Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA CORSA IN AUTO AD ARCORE ALLA DENUNCIA CON 31 ORE DI RITARDO, I MISTERI DEL SEQUESTRO LAMPO… ECCO I BUCHI NELLA RICOSTRUZIONE DEL RAGIONIERE
Hanno condotto indagini segretissime sul sequestro lampo di uno degli uomini più legati da
un rapporto di fiducia all’ex presidente del Consiglio.
E si sono chiesti spesso: «Ma sarà così? O c’è sotto qualcosa che non sappiamo?». Sull’aggressione subita dal ragionier Giuseppe Spinelli e dalla moglie Anna agli investigatori qualche conto non torna.
E anche se l’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini s’è chiusa in un mese appena, e ha avuto successo, è stata fatta partire (va detto subito) con trentuno ore di ritardo. E con un fax, spedito dall’avvocato Niccolò Ghedini.
Perchè i pubblici ministeri non sono stati informati subito della violenza subita dal ragioniere e sua moglie?
E perchè non l’ha fatto lo stesso Spinelli che ha invece scelto di correre in auto ad Arcore?
LA TALPA
Siamo nella notte di lunedì 15 ottobre, all’ottavo e ultimo piano abitato di un palazzo a Bresso, ai confini di Milano.
L’appartamento consiste in uno studio, una lavanderia, una camera matrimoniale e l’ex camera della figlia, una sala, una cucina semi abitabile e due bagni.
Ci abitano i coniugi Spinelli. Lei casalinga, lui il cassiere di Berlusconi, già delegato ai pagamenti a Ruby Rubacuori, a Nicole Minetti, alle «olgettine».
È anche l’uomo che ritirava il denaro in contanti, anche a colpi di 300mila euro, dalla banca di Milano2 per consegnarlo al datore di lavoro.
L’assalto scatta proprio nel giorno in cui Spinelli abitualmente rincasa più tardi: perchè vede a quattr’occhi «il Dottore», e cioè Berlusconi.
Qualcuno dall’interno ha avvisato questa banda che forse da giugno «vuole» prendere Spinelli?
I LEGAMI CON I CLAN
Francesco Leone viene per ora ritenuto il capobanda, del mix di sei uomini, italiani e albanesi, catturati ieri.
È sua la «mano affusolata, con le unghie ben curate» (testimonianza di Spinelli) che tocca un tappo di bottiglia. I poliziotti, dopo l’allarme tardivo, ne sequestrano ben cinquanta.
Uno solo ha impronte non compatibili con quelle dei coniugi. Leone viene individuato, pedinato, intercettato. È un pugliese, rapinatore. È un “pentito”.
Era legato al clan barese dei Parisi.
E qui bisogna aprire una parentesi non sfuggita agli investigatori. Barbara Montereale è una ragazza invitata da Giampiero Tarantini, accusato di sfruttamento della prostituzione, nella casa romana di Berlusconi.
Lei è molto amica del rampollo di mala Radames Parisi.
In una telefonata, intercettata, parlano di «anelli, bracciali, collane» in regalo, e lei dice al boss: «Dobbiamo ritornare al palazzo Ducale, al palazzo Berlusconi, ci vuole rivedere».
C’è forse un nesso tra le storie di prostituzione sull’asse Bari-Roma- Villa Certosa e questo ex pentito che irrompe a casa Spinelli? Se li ha davvero, quali documenti può avere uno come Leone?
L’IRRUZIONE
Sinora esiste solo la versione di Spinelli e moglie.
Questa: il capobanda Leone viene fatto entrare nella casa degli Spinelli alle 2 di notte e «mi ha fatto vedere – dice Spinelli, nel verbale d’interrogatorio – un foglio A4, un po’ ingiallito e sgualcito, e c’era scritto quanto segue: in alto Lodo Mondadori, De Benedetti», poi c’è scritto di «una cena di Fini con magistrati».
Leone mette sul divano «una chiavetta e un dvd, dicendomi che in quei supporti informatici c’erano sette ore e 41 minuti di registrazione di cose – racconta sempre Spinelli – che avrebbero danneggiato De Benedetti sempre in relazione al lodo Mondadori».
Questi supporti funzionano? No, in nessuno degli apparecchi degli Spinelli. Ma se uno ha un materiale così importante, quale bisogno ha di entrare armi in pugno a casa di due anziani? E non si porta un pc, un tablet?
IL PRESUNTO DOSSIER
Due sono oggi gli elementi a confortare la polizia sulla soluzione totale del giallo. Durante gli arresti, è stata sequestrata una montagna di materiale informatico: dvd, chiavette, pc. Non viene aperto, bisogna fare le «copie legali», rendere cioè questo materiale utilizzabile con ogni garanzia.
«Se c’è qualche cosa di concreto, si saprà », spiegano. E mercoledì cominciano gli interrogatori. Le possibili confessioni dei protagonisti non sono affatto escluse, anzi: «Non potremo non sapere com’è andata», affermano gli inquirenti.
Perchè una domanda s’impone: che tipo di materiale pensavano di avere in mano questi banditi da permettersi di chiedere a Berlusconi ben 35 milioni di euro?
O la loro era una millanteria? E a quale fine?
IL SETTIMO UOMO
Marito e moglie, dopo dodici lunghe ore di tensione, dopo le telefonate in viva voce a Berlusconi e Ghedini, dopo le tante menzogne che Spinelli deve dire («Ho visto il filmato, è autentico») alle 9 del mattino di martedì 16 vengono abbandonati a loro stessi. Senza nulla in mano, i rapitori mollano.
Spinelli corre ad Arcore, parla con Berlusconi e con Ghedini, riferisce tutto e, quando torna a casa, suona il telefono: «Giuseppe, che hai deciso?», chiede una voce maschile. Lui dice che «in quei termini non era accettabile (…), che Berlusconi voleva vedere i filmati, fare una cosa poi trasparente».
Il bandito, allora, «ha interrotto la telefonata con aria un po’ brusca».
Tutto qui? Cioè, un gruppo organizza un sequestro lampo, rischia, e quando emerge una difficoltà prevedibile chiude il telefono?
Questa domanda si somma a un’altra: il capobanda barese a volte è andato in una stanza più appartata e secondo Spinelli «si consulta con qualcuno».
Può esistere un mandante? E se c’è, a quale mondo appartiene?
I DUBBI SUL RISCATTO
A Ilda Boccassini e al sostituto Paolo Storari i poliziotti hanno riferito che, ancora nei giorni scorsi, alcuni uomini della gang hanno aperto due cassette di sicurezza in zona. Hanno avuto contatti con una banca svizzera per un’altra cassetta di sicurezza.
E parlavano, nelle conversazioni intercettate, e poco comprensibili, di «otto milioni».
I pubblici ministeri, ipotizzando il pagamento del riscatto, hanno chiesto e ottenuto il blitz.
Ma nelle varie cassette di sicurezza ieri sono state trovate solo banconote fac-simili. Di quelle usate spesso nelle truffe.
Dunque, torna ancora la domanda cruciale: che cosa volevano i banditi da Berlusconi? Cercavano, come altri, di sfruttare la vulnerabilità di un miliardario che già si è sobbarcato i pagamenti o le richieste di denaro dei Lavitola, Tarantini, delle 42 ragazze-testimoni del processo?
E come mai, quando la mattina di martedì Berlusconi apprende che Spinelli e sua moglie sono stati aggrediti in casa, un politico di primo piano ed ex premier non sente la necessità di avvisare la polizia?
Ha chiamato per Ruby da Parigi, non chiama per un’aggressione da Arcore?
Perchè?
Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
ALLE URNE QUASI 51.000 VALDOSTANI
Una vittoria schiacciante dei “sì”.
Si è espresso contro il pirogassificatore e il trattamento a caldo dei rifiuti il 94.02 per cento dei votanti. contro il 5,98 per cento di chi si è espresso per il “no”.
Sono andati alle urne 50 mila 909 cittadini. Le schede bianche sono state 436, le schede nulle 339.
Fioccano intanto le prime reazioni.
Dice il consigliere regionale di Alpe Alberto Bertin: “Una maggioranza divisa e litigiosa ha ricevuto con questo voto la sfiducia dei valdostani”.
Gli fa eco il segretario di Alpe Chantal Certan: “In questo voto c’è la volontà di politica nuova, un atto contro la maggioranza regionale”.
Per Legambiente “ha vinto la partecipazione”.
Sulll’altro versante, già ieri sera Il presidente dell’Union Valdotaine Ego Perron aveva detto: “Ai valdostani non è piaciuto il messaggio di non andare a votare. Me ne assumo la responsabilità personale”.
Per il coordinatore del Pdl della Valle d’Aosta Alberto Zucchi “l’invito della maggioranza a non votare al referendum non è stato compreso ed è stato causa di molti mal di pancia”.
Il segretario di Stella Alpina dice: “Prendo atto del risultato e ritengo che il referendum sia passato perchè i valdostani hanno avuto paura di una situazione ignota”.
In mattinata si aggiungono le parole del segretario del Pd Raimondo Donzel (“Il governo regionale deve ora avviare un serio confronto con il Comitato del sì per decidere le modalità della futura gestione a freddo dei rifiuti in Valle d’Aosta”) e del coordinatore della Federation Autonomiste Claudio Lavoyer (“siamo rispettosi del risultato. ma per quanto ci riguarda non ci saranno ripercussioni politiche nella maggioranza”).
Ha parlato anche il capogruppo del Pdl in Consiglio regionale Massimo Lattanzi: “Abbiamo lavorato nove anni per elaborare un progetto di trattamento dei rifiuti che ora è stato bocciato. E’ impensabile che nei prossimo sei mesi possiamo trovare un’altra soluzione. Il problema dovrà quindi essere affrontato nella prossimo legislatura”.
Ha preso posizione anche l’associazione Loris Fortuna: “Questo voto ci dice ora che si può aprire una prospettiva di cambiamento profonda perchè l’esito della votazione assume un significato che va oltre il quesito stesso”.
Ieri sera alla chiusura dei seggi, era emerso il primo risultatoi: il referendum sul pirogassificatore è valido.
Hanno votato 50.909 valdostani, pari al 48,92 per cento del totale degli aventi diritto e quindi superiore al quorum del 45 per cento richiesto dalla legge.
Esultano i promotori della consultazione guidati dall’associazione Valle Virtuosa, contrari alla realizzazione del pirogassificatore.
Notte di tensione, invece, per gli “antagonisti” del comitato Valle Responsabile e, soprattutto per i partiti della maggioranza in Regione (Uv, Pdl, Stella Alpina e Fèdèration Autonomiste), che avevano sostenuto l’astensione.
Nel precedente referendum propositivo – quello celebraratosi nel 2007 per chiedere la realizzazione di un ospedale nuovo – alle 19 aveva votato il 23,43 per cento dei valdostani.
Alla fine delle operazioni il quorum non era stato raggiunto e gli elettori andati al seggio si erano fermati a quota 27,16 per cento.
Ai referendum su acqua ed energia nucleare, celebratisi nel giugno 2011 (ma su due giorni, domenica e lunedì mattina), l’affluenza alle 19 era stata del 35,7 per cento.
All fine ha votato, in quell’occasione, il 60,8 per cento degli elettori valdostani.
(da “La Stampa”)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELLA GIOVENTU’ SCIOGLIE LA RISERVA E ORA GLI EX AN RAPPRESENTANO UN PERICOLO PER ALFANO… RESTA L’INCOGNITA TREMONTI
Una sfida affollata. Saranno in dieci a contendersi nel centrodestra la candidatura per la
premiership.
Anche Giorgia Meloni ha scelto di partecipare alle primarie del Pdl. “Una decisione complessa – dice – e anche un po’ sofferta, ma ci sono alcune cose da chiarire”, anche rispetto a quanto dice il segretario Alfano “su Monti”.
La lista dei candidati è lunga e vede in corsa, oltre alla Meloni, Angelino Alfano, Daniela Santanchè, Michaela Biancofiore, Alessandro Cattaneo, Giancarlo Galan, Gianpiero Samorì, Alessandra Mussolini, Guido Crosetto e Vittorio Sgarbi. Resta l’incognita GiulioTremonti, il cui nome era circolato nei giorni scorsi.
L’ex ministro della Gioventù spiega così la sua decisione: “Mi candido perchè penso valga la pena di dire alcune cose con chiarezza e capire quanto certe idee hanno consenso”.
Ad esempio, continua la Meloni, “io sono per il bipolarismo e per un no chiaro all’esperienza Monti. Dobbiamo tornare alla sovranità del popolo”.
E, rispetto a quel che dice Alfano, ci sarebbe da chiarire “se il Pdl è disponibile – dice – a sostenere Monti senza la sinistra e a sostenerlo con Montezemolo e Casini, mentre il mio è un no in ogni caso”.
L’ex ministro spiega poi di “non aver parlato con Berlusconi” della sua candidatura. “È stata una decisione complessa – aggiunge – e anche sofferta perchè ci si candida a guidare il Paese”.
Infine, quanto alla ‘rottamazione’ dell’attuale classe dirigente del Pdl, la Meloni ricorda: “Io ho già chiesto un passo indietro prima di candidarmi. Anche se tutta la dirigenza del partito si schierasse con Alfano ritengo ci sia una platea enorme di persone a cui rivolgersi”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
LE NUOVE NORME SI LIMITANO AD APPALTARE IL CONTROLLO DEI BILANCI A SOCIETA’ ESTERNE… MANCA LA VERIFICA DELLE SINGOLE SPESE
I conti dei gruppi parlamentari, nonostante gli scandali che hanno travolto la politica, sono poco trasparenti e rischiano di rimanerlo ancora perchè il provvedimento che il Senato si accinge a votare non considera i rendiconti delle singole spese, ma affida a società esterne la revisione contabile dei bilanci nel loro complesso.
La proposta di modifica del regolamento interno che domani il Senato dovrebbe votare è stata al centro di un servizio di Report, dedicato a far luce sull’utilizzo di quei 75 milioni di euro che i gruppi parlamentari, ovvero i partiti, ricevono per le spese dalle presidenze di Camera e Senato.
Una cifra non solo ragguardevole e che si aggiunge ai 300milioni di euro che annualmente la legge eroga a tutti i partiti politici per “rimborsi elettorali”, ma consente anche vantaggi degni di un paradiso fiscale dal momento che i regolamenti parlamentari non impongono alcun tipo di rendicontazione.
I fondi che i singoli gruppi ricevono serve a mantenere in efficienza un sistema complesso; un gruppo parlamentare ha in organico una folta schiera di personale che gravano sul bilancio del gruppo e percepiscono un’indennità che è qualificata come rimborso, e non come compenso, restando quindi esenta da tasse.
L’indennità dei capigruppo inoltre ha un valore del tutto discrezionale, e non viene reso pubblico.
Report denuncia anche la “zona grigia” dei gruppi misti: ai loro membri si continua a garantire un’indennità tra i 75mila e i 150mila euro annui ciascuno.
In un quadro tanto poco trasparente dove le maglie del controllo sono così larghe, l’opacità sulla gestione e la destinazione d’uso di tali cifre sembra riguarda anche gli stessi membri dei gruppi parlamentari.
In questo contesto, si inquadra il voto di domani a Palazzo Madama: il nuovo regolamento affiderà ad una società di revisione esterna il bilancio dei gruppi parlamentari ma continuerà a non prevedere la rendicontazione documentale delle spese sostenute dai gruppi parlamentari.
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
NELLE TASCHE DI GAETANO RIINA, FRATELLO DI TOTO’… ANNI DI SOLDI ALL’AGRICOLTURA, CONTROLLI BEFFA
Esponenti della criminalita organizzata hanno incassato contributi dell’Unione Europea per
gli agricoltori.
Tra i beneficiati anche Gaetano Riina, il fratello di Toto Riina, in carcere da quattro anni. I fondi ovviamente non possono andare a chi e sotto sorveglianza di polizia o ha una condanna per mafia.
Ma bastava un’autocertificazione per ottenerli.
La prima domanda, banalissima, che viene in mente è la seguente: come mai nessuno faceva i controlli?
È un interrogativo che si pongono spesso anche i magistrati della Corte dei conti, quando si trovano davanti a casi come quello di Gaetano Riina.
L’anno scorso il fratello di Totò Riina, l’ex Capo dei Capi di Cosa Nostra, si è visto confermare in appello una condanna a restituire all’Agea, l’agenzia che eroga i finanziamenti agli agricoltori, contributi pubblici per 25.328 euro.
I giudici contabili hanno concluso che il Gaetano Riina aveva intascato fondi comunitari senza averne diritto.
Secondo la legge i contributi di Bruxelles non possono essere erogati nè a chi è sottoposto a misure di prevenzione quali la sorveglianza speciale di polizia (ed è questo il caso), nè a chi abbia subito una condanna in appello per associazione mafiosa, senza aver ottenuto una successiva riabilitazione.
Per ben sette anni dal 1997 al 2004, hanno argomentato i magistrati nella loro sentenza, il fratello di Totò Riina aveva presentato regolare domanda, «omettendo peraltro di produrre la certificazione antimafia», e l’agenzia che dipende dal ministero delle Politiche agricole aveva pagato.
Senza evidentemente battere ciglio.
Una delle poche circostanze in cui il principio dell’autocertificazione funziona a dovere.
Ragion per cui la Corte dei conti ha fatto a Riina pure lo sconto. Mentre la procura aveva chiesto la restituzione di 42.214 euro, i giudici si sono infatti limitati al 60% di quella somma.
«Considerato», hanno scritto nella sentenza, «che nel causare il danno erariale complessivo ha inciso pesantemente anche l’amministrazione erogatrice del contributo, che ha sostanzialmente omesso i controlli di competenza in ordine alla regolarità e alla ammissibilità delle istanze presentate dall’interessato».
Una semplice sbadataggine o qualcosa d’altro? Chissà .
Di sicuro un nome come quello non poteva passare inosservato nemmeno nel 1997: il fratello di Gaetano, Totò, era da quattro anni in carcere.
Più complicato sarebbe stato fare tana a Giuseppe Spera, fratello di Benedetto Spera, uno degli uomini più fidati di Bernardo Provenzano, morto in carcere nel 2007.
Le sue domande di accesso ai fondi agricoli europei erano state infatti presentate attraverso un’associazione di categoria.
Ma anche allora nessuno aveva fatto poi le necessarie verifiche. E qualche mese fa i giudici contabili hanno sentenziato che i suoi eredi dovranno rimborsare all’Agea 38.593 euro di contributi indebitamente incassati fra il 1997 e il 2002. Il fatto è che situazioni come queste non sono affatto isolate.
Negli ultimi tre anni la Corte dei conti ha emanato una cinquantina di sentenze per danno erariale a carico di esponenti conclamati della criminalità o di persone sottoposte a misure di polizia che avevano incassato contributi pubblici destinati agli agricoltori.
E, a conti fatti, i contributi truffati così sarebbero circa due milioni di euro.
L’ultima sentenza è di fine ottobre. Biagio Mamone, che era stato condannato in via definitiva a otto anni per associazione mafiosa e concorso in estorsione nel lontano 1985, aveva percepito fino al 2009 i denari del fondo europeo.
Circa 11 mila euro in tutto, che se la decisione di primo grado sarà confermata, dovrà adesso rendere al ministero.
Negli stessi giorni, in Calabria, la Corte dei conti chiedeva al settantatreenne Antonio Piromalli la restituzione di 25.720 euro.
Soldi incassati per le campagne olivicole sebbene il «coltivatore» hanno sottolineato i magistrati, fosse stato sottoposto per cinque anni al soggiorno obbligato. Va ricordato che non sempre si parla di cifre modeste.
Qualche anno fa la Guardia di Finanza di Capo D’Orlando ha scoperto che un allevatore sottoposto a sorveglianza speciale aveva intascato quasi 250 mila euro di contributi nel quattro anni precedenti. Senza poi considerare che molti di questi illeciti finiscono in prescrizione.
Tre anni fa se l’è cavata così Alberto Campo, condannato nel 1994 per associazione mafiosa che, nonostante questo, aveva continuato a percepire i contributi che spettano ai marittimi imbarcati sui pescherecci: in tutto 120 milioni di vecchie lire.
Peccato, ha stigmatizzato la sentenza, che per nove anni, dal 1999 al momento in cui si è messa in azione la Corte dei conti, nel 2008, non sia stato «mai notificato alcun atto interruttivo della prescrizione».
Eppure, affermano i giudici, non era difficile: «Sia la capitaneria di porto di Milazzo, che aveva istruito la pratica per la concessione delle indennità , sia il ministero dell’Agricoltura, che ordinò la corresponsione dei benefici, sia la stessa Guardia di finanza, avrebbero potuto acquisire in qualsiasi momento il certificato del casellario giudiziale…».
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
E’ IN DIFFICOLTA’ UN QUINTO DELLA POPOLAZIONE
Gli individui che vivono in famiglie caratterizzate da deprivazione materiale sono aumentati di oltre 6 punti percentuali tra il 2010 e il 2011, coinvolgendo più di un quinto della popolazione (22,2%).
Al loro interno, quelli che si trovano in condizione di deprivazione grave quasi raddoppiano, arrivando all’11,1%.
Si tratta di persone che vivono in famiglia in cui si sperimentano rispettivamente almeno tre e più di tre limitazioni che intaccano seriamente il tenore di vita: non essere in grado di affrontare una spesa imprevista di 800 euro (una condizione che riguarda ormai il 38,4% della popolazione); non avere i mezzi per consumare un pasto adeguato almeno ogni due giorni; non potersi permettere di riscaldare adeguatamente l’abitazione; fare fatica a pagare il mutuo, le bollette o altri debiti.
Di più, una quota consistente di chi nel 2011 presentava tre, ed anche più, forme di deprivazione nell’anno precedente non ne aveva sperimentata nessuna, o solo una-due.
È un fenomeno che non riguarda solo chi si trova nel quintile più povero, ma anche chi si trova nel secondo o terzo quintile, quello che chiameremmo del ceto medio. Questa fotografia di forte peggioramento delle condizioni di vita materiale degli italiani emerge dalla indagine Istat che è parte dell’indagine europea Eu-Silc sulle condizioni socio-economiche della popolazione
Ci si era illusi che la capacità di risparmio delle famiglie, unita al fatto che la disoccupazione riguarda prevalentemente i giovani che spesso vivono ancora con i genitori, avrebbe continuato a funzionare come ammortizzatore sociale. In effetti, i dati per il periodo 2008-2010, dopo il peggioramento avvenuto all’inizio della crisi, tra il 2007 e il 2008, sembravano dare fondamento empirico a questa illusione. Il tenore di vita sembrava essersi stabilizzato e così l’incidenza della deprivazione materiale tra individui e famiglie.
Ma era solo un fenomeno temporaneo.
A fronte di una riduzione di reddito, per il venire meno dei redditi dei figli o per l’entrata in cassa integrazione del percettore principale di reddito, le famiglie hanno solo parzialmente ridotto il tenore di vita, riducendo invece i risparmi, quando non intaccandoli.
Con il perdurare e l’aggravarsi della crisi, cui si è aggiunto anche l’aumento della imposizione fiscale, in particolare sull’abitazione, mentre venivano ridotti anche i servizi, le famiglie e gli individui con redditi più modesti si sono trovate senza cuscinetto di riserva.
I dati recenti sulla riduzione della propensione al risparmio ne sono una conferma. Queste famiglie hanno dovuto incominciare ad intaccare sostanzialmente i consumi.
A fronte di questo forte peggioramento delle condizioni materiali per una parte rilevante della popolazione, sembra che l’unica cosa che tenga, che dia soddisfazione, e su cui ci si può azzardare ad avere fiducia, siano le relazioni famigliari e amicali più strette.
Al di fuori di queste sembra ci sia il vuoto. La “fiducia negli altri”, già poco diffusa in Italia, è ulteriormente diminuita nel 2012.
Possiamo stupirci, allora, se gli italiani sembrano ondeggiare tra le tentazioni populistiche, il ribellismo rabbioso e la ritirata nella vita privata di cui l’astensionismo è il segnale più vistoso?
Perchè il paese possa riprendersi non basta l’austerità , che anzi, se è cieca, rischia di rafforzare disaffezione e ribellismo.
Tanto meno aiuta una politica implosa su se stessa, dove nessuno sembra capace di indicare una strada che consenta di sopravvivere senza cadere nè nel baratro del debito, nè in quello della distruzione di capitale umano e sociale.
Pensare solo al primo senza considerare i secondi, non produce solo disperazione e aggrava le ingiustizie. Mette anche a rischio la coesione sociale.
Chiara Saraceno
(da “la Repubblica“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
“IO SONO COMUNISTA, SEL NO, MA IL PROGETTO E’ FEDERARE TUTTA LA SINISTRA”
Pace fatta tra Nichi Vendola e Oliviero Diliberto. Il leader del Pdci, ospite del Videoforum di
Repubblica Tv, spiega che alle primarie voterà “Vendola che mi rappresenta più degli altri”. L’endorsement di Diliberto avviene senza una moneta di scambio.
Voterà Vendola, aggiunge ancora il segretario del Pdci, “anche se lui i comunisti italiani non li nomina mai”. “Lo votiamo perchè è il più a sinistra dei candidati”.
“Io lo voto, ma non gli ho chiesto il permesso”, tiene a chiarire e ricorda: “con Vendola eravamo nello stesso partito fino a non molti anni fa. Io me ne ero andato un poco prima, ma insomma ce ne siamo andati entrambi da rifondazione”.
Diliberto non condivide l’idea delle primarie, ma che stasera andrà a registrarsi.
“In un appuntamento di questo genere vale la pena esserci, non essere spettatore”.
Anche in caso di ballottaggio Vendola-Bersani, appoggerebbe Vendola.
E tiene a ricordare che non sceglierebbe il sindaco di Firenze Matteo Renzi anche perchè “è reciproco, anche lui ha già detto che non vorrebbe me”. “Non rischiamo il divorzio, perchè non ci sposeremmo mai”.
Intervistato da Laura Pertici, Diliberto fa un riferimento all’attuale esecutivo. C’è infatti una questione che condivide con il leader di Sel, il giudizio sul governo tecnico. “I governi tecnici non rispondono al popolo, servono a fare il lavoro sporco che gli altri non riescono a fare”,
Comunque Diliberto non porterà i comunisti italiani in Sinistra ecologia e libertà : “per un motivo semplice: perchè io sono comunista e Sel no. Se avessi voluto fare la scelta, l’avrei fatta alla Bolognina”.
Discorso diverso per il “grande progetto” a cui il segretario del Pdci lavora da tempo, “federare tutta la sinistra. Costruire una federazione seria grande, larga, anche con Sel”.
In vista delle elezioni il leader del Pdci annuncia che non sarà candidato alle politiche.
Sottolinea che punta a far tornare “in Parlamento i comunisti”. “Non il sottoscritto. Io mi sono autorottamato, favorendo la candidatura di un operaio della Thyssen”.
Un’occasione per fare un commento su Renzi. “Tra le cose che dice Renzi, ce n’è una che trovo giusta: ci vuole il ricambio. Non è possibile che in parlamento siano sempre gli stessi da 30 anni”.
In ogni caso, spiega ancora Diliberto, “io non ci torno, voglio che tornino i comunisti. Il mio futuro? ma io sono il passato. E’ vero, ho 56 anni. Ma ho iniziato presto, a 13 anni”.
Il leader dei comunisti italiani non approva la scelta di Rosy Bindi. “Ho grande stima di Rosy Bindi – premette – ,ma questo suo attaccamento al ruolo parlamentare non lo comprendo. Una personalità come lei – dice diliberto- potrebbe fare politica anche fuori dal Parlamento”.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
TRENTAMILA VOLONTARI ALL’OPERA, LE PREREGISTRAZIONI PROCEDONO SPEDITE… PREPARATE 8 MILIONI DI SCHEDE
Superata quota seicentomila. Tanti erano gli iscritti censiti ieri pomeriggio dal quartier generale di Italia Bene Comune quando ancora i 6500 uffici elettorali erano aperti. Una mobilitazione in vista dell’ultima settimana prima dell’apertura dei gazebo, domenica prossima dalle 8 del mattino alle 20 di sera, che ha visto in campo quasi trentamila volontari in tutta Italia.
Una settimana, quella che sta iniziando, che sarà al calor bianco: cinque i candidati (Bersani, Vendola, Renzi, Puppato, Tabacci), ma l’attenzione si concentra sulla battaglia tra il segretario Pd e il sindaco di Firenze.
Duecentomila le iscrizioni on line, 400mila quelle cartacee, oltre 8mila gli uffici elettorali già costituiti, mille quelli che apriranno i battenti da qui a domenica.
Sei milioni le schede che verranno consegnate nei kit (seicento schede elettorali in ognuno), due milioni quelle di scorta, mentre le previsioni ufficiose del quartier generale si attestano tra i due e i tre milioni di partecipanti alle primarie.
Ma fare stime certe è impossibile, come hanno dimostrato i gazebo nel 2009 quando andarono a votare oltre tre milioni di elettori.
La preoccupazione maggiore, adesso, è il clima che potrebbe crearsi nei seggi tra i rappresentanti dei candidati.
Stavolta sono primarie «caldissime», i sondaggi raccontano di un vantaggio di Bersani che stacca Renzi di vari lunghezze ma l’esito nessuno lo da per scontato.
La battaglia è soprattutto tra il segretario e il sindaco e quest’ultimo è agguerrito. «Regole fatte per restringere e non per allargare la partecipazione», è stato il suo leit motiv durante la campagna elettorali.
Dal suo Comitato non si contano gli appelli ai rappresentati ai seggi a tenere gli occhi aperti.
«Inutili tensioni», commentano dal Comitato organizzatore, meglio sarebbe «mantenere la calma e vivere questo appuntamento come una grande festa di partecipazione del popolo di centrosinistra».
Il timore sono la valanga di ricorsi e reclami che potrebbero arrivare al Comitato dei Garanti e in via Tomacelli 146, sede del comitato Italia bene Comune.
Soprattutto nel caso in cui si dovesse andare al ballottaggio: il rush finale caratterizzato da polemiche legate ai ricorsi o ai sospetti di brogli, raccontano al Pd, sarebbe un danno prima di tutto per il centrosinistra.
E questa è la preoccupazione del segretario Pier Luigi Bersani che l’altro giorno ha invitato ad avere rispetto per la correttezza delle migliaia di volontari che garantiranno lo svolgimento delle primarie e dunque a con calare ombre di sospetto sulla regolarità del voto.
Al punto che l’altro giorno alla Leopolda è stato consegnato un vademecum: massima attenzione ai verbali (da fotografare), all’integrità delle urne, a non abbandonare il luogo dove si svolgono le operazioni di voto.
Rassicurante Laura Puppato: «Le primarie del centrosinistra, chiunque sarà il vincitore, saranno servite a far riavvicinare i cittadini alla politica», dice durante il suo tour elettorale tra Abruzzo e Puglia.
«L’altissima partecipazione agli incontri, con punte di oltre 300 persone in piccole realtà come Roseto degli Abruzzo racconta dimostra che se la politica si propone obiettivi chiari, definiti e condivisibili, e esce dalle stanze chiuse del potere può veramente riavvicinare la gente».
Anche Bruno Tabacci sulla stessa linea: «Le primarie cadono in un momento particolare e complesso e c’è bisogno di avere lucidità dopo un ventennio in cui il nostro Paese ha perso il senso della visione. Il mondo nel frattempo è cambiato e noi siamo ancora con la testa ripiegata all’indietro».
L’appello che lanciano dalla coalizione è quello di registrarsi comunque prima di domenica, per coloro che possono, recandosi presso uno degli uffici elettorali più vicini (l’elenco è pubblicato sul sito www.primarieitaliabenecomune.it) muniti del numero del seggio dove si vota alle politiche (scritto sulla tessera elettorale), dare la propria adesione al Manifesto della coalizione, un contributo minimo di due euro, e ritirare così il certificato con il quale sarà possibile votare domenica prossima e in caso di ballottaggio il 2 dicembre.
Chi si registra entro il 23 novembre potrà comunicare di voler votare in un luogo diverso, saranno facilitati i fuori sede e in ogni caso domenica ci sarà un aumento degli addetti alla registrazione soprattutto nei seggi che nella passata tornata hanno registrato una maggiore affluenza.
Se ci sarà il candidato premier o dovrà essere ballottaggio si saprà soltando domenica in tarda serata.
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL PAESE DELLE SOLUZIONI RABBERCIATE
IL Presidente Napolitano ha ripetutamente, insistentemente richiamato i partiti alla
necessità di cambiare la legge elettorale, ma siamo arrivati al punto che l’unica riforma alle viste si riduce a qualche pezza appiccicata sull’orrido Porcellum.
Con il risultato di peggiorarlo ancora, se mai fosse possibile.
L’irritazione del presidente è comprensibile: nonostante i suoi moniti, i partiti si sono dimostrati svogliati e neghittosi. Interessati ad altro, insomma.
E quando si sono degnati di affrontare il problema si sono attorcigliati intorno a formule astruse elaborando ibridi degni di Frankenstein, in cui si combinavano, maldestramente, l’attaccamento pervicace del Pdl a forme proporzionali con la pulsione maggioritaria del Pd. (E non si è mai capito come mai per anni si sia detto il contrario, e cioè che al centro-sinistra piaceva il proporzionale e al centro-destra il maggioritario, identificando addirittura in Berlusconi il suo alfiere, quando è vero il contrario, tant’è che in tempi di Mattarellum il centro-destra prendeva sempre meno voti del centro-sinistra nella scheda maggioritaria).
Se siamo arrivati a questo punto le responsabilità vanno equamente distribuite.
Alla Lega quella di aver ideato la legge, al Pdl di averla sempre difesa, all’Udc di essersi acquattata al misfatto, salvo piangere per non poter giocare uno dei suoi asset migliori, la caccia alle preferenze, al Pd di non aver mai proposto una alternativa forte in cui riconoscersi.
Ciò detto, al Partito democratico va rimproverato qualcosa in più, perchè una seria opposizione deve prendersi delle responsabilità per guadagnare credibilità come forza di governo.
Era quindi dovere del Pd condurre una battaglia, magari di bandiera ma “onorevole”, in difesa di pochi e chiari principi: l’elezione di un rappresentante per ogni collegio elettorale garantendo quindi un rapporto più diretto tra cittadini rappresentanti; la riduzione della frammentazione senza mortificare la rappresentatività ; la scelta per una maggioranza di governo; il rigetto di distorsioni premiali.
Tutti principi insiti nel doppio turno alla francese, dalla possibilità del voto “espressivo” grazie all’ampia offerta elettorale del primo turno, allo stimolo a formare coalizioni pre-elettorali per superare la soglia di sbarramento del secondo turno.
Tra l’altro, con il doppio turno votiamo già per i sindaci, e non c’è mai stato sistema elettorale più apprezzato dai cittadini.
Perchè il Pd ha avuto paura di riproporlo sic et simpliciter?
Forse perchè si è fatto sedurre dalle delizie dei tatticismi parlamentari, o imbrigliare dal fair play con gli altri partner della coalizione, o trascinare dalla hybris di elaborare qualcosa di così originale ed efficace da convincere anche gli altri?.
Sia come sia, il tempo è scaduto per proporre una vera riforma elettorale.
Lo ha ricordato il Consiglio d’Europa: approvare nuove norme elettorali un anno prima del voto è una forzatura.
Ora c’è tempo solo per interventi di contorno che salverebbero l’anima ai partiti, lenirebbero l’irritazione del Quirinale, e getterebbero in pasto all’opinione pubblica una immagine/pretesa di volontà riformatrice.
Ma è una operazione di corto, cortissimo respiro per gli effetti incerti, distorsivi e di breve periodo che avrebbe una legge rimaneggiata nel premio di maggioranza – perchè solo di questo si tratta e non di altro.
E poi, un intervento in extremis senza dignità di vera riforma andrà incontro allo sbertucciamento grillino: dal suo blog partiranno le bordate contro una legge fatta per salvare il posto alla Casta, il potere dei soliti partiti, ecc, ecc..
Al netto delle esasperazioni grilliane, c’è però una opinione pubblica esasperata nei confronti della politica fuori dal Palazzo, e una riformetta che non offra un diverso e migliore rapporto tra eletti e rappresentanti non farebbe che esasperarla.
Insomma, un infangamento ulteriore del Porcellum, con questo balletto sui premi da fiera zootecnica, irrita e delude.
Per una volta, piuttosto che un rabberciamento dell’ultimo minuto da dover poi modificare ancora per la sua insostenibilità , meglio niente.
Piero Ignazi
(da “La Repubblica“)
argomento: elezioni | Commenta »