Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
UN ROMANZO AGGHIACCIANTE AMBIENTATO NEL VENTUNESIMO SECOLO
Ho appena finito di sfogliare un romanzo agghiacciante,
ambientato in una società distopica del ventunesimo secolo dove una persona su dieci vive sotto la soglia minima di povertà, il ceto medio si assottiglia ogni giorno di più, un lavoratore dipendente che può contare solo sul proprio stipendio non riesce a sbarcare il lunario e un laureato su tre si deve accontentare di un impiego per il quale non è richiesta la laurea.
La fantasia morbosa dell’autore si è spinta a immaginare che in questo luogo irreale i giovani siano diminuiti di cinque milioni nel giro di trent’anni e la parte più istruita di loro si divida tra chi è andato all’estero e chi non vede l’ora di andarci.
Per dare una patina di coerenza alla sua delirante ricostruzione, il narratore lascia intendere che a causa della mancanza di soldi e di lavoro due trentenni su tre vivono ancora in casa con i genitori, i fidanzamenti si sono allungati a dismisura, come l’adolescenza, e per strada è più facile avvistare un ufo che una culla.
Quando ho scoperto che su quella landa di risparmiatori storici, dove nessuna famiglia riesce più a risparmiare alcunché, grava oltretutto un debito pubblico di 2.894 miliardi di euro che rende praticamente impossibile mettere dei correttivi alle disuguaglianze, ho chiuso il libro con un certo fastidio per la letteratura di fantascienza.
Si intitola «Rapporto Italia 2024», lo ha scritto l’Istat e ho il tremendo sospetto che stia parlando di noi.
(da corriere.it)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
DECISIONE RIDICOLA, COME SE LA RAI GARANTISSE OGNI GIORNO IL RISPETTO DELLA PAR CONDICIO… HANNO FATTO SOLO UN FAVORE ALLA MELONI (CHI COME CONTE SI SENTE CON IL SUO EGO SUPERIORE A ELLY E CHI COME CALENDA E RENZI REGGONO IL MOCCOLO AI SOVRANISTI)
Viale Mazzini si è adeguata ai rilievi dell’Agcom: Bruno Vespa non ospiterà il duello televisivo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Salta l’appuntamento fissato per il prossimo 23 maggio, esultano gli esponenti delle forze politiche non coinvolte nel confronto.
La Rai, in una nota, motiva così la decisione: «Soltanto quattro delle otto liste rappresentate in Parlamento hanno accettato l’invito a un confronto a due tra leader sulla base della forza rappresentativa. Per questo motivo, in assenza della maggioranza richiesta dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – l’Agcom -, la Rai ritiene di non poter programmare alcun confronto nei termini precedentemente proposti».
A sollecitare l’intervento dell’autorità indipendente era stata Barbara Floridia, che ricopre il ruolo di presidente della commissione di Vigilanza Rai.
In una lettera che Open ha potuto visionare in anteprima, l’esponente del Movimento 5 stelle aveva chiesto al presidente dell’Agcom e ai vertici di Viale Mazzini – nello specifico alla presidente Marinella Soldi e all’amministratore delegato Roberto Sergio – di adoperarsi per rispettare la delibera approvata dalla Vigilanza Rai, in data 9 aprile 2024.
Floridia aveva esortato i dirigenti ad agire affinché «non emergano indebiti vantaggi ad alcune forze politiche rispetto ad altre» e in modo da «evitare di ingenerare negli spettatori una percezione errata sulla competizione elettorale».
Comunque, nel comunicato di oggi, 16 maggio, la Rai fa sapere che è nelle sue intenzioni «garantire sempre il rispetto della par condicio nei notiziari e nei programmi di approfondimento, con l’equilibrio e la correttezza riconosciuti dalla stessa Agcom».
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LE CONVERSAZIONI SONO DEPOSITATE NEL FASCICOLO DELL’INCHIESTA PER TRUFFA SULL’AZIENDA: LA MINISTRA DEL TURISMO E’ ACCUSATA DI AVER USUFRUITO DELLA CASSA INTEGRAZIONE IN DEROGA MENTRE IL PERSONALE CONTINUAVA A LAVORARE “TRAENDONE VANTAGGIO ECONOMICO A DANNO DELL’INPS” … IL RACCONTO DI UNA GIORNALISTA: “SANTANCHÉ CI DICEVA: “O ACCETTATE OPPURE VI LASCIO A CASA”
È il 27 novembre 2019 e attorno a un tavolo ci sono diverse
persone. Tutte lavorano nelle riviste di Visibilia, la società di Daniela Santanchè, all’epoca manager e deputata di opposizione, intima di Giorgia Meloni, e oggi ministra del Turismo. Santanchè è presente insieme al compagno, Dimitri Kunz D’Asburgo. Si parla di conti, bilanci, ma anche di acquisti da fare.
La futura ministra non sa che tra i dipendenti c’era chi registrava tutto. Santanchè iniziava così la riunione parlando dei giornali, della crisi delle vendite, del crollo del settore editoriale. E mentre in pubblico sparava a zero contro il Reddito di cittadinanza, da imprenditrice utilizzava gli aiuti di stato.
«Il primo gennaio 2021 siamo liberi, cioè, nel senso, non ci son più gli ammortizzatori sociali, per cui noi come editori prenderemo le nostre decisioni», spiegava Santanchè.
Prima di addentrarsi nella valutazione dei conti parlava anche dell’accordo raggiunto con tre giornalisti di Visto, una delle riviste del gruppo, che riassumeva così. «Insomma, per farvela breve, stiamo facendo l’accordo dove loro avranno il 50 per cento in meno del loro stipendio, ma lavoreranno il 100 per cento. Quindi hanno acconsentito a… un nuovo contratto, a un nuovo contratto», diceva sperando in un ok del sindacato. Con i presenti si parla poi della possibilità di utilizzare per l’ultimo anno la procedura di solidarietà per i dipendenti della rivista mensile Pc, edita da Visibilia.
Ma dopo la fine della solidarietà? Santanchè cerca soluzioni e ne propone una: quella di organizzare convegni. I presenti smontano però l’idea della politica-manager, spiegandole che «siamo quattro gatti» e che «non se lo fila nessuno il convegno sul 5g».
Abortita l’idea, si passava oltre. La voce di Santanchè, all’epoca parlamentare, si precisa negli atti, viene registrata dai dipendenti e depositata in procura. Non si tratta, dunque, di intercettazioni disposte dalla procura.
«Quando ho dei giornalisti che rinunciano al 50 per cento di stipendio, alle ferie e al 100 per cento che lavorano, è evidente che tutti i conti cambiano», dice Santanchè, prima di riconoscere l’unica sua competenza: «Io i giornali non li faccio e non sono capace a farli e non è il mio mestiere, io faccio il venditore, io sono pubblicitaria».
Una delle dipendenti interveniva per precisare che non c’erano solo la crisi e il crollo settoriale, ma il problema era anche altro: «Noi non facciamo il 30 per cento di solidarietà, cioè noi ci siamo (…) io comunque sto usando il 100 per cento del mio tempo. Cioè, io quando non… il 30 per cento è so… è solo, tra virgolette, fittizio. Cioè, vi stiamo dedicando il 100 per cento».
Quel fittizio anticipava perfettamente quanto emergerà anche dalle dichiarazioni rese dai dipendenti alla procura nel momento in cui l’azienda passa dalla solidarietà alla cassa integrazione speciale grazie al Covid.
In particolare, come emerge da un report degli ispettori dell’Inps, i lavoratori hanno continuato a lavorare anche se in cassa integrazione nel periodo marzo 2020-dicembre 2021. Nelle schede dei giornalisti-dipendenti emergono gli illeciti amministrativi riscontrati dai funzionari dell’Inps e raccontati dagli stessi lavoratori.
«Era impossibile produrre un mensile, lavorando il 30 per cento di tempo in meno…nominalmente eravamo al 30 per cento, lavoravamo, eh, il 100 per cento del tempo, se non di più, perché la rivista era da chiudere per mandarla in stampa», racconta alla procura un dipendente.
«Nonostante non vi fosse sospensione dell’attività lavorativa, la retribuzione dei giornalisti è risultata decurtata dalle giornate indicate dall’azienda come sospese per Cig, approfittando illecitamente dell’integrazione a sostegno del reddito erogata dall’Inps», scrivono gli ispettori dell’istituto di previdenza.
«Quando eravate in cassa integrazione ordinaria era consapevole che stesse lavorando, giusto?», chiedono gli ispettori a un’altra lavoratrice. «Sì, sì, era una gentile concessione che la dottoressa ci faceva perché diceva: “O accettate questa situazione e chiudete il giornale tutti i mesi oppure chiudo baracca e burattini e vi lascio tutti a casa”, gentilmente ci concedeva gli ammortizzatori sociali», risponde la lavoratrice.
La dottoressa è Daniela Santanchè, la ministra. Secondo gli ispettori (la procura per questo contesta la truffa) le società dell’attuale ministra hanno utilizzato le misure adottate dal governo per aiutare le aziende colpite dalla pandemia usufruendo della cassa integrazione in deroga mentre il personale continuava a lavorare «traendone vantaggio economico a danno dell’Inps»
Finita la solidarietà, finita la cassa, «siamo andati avanti con gli ammortizzatori. Poi questo tempo finisce», diceva Santanchè ai dipendenti il 20 gennaio 2022. E il tempo è davvero finito.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA, AVVIATA DALLA DDA DI CAGLIARI, A SETTEMBRE 2023 AVEVA PORTATO AGLI ARRESTI DI 31 PERSONE, 13 IN CARCERE E 18 AI DOMICILIARI: FRA LORO, NOMI DI SPICCO DEL MONDO MANAGERIALE SARDO E NOTI CRIMINALI DELL’ISOLA
La Procura di Cagliari ha chiuso le indagini dell’inchiesta ‘Monte Nuovo, confermando le accuse di associazione mafiosa e associazione segreta per nei confronti degli indagati, saliti a 34, fra i quali, come anticipato dal quotidiano L’Unione Sarda online, c’è anche il rettore dell’Università di Sassari, Gavino Mariotti, candidato sindaco del centrodestra alle elezioni amministrative dell’8 e 9 giugno.
L’inchiesta, avviata dalla Dda di Cagliari e condotta dai carabinieri del Ros, a settembre 2023 aveva portato agli arresti di 31 persone, 13 in carcere e 18 ai domiciliari: fra loro molti nomi di spicco del mondo manageriale e amministrativo isolano, affiancati da personaggi di primo piano della panorama criminale sardo.
A dicembre 2023 il Tribunale del riesame aveva derubricato i reati contestati, escludendo l’associazione mafiosa e segreta. Reati che ora il pm, Emanule Secci, ha riproposto aggiungendo al fascicolo nuovi indagati. Fra questi il nome più eccellente è quello del rettore di Sassari Gavino Mariotti, candidato sindaco per la coalizione di centro destra alle elezioni comunali dell’8 e 9 giugno.
Il magnifico, secondo la Procura di Cagliari, quale punto di riferimento nelle istituzioni, avrebbe assicurato la sua disponibilità verso gli affiliati e le persone contigue per l’ottenimento di nomine dirigenziali nella sanità, accesso al credito bancario, assunzioni nella pubblica amministrazione e agevolazioni nelle prestazioni sanitarie pubbliche.
Nei confronti del rettore viene ipotizzata l’associazione mafiosa e segreta in qualità di promotore e organizzatore del sodalizio assieme al medico Tomaso Cocco, primario della terapia del dolore del Binaghi di Cagliari, Nicolò Cossu, ritenuto il capobanda, Tonino Crissantu, braccio destro di Cossu, l’ex assessora regionale all’Agricoltura della Giunta Solinas Gabriella Murgia, Battista Mele, Giovanni Mercurio, collaboratore di Cossu w Crissantu, Giuseppe Antonio Mesina, l’uomo con il compito di affiancare Cossu nelle intimidazioni verso gli avversari e di protezione nei confronti degli affiliati, e Paolo Murgia, il componente della banda incaricato di bonificare le autovetture da eventuali microspie.
Con la chiusura dell’inchiesta si sono aggiunti altri due indagati: Giorgio Carboni, all’epoca dei fatti direttore sanitario dell’Ats e ora direttore generale della Asl del Medio Campidano, e Massimo Temussi, ex commissario Ats, non destinatario di misura cautelare ma già indagato da settembre: a loro, così come a Tomaso Cocco, la Dda contesta l’ipotesi di abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
“GRAZIE AI MEDIA E AGLI ITALIANI CHE CI HANNO DATO SUPPORTO”
Roberto Salis, dopo 15 mesi di carcere durissimo, sua figlia
Ilaria andrà ai domiciliari a Budapest, è soddisfatto?
«È un passo nella giusta direzionema bisogna aspettare che Ilaria esca dal carcere».
Se l’aspettava questa svolta dei giudici?
«Dopo la settima istanza presentata anch’io, che sono ottimista di natura, avevo perso la fiducia».
È stata la candidatura alle elezioni europee con Avs ad aver smosso le acque?
«Io penso che il merito sia dei giornalisti che si sono messi al lavoro e hanno sollevato il caso, della mobilitazione popolare che è nata dopo la diffusione delle immagini di Ilaria in catene al processo e della mobilitazione politica, compresa la scelta della candidatura, contro un processo che da subito è stato politico».
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani dice che è stato merito di tutti, anche del governo.
«Tutta questa attenzione e quest’impegno del governo per i diritti dei suoi cittadini io francamente la vedo ancora molto nebulosa. Li dovrei ringraziare? Lasciamo stare…». «Su questa storia io non ho dei sassolini nelle scarpe, ho della ghiaia, ho i piedi sanguinanti e prima o poi svuoterò i cassetti di quel che ho da dire. Di certo come cittadini siamo stufi di dover implorare le istituzioni, che dovrebbero essere al servizio dei cittadini e che paghiamo per questo, affinché facciano il loro lavoro. Noi non abbiamo visto alcuna volontà concreta né da parte di Tajani né da parte di Nordio». «Ilaria dovrà anzitutto sottoporsi a degli esami medici e avrà bisogno di uno psicologo per gestire il suo stato mentale. Dopo 15 mesi rinchiusa in cella 23 ore al giorno in un regime carcerario peggiore del nostro 41bis avrà bisogno di tempo ».
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
CON LA CANDIDATURA ALLE EUROPEE, IL GOVERNO ORBAN HA CAPITO CHE RISCHIAVA DI RITROVARSI IMPELAGATO IN UNA DISPUTA NON SOLO VERSO L’ITALIA MA CON L’UNIONE EUROPEA… LA RABBIA DI ROBERTO SALIS: “DA TAJANI E NORDIO NESSUN AIUTO CONCRETO”
«Ilaria Salis ha un indirizzo e persino un lavoro a Budapest. Si è detta pronta a pagare la cauzione. E, rispetto al passato, ha oggi un comportamento rispettoso della legge. Per questo il suo ricorso è fondato. Sono concessi gli arresti domiciliari».
Con sei pagine di provvedimento il tribunale del Riesame di Budapest tira fuori dal carcere l’insegnante italiana, in cella da più di un anno con l’accusa di aver aggredito, l’11 febbraio del 2023, due neonazisti.
Lo fa con assoluta sorpresa, accogliendo il ricorso che gli avvocati della Salis avevano presentato più per forma che per sostanza e non certo perché non credevano alla bontà della richiesta.
Ma perché fino a questo momento i magistrati ungheresi si erano comportati in maniera molto chiara: nell’udienza del 27 marzo il giudice Josefz Sos aveva rigettato la richiesta senza nemmeno fingere di chiudersi in camera di consiglio, leggendo direttamente un piccolo dispositivo.
Cosa è cambiato allora? «Ilaria si è candidata e l’Ungheria ha capito che rischiava di diventare un problema troppo grande con l’Unione europea» dice a Repubblica una fonte italiana che in questi mesi ha seguito il dossier Salis.
I tempi, certo, sono davvero bizzarri. E sembrano confermare quanto la famiglia Salis denuncia sin dal principio di questa storia: e cioè che ogni scelta della giustizia ungherese è stata dettata sempre e soltanto dalla politica. In ogni caso: i giudici del collegio nel provvedimento hanno ritenuto «sufficienti» le misure proposte dai legali della Salis. E cioè il braccialetto elettronico per evitare la fuga.
Il pagamento della cauzione, 16 milioni di fiorini (poco più di 40mila euro). E il domicilio nella capitale ungherese: se eletta, dovrà essere scarcerata. E potrà liberamente muoversi in Europa. Se infatti dovesse diventare europarlamentare, per tornare in Ungheria agli arresti il governo di Budapest dovrebbe chiedere e ottenere, con il voto della maggioranza dei deputati, l’autorizzazione a procedere.
Salis è ancora in cella e probabilmente resterà lì anche nelle prossime ore. Dall’Italia deve infatti arrivare il bonifico della cauzione. Deve essere messo a disposizione il braccialetto elettronico e soltanto a quel punto l’insegnante italiana potrà raggiungere la casa che i suoi genitori hanno affittato.
Indirizzo top secret perché tra i rischi ci sono possibili rappresaglie neonaziste: per le strade della città è apparso un murales nelle scorse settimane con Ilaria impiccata.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
IL MEDICO BASSETTI: “E’ UN AMICO, E’ TROPPO BUONO”
Per uno è troppo tirchio per aver distribuito soldi a destra e a
manca com sostengono gli inquirenti, per l’altro troppo generoso e troppo buono.
Massimo Cellino, attuale proprietario del Brescia, e il professore di Malatite infettive Matteo Bassetti avanzano qualche dubbio sulle responsabilità di Aldo Spinelli nell’inchiesta sulle tangenti in Liguria che ha portato ai domiciliari il presidente della Regione Giovanni Toti e all’arresto in carcere dell’ex presidente dell’Autorità portuale, Paolo Emilio Signorini. «Spinelli è un mio paziente e un amico, lo conosco da quarant’anni. Suo figlio Roberto era mio compagno di scuola», dice al Corriere della Sera Bassetti, «ho sempre dato una mano alla famiglia Spinelli dal punto di vista dei consigli medici. Oltretutto durante il Covid il signor Aldo è stato vaccinato da me. Se non ricordo male ha avuto anche la malattia e gli abbiamo prescritto una cura a base di antivirali, non c’è stato bisogno del ricovero». In una intercettazione tra Toti e Spinelli, il governatore lo invitava a chiamare l’ospedale San Martino di Genova e l’imprenditore gli rispondeva di aver già chiamato il professor Bassetti. «Noi di corsie preferenziali non ne abbiamo mai date a nessuno. Tutti i cittadini genovesi arrivavano qui senza passare dal pronto soccorso. Era il sistema adottato dall’ospedale che prescindeva naturalmente dal nome», assicura l’infettivologo, che poi delinea il profilo di Spinelli per come l’ha conosciuto: Penso che sia un uomo profondamente buono e una forza della natura. Raramente ho trovato un 84enne così performante. Molto generoso, molto simpatico, amato dalle persone che lavorano con lui. A volte anche duro con i dipendenti ma capace di riconoscere i meriti. Io non nascondo di essergli amico e mi spiace vedere questo fuggi fuggi generale, anche di chi gli è sempre stato vicino».
Cellino: «È tirchio come una capra»
Su la Repubblica viene invece sentito Massimo Cellino, che in comune con Spinelli ha la passione per il calcio. Quest’ultimo è stato patron del Genoa dal 1985 al 1997, e poi del Livorno dal 1999 fino a quattro anni fa. «Aldo è tirchio come una capra, lo conosco meglio delle mie tasche, non credo a una riga delle accuse di corruzione che gli vengono mosse: tutte minchiate, si è solo fatto fregare dalla politica, ancora una volta», dice perentorio Cellino, ex patron del Cagliari, del Leeds United e ora del Brescia, «è uno che si è fatto un mazzo così per tutta la vita, figuriamoci se va a buttare via tutto in questo modo. È una macchietta, piuttosto, quello sì, che ha sempre sbagliato a pensare di potersi permettere di dire tutto, o quasi». L’imprendtore sardo racconta poi alcuni aneddoti legati a Spinelli: «Una volta in vacanza a Portorico lo portai in clinica per curare una congiuntivite, lo fecero attendere e lui si mise a urlare di volersi comprare tutto l’ospedale. Quando in Serie A si decise di passare dai due ai tre punti a vittoria, sarà stato 1994 o 1995, in riunione di Lega fece una scenata perché aveva appena firmato Scoglio come allenatore. “Belin quello mi va avanti di soli pareggi, son rovinato”. Tutti a ridere, tutto show. Non ci credo, alle accuse di corruzione». E poi una sua considerazione sul lato umano: «Aldo è soprattutto un uomo solo, che non ha mai avuto il tempo per gli amici, e non ha retto la perdita della moglie, una donna straordinaria. Lavora ininterrottamente da 84 anni, il giorno che smette di farlo muore. Ha solo pensato ancora a rilanciare, ancora su nuovi lavori, ancora una volta».
(da Open)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LA PROSSIMA SETTIMANA L’INTERROGATORIO DI GARANZIA SARA’ IL MOMENTO CHIAVE
Il futuro politico della Liguria è appeso all’interrogatorio di garanzia di Giovanni Toti, ai domiciliari dal 7 maggio nell’ambito dell’inchiesta per corruzione elettorale. I pm volevano ascoltarlo venerdì scorso, ma il presidente della regione si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Stiamo leggendo le carte», aveva commentato il suo legale, Stefano Savi, che in questi giorni è anche diventato il veicolo delle scelte politiche del suo assistito.
La settimana scorsa aveva detto che le eventuali dimissioni sarebbero state discusse con la maggioranza, ora ha fatto sapere di aver chiesto alla procura la fissazione di un nuovo interrogatorio.
«A questo punto non prima della prossima settimana», ha commentato l’avvocato Savi, visto che per ora i pm non hanno comunicato una nuova data. Ma «siamo pronti», ha aggiunto, dicendo che il presidente «ha l’esigenza di farsi sentire».
La sensazione è che Toti ritenga di avere in mano elementi per chiarire i fatti, in maniera sufficiente almeno a escludere che continuino a sussistere gli estremi per la misura cautelare.
Il politico dovrà convincere il gip che non esiste alcun pericolo attuale e concreto che lui possa commettere di nuovo il reato che gli viene contestato, dunque la corruzione elettorale.
«In particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri», si legge nell’atto che ha disposto i domiciliari.
Solo dopo l’interrogatorio il suo legale sarebbe intenzionato a chiedere la revoca della misura, senza presentare prima l’istanza di riesame.
A questi tempi si è adeguato anche il centrodestra. «La revoca dei domiciliari è la condizione determinante perché Toti rimanga al suo posto», chiarisce una fonte di Fratelli d’Italia. Altrimenti? «Sarà game over», conferma un deputato di Forza Italia.
Del resto lo ha detto anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, convintamente garantista tanto da esporsi in prima persona in difesa del presidente: «Toti non può governare stando ai domiciliari, è una condizione che assieme alla pressione psicologica lo costringerà a dimettersi».
Anche il vicepremier di Forza Italia, Antonio Tajani, ha confermato questo intendimento: «Aspettiamo che cosa accade e di vedere il tribunale del riesame». E pure la Lega ha abbassato gli scudi.
Questa, dunque, è la linea del governo: prudente distanza dal presidente ligure, con l’indicazione precisa che, se i domiciliari verranno confermati, le dimissioni saranno sostanzialmente obbligate anche se a ridosso delle elezioni europee. Nessuno da destra le chiederà formalmente, anche perché sarebbe complicato. Soprattutto dopo i molti interventi, anche da parte dei ministri, nel corso della settimana per ribadire il principio della presunzione di innocenza.
Tuttavia «ce le aspetteremo tutti», è la spiegazione che dà chi segue da vicino la vicenda. In altre parole, per conservare un legame con il centrodestra, Toti dovrà intestarsi la scelta delle dimissioni in caso di conferma dei domiciliari.
Di qui l’importanza nevralgica dell’interrogatorio di garanzia. Anche ambienti di procura hanno confermato che verrà fissato «al più presto». Nel mentre, gli inquirenti stanno continuando la loro attività istruttoria, con l’ascolto degli altri indagati ma anche dei testimoni.
Dai ranghi della maggioranza trapela la volontà di gestire nel modo più ordinato possibile la vicenda: avere un presidente ai domiciliari rimane un problema politico, anche se giuridicamente tutti hanno ribadito che vale la presunzione di innocenza.
Di conseguenza, meglio chiudere in anticipo di un anno il secondo mandato di Toti e prendere in mano le redini della situazione, invece che rimanere nel limbo di un processo necessariamente lungo. Anche perché l’attenzione deve rimanere sui molti progetti avviati anche grazie al Pnrr, che sarà più complicato gestire con una giunta regionale azzoppata di cui non è ancora stata testata la stabilità.
Ma andare a elezioni anticipate non sarà semplice. Per ora non ci sono candidati naturali alla successione, e ogni valutazione su a quale partito spetterà indicare il prossimo presidente sarà comunque rinviata a dopo le europee, che potrebbero far cambiare gli equilibri interni alla coalizione di centrodestra. Tuttavia è molto probabile che sia un esponente del partito di Meloni a rivendicare Palazzo della Navigazione.
Questi sono i discorsi che stanno tenendo banco dentro la maggioranza, da cui emerge tutto il fastidio per un’inchiesta che in molti continuano a considerare «a orologeria». Ma l’ordine arrivato dall’alto è quello di abbassare i toni nei confronti dei magistrati e di lasciar decantare la situazione. Anche perché la convinzione, dentro tutti i partiti che compongono l’esecutivo, è che l’inchiesta non inciderà sul voto alle europee. Toti era comunque un battitore libero, quasi un civico – è il ragionamento interno al centrodestra – e l’indagine per ora rimane circoscritta. Inoltre la levata di scudi contro il tempismo dei pm negli arresti ha funzionato nel sollevare dubbi sull’iniziativa della procura.
Per ora, dunque, Toti ha un’altra settimana per calcolare le sue mosse in vista del futuro, sia giudiziario sia politico.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
IL VERBALE DI SPINELLI: IL RINNOVO DI 30 ANNI PER LA CONCESSIONE A CUI SEGUONO 4 BONIFICI… LE CENE DI TOTI A MONTECARLO
Altro che erogazioni “liberali”. A fare un collegamento diretto
fra i finanziamenti elettorali a Giovanni Toti e i favori ricevuti è proprio il terminalista Aldo Spinelli, in un passaggio del suo interrogatorio davanti ai magistrati: “I 40 mila euro glieli abbiamo dati perché si era interessato, ma era tutto regolare, li abbiamo divisi tra tutte le società”.
Il riferimento è al rinnovo trentennale della concessione del terminal Rinfuse (il 2 dicembre 2021), a cui sono seguiti, appena 5 giorni dopo, 4 bonifici diretti da differenti aziende del gruppo Spinelli al Comitato Giovanni Toti presidente. Sebbene Spinelli ritenga sia “tutto regolare”, per la Procura di Genova quello che sta descrivendo è un vero e proprio do ut des, la prova del rapporto corruttivo con Toti. Un’ipotesi suffragata per gli inquirenti dalle intercettazioni registrate a bordo dello yacht “Leila 2”.
Non è la sola novità che emerge dal verbale: per la prima volta Spinelli, assistito dagli avvocati Alessandro Vaccaro e Andrea Vernazza, racconta di cene a Montecarlo, insieme all’ex presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini (in carcere, accusato di corruzione), a cui avrebbe partecipato anche Toti, che in alcuni casi si sarebbe accompagnato a Flavio Briatore (non indagato).
Ieri il Fatto ha chiesto un commento ai legali di Spinelli: “Al momento non abbiamo niente da dire – replica Vaccaro – stiamo analizzando le carte e ci riserviamo di farlo nei prossimi giorni”.
“Richieste per le elezioni”
Spinelli si presenta davanti al gip Paola Faggioni e al pm Luca Monteverde alle 12:43 di lunedì, accompagnato dall’avvocato Vernazza. Originario di Palmi, 84 anni, Spinelli è un affermato imprenditore della logistica, un self made man in possesso della quinta elementare. Il suo yacht “Leila 2” era un crocevia di politici, e uno dei luoghi chiave in cui si svolge l’indagine: “In barca avevo invitato tanti miei amici”. È a bordo del panfilo che la Finanza l’1 settembre 2021 intercetta Toti mentre chiama Signorini, interessandosi del Rinfuse: “Sono qui buttato in barca da Aldo, quando gliela portiamo sta proroga in Comitato?”. Solo 59 minuti dopo, Toti chiama la segretaria Marcella Mirafiori (non indagata) e le annuncia una donazione in arrivo: “Mandi alla segreteria di Spinelli i documenti dove vogliamo che faccia un versamento (…) ti fai dire chi è (…) così lo fai e poi dopo il resto ti dico a voce”.
Nell’interrogatorio, Spinelli rievoca questi primi abboccamenti: “Per la pratica trentennale, le dico di sì, lui ha detto sui giornali che l’aveva risolta, ma non è vero. Avevo chiesto di andare velocemente perché avevamo presentato il piano di impresa, salvando il posto a 200 persone. Toti non ha fatto niente. In quell’occasione non gli ho promesso il finanziamento. Lui mi aveva chiesto di dargli una mano quando ci sarebbero state le elezioni”.
Spinelli sembra provare a descrivere il governatore come un politico che tende a esagerare: “Toti è un giornalista, ha continuato a parlare di cene. Finanziamenti niente. In quella circostanza non abbiamo parlato del finanziamento. Parla a vanvera, le cose elettorali le ho sempre date a lui. La mano gli ho detto che gliela avrei data in campagna, sono i 4.500 euro, soldi tutti documentati (…) Se me lo autorizzavano il finanziamento ai partiti si può fare, ho mandato soldi anche a Pannella e Bonino, che non li conosco, mi hanno mandato una lettera chiedendo aiuto”.
“Aponte telefonò”
La proroga del Rinfuse trova l’opposizione dei membri del Comitato portuale – Giorgio Carozzi, Andrea La Mattina e Rino Canavese – convocati come testimoni in questi giorni. Il solo a votare contro sarà Canavese, al quale Spinelli riserva un passaggio velenoso, ricordando i suoi incarichi per la concorrenza: “Nel Comitato c’era un (ex) amministratore delegato di Gavio, numero uno del terminal di Savona. Canavese ha investito soldi pubblici, ha comprato i locomotori con i soldi dello Stato. La pratica della proroga era già passata in Comitato, doveva solo essere ratificata, Paolo (Signorini, ndr) non ci riusciva, ho chiamato Toti”.
A questo punto Spinelli cita anche il suo socio nel terminal Rinfuse, l’armatore Gianluigi Aponte, una sorta di amico-nemico: “Toti non ha fatto nulla, io ho detto che sarei andato in Procura. Allora Aponte ha chiamato non so chi, mi hanno dato 30 anni, ma io ne volevo 50. Ho accettato. Toti non ha fatto niente, si è interessato, telefonava (…) Si era mosso, ma non ha fatto niente, ha telefonato, così come mi rivolgevo a Burlando quando avevo problemi”.
Dal verbale – il cui testo è raccolto in modo riassuntivo – sembra di capire che Spinelli arrivi al collegamento tra soldi e rinnovo solo dopo che gli vengono mosse alcune obiezioni.
Di Toti vengono infatti intercettate “continue sollecitazioni” a Spinelli: “Sto aspettando ancora una mano, eh”, dice il 17 settembre. Il primo dicembre: “Ci dobbiamo vedere (…) se no qua finiscono le elezioni”. Il primo dicembre: “Ora finiamo st’operazione, poi ci vediamo per parlare di un po’ di robe… Festeggiamo le Rinfuse a Montecarlo!”.
Il 2 dicembre il Comitato portuale concede a Spinelli l’agognata proroga. Il 7 dicembre da Spinelli parte l’ordine per i bonifici (erogati al Comitato Giovanni Toti attraverso le società Centro servizi Derna srl, Spinelli srl, Saimare Spa). Il 9 dicembre il governatore ringrazia: “Grazie di tutto, eh, Aldino”. Il denaro, ammette per la prima volta Spinelli nell’interrogatorio, era legato all’“interessamento” per la pratica.
L’imprenditore nega invece che altri soldi dati a Toti siano connessi al riempimento di Calata Concenter (avvenuta nel 2022, anticipato e seguita da due donazioni da 15 mila euro) e per la privatizzazione della spiaggia di Punta dell’Olmo, a Celle Ligure, di cui Toti si interessa nel corso di un’altra telefonata a bordo dello yacht: “Mi sono rivolto al governatore (…) abbiamo i Bagni Marini, davanti c’è la spiaggia, abbiamo chiesto se si poteva usufruire facendo le cose regolarmente, ma non si poteva (…) Io spendo 2 milioni e mezzo e non mi dai un pezzo di spiaggia? Toti non ha fatto niente”.
“Toti a cena a Montecarlo”
A sorpresa, dal colloquio coi magistrati emergono dettagli sulla presenza a Montecarlo di Toti in vari ristoranti di lusso: “Toti è venuto al Grill a mangiare, ultimamente con la moglie, si trovava lì per lavoro con Briatore e anche lì non ha pagato nessuno. Al Grill credo sia venuto questa volta e poi basta, Al Beach mai. Poi un’altra volta eravamo stati invitati da un amico a Montecarlo e c’era anche Toti, ma eravamo una trentina di persone. All’Hotel de Paris è venuto solo a mangiare, poi è andato per conto suo con Briatore, ma non so se in un hotel che costava meno. Alla cena c’erano tante ragazze, la Monica, la sorella della Monica, Tamara, Signorini con sua moglie, è stato di recente perché è andato per lavoro con Briatore”.
Spinelli ammette di aver pagato cash il matrimonio della figlia di Signorini: “Gli ho dato 15 mila euro, non ricordo come, credo in contanti. Glieli ho dati con la promessa che lui me li restituirà entro luglio di quest’anno (…) Non volevamo fare risultare il pagamento perché lui è un uomo pubblico (…) mi sono meravigliato che non avesse i soldi per il matrimonio”. Quanto alla vita dorata di Signorini a Montecarlo, Spinelli dice di avergli messo a disposizione benefit e carta di credito, mentre il presidente dell’Autorità portuale ligure avrebbe pagato le proprie giocate: “Lui beneficiava della mia carta vip”.
(da il Fatto Quotidiano)
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