Destra di Popolo.net

DOPO AVERE PER ANNI ATTACCATO LA LOTTIZZAZIONE DELLA RAI, FRATELLI D’ITALIA NON VEDE L’ORA DI METTERE LE MANI SULLE NOMINE

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

DESTINATO AL TG1 IL MILITANTE SANGIULIANO, ATTUALE DIRETTORE DEL TG2 DOVE APPRODEREBBE, IN QUOTA LEGA, LA DIRETTRICE DI ISORADIO ANGELA MARIELLA… IL VICEDIRETTORE DEL TG1 NICOLA RAO POTREBBE PRENDERE, A RADIO E GR1, IL POSTO DI ANDREA VIANELLO, DIROTTATO A ISORADIO – DOVREBBE TORNARE IL RUOLO DI DG CORPORATE, QUI IN POLE C’È ROBERTO SERGIO, CHE LIBEREREBBE LA POLTRONA DI DIRETTORE DI RAI RADIO PER IL SUO VICE ALESSANDRO ZUCCA

E’ vero che con il Parlamento ancora da insediare, l’incarico da ricevere e il governo da formare, la Rai non è al momento la priorità per Giorgia Meloni, ma ciò che è accaduto nel day after elettorale, con lo sciopero della sigla sindacale Snap che ha fatto saltare una serie di programmi, di cui molti di approfondimento giornalistico, ha acceso i fari su Viale Mazzini. Senza contare che, come da tradizione, i nuovi assetti politico-istituzionali dovranno rispecchiarsi anche in quelli di Viale Mazzini, al momento troppo sbilanciati a sinistra.
Ed è proprio un riequilibrio che il centrodestra unito chiederà presto a Fuortes, il quale sa che la sua conferma o meno dipenderà proprio da quanto vorrà o potrà concedere.
Innanzitutto il Tg1 da sempre appannaggio del partito di maggioranza relativa, quindi Fratelli d’Italia, che non vede l’ora di mettere al timone Gennaro Sangiuliano, attuale direttore del Tg2 dove approderebbe, in quota Lega, la direttrice di Isoradio Angela Mariella.
Al Tg 3, storica enclave rossa, non rischia al momento Mario Orfeo, che però potrebbe presto prendere il posto di Di Bella all’Approfondimento, quando quest’ultimo lascerà l’azienda per andare in pensione.
L’attuale vicedirettore del Tg1 Nicola Rao potrebbe prendere a Radio e Gr 1 il posto di Andrea Vianello, dirottato invece a Isoradio. Sono in discussione le direzioni del Daytime e di Rai Fiction, affidate al momento a Sima Sala e Maria Pia Ammirati, ma al momento non vi sono certezze.
Dovrebbe inoltre tornare il ruolo di direttore generale Corporate, qui in pole posizione c’è Roberto Sergio, che libererebbe la sua poltrona di direttore di Rai Radio per il suo vice Alessandro Zucca. Il centrodestra vuole anche valorizzare e mantenere nel suo alveo Rai Com che, secondo il piano industriale dovrebbe invece essere smantellata.
E Giampaolo Rossi? L’uomo che in molti vedono già sulla poltrona di Fuortes? I soliti bene informati lo vedono al governo, come Sottosegretario alle Comunicazioni o, in alternativa, coinvolto in operazioni strategiche e culturali con sguardo sempre puntato sulla Rai.
(da Dagoreport)

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IL CANDIDATO DI FRATELLI D’ITALIA SOSPESO PERCHE’ INNEGGIAVA A HITLER E’ STATO ELETTO

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

VEDIAMO SE ORA VIENE ESPULSO O REINTEGRATO TRA QUALCHE MESE… MA FIDANZA E’ SEMPRE IN FDI, VERO MELONI?

Arrivano i primi grattacapi per Giorgia Meloni e il suo partito. Il successo alle elezioni politiche è stato schiacciante e adesso gli elementi che collegano Fratelli d’Italia al fascismo diventano per ovvi motivi sempre più scomodi.
In questo senso, una delle faccende più spinose è quella di Calogero Pisano, responsabile provinciale del partito di Giorgia Meloni ad Agrigento ed eletto nel collegio uninominale della città in Sicilia, regione in cui FdI ha conquistato ben 14 dei 18 seggi a disposizione.
Il nome di Pisano aveva fatto molto discutere proprio qualche giorno prima del voto a seguito della pubblicazione di alcuni suoi vecchi post da parte del quotidiano Repubblica. Si trattava di frasi scritte da Pisano tra il 2014 e il 2016 in cui, tra le altre cose, il meloniano inneggiava a Hitler, a Mussolini e ai camerati, rivendicando la tradizione e gli ideali fascisti della sua comunità politica.
Il caso di Calogero Pisano e la sospensione: cosa farà ora Fratelli d’Italia?
Il 19 settembre, dopo la diffusione di quei post, FdI aveva deciso di sospendere Pisano da ogni incarico e di deferirlo al collegio di garanzia del partito. Tra l’altro, il meloniano aveva parlato di quella sospensione come di un provvedimento solo di facciata: “Questa, tra virgolette, sospensione è dovuta solo al fatto di questo post e quindi abbiamo dovuto prendere le distanze e anche io mi sono dovuto sospendere solo per questi 2/3 giorni, fino a quando non arriviamo alle elezioni. Quindi state tranquilli che resta in carica (la candidatura, ndr) e siamo sempre più forti di prima”, aveva detto cercando di rassicurare i suoi elettori.
Ma oggi, dopo il voto, è tornato sulla questione il commissario regionale di FdI Giampiero Cannella, spiegando che Pisano “al momento non è un deputato” del partito e che il neo-parlamentare “resterà sospeso finché non si riunirà la Commissione nazionale di garanzia”.
In merito alle dimissioni di Pisano, Cannella ha dichiarato all’Agi che si tratta di “un tema nazionale e non regionale” chiarendo di non sapere “se il partito glielo abbia chiesto o meno”.
Il 13 ottobre si riuniranno le nuove Camere e il deputato eletto ad Agrigento si presenterà ovviamente a Montecitorio: entro quella data FdI dovrà decidere se espellerlo o reintegrarlo dopo la sospensione.
E c’è già che parla di ingiustizia ai danni di Pisano, dato che il meloniano Romano La Russa, accusato di aver fatto il saluto fascista in un’occasione pubblica, è stato invece tutelato e difeso (quasi paradossalmente) dal partito.
(da agenzie)

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“TASSARE I PIU’ RICCHI CONTRO IL CARO-BOLLETTE”: NON LO DICE UN PERICOLOSO “COMUNISTA”, STAVOLTA LO DICE LA BCE

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

IL CAPO ECONOMISTA PHILIP LANE: “I GOVERNI DOVREBBERO SOSTENERE IL REDDITO E I CONSUMI”

Tassare i più ricchi per far pesare meno il caro energia sulle fasce più deboli della popolazione. Il suggerimento arriva dal capo economista della Bce, Philip Lane, intervistato da Der Standard.
“Lo shock energetico che stiamo vivendo è enorme. Sono le persone più povere della nostra società ad essere maggiormente colpite. Dal punto di vista dell’equità, ma anche da una prospettiva macroeconomica”, ha affermato Lane, “i governi dovrebbero sostenere il reddito e i consumi delle famiglie e delle imprese che stanno soffrendo di più. La questione principale è se parte di questo sostegno debba essere finanziato da aumenti delle tasse per coloro che stanno meglio. Questo potrebbe assumere la forma di un aumento delle imposte sui redditi più alti o sulle industrie e le imprese che restano altamente redditizie nonostante lo shock energetico. Se si sostiene chi ne ha bisogno attraverso un aumento delle tasse, l’effetto sull’inflazione è minore rispetto all’aumento del deficit”.
La Bce prevede che “l’inflazione diminuirà significativamente nel 2023, con ulteriori diminuzioni nel 2024”, ha proseguito nell’intervista, “ci sarà un certo recupero salariale nel tempo, in modo che il tenore di vita ricominci a migliorare”.
La premessa per Lane è che “quest’anno spenderemo circa il cinque per cento del reddito dell’area dell’euro per le importazioni nette di energia. In precedenza, questa cifra era di circa l’uno per cento. Dovremo sopportare quell’onere collettivamente. Il tenore di vita cadrà a causa delle bollette energetiche. Questo rende le persone più povere e per molti sembrerà una recessione. Il motivo è che in Europa importiamo così tanta della nostra energia. E’ diverso negli Stati Uniti, che producono molta energia, quindi ci sono vincitori e vinti a causa degli alti prezzi dell’energia”.
(da agenzie)

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IL TOTO-MINISTRI DEL NUOVO GOVERNO MELONI: ALTRO CHE RINNOVAMENTO, TORNANO VECCHI TROMBONI

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

BOIARDI DI STATO, CERCHIO MAGICO E MUSEO DELLE CERE… IN VIALE DELL’ASTRONOMIA (SEDE DI CONFINDUSTRIA) POSSONO STARE SERENI

Dopo la vittoria alle elezioni la premier Giorgia Meloni si prepara a varare il nuovo governo a maggioranza di centrodestra. Il percorso di formazione di solito occupa un tempo che va dalle 4 alle 12 settimane. Secondo la Costituzione le nuove camere si riuniranno entro venti giorni dal voto. Ma la convocazione è già fissata per il 13 ottobre.
Ecco quindi che la deadline per il nuovo esecutivo si può fissare per la fine di ottobre. Ma già da ora cominciano le trattative per il totoministri. Anche perché Sergio Mattarella vuole fare in fretta: con la scadenza della legge di bilancio vuole far partire le consultazioni tra il 15 e il 17. Per conferire poi a Meloni l’incarico “con riserva” e aspettare il suo scioglimento il prima possibile. Intanto Mario Draghi prepara la successione.
Le telefonate
Ieri, mentre Fratelli d’Italia festeggiava la vittoria, Meloni ha avuto contatti con Draghi. Non è la prima volta che accade: i retroscena dei giornali hanno raccontato a più riprese di telefonate tra i due. I primi contatti risalgono all’epoca della crisi di governo. Poi l’interlocuzione è andata avanti, così come quella con gli altri leader politici. Anche in vista del passaggio di consegne ormai imminente. E della volontà dell’attuale premier di non impegnare risorse in provvedimenti da attuare con il suo governo. Perché su questo SuperMario è stato chiaro: gli impegni economici, compresi gli impegni da 40 miliardi da trovare in 100 giorni, saranno appannaggio del nuovo esecutivo. Per il quale sono già cominciate le trattative.
Come quella sul ministero dell’Economia. Per il quale spunta l’ipotesi spacchettamento. Il Messaggero infatti scrive oggi che anche la nuova premier sta considerando l’ipotesi di dividere le Finanze pubbliche dall’Economia. Come si propone dai tempi in cui i due ministeri furono accorpati. Per il Mef si fa da tempo il nome di Fabio Panetta. Attuale membro del board della Banca Centrale Europea, Panetta aveva accarezzato l’idea di succedere a Ignazio Visco, il cui mandato in via Nazionale scade nel 2023. Ora dovrà decidere se preferire un incarico politico a Palazzo Koch. L’alternativa è Domenico Siniscalco. Ha fatto il ministro nel governo Berlusconi sostituendo Giulio Tremonti. Nel caso di un pacchetto, potrebbe finire al Tesoro. Dove c’è però anche la concorrenza di Maurizio Leo, attuale responsabile economico di Fdi.
Difesa, Esteri, Interni, Mef: i quattro ministeri chiave
C’è da scommettere che per i quattro ministeri-chiave ci sarà un’interlocuzione con Mattarella. I primi due, con la guerra in Ucraina, sono sotto osservazione. Per misurare la fedeltà all’Alleanza Atlantica della nuova premier. Due sono i nomi più gettonati per la Farnesina: quello di Antonio Tajani di Forza Italia. E quello di Elisabetta Belloni, capo del Dis. In salita anche le quotazioni dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo. Mentre per la Difesa si fanno i nomi di Adolfo Urso del Copasir ed Edmondo Cirielli.
Per gli interni c’è sempre l’autocandidatura di Matteo Salvini. Che ha anche suggerito il nome di Giulia Bongiorno per la Giustizia. Ma i brutti risultati della Lega potrebbero aprire una Notte dei Lunghi Coltelli nel partito. Consigliando al Capitano un passo indietro.
Nel caso al Viminale potrebbe andare Matteo Piantedosi, attuale prefetto di Roma ed ex Capo di Gabinetto del Capitano. Ma in corsa, scrive La Stampa, c’è anche l’appena eletto (con FdI) ex prefetto Giuseppe Pecoraro.
Un altro nome per via Arenula è quello di Carlo Nordio. Mentre come sottosegretari alla presidenza del Consiglio circolano i nomi di Guido Crosetto, Francesco Lollobrigida e Giovanbattista Fazzolari. Gli ultimi due potrebbero prendere la delega ai servizi segreti.
L’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato potrebbe diventare ministro dello Sviluppo Economico. Fabio Rampelli potrebbe andare alle Infrastrutture e ai Trasporti. Da dove gestirebbe il dossier Ita Airways. Si parla anche di Raffaele Fitto agli Affari Ue e dell’ex governatore siciliano Nello Musumeci al Sud.
I poteri di Mattarella nella scelta dei ministri
Francesco Lollobrigida è un altro candidato credibile per i Trasporti, secondo quanto scrive il Corriere della Sera. Anche Giancarlo Giorgetti potrebbe essere un papabile per la Lega. Mentre Anna Maria Bernini di Forza Italia è candidata all’Istruzione.
Intanto c’è chi paventa la possibilità di trovare un altro nome “sgradito” al Quirinale nella lista dei ministri. Successe nel 2018, quando il governo gialloverde designò come ministro dell’Economia il professor Paolo Savona. All’epoca una giovane Meloni criticò la scelta di Salvini e Di Maio, che spostarono su un’altra casella – quella degli Affari Ue – il ministro contestato.
D’altro canto il presidente della Repubblica ha voce in capitolo nella formalizzazione dei ministri. Come spiega con chiarezza l’articolo 92 della Costituzione: «Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Dopo il giuramento e il primo consiglio dei ministri preceduto dal rito della campanella il governo dovrà presentarsi alla Camera e al Senato per ottenere la fiducia. Poi inizierà ufficialmente l’era di Meloni premier.
(da agenzie)

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GLI UNDER 35 HANNO PREMIATO I PICCOLI PARTITI

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

FDI SOLO AL 22%, CROLLA AL 15% NELLA FASCIA 18.25 ANNI… DIRITTI E AMBIENTE L’AGO DELLA BILANCIA PER I PIU’ GIOVANI: VERDI-SINISTRA AL 7%

Erano quelli su cui puntavano molti partiti per far crescere i numeri dell’affluenza e per consolidare il proprio risultato elettorale. A conti fatti, non solo hanno disertato le urne al pari degli altri ma hanno anche dato un segnale ai grandi schieramenti, preferendo spesso e volentieri orientarsi su formazioni “alternative” ma forse più in linea con le loro istanze.
È questa la lezione che si può ricavare, all’indomani delle “politiche” del 25 settembre, dal voto dei più giovani. Ad analizzarli, due interessanti studi effettuati dall’istituto di ricerca Swg e da YouTrend.
La partecipazione è tale e quale a quella degli adulti
Infatti, come evidenzia il nostro portale Skuola.net – che all’interno delle ricerche ha isolato il comportamento elettorale delle ragazze e dei ragazzi – nella fascia d’età 18-34 anni il dato sull’astensionismo è praticamente in linea con quello complessivo.
Anzi, secondo Swg, è stato leggermente superiore, arrivando al 37% (+1% rispetto al dato generale). Questo nonostante, per una buona fetta di loro (grosso modo quelli tra i 18 e i 22 anni), si trattava del primo appuntamento con le urne per una tornata nazionale.
I voti degli under 35 non premiano i grandi partiti
Ma il fatto che la campagna elettorale non sia riuscita a convincere gran parte del segmento più “anziano” della Generazione Z e di quello più “giovane” dei Millennials lo dimostra anche la distribuzione del voto di quanti, al contrario, hanno voluto dire la loro.
Sempre secondo Swg, quasi nessuno tra i partiti che hanno avuto la maggiore esposizione mediatica durante le scorse settimane può dirsi soddisfatto.
Un esempio su tutti: tra i 18-34enni, Fratelli d’Italia, pur confermandosi al primo posto, arretra di ben 4 punti percentuale scendendo dal 26% (dato complessivo) a un più modesto 22% (e nella fascia 18-25, secondo YouTrend, crolla al 15%).
Stessa sorte, seppur con cadute più lievi, per le altre due componenti della coalizione di centrodestra che entreranno in Parlamento, anch’esse bocciate dagli under 35: Forza Italia non va oltre il 5% (-3% rispetto al dato generale dell’8%), la Lega scende ulteriormente fino all’8% (-1% rispetto al dato generale del 9% circa).
Gli altri, però, hanno poco di che sorridere. Non solo perché sconfitti. Tra i “big 6”, il riscontro migliore (se così si può dire) lo ha avuto l’alleanza Azione-Italia Viva (il cosiddetto Terzo Polo), che ha fatto breccia nel 10% dell’elettorato più giovane (+2% rispetto al dato generale).
Mentre Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, alla vigilia del voto accreditati tra i partiti col maggior potere d’attrazione tra i ragazzi, riescono a fatica a ribadire il rendimento generale, attestandosi rispettivamente al 19% e al 15%.
Forse, solo un’analisi focalizzata su un target ancora più giovane ci racconterebbe una storia diversa.
Sopra la media italiana i voti dei giovani ai piccoli partiti
Ma allora, dove sono andati a finire i consensi delle nuove generazioni? Verso l’unica compagine che, secondo le analisi a caldo, è stata capace di insidiare, in questa fascia d’età, la leadership di Fratelli d’Italia: come detto, il partito delle “alternative”.
Infatti, oltre 1 giovane elettore su 5 (più precisamente il 21%, con un +6% rispetto al dato medio) pare abbia scelto di dare la propria preferenza a liste minori, spesso esterne alle coalizioni. Quali, nello specifico? Qui viene in soccorso soprattutto lo studio YouTrend.
Sorprendente, ad esempio, è il risultato del Partito Comunista che passa dallo 0,26% nazionale all’1,7% tra i 18-25enni.
Anche se il vero boom è da attribuire soprattutto all’accoppiata Sinistra Italiana-Verdi, che sfondano quota 7% (doppiando il 3,5% complessivo). Non a caso la forza che ha spinto di più sui temi dell’ambiente e dei diritti, particolarmente cari ai ragazzi.
(da agenzie)

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DIRITTO ALL’ABORTO, IN REGIONE LIGURIA IL CENTRODESTRA SI SPACCA, FDI NON VOTA A FAVORE, FORZA ITALIA, LEGA E TOTI SI’

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

IL DOCUMENTO IMPEGNAVA LA GIUNTA A GARANTIRE LA SCELTA “SENZA DIFFICOLTA’ NELL’ACCESSO ALLE STRUTTURE”

Nella votazione di un ordine del giorno sul «diritto delle donne di scegliere l’interruzione volontaria di gravidanza» Fratelli d’Italia si astiene e il centrodestra si divide.
Succede nel Consiglio regionale della Liguria durante il quale il Partito democratico ha deciso di presentare un documento sul tema dell’aborto. Il testo è stato approvato con 21 voti favorevoli e oltre al Pd hanno votato M5S, Lista Sansa, Lista Toti, Lega e Forza Italia.
I tre consiglieri del partito di Giorgia Meloni si sono astenuti non intervenendo al dibattito. Sei consiglieri tra centrodestra e centrosinistra erano fuori dall’aula al momento del voto.
Nel testo presentato dal consigliere Roberto Arboscello del Pd si stabilisce l’impegno della Giunta presieduta da Giovanni Toti «a garantire alle donne che decidono di non portare a termine una gravidanza in Liguria di effettuare questa scelta senza dover superare alcuna difficoltà nell’accesso alle strutture che effettuano l’interruzione». La responsabilità stabilita è anche quella di sostenere «nelle sedi più opportune la richiesta del Parlamento europeo di inserire il diritto all’aborto legale e sicuro nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea».
La denuncia più urgente da parte del consigliere democratico Arboscello è stata la forte disparità di accesso alle strutture per l’interruzione di gravidanza nel territorio della Liguria.
A replicare lo stesso presidente di regione Giovanni Toti con delega alla Sanità: «Sono 9 le strutture sanitarie per l’interruzione di gravidanza attive in Liguria e garantiscono il pieno rispetto della legge 194», ha detto. «Sono stati 2.007 gli aborti in Liguria nel 2021. A livello regionale il personale sanitario è pienamente sufficiente ad assicurare il servizio: i medici obiettori sono 64 su 123, gli anestesisti obiettori sono 67 su 204».
Le ombre sulle posizioni di FdI sull’aborto
Il tema dell’aborto è stato uno degli argomenti più citati durante la campagna elettorale delle politiche italiane. In particolare il partito di Giorgia Meloni è stato spesso accusato dai sostenitori del diritto all’interruzione di gravidanza di voler negare una libertà conquistata. Fino a poche ore fa e dopo la vittoria di Fdi e del centrodestra alle urne, il tema ha continuato ad essere al centro del dibattito persino con l’intervento della sorella di Meloni: ««Hanno detto che Giorgia è contro la legge 194 sull’aborto, ma non è vero. Lei è dalla parte delle donne e dei diritti acquisiti», ha ribadito.
La stessa presidente di partito durante gli ultimi giorni di campagna elettorale aveva più volte voluto chiarire la sua posizione in merito: «Io non ho mai detto che voglio modificare la 194, ma ho detto che voglio applicarla: vorrei aggiungere diritti, vorrei che le donne che si trovano nelle condizioni di abortire perché non hanno alternative, magari per ragioni economiche, magari perché pensavano che sarebbero rimaste sole, possano avare quella alternativa».
A pochi giorni dal voto che ha segnato il grande successo di Fratelli d’Italia, i rappresentanti regionali della Liguria però hanno deciso di astenersi su un documento di difesa della libertà delle donne di scegliere per l’interruzione di gravidanza.
(da agenzie)

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“SALVINI DEVE FARE UNA COSA FACILE: ANDARSENE”: IL MONDO PRODUTTIVO DEL NORDEST HA GIA’ LICENZIATO IL CAPITONE: “LUI STAVA SUI SOCIAL, NOI IN AZIENDA A LAVORARE”

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DI ASSOCALZATURE, SIRO BADON: “ABBIAMO BISOGNO DI POLITICI CON CUI LAVORARE IN PACE, LUI NE HA COMBINATA UNA AL GIORNO: IL PAPEETE, I PIENI POTERI, DRAGHI MANDATO A CASA, LA VICINANZA A PUTIN. ROBE DA MATTI” … LUIGI VESCOVI, EX PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA VICENZA: “A NOI SERVE UN GOVERNO SERIO E CREDIBILE, CHE COLLOCHI L’ITALIA AL CENTRO DELL’UEE NON VADA A BRUXELLES A LITIGARE PER FARE ALTRO DEBITO”

«Guardi, Salvini deve fare una cosa facile: andarsene. Noi abbiamo bisogno di politici con cui lavorare in pace, lui ne ha combinata una al giorno: il Papeete, i pieni poteri, Draghi mandato a casa, la vicinanza a Putin. Robe da matti».
Siro Badon fa scarpe di lusso nel Padovano, novanta dipendenti, clienti in tutto il mondo, ex presidente di Assocalzature. Piedi ben piantati a terra, elettore leghista con Luca Zaia come faro, «quello sì che è concreto, altroché Salvini che fa quello che dicono i social network e non sa cos’ è il Paese reale». Il Nordest produttivo ha voltato le spalle al Capitano e i toni stavolta sono definitivi. La parola chiave è credibilità. Quella che Salvini ha perso.
Anche nel feudo leghista per eccellenza. Gliel’avevano promessa: «Ci ricorderemo di chi ha tradito le imprese» aveva avvisato Enrico Carraro, presidente di Confindustria Veneto, all’indomani dell’affossamento del governo Draghi.
“Mona mi che te go creduo e anca vota’”, scemo io che ti ho creduto e ti ho anche votato, era lo striscione con cui Salvini era stato accolto a Treviso in campagna elettorale. Detto, fatto: Lega al 14% in Veneto, il 32% di Fratelli d’Italia lontanissimo, le percentuali bulgare di Zaia alle regionali nemmeno immaginabili.
Certo, la vendetta è stata anche dentro il partito: gli uomini del governatore fatti fuori dalle liste non hanno certo spinto in campagna elettorale, anzi.
Ma il grande scollamento è con la base. «A noi servono due cose: una maggioranza chiara che dia stabilità al Paese e un governo serio e credibile, che collochi l’Italia al centro dell’Unione Europea e non vada a Bruxelles a litigare per fare altro debito e altri sprechi» sintetizza Luigi Vescovi, ex presidente di Confindustria Vicenza, dove il Capitano all’ultima assemblea nemmeno lo hanno invitato.
«Qui non c’è un elettorato volubile, ma concreto – prosegue Vescovi – Salvini fa molti discorsi che stanno poco in piedi e quindi gli imprenditori lo hanno mollato. Lui ha fatto cadere Draghi, ma a noi serve stabilità.
Parla di scostamenti di bilancio, ma noi vogliamo i conti pubblici in ordine, perché il debito lo paga chi lavora. Vuole riformare la Fornero, ma quella legge semmai ha il difetto di essere troppo morbida».
Se la bocciatura è limpida, meno diretto è il salto di un elettorato indipendentista nelle braccia della leader di un partito nazionalista. Massimo Calearo, imprenditore ed ex deputato dem, politicamente sta dall’altra parte ma conosce alla perfezione il mondo produttivo veneto: «Qui interessa poco se uno è di destra o sinistra, contano serietà e fermezza e per questo Meloni è stata premiata, come accade con Zaia. È solo una questione di pragmatismo».
Che sarà anche l’unico metro con cui giudicare la premier in pectore: «Ha i numeri per governare, darci stabilità, scegliere ministri capaci e competenti senza compromessi: il vincitore è chiaro, da oggi lo sono anche le sue responsabilità» avverte Vescovi.
E piedi per terra anche in Europa: «Dell’Ue abbiamo bisogno – dice Badon -. Eviterei le amicizie di Orban e Le Pen: noi lavoriamo con Germania e Francia, con Macron e Scholz deve andare d’accordo».
(da la Stampa)

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L’INCUBO DELLA MELONI E’ DOVE SISTEMARE SALVINI”

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

AGLI INTERNI O ALLA DIFESA NO, ALTRIMENTI AGLI AMERICANI PRENDE UN COLPO. ALLA CULTURA O ALL’ISTRUZIONE NEMMENO, ALTRIMENTI PRENDE UN COLPO A NOI … UN SOTTOSEGRETARIATO ALLO SVAGO PARREBBE UNA SOLUZIONE IN GRADO DI VALORIZZARNE GLI INDUBBI TALENTI. LA SEDE IDEALE SAREBBE OVVIAMENTE IL PAPEETE. AIUTIAMOLO A CASA SUA

Il verdetto è chiaro e chiarissimi sono i vincitori e gli sconfitti. Tranne uno: Matteo Salvini. Ha vinto o ha perso le elezioni? Il mondo intero, leghisti compresi, è convinto che un leader capace di farsi mangiare quasi la metà dei suoi voti dalla Meloni, le elezioni le abbia straperse. Invece lui si atteggia a trionfatore, indossando idealmente la felpa di contitolare della Giorgia & Associati.
Ricorda un mio mito adolescenziale, il regista del Toro dello scudetto Eraldo Pecci, quando diceva «Io, Graziani e Pulici segniamo 40 gol a stagione», dimenticandosi di aggiungere che, di quei 40, 39 li segnavano gli altri due.
Molti pensano che il cruccio della Meloni sia il rapporto con l’Europa, con i poteri forti, con il Quirinale. Quisquilie, rispetto al suo vero incubo: dove sistemare Salvini.
Agli Interni o alla Difesa no, altrimenti agli americani prende un colpo. Alla Cultura o all’Istruzione nemmeno, altrimenti prende un colpo a noi. Potrebbe installarlo alla presidenza del Senato, ma stiamo parlando del vicario del capo dello Stato… E se a Mattarella venisse un raffreddore? Meglio non pensarci.
Qualche spiritoso confida che Putin le tolga le castagne dal fuoco, nominandolo governatore del Donbass, però è di cattivo gusto mescolare tragedia e farsa. Ecco perché un sottosegretariato allo Svago, con delega alla compilazione di elenchi sterminati e proclami roboanti, parrebbe una soluzione in grado di valorizzarne gli indubbi talenti.
La sede ideale per questo importante incarico sarebbe ovviamente il Papeete. Aiutiamolo a casa sua.
Massimo Gramellini
(da il “Corriere della Sera”)

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PD, M5S E TERZO POLO SI SONO DISUNITI PER UNA LIBIDINOSA VOLONTÀ DI AUTOCASTRAZIONE CHE SARÀ STUDIATA NEI MANUALI DI POLITICA

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

GIULIANO FERRARA SCATENATO SULL’HARAKIRI: DEM, GRILLOZZI E CALENDIANI, SOMMATI, HANNO AVUTO PIÙ VOTI DEL CENTRODESTRA… SAREBBE BASTATO UN ACCORDO TECNICO NEI COLLEGI MAGGIORITARI COME HA FATTO LA DESTRA, CHE ERA MOLTO PIU’ DIVISA DEL CENTROSINISTRA

I dati dicono che Pd, grillozzi e calendiani, sommati, hanno avuto più voti del centrodestra. Il povero e onesto Enrico, primi della classe ultimi nella vita, ha ammesso che la sconfitta viene dal mancato formarsi di un campo largo e competitivo, attribuendo la responsabilità del disastro ai grillozzi e a Calenda.
D’altra parte tutti hanno fatto finta di non sentire ma Berlusconi, tra una minchiata e l’altra, come al solito l’aveva vista giusta, perché è tutto tranne che un moralista: vinceremo, aveva detto, perché il Pd e i grillozzi non si sono messi insieme, punto.
La realtà, non controfattuale, è che Pd e M5S erano uniti fino a un minuto prima di disunirsi, e solo la libidine autolesionista li ha spinti a cercare ciascuno un’identità opposta a quella dei potenziali alleati nella battaglia decisiva dei collegi maggioritari.
Il Pd aveva governato con i grillozzi sia con il Bisconte sia con il governo Draghi, e predicava il campo largo anche con qualche enfatizzazione strategica inopportuna.
A un certo punto Conte ha cercato un suo spazio, sulla questione dell’inceneritore e della famosa agenda sociale, e Draghi lo ha scaricato perché ne aveva piene le palle, comprensibile.
Il Pd però le palle doveva contarle alle elezioni, e gli sarebbe convenuto un accordo tecnico nei collegi, che avrebbe consentito per il proporzionale di mantenere ciascuno un suo profilo, salvo farlo contare per via dell’affiliazione maggioritaria.
Il centrodestra era diviso molto di più del centrosinistra o come volete chiamare l’accozzaglia anti Meloni, chi al governo e chi all’opposizione, da cinque anni: ci ha messo un nanosecondo a scaricare la divisione identitaria e ad abbracciare lo spirito della legge elettorale con il quale si dovevano fare i conti, ovvio, e ciascuno di loro ha pagato un prezzo, ma vanno al governo, che sarebbe forse anche lo scopo delle elezioni politiche. Non parliamo poi di Carlo Calenda. Lui aveva addirittura teorizzato la necessità stringente della coalizione, aveva firmato un patto solenne in quel senso con il Pd
Non è che non potevano unirsi per contendere i collegi a quelli che erano divisi (e che invece si sono uniti fulmineamente per lo stesso obiettivo), è che si sono disuniti per una libidinosa volontà di autocastrazione che sarà studiata nei manuali di politica per generazioni. La destra, tranquilla e divisissima, aveva tre o quattro identità o linee e le ha fatte convergere nel maggioritario dei collegi, che ha preso quasi tutti, lasciando spazio all’egotismo nel proporzionale, e menando il centrosinistra.
Gli altri no, hanno fatto l’inverso. E sono stati menati. Non è più complicato di così.
Giuliano Ferrara
(da “il Foglio”)

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