike. La proteina N in Omicron ha 6 mutazioni anziché 3 come nella variante Delta: avendo più mutazioni scappa di più al test. Ecco perché abbiamo il 2% di test antigenici positivi oggi contro un 20% di test molecolari: questo è indicativo della poca sensibilità dei primi rispetto ai secondi” ci spiega ancora il Professor Broccolo.
La soluzione, dunque, è quella di evitare di “paralizzare tutto il Paese facendo test a tappeto per la variante omicron che tra l’altro sembra dare malattia molto meno severa, stando ai dati fin qui analizzati.
Questo sta mandando in tilt il sistema: circa il 75% dei tamponi che vengono fatti attualmente in Italia sono antigenici, fatti in farmacia, creando lunghe code, con tutto ciò che ne consegue, mettendo anche a rischio infezione le persone per le lunghissime attese, ad esempio. Ma soprattutto manda in tilt il sistema sanitario perché chi ha necessità veramente di fare un tampone, cioè ha dei sintomi quindi deve dirimere una diagnosi in tempi rapidi per poter fare una terapia appropriata contro Covid, non riesce a farlo”.
Ha senso in un momento così difficile, di infezione altissima, con 500 nuovi casi al giorno per 100mila abitanti, fare questo tracciamento quando oramai il virus è andato molto avanti e sta sostituendo la Delta?
“No, non ha più senso”, ribadisce Broccolo. “Andava fatto molto prima. La strategia va cambiata. La mia proposta è quella di snellire innanzitutto la procedura di utilizzo dei farmaci efficaci che sono oggi disponibili negli ospedali e a domicilio; in secondo luogo, varrebbe la pena ragionare su un lockdown per i non vaccinati, che non è una punizione. La maggior parte dei non vaccinati sono persone che hanno paura perché hanno patologie o allergie che non permettono loro di sottoporsi alla inoculazione: in un momento di emergenza sanitaria va spiegato loro, poiché sono soprattutto loro che finiscono in terapia intensiva, che è necessario valutare un lockdown per un periodo da stabilire”.
Perciò stop al tamponificio-Italia e all’autodiagnosi. “Non è necessario negare del tutto il tampone a chi vuole andare a trovare i genitori ed essere più tranquillo. Ma va spiegato che il risultato negativo non garantisce assolutamente la negatività. Allora a cosa serve? Serve solo perché qualora fosse positivo, mette in allerta ed induce ad andare a fare un test serio di conferma. Tuttavia, l’allerta deve rimanere tal quale nella situazione in cui il risultato fosse negativo. Se si comprende questo concetto, allora ha senso andare a comprare il test in fase di pandemia e di emergenza, ma se non si comprende questo concetto si sta sbagliando tutto”, chiosa il virologo.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
UN SUPREMATISTA HA SPARATO A DEGLI INNOCENTI
Cinque morti più l’aggressore. È questo il drammatico bilancio di una sparatoria registrata nello stato americano del Colorado. Un uomo armato solitario ha ucciso cinque persone e ne ha ferite altre due, tra cui un poliziotto, prima di essere colpito a morte.
La polizia americana ha ricostruito i fatti in una conferenza stampa a tarda notte. Il killer, a partire da lunedì pomeriggio, ha aperto il fuoco in diversi luoghi tra Denver e Lakewood. Due donne sono state uccise in un negozio di tatuaggi di Denver, nello stesso luogo è stato ferito anche un uomo. Poi in una casa il killer ha sparato e ucciso un altro uomo.
Quindi si è recato a Lakewood, dove ha sparato a un uomo in un altro negozio di tatuaggi, prima di entrare in un hotel dove ha sparato diversi colpi a una receptionist. Anche quest’ultima è morta. Il killer, secondo quanto riportato dai media locali, si chiamava Lyndon McLeod ed era l’autore di libri dedicati alle filosofie dell’”alt-right”, tra cui supremazia maschile, convinzioni complottiste sul Covid e violenza contro i “deboli”.
“C’è stata una sparatoria con i nostri agenti e il killer è stato colpito”, ha detto nella serata di lunedì il portavoce della polizia di Lakewood John Romero in conferenza stampa. Il killer è stato dichiarato morto sulla scena, secondo quanto confermato dalla polizia. A sparargli una poliziotta che dovrà subire un intervento chirurgico, ma “sta bene”, ha detto Romero.
(da Fanpage)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
“LA SPOCCHIA CHE MOSTRAVA IN RADIO E’ UN DECIMO DI QUELLA CHE HA FATTO VEDERE QUA, SIAMO STANCHI DI ESSERE INSULTATI”
“Abbiamo fatto di tutto e di più, ma la malattia è stata inesorabile. È rimasto in
terapia intensiva 22 giorni”. I medici del reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Borgo Trento, a Verona, hanno parlato del no vax Maurizio Buratti, noto al pubblico come “Mauro da Mantova” nel programma radiofonico “La zanzara”, morto il 27 dicembre scorso per Covid.
Come riporta il Corriere del Veneto, secondo uno dei primi medici che l’ha preso in cura, l’apparato respiratorio del paziente appariva “bianco” a una delle prime radiografie, segno di una infezione in fase avanzata.
Buratti infatti è arrivato tardi alle cure intensive, sempre per un suo rifiuto. Durante tutto il periodo di degenza l’ospedale è rimasto in contatto con la figlia, un’operazione che fa parte della routine pandemica. La notizia della sua morte è arrivata nel tardo pomeriggio del 27 dicembre. Buratti in passato aveva fatto il carrozziere in provincia di Mantova (risiedeva però a Curtatone), e soprattutto all’inizio del ricovero non è stato un paziente facile con cui avere a che fare. Una delle infermiere ha raccontato al Corriere:
“La spocchia che mostrava in radio è appena il dieci per cento di quella che ha fatto vedere di persona quando è arrivato in Pronto soccorso. Era una persona, e lo abbiamo curato con ogni mezzo. Ma siamo stanchi di essere derisi e insultati da chi deve poi ricorrere a noi quando si trova con l’acqua alla gola”.
Nel suo ultimo intervento alla “Zanzara”, Buratti si era vantato di essere andato al supermercato con la mascherina abbassata, “a fare l’untore”, come aveva specificato.
(da agenie)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
RADDOPPIANO I RICOVERI DEI MINORENNI…MILLE SANITARI CONTAGIATI IN UN GIORNO, 800 SONO INFERMIERI
Con la variante Omicron, il Covid si conferma come la pandemia dei non vaccinati e dei bambini. Secondo l’ultimo report della Fiaso, sette pazienti su dieci ricoverati in terapia intensiva in Italia sono non vaccinati e la loro ospedalizzazione nell’ultima settimana ha subito quasi un raddoppio mentre i ricoveri dei vaccinati, quasi tutti fragili e con altre patologie, ha avuto un aumento del 19 per cento. Cresce (+ 46%) anche il tasso di ricoveri dei minorenni a conferma di come la malattia non sia sempre leggera neanche tra i più piccoli.
Quasi raddoppiati i ricoveri dei minorenni
Nella settimana 21-28 dicembre sono cresciuti del 46% i pazienti Covid sotto i 18 anni. Nei 4 ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria dei 21 ospedali sentinella della Fiaso il numero dei bambini ricoverati è passato da 45 a 66 (di cui 3 in terapia intensiva), con un incremento pari al 46,7%. Tra i piccoli degenti il 56% ha tra 0 e 4 anni mentre la restante parte del 44% ha tra 5 e 18 anni. Nessuno dei minori sopra i 5 anni era stato vaccinato con ciclo completo.
In forte aumento i No Vax in corsia
Nel mese di dicembre “l’incremento dei ricoveri di No Vax si è consolidato: dal 7 dicembre al 28 dicembre il numero è cresciuto del 46%, mentre l’aumento dei pazienti vaccinati nello stesso periodo si è fermato al 19%. I No Vax sono circa il 71% del totale dei pazienti in Rianimazione contro il 29% di vaccinati”, rimarca la Fiaso. Il tasso di crescita dei ricoveri Covid, negli ospedali sentinella Fiaso, “accelera del 13,7%”. E secondo la Federazione “è in parte, probabilmente, l’effetto festività a incidere sul maggior numero di ospedalizzazioni per Covid, ma quello che i numeri consentono di osservare è sempre più un’epidemia dei non vaccinati”.
Il report dei 21 ospedali evidenza “un aumento dei ricoveri a doppia cifra, pari al 13,7%, con una accelerazione rispetto alla scorsa settimana quando l’incremento era stato del 7%. Dal 7 al 28 dicembre l’aumento complessivo è stato del 33% – si legge nel documento – Nei reparti ordinari la presenza di pazienti non vaccinati è del 54%. Permane la differenza di età fra vaccinati e non: i primi hanno in media 70 anni, i secondi 63 anni. Diverso anche lo stato di salute tra le due categorie: il 71% dei vaccinati ricoverati soffre di gravi patologie mentre meno della metà dei pazienti non vaccinati (47%) è affetto da altre malattie”.
Le terapie intensive occupate dai non vaccinati
“In una settimana la crescita nei reparti intensivi negli ospedali sentinella Fiaso è stata del 18%, più consistente rispetto a quella registrata nei ricoveri ordinari. Decisamente maggiore risulta l’aumento di non vaccinati in rianimazione rispetto ai vaccinati (21,6% contro 10%) – rileva il report – I letti delle terapie intensive continuano a essere occupati prevalentemente da pazienti che non si sono sottoposti alla profilassi vaccinale: i No Vax sono circa il 71% del totale dei pazienti in Rianimazione contro il 29% di vaccinati.
Il range di età nei due gruppi è diverso: per i non vaccinati si va dai 21 agli 85 anni; per i vaccinati il più giovane ha 35 anni e il più anziano 90”. “Tra i vaccinati in rianimazione l’84% aveva completato il ciclo vaccinale con 2 dosi da oltre 4 mesi e non aveva ancora eseguito la dose booster raccomandata”, conclude la Fiaso.
Il 118: “I No Vax chiamano quando già non respirano”
Sono non vaccinati e hanno un’età compresa tra 35 e 60 anni, i pazienti Covid che chiamano l’ambulanza da casa quando hanno già febbre alta, tosse forte e difficoltà respiratoria acuta. Sono i dati nazionali raccolti dalle centrali operative del 118 con rilevazioni regionali. Il rapporto tra pazienti vaccinati e non vaccinati con sintomatologia clinica grave è nelle ultime settimane ripartito: 85% di non vaccinati e 15% di vaccinati. “Evitano l’ospedale e restano a casa fino a quando non riescono a respirare”, spiegano dal 118.
Raffica di contagi tra i sanitari
“Solo il 28 dicembre eravamo a 6904, ora siamo a 8001. Si registrano ben 1097 operatori sanitari infettati in più. Questo significa oltre 800 infermieri in 24 ore. E poi ci preoccupa non poco la percentuale di aumento dei ricoveri, siamo al 20%, dato che pesa come un macigno insostenibile sulle spalle dei nostri infermieri, alle prese con un fragilissimo sistema sanitario, ingabbiati tra precariato, turni massacranti e carenza di personale che rischia di toccare di nuovo quell’acme di 80-85 mila unità in presenza di una crescita così esponenziale dei ricoveri”. Lo dice in una nota Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up.
(da La Repubblica)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
L’ALLARME DEL PRIMARIO DI MALATTIE INFETTIVE DI CATANIA
Il professor Cacopardo trascorrerà il Capodanno in corsia visto che gran parte dei
medici sono in quarantena. A Open dice: «I No Vax strappano le bardature, rifiutano i trattamenti e non vogliono essere “toccati”»
«Siamo sommersi, la situazione è incandescente, il mio reparto è già pieno di malati Covid. Se domani dovesse venire un paziente che sta male, non potrei ricoverarlo. Abbiamo persino dovuto riaprire alcune aree dell’ospedale chiuse da mesi e ora dobbiamo fare i conti con la mancanza di medici».
A parlare a Open è il professor Bruno Cacopardo, primario di Malattie infettive al Garibaldi di Catania. È stanco, è quasi senza voce. I ritmi sono frenetici e il peggio, forse, deve ancora venire. Bisognerà capire cosa succederà dopo le feste, dopo i baci, gli abbracci e le riunioni di famiglia di Natale e i (prossimi) festeggiamenti di fine anno. Cacopardo non nasconde lo stress: la notte dorme poco anche perché spesso è proprio lui, il primario del reparto, a dover sostituire i medici, molti dei quali a casa in quarantena perché contatti stretti di positivi.
«Il Capodanno lo farò in ospedale – ci confida – La notte tra il 31 dicembre e l’1 gennaio ci sarò io, visto che ormai non c’è quasi più nessuno e bisogna “coprire” i medici in quarantena. Non avendo più personale sufficiente, arriveremo a dover spostare medici di altri reparti». Un film già visto, purtroppo.
A questo si aggiunga la stanchezza ma anche il timore di essere aggrediti dai No vax: «Sono aggressivi. Ci minacciano, ci strappano le bardature, qualcuno rifiuta i trattamenti, altri ci aggrediscono se “prendiamo” una vena. Ci dicono “non voglio essere toccato”. Ma ci spiegate come facciamo a lavorare così, in queste condizioni?» Intanto il suo reparto continua a riempirsi come non mai.
«In area non critica – spiega – abbiamo il 60 per cento di non vaccinati, il resto sono pazienti anziani, fragili o immunocompromessi vaccinati. Ma nelle terapie intensive e sub-intensive sono quasi esclusivamente No vax. Tutti i pazienti più gravi, infatti, sono non vaccinati».
Quello che fa più arrabbiare il primario è la decisione di alcuni familiari di non vaccinare deliberatamente genitori e nonni. Anziani o molto anziani che adesso sono ricoverati in gravi condizioni.
«Perché non lo ha vaccinato?», ha chiesto qualche giorno fa Cacopardo a un familiare di un paziente anziano, ricoverato e senza nemmeno una dose.
«Ha 88 anni… che lo vaccinavo a fare? Però, adesso, cercate di salvarlo altrimenti, se muore, vi denuncio». Questa la risposta.
Situazioni surreali per i medici che, di fatto, sono stremati. C’è «malumore ed esasperazione tra il personale sanitario», spiega il medico.
«Chi lavora in area Covid da due anni è provato. Mettersi quella tuta per così tante ore, mi creda, è pesante. A questo aggiunga il fatto di aver dovuto rivedere drammaticamente i turni di tutto il personale sanitario perché molti sono i medici in quarantena». Insomma, se continua così, la situazione rischia di sfuggire di mano. Intanto gli ultimi dati che arrivano dalla Sicilia parlano di 685 ricoverati, 88 in terapia intensiva, 9 ingressi in rianimazione in 24 ore, 31 mila persone in isolamento domiciliare, 32 mila attualmente positivi e 2.800 casi solo nell’ultima giornata a fronte di 50 mila tamponi eseguiti.
L’incidenza si avvicina ai 250 casi per 100 mila abitanti con un rapido incremento nell’ultima settimana e un particolare interessamento nell’area centro-orientale. Aumentati i focolai – si è passati dai 2.726 della scorsa settimana ai 3.649 di questa – mentre la soglia dei posti letto, fanno sapere dalla Regione, resta al 10 per cento in terapia intensiva e al 19 in area medica (dati Agenas aggiornati al 28 dicembre 2021).
Ad aggravare la situazione in Sicilia, secondo Cacopardo, sarebbe stato anche il rientro per le festività, già da metà dicembre, di molti studenti o lavoratori fuorisede dal Nord o dall’Europa. «Centinaia sono i messaggi che ricevo ogni giorno», ci dice.
Il professore è preoccupato ma speranzoso: la ricetta vincente, secondo lui, è quella di «smettere di fare il tracciamento» («i tamponi rapidi funzionano solo nei primi giorni di malattia ma non per chi non presenta sintomi visto che non hanno sufficiente sensibilità»), di «imporre l’obbligo vaccinale» senza ricorrere più allo strumento del Green pass, di utilizzare il prima possibile la pillola anti-Covid perché – spiega – «le armi si stanno spuntando, le stiamo perdendo».
Sulla pillola i dubbi sono ancora tanti: «Visto che va usata preferibilmente nei primi giorni della malattia, chi la prescriverà? Certamente non noi dal momento che in ospedale i pazienti arrivano al nono-decimo giorno della malattia».
Una cosa è certa: per spegnere il virus serve solo ed esclusivamente il vaccino, soprattutto la terza dose: «Così trasformiamo il virus in una malattia leggera, in un raffreddore o tracheite banale, con tosse e starnuti, niente di più. Ho anche amici con terza dose già infettati ma, ripeto, hanno sintomi banali. Il mio consiglio è quello di vaccinarsi, di farsi la terza dose, qualunque sia il vaccino».
Ed è qui che sorge un altro problema: in molte città, da Milano a Catania, è praticamente impossibile avere una terza dose con Pfizer, se non per determinate categorie. Il booster solitamente viene fatto con Moderna: «Da noi molti vanno via perché non utilizziamo Pfizer per le terze dosi. Si lamentano e preferiscono rimandare. Invece, devono sapere che gli anticorpi entro i 7 mesi si abbattono. Chi si è vaccinato a luglio, ad esempio, rischia già da dicembre di avere un bassa carica di anticorpi. Quindi, la soluzione resta quella del vaccino, il prima possibile».
(da Open)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
“PER COLPA SUA RISCHIAMO DI SCENDERE SOTTO IL 10%”
«Rischiamo di scendere sotto il 10% se non torniamo ad una azione politica incisiva». Vincenzo Spadafora, ex ministro del Movimento 5 Stelle del governo Conte I, è molto critico nei confronti dell’operato del leader del partito, Giuseppe Conte. «Penso che le sue prime scelte, come accedere al finanziamento pubblico, riabilitare la figura di Berlusconi, astenerci al Senato su Renzi e Cesaro, rimettere in discussione i due importanti referendum su eutanasia e cannabis, abbiano disorientato non poco il nostro elettorato», attacca in un’intervista al Corriere della Sera.
Secondo i retroscena di questi giorni, il presidente del MoVimento 5 Stelle starebbe preparando un appello ai partiti per portare una donna al Quirinale. «Da che io ricordi prima dell’elezione del capo dello Stato è sempre un grande classico», chiosa Spadafora. «Sarebbe certamente una bella novità, ci sono alcune personalità che per esperienza, cultura politica ed istituzionale sarebbero perfette per un ruolo così delicato e importante. In alcuni articoli, però, ho letto anche nomi che non credo siano votabili per il Movimento».
Nel frattempo la situazione interna al movimento grillino continua a essere fatta di malumori e divisioni. Che «nascono quando il gruppo parlamentare scopre una rosa di nomi ipotizzata dal proprio leader leggendo i giornali, non perché donne», spiega ancora l’ex ministro.
«So che Conte intende riunirci a gennaio e credo sia utile rinviare ad allora ogni altra considerazione sul metodo e sulle eventuali persone da proporre». Prima delle feste l’ex premier ha cominciato un confronto comune anche con il leader del Pd, Enrico Letta, e con il ministro Roberto Speranza per Mdp – Articolo 1. Ma per il momento il processo non sembra evolversi.
«Credo che sia doveroso per noi iniziare il confronto sul Colle con coloro che giocano nel nostro stesso campo e con i quali in futuro, come ha detto il presidente Conte, formeremo il campo progressista», commenta Spadafora.
Conte «deve riuscire a tenere uniti i gruppi parlamentari, che devono essere coinvolti in un ragionamento politico condiviso e non a cose fatte. Sono certo che il nostro gruppo parlamentare, per esempio, ribadirà con nettezza l’importanza che Draghi resti presidente del Consiglio. Anche perché, come prima forza politica parlamentare, dobbiamo giocare un ruolo da protagonisti e non subire scelte altrui».
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2021 Riccardo Fucile
LE IPOTESI SU QUARANTENA E SUPER GREENPASS AL LAVORO
Attesa oggi l’indicazione del Cts sulla possibile riduzione della quarantena per i
vaccinati positivi.
Potrebbe passare dalla modifica dei tempi per la quarantena la prossima stretta del governo contro il Coronavirus che porterebbe a un ampliamento dell’obbligo vaccinale di fatto per circa 25 milioni di italiani e maggiori restrizioni per i non vaccinati.
Lo scenario di un lockdown per i No vax, escluso dallo stesso Mario Draghi fino a poco meno di un mese fa, oggi torna con insistenza sul tavolo del governo, spinto dalla nuova ondata di contagi che solo ieri ha toccato il picco di 80 mila nuovi contagi e 202 morti.
Cifre che assieme ai rischi della maggior diffusione della variante Omicron convincono il ministro del Lavoro Andrea Orlando e quello della Pa Renato Brunetta a valutare l’esclusione del tampone per ottenere il Green pass da esibire sul posto di lavoro, ormai obbligatorio dallo scorso 15 ottobre.
Come riporta il Corriere della Sera, quindi, se nel governo dovesse passare la linea più rigorista, contro cui si oppone la Lega e resta cauto il M5s, per 25 milioni di italiani sarà possibile lavorare solo se si è vaccinati o guariti. Con un obiettivo finale che Brunetta indica: «nel lockdown per i non vaccinati».
Dal vertice delle Regioni di questa mattina partirà la richiesta agli esperti del Comitato tecnico scientifico di valutare la riduzione, se non l’azzeramento, della quarantena per i vaccinati che hanno avuto contatti con un positivo.
Già oggi chi ha ricevuto la seconda dose da meno di quattro mesi o ha già la terza gode di un periodo più breve di isolamento (7 giorni) rispetto a chi non è vaccinato (10 giorni). I governatori chiedono che i vaccinati non siano costretti a fermarsi in caso di contatto con un positivo, ma passino «dalla quarantena all’auto-sorveglianza», restando sotto osservazione del medico di base in caso di sintomi. Nel documento dei governatori si chiede poi di abolire il tampone per i vaccinati che dovranno concludere il periodo di isolamento. Proposte che, secondo Repubblica, nel Cts qualcuno considera «irricevibili», soprattutto in una fase di ripresa dei contagi e di incognite sugli effetti che potranno avere sugli ospedali.
(da agenzie)
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