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LA STORIA DEGLI ITALIANI POSITIVI CHIUSI IN UN BAGNO DELL’AEROPORTO DI HELSINKI

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

I DUE GIOVANI TRATTENUTI IN BAGNO PER MOLTE ORE PRIMA DI ESSERE TRASFERITI IN UN OSTELLO

Avevano deciso di trascorrere le feste di Natale in Finlandia, ma al ritorno in aeroporto ad Helsinki sono risultati positivi al tampone e sono stati messi in quarantena in un bagno.
Due ragazzi di 20 e 23 anni di Napoli, Fabio e Valentina, sono finalmente stati spostati in un ostello dopo quasi un giorno trascorso in condizioni difficili.
Ora “hanno una stanza con bagno ed angolo cottura”, racconta a Fanpage la madre di Fabio: erano pronti a salire sull’aereo per tornare a casa, invece dovranno restare nella struttura per dieci giorni.
I primi momenti dopo il tampone fatto alle 3 di notte di ieri sono stati i più difficili: in seguito all’esito positivo, sono stati barricati in un bagno chiuso con una paratia, dopo un’ora hanno avuto una bottiglietta d’acqua e quasi all’alba due sedie.
In mattinata gli sono stati portati dei biscotti e una busta con dei viveri. Le autorità locali gli hanno riferito che si stava facendo tardi perché c’erano molti rientri per Natale e molti casi positivi.
“Mio figlio esausto si è addormentato sul piano del lavabo”, aveva denunciato la madre. “Trovo assurda questa vicenda – aveva detto –. Capisco le precauzioni anti-contagio, ma perché devono essere chiusi in bagno? Il numero di emergenza della Farnesina peraltro squilla a vuoto da ore”.
Erano partiti il 20 dicembre, un regalo di laurea dei parenti prenotato su un corridoio covid free. Poi il tampone rapido – dal costo di 150 euro l’uno – per rispettare le norme per il rientro in Italia. Potrebbero essere rimasti contagiati nell’hotel in cui hanno alloggiato, visto che i pranzi erano serviti a buffet. Nessuno dei due ha sintomi, ma le autorità italiane hanno assicurato nelle prossime ore l’assistenza con un medico che parla italiano.
(da NetQuotidiano)

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TAMPONI MOLECOLARI, CHI PIU’ PAGA MENO ASPETTA

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

A ROMA 140 EURO PER AVERE IL RISULTATO IN 4 ORE

Tamponi molecolari a 140 euro a Roma. Questo accade in alcune strutture private della capitale, che per aver garantito il risultato in poche ore chiedono il doppio del prezzo normale.
È il caso ad esempio di un centro di analisi nel centro della capitale, a due passi da Piazza Fiume, dove chi arriva per fare il test si trova davanti la possibilità di scegliere: pagare per avere subito il risultato, evidentemente scavalcando qualcun altro.
Ma non è l’unica struttura ad adottare questa politica. Un prezzo quello proposto che molte persone, in questo periodo in cui i contagi sono aumentati in modo considerevole, e fare un molecolare è diventato difficile, decidono di pagare per tutelare la salute propria e quella della loro famiglia.
Nel caso in cui si opti per il molecolare da 60 euro, invece, i risultati sono garantiti entro le 18 del giorno successivo. E in questo periodo di caos tamponi e aumento dei contagi c’è chi preferisce avere il risultato con certezza in poco tempo.
Negli ultimi giorni, con la diffusione della variante Omicron, sono aumentati i casi di coronavirus nel Lazio. La variante più contagiosa ha fatto schizzare in alto i contagi, che il 25 dicembre nella regione hanno superato quota 4mila a fronte di 100.000 test.
File lunghissime si sono registrate in questi giorni davanti le farmacie, con i vari slot prenotati e l’impossibilità per molti di riuscire a prenotare un tampone anche rapido, andato sold out in moltissimi laboratori e farmacie così che in diversi si sono rivolti ai centri privati per un più costoso molecolare. I tamponi molecolari sono inoltre necessari per certificare l’avvenuta negativizzazione, e per confermare in caso di positività il risultato del tampone rapido. In più molti con sintomi febbrili decidono di fare direttamente il test molecolare che, privatamente, ha un prezzo già significativo di per sé.
Al momento è molto difficile prenotare i test molecolari a Roma, anche per chi è positivo al coronavirus e ha un’impegnativa del medico curante. I drive in delle Asl (che ricordiamo sono gratuiti) lavorano a pieno ritmo ma sono intasati, con file lunghissime e ore di attesa. C’è chi per effettuare un test è dovuto andare fino a Civitavecchia o Frosinone, facendo ore di viaggio nonostante la positività.
(da Fanpage)

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CINGOLANI ANNUNCIA CHE IL SUO LAVORO AL GOVERNO E’ FINITO

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

CI SI CHIEDE QUANDO MAI SIA INIZIATO

Il tecnico se ne va. Meno di un mese fa ci spiegava che avevamo bisogno di formare nuove figure professionali per cavalcare il nuovo millennio, e aggiungeva che bisognava smettere di studiare le guerre puniche a scuola.
Oggi il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani annuncia che se ne vuole andare dal governo. E lo spiega con un’altra frase da antologia: «Abbiamo centrato gli obiettivi posti da Draghi prima del compimento dell’anno. Ora c’è un problema di implementazione. E questa fase non ha bisogno di uno con il mio profilo». Cult.
Dunque lui, Cingolani, ritiene di avere già compiuto la missione, impostando il lavoro. Adesso basta che arrivi qualcuno in grado di gestire “l’implementazione“ delle poderose riforme messe in campo (quali?) in materia energetica e ambientale, e tutto si risolverà da se.
Farà sicuramente discutere questa frase che il ministro ha pronunciato in un’intervista a Staffetta Quotidiana, una testata di settore specializzata sui temi dell’energia e della sostenibilità, che fra l’altro lo aveva appena incoronato uomo dell’anno.
Ma nulla da fare: Cingolani spiazza, e non solo perché la sua sembra una parafrasi in lingua manageriale della celebre battuta di Gloria Swanson in “Viale del tramonto” di Billie Wilder: “Io sono ancora grande. È il cinema che è diventato piccolo per me”.
Farà discutere – la frase shock del ministro – perché sembra che il discorso di fine anno di Mario Draghi abbia innescato nella sua squadra degli effetti emulativi che il presidente del Consiglio non aveva previsto. Ma che sono inevitabili.
Se infatti il premier tecnico che doveva salvare il Paese, può sostenere di non essere più indispensabile “una volta impostato il lavoro”, non è normale che anche gli altri tecnici posano subire la stessa tentazione?
Ecco perché non è casuale che il ragionamento con cui Cingolani ha dichiarato compiuta la sua missione ed esaurito somigli così tanto a quello di Draghi.
Tuttavia, nel caso del ministro della Transizione ecologica è anche lecito chiedersi quale sia il lavoro così felicemente impostato “da implementare”.
Le bollette, dopo i picchi di questa estate, hanno sfiorato qualsiasi record, senza che nessuno nel suo ministero abbia mostrato capacità previsionale o di intervento tempestivo.
L’Italia è costretta a considerare la riattivazione delle centrali a carbone. L’esplosione del costo dell’energia sta terremotando l’industria.
Di quali mirabolanti risultati parla il ministro? Forse, di fronte a queste obiettive difficoltà, il fisico-manager arruolato da Leonardo un po’ rimpiange i bei tempi in cui faceva il dirigente di azienda (con retribuzioni di mercato, non certo i 4mila euro al mese da ministro) e non aveva il fiato dell’opinione pubblica sul collo. Così, dopo le parole di Draghi sul «mandato realizzato» e sul governo che «può andare avanti chiunque lo guidi» anche lui si sarà fatto i suoi conti.
Secondo Cingolani, i compiti assegnati dal presidente del Consiglio erano sostanzialmente tre, e nell’intervista a Staffetta lì riassume così: «Scrivere il Pnrr, o almeno contribuire pesantemente visto che la transizione ecologica è centrale per il successo del piano, per la sua approvazione, per il suo finanziamento e per la bella figura dell’Italia».
Questa missione, spiega il ministro, «credo sia andata bene. So come scrivere un programma tecnico e ho un’esperienza manageriale che mi è stata molto utile».
Poi il secondo obiettivo: costruire una nuova struttura ministeriale. Anche in questo caso, assicura Cingolani «la capacità organizzativa e manageriale è stata utile. Quando sono arrivato il ministero aveva un bilancio annuale di 1,2-1,3 miliardi, quasi tutte spese fisse. Oggi, e per i prossimi 5 anni, il bilancio è da 16-17 miliardi. Siamo diventati più simili a una società quotata».
Terzo bersaglio raggiunto: le semplificazioni. «Abbiamo fatto tutto da febbraio a dicembre», osserva, «si poteva essere più veloci, ma come risultato non è male».
Non c’è bisogno di fare i modesti. Perché subito dopo, nell’intervista, Cingolani ci ricorda sommessamente di aver portato a casa il G20 («un successo globale che ci è stato riconosciuto in tutto il mondo») e la Cop26. Un vero e proprio miracolo. E dire che non c’è ne eravamo accorti.
Forse il ministro, nel tratteggiare il suo idilliaco bilancio, non ha prestato attenzione a quello che, proprio ieri, spiegavano in un appello disperato la principali associazioni imprenditoriali italiane: “Stiamo fronteggiando il più drammatico aumento dei costi delle commodity energetiche della storia”, denunciano le associazioni. E subito dopo chiedono: “Serve un intervento urgente del governo”.
Nel fare questo le imprese ricordano alcuni numeri che danno il senso della tempesta tariffaria in atto: “Il costo dell’elettricità sul mercato è salito del 280% dal gennaio 2021 e del 650% dal gennaio 2020, mentre il costo del gas naturale ha toccato solo una settimana fa il suo record storico, con una corsa del 670% negli ultimi dodici mesi”.
Il fatto che nell’ultima settimana il prezzo del gas sul mercato europeo sia sceso di oltre il 40% non tranquillizza gli imprenditori, “perché gli analisti prevedono un ritorno a livelli più vicini alla fase pre-covid solo a inizio del 2023”.
Non è un caso che l’allarme sia stato lanciato ieri: fra due giorni verranno annunciate le nuove tariffe di luce e gas da parte dell’Authority per il primo trimestre dell’anno, dove si prevedono aumenti tra il 40 e il 50% solo in minima parte “sterilizzati” dai 3,8 miliardi già stanziati dal governo.
Le imprese manifatturiere sostengono che gli aiuti sono stati, per ora, rivolti soprattutto «agli utenti domestici, mentre ora occorrono interventi immediati per le imprese, per mitigare gli effetti devastanti del costo impazzito del gas naturale”.
A firmare l’appello ieri, erano un gruppo di imprenditori autoconvocati, che si sono sono dati apputtamento, simbolicamente presso la fonderia di Torbole, in provincia di Brescia. Tra i sottoscrittori c’erano i rappresentanti di Anfia (filiera dell’industria automobilistica), di Assocarta, di Confidustria ceramica, di Assovetro e Assomet (metalli non ferrosi), oltre ad Assofond, padrona di casa.
Un conglomerato di imprese che oggi dà lavoro a 350mila persone, il doppio con l’indotto, per 88 miliardi di valore aggiunto e 55% di export. E l’ultimo paradosso è questo: si tratta di aziende che sono tutte in piena produzione, proprio quelle che stanno trainando il rilancio del nostro prodotto interno lordo.
Ma evidentemente, dopo i grandi successi del ministro manager, per risolvere problemini di questa portata, dopotutto, può bastare solo un buon “implementatore”.
(da TPI)

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LEGA, TERZA CONDANNA NEL CASO LOMBARDIA FILM COMMISSION

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

DOPO I COMMERCIALISTI DELLA LEGA TOCCA A BARACHETTI: CINQUE ANNI PER PECULATO

Altra condanna nel caso Lombardia Film Commission. Alla luce dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Milano sulla vendita di un capannone di Cormano, nel milanese, alla fondazione Lfc, partecipata dalla Regione, con cui sarebbero stati drenati 800mila euro di fondi pubblici, è stato condannato a cinque anni di reclusione Francesco Barachetti, elettricista di Casnigo, in provincia di Bergamo.
Secondo gli inquirenti, la compravendita dell’immobile in provincia di Milano sarebbe stata gonfiata e nell’operazione sono coinvolte l’immobiliare Andromeda, la fondazione Lombardia Film Commission e alcune società ritenute vicine alla Lega.
Il prezzo di vendita del capannone, in base alle indagini svolte dalla Guardia di finanza, sarebbe stato portato ad 800mila euro mentre il suo valore reale era di circa 400mila. E per l’acquisto sarebbero stati usati fondi pubblici erogati dalla Pirellone alla stessa Fondazione.
Gli inquirenti ritengono che ad architettare l’operazione sarebbe stato il commercialista milanese Michele Scillieri, presso lo studio dove è stato registrato e domiciliato il movimento “Lega per Salvini premier”.
A collaborare con Scillieri sarebbero poi stati Alberto Di Rubba, ex presidente della Fondazione ed ex revisore dei conti del gruppo della Lega alla Camera, e Andrea Manzoni, altro professionista di fiducia del Carroccio.
Un’indagine che è andata a intrecciarsi con quella della Procura di Genova sulla scomparsa dei 49 milioni di euro della Lega di cui si sono perse le tracce e oggetto della truffa ai danni dello Stato.
Per il caso Film Commission hanno quindi già patteggiato la pena il presunto prestanome Luca Sostegni e il commercialista Scillieri, mentre sono stati condannati rispettivamente a 5 anni di reclusione e 4 anni e 4 mesi Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni (leggi l’articolo). Ora la condanna anche di Barachetti.
Il Tribunale di Milano ha ritenuto l’elettricista colpevole sia di peculato che di emissione di false fatture, revocando però per lui gli arresti domiciliari essendo “venute meno le esigenze cautelari”.
Sarebbe stato Barachetti, secondo gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza, coordinati dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal sostituto Stefano Civardi, “il principale artefice di una complessa architettura contrattuale” che, con l’incremento dei costi di ristrutturazione, avrebbe gonfiato fino ad 800mila euro il prezzo del capannone venduto alla Lombardia film commission.
Il pm Civardi, nella sua requisitoria, ha definito l’imputato un uomo di fiducia di Di Rubba e un imprenditore “del mondo della Lega”, da cui avrebbe incassato circa 2,3 milioni di euro negli ultimi anni per lavori.
“Non è semplicemente un riciclatore – ha affermato il magistrato – è un imprenditore che da subito si è messo a disposizione per assicurare il ritorno dei soldi a Manzoni e Di Rubba”, attraverso una delle sue società.
(da La Notizia)

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BRASILE, L’ULTIMA DEL CRIMINALE BOLSONARO: “NON FARO’ VACCINARE MIA FIGLIA, NESSUNA EMERGENZA COVID TRA I BAMBINI”

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

NONOSTANTE L’AGENZIA SANITARIA BRASILIANA L’ABBIA RACCOMANDATO PER LA FASCIA D’ETA’ 5-11 ANNI

«Non farò vaccinare mia figlia». È la dichiarazione del presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, che ha detto alla stampa: «Mia figlia ha 11 anni. La somministrazione dei vaccini ai bambini è in una fase iniziale, il mondo ha ancora dei dubbi e non ci sono morti tra i bambini che giustificano un vaccino d’emergenza».
La vaccinazione anti-Covid-19 per i minori tra i 5 e gli 11 anni è un tema controverso in Brasile, dove i sostenitori del presidente si sono fermamente opposti, anche se la maggioranza della popolazione si è pronunciato a sostegno dei vaccini.
Il 16 dicembre scorso l’Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria del Brasile (Anvisa) ha approvato l’uso del vaccino anti-Covid sviluppato dall’industria farmaceutica statunitense Pfizer sui bambini in questa fascia d’età. Già da ottobre, come riportato da Reuters, i dipendenti dell’Agenzia hanno riferito di aver ricevuto diverse minacce di morte in merito alla questione
Quando si è arrivati all’approvazione finale, Bolsonaro ha sollevato polemiche dicendo che voleva rendere pubblici i nomi dei funzionari che avevano votato a favore.
«L’identità di coloro che sono coinvolti nell’analisi tecnica non porta con sé alcun interesse», ha risposto Anvisa, aggiungendo che la richiesta «istiga i cittadini a una reazione, un metodo apertamente fascista e i cui risultati possono essere tragici e violenti, mettendo a rischio la vita e l’integrità fisica dei dipendenti dell’Agenzia». Da ultimo il giudice della Corte suprema del Brasile ha inviato alla Procura generale della Repubblica una richiesta di indagine nei confronti di Bolsonaro per minacce.
Il 23 dicembre, il ministro della Salute, Marcelo Queiroga, ha provocato ulteriori polemiche, affermando che il numero di decessi per Covid-19 tra i bambini non giustificava l’autorizzazione alle somministrazioni.
In seguito ha affermato che i vaccini per i bambini richiederebbero una prescrizione medica, cosa che i segretari della sanità di stato hanno immediatamente contraddetto. «Sulla base delle prove scientifiche disponibili, il vaccino se somministrato in due dosi a bambini di età compresa tra 5 e 11 anni, può essere efficace nel prevenire malattie o condizioni gravi e potenzialmente fatali che possono essere causate dal virus», ha dichiarato il direttore generale dei medicinali di Anvisa, Gustavo Mendes. «Non ci sono segnalazioni di eventi avversi gravi, preoccupazioni o segnalazioni relative a casi molto gravi o mortalità dovuta alla vaccinazione».
Nel frattempo, Queiroga ha dato il via a una consultazione pubblica, aperta fino al 2 gennaio, per raccogliere le posizioni della società civile in merito alla vaccinazione contro il Covid-19 per i bambini in questa fascia d’età. I contributi dovranno essere inviati tramite l’indirizzo elettronico del ministero della Salute.
(da agenzie)

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LA CORTE RUSSA ORDINA LA CHIUSURA DI “MEMORIAL”, LA PIU’ ANTICA ONG DEL PAESE PER LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

DOVE GOVERNANO I SOVRANISTI ADDIO LIBERTA’

Memorial, la storica Ong russa che opera in difesa dei diritti umani, è costretta a chiudere.
È stato deciso oggi, 28 dicembre, dalla Corte suprema russa, che ha ordinato la chiusura dell’organizzazione ai sensi della controversa legislazione sugli «agenti stranieri», che bolla le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero e le loro azioni come contrari agli interessi della Russia.
§Come riportato dal Guardian, nella sua sentenza il giudice ha nominato «ripetute» e «consistenti» violazioni della legge russa.
Una posizione che Memorial ha definito politicamente motivata. La decisione è arrivata il giorno dopo la condanna a 15 anni di carcere del presidente storico dell’associazione, Yuri Dmitriev, famoso per le sue scoperte sulle vittime dello stalinismo. Un colpo durissimo per l’associazione, che è nata alla fine degli anni ’80 per documentare le repressioni politiche condotte dall’apparato dell’Unione Sovietica, creando un database delle vittime del Grande Terrore e dei gulag.
Tra i suoi attivisti, Memorial ha annoverato anche il premio Nobel per la pace, Andrei Sakharov.
L’autorità giudiziaria russa ha descritto l’organizzazione come un’arma geopolitica usata dai governi stranieri per impedire ai russi moderni di provare orgoglio per i risultati raggiunti dall’Unione Sovietica.
(da agenzie)

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IL 21 GENNAIO, IN PIENA CORSA PER IL QUIRINALE, BERLUSCONI PROCESSATO A BARI PER INDUZIONE A MENTIRE

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

UN BEL BIGLIETTO DA VISITA PER UN CANDIDATO

Nella corsa al Quirinale dell’ex premier Silvio Berlusconi, tra i tanti, c’è un ostacolo particolarmente importante. Il 21 gennaio, proprio mentre il Parlamento potrebbe essere chiamato al voto per la scelta del nuovo capo dello Stato, il Cavaliere dovrebbe sedersi in un’aula di giustizia, sul banco degli imputati.
A Bari il tribunale ha calendarizzato l’udienza del processo che vede l’ex presidente del Consiglio sotto accusa per induzione a mentire. Il leader di Forza Italia è accusato di aver pagato l’imprenditore Gianpaolo Tarantini perché raccontasse ai magistrati, come infatti aveva poi fatto, che quelli organizzati nelle residenze dell’ex premier non erano incontri con prostitute, bensì “cene eleganti”, perché Berlusconi non sapeva che quelle donne fossero escort.
Una tesi smontata, proprio in questi giorni, dalla Cassazione che confermando la condanna per Tarantini per sfruttamento della prostituzione ha scritto quello che a tutti, subito, era apparso chiaro: nelle cene, ogni sera, c’erano decine di ragazze che si prostituivano. E c’era un lenone, Gianpaolo Tarantini, che le pagava nella speranza che poi Berlusconi fosse riconoscente con lui in tema di appalti.
I fatti contestati sono avvenuti tra il 2008 e il 2009. Dodici anni dopo non c’è nemmeno una sentenza di primo grado. Il rinvio a giudizio è del novembre del 2018, quasi dieci anni dopo. E questo perché l’udienza preliminare, normalmente un passaggio velocissimo, si era trascinata per quattro anni, tra rinvii chiesti dalla difesa di Berlusconi e problemi bizzarri: tipo che il palazzo di giustizia di Bari stava crollando, le aule furono trasferite nelle tende e fu bloccata ogni attività non urgente.
Oppure, beffa, perché i legali dell’ex premier- Niccolò Ghedini e Francesco Paolo Sisto, oggi sottosegretario alla giustizia – erano impegnati nell’elezione del presidente della Repubblica.
Nell’udienza in calendario il 21 gennaio è previsto l’interrogatorio di un ufficiale della polizia giudiziaria, che all’epoca sbobbinò le intercettazioni: testimonierebbero come quei 500mila euro che Tarantini, per il tramite di Walter Lavitola, intascò dal Cavaliere (oltre al pagamento di avvocati e altri benefit) fossero il prezzo del suo silenzio.
(da agenzie)

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IRPEF, I VERI NUMERI DEL TAGLIO DELLE TASSE: LA RIFORMA PREMIA I DIRIGENTI, MENO SOLDI AGLI OPERAI

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

RIDUZIONE MEDIA DEL PRELIEVO SARA’ DI 264 EURO ANNUI… PER I REDDITI MEDIO-ALTI DI 765 EURO ANNUI

368 euro in più in busta paga per i dirigenti all’anno, 266 per gli impiegati e 162 per gli operai.
Dopo le simulazioni e i calcoli del governo, è l’Ufficio Parlamentare di Bilancio a fornire i numeri sull’impatto del taglio dell’Irpef sugli stipendi degli italiani.
E sulla riforma delle aliquote voluta dal governo Draghi.
Lo studio dell’Upb ha il pregio di calcolare l’impatto sui contribuenti reali. Ovvero è stato effettuato in base alle caratteristiche della popolazione e delle famiglie oltre che sui redditi attualmente percepiti.
E certifica che la riforma fiscale del 2022 porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro l’anno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro) che risparmieranno in totale 765 euro.
264 euro l’anno in busta paga
La riduzione degli scaglioni da 5 a 4, il taglio delle aliquote centrali di cinque punti e la revisione delle detrazioni con incorporazione del bonus 100 euro porterà all’eliminazione del picco di aliquota marginale al 60% per i redditi tra 35 e 40 mila euro.
Mentre il 34% della popolazione non avrà vantaggi né svantaggi. E qualcuno troverà un incremento d’imposta nonostante la clausola di salvaguardia per i redditi bassi: 372 mila persone perderanno 188 euro l’anno.
E questo perché mentre sul reddito imponibile si calcolano le imposte, su quello complessivo si calcolano le detrazioni. E quindi se un contribuente ha solo redditi da lavoro o da pensione, guadagnerà. Ma se sono presenti altri redditi come quelli derivati da cedolare secca il saldo potrà essere negativo.
Lo studio dell’Upb ha il pregio di analizzare l’impatto della riforma anche guardando non ai singoli contribuenti ma al nucleo familiare. E chiarisce che il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale.
E quindi il 50% dei nuclei in condizione economica meno favorevole «beneficia di circa un quarto delle risorse complessive (circa 1,9 miliardi), mentre il 10% più ricco beneficia di più di un quinto delle risorse (1,6 miliardi)». Un quarto delle famiglie in condizione economica meno favorevole è di fatto escluso dall’ambito di applicazione dell’Irpef a causa dell’elevato livello dei redditi minimi imponibili e quindi non è coinvolto dalla revisione dell’Irpef.
I calcoli di Upb
Secondo i calcoli quindi il ridisegno delle aliquote e degli scaglioni assorbe il 79% delle risorse distribuite (5,8 miliardi) mentre il miliardo e mezzo che resta è egualmente ripartito tra il ridisegno delle detrazioni per il lavoro dipendente e quello delle detrazioni per pensionati e autonomi.
E così, a fronte di una riduzione media di imposta per i soggetti che hanno un vantaggio di 264 euro, per circa la metà di essi il beneficio è inferiore a 185 euro, mentre un contribuente su 8 (il 12,5 per cento) beneficia per più di 500 euro.
Mentre per contribuenti con reddito inferiore ai 12.000 euro il beneficio medio si riduce sensibilmente per effetto dell’incapienza fiscale. Le prime due classi do reddito, dove si concentra circa il 36,9% dei contribuenti, beneficiano di circa il 6,7% delle risorse complessive (circa 500 milioni).
(da agenzie)

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CONTAGI E QUARANTENE SVUOTANO GLI OSPEDALI DI MEDICI E INFERMIERI

Dicembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

“TRATTATI COME CARNE DA MACELLO”

“C’è una situazione di grave disagio per gli infermieri che lavorano nelle strutture ospedaliere. I colleghi non sono in grado di garantire la quotidianità della loro attività professionale e lavorano in condizioni pietose. Sono considerati carne da macello”.
A lanciare l’allarme è il presidente del sindacato infermieri Nursing Up, Antonio De Palma, che ad Huffpost racconta le difficoltà di un settore messo a dura prova dall’emergenza pandemica.
Nelle ultime settimane, infatti, sono cresciuti vertiginosamente i contagi da Covid-19 degli operatori sanitari: 6618 solo negli ultimi 30 giorni.
Numeri almeno da triplicare (nella migliore delle ipotesi) se si considerano i colleghi costretti alla quarantena (anche se vaccinati e senza sintomi) perché contatti diretti da positivi.
Tra sanitari infettati costretti all’isolamento fiduciario e contagi in crescita, dunque, sale l’allarme negli ospedali, e diventa sempre più difficile per medici e infermieri gestire i ricoveri ordinari e le terapie intensive.
“Vivevamo già prima una situazione di carenza cronica del personale – spiega De Palma – perché oggi mancano 80mila infermieri nel sistema sanitario nazionale. A questi si aggiungono gli oltre 6mila sanitari infettati nell’ultimo mese, di cui 5mila sono infermieri. La situazione è complicata e si complica di giorno in giorno”.
Il presidente afferma che molti dei sanitari infettati, anche se vaccinati con terza dose, si trovano a fare i conti con un’infezione non sempre lieve e breve, e questo di conseguenza contribuisce ad allungare i tempi di isolamento del personale, gravando sugli ospedali. Ma la situazione rimane complicata anche per gli operatori non infettati, che si trovano comunque a dover lavorare in condizioni molto pressanti. “Doppi turni, infermieri costretti a svolgere attività che non gli competono per sopperire alla carenza di medici, ferie bloccate da un anno e mezzo a questa parte. Gli infermieri e tutti gli operatori sanitari sono stati il motore della sanità italiana, e sulla loro pelle hanno pagato lo scotto di tutto questo. Per loro le ferie non sono un ‘regalo’ di poco conto, ma rappresentano una vera e propria esigenza di ristoro psico-fisico. Tanto più dopo aver lavorato guardando in faccia la morte ogni giorno, anche 20 volte al giorno. Io vorrei che questi politici incompetenti si chiedessero come si sentirebbero se gli venissero negate anche le ferie”.
Di conseguenza, afferma De Palma, anche la qualità del loro lavoro scade, perché “si chiede troppo, si stanno massacrando le persone”.
Il capo di Nursing Up spiega che per tutto il periodo del Covid le assunzioni nel settore sono state fatte “in via temporanea”, con “contratti da precariato”. Per questo molti infermieri hanno rifiutato le proposte di lavoro.
“Chi si presterebbe ad andare in ospedale – aggiunge – dove c’è il Covid in agguato, per sei o nove mesi e poi essere rimandato a casa? ‘Medici e infermieri angeli ed eroi’, dicevano, ma erano solo chiacchiere che devono essere rimandate al mittente. La politica l’ha fatto solo per dare questa immagine alla cittadinanza, ma non ha tutelato davvero questa categoria”.
Il presidente cita l’esempio svizzero. Oltralpe infatti, tre mesi fa, è iniziata una campagna di acquisizione di infermieri italiani, a fronte di una carenza di 11mila operatori sanitari.
“Hanno assoldato delle agenzie e hanno previsto una specie di taglia per chi riesce ad acquisire infermieri italiani, altamente qualificati e che tutto il mondo ci invidia. Circa 6mila euro per ogni nuovo infermiere acquisito. Come ci aspettavamo, molti infermieri in Italia stanno accettando, perché in Svizzera vengono pagati anche 3500 euro al mese. Siamo davvero arrivati a questo punto? Noi abbiamo l’eccellenza infermieristica a livello europeo, e i nostri professionisti se ne stanno andando”.
L’allarme lanciato da De Palma si sposa con quello del presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, che ad Huffpost racconta come anche i medici si stiano trovando ad affrontare una situazione a dir poco pressante.
“La carenza di medici, aggravata dal fatto che il loro processo di formazione è lungo e c’è un limite budget delle assunzioni, quello fissato con il fondo del personale del 2004, sta creando delle difficoltà all’attività lavorativa già sotto stress. Negli ospedali si stanno chiudendo i reparti normali per aprire sempre più reparti Covid, così come le rianimazioni stanno spostando i letti per i pazienti Covid, con uno spostamento di personale. Di conseguenza si riducono i servizi per i pazienti non Covid e si allungano le liste d’attesa.”.
Ma con una situazione pandemica molto diversa rispetto a un anno fa, dal momento che la stragrande maggioranza della popolazione è vaccinata e questo, dati alla mano, fa la differenza, molti esperti stanno suggerendo di ricollocare il personale sanitario sul fronte vaccini, dove le necessità sono più impellenti. L’epidemiologo ed ex assessore alla Sanità della Puglia Pier Luigi Lopalco, per esempio, osserva che “prima della campagna vaccinale tentare di bloccare le catene di contagio era l’unico modo che avevamo per impedire l’intasamento del servizio sanitario. Con una variante che sciama anche fra gli immunizzati dovremmo invece concentrarci per proteggere coloro che da un’infezione possono avere un danno importante, non solo un tampone positivo”.
Per Lopalco, dunque, “la corsa al tampone di questi giorni potrebbe produrre l’effetto paradossale di intasare il sistema di tracciamento, distraendo risorse umane che potrebbero essere usate per accelerare le vaccinazioni e dare a centinaia di migliaia di falsi negativi la patente di andare in giro a contagiare”.
È d’accordo su questo De Palma. Il presidente, tuttavia, lamenta un’organizzazione che dal suo punto di vista ha causato, almeno in parte, gli attuali problemi di gestione della pandemia. “È stato deciso di abilitare alle vaccinazioni i farmacisti, categoria alla quale era prima vietato per legge somministrare – afferma –. Hanno preferito coinvolgere loro chiedendo agli infermieri di spiegargli come si fa, perché loro sono formati per farlo, tanto che il farmacista può somministrare il vaccino solo se ha un certificato di un infermiere. Ma non hanno coinvolto gli infermieri. 450mila professionisti che potevano scendere sul campo a fare le vaccinazioni, e fare tabula rasa di qualsiasi esigenza. Ma per la politica e la burocrazia, evidentemente, è stato più comodo fare accordi con loro”.
(da Huffingtonpost)

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