Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
I PARTITI: PD 28%, IDV 6,5%, SEL 4,5% PS 1%, LISTA CIVICA CENTROSINISTRA 4%…. PDL 17,5%, LA DESTRA 2%, LISTA CIVICA CENTRODESTRA 7%… UDC 5%, FLI 1,5% API 0,5%, LISTA CIVICA CENTRO 1,5%
E’ il primo sondaggio che esce sulle intenzioni di voto dei genovesi per l’elezione del nuovo sindaco della città che si terrà il 6 maggio.
Curato da Swg per conto dell’associazione Italia Futura, si riferisce al periodo di poco precedente alla designazione dei candidati dei rispettivi schieramenti e pertanto evidenzia solo la tendenza di voto verso i partiti di riferimento.
Partiamo dallo schieramento di centrosinistra.
Il Pd aveva alle comunali del 2007 il 34,4%, è sceso alle regionali del 2010 al 31,7%, ora cade al 28%.
L’Idv dal 3,6% era salito alle regionali al 10,5%, ora scende al 6,5%.
Sel aveva due anni fa il 2,8%, sale al 4,5%.
Poi abbiamo il Partito Socialista all’1% e lista civica al 4%.
Passiamo al centrodestra.
Il Pdl alle comunali del 2007 raccolse il 28,9% di consensi, scesi al 21,% alle regionali e al 17,5% attuale.
La Lega Nord dal 3,6% del 2007 all’8,5% del 2010, fino al 10,5% attuale.
La Destra dallo 0,6% salirebbe al 2%.
Eccoci al Terzo Polo.
L’Udc passa dal 3,2% del 2007 al 3,3% delle Regionali fino al 5% attuale.
Futuro e LIbertà è accreditata dell’1,5%, meno della metà di quanto raccoglie a livello nazionale.
La gestione Nan e soci e l’assoluta inesistenza di iniziativa politica ( i genovesi attendono da oltre un anno e mezzo di vedere il simbolo di Fli su un, dicasi uno, manifesto sui muri della città ) ne hanno fatto un partito semi-clandestino con l’avallo dei vertici romani che hanno pesanti responsabilità al riguardo.
L’Api a Genova raccoglie lo 0,5% ma non pare intenzionato, fino ad oggi, a mischiarsi col Terzo polo.
Una eventuale lista civica di centro è data all’1,5%.
Al di fuori di queste tre coalizioni, il Movimento 5 Stelle, nella patria di Grillo fa il pieno: è dato al 7%.
La federazione della Sinistra scende dall’8,5% del 2007 e dal 3,9% del 2010, all’attuale 2,5%.
Si dovrebbe essere definita poche ore fa la griglia dei candidati: Doria per il centrosinistra, il manager milanese Vinacci ( che a Genova non conosce nessuno) per il Pdl, Musso per Udc, Fli e lista civica.
Al primo turno difficile che passi qualcuno, probabile che si vada al ballottaggio. Doria dovrebbe sfiorare, salvo miracoli, il 46%. ma la vera lotta sarà chi, tra Vinacci e Musso, arriverà secondo e quindi al ballotttaggio.
Si fronteggeranno il candidato del Pdl che può contare sul 17,5% dei consensi di base del suo partito e quello del Terzo Polo che parte da un 8,5%, ma il voto disgiunto potrebbe riservare parecchie sorprese.
Ricordiamo che Musso presenterà una unica lista civica con dentro anche rappresentanti di Udc e Fli: il senatore ex Pdl conta sul fatto di essere partito con largo anticipo rispetto ai suoi avversari, di essere più noto e soprattutto sullo sfascio del locale Pdl che, dopo aver ricevuto dieci no all’offerta di candidatura da parte di esponenti della società civile genovese, ha dovuto ripiegare su un “papa nero” che vive da anni a Milano.
A svantaggio di Musso invece il fatto di apparire troppo tecnico e poco sociale, di sembrare già “vecchio” (in quanto al secondo tentativo di scalata alla carica di sindaco) e di non godere di grandi simpatie per il suo abbandono del Pdl e le sue costanti “oscillazioni”.
Oltre a possibili brutti scherzi da parte dell’Udc nel voto disgiunto.
Non giova al Pdl infine che la Lega corra da sola con il “badante” Rixi (mister simpatia) che punta al 10% più che altro per aumentare il suo peso politico interno al Carroccio.
Semprechè il suo “amico tesoriere” Belsito sganci i quattrini per una campagna elettorale consona al lignaggio del “giovane vecchio” Rixi.
Se poi Doria passasse al primo turno a causa della divisione nel campo “nemico” e al relativo assenteismo dell’elettorato di riferimento, al centrodestra genovese non resterebbe che il suicidio di massa.
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Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
ACCADE A BRESCIA: PERSONALE RIDOTTO PER I TAGLI, UN DETENUTO SE NE VA INDISTURBATO… PREVISTI 300 AGENTI, CE NE SONO SOLO 180 E IN SERVIZIO ERANO APPENA IN 12
Quanti agenti erano in servizio ieri mattina lungo il muro di cinta del carcere di Brescia
quando un detenuto è scappato?
«A noi risulta nessuno» dichiara Roberto Santini, del sindacato autonomo degli agenti. Possibile?
«Sì, anche a noi risulta così: zero agenti» conferma Luigi Pagano, responsabile degli istituti di pena dell’intera Lombardia.
L’evasione di Fatmir Gashi, rapinatore kosovaro che ieri mattina se n’è andato insalutato ospite dal carcere di Canton Mombello, non passerà alla storia come la più spettacolare.
Sono bastati tempismo, agilità e l’incredibile circostanza verificatasi nel vecchio fortino al centro della città : causa penuria di personale, conseguenza di tagli e blocco del turn over, nessuno stava facendo la guardia lungo il perimetro del carcere.
E Gashi non ci ha pensato due volte prima di saltare il muro mentre due suoi compagni sono stati ripresi poco prima che tagliassero pure loro la corda.
I numeri prima di tutto spiegano come è potuto accadere che un detenuto sia scappato con tanta facilità . «Canton Mombello potrebbe ospitare 250 persone – dice Santini, dirigente del Sinappi – e invece là dentro ce ne sono 520; la pianta organica prevede 300 agenti, se ne contano appena 180 e ieri mattina al momento dell’evasione l’intera struttura era affidata ad appena 12 uomini in divisa».
Ieri anche una concatenarsi di circostanze ha spianato la strada a Fatmir Gashi.
Il kosovaro era considerato uno tranquillo; era dentro per delle rapine compiute in provincia di Brescia, il suo «fine pena» era fissato nel 2016.
Era stato assegnato alla pattuglia dei «lavoranti» ed era in servizio alle cucine di Canton Mombello.
Alle 10 in punto il detenuto è uscito in cortile spingendo un carrello con i bidoni dell’immondizia. Li doveva svuotare e, regolamento alla mano, questa operazione richiedeva la presenza di un agente, invece Gashi era solo; o meglio: era in compagnia di due compagni di cella che poco più tardi sono stati trovati nascosti proprio dentro i bidoni.
Il kosovaro ha approfittato di un mucchio di mattoni e calcinacci appoggiati contro il muro, ha iniziato la scalata aiutato anche da un lampione e addio.
Nessun agente era nelle torrette anche perchè ieri c’erano da piantonare tre detenuti in ospedale e 7 uomini sono stati «sacrificati» a quel servizio.
Tanto il sistema di videosorveglianza avrebbe provveduto a vigiliare. «Macchè, anche quello risulta solo parzialmente in uso: ormai non ci sono più soldi nè qui nè nel resto d’Italia» denuncia Santini.
A Brescia si precipita Pagano, prende atto della situazione avvia un’inchiesta interna mentre iniziano le ricerche in tutta Brescia.
Ma di Gashi nessuna traccia.
Claudio Del Frate
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
NON SI APPLICHERA’ LA DIRETTIVA EUROPEA BOLKESTEIN E TUTTO RIMARRA’ COME PRIMA… LA CORTE DEI CONTI: “IL DEMANIO MARITTIMO E’ UNA REALTA’ FUORI CONTROLLO”
“Sulle aste vedremo, intanto prepariamo la nuova legge. Ma preparatevi a pagare di più sui canoni”.
Questo il messaggio con cui i ministri Piero Gnudi (Turismo) ed Enzo Moavero (Affari Europei) si sono congedati tre giorni fa dai rappresentanti dei bagnini italiani, accorsi in massa a Roma per tornare a parlare di concessioni demaniali.
Dopo mesi di delusioni e di illusioni, tutto sommato quella di giovedì è stata una giornata positiva per la categoria.
Con una premessa: quello che non si può fare è aggirare la Bolkestein o uscirne.
Il Governo dell’europeista Mario Monti potrà anche sbracciarsi per spiegare a Bruxelles la “peculiarità ” delle imprese balneari italiane e stabilire in armonia la durata delle future assegnazioni, ma la deroga ad hoc che tuttora, a parole, sognano diverse associazioni e i loro avvocati (soprattutto Fiba-Confesercenti, Sib-Confcommercio, Assobalneari-Confindustria e Cna-balneatori) rimane una fantasticheria.
Tutto sommato però, al dipartimento Affari Regionali e Turismo in via della Stamperia, Gnudi e Moavero ai ‘signori delle spiagge’ hanno dato buone notizie.
Se il primo annunciava pochi giorni fa un regolamento sulle aste nel giro di 6-8 mesi, ora si è scelta la strada del dialogo forti di qualche risultato concreto.
Anzitutto, con l’approvazione della legge comunitaria 2010 lo scorso dicembre, oggi si è definitivamente chiusa la procedura d’infrazione che era stata avviata dall’Ue nei confronti dell’Italia, accusata finora, sulla base della direttiva Bolkestein, di aver rinnovato automaticamente sempre agli stessi affidatari i 4.042 chilometri di coste italiane.
Se la procedura non si fosse risolta, gli arenili sarebbero stati messi all’asta da subito senza aspettare la proroga già ottenuta fino al 2015.
La seconda buona ‘notizia’ è che il Governo conferma che di qui a 12 mesi o poco più, come previsto nella stessa comunitaria 2010, verrà varato un nuovo decreto salva-spiagge.
L’intenzione, al momento, sarebbe quella di rilasciare nuove concessioni da quattro a vent’anni, in accordo con Regioni e associazioni. Gnudi e Moavero sanno, e lo hanno detto ai rappresentanti dei balneari, che l’attuale fase di incertezza penalizza gli operatori e l’intero settore, tanto che nessuno investe più (restano in ansia i circa 30 mila operatori balneari del Paese il 60% abbia, in media, acceso mutui fino al 2025). Dunque, la mano è tesa.
In tutto questo c’è un però.
“Bisogna contemperare i legittimi interessi degli operatori con il rispetto della direttiva e dei trattati comunitari e le esigenze dell’erario”, hanno precisato Gnudi e Moavero.
Ecco, le esigenze dell’erario.
Dato che i canoni che lo Stato chiede ai concessionari restano ridicoli, quello che il Governo chiede ai bagnini è di pagare di più. “Auspichiamo che i canoni continuino ad essere fissati da una legge dello Stato, quale conditio sine qua non per costruire una disciplina delle concessioni basata su principi di equità ”, ha già mandato a dire il presidente di Oasi-Confartigianato Giorgio Mussoni, gran capo dei bagnini romagnoli da Bellaria a Cattolica.
La questione dei canoni si trascina da anni.
Si calcola che diverse centinaia di milioni di euro potrebbero entrare ogni anno nelle casse pubbliche solo se si applicassero meglio le norme che già esistono.
Da decenni si regalano per pochi spiccioli (97 milioni di euro nel 2009) beni che fruttano ogni anno qualcosa come due miliardi di fatturato, più, si stima, un terzo miliardo in nero.
Nel 2003 il Governo rivalutò i canoni del 300%. I bagnini si rivoltarono.
Dopo che per quattro anni nessuno aveva pagato, la Finanziaria del 2007 eliminò il rincaro imponendo alle Regioni di rivedere al rialzo le categorie di “valenza turistica” (abolendo la classe C e ricollocando gli arenili pregiati in classe A, con quasi il raddoppio del canone).
Peccato che nessuno abbia mosso un dito (alle Regioni va solo il 10% dei canoni, del resto) e che tuttora quasi tutte le spiagge italiane rientrino nella classe B.
L’agenzia del Demanio aveva ipotizzato il profilarsi di danni erariali, ma niente.
A Rimini la sola spiaggia in classe A è quella di fronte al Grand Hotel felliniano.
Una legge del 2006 ha introdotto poi le cosiddette pertinenze, le concessioni pesanti (piscine, discoteche, cinema) che hanno fatto schizzare i canoni a quote quasi di mercato, ma i continui ricorsi al Tar delle aziende stanno ingrovigliando la questione e acuendo le differenziazioni, già enormi, da regione a regione.
Risultato: a Rimini e provincia, ad esempio, all’anno 10 mila metri quadri di spiaggia costano otto mila euro di affitto, un chiosco di 100 metri quadri vale 500 euro.
Il punto è che il Governo già oggi potrebbe recuperare denaro dalle concessioni: l’articolo 47 del codice della navigazione prevede la decadenza del titolo quando il titolare non paga il canone.
Attualmente lo Stato incassa solo un terzo del totale: i 2/3 dei bagnini, essendo morosi, sono titolari di fatto di concessioni decadute, quindi riassegnabili con bando pubblico.
Alla fine, resta attuale la denuncia di un paio d’anni fa della Corte dei Conti: “Non è possibile stabilire quanto lo Stato incassa dalle concessioni, il demanio marittimo è una realtà fiscalmente fuori controllo, prevale ormai una sorta di asserita impotenza a modificare la situazione”.
La sfida dei tecnici di Monti è tutta qui.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DI TORINO APRIPISTA A TANTE ALTRE… STORIE DI DISCARICHE, ACCIAIERIE E IMPIANTI CHIMICI CHE HANNO DANNEGGIATO TERITORIO E SALUTE DELLA GENTE….OLTRE 5 MILIONI DI PERSONE INTERESSATE
“Quando moriva qualcuno, in una fabbrica in cui tutti sapevano che prima o poi sarebbe
successo, negli anni Ottanta veniva condannato l’addetto alla sicurezza. Negli anni Novanta le sentenze sono arrivate a punire il direttore dello stabilimento. Ora tocca ai top manager e ai proprietari”.
Rino Pavanello, da 25 anni segretario dell’associazione Ambiente e lavoro, riassume così il percorso che ha portato alla sentenza contro l’Eternit per disastro colposo.
La notizia ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo e ora sembra destinata a rilanciare centinaia di vertenze sull’impatto sanitario dei vecchi colossi della chimica, delle acciaierie monstre, delle grandi discariche abusive.
Stabilito il principio delle responsabilità legate non a un incidente catastrofico tipo Seveso ma a uno stillicidio di veleni somministrati quotidianamente per anni, le industrie a rischio sanzione si moltiplicano.
I dossier sulla minaccia chimica messi a punto dalla Legambiente e dal Wwf mostrano un panorama costellato di richieste di risarcimento.
Sul banco degli accusati ci sono soprattutto i grandi poli dell’industria pesante che hanno devastato il territorio negli anni del boom economico. E i giudici ascoltano con attenzione.
“Il salto che si è determinato con la sentenza del tribunale di Torino, anche se siamo ancora al primo grado di giudizio, è netto”, osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.
“Nel caso dei grandi incidenti del passato, da Seveso a Bhopal, si è trattato di un episodio, sia pure gravissimo: e il giudizio della magistratura ha riguardato quelle specifiche responsabilità .
Ma le conclusioni del processo Eternit ribaltano questo punto di vista e spostano l’attenzione sulle responsabilità per la routine quotidiana, quando questa routine comporta un rischio inaccettabile per chi vive dentro le fabbriche, per chi abita vicino agli impianti a rischio e, molto spesso, anche per milioni di altre persone che possono venire in contatto con oggetti pericolosi”.
Dunque si passa da una valutazione sulla pericolosità legata a un incidente alle considerazioni sugli effetti di lungo periodo prodotti da merci dannose o da situazioni ambientali pericolose.
E Patrizia Fantilli, responsabile dell’ufficio legale del Wwf, ricorda che, a questo punto, il discorso della richiesta di risarcimenti si allarga ad altre situazioni critiche.
Ad esempio al poligono di Quirra, in Sardegna, dove sono stati interrati rifiuti militari (bombe, parti di missile, batterie, pneumatici) contenenti sostanze tossiche tra cui amianto e uranio.
O alla discarica di Bussi (Pescara), considerata una delle più inquinanti d’Europa: dagli anni Sessanta ai Novanta qui sono state smaltite abusivamente grandi quantità di sostanze chimiche che hanno contaminato per oltre 25 anni le falde idriche che arrivano ai pozzi utilizzati da 400 mila persone.
Una situazione complessiva che lascia una traccia pesante anche dal punto di vista epidemiologico.
Secondo lo studio Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di Sanità , che analizza i punti in cui il rischio chimico è più alto, ci troviamo di fronte a un quadro decisamente allarmante.
La mortalità per cause ambientali in questi siti è in media del 14% superiore alla norma.
Il record è nelle sei località inquinate dall’amianto, dove i casi di tumori della pleura sono stati quattro volte superiori alla norma nel periodo 1995-2002.
Le vittime in eccesso, uccise dall’inquinamento, sarebbero circa 10 mila su una popolazione interessata di 5,5 milioni di persone.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
APRIRA’ NEI BALCANI, NONOSTANTE NON CI SIA CRISI, SOLO PER ACCAPARRARSI I CONTRIBUTI PUBBLICI
Chiudere baracca per andare in Serbia anche se le cose non vanno affatto male, lasciare a casa quasi trecento lavoratori beneficiando degli ammortizzatori sociali, migliorare i conti e promettere un fantomatico investitore che riassorbirà tutta la manodopera.
Nerino Grassi, padre-padrone della Golden Lady, sembra quasi un Marchionne al cubo.
L’ad Fiat, infatti, promette anche lui investimenti risolutori, ma dalla sua, almeno, ha la crisi evidente del settore auto.
Le calze Omsa, invece, funzionavano e funzionano eccome.
Eppure il padrone del vapore ha deciso (era il gennaio 2010) di chiudere lo stabilimento di Faenza ed emigrare nei Balcani, dove per ogni operaio assunto (pagato 250-300 euro al mese) riceve migliaia di euro di contributi pubblici.
Niente e nessuno ha saputo impedirglielo.
La battaglia delle lavoratrici Omsa, simbolo anche mediatico della crisi italiana, non è finita, anzi. Il licenziamento collettivo di 239 persone annunciato dall’azienda il 27 dicembre — nonostante l’impegno precedentemente assunto al ministero del Lavoro per “trovare un’occupazione a tutti il lavoratori dello stabilimento Omsa e ad assegnare incentivi economici a chi non si oppone alla messa in mobilità ” — è stato ritirato.
La cassa integrazione straordinaria a 750 euro al mese, che sarebbe scaduta il 14 marzo, è stata trasformata in cassa in deroga (non più anticipata dall’azienda ma a carico dell’Inps) e prorogata fino a settembre: “Alcuni media — racconta Samuela Meci della Filtcem di Ravenna — hanno salutato quest’ultima intesa al ministero con entusiasmo. Ma non c’è nulla di cui rallegrarsi. La lotta delle lavoratrici Omsa, che dura da due anni, non è stata fatta per ottenere altra cassa e finirà solo quando sarà garantito un lavoro vero. Lavoro che c’era e che una proprietà arrogante ha deciso di portare via”.
Oggi alla Omsa è rimasta una piccola produzione, frutto di uno dei tanti tavoli al ministero che si sono succeduti in questi due anni, che impegna non più di trenta lavoratori (quasi esclusivamente donne) per quattro ore al giorno.
All’orizzonte, da mesi, c’è un’ancora misterioso imprenditore del settore mobili che avrebbe garantito un piano industriale per convertire lo stabilimento di Faenza e assorbire, da subito, 140 lavoratori.
Una trattativa condotta dalla proprietà e dagli enti locali cui è stata data notizia ai sindacati soltanto successivamente e in via informale; ma nè l’imprenditore nè il piano sono ancora stati svelati: “Non c’è nessun accordo firmato — prosegue Samuela Meci — troppe cose sono in sospeso. In questi due anni abbiamo imparato a non dare mai niente per scontato, perchè è già capitato che la soluzione che sembrava a portata di mano svanisse in un secondo” . Grassi si difende: “Non siamo brutti e cattivi — ha detto qualche settimana fa alla Gazzetta di Mantova — crede che sia stato facile per noi? Licenziare è doloroso, ma ho dovuto farlo per evitare il declino del gruppo. I consumi sono in calo e abbiamo dovuto cercare nuovi mercati all’est”.
Difficoltà a cui nessuno sembra credere: “L’azienda racconta bugie — sostiene Meci — non c’era e non c’è nessuna crisi. In più, da quando ha delocalizzato, sfruttando ammortizzatori sociali a cui in teoria non avrebbe avuto diritto, l’azienda ha consolidato il fatturato e diminuito i debiti. È ovvio che, dato il costo del lavoro e i contributi pubblici, con la Serbia non c’è partita. Ma il punto è proprio questo: in Italia non esiste una politica industriale che impedisca al Grassi di turno di fare quello che gli pare”.
C’è qualcosa, però, che in questo caso fa paura. Si chiama boicottaggio e nel caso Omsa, a giudicare dalle strategie comunicative dell’azienda, sembra funzionare.
Sono in tanti (su social network sono migliaia), sono determinati e non comprano più calze Omsa.
Non è dato sapere quanto il boicottaggio abbia fino ad ora inciso sul fatturato, ma il fatto che dalle pubblicità Golden Lady sia scomparso il logo Omsa è un buon indizio d’irrequietezza. Poco male, il gruppo facebook “boicotta Omsa” è diventato “Mai più Golden Lady e Omsa”.
Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’ESASPERAZIONE DEL CONFLITTO HA PORTATO A QUESTO: VALEVA LA PENA? …. LUCA ABBA’, STORICO ATTIVISTA, SI ARRAMPICA SU UN PALO DELLA LUCE E CADE FOLGORATO DA DIECI METRI DI ALTEZZA… MOBILITAZIONE NO TAV, ORA SI RISCHIA IL PEGGIO
Sono gravissime le condizioni di Luca Abbà , 37 anni, l’attivista No tav caduto da un traliccio alla
baita Clarea, mentre questa mattina cominciavano le operazioni di allargamento del cantiere dell’alta velocità Torino-Lione in località Chiomonte.
Abbà ha subito traumi da caduta e ustioni gravi dovuti alla folgorazione ed è stato trasportato con l’elicottero al Cto di Torino dove i medici lo hanno intubato, sedato e messo in coma farmacologico.
In serata probabilmente verrà trasferito in terapia intensiva.
Intanto la procura di Torino ha aperto un’inchiesta sull’incidente: il pm Giuseppe Ferrando è arrivato alla Baita Clarea per le indagini.
Ma cosa è accaduto prima dell’incidente?
La questura, arrivando con 24 ore d’anticipo, ha inviato un gran numero di agenti a presidiare l’area di “interesse strategico nazionale” del cantiere dell’alta velocità in vista dei lavori di allargamento e quindi degli inevitabili espropri di terra.
Alberto Perino, leader del movimento che si batte contro la realizzazione della Tav, l’aveva detto sabato durante la marcia da Bussoleno a Susa: “Martedì cominceranno gli espropri”. E così è stato.
Prima che Abbà cadesse a terra fulminato, aveva rilasciato un’intervista alla radio degli anarchici torinesi — Radio Blackout — in cui diceva: ”Mi sono arrampicato sul traliccio dopo essere sfuggito ai controlli. La situazione è tranquilla e non vedo violenze. Sono riuscito a svicolare. Mi guardavano attoniti. Gliel’ho fatta sotto il naso un’altra volta”.
Poi la frase finale destinata a far discutere: ”Adesso stacco perchè sta salendo un rocciatore e devo attrezzarmi per difendermi”.
Sui siti No Tav, sono rimbalzate subito le richieste di raggiungere la valle: “E’ in corso lo sgombero della baita, i compagni sono stati identificati, nessuna violenza, sembra verranno semplicemente riportati a Giaglione — scrivono gli attivisti — Intanto stanno chiudendo l’accesso ai sentieri, quindi invitiamo tutti a raggiungere la baita, ma dai sentieri, o a trovarsi a Giaglione, per tentare di raggiungere insieme la baita dai sentieri”.
E per chi non può muoversi ora, l’appuntamento — fanno sapere i militanti — è alle 17 a Bussoleno.
Due consiglieri — Davide Bono (Consiglio regionale del Movimento 5 stelle) e Michele Curto (capogruppo in Consiglio comunale di Sel) — hanno ottenuto il permesso per entrare all’interno del cantiere.
Gli attivisti intanto hanno bloccato la statale 24 e 25 nonchè l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia.
Secondo gli avvocati che compongono il ‘Legal team’ del movimento No Tav, l’occupazione dei terreni costituisce “una vera e propria emergenza democratica“.
“Ltf si è presentata nuovamente soltanto con un’ordinanza prefettizia — spiegano i legali — in palese violazione dell’articolo 2 del Testo unico di Pubblica sicurezza, che prescrive quella procedura soltanto in casi di estrema urgenza, che qui non vi sono. Presenteremo immediato ricorso al Tar del Piemonte”.
Ed è proprio con ordinanza del Prefetto della Provincia di Torino che è stata nuovamente “interdetta la circolazione di persone e mezzi, nell’area della Val Clarea — comunica la Questura — in alcune strade e vie dei comuni di Giaglione e di Chiomonte. E’ inoltre vietato l’accesso a tutti i sentieri ed alle aree prative e silvestri dei comuni di Chiomonte e Giaglione, che comunque conducano all’area di interesse strategico nazionale”.
Intanto il presidente della Comunità montana Valle Susa e Val Sangone, Sandro Plano, ha chiesto al Prefetto di Torino, Alberto Di Pace, di sospendere le operazioni in corso visto “il clima di tensione che si sta creando in Valle di Susa”.
La Confederazione unitaria di base di Torino invece, ha indetto uno sciopero generale provinciale per protestare contro l’esproprio dei terreni e, in una nota, parla di “attacco al presidio No Tav della Clarea” affermando che la caduta di Luca Abbà dal traliccio è stata “provocata dall’inseguimento da parte dei poliziotti”.
Ma Ltf, la società responsabile del tratto internazionale della nuova linea ferroviaria Torino-Lione fa sapere che i lavori di ampliamento stanno proseguendo.
E sulla vicenda emergono nuovi elementi. Luca Abbà , spiega una fonte interna al Movimento, “è un agricoltore, un coltivatore diretto proprietario del terreno oggetto di esproprio”.
Un esproprio, precisa la fonte, dai contorni ancora poco chiari.
“Abbà era in attesa di un decreto, un pezzo di carta insomma, che non è mai arrivato. Il terreno, infatti, è stato occupato a seguito di una decisione d’urgenza del prefetto e non seguendo l’iter di legge degli espropri per pubblica utilità ”.
Ma ci sarebbe dell’altro.
Il terreno, spiega ancora la fonte, “non fa parte dell’area del cantiere e quindi non si capisce per quale motivo dovesse essere occupato”.
L’ipotesi, sempre secondo la fonte, è che da parte delle autorità vi sia “l’intenzione di allargare l’area controllata per tenere i manifestanti a ulteriore distanza dal cantiere”. Non siamo ancora in grado, per il momento, di verificare con altre fonti tutti questi elementi.
«Una persona straordinaria». Chi conosce Luca Abbà , l’uomo caduto da un traliccio mentre protestava per l’ampliamento del cantiere della Tav, non nasconde l’emozione. E la rabbia: «Ora basta».
Luca, 37 anni, è tornato a vivere a Cels, una frazione di Exilles, da «diversi anni per fare l’agricoltore».
L’amore per la terra e la natura l’ha spinto «a difenderla fino in fondo dalle mani avide degli speculatori», come ha scritto lui stesso in un articolo per Notav.info.
Un impegno, il suo, che lo vede protagonista nel Comitato No Tav Alta Valle.
Abbà , insomma, «non si tirava mai indietro».
Anche perchè le sue «terre sono vicine al cantiere».
Ma non solo: fa parte dei 50 proprietari del terreno espropriato lunedì mattina per ampliare il cantiere e cominciare i lavori.
Gli amici sono tutti sconvolti.
Attendono notizie dall’ospedale.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’ABROGAZIONE DELLA LEGGE 188 HA PERMESSO IL RITORNO A RICATTI OCCUPAZIONALI, COLPENDO SOPRATTUTTO IL DIRITTO DELLE DONNE ALLA MATERNITA’ E LASCIANDO SPAZI A IRREGOLARITA’ DI TRATTAMENTO
Altra iniziativa di “Liguria Futurista”: questa volta si tratta di un volantinaggio nei quartieri del ponente genovese per sensibilizzare la cittadinanza contro la prassi delle lettere di dimissioni in bianco, fatte firmare al lavoratore all’atto dell’assunzione.
Un pratica favorita dall’abrogazione della legge 188 da parte del precedente governo.
La legge del 17 Ottobre 2007 n. 188 recitava infatti che la lettera di dimissioni volontarie, volta a dichiarare l’intenzione di recedere dal contratto di lavoro, e’ presentata dalla lavoratrice e dal lavoratore, su appositi moduli predisposti e resi disponibili gratuitamente dalle direzioni provinciali del lavoro e dagli uffici comunali, nonche’ dai centri per l’impiego.
I moduli riportano un codice alfanumerico progressivo di identificazione, la data di emissione, nonche’ spazi, da compilare a cura del firmatario, destinati all’identificazione della lavoratrice o del lavoratore, del datore di lavoro, della tipologia di contratto da cui si intende recedere, della data della sua stipulazione e di ogni altro elemento utile.
I moduli avevano validita’ di quindici giorni dalla data di emissione ed erano disponibili anche on line, da scaricare dal sito del Ministero del Lavoro e dell’Inps.
Questa legge aveva introdotto un principio semplice, il divieto di far firmare preventivamente dimissioni n bianco al lavoratore e alle lavoratrici.
Le dimissioni in bianco sono una piaga sociale che soprattutto al sud, ma anche nelle regioni del nord, rappresenta un’arma di ricatta verso tutti quei lavoratori che pur di lavorare, subisco vessazioni contrattuali e irregolarità di trattamento rispetto ai contratti collettivi nazionali.
E’ una piaga sociale che limita l’accesso al mondo del lavoro delle donne e le ricatta costantemente rispetto all’evoluzione della loro vita famigliare.
“Ti assumo ma se rimani incinta ti licenzio, se fai sciopero ti licenzio, se non fai quello che dico io ti licenzio”.
Purtroppo questo malcostume è dilagante soprattutto nelle piccole aziende, soprattutto nel settore manifatturiero, soprattutto in quelle aree del Paese depresse dove criminalità e sommerso la fanno da padroni.
Il governo Berlusconi con la legge 133 del 06 agosto 2008 art.39 comma 10 ha abrogato la legge 188/07, completamente.
Chiediamo al ministro Fornero di ripristinarla.
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
argomento: Lavoro, Liguria Futurista | Commenta »
Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI: E’ UN’EMERGENZA, COME L’EVASIONE, NECESSITA UN IMPEGNO ANALOGO
Dalla malasanità calabrese ai finanziamenti a pioggia friulani, dai falsi invalidi di Napoli ai prof
assenteisti di Genova.
Il Paese degli sprechi, e dei furbetti, raccontato in centinaia di pagine: quelle delle relazioni dei procuratori regionali della Corte dei Conti.
Le inaugurazioni dell’anno giudiziario, in questi giorni, stanno sollevando le bende dalle ferite inferte in ogni angolo d’Italia dalla cattiva amministrazione.
E non c’è solo la corruzione, fenomeno recrudescente denunciato dai magistrati contabili, a imperversare lungo lo Stivale e gonfiare le cifre del danno erariale sino a portarlo a oltre 60 miliardi.
C’è una “gestione improvvisata” che, come dice il procuratore campano Tommaso Cottone, può “andare oltre la malafede” e che vale una somma non quantificabile con facilità , ma comunque enorme. Depredando bilanci sempre più asfittici e facendo gridare allo scandalo in tempo di crisi.
Dietro ogni emergenza nazionale uno sperpero di danaro: i cinque miliardi chiesti all’ex subcommissario dei rifiuti in Campania per le “inutili stabilizzazioni degli Lsu”, il “pregiudizio erariale” ancora da stimare per i ritardi nella realizzazione dei moduli abitativi nell’Abruzzo colpito dal terremoto.
Ci sono le vecchie e le nuove vie dello spreco: in Sicilia alle consulenze da record – e lo staff di un presidente di Provincia può costare un milione di euro – si abbinano spregiudicate operazioni finanziarie come quella che ha fatto finire nel nulla 30 milioni.
E poi i casi che fanno sorridere, se non ci fossero di mezzo i soldi (e le tasse pagate) di tutti noi: i finanziamenti alla società ligure di charter nautico utilizzati per l’acquisto delle imbarcazioni private degli amministratori, o quella sommetta – 245 mila euro – chiesti dalla Corte dei conti al Comune di Santa Maria Capua Vetere, in Campania, per “l’inefficiente gestione delle lampade votive”.
Ma ci sono anche i casi nazionali, come la Sogei che non vigila su slot machines e videopoker procurando un danno erariale da 800 milioni e la Farnesina che ne paga 20 per un ospedale in Albania che non verrà mai costruito.
Una fiera dell’illegittimo, dell’assurdo, nel Paese dei mille campanili e degli altrettanti rivoli di spesa che ha portato il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, a dire: “La lotta all’evasione deve essere accompagnata da quella allo spreco. Se si aumenta la pressione fiscale bisogna stare molto attenti a come si spendono questi soldi che così abbondantemente sono stati prelevati dai cittadini”
La relazione del procuratore della Corte dei Conti del Lazio, Angelo Raffaele De Dominicis, contiene anche numerosi esempi di maxi-sprechi di denaro pubblico commessi su scala nazionale che sommano alla miriade di quelli locali.
Spicca il caso Sogei, costato allo Stato più di 800 milioni di euro.
Alla società di telematica pubblica era stato assegnato il compito di connettere in rete tutte le slot machines, videopoker e i vari giochi elettronici presenti nei bar e nelle sale da gioco per controllarne l’attività .
Ma la Sogei non lo ha fatto, e dal 2004 al 2007 gli apparecchi collegati in rete erano pochi e la metà di questi non ha mai trasmesso i dati.
Scrive dunque la Corte dei Conti: “Il servizio non svolto come prescritto ha permesso una rilevante evasione fiscale”. Inoltre lo Stato non ha potuto vigilare sull’attività della criminalità organizzata nel business delle slot, così come facendo operare gli apparecchi scollegati dalla rete non ha potuto evitare eventuali operazione anti-riciclaggio.
Un altro spreco di dimensioni colossali citato dalla Corte dei Conti del Lazio è quello dei 20 milioni di euro stanziati dal ministero degli Esteri per la costruzione dell’ospedale “Nostra Signora del Buon Consiglio” a Tirana, Albania.
Ospedale che non è stato completato: dei 20 milioni stanziati dalla Farnesina 10 sono andati persi prima che il progetto venisse revocato per impossibilità di essere portato a termine.
Altro caso evidenziato dalla Corte dei Conti è quello della Federazione italiana Hockey e Pattinaggio: una serie di spese di rappresentanza prive di giustificazione, indebiti rimborsi al presidente e al segretario generale hanno generato la bellezza di 380mila euro di danni erariali resi possibili anche da una carenza di vigilanza da parte del Coni.
Viene segnalato anche un caso che coinvolge la Federazione Pugilistica italiana: un gran quantità di furti e ammanchi di cassa – denunciati dalla stessa federazione – hanno fatto sparire un milione e trecentomila euro.
Nel 2011 i giudizi risarcitori per le pratiche di invalidità false in Campania hanno raggiunto la cifra-record di 2,5 milioni di euro.
Ma all’attenzione dei magistrati contabili c’è anche la gestione dei rifiuti.
L’ex sub-commissario Giulio Facchi è stato condannato a pagare 5,4 milioni per “l’inutile stabilizzazione di Lsu destinati alla raccolta differenziata”.
Ma una “gestione della cosa pubblica improvvisata, che va oltre la malafede” (parole del procuratore Tommaso Cottone) si estende alla formazione professionale: nel mirino finiscono i corsi-fantasma presso la sovrintendenza archeologica organizzati a Pompei.
Al Comune di Santa Maria Capua Vetere viene invece contestato un danno da 245mila euro per “l’inefficiente gestione delle lampade votive”.
Ma c’è la Regione in prima linea: i magistrati contabili citano le sanzioni nei confronti degli assessori della giunta Bassolino (da cinque a venti volte il loro salario) per avere attivato un mutuo destinato a spese non di investimento fra il 2006 e il 2007.
In Sicilia lo spreco avanza, cambia forma e mantiene l’Isola luogo simbolo della cattiva gestione.
Assume le sembianze di spregiudicate (e illegittime) operazioni di finanza straordinaria.
Come quella che, negli anni scorsi, fece la Provincia di Palermo affidando 30 milioni a una società – la Ibs Forex di Como – che prometteva guadagni anticiclici investendo nei mercati monetari. Risultato: società fallita, soldi scomparsi e vertici dell’ente chiamati a rispondere del danno erariale.
Ma un leit-motiv della relazione del procuratore Guido Carlino è quello delle consulenze. Centinaia gli incarichi assegnati.
I casi più eclatanti: quello del presidente della Provincia, sempre di Palermo, Giovanni Avanti, denunciato per uno staff di collaboratori dal costo di un milione.
Oppure l’ex commissario della Fiera del Mediterraneo condannato per aver continuato ad affidare incarichi in una “situazione di precarietà finanziaria” che avrebbe portato l’ente al fallimento.
In Abruzzo la ricostruzione dopo il sisma del 2009 ha richiamato anche l’attenzione della Corte dei conti per una (al momento) imprecisata quantità di fondi persi in un intreccio di lungaggini e sprechi.
Un “pregiudizio erariale” viene segnalato per i “gravi ritardi accumulati nella realizzazione dei moduli abitativi provvisori”.
I controlli della Guardia di Finanza tra maggio e dicembre 2011 hanno fatto recuperare ai Comuni dell’Aquilano 230mila euro di finanziamenti concessi per il “mantenimento del reddito” delle imprese colpite dal sisma: erano stati assegnati con procedure non regolari.
E alla Corte è arrivata anche la denuncia su 500 coppie di abitanti del capoluogo che avrebbero riscosso, nel tempo, un doppio contributo di “autonoma sistemazione” fingendo di essere separate o divorziate.
La Finanza ha individuato anche una trentina di casi di terremotati della Valle Peligna cui sono stati accreditati contributi non richiesti: li hanno dovuti restituire.
Il faro lo accende il procuratore della Corte dei Conti del Lazio Angelo Raffaele De Dominicis.
Poi interviene la procura di Roma: c’è qualcosa che non torna negli sprechi per la costruzione della linea C della metropolitana capitolina, opera infinita e già bollata come la più costosa d’Europa.
Si parla di corruzione e di inefficienza. Doveva essere pronta per il Giubileo del 2000 ma è ancora in alto mare.
Il costo previsto a inizio progetto era di un miliardo 925 milioni. Poi il conto è salito a 2 miliardi 683 milioni. Quindi a 3 miliardi e 47 milioni.
Per arrivare, oggi, a 3 miliardi 379 milioni.
Ma senza considerare 485 milioni di maggiori esborsi per quattro arbitrati già aperti, altri 100 milioni appena stanziati dal Cipe e il miliardo 108 milioni delle cosiddette “opere complementari” per la tutela archeologica. Totale: 5 miliardi e 72 milioni.
Che potrebbero però salire a 6 miliardi, triplicando le cifre di partenza, se il costo della tratta Colosseo-Clodio sarà in linea con quello registrato per il resto dell’opera.In Liguria è l’assenteismo l’ultima frontiera esplorata dai controllori dei conti pubblici, con l’inchiesta che tocca l’ateneo di Genova: la Corte indaga sull’effettiva presenza nelle aule – in occasione di lezioni ed esami – di un gruppo di docenti universitari, alcuni dei quali con studi professionali in altre città o all’estero.
Spiccano i nomi noti, come l’economista Amedeo Amato e gli architetti Mosè Ricci e Marco Casamonti.
L’apertura dell’indagine, rivelata dal procuratore Ermete Bogetti, nasce da un esposto del garante dell’università .
Un’altra maxi-inchiesta è a carico di alcuni funzionari dell’Inail che avrebbero rilasciato false attestazioni di esposizione all’amianto a lavoratori alla ricerca di benefici previdenziali o assistenziali.
Danno erariale: 34 milioni.
Nel mirino anche un finanziamento concesso dalla ex Sviluppo Italia a una società che si sarebbe dovuta occupare di charter nautico: delle barche avrebbero fatto uso personale gli amministratori della società e i loro parenti.
La malasanità calabrese costa 300 milioni di euro.
Soldi andati via in indennità illegittime per i camici bianchi, assunzioni ingiustificate, risarcimenti ai familiari di pazienti deceduti a causa di errori di medici e infermieri. Nel 2011 sono stati 103 gli atti di citazione in materia di sanità , contro i 17 dell’anno precedente, con una richiesta di danni (300 milioni, appunto) sette volte superiore all’importo del 2010.
Novantuno atti di citazione hanno riguardato primari che tra il 2004 e il 2008 hanno indebitamente percepito indennità non spettanti per attività intramuraria, mentre tre hanno avuto come oggetto il risarcimento danni nei confronti di personale ospedaliero che ha causato il decesso di pazienti.
Un danno di 23 milioni è stato stimato per l’illecita trasformazione dei contratti di 76 Co. co. co. L’ombra di una truffa anche dietro lo screening dei tumori femminili: l’illecita utilizzazione dei finanziamenti concessi “ha impedito l’avvio del progetto nonostante l’avvenuto acquisto di costosi macchinari rimasti inutilizzati”.
La Lombardia non è solo martoriata dalla corruzione, spesso e volentieri legata all’Expo del 2015. Ci sono anche inspiegabili sprechi.
Come quello evidenziato dal procuratore regionale della Corte dei Conti Antonio Caruso, che cita il caso Sogemi: gli ex dirigenti della società municipalizzata che gestisce l’Ortomercato – a cominciare dal presidente Roberto Predolin – sono accusati di non aver incassato dai grossisti i crediti per i canoni di concessione nonostante le sentenze sui contenziosi dessero loro ragione.
“All’esito degli accertamenti istruttori – scrivono ora i magistrati contabili – emergeva una notevole trascuratezza da parte dei vertici societari”. La società aveva “illogicamente rinunciato a oltre 6 milioni di euro”.
Di qui la decisione di citare in giudizio i vertici della municipalizzata.
Ma ci sono anche casi – uno da 204mila euro – di assunzioni di personale esterno alla pubblica amministrazione per incarichi per i quali i dipendenti interni erano in grado di svolgere.
Il ricco Nord Est fa incetta di finanziamenti pubblici. E scopre l’espandersi delle inchieste sui contributi a pioggia.
Le inchieste della magistratura contabile, nel 2011, hanno riguardato i 430 mila euro di fondi regionali a favore di una radio privata per una campagna elettorale per la promozione turistica del Friuli.
Ma anche i 60 mila euro che l’amministrazione regionale ha elargito a un’associazione di ginnastica di Trieste o quei 190 mila euro che il Comune di Trieste, nel 2010, pensò bene di distribuire ai propri consiglieri “per interventi contributivi a favore di associazioni operanti nel territorio”.
Il sospetto, qualcosa di più, è che il clientelismo abbia esteso le sue radici ben oltre il Mezzogiorno.
Vengono poi citati in giudizio per un danno di circa 189mila euro i vertici dell’Azienda sanitaria di Trieste che nel 2006 consentirono il trasferimento di alcuni dipendenti – interamente spesati con denaro pubblico – presso un ateneo fuori regione per il conseguimento di lauree specialistiche.
Alberto D’Argenio e Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, emergenza, Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2012 Riccardo Fucile
ALTRE POLEMICHE SUL TESSERAMENTO NEL PARTITO GUIDATO DA ALFANO: NELL’ISTITUTO IL MODULO CON L’OBBLIGO DI RICONSEGNA… QUANDO LA POLIDORI FACEVA FINTA DI NON CONOSCERE SUO CUGINO
Il Cepu? Una grande riserva di caccia per i signori delle tessere Pdl. Certamente a Milano, dove
un dipendente dell’istituto privato che prepara gli studenti agli esami universitari (e non solo) ha trovato sulla sua scrivania il modulo per l’iscrizione al Popolo della libertà .
Con un ordine secco scritto a
mano su un post-it : “Da consegnare firmato”.
Le istruzioni orali erano solo un poco meno perentorie: “Poi votate chi vi pare, ma intanto prendete la tessera del Pdl”.
Difficile dire di no ai propri capi.
Così il tesseramento forzato al Cepu si aggiunge alla lunghissima serie di irregolarità denunciate nelle scorse settimane dentro il partito di Silvio Berlusconi.
Iscritti a loro insaputa, tesserati defunti o minorenni.
Perfino pacchetti di adesioni in odore di camorra.
Le irregolarità sono state segnalate in diverse parti del Paese, da nord a sud. A Bari, ma anche a Vicenza, a Modena come a Brescia.
Qui si è trovata iscritta al Pdl, con tessera numero 158378 e fotocopie allegate dei suoi (veri) documenti, una militante del Pd che certo non si sognava di entrare nel partito di Berlusconi.
In Brianza, tra Arcore e Monza, hanno dovuto intervenire i carabinieri per cercare di capire le “anomalie” del tesseramento, con iscritti minorenni, dipendenti di aziende arruolati in blocco, iscrizioni regalate (pagate da chi?).
A Salerno la procura ha aperto un’inchiesta che sta verificando addirittura il ruolo nel tesseramento Pdl giocato dai clan camorristi dell’agro nocerino-sarnese.
Il segretario del partito, Angelino Alfano, ha tentato di chiudere le polemiche: “Ai congressi vota solo chi si presenta di persona con documento d’identità e bollettino di versamento della quota di iscrizione. Ogni irregolarità sarebbe dunque inutile e non avrebbe alcuna incidenza sui risultati elettorali. Ho avuto conferma del pieno rispetto delle regole e quindi”, rassicura Alfano, “prosegue la stagione congressuale del Pdl”.
Tranquilli anche i coordinatori nazionali del partito, Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini: “Ottima la dichiarazione di Angelino Alfano, che mette la parola fine alla telenovela tessere del Pdl. È la prima volta che un partito decide di consentire il voto solo all’iscritto che si presenta personalmente , munito di carta d’identità e di bollettino postale di versamento della quota. È esclusa ogni possibilità di delega. Sono regole a prova di bomba”.
Intanto però in diverse parti del Paese continuano le inchieste della magistratura e gli accertamenti delle forze dell’ordine.
Le votazioni congressuali proseguono con le nuove regole, ma le iscrizioni potrebbero comunque essere state viziate da irregolarità e gonfiate da dirigenti desiderosi di fare bella figura e con una fame da lupi di nuovi iscritti. Ora entra in scena anche il Cepu.
Con una campagna di tesseramento al Pdl molto “spinta” dentro le sue sedi. Al Cepu, Berlusconi gioca da sempre in casa: Catia Polidori, cugina del fondatore, è stata una dei deputati che, tradendo Gianfranco Fini e schierandosi con Berlusconi, hanno allungato la vita al governo del Cavaliere. In cambio, nell’ottobre 2011 è stata nominata viceministro. Di Francesco Polidori, che il Cepu se l’è inventato una trentina d’anni fa, è poi risaputa l’incrollabile fede “azzurra”.
Imprenditore di Fraccano, paesino sopra Città di Castello, ha ottenuto un incredibile successo con il suo “Centro europeo di preparazione universitaria”. In politica, ha dapprima sostenuto il nascente movimento di Antonio Di Pietro, ma a partire dal 1994 si è schierato con Berlusconi.
Nel 2010 gli ha messo a disposizione anche le sedi Cepu, proponendo al leader del Pdl di usarle come rete capillare sul territorio per fare politica.
Non si è mai capito fino in fondo come Berlusconi abbia risposto all’offerta e che seguito abbia avuto il movimento fondato un paio d’anni fa da Polidori, “Federalismo democratico umbro”, con l’obiettivo di sostenere la politica berlusconiana.
Oggi, però, di quel sostegno emerge un segnale concreto: i moduli d’iscrizione al Pdl distribuiti nelle sedi del Cepu.
Con l’ordine: “Iscrivetevi”.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
(vignetta da diksa53a)
argomento: PdL | Commenta »