Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA BATTUTA SU SEGRE: “SPERIAMO PRENDA IL TRENO GIUSTO”
Oggi il Corriere della Sera torna su Enrico Mantoan, presunto
Fleximan, accusato di esser l’autore dei 5 colpi dei 15 autovelox abbattuti in provincia di Rovigo.
Un passato come volontario dei vigili del fuoco ma anche come segretario provinciale di Forza Nuova l’uomo, residente in un B&B ad Ariano Polesine, era anche contro i vaccini.
Nel gennaio del 2021, nel pieno del Covid, con il governo Conte, la senatrice Liliana Segre dichiarò ai giornali che sarebbe andata a Roma in treno per votare la fiducia al premier. «Speriamo prenda quello giusto, sto giro», scrisse su Facebook, scatenando indignazione.
Molto attivo sui social era in prima linea nelle manifestazioni contro l’arrivo degli immigrati in Polesine (con ronde organizzate) o con i no green pass a Trieste.
Mantoan e i cinque colpi con il furgone del lavoro
A tradire Mantoan è stato l’ultimo raid a Rosolina, dove le telecamere lo hanno ripreso. Non da solo, ma in compagnia di un’altra persona che gli inquirenti stanno cercando di rintracciare. Nei 5 colpi a lui contestati il furgone della ditta di manutenzioni, per cui lavora, è stato ripreso più volte nelle zone coinvolte.
E c’è anche la targa del veicolo, incrociata alla cella del suo telefonino, a dimostrare come lui fosse alla guida del mezzo.
Ha scelto come legale, Giorgia Furlanetto candidata sindaco di Adria per FdI nel 2015, anche lei paladina anti-velo. Mantoan non ha mai nascosto l’odio verso il dispositivo in rete. «Riflettori puntati su Fleximan — scriveva a novembre — ma è dal 2007 che si sta portando la gente all’esasperazione». E 18 gennaio: «Perché Fleximan è definito eroe? Perché forse meglio un eroe che abbatte 8 pali di ferro, che eroi che hanno abbattuto 79 mila anime», in riferimento alle vittime da Covid.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
AMMIRATORE DI HITLER, NO VAX E SEGATORE DI AUTOVELOX
Chissà che cosa ha nella testa l’operaio polesano Mantoan, nazista e segatore di autovelox, acciuffato proprio grazie alla tecnologia che voleva abbattere con il flessibile — una forma di neo luddismo che nello stesso gesto unisce la fine della macchina e la fine della legge.
Ammiratore di Hitler e ovviamente No Vax, è parente stretto di quelli che in America assaltano il Campidoglio e nell’Est Europa si arruolano volontari di qua o di là pur di sfogare l’umor nero che li soffoca da dentro.
Sono, questi omoni furiosi e impotenti, nel mezzo di un disastro sociale del quale ci appaiono insieme gli artefici e le vittime. Violenti e pericolosi, al tempo stesso in pericolo.
Il mio amico Carlo Mazzacurati, se fosse ancora qui, ci farebbe un film, uno di quei suoi bei film umani e mai giudicanti, tutti ambientati nel Far East. Veneto fino al midollo, Carlo era affascinato da quella che chiamava «la pazzia veneta», se ne sentiva al tempo stesso spaventato e partecipe, a volte perfino intenerito.
Mantoan non gli sarebbe sfuggito, avrebbe affidato la parte a Battiston, il segatore di autovelox si sarebbe aggiunto alla sua lunga teoria di picari fuori di testa, di poveracci illusi, di sognatori alla deriva.
Ben al di là del racconto — il film, il libro — mi chiedo che cosa si possa fare per fermare lo scollamento sociale e probabilmente anche psichico dei segatori di autovelox, per soccorrerli soccorrendo anche noi stessi.
La politica li dà per persi, a parte partiti e partitelli nazisti che prosperano come case di ricovero dei Mantoan di tutta Europa.
E anche la ragione li dà per persi, la povera Dea Ragione che avrebbe dovuto illuminare la strada d’Europa, e per segarla basta un flessibile.
(da La Repubblica)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
NESSUNO AUSPICAVA CHE MORISSE IN CARCERE, MA CHICO FORTI E’ UNO SPIETATO ASSASSINO, LE PROVE SONO SCHIACCIANTI… IL RIENTRO CON UN JET DELL’AERONAUTICA MILITARE E LA PREMIER CHE LO ACCOGLIE UNA PAGINA VERGOGNOSA PER LA SEDICENTE “DESTRA DELLA LEGALITA'”
Nel metaverso succede che la nostra presidente del Consiglio,
quella che non muove un dito per fermare la carneficina a Gaza, vada ad accogliere Chico Forti in aeroporto, dopo aver organizzato il suo rientro in Italia con un jet dell’aeronautica militare. E lo accolga con tutti gli onori: sorrisi, tweet ufficiali e l’immancabile foto di rito mentre chiacchiera amabilmente con lui, prima di affidarlo al sottostante Tg1 per un bello spottone elettorale.
Chico Forti ha scontato 24 anni di carcere in Florida e il fatto che il governo abbia ottenuto il suo rientro è un fatto positivo, nessuno sperava che morisse in una cella in America, lontano dalla famiglia. Ciò non toglie però che Chico Forti, oltre a essere un italiano tornato in Italia grazie a questo prodigioso governo, è un assassino.
Uno spietato criminale che nel 1998 ha sparato in testa con una calibro 22 a un uomo, Dale Pike, per un affare immobiliare saltato all’ultimo momento. Ha lasciato la vittima nuda, in un boschetto, per simulare un omicidio a sfondo sessuale.
Ha cercato di sfangarsela mentendo alla polizia e pure a sua moglie dicendo che non aveva mai incontrato quell’uomo per poi – di fronte a prove schiaccianti – ritrattare.
Aveva un movente, non aveva un alibi, possedeva la pistola calibro 22 e sia i tabulati telefonici sia la sabbia trovata nella sua auto (che lavò accuratamente dopo l’omicidio) lo collocarono sul luogo del delitto.
È stato condannato all’ergastolo, si è sempre detto vittima di un complotto della polizia, ma ha sempre negato l’autorizzazione a pubblicare il verbale del processo.
Da anni in Italia c’è una credibile corrente innocentista i cui elementi di spicco sono Jo Squillo, Andrea Bocelli, Le Iene e lo Zoo di 105 che ha convinto parte dell’opinione pubblica (totalmente disinformata sul caso) che Chico Forti sia un povero innocente fregato dalla polizia americana.
E quindi, la nostra presidente del Consiglio, ieri ha pensato bene di fare campagna elettorale accogliendo un assassino come fosse il papa. Poi è scappata via. Aveva fretta. Probabilmente doveva andare a trovare altri due italiani di cui andare fiera: Rosa e Olindo in carcere.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
SHOW IN AEROPORTO E POI L’INTERVISTA AL TG1 IN CUI LODA LA MELONI… E MENO MALE CHE GLI USA SI ERANO RACCOMANDATI DI NON SPETTACOLIZZARE L’ARRIVO
La prima richiesta del Dipartimento di Giustizia americano e della Casa Bianca – evitare di spettacolarizzare l’arrivo di quello che oltreoceano considerano un condannato per assassinio – è stata subito disattesa: la premier Giorgia Meloni ieri mattina si è presentata all’aeroporto militare di Pratica di Mare per accogliere il detenuto italiano Chico Forti e scattarsi una photo opportunity con lui, pur senza un plateale abbraccio.
“Fiera del lavoro del governo italiano – ha scritto la presidente del Consiglio sui social – Ci tengo a ringraziare nuovamente la diplomazia italiana e le autorità degli Stati Uniti per la loro collaborazione”. Forti, che è scoppiato a piangere una volta messo piede a Pratica di Mare, rimarrà nel carcere di Rebibbia fino a domani mattina quando sarà trasferito in quello di Verona.
Troppo forte la tentazione di Meloni di rivendicare la credibilità internazionale dell’Italia dopo anni di richieste dei precedenti governi – da quello di Mario Monti a Giuseppe Conte – senza mai riuscire a trasferire in Italia il surfista trentino, condannato all’ergastolo negli States dove ha scontato i primi 24 anni di carcere. La propaganda di governo per tutto il giorno ruota sulla “ritrovata credibilità internazionale” dell’Italia, tanto che Palazzo Chigi diffonde uno spin ufficioso per ricordare i negoziati degli ultimi anni “senza arrivare al risultato di oggi” dovuto “all’autorevolezza del governo”. In serata Forti è stato anche intervistato in pompa magna dal Tg1 ringraziando il governo e spiegando di essersi dichiarato colpevole per avere l’estradizione.
La trattativa sarebbe stata gestita in prima persona dalla premier Meloni che ha preso in mano il dossier dopo anni in cui ricordava quasi in maniera ossessiva la detenzione di Forti (celebrato sui social dalla leader FdI anche nel giorno del suo compleanno). Tutto questo a costo di bypassare la Farnesina.
Un anno e mezzo di trattative politiche in cui la premier e l’ufficio diplomatico di Palazzo Chigi hanno dovuto superare lo scoglio più complicato: convincere il governatore della Florida, Ron DeSantis. Ufficiali di collegamento sono stati il deputato meloniano eletto all’estero, Andrea Di Giuseppe, che vive tra Roma e la Florida, che in questi anni ha spesso visitato Forti in carcere, gli avvocati e la fondazione Bocelli.
Un anno fa la prima telefonata tra DeSantis e Meloni: il ritiro della candidatura del governatore della Florida dalle primarie repubblicane ha favorito il trasferimento senza rischiare di essere accusato di lassismo dai suoi elettori. Poi la trattativa si è spostata a livello federale, più semplice. Meloni ha un ottimo rapporto col presidente Joe Biden e l’annuncio è arrivato proprio il 1º marzo scorso, poche ore prima della sua visita alla Casa Bianca. Il ritorno di Forti è stato acclamato dagli esponenti di governo e della destra che negli anni – anche grazie ai servizi delle Iene, alle campagne di Libero e agli slogan innocentisti di artisti vari – ne ha fatto un simbolo.
Di Giuseppe parla di “una vittoria di tutti: a prescindere dal detenuto è un successo della diplomazia di Meloni”. “Un giorno di gioia e soddisfazione”, ha commentato il Guardasigilli Carlo Nordio. Per la presidente dell’Antimafia Chiara Colosimo invece il ritorno di Forti serve a “dare risposte su rapporti internazionali e criminalità organizzata”.
Il trattamento della destra nei confronti di Forti – condannato all’ergastolo negli Usa – stride con quello utilizzato nei confronti degli altri 2.600 detenuti italiani all’estero, a partire da Ilaria Salis. Per lei arriveranno presto i domiciliari in Ungheria, ma Meloni non ha certo dato battaglia.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
IL TITOLO DEL “FATTO QUOTIDIANO” SU CHICO FORTI
Oggi Il Fatto Quotidiano titola sul ritorno di Chico Forti in
Italia. E lo fa criticando l’accoglienza fatta dalla premier Giorgia Meloni per il condannato, detenuto in tutti questi anni negli USA, raggiunto ieri all’aeroporto militare di Pratica di Mare.
«La prima richiesta del Dipartimento di Giustizia americano e della Casa Bianca è evitare di spettacolarizzare l’arrivo di quello che oltreoceano considerano un condannato per assassinio è stata subito disattesa», spiega il quotidiano di Marco Travaglio. «Troppo forte la tentazione di Meloni di rivendicare la credibilità internazionale d’Italia dopo anni di richieste dei governi precedenti», sottolinea il quotidiano precisando che la trattativa sarebbe stata seguita in prima persona proprio dalla premier.
A sbloccare la situazione è stato per il FQ il ritiro della candidatura del governatore della Florida Ron DeSantis dalle primarie repubblicane, spesso accusato di lassismo dai suoi elettori. E poi il percorso, tutto federale, più semplice e con il filo diretto con il presidente USA Joe Biden.
Sempre il Fatto Quotidiano dedica due editoriali sul tema. Uno a firma di Antonio Padellaro, direttore del Fattoquotidiano.it, l’altro a firma di Selvaggia Lucarelli. Il primo confronta Chico Forti con il caso di Ilaria Salis. «Nel mio mondo sbagliato il padre di Ilaria Salis non avrebbe dovuto attaccare frontalmente il governo italiano dopo la concessione degli arresti domiciliari alla figlia da parte della giustizia ungherese. (…) Legittimo e comprensibile che Giorgia Meloni si sia dichiarata “fiera del governo” per avere ottenuto dalle autorità americane il trasferimento in Italia di un cittadino italiano. Ma quando è il presidente del Consiglio in persona ad accogliere chi è stato condannato all’ergastolo dalla giustizia americana, in un Paese cioè dove, fino a prova contraria, vige lo Stato di diritto, almeno un paio di interrogativi sorgono spontanei. Giorgia Meloni (e l’esultante Guardasigilli Nordio) è corsa a Pratica di Mare perché convinta che Chico Forti sia vittima di un clamoroso errore giudiziario? E che dunque, grazie al governo italiano, egli sia stato sottratto a una detenzione atroce e ingiusta? In questo caso ci faccia sapere su quali basi ella, Giorgia Meloni, nutra un simile convincimento. Perché se nel governo italiano nessuno, al momento, può giurare sull’innocenza di Chico Forti egli resta pur sempre il colpevole di un grave omicidio, tanto è vero che sarà trasferito nel carcere di Verona per continuare a espiare la pena», scrive Padellaro.
L’editoriale di Lucarelli invece titola: «L’omicida come un papa, dopo le solite balle innocentiste». «Nel metaverso succede che la nostra presidente del Consiglio, quella che non muove un dito per fermare la carneficina a Gaza, vada ad accogliere Chico Forti in aeroporto, dopo aver organizzato il suo rientro in Italia con un jet dell’aeronautica militare. E lo accolga con tutti gli onori: sorrisi, tweet ufficiali e l’immancabile foto di rito», scrive. E ricorda l’omicidio che lo coinvolge. «Nel 1998 ha sparato in testa con una calibro 22 a un uomo, Dale Pike, per un affare immobiliare saltato all’ultimo momento. Ha lasciato la vittima nuda, in un boschetto, per simulare un omicidio a sfondo sessuale. Ha cercato disfangarsela mentendo alla polizia e pure a sua moglie dicendo che non aveva mai incontrato quell’uomo per poi – davanti a prove schiaccianti – ritrattare. Aveva un movente, non aveva un alibi, possedeva una pistola calibro 22 e sia i tabulati telefonici sia la sabbia trovata nella sua auto (che lavò accuratamente dopo l’omicidio) lo collocarono sul luogo del delitto. E’ stato condannato all’ergastolo, si è sempre detto vittima di un complotto della polizia, ma ha sempre negato l’autorizzazione a pubblicare il verbale del processo».
(da Open)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
C’E’ CHI HA DETTO NO: IL RIFIUTO DI IVANA SEMERARO, DIRIGENTE DELLA ICON
A un lato del telefono c’è scio’ Aldo, al secolo Aldo Spinelli, 84 anni, quinta elementare e talmente tanti milioni da non sapere più come spenderli. Dall’altro capo c’è Ivana Semeraro, laurea alla Bocconi, partner del fondo Icon Infrastructure, da 8 miliardi di dollari, con uffici a Londra, nella City e, a New York, nella quinta Avenue.
Il quantum della discussione potrebbe far sorridere: 40mila euro. Ma non il contesto. Aldo Spinelli, che con una delle sue imprese è socio della Icon nella Terminal Rinfuse, ha chiesto al fondo di accollarsi un finanziamento da 40 mila euro al Comitato Lista Toti. Per Semeraro, però, quei 40 mila hanno l’odore di una mazzetta.
La conversazione del 20 settembre 2021 è surreale: «Ciao Aldo! ascolta… Abbiamo un po’ di problemi ad approvare quel pagamento di… la donazione, alla… al comitato di Toti..». Spinelli è sorpreso: «Perché?». La manager spiega: «Perché…perché è un problema di reputazione, perché comunque nelle regole della nostra policy non possiamo fare donazioni a partiti politici, perché può essere vista come…».
Lui insiste: «Ma noi l’abbiamo fatto sempre tutti gli anni». Semeraro: «Prima di noi. Ma non da quando siamo arrivati noi, Aldo… perché i partiti politici ovviamente fanno parte delle varie istituzioni e quindi questi pagamenti possono essere sempre un po’… visti come corruzione, altre cose… ». Spinelli abbozza: «Lo so, ma gioia, sai cosa…». E lei: «Lo so, io capisco che per te è importante supportare a livello locale…».
Le stesse perplessità manifestate da Aldo tre giorni prima al figlio, Roberto Spinelli. E quest’ultimo l’altro ieri, durante l’interrogatorio di garanzia davanti alla gip Paola Faggioni e al pm Luca Monteverde, si sfoga: «Quando Semeraro mi ha detto che non poteva autorizzare il pagamento io ero l’uomo più felice del mondo… Mio padre poi ci dribblava, dava l’ordine diretto».
Spinelli junior aveva capito le intenzioni dell’ingombrante genitore: «Scusi, io ho fatto legge e ho anche studiato negli Stati Uniti, non posso chiedere a un fondo di schermarmi. Sarei come mio padre, sarei uno scemo totale mi scusi… Io ho chiesto all’Ivana di autorizzarmi, sperando che non mi autorizzasse».
Aldo effettuerà comunque il versamento attraverso quattro sue società. In quei giorni Spinelli cercava appoggio e sostegno per ottenere dall’Autorità portuale il rinnovo della concessione del Terminal Rinfuse. Icon era proprietario del 45% delle quote sociali della Spinelli srl, a sua volta socio di maggioranza della Terminal Rinfuse Genova. Il fondo stava trattando la vendita delle proprie quote alla tedesca Hapag Lloyd, colosso mondiale dei container, e l’assegnazione del Terminal avrebbe garantito un plusvalore alle quote. Icon incasserà 300 milioni un anno dopo.
Finanziamenti illeciti quelli di Spinelli, secondo la Procura, perché pagati in cambio di interventi per ottenere la banchina portuale e di un aiuto per una pratica urbanistica delle ex colonie Punta dell’Olbo di Celle Ligure. Non assume quindi grande rilevanza, per gli inquirenti, il giallo del verbale in cui Roberto Spinelli avrebbero usato le parole «finanziamenti leciti» mentre la trascrizione sarebbe uscita con «illeciti ». La Procura riascolterà comunque la registrazione audio.
(da La Repubblica)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA MAFIA CALABRESE HA OCCUPATO INTERI TERRITORI DELLA REGIONE E CONTROLLANO PACCHETTI DI VOTI
Le grandi navi cargo attraccate alle banchine grigie. Le
muraglie di container gialli, blu, rossi, bianchi, pescati e spostati da una parte all’altra da gru simili a grattacieli. Nel disordine apparente regna l’ordine tra i moli del porto di Genova, nella “città vecchia” di Fabrizio De Andrè, con quell’«aria spessa carica di sale, gonfia di odori». La lingua di terra stretta tra palazzi a ridosso delle montagne e il mare è il palcoscenico di affari milionari, gestito dai padroni dello scalo marittimo che vivono delle concessioni pubbliche e che per mantenerle hanno sedotto la politica a suon di quattrini. Traffico di mazzette. Non il solo che circola nelle arterie portuali sotto la Lanterna.
Cinque anni fa la Guardia di finanza ha sequestrato sessanta borsoni con due tonnellate di cocaina provenienti dalla Colombia. L’allora procuratore della Repubblica aveva detto alla stampa che «il porto di Genova ha preso il posto di quello di Gioia Tauro». Gioia Tauro, provincia di Reggio Calabria, per un decennio hub prediletto dalla ‘ndrangheta e dai loro narcos alleati. Poi però i controlli eccessivi hanno spinto i clan a investire ad altre latitudini: Rotterdam, Anversa, Marsiglia, Livorno e, appunto, Genova.
In questa storia di cocaina, che vale miliardi di euro, destinata al mercato di tutta Europa, troviamo l’organizzazione criminale che ha fatto della Liguria una sua succursale prestigiosa: la ‘ndrangheta, in particolare quella ‘ndrangheta composta da cosche provenienti dalla provincia di Reggio Calabria, da Gioia Tauro a Locri, capitali dei clan che esprimono narcotrafficanti di primissimo livello, legati ai cartelli sudamericani.
La mafia calabrese ha occupato interi territori della regione, ora al centro dello scandalo politico che ha travolto il presidente della giunta ligure, Giovanni Toti. L’indagine della procura del capoluogo ligure ha confermato un sospetto che circolava da anni: un rapporto incestuoso tra imprenditoria e amministratori pubblici.
I primi, come l’armatore Aldo Spinelli, interessato a incassare le proroghe di concessioni dall’autorità portuale. I secondi affamati di denaro per le loro campagne elettorali faraoniche. Il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, è ancora ai domiciliari con l’accusa di corruzione, così come Spinelli, mentre in carcere si trova Paolo Emilio Signorini, l’ex capo dell’autorità portuale. Ma la stessa indagine ha documentato pure la capacità delle cosche di controllare e offrire pacchetti di voti.
DUE FILONI DI INDAGINE
L’indagine per come la conosciamo oggi è la somma di due filoni distinti, entrambi maturati tra il 2019 e il 2020. Il primo politico-imprenditoriale nato dalla notizia di alcuni finanziamenti ricevuti da Toti provenienti da aziende i cui business erano appesi a decisioni in capo alla regione o all’autorità portuale.
Il secondo è nato a La Spezia e puntava a dimostrare il voto di scambio con i clan, con una presenza ingombrante come quella del capo di gabinetto del presidente, Matteo Cozzani. Il risultato di questa saldatura investigativa è aver svelato la punta nascosta dell’iceberg. E cioè il sistema sommerso di accordi, favori e corruzione. Con i capi bastone dei clan nei panni di mercanti di voti venduti al miglior offerente.
Una lunga informativa della Guardia di finanza, agli atti dell’inchiesta Toti, è dedicata solo ai rapporti tra la politica e gli uomini della mafia, in particolare della mafia siciliana, famiglia Cammarata di Riesi, provincia di Caltanissetta. Ma è scavando un poco più a fondo in questo terreno melmoso che affiora il profilo dell’organizzazione che in Liguria governa le dinamiche criminali, ha deciso elezioni, ha portato a scioglimenti di consigli comunali inquinati dalla sua ingerenza.
«Cosa nostra genovese è risultata anche in stretto collegamento con altre forme di criminalità organizzata, in particolare quella calabrese», è scritto in un rapporto degli investigatori che hanno indagato sui voti sporchi offerti alle liste collegate a Toti. Torniamo, dunque, alla ‘ndrangheta.
GENOVA NOSTRA
«Se vogliamo lavori…qua a Genova…bisogna parlare con Cianci…perché qua a volte fanno i lavori a trattativa privata». Cianci è Domenico Cianci, eletto consigliere regionale nella formazione “Cambiamo Toti presidente”: 4.564 preferenze, terzo candidato più votato della lista nella circoscrizione di Genova.
A parlare, intercettato, era Luigi Mamone. Parole riportate nell’informativa della Guardia di finanza sulla famiglia Mamone, originaria della Calabria, indicata in decine di rapporti come l’anello di congiunzione tra le cosche della piana di Gioia Tauro e l’imprenditoria che conta in Liguria. Il capostipite era Luigi Mamone, deceduto nel 2021, a capo di un gruppo aziendale molto attivo negli appalti pubblici, settore bonifiche ed edilizia.
Le parentele e le amicizie conducono all’apice delle cosche di ‘ndrangheta che contano: le famiglie Raso-Gullace, nel gotha dell’organizzazione mafiosa. Anche i Mamone, in contatto con i siciliani indagati per voto di scambio con il capo di gabinetto di Toti, hanno avuto contatti diretti (incontri documentati) con Cianci.
Alcuni indagati sostengono che il politico totiano abbia «tirato fuori tanti soldi (…)» e riferendosi ai voti dei clan calabresi, commentavano: «I calabresi sono molto uniti, più uniti di noi», cioè dei referenti siciliani.
Il riferimento potrebbe essere, per esempio, a un altra figura della ‘ndrangheta genovese, tale Carmelo Griffo, legatissimo al boss Paolo Nucera di Lavagna. Solo che, come spesso accade in queste storie di politica e mafia, gli eletti credono di poter tradire i patti, dimenticando il profilo dei loro interlocutori.
Ma Griffo non ha avuto problemi a stimolare la memoria dello smemorato Cianci, beneficiario di un suo pacchetto di voti: «Lei è un pagliaccio, un pagliaccio di merda», diceva alterato al consigliere regionale che non aveva rispettato i patti pre elettorali.
La ‘ndrangheta in Liguria, e in generale al nord, è così: perlopiù silente, ma sempre pronta ad applicare i metodi che l’hanno resa famigerata in tutto il mondo.
SANTISSIMA LIGURIA
Da Ventimiglia, Bordighera, a La Spezia fino a Genova, una cosa è certa: le cosche di ‘ndrangheta hanno offerto in questi anni una carrellata di boss dai profili variegati. C’è Domenico Gangemi, il capo genovese, ufficialmente fruttivendolo nel quartiere poco distante da Marassi. Gangemi intercettato dalle microspie, nel lontano 2009, al capo dei capi in Calabria diceva: «Pare che la Liguria è ‘ndranghetista». Nel Ponente ligure, invece, al confine con la Francia l’identikit del padrino sfuma in un imprenditore che per molto tempo ha goduto dell’indifferenza persino della magistratura. È il caso di Bordighera, qui la famiglia Pellegrino ha lavorato nelle costruzioni e nel movimento terra. Il comune era stato sciolto per mafia, poi il Consiglio di stato aveva annullato il provvedimento. Identico destino per Ventimiglia, dove ha comandato fino alla sua morte, nel 2017, Giuseppe Marcianò. Anche Lavagna è stato sciolto per infiltrazione mafiose, provvedimento confermato. E solo alcuni giorni fa, nel pieno della bufera giudiziaria su Toti, sono arrivate le condanne all’ex parlamentare e già sindaca, Gabriella Mondello, per corruzione elettorale. Ancora un volta di mezzo c’era un boss di ‘ndrangheta. Una costante dove c’è potere e denaro. Anche questo è il “sistema” Liguria.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
IN PIEMONTE E LIGURIA, LE REGIONI ROCCAFORTI, SI VIAGGIA INTORNO ALL’OTTO. SI METTE MALE
La pochette ha perso le punte. Elly Schlein ci sta stazzonando Giuseppe Conte, il virtuoso della lingua, il leader garbuglio e talco. Era un Conte, ma ora vive ammezzato tra Meloni e Schlein, al piano 11 (per cento). Per i deputati del M5s, alla Camera, è l’ora di dire “che alle europee, la percentuale più credibile, quella che il Movimento può raggiungere, è l’undici per cento”.
In Piemonte e Liguria, le regioni roccaforti, si viaggia intorno all’otto[…], nove.
Il candidato più conosciuto, Pasquale Tridico (il suo piatto preferito è il riso in bianco) è sparito come Nino Manfredi spariva in Africa nel film di Scola.
Si mette male. Senza Conte sulla scheda, il M5s sembra la targa di un’auto elettrica. Quel gran genio del suo amico, Rocco Casalino, ha consigliato a Conte la “scanzata”, vale a dire il modello Andrea Scanzi, l’invettiva in calzamaglia nera, lo stogo del drammaturgo-giornalista del Fatto quotidiano.
L’ex premier si è messo a girare i teatri d’Italia. Il 10 maggio, a Milano, era al Dal Verme, ieri ad Ancona, e bisogna riconoscere che i teatri li riempie più di come (non) riesce a Grillo. Si veste con giacca nera, camicia nera e auricolare. Sale sul palco, annuncia i cinque punti del Movimento, dice che “l’Europa è a un bivio” e che se l’Italia vuole evitare l’escaietion non può che scegliere “i costruttori di pace”.
Un’ora e mezzo di spettacolo, poi, nei minuti finali, la presentazione dei candidati che, a dire il vero, neppure i loro parenti conoscono. La star, la capolista nell’Italia centrale, è Carolina Morace, l’ex allenatrice della nazionale di calcio femminile.
Conte ha deciso di non correre alle europee e ha annunciato che proporrà una legge contro i candidati che truffano gli elettori. Chi sono? Sono i leader che si candidano ma non andranno in Europa, due come Meloni e Schlein, due leader che si sarebbero confrontate se solo l’Agcom e Conte non avessero fermato.
Alla Rai, Conte ha risposto “giammai”, che piuttosto che vedere Meloni e Schlein duellare da Vespa, lui urla che Renzi ha fatto anche cose buone. Racconta uno dei parlamentari del M5s che “lo sanno tutti che i sondaggi delle europee sono sempre lusinghieri ma i risultati, le urne, hanno poi dimostrato che a quei numeri bisogna sottrarre almeno un cinque per cento.
Casalino è troppo occupato con i traslochi di casa e i toni fuori misura del M5s non stanno pagando. La questione morale questa volta funziona poco. Un baronetto di Conte (pensate che solo la Lega abbia i suoi dissidenti?) rivela che la fortuna di Conte e che su Chiara Appendino, l’unica che può prendere il suo posto, pesa come un macigno il processo per i fatti di Torino. L’altra, Alessandra Todde, altra fortuna, è stata eletta in Sardegna. Via.
Schlein ha già vinto, grazie a Meloni. Il mancato duello ha fatto parlare per settimane del duello. La sua candidatura, non gradita dagli altri candidati del Pd, ha fatto conoscere tutti i candidati che da Schlein sarebbero stati danneggiati. Un Conte non può mai avere paura di esibirsi, candidarsi. L’ex premier ha invece scelto il teatro, che riempie, ma a ingresso libero, gira l’Italia ma gli spettatori non conoscono gli attori della sua compagnia. E’ finito nel piano ammezzato dei leader, la rampa degli appartamenti senza luce. La peggiore. Un consiglio? Se suonano al citofono non risponda. E’ Salvini, il suo vicino di piano: “Giuseppe, lo facciamo un confrontino?”
(da Il Foglio)
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Maggio 19th, 2024 Riccardo Fucile
MA IL PARLAMENTO DI TBILISI POTREBBE ORA AGGIRARLO CON UN NUOVO VOTO A MAGGIORANZA SEMPLICE
La presidente della Georgia Salomè Zourabichvili he messo il
veto sulla controversa legge sugli «agenti stranieri» approvata in via definitiva dal Parlamento pochi giorni fa, bloccandone – almeno per il momento – l’entrata in vigore.
La mossa della presidente europeista era largamente attesa, dopo che migliaia di cittadini georgiani sono scesi in piazza per mesi – sfidando spesso la linea dura della polizia – per chiedere il ritiro della legge proposta dal partito di governo Sogno Georgiano.
La fetta pro-europea dell’opinione pubblica e i governi occidentali considerano la nuova normativa pericolosamente vicina a quella adottata sul tema nella Russia, e dunque un passo rilevante per portare la Georgia lontano dalla democrazia se non tra le braccia di Vladimir Putin.
Nel merito, la legge approvata in via definitiva il 14 maggio prevede che tutti quegli enti – tra cui mezzi d’informazione e organizzazioni non governative – che ricevono più del 20 per cento dei loro fondi da istituzioni straniere debbano registrarsi come «organizzazioni portatrici degli interessi di una potenza straniera».
Tale definizione li costringerebbe, tra l’altro a condividere informazioni riservate, pena sanzioni fino a circa 10mila dollari. Per le forze d’opposizione e i manifestanti, ricalca quella adottata da Mosca nel 2012 per reprimere il dissenso e ostacolare il lavoro dei media. Per il governo della Georgia è, invece, uno strumento necessario per la trasparenza finanziaria degli enti non governativi e la salvaguardia della sovranità nazionale.
Il messaggio della presidente e il futuro della legge
«Oggi ho posto il veto alla legge russa – ha detto la presidente Zourabichvili in un video-messaggio pubblicato anche sui suoi canali social – Questa legge è russa nella sua essenza e nel suo spirito. Contraddice la nostra Costituzione e tutte le norme europee, quindi rappresenta un ostacolo sul nostro cammino europeo. Questo veto è giuridicamente corretto e sarà comunicato oggi al Parlamento: è un testo che non è soggetto ad alcuna modifica o miglioramento, quindi il veto è molto semplice. Questa legge deve essere abrogata». L’esercizio del potere di voto da parte della presidente europeista complica l’iter della legge, ma non ne scongiura del tutto la futura applicabilità.
Il Parlamento di Tbilisi, controllato dal partito di governo Sogno Georgiano, potrà infatti ora aggirare il veto presidenziale riapprovando la norma con un voto a maggioranza semplice. Ci si aspetta che lo farà già nei prossimi giorni.
(da agenzie)
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