Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
MALUMORE NEL PD PER L’INCONTRO A FIRENZE TRA IL SINDACO E L’IMPRENDITORE CONDANNATO PER TRUFFA
A Renzi non direbbe mai: “Sei fuori”. 
Perchè a Flavio Briatore, l’amicone della Santanchè che ama il lusso, il sindaco di Firenze piace davvero: al punto che lo voterebbe “al 100 per cento”.
E così venerdì l’imprenditore ha chiesto e ottenuto di pranzare proprio con lui, con Renzi, in un ristorante di lusso (5 stelle) nel pieno centro del capoluogo.
La notizia l’ha data ieri il Corriere Fiorentino, e ha aperto subito la cascata di inevitabili commenti: perchè Renzi, di fatto azionista di maggioranza del Pd, si è seduto a tavola con quel Briatore che del berlusconismo è quasi icona.
Facoltoso e di successo, tanto da incarnare la figura del giudice di manager futuribili nel programma The Apprentice (da lì la battuta “sei fuori”, entrata nel gergo comune).
Ma con un’ombra nel suo passato: la condanna a 1 anno e 6 mesi a Bergamo (3 a Milano), per bische clandestine.
Pena mai scontata, perchè Briatore se ne volò alle Isole Vergini, e poi sopraggiunse un’amnistia. Riavvolgendo il nastro, si torna al pranzo con Renzi, di due giorni fa.
Avvenuto su precisa richiesta dell’imprenditore, come confermano ambienti renziani.
Che precisano: “L’hanno fatto in pieno centro, mica si sono nascosti: non c’era proprio nulla di così segreto”.
A organizzare l’incontro, Lucio Presta, manager di Roberto Benigni, che quest’estate sarà di nuovo di scena nella città di Dante.
Nei piatti pesce, come da regola per i cattolici osservanti.
Nei discorsi, tante riflessioni sulla politica. E, secondo voci non confermate, anche l’offerta di Briatore di un sostegno economico alle prossime iniziative del sindaco.
“Una cattiveria” secondo un renziano doc che neanche vuole comparire.
La certezza è l’ammirazione di Briatore per il primo cittadino. “Renzi mi piace perchè combatte le vecchie mummie, se si candidasse lo voterei al 100 per cento” assicura il fondatore del Billionarie. Quel marchio che dà il nome alla catena di locali di lusso, e di cui l’imprenditore ha appena ceduto la maggioranza a un gruppo di Singapore.
Chissà se avranno parlato anche di questo, con Renzi.
Ieri il sindaco era a Roma, a sostenere Ignazio Marino: “Ma non parlo del governo, sennò succede un casino, e neanche del partito, altrimenti succede un casino e mezzo”.
Svicolate che gli sono valsi applausi, in un affollato teatro della Garbatella. Come l’endorsement a Marino: “ Ignazio sarà un grande sindaco, potrà fare il mestiere più bello del mondo”.
Ma ora in diversi gli rinfacciano di nuovo la visita ad Arcore del dicembre 2010. Fu sempre un pranzo, ma quella volta dall’altra parte del tavolo c’era Silvio Berlusconi, allora premier. “Andai a chiedere fondi per Firenze” spiega da anni Renzi.
Eppure Bersani su quel viaggio ha costruito una porzione delle sua campagna per le scorse primarie.
E la sinistra Pd non ha mai capito, o meglio perdonato.
Così non stupisce il tweet della bersaniana di ferro Chiara Geloni, direttrice di Youdem, la web tv del Pd: “Briatore uno di noi, come disse Briatore di Don Gallo”.
Sentita dal Fatto, Geloni aggiunge: “Basta già il tweet. E poi ognuno è libero di mangiare con chi gli pare e di commentare dopo nella maniera che preferisce. Che ne penso di Briatore? Mi è più simpatico Renzi… ”.
Sul suo profilo, la rispostaccia di un fan del sindaco: “Ma sei pagata dal Pd per screditare Renzi? ”.
Commento opposto dalla deputata renziana Maria Elena Boschi: “Ammesso che il pranzo ci sia stato, non c’è assolutamente nulla di strano. È normale che un sindaco veda degli imprenditori, ed è necessario che lo faccia. Bisogna smetterla di esagerare su ogni cosa che fa Renzi”.
Ma lei di Briatore che ne pensa? “Non lo conosco, e non mi permetto di dare giudizi: è un imprenditore, punto”.
Poi c’è Giuseppe Civati, di questi tempi molto più rottamatore del rottamatore per antonomasia Renzi.
Che alla domanda sul pranzo ride forte: “Mi sembra più una cosa del costume che della politica. Per il resto, che pranzino pure: non bisogna essere troppo bacchettoni”.
Ma Briatore… “No, no, lasciamo stare”.
Che rimane? Innanzitutto, la voglia dichiarata di Renzi di parlare a tutti, anche fuori del “recinto” del Pd.
Un altro argomento che nelle primarie fu terreno di ricorrente scontro con Bersani.
Ma ci sarà soprattutto da capire se e come Briatore vorrà dare una mano al “suo” candidato. Chissà che ne pensa la Santanchè.
Luca De Carolis
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE RUSSO E’ IN GRADO DI DECIDERE COME DEVONO ESSERE DIFFUSE LE NOTIZIE… ANGELO CODIGNONI E’ NEL CDA DI STS MEDIA
La grande amicizia tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin ha consentito al Presidente russo di imparare tutti i segreti del mondo della televisione e come farne buon uso anche in politica.
Grazie ai consigli dell’amico italiano, Putin ha costruito una rete mediatica che controlla il Paese, fa inorridire gli attivisti di Reporter sans Frontieres che difendono la libertà di stampa e frutta milioni di euro al solito giro di amici pietroburghesi che si spartiscono il potere in Russia.
A confermare un dato di fatto, ritenuto da tempo scontato, ci ha pensato ieri l’editore olandese Derk Sauer, fondatore del giornale in lingua inglese Moscow Times e profondo conoscitore dei media russi.
Intervistato dal Financial Times ha attribuito a Berlusconi tutto il merito della scalata tevisiva di Putin: “Il leader russo si rispecchia in Berlusconi. Grazie a lui ha capito che la tv è molto più importante dei giornali e che per influenzare l’opinione pubblica serve gestire non solo l’informazione ma anche i cosiddetti programmi di intrattenimento”.
Di certo l’espansione televisiva di Putin ricalca in molti casi il “modello Berlusconi”. Più volte, nel corso dei tanti incontri personali nelle varie dacie di campagna, i due hanno parlato di tv.
Putin ne ha ricevuto preziosi consigli e anche personale qualificato di sostegno. L’esempio più illustre è Angelo Codignoni, storico dirigente di Mediaset, direttore generale della berlusconiana La Cinq e uno dei padri di Forza Italia.
Codignoni, dopo aver detenuto numerose cariche, è adesso co-presidente del consiglio di amministrazione della Sts media, una delle holding mediatiche più importanti del Paese, controllata da una sorta di tycoon fatto in casa come il miliardario Jurij Kovalciuk, amico di Putin.
Proprio l’irresistibile ascesa di Kovalciuk, proprietario della banca privata “Rossija”, è indicativa di come il “modello Berlusconi” sia stato fondamentale per la Russia.
Tutto comincia nel 2005 quando il banchiere acquista dal comune di San Pietroburgo la rete locale Trk.
Il tutto senza un’asta e a un prezzo incredibilmente basso (20 milioni di euro).
Poco dopo avviene qualcosa di più clamoroso. La Trk si aggiudica in una dubbia gara ben 43 frequenze. Segue un decreto di Putin che la trasforma in “canale panrusso” garantendole 40 milioni di euro annui di finanziamento pubblico. La piccola tv di provincia diventa un colosso dell’informazione.
Qui tutti la chiamano “Canale 5” ma è solo una singolare coincidenza dovuta al fatto che, quando nacque, era la quinta tv del Paese.
La scalata continua. Tre anni dopo, uno scambio di azioni a prezzo di costo tra amici oligarchi, annette all’impero di Kovalciuk altre tv compresa una sbarazzina e quasi bastian contraria come Ren.
Mentre le altre si distinguono per il loro informare paludato e filo governativo, Ren sembra più libera e indipendente. Ma si concentra soprattutto sulla cronaca nera ignorando la politica.
Come fiore all’occhiello di una presunta “libertà redazionale” resta la trasmissione settimanale della giornalista Marianna Maksimovskaja libera di parlare per mezz’ora male del governo.
A garanzia di indipendenza del gruppo Kovalciuk c’è una sorta di collegio di controllo formato, in parte, da nomi “liberi” dello spettacolo e dell’arte.
Chi lo presiede? L’ex ginnasta Alina Kabaeva, bellissima presunta amante di Putin, conduttrice di un programma in prima serata, e deputata del partito di governo.
A completare il quadro generale c’è Ntv, storica tv del dissenso dopo la fine dell’Urss, strappata per poche lire dall’ente di Stato “Gazprom Media” all’oligarca Vladimir Gussinsnskij, arrestato per reati mai provati e costretto a fuggire a Londra.
Ntv adesso è specializzata in documentari contro i nemici di Putin, da un sindaco ribelle ai contestatori di piazza.
E i giornali? Qualcuno come Izvestija è nelle mani di Kovalciuk.
Altri sono controllati in modo soft. “Quello che conta – conferma Sauer – è il bombardamento quotidiano delle tv. Le colonne dei giornali pesano sempre meno. Modello Berlusconi, appunto.
Nicola Lombardozzi
(da “la Repubblica“)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LO SMENTISCE IL BLOG DI GRILLO: ECCO IL TESTO DEL PROVVEDIMENTO… VOLETE UN CANDIDATO CHE MENTE COME PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA RAI?
Roberto Fico ha imparato bene dal corso di Grillo-Casaleggio, mente (sapendo di mentire)
con naturalezza (mentre l’Annunziata non lo sbugiarda).
Nega che il senatore del M5S (Mastrangeli) sia stato espulso perchè andava in Televisione…
A smentire Fico c’è lo stesso blog di Grillo, uncio organo ufficiale del M5S, dove si legge:
“Tutti i parlamentari del MoVimento 5 Stelle hanno sottoscritto pubblicamente prima delle elezioni il “Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento”.
La sua sottoscrizione era necessaria per candidarsi, un impegno preso senza costrizione verso il M5S e gli elettori.
In caso di sue violazioni il gruppo parlamentare può avviare la procedura di:
Espulsione dal gruppo parlamentare del M5S:
I parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice di Comportamento, proporre l’espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza.
L’espulsione dovrà essere ratificata da una votazione on line sul portale del M5S tra tutti gli iscritti, anch’essa a maggioranza..
Il senatore Marino Mastrangeli ha violato numerose volte la regola “Evitare la partecipazione ai talk show televisivi” senza sentire alcun coordinarmento con i gruppi parlamentari e danneggiando così l’immagine del M5S con valutazioni del tutto personali.
Per questo i gruppi parlamentari riuniti del Movimento 5 Stelle Camera e Senato hanno deliberato a maggioranza, ai sensi del Codice di Comportamento di proporre l’espulsione dal gruppo parlamentare del Senato di Marino Mastrangeli per palese violazione delle norme di comportamento sottoscritte dallo stesso prima della sua candidatura.
In particolare Marino Mastrangeli ha ripetutamente partecipato a numerosi talk show, benchè l’intero gruppo lo avesse più volte invitato a desistere, anche in contemporanea allo svolgimento dei lavori del gruppo.
L’espulsione di Mastrangeli va ora ratificata dagli iscritti al portale al 31 dicembre 2013 con documento digitalizzato.
Gli utenti abilitati possono votare qui durante la giornata di oggi 30 aprile 2013 dalle 11 alle 17.”
Ora, uno che mente con tanta naturalezza, può essere il Presidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI?
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL PRECEDENTE 2 PER MILLE, L’IMBROGLIO…L’INGHIPPO “INOPTATO” USATO A CONGUAGLIO
Come abbiamo spiegato ieri, più che di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, Enrico Letta farebbe bene a parlare di una sua riduzione, per la precisione di un terzo: l’accordo politico — raccontano fonti di governo — è che alla fine il nuovo sistema non costi allo Stato più di 50-60 milioni contro gli attuali 91.
Tutto qui.
Questi soldi in un modo o nell’altro dovranno arrivare e il governo li ha sostanzialmente garantiti con un sistema vagamente truffaldino e grandemente discrezionale, visto che la quantificazione del flusso è affidata ad un decreto annuale del ministro dell’Economia: in buona sostanza, quel che non arriverà dalle donazioni rientrerà dalla finestra del famigerato “inoptato” con il 2 per mille.
Vediamo perchè.
Le detrazioni.
Riguarderanno, come si sa, le erogazioni liberali a partiti e movimenti politici e saranno del 52% fino a cinquemila euro e del 26% fino a ventimila.
Come ha fatto notare Sergio Rizzo ieri sul Corriere della Sera, questo comporta che dare soldi alla politica sia per un contribuente 12 volte più conveniente che darli ad una onlus visto che sulle seconde si può detrarre solo il 26% fino al tetto di 2.056 euro.
Peraltro anche le detrazioni, per quanto in modo indiretto, sono un finanziamento pubblico, visto che lo Stato, concedendole, rinuncia a incassare delle tasse: a valori 2011, ad esempio, quando le donazioni ai partiti ammontarono a 14 milioni di euro (nove dei quali con assegni inferiori a cinquemila), l’erario rinuncerebbe all’ingrosso a 6,5 milioni.
Ora che la raccolta fondi dei partiti diventerà più professionale ed agguerrita è ipotizzabile che queste cifre cresceranno: anche ammesso che triplichino, però, non si arriverebbe ad un mancato gettito superiore a venti milioni.
È qui, per arrivare ai 50-60 milioni di cui sopra, che entra in gioco il due per mille truffaldino.
L’inoptato.
Il meccanismo consentirà , in sostanza, ai partiti di sapere con discreta approssimazione quanti fondi avranno a disposizione aggirando l’incertezza insita in un sistema di contribuzione volontario.
Se venti milioni servono a coprire le detrazioni, il resto della “spesa massima” — 61 milioni di euro — potrà essere messo con decreto del ministero dell’Economia a copertura del 2 per mille (nel nostro esempio, circa 40 milioni) con la ragionevole certezza di incassarne la maggior parte.
I partiti, infatti, hanno imparato la lezione degli anni Novanta e non vogliono lasciar fare a quei capricciosi dei loro elettori.
Nel 1997, proprio come oggi, si provò a finanziare i partiti con un 4 per mille (che poi sarebbe stato diviso per la percentuale di voti alle politiche) e le donazioni, ma fu un disastro: si pensava che il tutto sarebbe costato 160 miliardi di lire (110 dalle dichiarazioni dei redditi, 50 di mancato gettito per le detrazioni), solo che dal 4 per mille arrivarono la miseria di 10 miliardi.
Poco male, si passò ai rimborsi elettorali e il sole tornò a splendere su Roma.
Ora, memori di quella disavventura, la politica ricorre alla millenaria sapienza della Chiesa e s’aggrappa all’ormai famoso “inoptato” inventato per l’8 per mille. In sostanza, stabilito per ipotesi che il fondo del 2 per mille è di 40 milioni di euro, quella somma sarà interamente ripartita tra gli aventi diritto (partiti e Stato) secondo la proporzione delle scelte espresse, anche se queste dovessero assommare — per tenersi al numero del 1997 — a soli 10 milioni.
I conti devono tornare per forza, ma il meccanismo è così involuto che i numeri ancora ballano: per questo il ddl di Enrico Letta è stato approvato “salvo riserva”. Vuol dire che la Ragioneria generale ci sta ancora lavorando.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA PRIMA ADUNATA IL 29 GIUGNO A ROMA… L’EX PREMIER VUOLE UN NUOVO PARTITO AL POSTO DEL PDL
La prima adunata – trattandosi di esercito si chiama così – è imminente. 
Il 22 o il 29 giugno a Roma, non a caso: a cavallo della sentenza Ruby che per il comandante in capo (virtuale) dell’armata non promette nulla di buono.
Si chiama “Esercito di Silvio” e fino a ieri sera contava già 17.075 «arruolati». Tutti telematici, per ora, s’intende. Basta registrarsi al sito web e si diventa soldati.
Ma i dodici promotori, quasi tutti imprenditori e professionisti settentrionali che campeggiano con foto sul sito, guidati dall’albergatore padovano Simone Furlan, si preparano a radicare il tutto sul territorio da Nord a Sud, investire ed essere operativi da qui a poche settimane.
Ma per fare cosa? Il cantiere sa molto di lista civica giovane e di lotta, se non di nuovo partito del presidente.
Il richiamo alla Guerra dei Vent’anni nella dichiarazione di accesso sembra proprio roba sua.
Del resto, è proprio di scomposizione del Pdl che Berlusconi sembra sia tornato a parlare in queste ore.
Da venerdì sera e fino a oggi sono ospiti a Villa Certosa in Sardegna i “falchi” Verdini, Santanchè e Capezzone.
Discussione a 360 gradi sul quadro politico e sull’organizzazione del partito ora che i vertici sono approdati al governo.
«Non voglio contrapposizioni interne» ripete il Cavaliere.
Ma ai suoi interlocutori non nasconde il nuovo progetto. Un «sole coi raggi», di cui il Pdl sempre più governativo e moderato costituirebbe solo una delle componenti. Affiancato da un’area laica con Bondi, Galan, Carfagna e Ravetto.
Infine da un partito tutto suo, appunto. Giovane e di lotta. Pronto a seguirlo anche incaso di interdizione.
La dichiarazione di fede con cui si aderisce all’Esercito sembra uno scherzo:
«Io sottoscritto dichiaro di volermi arruolare nell’Esercito di Silvio per difendere il presidente Berlusconi e combattere al suo fianco la Guerra dei Vent’anni. Dichiaro di riconoscermi in lui, nel suo pensiero, nei suoi ideali. E di essere pronto a partecipare a eventi o manifestazioni in suo supporto».
Lo scherzo finisce qui. Poi si fa sul serio.
Età media tra i 19 e i 25 anni. Sono 516 i gruppi organizzati (ostreet team,come li chiamano loro) ad avere già sposato la causa, racconta soddisfatto Furlan, che un anno fa aveva formato a Padova Forza Insieme, associazione di professionisti impegnati nella difesa da banche e Equitalia, nemici giurati.
A Palazzo Grazioli, spiega, è stata inviata solo un’informativa per comunicare l’avvio del progetto. Poi, va da sè, chi tace acconsente.
«No, il presidente non lo abbiamo sentito» giura Diego Volpe Pasini, anche lui tra i colonnelli, anzi, come preferisce, «ufficiale ma di basso rango».
Vecchia conoscenza del mondo berlusconiano, meno di un anno fa si era lanciato all’attacco di Alfano e della dirigenza Pdl quando sembrava che il Cavaliere stesse mollando il vecchio partito.
«Esercito vuol dire moltitudine, siamo in tanti e animati dal medesimo spirito di corpo e di sacrificio per una causa giusta, ma non abbiamo nulla a che fare col mondo militare» premette l’imprenditore milanese.
«Solo, non vogliamo che si ripetano più episodi come quelli di Brescia o Udine, abbiamo offerto troppe volte la guancia, aggrediti da facinorosi nelle nostre manifestazioni: d’ora in poi saremo presenti ».
Servizio d’ordine? «No, ci prenderebbero per fascisti. Ma avete presente la manifestazione dei colletti bianchi di Torino? Ecco, i moderati si sono stancati – continua Pasini – e adesso si faranno sentire al fianco del loro leader vittima di una persecuzione giudiziaria. Berlusconi deve sapere che l’affetto dei suoi elettori prescinde da quel che accadrà nei prossimi mesi nei processi ».
Dunque, piazze, manifestazioni. Ma niente Tribunale di Milano, promette Furlan.
Sarà piuttosto, è ancora Pasini a parlare, «una rete diffusa di persone disposte ad andare casa per casa per contattare tutti i nostri elettori e tanti altri, per ricordare quanto fatto dal presidente e la persecuzione di cui è vittima».
Un po’truppe cammellate, un po’ lista civica e apartitica dunque.
«Nessun intento elettorale, ma noi seguiremo le indicazioni del presidente qualunque sia l’indicazione, lo voteremmo pure alla guida di “W Arcore” taglia corto Pasini.
Tra i promotori compare anche un diciottenne, si chiama Alessandro Bertoldi, è commissario Pdl a Bolzano, espressione di Michaela Biancofiore, non estranea al progetto.
«È evidente che l’Esercito, i cui sponsor coincidono con gli ispiratori del sito Berlusconialquirinale.it, è una cellula formata in vista dell’eventuale ritorno a Forza Italia – spiega la sottosegretaria – Tutta gente che, come me, si identifica nel nostro leader prima che nel Pdl. Ed è pronta a seguirlo ovunque».
Carmelo Lopapa
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
PIAZZA TEKSIM COME PIAZZA TAHIR? LA RIVOLTA DEGLI ALBERI, RAPPRESENTATA DALLA “DONNA IN ROSSO” CHE RESISTE AL GETTO DEGLI IDRANTI, METTE ALLE CORDE IL GOVERNO TURCO
Come spesso accade, è una vicenda apparentemente impolitica che fa scattare la scintilla.
La protesta contro la distruzione del parco Gezi, il polmone verde cittadino, per fare posto a un enorme centro commerciale, a una caserma e a una moschea, diventa così occasione per parte della società turca, quella cresciuta all’ombra di una laicità alla francese e quella che guarda all’Europa, di manifestare il proprio rifiuto nei confronti del modello Akp.
Un modello ben visibile nel progetto contestato, caratterizzato da simboli economici, militari, religiosi.
Una sintesi perfetta del neottomanesimo in versione Akp, fondato su una crescita economica onnivora e il gigantismo progettuale, sul ritrovato ruolo politico e militare del paese, sul marcatore religioso.
È contro questa Turchia neottomana che protesta l’opposizione politica e la società laica, non certo riducibile al kemalismo autoritario.
Gezi è il catalizzatore di un dissenso più vasto.
Divenuto egemone grazie alla capacità di garantire crescita e stabilità interna, l’Akp ha pigiato recentemente l’acceleratore sul versante dell’islamizzazione dei costumi.
Il divieto di baci in pubblico, l’ostracismo verso trasmissioni televisive critiche nei confronti del passato ottomano e la pubblicità “lasciva”, così come altri segnali, dall’invito del sindaco di Ankara ai cittadini a adottare stili di vita consoni ai valori morali della nazione alla legge per limitare il consumo di alcolici, dalla condanna per blasfemia di uno scrittore di origine armena per aver criticato il Profeta alla decisione governativa di non riconoscere rilevanza culturale agli aleviti, branca minoritaria e liberale dell’islam, fanno temere una decisa virata verso l’islamizzazione dei costumi.
Del resto, più un partito islamista come l’Akp, al potere dal 2002, diventa “affidabile” sul piano sistemico, interno e internazionale, tanto più dovrà irrigidirsi sul piano dei valori e dei costumi.
In Turchia come altrove.
Se attenua troppo il suo profilo religioso, intacca il consenso dell’elettorato islamista. Ne va della stessa matrice originaria di una formazione che, nonostante la patente di “moderatismo” e il luogo comune secondo cui sarebbe assimilabile alla Dc italiana o quella tedesca, ha radici nell’islam politico.
Erdogan è riuscito a trasformare progressivamente il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo in partito “pigliatutto, capace di raggruppare pezzi di società dagli interessi e valori differenziati, che chiedevano essenzialmente normalizzazione e modernizzazione.
La vittoria in tre elezioni consecutive gli ha consentito di ridurre il peso dei contro-poteri custodi, anche arcigni, della laicità : quello militare, quello giudiziario, quello burocratico, in passato efficienti attori di interdizione del nascente potere islamista. L’Akp è ora a un bivio: può optare per un generico conservatorismo religioso oppure, forte del consenso acquisito sul terreno economico e del prestigio assunto in Medioriente e in Asia Centrale, provare a introdurre nella società “elementi di islamismo”.
Il clima degli ultimi mesi fa ritenere a molti turchi che l’Akp abbia imboccato questa seconda strada.
Per questo la protesta dilaga e i manifestanti chiedono le dimissioni di Erdogan.
La rivolta di Istanbul è il termometro della febbre di un paese diviso sulla sua identità .
Renzo Guolo
(da “La Repubblica“)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“1.500 EURO AL MESE’? FIGURIAMOCI”
Millecinquecento euro al mese in media: meno di gelatai, imbianchini e muratori. 
La dichiarazione dei redditi dei gioiellieri — diffusa dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia — stupisce tutti tranne che i gioiellieri stessi, che si guardano bene dal commentare questi numeri.
“Non ne so abbastanza”, spiega uno dei nomi più prestigiosi dell’ambiente; “Non parlo, sennò vengono a farmi i controlli”, si preoccupa un altro; “i conti tornano: ha idea di quanti piccoli artigiani vendano pochissimo, soprattutto in tempi di crisi? ”, azzarda un terzo.
Poi arriva un grossista, i cui preziosi sono ben visibili in tutte le più celebri vetrine italiane, e decide di svelare il decalogo dell’evasore: “Voglio fare qualcosa per la società ”, sorride.
Partiamo dai numeri: è verosimile che i suoi colleghi guadagnino meno di 18 mila euro all’anno?
Neanche per sogno. È vero che ci sono piccoli gioiellieri di periferia che hanno costi fissi molto alti — come i commessi, la porta blindata, le spese di assicurazione — e che vendono poco. Questo è un mestiere a rischio. Però direi che in generale la realtà è ben diversa.
Lei quanto dichiara?
Dipende. L’anno scorso sui 50 mila, quest’anno circa 42 mila. Io non denuncio tutto, anche perchè vivo in Italia solo qualche mese all’anno quindi mi autoregolo, mi sembra giusto così.
E non ha paura di essere scoperto?
Il rischio c’è, ma per i grossisti è molto basso. Il modo più diffuso per evadere, che usano molto anche i negozianti, è quello di vendere la merce ai privati senza fattura, cioè senza far pagare l’Iva. Ci guadagnano tutti: il cliente risparmia fino al 20 per cento, e noi possiamo mettere a registro una cifra più bassa, così da pagarci sopra meno tasse. Ci vuole poco per superare la soglia dei 60 mila annui e far scattare l’aliquota più alta
Lo fate con tutti i clienti?
Certo che no. Agli sconosciuti, anche se scelgono gli oggetti più costosi, lo scontrino si fa sempre. Questa dialettica si crea solo con gli acquirenti più affezionati, di cui ci si può fidare. Poi ci sono altri metodi.
Per esempio?
Si può risparmiare sul “magazzino”, che è il nostro invenduto. Io ho 500 paia di orecchini e 400 anelli in oro: per far tornare i conti ho dichiarato i numeri esatti, ma ho abbassato il valore dello stock. Certo che se vengono a controllare magari se ne accorgono, ma è improbabile.
E perchè?
I grossisti non hanno vetrine: siamo meno in vista. La Finanza, prima o poi, in negozio ci va. Il che non significa che i commercianti non evadano, solo che devono stare ancora più attenti di noi.
Altri sistemi?
Se compri una pietra da un privato per 30 mila euro, in nero, ci metti nulla a rivenderla per 50 mila al negoziante di via dei Condotti. Comunque sia, i ricchi ormai comprano soprattutto all’estero, per esempio a Lugano. Poi indossano gli orecchini e tornano in Italia tranquilli e felici. Chi vuole che se ne accorga?
Che tipi sono i suoi clienti?
Al 99 per cento sono commercianti. Vista la crisi che c’è in questo momento, per senso di responsabilità , provo a fatturare il più possibile. Certo, se vendessi in nero guadagnerei di più, ma cerco di non farlo.
E ci riesce?
Mica tanto. In parecchi si rifiutano di avere la fattura, e parlo di alcuni dei nomi più prestigiosi e conosciuti in Italia, anzi nel mondo. Spesso decidono a seconda della convenienza: se sono a corto di fatture, per far quadrare i conti, me le chiedono. Altrimenti non le vogliono. Devi essere bravo a bilanciare. Altri commercianti, invece, vogliono avere tutto in regola, ma purtroppo sono pochi.
Qual è secondo lei il vero reddito medio di un gioielliere italiano?
A occhio direi sui 60, 70 mila euro all’anno. Magari quello che vende i ninnoli d’oro guadagna meno, ma stiate certi che supera i 1.500 euro al mese.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
I MAESTRINI DALLA PENNA AZZURRA (PRESTATA DA SILVIO) CASALEGGIO E GRILLO MOSTRANO A “POCHI ELETTI” SPEZZONI DI INTERVISTE INDICANDO GLI ERRORI
Arrivano alla spicciolata, a piedi, dalla metro fino agli uffici della Casaleggio associati, nel cuore di Milano, a pochi metri dal Teatro alla Scala.
Il plotoncino di parlamentari Cinque Stelle – con il capogruppo Vito Crimi in avanscoperta, davanti agli altri di una manciata di minuti – si presenta con trolley e giacche.
Un mix di deputati e senatori, tutti indicati come fedelissimi: Roberto Fico, Laura Castelli, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Paola Taverna, Giovanni Endrizzi, Laura Bottici, Paola Carinelli.
Ad attenderli, oltre alla stampa, negli uffici due «tutor» d’eccezione: Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.
L’incontro – durato circa due ore e trenta minuti – è stato fissato per mettere a punto nuove strategie.
COMUNICAZIONE
«È stata una proficua chiacchierata», spiega Di Battista. «Siamo in Parlamento da soli tre mesi, è evidente che dobbiamo migliorare dal punto di vista della comunicazione». «Abbiamo contro il sistema mediatico», continua il deputato, «e vogliamo fare in modo che si parli meno di stupidaggini e di più delle nostre scelte parlamentari».
Il corso era stato oggetto giovedì in assemblea plenaria di alcune critiche per le modalità scelte (secondo alcuni parlamentari il progetto non era stato preventivamente comunicato e non era stato stabilito un criterio per la scelta dei primi partecipanti). «Abbiamo sentito Grillo e ci ha tenuto a sottolineare che si tratta di un parere tecnico», ammette un eletto.
«Probabilmente hanno deciso di partire da persone che, per via di diverse esperienze, sono un filo più avanti a livello comunicativo», analizza Di Battista.
LEZIONE
Venerdì però per i Cinque Stelle è stata una lezione alla Paperissima.
Casaleggio e Grillo – come anticipato nei giorni scorsi – hanno messo al centro dell’attenzione il sistema radiotelevisivo, facendo rivedere a deputati e senatori anche spezzoni di interviste, rimarcando gli errori commessi e dispensando suggerimenti su come evitarli.
Qualcuno ha ipotizzato che il gruppo presente venerdì fosse il gruppo scelto per comparire sul piccolo schermo, ma l’idea è stata respinta da Crimi.
«No», ha detto il capogruppo uscente rispondendo a una precisa domanda. E aggiunge sulla probabile svolta televisiva: «Il talk show è un pollaio solitamente», mentre ci sono aperture per incontri «dove c’è il contradditorio, magari due persone dove c’è un confronto e non ci sono 15 persone» che parlano.
CAMBIAMENTO
Per i Cinque Stelle, però, non si profila solo un cambiamento «televisivo»: è allo studio anche l’idea di una piccola rivoluzione «social».
Oltre al portale per far interagire direttamente parlamentari e militanti, potrebbe nascere un secondo sito ad hoc, dove far confluire i commenti, ma anche le proposte, gli interventi in Aula di deputati e senatori, riducendo così l’effetto-boomerang dei social media.
SOCIAL
Un progetto in controtendenza rispetto alle inclinazioni del leader: proprio venerdì è emerso a State of the Net, la conferenza sullo stato della Rete in Italia il fatto che Grillo è il primo «brand» con cui gli utenti italiani di Facebook hanno interagito nei primi quattro mesi del 2013.
La pagina Facebook del leader ha infatti registrato 14,3 milioni di interazioni (engagement) con gli utenti, doppiando i principali competitor.
Finito il corso, escono prima gli allievi, poi, a pochi minuti di distanza, i due maestri.
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
INCONTRO TRA DUE SETTIMANE, INVITATO L’EX CANDIDATO AL QUIRINALE
La guerra di nervi è ormai cronica. 
E i “ribelli” vogliono accelerare per dare uno strattone al Movimento.
Tra due settimane, infatti, nascerà ufficialmente il primo intergruppo con Pd e Sel. A fare da “padrino” al battesimo dell’iniziativa potrebbe essere Stefano Rodotà .
Ormai quindi è solo questione di tempo. Ma la frattura nel Movimento ci sarà . E sarà dolorosa. Per aprire un varco serve però un grimaldello.
L’idea dei dissidenti è appunto quella di edificare un ponte di dialogo. Sui temi concreti e nonostante Grillo.
All’intergruppo sta lavorando anche il deputato di Sel Giulio Marcon: «Hanno aderito in ottanta, trenta sono grillini. A breve lo ufficializzeremo ».
I convocati si confronteranno sulla “Pace e sul disarmo”. È solo un inizio, ma sta già provocando un terremoto.
Non tutti i cinquestelle che ne fanno parte, naturalmente, sono malpancisti.
Nè l’obiettivo va oltre il pacifismo e la battaglia parlamentare della mozione sugli F35.
Ma la macchina è partita e lo schema può replicarsi all’infinito: «Io aderirò — spiega ad esempio Adriano Zaccagnini — Il nostro spirito, fin dall’inizio, è stato quello di lavorare su temi comuni. Altri possibili intergruppi? Sulla legge elettorale, sulla revisione del sistema bancario. E poi ancora, sulle carceri e sull’idea di unaamnistia per i reati di droga o politici ».
E sulla Tav, naturalmente.
Identificata la minaccia, il quartier generale di Grillo ha già attivato la procedura d’emergenza. L’assemblea grillina potrebbe “vietare” l’adesione ad altri intergruppi.
Le “scomuniche” sono pronte, così come l’elenco dei ribelli.
Ma la speranza è che siano i dissidenti a togliere il disturbo.
Il problema è che il malumore quasi tracima.
I numeri più accreditati parlano di una trentina di deputati e una quindicina di senatori.
Da Turco a Tacconi, Pisano e Rizzetto, fino ai senatori Bocchino e Campanella.
Zaccagnini non pensa che il confronto attivato in nome degli intergruppi sia incompatibile con il M5S.
E, comunque, «accetto il rischio, lo metto in conto. Può essere che Grillo non sia d’accordo, che vogliano mantenere compatto il gruppo. Ma non ha senso, perchè io voglio lavorare per il bene del Paese».
Come lui, si moltiplicano i distinguo.
Sentite Lorenzo Battista: «Il post di Grillo? Non capisco perchè la stampa gli dia eco. Le cose che dice lui non sono la posizione del M5S».
E ancora, sul “rischio intergruppo”: «Basta con la storia delle espulsioni! ».
Tommaso Currò, altro dissidente di primo piano, si infuria in Transatlantico: «Io non me ne vado. Il movimento non ha una paternità . È di chi lo vive!».
Già la prossima settimana i “pontieri” di Pd e Sel potrebbero incontrarsi con i dissidenti, riservatamente.
Anche Pippo Civati tesse la tela e potrebbe andare a Bologna per incontrare — così spiega — Stefano Rodotà .
Il giurista, inoltre, potrebbe essere anche ospite d’onore della conferenza stampa che ufficializzerà l’intergruppo sulla pace, fra due settimane.
«Vogliamo invitarlo spiega Marcon — e vogliamo continuarea collaborare con il movimento. Come abbiamo fatto finora ».
Altri malpancisti riversano il disagio su Facebook.
Scrive Walter Rizzetto: «La cosa più interessante di oggi è la non replica di Rodotà . Comunque vada, stima».
E Currò: «Troppo spesso ho dovuto mordermi la lingua».
Ma il più amaro di tutti è il senatore Fabrizio Bocchino: «Oggi, se incontrassi Rodotà per strada, forse non avrei neanche il coraggio di guardarlo in faccia».
Tommaso Ciriaco
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