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DOPO IL NO DI FABIO PANETTA, GIORGIA MELONI INCASSA ANCHE IL RIFIUTO DI DARIO SCANNAPIECO, CHE PREFERISCE RESTARE ALLA CDP

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

SI FA IL NOME DI GIORGETTI, CIRCOLANO ANCHE LE IPOTESI SINISCALCO E TREMONTI – IL NO A LICIA RONZULLI FA INCAZZARE BERLUSCONI: “GIORGIA, FAMMI LA CORTESIA DI RICORDARMI TUTTI GLI STATISTI DEL TUO PARTITO CHE AVRESTI IN MENTE PER L GOVERNO. ELENCAMELI UNO A UNO, PER CORTESIA!”

Per dire del clima: da qualche ora, Giorgia Meloni ha chiesto di congelare la chat dei parlamentari. Silenzio radio, si salvi chi può. Mancano tre giorni alle prime votazioni sulle presidenze delle Camere, neanche mezzo dossier può dirsi chiuso. In compenso, i rifiuti dei “competenti” si sommano ad ambizioni che non possono essere soddisfatte.
L’Economia, in particolare, è un incubo: dopo il no di Fabio Panetta, è arrivato quello di Dario Scannapieco. E la leader non sa come uscire dallo stallo. Ha promesso un governo dei migliori, rischia di smarrirsi tra i corridoi di Arcore. Si gioca molto, non può mediare. Altrimenti, ha chiarito nei colloqui riservati, «perdiamo tutti la faccia».
L’Economia, allora. La fotografia dello stallo. Il nodo dei nodi. Tutti vorrebbero Fabio Panetta. Meloni spera nella sponda del Colle per convincerlo, lo considera il pass obbligato per i mercati e l’Europa. Lui, però, fa sapere di non essere interessato.
Non intende sguarnire il board della Bce, e questa è cosa nota. Pare però che a rafforzare il rifiuto sia stato anche il pensiero di dover gestire il ministero più importante confrontandosi con le richieste di flat tax che la Lega di Salvini reclama.
Va bene un salto nei buio, ma con le mani legate è davvero troppo. Anche Scannapieco si sta tirando indietro. Meloni, allarmata, ha chiesto aiuto alla Lega: come ne usciamo? È spuntato Giancarlo Giorgetti. Sul cui nome, però, Salvini ha preso tempo. Fosse solo il Tesoro, il problema.
Un sentiero meno battuto conduce a Giulio Tremonti. Il super ministro non sarà ministro. Eppure, conterà tantissimo a capo della commissione Bilancio della Camera. Controllerà da lì la manovra, a meno che il Carroccio non provi a contrapporgli Giorgetti. Potrebbe gestire la Finanziaria con un altro potenziale ministro dell’Economia che conosce bene: Domenico Siniscalco. Fecero staffetta per due volte alla guida del Tesoro. E non fu un passaggio di consegne sereno, diciamo.
Il nodo politico che logora i rapporti tra alleati è però quello di Licia Ronzulli. Silvio Berlusconi la pretende in squadra. Meloni gli ha spiegato che non potrà garantirgli uno dei ministeri immaginati per la sua senatrice: Istruzione, Agricoltura, Infrastrutture o Sanità (dove si ipotizzano anche Guido Bertolaso e il preside della facoltà di Medicina del Gemelli, Rocco Bellantone).
La leader è disposta ad assegnare a Ronzulli un dicastero di seconda fascia, o un posto da viceministro. Il Cavaliere, ad Arcore, ha perso la calma: «Fammi la cortesia di ricordarmi tutti gli statisti del tuo partito che avresti in mente per il governo. Elencameli uno a uno, per cortesia!». Il duello ha assunto un peso politico enorme. Se Meloni cede, parte debole. Se resiste, guadagna nemici interni.
Un po’ come con Matteo Salvini, in fondo. Voleva gli Interni: respinto. L’Agricoltura, ma con l’incarico di vicepremier: non se ne parla, Meloni preferirebbe evitare un vice al suo fianco (o, comunque, non avere lui come numero due). Il leghista ha rilanciato con le Infrastrutture, da cui dipende la Guardia Costiera. Se Meloni accetta, lascia il controllo dell’immigrazione che arriva via mare al segretario del Carroccio. Se non qui, allora, dove?
Al numero uno della Lega non dispiacerebbe il ministero per lo Sviluppo economico, ma anche qui non mancano i dubbi della prossima premier. La quale, nel frattempo, pretende di avere in squadra Maurizio Lupi ai Rapporti con il Parlamento. Nonostante alcuni mugugni degli alleati.
Ci sono più derby in questa maggioranza che a Londra, con le sue sette squadre in Premier League. Il più caldo, in queste ore, è quello per la presidenza del Senato: Fratelli d’Italia vuole Ignazio La Russa, la Lega spinge per Roberto Calderoli. Nessuno frena, giovedì si vota e serviranno altri summit tra leader (già domani, pare) per non finire nelle secche.
Anche perché dall’esito del ballottaggio dipende la sfida per la presidenza della Camera, dove sono in gioco Fabio Rampelli e il leghista Riccardo Molinari. L’altra partita di peso è per la Giustizia. Meloni pensa da tempo a Carlo Nordio, Berlusconi ha rilanciato con Francesco Sisto (glielo ha promesso, pare), la leader di FdI si è messa di traverso ed è spuntata Maria Elisabetta Casellati.
Agli Esteri, invece, Antonio Tajani sembra in pole position. Sembra, perché se invece Meloni dovesse confermare la strategia dei tecnici nei ruoli chiave – Interni, Economia, Difesa e, appunto, Farnesina – allora potrebbe spuntarla l’attuale capo del Dis Elisabetta Belloni. La Difesa, si diceva: un’altra spina. Ci credono in molti: Guido Crosetto e Adolfo Urso, ma anche Tajani. Un po’ come nell’altro derby caldo di queste ore, quello per l’Interno: c’è il prefetto Matteo Piantedosi – che fu capo di gabinetto di Salvini al Viminale – ma anche Giulia Bongiorno. Decide Meloni. E peserà il Colle.
Per le ultime due caselle, infine, la leader di FdI ha bisogno di nomi fidati. A gestire la delega ai Servizi potrebbero essere La Russa, Crosetto o Giampiero Massolo. Come sottosegretario alla Presidenza ci sono sempre Crosetto e La Russa, ma anche un terzo nome al momento nettamente favorito: Giovanbattista Fazzolari. La leader nel suo libro scrive: «Non ricordo un solo momento difficile della mia vita in cui non fosse lui al mio fianco». Nel frattempo, spende il week end al Nord, con la famiglia. Per rifiatare. Come darle torto.
(da la Repubblica)

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LA CRISI DEL PD SPIEGATA DAI SONDAGGISTI

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

GHISLERI: “È UN PARTITO SOFISTICATO, CHE GUARDA AI DIRITTI CIVILI, IN UN MOMENTO IN CUI PERÒ LA GENTE HA BISOGNO DI RISPOSTE A QUESTIONI MOLTO TANGIBILI” – D’ALIMONTE: “IL PD E’ PARTITO DELLE ÉLITE, NON DEGLI OPERAI. E NON HA AVUTO UN LEADER” – ROBERTO WEBER: “CONTE, NONOSTANTE UN GERGO AMPOLLOSO, HA UNA CIFRA DI RUVIDITÀ CHE SI CONNETTE CON CHI HA SCARPE GROSSE E CERVELLO FINO. MENTRE IL PD NON È IN CONNESSIONE CON LE FASCE PIÙ BASSE DELLA POPOLAZIONE”

Quando si resta troppo a lungo al governo come è successo al Pd, avverte la direttrice di Euromedia research, Alessandra Ghisleri, poi risulta «molto difficile offrire la propria proposta» agli elettori. Persino sui temi del lavoro, che dovrebbero rappresentare una delle radici più profonde del partito di Enrico Letta.
«Il Pd è sempre stato al potere e ha dovuto compiere delle scelte, magari andando contro la propria identità – spiega Ghisleri -. Ha dovuto seguire maggioranze che erano multiple, di coabitazione, e anche questo crea dei problemi». Il Movimento 5 stelle, invece, alle ultime elezioni «si è presentato sul territorio con una promessa realizzata, il reddito di cittadinanza, e con una promessa da realizzare, che è il salario minimo».
Anche su quest’ ultima proposta, sostiene Ghisleri, il partito di Giuseppe Conte si è battuto «con molta più convinzione del Pd». E questo, anche quando si passa all’opposizione, ha un peso sulla credibilità delle proprie battaglie. Quello di Letta «è diventato invece un partito molto più sofisticato, che guarda a temi importanti, come i diritti civili, in un momento in cui però la gente ha bisogno di risposte a questioni molto tangibili, che guardino principalmente alla possibilità per ogni famiglia di poter pianificare il proprio futuro».
È sulla base di questo, sottolinea la direttrice di Euromedia, che la proposta dei Cinque stelle «diventa vincente». Chi si trova in difficoltà, dice, avrà «l’opportunità di mantenere quello che ha, che è il reddito di cittadinanza, o di sperare nella promessa del salario minimo», mentre dai dem riceverà proposte «meno indicizzate». Ed è così che a un certo target di elettore di sinistra, conclude quindi Ghisleri, «il Movimento si inizia a mostrare come una forza credibile».
Roma «Il Pd e il M5S potrebbero anche convivere», sostiene Roberto D’Alimonte, politologo e professore della facoltà di Scienze politiche della Luiss, a Roma. Il Movimento, infatti, si sta caratterizzando sempre di più come «partito della sinistra populista», mentre il Pd è una forza della «sinistra liberale, europeista, tecnocratica». Due elettorati diversi, o almeno «non così sovrapponibili come lo sono invece quelli del Pd e del Terzo polo di Calenda e Renzi.
Ecco, il Pd farebbe bene a guardarsi da loro, più che dai Cinque stelle». In questo momento, sostiene D’Alimonte, i grillini «hanno il reddito di cittadinanza, un sussidio che non è riuscito a offrire sbocchi sul fronte lavorativo, caratterizzandosi come una forma di assistenzialismo con una forte venatura populista», e la proposta del salario minimo, su cui Giuseppe Conte «ha puntato molto e che viene considerata una misura classica della sinistra».
Il Pd, leggendo i dati dei flussi elettorali, «ha i suoi punti di forza nelle aree urbane, tra i laureati e nella fascia medio-alta della popolazione». Insomma, si può dire che quello guidato da Enrico Letta «sia il partito delle élite, non degli operai. Di certo, non è più un partito della sinistra classica.
Gli operai e i disoccupati votano Lega, M5S, FdI. Se questi elettori sono persi per sempre o meno, dovranno deciderlo i dem al loro prossimo congresso». Il riposizionamento di Conte, anche sul fronte del lavoro, «sta quindi funzionando». Ad aiutarlo, c’è «la prateria lasciata dal Pd a sinistra, dove non c’è nessuno fuorché la piccola Sinistra italiana». E poi, sottolinea D’Alimonte, «servono le idee, ma queste viaggiano sulle spalle dei leader carismatici. Da una parte un leader c’è, dall’altra, finora, è mancato».
Se si tratta di fare opposizione, «i Cinque stelle sono molto più adatti del Pd». Per Roberto Weber, sondaggista e presidente dell’istituto Ixè, «non c’è dubbio»: è una questione di «matrice». Anche la piazza di sabato, a Roma – ricorda Weber -, «era piena perché c’era la Cgil di Landini. Il Pd invece le piazze non le occupa più, manifestare è una desuetudine, una dimensione che manca ai vertici del partito».
La comunicazione, poi, ha un peso inevitabile. E nel linguaggio dei dem «non c’è mai una chiave di primitività che li metta in connessione con le fasce più basse della popolazione». Succede anche tra le personalità emergenti del campo progressista, come la brava Elly Schlein, vicepresidente dell’Emilia-Romagna: «Mutua il linguaggio dei media, come se leggesse i giornali e riportasse alla gente quel che c’è scritto. C’è però un’Italia che vota a sinistra e i giornali non li legge. Quell’Italia chi ascolta?».
Conte, nonostante un gergo ampolloso che stenta a perdere, ha «un che di provinciale nell’esprimersi, una cifra di ruvidità che si connette con chi ha scarpe grosse e cervello fino». Si deve far perdonare «molte colpe, come l’alleanza con la Lega, ma sbaglia – sottolinea Weber – chi pensa che i Cinque stelle siano gli stessi di sempre, quelli della scatoletta di tonno o che avevano “sconfitto la povertà”».
Si stanno «rinnovando», in un’ennesima rivoluzione, «ma si muovono in una mappa nuova e il rischio, quindi, è di perdersi con più facilità, scivolando nel populismo». Il Pd, al contrario, «ha legami profondi con la società ed è possibile che venga fuori da questa situazione, al termine di un lungo processo che lo porti a reinterpretare le proprie radici».
(da la Stampa)

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IL PARLAMENTO RIAPRE CON MENO ELETTI E IL SOLITO CAOS: LA NUOVA LEGISLATURA PARTE OGGI CON L’ACCREDITO DEI NEO-ELETTI

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

GIOVEDÌ 600 PARLAMENTARI SONO CONVOCATI PER L’ELEZIONE DEI PRESIDENTI DELLE CAMERE, POI CI SARÀ SUBITO LA GRANA DELLE COMMISSIONI DI GARANZIA CHE SPETTANO ALL’OPPOSIZIONE E SULLE QUALI SERVIRÀ UN’INTESA TRA PD, M5S E CALENDA E RENZI

Il nuovo Parlamento alza il sipario, da oggi inizia l’accredito dei neo-eletti e giovedì 13 Camera e Senato saranno convocati per l’elezione dei presidenti. Nel giro di pochi giorni, poi, toccherà ai singoli partiti eleggere i capigruppo, mentre la settimana prossima si cercherà di comporre il puzzle delle commissioni parlamentari e delle vice-presidenze delle Camere. Il tutto da fare abbastanza in fretta, per permettere al capo dello Stato di avviare le consultazioni per la formazione del nuovo governo.
Operazione non semplice, perché un accordo sulle principali caselle sembra ancora da trovare e persino per l’elezione dei capigruppo l’ipotesi della conferma degli attuali presidenti è una di quelle più accreditate per la maggioranza dei partiti.
E una delle partite più complicate sarà quella delle commissioni di garanzia, che spettano all’opposizione e sulle quali servirà un accordo tra Pd, M5s e i centristi di Calenda e Renzi
Sulle presidenze delle Camere la discussione è tutta interna al centrodestra. Lega e Fdi si contendono la presidenza del Senato, la Camera che – come spesso accade – sarà più problematica, perché i margini della maggioranza sono più risicati: Fratelli d’Italia punta su Ignazio La Russa, la Lega su Roberto Calderoli. Se il Senato andrà a Fdi la Camera dovrebbe toccare a un leghista (Molinari o Giorgetti), altrimenti potrebbe andare a Francesco Lollobrigida di Fdi.
Per quanto riguarda i capigruppo, Fdi a Montecitorio dovrebbe confermare Lollobrigida, che verrebbe sostituito solo se diventasse presidente della Camera. Più incerta la situazione al Senato, perché l’attuale capogruppo Luca Ciriani potrebbe ottenere altri incarichi. Anche la Lega dovrebbe confermare gli uscenti, a meno che appunto non tocchi a Molinari la presidenza della Camera. Un po’ più fluida la situazione in Fi: gli uscenti Barelli e Bernini potrebbero essere rieletti, ma si fanno anche i nomi di Cattaneo e di Mulè (per la Camera), e di Ronzulli e Sisto per il Senato (ma entrambi potrebbero entrare al governo).
Il Pd, da giorni, discute sull’ipotesi di confermare le attuali presidenti – Simona Malpezzi al Senato e Debora Serracchiani alla Camera – in attesa dell’elezione del nuovo segretario che avverrà a marzo. Schema che, peraltro, permetterebbe di attuare l’indicazione di avere due donne alla guida dei gruppi ribadita da Enrico Letta alla direzione di giovedì.
Ma la questione è ancora da definire, (si fanno anche i nomi di Ascani alla Camera e Rossomando e Valente al Senato) e allo stato non risultano nemmeno convocazioni dei gruppi parlamentari. Per i centristi è tutto da definire, allo stato l’unica cosa certa che è un capogruppo sarà di Iv e uno di Azione. M5s, invece, dovrebbe confermare Castellone al Senato e Silvestri alla Camera, anche se quest’ ultimo potrebbe scegliere di farsi da parte per dedicarsi alle regionali del Lazio.
Molto delicata la vicenda delle commissioni di garanzia: il Pd reclama il Copasir e difficilmente l’organo di controllo sui servizi segreti verrà lasciato a M5s. In pole position ci sarebbe Enrico Borghi, già membro del comitato. I 5 stelle chiedono allora la Vigilanza Rai (per Licheri o Patuanelli) ma non sembrano d’accordo i centristi e Iv in particolare, che punterebbe sulla Boschi per quella casella. Ci sono poi le giunte per le elezioni e immunità, che al Senato sono un unico organo mentre alla Camera sono distinte: per una di quelle di Montecitorio ci sarebbe in pista Federico Fornaro di Articolo Uno.
(da La Stampa)

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ORA E’ CONFINDUSTRIA A CHIEDERE LO SCOSTAMENTO DI BILANCIO ALLA MELONI

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

“PIU’ DEFICIT PER LE BOLLETTE O RIVOLTA SOCIALE”

Qualche giorno fa Mario Draghi si era retoricamente chiesto cosa avrebbe dovuto fare Giorgia Meloni sulle bollette dopo che la Germania aveva varato il suo fondo da 200 miliardi senza aspettare l’Europa.
Oggi il presidente di Confindustria Carlo Bonomi risponde alla domanda in un’intervista a La Stampa. E lo fa prendendo decisamente posizione a favore dello scostamento di bilancio.
Una scelta che la premier in pectore avrebbe voluto evitare, così come l’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Ma spendere in deficit sembra adesso l’unica soluzione per evitare un autunno caldo. E adesso il governo si trova davanti a un bivio: procedere con i sostegni per le aziende. Sperando di trovare un accordo con l’Unione Europea nell’ultimo vertice del 20-21 ottobre. Oppure lasciare la patata bollente in mano all’esecutivo che gli succederà.
La spesa in deficit unica soluzione
Nel colloquio con Marco Zatterin il patron degli industriali chiede un nuovo scostamento di bilancio. Ovvero maggiore deficit. Perché sulle bollette e sul price cap, dice Bonomi, «l’Europa non sta dimostrando la stessa condivisione di intenti della crisi pandemica. Sono otto mesi che Draghi cerca di cucire a Bruxelles una opzione coordinata. Ma per veti nazionali, l’Europa solidale dell’energia non è ancora nata».
Per tamponare la situazione il governo Draghi ha sfruttato le maggiori entrate fiscali dovute al rimbalzo dell’economia: «Ora il rimbalzo è finito. L’economia rallenta. Il prossimo governo, se non potrà contare sulla solidarietà europea per frenare la bolletta energetica, e non avendo entrate fiscali in crescita, dovrà ricorrere ad altre risorse». L’Europa, è il ragionamento di Bonomi, avrebbe dovuto rispondere con «il tetto al prezzo del gas e un Next Generation Eu per l’energia come si è deciso per il Covid».
Ma siccome non lo sta facendo, allora «l’Italia sarà a un bivio: salvare industria e famiglie per salvare il Paese oppure finire in una profonda crisi sociale». Come? «Nel caso, si dovrebbe partire da un punto fermo. Il governo non dovrebbe annunciare unilateralmente altro debito, dovrebbe presentare in Europa e ai mercati la decisione dicendo “non siamo noi che vogliamo fare debito, è l’Europa che non fa l’Europa. Perché se ogni membro fa a modo suo si rompe il mercato unico”.
Non si può condividere tutti la scelta politica delle sanzioni alla Russia, ma non i loro effetti». Lo scostamento di bilancio ha diviso Lega e Fratelli d’Italia nel centrodestra fin dalla campagna elettorale. Matteo Salvini lo ha chiesto a più riprese, Meloni & Co. hanno sempre detto di no. Perché avrebbe gravato sui conti pubblici. E perché forse dalle parti di Fdi si aspettavano una soluzione dall’Ue e da SuperMario.
Il quarto decreto bollette
Intanto il governo è al lavoro sul quarto decreto bollette. Servirà solo a prorogare le misure in scadenza e l’esecutivo lavora in tandem con la nuova maggioranza. Oggi è in programma un Consiglio dei Ministri che potrebbe anticipare alcune misure. Si discute di un provvedimento da 10 miliardi di euro. Tutti finanziati dall’extragettito. Si lavora alla conferma del bonus 200 euro per le famiglie in difficoltà. Ci saranno gli sconti fiscali per le imprese con il credito d’imposta. E a una rateizzazione sia per le imprese che per le famiglie in difficoltà. Il decreto bollette quater porterà anche gli sconti sulle accise del carburante. Mentre per gli altri contenuti si attende l’Ue. E le decisioni sul price cap. Che potrebbero portare in dote, è il ragionamento, anche i soldi per varare misure più generose. Mentre sulla legge di bilancio, la linea è che ospiterà il taglio del cuneo fiscale (va rifinanziato anche quello di Draghi). E l’aumento della flat tax per le partite Iva, con la soglia spostata a 100 mila euro.
Chi soffia sul fuoco
Ma nel frattempo, spiega oggi Repubblica, il vecchio e il nuovo governo dovranno guardarsi da chi soffia sul fuoco. Ovvero dagli stessi protagonisti che lo facevano all’epoca del lockdown per la pandemia.
La galassia No vax e neofascista sta già alimentando le proteste contro il caro-energia nelle piazze italiane. Tra putiniani, forconi e ristoratori si vedono facce molto simili a quelle dell’assalto alla Cgil.
Per questo si pensa a nuove proposte per evitare il diffondersi del malcontento. Una di queste è quella di chiedere alle società di gestione dell’energia di non procedere ai distacchi dei morosi. Anche perché secondo l’ufficio studi di Confesercenti gli italiani nella sola seconda metà del 2022 hanno perso 12,1 miliardi di potere d’acquisto.
Ovvero circa 470 euro in meno a famiglia in soli sei mesi. Il peggioramento è dovuto agli aumenti dei prezzi dell’energia, che si scaricheranno sulle bollette autunnali. Portando l’incremento dei prezzi ai livelli massimi dell’anno. L’inflazione media dei prossimi tre mesi sarà almeno al 9,1%. E questo avrà impatto su consumi e risparmi.
(da agenzie)

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NESSUNO VUOLE FARE IL MINISTRO DELL’ECONOMIA DEL GOVERNO MELONI

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

AAA CERCASI MINISTRO DOPO UNA RAFFICA DI NO: DOPO PANETTA ANCHE SCANNAPIECO DECLINA L’OFFERTA

AAA cercasi. Mentre proseguono gli incontri – l’ultimo ad Arcore, nella villa di Silvio Berlusconi – per cercare una quadra nel totoministri, si sussegue la raffica di “no” che Giorgia Meloni sta ricevendo dai candidati papabili per la guida del Ministero dell’Economia.
In origine fu Fabio Panetta (membro del board della BCE), poi è arrivato il turno di Dario Scannapieco, economista di rilievo (con ruoli dirigenziali nazionali e internazionali) e ora alla guida di Cassa Depositi e Prestiti. Ma le risposte negative che sta ricevendo la prossima Presidente del Consiglio sembrano essere come ciliegie: una tira l’altra.
Come riporta oggi il quotidiano La Repubblica, il centrodestra è alle prese con il “caso Ronzulli”: Berlusconi prosegue la sua trattative per dare un “ministero di peso” alla sua esponente. Ma da Fratelli d’Italia arrivano continui e secchi “no” che non stanno facilitando la soluzione al “gioco” del totoministri.
E sullo sfondo, parlando di dicasteri importanti (sempre, ma soprattutto ora con i riflessi della situazione internazionale che stanno colpendo l’Italia da mesi), c’è il Ministero dell’Economia. Giorgia Meloni sembra non riuscire a trovare la quadra per completare la squadra del suo governo, con i tasselli di questo mosaico che sembrano essere ancora dispersi.
Due “tecnici”, infatti, hanno detto no alla proposta di guidare il dicastero del Tesoro. Prima Fabio Panetta, ora il direttore generale e amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti Dario Scannapieco. A chi affidare, dunque, il Ministero dell’Economia e delle Finanze?
Le soluzioni in ballo sembrano essere ancora molte. Più o meno tecniche. Sembra essere svanita l’ipotesi di una suddivisione del MEF (niente scissione tra “Economia” e “Finanze”) e nelle ultime ore è salito nelle gerarchie il nome di Giancarlo Giorgetti.
L’attuale numero uno del Mise, infatti, potrebbe essere la figura di mediazione all’interno delle trattative per completare quella squadra di governo da proporre al Quirinale.
Il suo nome, a differenza delle aspettative iniziali, è stato proposto proprio da Fratelli d’Italia. Ma i rapporti incrinati (per usare un eufemismo) con Matteo Salvini potrebbero bloccare il tutto.
Perché la Lega, che da tempo chiede posti in ministeri di rilievo, sembra poco convinta di “regalare” un dicastero di questo tipo a una figura – quella di Giorgetti – da tempo ai ferri corti con il segretario del partito.
Gli altri nomi
Il “no”, dunque, questa volta arriverebbe da una delle gambe della maggioranza a sostegno del prossimo e imminente governo. Dunque, si cerca l’ennesima soluzione: dalla figura ibrida (tra il tecnico e il politico) di Giulio Tremonti a quella di Domenico Siniscalco. Entrambi si sono già seduti, in passato, sulla poltrona del vertice di via XX settembre, ma i loro nomi non sembrano convincere, in particolar modo, Fratelli d’Italia. Poi c’è anche Gaetano Micciché, numero uno della divisione Imi di Banca Intesa. Personalità differenti tra loro, per profili e differenze a livello dirigenziale e manageriale. Ma il tempo stringe e nel “gioco” del totoministri, soprattutto per il MEF, sono state pescate troppe carte che hanno risposto “no”.
(da agenzie)

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LA FINANZA HA SEQUESTRATO IN POCHI MESI 3,4 MILIARDI DI EURO CHE PROFESSIONISTI E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI HANNO SOTTRATTO AL FISCO INCASSANDO I CREDITI DEL SUPERBONUS EDILIZIO PER LAVORI MAI REALIZZATI

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

SOLDI SPESSO FATTI SPARIRE ALL’ESTERO, INVESTITI IN ATTIVITÀ SPECULATIVE E ANCHE IN CRIPTOVALUTE

La caccia è senza quartiere. Professionisti disonesti, imprenditori senza scrupoli e organizzazioni criminali, in poco più di un anno sono riusciti a sottrarre al Fisco miliardi di euro. È il frutto marcio della bonus-economy, soprattutto di quella legata alla ristrutturazione degli immobili. L’ultimo dato dell’Agenzia delle entrate parla di quasi 6 miliardi di frodi al Fisco. Soldi spesso fatti sparire all’estero, investiti in attività speculative e anche in criptovalute.
Ma queste somme sono tutt’ altro che perse. Grazie alle attività di intelligence e investigative della Guardia di Finanza, sono già stati già rintracciati e sequestrati preventivamente ben 3,4 miliardi di crediti fittizi. Si tratta di un dato aggiornato a qualche giorno fa, al 30 settembre. Ma la caccia prosegue senza sosta.
Proprio per agevolare l’individuazione delle frodi e degli altri illeciti derivanti dalle cessioni dei crediti d’imposta, sono stati innanzitutto rilasciati ai reparti della Guardia di Finanza una serie di nuovi strumenti informatici in grado di ricostruire tutta la filiera delle cessioni fino alle eventuali indebite compensazioni effettuate dagli ultimi cessionari dei crediti.
Le due app anti frode a disposizione dei finanzieri, si chiamano Prisma e Moni C. La prima è stata dotata di un sistema di tracking dei crediti e degli sconti in fattura, mentre la seconda permette di verificare tutte le compensazioni effettuate con quegli stessi crediti. Le maglie, insomma, si sono strette.
Le indagini della Guardia di Finanza, su mandato della Procura di Napoli Nord, avevano portato a individuare cessioni di crediti edilizi per lavori mai effettuati per oltre 770 milioni di euro. Durante le indagini è stato appurato persino che il 70 per cento dei cessionari dei crediti era beneficiario del Reddito di cittadinanza. Non solo. Tra di loro c’erano anche diversi soggetti già segnalati più volte alle autorità per l’esercizio abusivo della professione di parcheggiatore.
Uno degli indagati, che risultava aver ceduto crediti per 34 milioni di euro e aver eseguito lavori per 30 milioni di euro, era addirittura detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Il Re dei bonus era stato individuato in un pugliese, mentre la mente tecnica in un commercialista. Pochi giorni prima dell’esecuzione dell’ordinanza erano volati a Santo Domingo (Repubblica Dominicana) e in Colombia per una breve vacanza ma, venuti a conoscenza della retata che aveva smantellato l’organizzazione criminale, hanno deciso di non rientrare più in Italia, convinti di essere ormai al sicuro.
Ma gli inquirenti della Procura della Repubblica e gli specialisti del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Rimini avevano monitorato ogni spostamento, conoscevano i posti frequentati dai due indagati e le loro abitudini e, sulla base di questi elementi, hanno richiesto al ministero della Giustizia italiano l’emissione di un mandato di arresto internazionale.
(da Il Messaggero)

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LA TV DI STATO RUSSA: “DOPO IL MOSKVA E IL PONTE DI KERCH, CONTINUERANNO A COLPIRE I NOSTRI SIMBOLI, L’ULTIMO E’ PUTIN, DIFENDIAMOLO”

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

IL CONDUTTORE TV SOLOVYOV: “QUANDO INIZIEREMO A COMBATTERE? MEGLIO ESSERE TEMUTI CHE DERISI”… BRAVO, DAI L’ESEMPIO, VAI A MORIRE IN PRIMA LINEA, FIGHETTO E PORTATI DIETRO IL VIGLIACCONE

Durante la trasmissione del sabato sera della tv di Stato russa, Solovyov Live, parlando con gli ospiti in studio dell’esplosione che ha colpito il ponte sullo stretto di Kerch tra Crimea e Russia, utilizzato da Mosca per il trasporto di armi, munizioni e per l’invio delle truppe nelle regioni di Zaporizhzhia e del Cherson, il conduttore Vladimir Solovyov ha accusato l’Ucraina di aver attaccato l’infrastruttura strategica «per impedire alle nostre truppe di consegnare attrezzature e armi affidabili», sottolineando che «è chiaro che seguirà l’avanzata di Kiev su Cherson e il tentativo di dividere le nostre truppe di terra per incunearsi tra Zaporizhzhia e nella città dell’Ucraina sud-orientale Enerhodar».
Il conduttore ha poi aggiunto: «Stanno agendo secondo le indicazioni della Nato: ci sono dei loro mercenari» nell’area.
E l’anchorman russo, cercando di spronare gli ospiti presenti e il pubblico a casa, ha poi domandato con toni minacciosi: «Quando inizieremo a combattere? A livello globale siamo già considerati i cattivi della situazione e allora meglio essere temuti che essere derisi. Del resto, molti politici occidentali, compresi gli americani, sanno cosa può succedere a furia di proseguire con quest’inclinazione suicida nello stuzzicarci».
«Gli ucraini continueranno a colpire i nostri simboli. Resta solo Putin, dobbiamo restare uniti per difenderlo»
Tra gli ospiti presenti in studio era presente anche il membro della Duma ed ex membro dell’esercito russo Andrey Kartapalov che ha osservato: Il ponte di Kerch non è solo un’infrastruttura militare che definisce la logistica dell’approvvigionamento delle nostre truppe in Crimea, così come quelle nelle regioni di Cherson e Zaporizhzhia. È un simbolo dell’orgoglio della Russia. Colpiscono i simboli. Dal punto di vista della logica militare l’incrociatore Moskva (affondato al largo di Odessa dopo essere stato colpito da missili da crociera antinave di produzione ucraina lo scorso 13 aprile 2022, ndr) non rappresentava una minaccia per le truppe di terra ucraine. Sono simboli incredibili».
E Kartapalov ha poi aggiunto: «Dobbiamo farci trovare preparati perché continueranno a colpire i nostri simboli. Il nostro principale simbolo rimanente è il nostro presidente Vladimir Putin: è il nostro garante e il nostro obiettivo comune deve essere quello di unirci attorno a lui. Abbiamo un presidente, il nostro Comandante Supremo, e anche noi, abbiamo fiducia in lui, e lo seguiremo fino alla fine. Cosa vogliono ottenere colpendo i nostri simboli? Putin è l’unica garanzia che tutto andrà bene. Lo ripeto: solo insieme, solo con il nostro presidente. Ognuno dovrebbe fare la propria parte. Se la Patria chiama e ci consegna una mitragliatrice, prenderemo una mitragliatrice e porteremo a termine i nostri doveri. Siamo arrivati troppo vicini al limite, al di là, c’è la scogliera».
(da agenzie)

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I MEDIA RUSSI SONO ABITUATI AI LORO CAPI: “ZELENSKY E’ FUGGITO IN OCCIDENTE”, COME RISPOSTA IL PRESIDENTE VA IN DIRETTA IN PIAZZA A KIEV

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

I MEDIA RUSSI PENSANO DI AVERE A CHE FARE CON I VIGLIACCHI COME PUTIN E KADYROV CHE STANNO CHIUSI NEL BUNKER E MANDANO A MORIRE IL LORO POPOLO

«È una mattinata difficile». Volodymyr Zelensky scende per le strade di Kiev. Mentre i media russi, come Ura.ru sostengono sia volato verso l’Occidente, il presidente ucraino lancia un messaggio alla propria popolazione colpita questa mattina da un massiccio bombardamento russo.
Parla di «decine di missili Shahid iraniani», che secondo le ultime informazioni sarebbero caduti su almeno 7 città ucraine.
Secondo Zelensky, lo scopo dell’attacco ordinato da Vladimir Putin sarebbe colpire due obiettivi principali: gli «impianti energetici» e «le persone». Kiev e di Khmelnytsky, Leopoli e Dnipro, Vinnytsia, Frankiv, Zaporizhzhia, Sumy, Kharkiv, Zhytormyr, e Kirovohrad a sud. Tutte regioni nelle quali il Cremlino vuole instillare «panico e caos», mettendo in pericolo la fornitura energetica del Paese. Non solo, i missili sono caduti intorno alle 5:15 locali (7:15 italiane), non un orario a caso. Tempistica e obiettivi «sono stati scelti appositamente per causare il maggior danno possibile», sostiene Zelensky, «sono senza speranza». Alla fine del suo messaggio, un invito alla speranza: «L’Ucraina esisteva prima che apparisse questo nemico, l’Ucraina ci sarà ancora».
(da agenzie)

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L’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DEL CREMLINO LANCIA MISSILI SUI CIVILI IN TUTTA L’UCRAINA, COLPITA ANCHE KIEV

Ottobre 10th, 2022 Riccardo Fucile

I SOLITI METODI TERRORISTI DEI VIGLIACCONI CHE SCAPPANO IN BATTAGLIA

Alcune potenti esplosioni sono state udite a Kiev. Lo riferiscono i giornalisti dell’agenzia France Presse. L’inviato della Reuters dice che una grossa nube di fumo nero si è alzata da tre palazzi nel centro della capitale dell’Ucraina.
Il sindaco Klitschko conferma il bombardamento. Il primo bilancio parla di 8 morti e 24 feriti. Sul suo canale di Telegram il primo cittadino ha affermato che si sono verificate «diverse esplosioni nel distretto di Shevchenkiv, nel centro della capitale. Tutti i servizi sono stati attivati. Seguiranno dettagli».
Ieri sera, subito dopo le parole di Putin sul ponte di Kerch in Crimea un allarme aereo era stato diramato in tutto il territorio ucraino. L’ex premier Medvedev aveva anche detto che i russi «si aspettano la distruzione dei terroristi del regime di Kiev». L’Ucraina dice che in totale sono stati sparati 75 razzi. 41 sono stati neutralizzati.
Le esplosioni
Le esplosioni sono state avvertite questa mattina nel centro della capitale ucraina intorno alle 5:15 GMT (le 7:15 in Italia). Le sirene antiaeree hanno suonato diverse decine di minuti prima.
Il giornalista Denis Kazianskyi dice che il bombardamento è stato effettuato nelle ore in cui i cittadini di solito si recano al lavoro per uccidere più persone.
Secondo alcune testimonianze i missili che hanno colpito la capitale dell’Ucraina sono cinque. Il Kyiv Independent invece parla di quattro esplosioni. Secondo l’emittente pubblica Suspilne le esplosioni si sono verificate vicino alla stazione dei treni. L’inviato della Bbc Hugo Bacheva era in diretta con la rete britannica durante l’inizio delle esplosioni. L’attacco è stato geolocalizzato nel quartiere di Shevchenkiv.
Uno dei razzi è caduto questa mattina vicino al monumento dell’eroe nazionale della rivoluzione ucraina Hrushevsky, secondo quanto scrive sul suo canale di Telegram il consigliere del presidente ucraino Zelensky, Anton Gerashchenko.
Il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov ha scritto su Twitter che «il nostro coraggio non sarà mai distrutto dai missili dei terroristi. Anche se colpiscono il cuore della Capitale. L’unica cosa che stanno demolendo è il futuro della Russia».
Alcuni video postati sui social network, presumibilmente riferibili a queste esplosioni, mostrano nubi di fumo. L’ultimo attacco missilistico contro Kiev risale al 26 giugno scorso. Tutte le stazioni della metropolitana sono state adibite a rifugio.
L’attacco su tutta l’Ucraina
Una delle esplosioni è avvenuta in via Vladimirskaya, nel quartiere di Pechersk, dove si trova l’edificio del Servizio di sicurezza ucraino. Secondo quanto riporta il Guardian sarebbero state udite esplosioni anche a Dnipro, Zhytomyr, Khmelnitsky e Ternopil. Ci sono anche notizie non confermate di esplosioni a Leopoli. Il governatore della regione di Kiev Oleksiy Kuleba ha aggiornato la situazione: «L’attacco aereo continua, chiedo a tutti di mantenere la calma e di restare nei rifugi. La difesa aerea opera nella regione. L’allerta aerea è ancora in corso. Teniamo duro».
Secondo i media ucraini uno dei missili è finito vicino all’ufficio del presidente Zelensky. Il consigliere del presidente ucraino Mykhailo Podolyak ha scritto su Twitter che gli attacchi deliberati al centro di Kiev, Zaporizhzhia e Dnipro sono «l’ennesima prova dell’inadeguatezza terroristica del Cremlino. La Russia non è in grado di combattere sul campo di battaglia, ma è in grado di uccidere i civili».
Podolyak ha poi fatto un nuovo appello per altri aiuti militari.: «Invece di parlare abbiamo bisogno di difesa aerea, Mlrs, proiettili a lungo raggio». Un attacco è in corso anche a Odessa. Il comandante in capo delle Forze armate ucraine Valery Zaluzhny su Telegram ha fatto il bilancio dell’attacco: «Il paese terrorista, la Federazione Russa, sta infliggendo un massiccio raid con missili e attacchi aerei sul territorio dell’Ucraina, utilizzando Uav d’attacco: questa mattina l’aggressore ha sparato 75 razzi, 41 di loro sono stati neutralizzati dalla nostra difesa aerea».
(da agenzie)

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    • COSI’ LA GRECIA SI E’ RESA COMPLICE DELLO STATO TERRORISTA DI ISRAELE NELL’ASSALTO ALLE NAVI DELLA FLOTILLA
    • TRUMP MONETIZZA SU TUTTO, ANCHE SULLE GRAZIE PRESIDENZIALI: PER USCIRE DI PRIGIONE, BASTA SGANCIARE TRA UNO E SEI MILIONI DI DOLLARI AI MEMBRI DEL “CERCHIO MAGICO” DEL PRESIDENTE
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