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INTERCETTATO IL DIKTAT DEL SINDACO BUCCI: “I DEPOSITI CHIMICI A PONTE SOMALIA DEVONO PASSARE ASSOLUTAMENTE ANCHE SE SAMPIEDARENA SI ARRABBIERA'”

Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile

IL SINDACO PARLAVA CON IL MEMBRO DEL BOARD PORTUALE CAROZZI: “LA COSA DEVE ANDARE LISCIA”… MA IL TAR HA BOCCIATO L’OPERAZIONE POCHI GIORNI FA

Il 20 novembre del 2021, il sindaco Marco Bucci telefona a Giorgio Carozzi, giornalista in pensione e rappresentante del Comune di Genova (non del sindaco) nel Comitato di gestione, o board, dell’Autorità Portuale: «Allora, stammi a sentire, ci sono alcune cose che devono andare assolutamente bene e ti dico quali sono…in comitato. La prima è il discorso dei depositi costieri, abbiamo finalmente avuto… la valutazione ambientale…. quindi la cosa deve andare liscia in…in comitato».
Carozzi cade dalle nuvole: «Si ma dove?». Il sindaco: «Somalia, Somalia».
Le carte dell’inchiesta per corruzione sul sistema di potere del presidente della Liguria Giovanni Toti svelano l’ennesimo, pesante intervento del sindaco sulla vicende portuali e su una delle operazioni, il trasferimento dei depositi chimi di Multedo, che al momento si sono rivelati un colossale flop amministrativo per il sindaco.
Bucci è convinto dell’operazione: «perchè questi qui (Superba e Carmagnani, le società interessate, ndr) hanno tutte le tecnologie massime, voglio dire, insomma, proteggono l’ambiente di più, poi oltre tutto da un punto di vista della città leviamo il deposito da dentro la città quindi c’è un grande contributo dal punto di vista ambientale».
Carozzi sul trasferimento dei depositi si dice totalmente d’accordo con Bucci mentre avrà enorme i dubbi su un’altra concessione sostenuta da Bucci, quella del Terminal Rinfuse.
Il 2 dicembre, Carozzi la voterà, dopo essere stato in dubbio fino alla fine, concedendo l’area per 30 anni alla società di Aldo Spinelli e Gianluigi Aponte. Il girono dopo, parlando ocn un amico dirà:«l’ho buttata giù ma era una delibera da bocciare».
Ma che l’operazione depositi chimici a ponte Somalia sia foriera di problemi il sindaco lo sa benissimo: «ci sarà una parte della città estremamente contenta che ci fa un monumento e la parte di Sampierdarena, abbiam fatto il dibattito pubblico dove hanno espresso le loro cose, noi abbiamo espresso le nostre…un professore dell’università ha fatto il dibattito pubblico, il lavoro l’abbiamo fatto e quindi…sai che Sampierdarena si arrabbierà un po’, però ragazzi, da una parte bisogna, metterla, quindi e quella è quella che ha meno, meno impatto».
Oltre alla sollevazione dei residenti di Sampierdarena, la scelta di Ponte Somalia ha generato altri guai per l’amministrazione di Palazzo Tursi.
Intanto un’inchiesta per indebite pressioni che dirigenti della Regione Liguria potrebbero aver esercitato su esponenti di Asl e Arpal membri del Comitato Tecnico Regionale, ossi all’organismo che dopo aver espresso perplessità su Ponte Somalia nell’estate del 2023 ad ottobre diede il via libera. Ma i pm indagano per quelle che potrebbero essere state indebite pressioni per ottenere il loro parere favorevole.
E poi, due giorni dopo la retata del 7 maggio, la mazzata finale: i giudici del Tar Liguria accogliendo tre ricorsi hanno annullato l’intera operazione rilevando «l’insussistenza dei requisiti richiesti» sia in tema di sicurezza sia per l’assenza di valide motivazioni per far ricadere il progetto di dislocamento all’interno del piano, e dei fondi – 30 milioni di euro -, del Commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Polcevera. Come a dire che i fondi del dopo Morandi non hanno niente a che spartire con lo spostamento dei depositi.
(da La Repubblica)

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LA GLOBALIZZAZIONE? FINIREMO PER RIMPIANGERLA

Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile

“THE ECONOMIST” ELENCA TUTTI I NODI AL PETTINE DELLA “DEGLOBALIZZAZIONE”: IL COMMERCIO GLOBALE DI BENI E SERVIZI È STAGNANTE, GLI INVESTIMENTI TRANSFRONTALIERI STANNO DIMINUENDO E LE IMPRESE SI STANNO CONTRAENDO, SOPRATTUTTO PER EVITARE LE FRATTURE GEOPOLITICHE. PER NON PARLARE DEI PREZZI

-I detrattori sentiranno la mancanza della globalizzazione quando sarà scomparsa – scrive The Economist. Alla fine di aprile, per la settantacinquesima volta consecutiva, l’America ha bloccato una banale mozione dell’Organizzazione mondiale del commercio per coprire i posti vacanti nella commissione che è l’arbitro finale delle controversie tra i membri del gruppo.
Gli implacabili veti, per quanto oscuri possano sembrare, hanno di fatto completamente disinnescato la Wto per quasi cinque anni. I membri che si trovano a violare le sue regole possono semplicemente appellarsi contro la decisione, a una commissione che non funziona per mancanza di personale.
Mentre i ricorsi ammuffiscono, le trasgressioni restano impunite. Due anni fa, in occasione di uno dei vertici biennali dell’OMC, i membri hanno deciso di rimettere in funzione il meccanismo di risoluzione delle controversie entro quest’anno. All’ultimo vertice, all’inizio di quest’anno, non essendo riusciti a farlo, hanno invece deciso, senza nemmeno un pizzico di ironia, di “accelerare le discussioni”.
La disfunzione dell’Omc è emblematica di un mondo in cui le istituzioni e le regole destinate a promuovere il commercio e gli investimenti internazionali stanno cadendo in disuso. Ogni giorno ci sono nuovi titoli allarmanti. L’Unione Europea, che si suppone sia più favorevole al libero scambio e più determinata a ridurre le emissioni di gas serra rispetto ad altre potenze economiche, è sul punto di imporre dazi sui veicoli elettrici cinesi.
Il mese scorso i funzionari dell’UE hanno fatto irruzione in un fabbrica di un grande produttore cinese di apparecchiature di sicurezza nell’ambito di un’indagine sui sussidi. L’America ha recentemente imposto sanzioni a più di 300 entità, tra cui alcune in Cina e Turchia, per aver fornito supporto alle forze armate russe.
La proliferazione di sussidi e sanzioni è uno dei segni più evidenti del disfacimento dell’“ordine internazionale basato sulle regole”, come amano definirlo i politologi. Istituzioni come l’Organizzazione mondiale del commercio sono state create per rimuovere le barriere alla circolazione di beni e capitali e favorire così il commercio e gli investimenti. Questo processo si è invertito, e gli ostacoli si moltiplicano mentre le regole si sfilacciano.
Questa infelice regressione – chiamiamola deglobalizzazione, in mancanza di un termine migliore – sta cominciando a diventare visibile nei dati economici, mentre gli investitori riprendono in considerazione le attività e riorientano i capitali in un mondo meno integrato. Sebbene questi spostamenti non abbiano ancora avuto un grande impatto sul tenore di vita globale, costituiscono una gigantesca e allarmante scommessa: quella che le enormi riduzioni della povertà portate dalla globalizzazione possano continuare senza di essa.
All’indomani della seconda guerra mondiale, l’economia globale era un Far West. Molti Paesi imposero forti dazi sulle merci per sviluppare l’industria nazionale. I controlli sui capitali erano severi. I governi espropriavano regolarmente i beni dei proprietari stranieri: è successo almeno 260 volte agli investitori americani all’estero tra il 1961 e il 1975, secondo un rapporto ufficiale.
Negli ultimi anni il commercio e gli investimenti transfrontalieri hanno smesso di crescere. Tre grandi flagelli stanno minando la globalizzazione: la proliferazione di misure economiche punitive di vario tipo, l’improvvisa moda della politica industriale e il decadimento delle istituzioni globali.
E i governi del mondo stanno imponendo sanzioni commerciali con una frequenza più che quadruplicata rispetto agli anni Novanta. I governi occidentali hanno imposto centinaia di sanzioni alla Russia come rappresaglia per l’invasione dell’Ucraina. L’America sta imponendo sempre più restrizioni alla Cina per ostacolare le sue ambizioni tecnologiche, soprattutto nel settore dei semiconduttori.
I governi stanno inoltre vagliando con maggiore attenzione gli investimenti esteri e spesso impediscono quelli in aziende “strategiche”.
Il secondo grande cambiamento è l’ascesa della politica industriale. I politici fanno a gara per costruire catene di approvvigionamento nazionali e industrie locali, non nel settore del carbone e dell’acciaio, come nel dopoguerra, ma in quello dell’energia pulita, dei veicoli elettrici e dei chip per computer.
Secondo un calcolo, i governi di tutto il mondo hanno adottato oltre 1.500 politiche per promuovere industrie specifiche sia nel 2021 che nel 2022, rispetto a quasi nessuna nei primi anni 2010.
Il terzo cambiamento riguarda le istituzioni globali, che sono l’ombra di se stesse. Un tempo l’IMF aveva il potere quasi esclusivo di risolvere i problemi di debito dei Paesi poveri. Ma con l’ascesa di creditori alternativi come la Cina e l’India, questo compito è diventato più difficile. Ogni parte della ristrutturazione del debito, comprese le fasi che una volta erano formalità, sono spesso soggette a lunghe negoziazioni. Un numero crescente di Paesi, soprattutto nell’Africa subsahariana, è quasi o già incapace di onorare il proprio debito. Eppure risolvere queste crisi si sta rivelando quasi impossibile.
L’istituzione multilaterale più moribonda, tuttavia, è la Wto. Dal fallimento di un negoziato durato 14 anni nel 2015, tutti i discorsi sull’espansione del libero scambio o sull’approfondimento delle sue protezioni sono caduti nel dimenticatoio. Il vertice di quest’anno è riuscito appena a prorogare una moratoria che, se fosse scaduta, avrebbe potuto vedere i Paesi imporre tariffe sui trasferimenti transfrontalieri di dati, compresi software e musica.
Gli effetti di questi tre flagelli sono prevedibilmente negativi. Un indice che tiene conto dei riferimenti all’incertezza economica è doppio rispetto al suo livello medio dal 1997 al 2015. Non solo il commercio globale di beni è ristagnante, ma lo stesso problema affligge ora anche i servizi. Anche gli investimenti transfrontalieri sono in ritirata, come quota del PIL globale. Sia i flussi a lungo termine (diretti) che quelli a breve termine (di portafoglio) sono ben al di sotto dei loro picchi. Le imprese si stanno contraendo, soprattutto per evitare le fratture geopolitiche. La quota degli utili societari americani provenienti dall’estero è in rapida diminuzione. Gli studi legali e le banche occidentali stanno abbandonando la Cina.
Un altro segnale di deglobalizzazione proviene dai prezzi relativi, ovvero da quanto sono simili i prezzi degli stessi beni e servizi in luoghi diversi. In un mercato privo di interruzioni, le variazioni dovrebbero essere minime, poiché le imprese e i consumatori cercano le offerte migliori e i redditi delle aree più povere si avvicinano a quelli delle aree più ricche.
Per anni la variazione dei prezzi relativi nel mondo è diminuita, segnalando una convergenza. Ma negli ultimi anni i progressi si sono fermati o addirittura invertiti. Certo, il sogno degli economisti di un unico mercato globale è sempre stato una prospettiva lontana. Alcuni servizi sono difficili da scambiare – un avvocato o un barbiere di Roma farà fatica ad attirare clienti da Auckland – e quindi è improbabile che i prezzi convergano completamente. Ma la crescente variazione globale suggerisce che l’economia mondiale si sta atomizzando piuttosto che integrando.
La minore efficienza che ciò comporta non sembra preoccupare i molti politici che abbracciano la deglobalizzazione. Finora i danni economici sono stati limitati. L’anno scorso il PIL mondiale è cresciuto di un rispettabile 3%. Alcuni dei Paesi che hanno abbracciato con maggiore entusiasmo l’isolazionismo, tra cui l’America e l’India, stanno crescendo in modo particolarmente rapido. Ciò ha spinto alcuni a sostenere che la deglobalizzazione in realtà favorirà la crescita.
Sembra improbabile. L’età dell’oro della globalizzazione ha causato un calo senza precedenti della povertà globale. L’allontanamento dall’integrazione globale rappresenta un rischio enorme soprattutto per i poveri del mondo. Ciononostante, i politici sembrano essere convinti della deglobalizzazione, che considerano un mezzo per assicurarsi una fetta delle “industrie del futuro”.
(da The Economist)

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IL PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ ANTICORRUZIONE, GIUSEPPE BUSIA, LANCIA L’ALLARME SULLA DIGA DI GENOVA (1,3 MILIARDI DI SPESA NEL PNRR): “C’È IL CONCRETO RISCHIO CHE I COSTI LIEVITINO”

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

L’AVVERTIMENTO SULLE DEROGHE SUGLI APPALTI: “LE REGOLE ECCEZIONALI RICHIEDONO UN’ATTENZIONE ANCORA MAGGIORE PER EVITARE L’ESPLOSIONE DEI COSTI”

La diga foranea di Genova, con gli impicci dell’appalto e i costi che esorbitano, “entra” a Montecitorio. A portarcela è il presidente dell’Authority anticorruzione Giuseppe Busia che 24 ore prima ha portato la sua relazione a Mattarella. Lui è l’emblema dei poteri di controllo che resistono, nonostante le minacce di Salvini.
E su Genova e sulla diga lancia un allarme — «c’è il concreto rischio che i costi lievitino» — che risuona in tutto il palazzo dove, ironia della sorte, Enrico Costa di Azione prosegue la sua battaglia contro la microscopia Trojan.
«Non entro nel merito… vale la presunzione d’innocenza» dice Busia a chi insiste sull’inchiesta. Il giurista che s’è formato in Europa non alza mai la voce. Ma sulla diga la sua è una staffilata. Come sul Pnrr e gli appalti destinati a lievitare. Come per le morti sul lavoro, tragica conseguenza di opere mal fatte.
Eccolo su Genova con Repubblica: «Sono due i rischi principali legati all’aumento dei costi. Il primo è che si confermi l’illegittimità dell’assegnazione all’impresa che ha iniziato i lavori e si debba risarcire il gruppo che ha presentato il ricorso. Col rischio di pagare sia chi lavora, sia chi avrebbe dovuto lavorare».
E poi: «Quando si va in deroga occorre una maggiore attenzione perché i danni potenziali si amplificano». C’è inoltre la seconda minaccia, «ancora più grave della prima». «Nella costruzione potrebbero emergere ulteriori sorprese e poiché i rischi non sono stati trasferiti in capo al soggetto privato, i costi complessivi dell’opera potrebbero lievitare in modo molto elevato».
Busia ne trae una «lezione »: «Le regole eccezionali di fatto applicate in deroga richiedono un’attenzione ancora maggiore per evitare l’esplosione dei costi». Il suo leit motiv è «non dobbiamo abbassare la guardia». Nessuno sconto sul nuovo Codice degli appalti, né sui ritardi del Pnrr. Né sull’abuso d’ufficio, il reato che sarà cancellato dopo le europee, e sullo scontro che si aprirà con l’Europa che lo pretende contro la corruzione.
Di mezzo ci sono le vittime, quelle del Ponte Morandi, nonché i morti sul lavoro. Busia picchia duro: «Le donne e gli uomini sepolti vivi sotto le macerie di infrastrutture ed edifici costruiti con la sabbia al posto del cemento; i lavoratori schiacciati o soffocati nei cantieri perché chi avrebbe dovuto vigilare sulla loro sicurezza è stato indirizzato verso altri obiettivi».
In tempi di Pnrr l’Europa ci guarda. E siamo messi male. Sia la Corte dei conti Ue, sia la Procura europea vedono «l’Italia in una posizione ancora troppo arretrata». Eppoi siamo «il Paese con il valore più alto in termini di danni finanziari al bilancio Ue per frodi e malversazioni, riconducibili anche alle mafie». Ma il governo sopprime l’abuso d’ufficio. Un «errore». Come il Pnrr che rischia «insuccessi o battute d’arresto».
A fronte dell’impulso ai contratti pubblici per 40 mila euro, ci sono «i dati preoccupanti sulla spesa effettiva», che celano «una strada ancora lunga». Con «una salita sempre più ripida». Quel dato, «in forte aumento gli affidamenti diretti, il 49,6% nel 2023», aggiunti alle procedure senza bando, portano al 78,1% degli appalti, e cioè 208.954 su 267.403, «senza gara». Dunque «oltre il 90% del totale»
(da La Repubblica)

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SALVINI LIQUIDA ZAIA E LA LEGA IN RIVOLTA PREPARA IL RINCULO

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

E SE ARRIVASSE MELONI A SALVARE ZAIA?…. LEGHISTI IN VENETO PRONTI A NON VOTARE LEGA FINO A QUANDO CI SARA’ SALVINI

Tra i leghisti veneti l’ultima frase di Salvini, che molti ormai nelle loro chat hanno ribattezzato “il cretino”, è stata la goccia in più. Il vaso era colmo dopo il flop della Sardegna, il sorpasso di Forza Italia, l’autonomia che non arriva e la candidatura del “generale al contrario”. E ha traboccato.
Quando Salvini durante l’adunata degli alpini a Vicenza, quindi nel territorio di Zaia, lo Zaiastan, ha detto che ha già altri 10 nomi per il dopo Zaia è scoppiata la rivolta. Perché quella frase è risuonata come un affronto diretto, uno schiaffo in faccia: non che ci fossero ancora illusioni per il terzo mandato, ma dire che hai già altri nomi per il dopo Zaia significa liquidare il governatore proprio quando sei a casa sua, nel suo Veneto.
E comunque il dopo Zaia comincerà se va bene nel 2025, forse anche nel 2026. Quindi c’è tempo. E ci sono altre elezioni in mezzo, prime fra tutte quelle per l’Europa. E per ora si fa fatica a vedere, ma si vedrà molto bene nelle urne il prossimo 8 e 9 giugno l’effetto di quella frase.
Per dirla in gergo militaresco, che ora tanto piace a Salvini, quell’effetto si chiama rinculo. Perché i primi a non votare Lega saranno proprio i leghisti. “Solo un flop elettorale ci salverà”, dicono paradossalmente. Un flop elettorale alle Europee sembra oggi l’unico modo per liquidare il segretario nazionale. Parlando tra i militanti e gli amministratori pubblici, tre sono le opzioni di voto che i leghisti stanno decidendo con il passaparola.
E se arrivasse la Meloni a salvare Zaia? Prima opzione: una parte di leghisti non andrà a votare e basta. Seconda opzione: si va a votare ma non si mette la croce sulla lega bensì si sceglie un altro partito.Terza opzione: si vota Lega ma si dà la preferenza ai candidati non salviniani o addirittura in rotta con il segretario. I candidati cari a Salvini non si votano. Punto.
Questo è il clima che si respira nella “pancia” della balena leghista veneta. Perché l’uscita improvvida di Salvini ha reso evidente, plateale, non più smentibile, la ruggine tra i due: “finchè un governatore è operativo, sta lavorando, deve concludere il suo mandato, non può ricevere un’entrata a gamba tesa soprattutto da un suo compagno di squadra”, spiega un leghista di lungo corso.
Un malumore che è esploso dopo che già la candidatura Vannacci aveva sollevato critiche e polemiche: “Ci fa solo perdere voti, non lo possiamo accettare tra noi”, dice un altro esponente leghista di alto livello amministrativo. E conferma quanto già detto da Zaia: “Non lo voterò perché voto i candidati veneti”. E dopo queste parole il solco con Salvini si era ulteriormente allargato.
Bene, ma se la Lega alle Europee raccoglierà meno del previsto, non arriverà alla doppia cifra dopo che 5 anni fa aveva toccato il 34% e scivolerà dietro anche a Forza Italia cosa accadrà? “Ci sarà il fuggi fuggi”, prevedono i leghisti. La speranza dei leghisti veneti è che Zaia faccia una sua lista mettendo candidato presidente un fedelissimo per ripresentarsi: possibile?
Ci credono in pochi. “Zaia non ha nè la voglia nè gli attributi per spaccare il sistema”, dicono in molti leghisti. Del resto, avrebbe potuto prendere in mano il partito qualche anno fa quando aveva il vento in poppa e il plebiscito di (quasi) tutto il Veneto. Ma non è mai andato allo scontro. Non ha mai preso iniziative politiche per il partito.
Una sua lista in contrapposizione con la coalizione del centrodestra spaccherebbe tutti gli equilibri, fanno notare i suoi collaboratori. A livello locale la Lega non ha più struttura: su chi si appoggerebbe?
E c’è chi prevede. “Che cosa farà Zaia dopo il voto delle Europee? Proprio nulla”. Arriveranno i “bossiani” a rilanciare la vecchia Lega? Non ci crede nessuno: non si vedono proprio, non pervenuti.
E allora quali saranno le vie d’uscita per Zaia? Nessuno crede che farà il Cincinnato. Ma come e dove cercherà una ricollocazione? “Guardate che Zaia ha un rapporto migliore con la Meloni che con Salvini”. Quindi vuol dire che il governatore potrebbe ritrovarsi con un incarico di Governo? “Vedremo, ma sarà la Meloni a salvare Zaia”.
(da agenzie Verona)

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IN VENETO LA BASE È IN RIVOLTA CONTRO IL “CAPITONE” (NELLE CHAT RIBATTEZZATO “IL CRETINO”), CHE HA SGAMBETTATO ZAIA A CASA SUA

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

SE ALLE EUROPEE VANNACCI “SALVA” IL PARTITO, I MODERATI SONO PRONTI AD ABBANDONARE IL CARROCCIO… SE LA LEGA TRACOLLA NONOSTANTE IL GENERALE AL CONTRARIO, IL “CAPITONE” NON AVRÀ SCAMPO

Il Veneto leghista ribolle. Matteo Salvini sta provando a imporre ancora una volta la sua leadership nella Regione di Luca Zaia. Ha impostato una linea lontana dalle battaglie storiche della Lega e sfoggia un decisionismo difficile da digerire nei territori, dove i militanti assistono da anni all’avanzata minacciosa degli alleati di Fratelli d’Italia.
Se questa resterà la direzione di marcia del leader, in tanti potrebbero dire addio al partito in autunno, dopo il congresso.
Difficile pensare a una scissione. Piuttosto, si tratterebbe di una diaspora. C’è chi lo ammette con un sussurro e chi ormai sente non ci sia più nulla da nascondere. «Dopo le europee si dovrà fare una profonda riflessione, perché io non voglio militare in un partito di destra», dice a La Stampa Roberto Marcato, uno dei fondatori della Liga veneta, assessore allo Sviluppo economico della giunta Zaia e campione di preferenze tra i consiglieri regionali.
«E se al congresso si vota e si decide che la Lega resterà un partito di destra, in cui le idee sono quelle di gente come Vannacci, è chiaro: che ci sto a fare?».
Per Marcato «La Lega deve tornare ad essere il sindacato dei territori e il partito credo abbia la forza per farlo». Il problema «non si risolve addossando le colpe sul segretario», precisa. Ma sullo sfondo c’è anche una questione che investe le leadership, perché «Zaia e i veneti hanno un’idea precisa di partito e il rischio – ammette – è che sia diversa da quella di Salvini».
La spaccatura con Zaia è sempre più profonda. Il vicepremier dice di avere già pronta una lista di dieci nomi di leghisti veneti da spendere come possibili candidati alla Regione nel 2025, ma quei nomi non li ha condivisi con lui, il governatore uscente che oggi – secondo un sondaggio Swg – è risultato essere il presidente di Regione più amato d’Italia.
Chi è vicino a Salvini fa sapere che nella lista dei dieci ci sono i due sottosegretari Massimo Bitonci e Andrea Ostellari, la senatrice Erika Stefani e il commissario regionale Alberto Stefani: tanto fedeli a Salvini quanto osteggiati dai militanti fedeli a Zaia. Ma ci sarebbero anche nomi più vicini all’attuale governatore, dalla sua vice, Elisa De Berti, al consigliere Roberto Marcato, dal capogruppo in Regione Alberto Villanova al sindaco di Treviso Mario Conte, fino al presidente del Consiglio regionale Roberto Ciambetti e un outsider, il veronese Luca Coletto, che però è impegnato come assessore alla Sanità in Umbria.
Mentre i leghisti veneti sembrano pensare a un’era post- Salvini, il leader prova a ragionare su un’era dopo-Zaia, sempre nel segno della Lega. Per il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Senato, Raffaele Speranzon, quella del vicepremier è però fatica sprecata: «Non credo che il Veneto spetterà alla Lega.
Saranno i risultati delle Europee a decidere chi, nel centrodestra, indicherà il candidato. E noi abbiamo già doppiato alle ultime politiche la Lega».
FdI vuole il Veneto, così come l’Emilia Romagna. Se Stefano Bonaccini verrà eletto alle Europee, si voterebbe a ottobre insieme all’Umbria (dove sarà ricandidata la leghista Donatella Tesei) e, nel caso, alla Liguria. Meloni mostra un certo appetito, ma almeno su questo Salvini e i veneti sono perfettamente allineati: se FdI vuole un suo candidato in Veneto, la Lega correrà da sola.
(da La Stampa)

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L’ATTENTATORE DI FICO E’ UN POETA 71ENNE, AUTORE DI NUMEROSE RACCOLTE E SOSTENITORE DI UN PARTITO PROGRESSISTA

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

LA PROGRESSIVA RIDUZIONE DEGLI SPAZI DI LIBERTA’ AD OPERA DEL GOVERNO SOVRANISTA ALL’ORIGINE DEL SUO ATTO

I media slovacchi hanno identificato in Juraj Cintula, un pensionato di 71 anni con la passione per la poesia, l’uomo che oggi ha sparato al primo ministro slovacco Robert Fico.
Cintula è il fondatore di un club letterario e autore di numerose raccolte. “Nel 2010 ha scritto tre raccolte di poesie e un romanzo. Dal 2015 è membro dell’Associazione degli scrittori slovacchi”, aggiunge il quotidiano slovacco Pravda.
L’uomo sarebbe noto anche per essere un sostenitore del partito d’opposizione “Slovacchia progressista”, precisa l’agenzia di stampa slovacca. In passato avrebbe lavorato anche come agente di sicurezza.
L’arma utilizzata era denunciata legalmente, scrive il quotidiano online Aktality.sk, secondo cui egli stesso sarebbe stato vittima di un’aggressione armata in un centro commerciale a Levice dove vive e proprio per questo avrebbe deciso di dotarsi di una pistola.
Prima di puntare l’arma e sparare contro Fico, secondo la ricostruzione fatta dai media slovacchi, l’uomo avrebbe urlato al primo ministro. Proprio in quel momento il premier si è avvicinato all’uomo per stringergli la mano. È a quel punto che Cintula ha sparato alcuni colpi, fino all’intervento della polizia che lo ha immobilizzato.
L’attentatore avrebbe sparato “perché sono in disaccordo con la politica del governo, perché silenzia i media?»
(da agenzie)

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CHI E’ ROBERT FICO, IL PREMIER SLOVACCO FILORUSSO VITTIMA DI UN ATTENTATO

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

UN PASSATO COMUNISTA, POI SI TRASFORMA IN RAZZISTA, NO VAX E AMICO DI PUTIN, (IN)DEGNO AMICO DI ORBAN

Robert Fico è il politico più influente e controverso della storia moderna della Slovacchia: diventato parlamentare appena ventottenne nel 1992, tra le fila del partito di sinistra nato dalle ceneri del partito comunista, poi fondatore di SMER, partito socialdemocratico aderente alla gruppo S&D di Bruxelles (imbarazzando i socialisti l’Europa), è stato eletto tre volte premier nel 2006, nel 2012 e nel 2016.
L’ultimo mandato interrotto sotto le pressioni della piazza e dei giudici.
Le ragioni della sua rinascita si inseriscono nella sua audace parabola politica: da comunista dell’era sovietica al populista di oggi che cerca alleanze nell’estrema destra.
«In realtà Fico non è mai cambiato, è sempre stato uomo cinico, assetato di potere – ha raccontato al Corriere Peter Bárdy, direttore di Aktuality –. È un uomo dalle mille facce, una per ogni occasione. In passato si è mostrato filo europeo e il minuto dopo contro l’Europa».
All’indomani della vittoria elettorale, il nuovo governo ha interrotto le forniture di armi all’Ucraina. Migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Slovacchia per manifestare contro la linea filorussa di Fico e altre sue posizioni, tra cui il progetto di modificare il codice penale per eliminare un procuratore speciale anti-frode e assumere il controllo dei media pubblici.
Il ritorno al potere di Fico ha suscitato la preoccupazione delle opposizioni. Col suo partito Smer – da tempo macchiato da scandali – Fico avrebbero portato la Slovacchia lontana dal suo percorso filo-occidentale. Il leader ha giurato di perseguire una politica estera “sovrana” e ha promesso una posizione dura contro l’immigrazione e le organizzazioni non governative. Fico ha anche fatto campagna contro i diritti LGBTQ+.
Si è guadagnato una reputazione negativa per le sue invettive contro i giornalisti e nel 2022 ha dovuto affrontare accuse penali per presunta formazione di un gruppo criminale e per abuso di potere. Durante il suo secondo mandato, nel 2018, lui e alcuni politici sono dimessi e il governo è stato sciolto tra le polemiche dopo che il giornalista investigativo slovacco Ján Kuciak è stato assassinato insieme alla sua fidanzata. Kuciak aveva portato alla luce reati fiscali che coinvolgevano politici slovacchi di alto livello.
(da agenzie)

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CASO TOTI, LA TESTIMONIANZA DI CANAVESE, L’UNICO COMPONENTE DELL’AUTORITA’ PORTUALE CHE VOTO’ CONTRO AL RINNOVO TRENTANNALE DEL TERMINAL RINFUSE: “ERA UN FAVORITISMO CONTINUO VERSO SPINELLI”

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

E’ STATO SENTITO PER OLTRE 4 ORE DAI GIUDICI GENOVESI: “L’ENNESIMA DECISIONE CHE FACEVA PARTE DI UN MECCANISMO PERVERSO”

“Quel rinnovo non mi convinceva da subito”. È uno dei passaggi della testimonianza di Rino Canavese, sentito per oltre quattro ore come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta che ha terremotato la Regione Liguria e portato agli arresti domiciliari il presidente Giovanni Toti.
A Canavese sono stati chiesti chiarimenti sulla sua ferma contrarietà al rinnovo della concessione del Terminal Rinfuse per 30 anni.
Il membro del comitato portuale (l’unico che poi votò contro) ha risposto confermando in sostanza tutti i suoi dubbi e perplessità su quella operazione.
Da quanto emerge dalle intercettazioni, l’ex numero uno di Savona riteneva che quella concessione rappresentava “l’evidente esistenza di un ‘favoritismo continuo nei confronti del gruppo Spinelli'” e che l’operazione si inseriva in “un meccanismo perverso”.
(da agenzie)

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IL PATRON DI MSC (NON INDAGATO) AD AGOSTO 2022 SI ERA INCAZZATO AL TELEFONO CON SIGNORINI: “È INDECENTE. SE DATE QUESTO SPAZIO A SPINELLI SUCCEDE LA FINE DEL MONDO. È LADROCINIO, È MAFIA”

Maggio 15th, 2024 Riccardo Fucile

SALVO POI CONGRATULARSI CON IL PRESIDENTE DEL PORTO QUALCHE MESE DOPO, QUANDO FU RAGGIUNTO L’ACCORDO CON SPINELLI

E Aponte? Che cosa dice Aponte? Che vuol fare Aponte? Nei documenti dell’inchiesta giudiziaria che ha squarciato la rete dei poteri genovesi rimbalza un’infinità di volte il nome di Gianluigi Aponte.
Gli involontari protagonisti di questa storia di presunto malaffare parlano di lui con ammirazione e a volte con timore. Aponte, 84 anni, controlla e gestisce il gruppo Msc, una multinazionale del mare, un colosso della logistica e delle crociere con basi ovunque nel mondo, dal Cile alla Corea, dall’Africa al Nord Europa.
Vista dal suo quartier generale di Ginevra, da dove gestisce un impero con 180 mila dipendenti e un giro d’affari da decine di miliardi, Genova può anche sembrare uno scalo tra i tanti, ma Aponte, il Comandante, com’è chiamato nell’ambiente, non vuole rinunciare nemmeno a un briciolo del potere accumulato nel porto più grande d’Italia.
Non per niente, solo un paio di mesi fa, il patron di Msc ha siglato un accordo preliminare per comprare il Secolo XIX, il quotidiano della città della Lanterna messo in vendita dal gruppo Gedi, l’editore di Repubblica.
Inevitabile, allora, lo scontro con Aldo Spinelli, il “scior Aldo”, classe 1940 come il suo rivale, è chiamato in causa dai pm per aver corrotto il presidente della Regione, Giovanni Toti e anche il capo dell’Autorità portuale, Paolo Emilio Signorini. Aponte invece non è indagato: nessuna accusa, nessun sospetto.
Le carte dell’inchiesta penale raccontano anche altro, però. Decine di intercettazioni raccolte dagli investigatori in oltre due anni alzano il velo su quello che appare come il rapporto malato tra la politica e alcuni grandi imprenditori. Da quel che emerge, le autorità prendono le loro decisioni sulla base degli accordi siglati nell’ombra dai capi dalle aziende. Le norme che, per esempio, servono a regolare il business portuale vengono disegnate su misura per soddisfare le richieste di quelli che si potrebbero etichettare come i poteri forti.
Difficile spiegare altrimenti la telefonata del 19 dicembre 2022 con cui Signorini pochi minuti dopo la riunione decisiva del comitato di gestione dell’Autorità portuale si precipita a comunicare ad Aponte una notizia che lo avrebbe reso felice e probabilmente ancora più ricco. «Volevo darle la buona notizia», esordisce il manager pubblico. E aggiunge: «Rubattino è passato». Rubattino è il molo dove il patron di Msc chiedeva da tempo di espandere la sua attività.
Aponte accoglie l’annuncio con molto entusiasmo : «È stata una cosa orchestrata molto bene e grazie alla sua disponibilità è andato tutto in porto». In sostanza, pochi giorni prima della telefonata appena descritta, Aponte aveva raggiunto un accordo con Spinelli che metteva fine allo scontro tra i due assegnando a ciascuno una propria zona d’influenza nel porto.
Il testo della spartizione era stato trasmesso al comitato di gestione presieduto da Signorini, che aveva deliberato di conseguenza, “ridisegnando lo scacchiere portuale genovese”, scrivono gli investigatori.
Un paio di settimane prima, parlando al telefono con la moglie, lo stesso Toti si era attribuito il ruolo del mediatore nella disputa tra i due imprenditori. «Gli abbiamo fatto fare pace con Aponte quindi erano tutti soddisfatti».
Pace fatta, quindi, al termine di uno scontro segnato da accuse pesantissime. A fine agosto del 2022, Aponte aveva aggredito verbalmente al telefono Signorini, lo stesso a cui quattro mesi dopo avrebbe rivolto parole di grande apprezzamento. «Ma che cazzo adesso basta è indecente quello che sta succedendo verso il nostro gruppo». E ancora: «guai se date questo spazio a Spinelli succede la fine del mondo».
Aponte arriva ad accusare apertamente di corruzione l’Autorità portuale. «E’ ladrocinio…è veramente mafia. Tutta la sua organizzazione sotto di lei – dice a Signorini – sono dei corrotti perché hanno sempre dato tutto a Spinelli». Signorini incassa senza reagire granché. «Non sono una persona a cui si può parlare in questo modo», fa presente “timidamente”, secondo quanto annotano gli investigatori.
Sta di fatto che dopo questa telefonata di fuoco si moltiplicano gli sforzi da parte dello stesso Signorini, ma anche di Toti per arrivare a un accordo tra i due litiganti. Aponte ne parla apertamente al telefono. «Adesso devo andare a vedere Toti, il sindaco, tutta sta gente che mi hanno convocato».
Infatti nelle carte d’indagine rimane traccia di un incontro dell’armatore con il primo cittadino Marco Bucci. E anche Toti parla con il Comandante, anche se in un colloquio intercettato il presidente ligure si lascia scappare che a suo parere i due litiganti si stanno comportando come «i ladri di Pisa», cioè fingano di litigare per farsi gli affari propri.
Ma è questione di poche settimane. A fine 2022, scoppia la pace e prima di congedarsi con gli auguri per le prossime festività, Aponte è così soddisfatto del lavoro di Signorini che gli augura di approdare prima o poi a Roma «dove potrà appoggiare tutti questi progetti italiani dei porti». È andata a finire diversamente, come sappiamo.
(da Domani)

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