Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“IL PRESIDENZIALISMO SNATURA LA COSTITUZIONE E RAFFORZA I POPULISMI, MEGLIO IL MODELLO TEDESCO”… “GLI INSULTI DI GRILLO? INACCETTABILI”
«È illusorio curare la crisi della politica con scorciatoie decisioniste semipresidenzialiste. Così si rinforzano il populismo e l’antipolitica».
Idee nette quelle di Stefano Rodotà sulle riforme istituzionali.
E ce n’è per tutti.
Per Berlusconi, per Grillo e per il Pd, che mette in guardia: «Rifondare il partito sul rafforzamento dell’esecutivo servirebbe a coprire un vuoto di cultura politica. Non a rilanciare o rinnovare un’identità ».
Dunque, altro che «ottuagenario miracolato dalla rete», come inveisce il comico genovese, al quale lo studioso replica con fermezza e senza astio.
Quella di Rodotà è un’analisi lucida, che parte da lontano.
A tre decenni dalle diatribe sulla Grande Riforma, tornano i temi del presidenzialismo e del premierato. Con accuse di conservatorismo a chi vi si oppone. Anche lei è conservatore?
«Si è soliti contrapporre conservatori e riformatori a riguardo. Ma nel mezzo c’è molto di più: dal tema del bicameralismo, ai regolamenti, al numero dei parlamentari, ai poteri del premier. Sui principi costituzionali mi iscrivo di buon grado fra conservatori, ma senza rinunciare all’innovazione, sui punti elencati. Perchè un conto è la doverosa manutenzione della nostra Costituzione. Altro il suo stravolgimento su basi presidenziali o semi. Non è vero che il premier oggi non abbia poteri, come dice Berlusconi. Tutt’altro. Semmai il problema è quello dei colpi di mano sulle regole. Favoriti da maggioritarismo e Porcellum, che hanno travolto le garanzie sul 138 e sull’elezione presidenziale vigenti in era proporzionale».
Perchè tornano le pulsioni decisioniste?
«Intanto i famigerati anni 70, accusati di vischiosità , furono i più proficui in senso riformista. Dalle Regioni, allo statuto dei lavoratori, al divorzio. Invece gli anni 80, “decisionisti”, furono sterili e fatti di debito pubblico. Il punto è stata la crisi della politica. Sicchè una politica lottizzatrice pigra e svuotata dinanzi al mutamento sociale anni 80 ha finito con lo scaricare le sue colpe sulle istituzioni e sulla loro forma, invece di ripensare le “sue” forme. Si è celebrata l’alternanza come panacea. Per cui nell’era del bipolarismo tutto si sarebbe rinnovato e alternato, mutando le classi dirigenti. Risultati: aumento della corruzione, instabilità , paralisi. E una politica colonizzata da avventure populiste».
Alla base dell’«ingovernabilità » e delle larghe intese vi sarebbe l’ossessione maggioritaria?
«Sì, è stato il nostro sistema maggioritario a far crescere il populismo e il bipolarismo selvatico, con ciò che ne è seguito. A partire dal Mattarellum…».
Ma esisteva un’altra strada dopo Tangentopoli?
«Certo, e ho cercato di perseguirla in minoranza. Con la Sinistra indipendente, e contro le impostazioni di Segni e Gianfranco Pasquino. Mi sono battuto in tal senso, al referendum del 1993 contro il maggioritario. Il mio modello? Modello tedesco: metà collegi uninominali, e metà proporzionale. E poi: sbarramento, Camere diversificate, poteri del premier e sfiducia costruttiva. Infine, regolamenti, velocizzazione legislativa, poteri del “Cancelliere”. La mia posizione resta questa, sebbene sia stata sconfitta dall’egemonia di un altro senso comune, e con gli effetti che vediamo…».
Veniamo al semipresidenzialismo, che torna a circolare anche nel Pd. Il suo giudizio?
«Tecnicamente ha molte controindicazioni. Dalla cosiddetta monarchia repubblicana ai conflitti della coabitazione. Ma la questione non è tecnica o astratta. In Francia dove si è imposto tra crisi algerina e ambizioni nazionali ha retto, perchè lì c’è una lealtà repubblicana condivisa. Nel contesto italiano di contro, i rischi sono enormi, perchè non c’è delimitazione verso l’estrema destra, e il sistema potrebbe risultare catastrofico e divisivo. Oltralpe anche la sinistra ha votato Chirac, e non Le Pen. E se lo immagina un ballotaggio finale tra Berlusconi e Grillo?».
Conseguenze nefaste anche per la politica, risucchiata a quel punto tutta dentro la figura del decisore eletto dal popolo?
«Certo, per la politica e per i partiti. La subordinazione sarebbe fatale, e ne verrebbe travolta la funzione di garanzia del Presidente, cardine del nostro ordinamento parlamentare. Inficiata anche la norma che definisce immodificabile la forma repubblicana dello Stato, che fa corpo con la Repubblica parlamentare. Con danni e conflitti irreparabili. E devo dare atto a Bersani di questo: è stato sconfitto, ma ha mantenuto una posizione fermamente avversa alla personalizzazione della politica. Che è all’origine dei mali di cui parliamo».
E Grillo, negatore di libertà di mandato e democrazia delegata, non è dentro questi mali? E ancora: è deluso degli attacchi alla sua persona?
«Ho ringraziato Grillo per la sua “designazione”. Dopo avergli anche detto che, dinanzi alla canditura di Prodi, facevo un passo indietro. Poi sono andato a discutere con il suo gruppo alla Camera della democrazia parlamentare. E dissi: “Siete in parlamento, volete gettare al vento la libertà dei singoli in nome del portavoce?” Registrai consensi e dissensi. Ma la questione resta aperta, e andrà avanti lì dentro. Gli insulti? Inaccettabili, visto il mio tentativo di offrire un contributo. Lascio a ciascuno la sua libertà di giudizio, nel rispetto degli altri. Quel che mi sta a cuore è la coerenza delle mie idee. Agli attacchi sono abituato».
Agenda istituzionale di questo governo. Corretta? Confusa? Migliorabile?
«Occorre invertire priorità e strumenti. Prima ci vuole la legge elettorale: abolizione del Porcellum, magari anche con un nuovo Mattarellum. Per sottrarre a Berlusconi un’arma di ricatto, allungare eventualmente i tempi di questo governo e inserire altri temi nell’agenda, a partire dai diritti civili. Poi, per via ordinaria senza comitati e commissioni si potrà affrontare la riforma istituzionale. Ma senza stravolgimenti della forma parlamentare. E, auspicabilmente, nel solco di un sistema alla tedesca anche per quel che riguarda i rami alti».
Abbiamo evocato i partiti, corpi intermedi decisivi nella nostra Costituzione. La fine del finanziamento rischia di ucciderli?
«Viviamo sotto una spinta generalizzata anti-casta, anche per l’uso distorto delle risorse da parte del ceto politicoamministrativo. Ma rischia di farne le spese la democrazia, che senza partiti non esiste. Rischiamo un’americanizzazione della politica, dove il peso delle lobby e del denaro è preminente. Non possiamo rinunciare al ruolo di forti soggettività di massa organizzate, in grado di mediare il nesso tra Parlamento e società . Ruolo non esclusivo certo, perchè essenziali sono anche i momenti referendari, la rete, le associazioni e i movimenti civici. Ma senza partiti la democrazia si estingue, a beneficio dei ricchi e dei potenti».
Bruno Gravagnuolo
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IRRITAZIONE NEL PD VERSO L’ATTEGGIAMENTO DEL SINDACO DI FIRENZE
Matteo Orfini – «nascita» dalemiana, cofondatore della corrente dei Giovani turchi e
deputato del Pd – non vede come possano placarsi le tensioni interne al suo partito se non si arriva rapidamente al congresso: «Non ci siamo ancora confrontati sulle ragioni della nostra sconfitta, nè abbiamo stabilito che cosa debba diventare il Partito democratico. Non è che, senza congresso, si possono evitare questi temi: la discussione politica è in atto comunque. Non possiamo averne paura»
Massimo D’Alema vorrebbe Gianni Cuperlo alla guida del partito, Renzi vorrebbe se stesso in un ruolo alto, ma non ancora definito…
«Renzi e D’Alema si incontrano spesso… Forse Renzi è diventato dalemiano? Per me la proposta migliore è Cuperlo».
E il sindaco di Firenze candidato per Palazzo Chigi?
«Quando ha partecipato alle primarie contro Bersani, diceva cose che non condivido. Vedremo in prossimità delle elezioni. Però la cosa più importante adesso è aiutare a ricostruire il Pd, il che è cosa ben diversa dall’andare a presentare un libro in giro per l’Italia. Temo che ci sia qualcuno che cerca di vivere una fase così delicata del partito come gli conviene».
Farete il congresso entro ottobre, così come avete votato di fare?
«Non vedo ragioni per rinviarlo, e dovrà essere aperto non solo agli iscritti, con le primarie per scegliere il nuovo segretario».
Una tesi è che rimandarlo serve a tenere in piedi il governo.
«È un’idea sbagliata, il governo si stabilizza solo se c’è un Pd forte; e un partito forte può uscire soltanto dal congresso. E poi che argomento è? Si vuole forse dire che finchè resta in piedi questo esecutivo non ci sarà congresso?».
Il governo le sembra instabile?
«È sostenuto da una maggioranza particolare che è complicato tenere insieme. Ma sta facendo alcune cose».
C’è sempre qualcuno che minaccia di farlo saltare se non si agisce secondo la propria volontà .
«Lo spauracchio che agita Berlusconi è poco credibile. Quella con il Pdl non è l’unica maggioranza possibile: il Movimento 5 stelle ha già pagato il prezzo della linea Grillo. Perciò dubito che si tornerebbe facilmente al voto».
Daria Gorodisky
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
CHI AIUTERA’ LA POLITICA GODRA’ DI UN TRATTAMENTO 12 VOLTE PIU’ FAVOREVOLE DI CHI SOSTIENE UN’OPERA BENEFICA… E NON CI SONO TETTI MASSIMI
Chiamatela come meglio credete. Ma non con il nome sbagliato: abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.
Perchè inseguire Beppe Grillo è un conto; raggiungerlo, un altro.
I soldi dei contribuenti, e tanti, arrivano alla politica attraverso mille rivoli, moltiplicatisi negli anni come organismi dotati di vita propria. E questa legge non li chiude affatto tutti.
Alcuni li allarga persino.
Gli sgravi fiscali non sono forse una forma di finanziamento pubblico, sia pure indiretto? Si tratta di denari che lo Stato non incassa consentendo ai partiti di avere donazioni da imprese o privati cittadini.
Dunque è come se quei soldi lo Stato li desse alla politica.
Con un trattamento, per chi decide di aiutare economicamente un partito o un politico, 12 volte più favorevole rispetto a quello cui ha diritto il sostenitore di un’opera benefica.
Perchè mentre il singolo cittadino che finanzia un’associazione impegnata nella lotta contro una malattia rara può detrarre dalle tasse il 26 per cento del contributo solo fino a un tetto di 2.065 euro, qui parliamo della possibilità di risparmiare il 52 per cento fino a 5 mila euro e il 26 per cento fino a ben 20 mila.
La matematica, com’è noto, non è un’opinione.
Dare 20 mila euro in beneficenza consente di detrarre al massimo 542 euro, regalare la stessa cifra a un partito ne fa invece risparmiare 6.500.
Vero che il vantaggio fiscale per chi finanzia la politica, ancora lo scorso anno, quando la detrazione era sì al 19 per cento ma con un tetto di 103 mila euro, era addirittura più che quadruplo.
Ma anche così ci sarebbe da chiedersi se sia giusto privilegiare fiscalmente i partiti più delle organizzazioni che aiutano il prossimo.
Altra domanda: siamo sicuri che una volta imboccata questa strada non si debba stabilire indipendentemente dagli sgravi anche un tetto massimo di contribuzione oltre il quale un solo privato o una singola impresa non possa andare, per impedire i condizionamenti da parte di determinati interessi?
Magari fissando pure il principio adottato dalla Germania che impone la pubblicazione immediata via web dei contributi superiori a 50 mila euro.
Vedremo. Intanto prendiamo atto della decisione di rinunciare sia pure gradualmente in tre anni a quello che era rimasto dei ricchi «rimborsi» elettorali: una droga pesante che aveva gonfiato gli apparati di personale trasformando i partiti in macchine per ingoiare denaro.
Ed era chiaro che l’unico modo per tamponare il taglio del finanziamento diretto sarebbe stato quello di agire sul finanziamento indiretto.
Anche se questo, oltre a farci risparmiare un po’ di quattrini non potrà scongiurare una salutare cura dimagrante.
Finanziamento indiretto è pure il 2 per mille delle tasse: altre entrate cui lo Stato rinuncia a favore della politica.
Sempre che ci si possa fare affidamento, visti i precedenti.
Negli anni Novanta si provò con il 4 per mille. All’inizio fu corrisposto ai partiti un anticipo di 160 miliardi di lire, con l’impegno a conguagliare quella cifra, in più o in meno, quando il ministero delle Finanze avesse fatto i calcoli dei denari effettivamente destinati dai contribuenti alla politica.
Peccato che il conto non sia mai stato reso noto.
Elementare la ragione: i partiti avrebbero dovuto restituire tanti denari che avevano già speso. La legge del 4 per mille finì in soffitta e si cominciarono a gonfiare in un modo indecente i «rimborsi».
A quanto ammonterà questo finanziamento indiretto è difficile dire.
Il 2 per mille è una incognita assoluta.
Mentre gli sgravi fiscali erano finora stimabili in una decina di milioni l’anno, somma adesso inevitabilmente destinata a crescere.
Poi però ci sono gli altri rivoli.
L’esenzione dell’Imu per le sedi politiche, per dirne una. I contributi pubblici alla stampa di partito, circa un miliardo di euro dal 1990 a oggi. Oppure le agevolazioni postali per il materiale elettorale, una disposizione introdotta con la legge che ha fatto seguito al referendum del 1993, che si somma curiosamente ai rimborsi delle spese elettorali.
Per dare un’idea delle dimensioni di questo rivolo, i 9 milioni di lettere spedite agli italiani da Silvio Berlusconi con la promessa di restituire l’Imu potrebbero essere costate allo Stato 2 milioni 160 mila euro di francobolli.
Ovviamente oltre ai famosi «rimborsi».
Ma è niente al confronto del torrente più grosso che continuerà certo ad alimentare il finanziamento pubblico.
Stavolta non più indiretto: denaro sonante.
Sono i contributi ai gruppi parlamentari e dei Consigli regionali.
Quanti soldi? Anche qui non è facile dirlo, ma si parla sempre di un centinaio di milioni l’anno, pur dopo il giro di vite imposto in varie Regioni.
Nel solo Lazio dello scandalo Batman si distribuivano ai gruppi 14 milioni l’anno.
I contributi ai gruppi di Camera e Senato spuntano nella legge sul finanziamento pubblico approvata nel 1974 da tutti i partiti (tranne i liberali) durante la bufera dello scandalo petroli.
E sono proprio quelli che il referendum radicale del 1993 aveva abrogato. In barba al voto di 34 milioni di italiani sono stati invece mantenuti: non più per legge, bensì per autonoma iniziativa del Parlamento.
La loro abolizione non è mai stata all’ordine del giorno.
Il finanziamento pubblico dunque non è morto, a dispetto dell’epitaffio scolpito ieri dal governo di Enrico Letta.
Chi credeva davvero che alla politica non sarebbe più arrivato un euro statale si metta l’anima in pace.
Pur eliminando l’autentico sconcio dei «rimborsi» elettorali l’Italia non diventerà come la Svizzera: unico Paese europeo dove non sono previsti sotto alcuna forma contributi per i partiti.
Va detto chiaramente che i rubinetti pubblici resteranno aperti, pur assumendo in qualche caso forme più evolute e moderne.
Una di queste è il libero accesso a spazi pubblicitari sulle reti televisive, o l’erogazione gratuita di alcuni servizi, come accade in Svezia.
E se è fondamentale il vincolo della massima trasparenza per ottenere i benefici fiscali, ancora di più lo è l’obbligo di dotarsi di «requisiti minimi idonei a garantire la democrazia interna».
Il che tira in ballo la legge sulla forma giuridica dei partiti con la quale si dovrebbe attuare l’articolo 49 della Costituzione, mai riempito di contenuti da ben 65 anni. Un anno fa quel provvedimento, per quanto lacunoso, sembrava in dirittura d’arrivo. Poi è rimasto nei cassetti di Montecitorio.
Ma ogni riforma del finanziamento della politica non può risultare credibile, senza le regole che dicano che cosa sono i partiti, quali sono i loro obiettivi, come devono essere organizzati.
Vanno scritte subito, avendo tuttavia sempre presente che è soltanto un primo passo. Al punto in cui si è arrivati, per provare a riconciliarsi con gli italiani i partiti devono fare ben altro: a cominciare da una legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere.
Quella che ora improvvisamente non è più urgente per nessuno.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
“LAVORIAMO COME SCHIAVI PER 700 EURO AL MESE E CHI PROTESTA VIENE LICENZIATO”… PD, PDL E GRILLO TUTTI ZITTI E INQUADRATI
In cinquecento per difenderne quarantuno. Hanno risposto con una manifestazione
nazionale i lavoratori della logistica alle lettere di licenziamento piovute su quei facchini che decisero di scioperare contro la Sgb, consorzio che gestisce i magazzini della Granarolo, “per chiedere un salario onesto e un trattamento dignitoso”.
In piazza c’erano dipendenti delle cooperative provenienti da tutta Italia, da Milano a Napoli, giovani e lavoratori, studenti e precari, perchè “il trattamento ricevuto a Bologna dai nostri colleghi avviene in tutto il paese: cose da terzo mondo. E pensare che Granarolo e Coop Adriatica sono due fiori all’occhiello della sinistra di questa città , storicamente rossa”.
“La nostra categoria lavora duramente, ci spacchiamo la schiena nei magazzini dove transita la merce che finisce nei supermercati, eppure siamo invisibili — racconta Abdel Ghani, ex dipendente della Sgb, licenziato per aver protestato contro l’azienda — il padrone ha inventato una fantomatica crisi che però sui bilanci non c’è, mentre sulla busta paga si è tradotta in un — 35% di stipendio. Circa 600 euro in meno ogni mese. E quando abbiamo alzato la testa prima siamo stati sospesi, poi cacciati”. Licenziati, perchè per i lavoratori della logistica bolognese scioperare è diventato un “atto proibito”.
Secondo il parere della Commissione di Garanzia, che sugli scioperi si è pronunciata dopo la richiesta della prefettura, i prodotti Granarolo sarebbero “essenziali per la collettività ” quindi “lo sciopero nella logistica deve essere regolamentato e, di fatto, i licenziamenti sono giusti”. Un po’ come per il trasporto pubblico.
“Un pronunciamento per noi assurdo — spiega Eleonora del Laboratorio Crash — a parte che delle due, sono i lavoratori a essere essenziali, non lo stracchino della Granarolo. E poi è anche un limite al mercato. È come dire che senza il latte di quella marca si crea un problema per la collettività ”.
Con sè i facchini avevano portato anche degli scatoloni, ma impresso non c’era il marchio dell’azienda produttrice. “Noi che per anni abbiamo scaricato scatoloni per la Granarolo, ora siamo qui per scaricare loro” gridano i lavoratori, che hanno lanciato una campagna per boicottare i prodotti del colosso del latte.
“Non chiediamo la luna — spiegano — solo un salario sufficiente a vivere”.
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
“PIU’ COLPEVOLI DEI LORO PADRONI, GLI FAREMO UN CULO COSI'”… MINACCE AI GORNALISTI RAI E A CHI “SI E’ RIVOLTATO CONTRO” … RODOTA’ COLPEVOLE DI NON ESSERE AL SERVIZIO DI BERLUSCONI COME LUI
La Rai nel mirino di Beppe Grillo. Non è la prima volta che il leader del M5S critica la tv pubblica sul suo blog, ma oggi minaccia direttamente i giornalisti che lavorano nella televisione di stato, definendoli più colpevoli dei loro padroni.
“Rai1, Rai2 e Rai3 sono occupate dai partiti – scrive Grillo sul suo sito – Non è una notizia. Non è una novità . Il vero scandalo è che questo non dà più scandalo. Si dà ormai per scontato che plotoni di addetti stampa raccontino le balle dei partiti senza vergogna pagati dal canone, dalla pubblicità e dalle tasse. Molti giornalisti della Rai dovranno in futuro rendere conto della loro omertà , dei loro attacchi telecomandati, dei loro silenzi. Sono responsabili più dei loro padroni, di chi li ha assunti, di chi gli telefona (ma sovente non è neppure necessario) per dettargli palinsesto, contenuti e persino le parole e le pause”.
Poi, aggiunge: “Non ci sono più le veline, si è passati direttamente alla dettatura. Scandalo nello scandalo, la Rai è un pozzo senza fondo. In un’Italia che non ha più neppure gli occhi per piangere ha perso 200 milioni nel 2012. Il direttore generale Gubitosi e la presidente Tarantola rimangono imperterriti ai loro posti e dai consiglieri di amministrazione non un fiato. Cosa fanno dalla mattina alla sera questi signori ben pagati dagli italiani? Una Rai lottizzata. Un non luogo dell’informazione che fa rimpiangere persino l’era socialista, quando di tre assunti uno era democristiano, l’altro socialista e il terzo bravo. Ora il terzo viene spartito tra Sel e Lega. Quando c’è un colpo di Stato, la prima cosa messa in atto è il controllo dei mezzi di informazione”.
Dato che lui non è interessato alle poltrone rivendica per il Movimento la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai: “Tre commissioni sono ancora senza presidente – ricorda – Giunta per le elezioni (bloccata in attesa di una persona gradita a Berlusconi), Copasir e Vigilanza Rai”
Più tardi, nel corso di un’iniziativa elettorale nel Catanese, a Mascalucia, Grillo in pieno delirio urla sul palco: “Non ce l’ho con i giornalisti, ma io non dimentico niente” e un giorno “faremo un c… così all’informazione collusa“.
Il leader dei 5 Stelle annuncia che “faremo i conti con i Floris e i Ballarò…”.
Ma anche con i “Rodotà e la Gabanelli, quelli che “ci si sono rivoltati contro”.
Ai presenti che lo hanno applaudito, Grillo concede una battuta: “Loro le mani loro non le battono, le baciano…”.
Si sofferma poi ancora su Rodotà e chiarisce: “Non ce l’ho con lui, ma vuole fare una sinistra con i rossi, gli arancioni… Noi abbiamo la nostra natura siamo sopra”.
Certo lui è al servizio di Berlusconi…molto sopra.
Poi cerca di spiegare il motivo del suo no all’ex segretario Pd per la formazione di un governo con il sostegno del M5S e qui torna davvero un comico: “Bersani non voleva governare con noi voleva i nostri voti per governare senza di noi”
“Non ci hanno dato nessuna carica, nessuna presidenza di una commissione speciale. Nè il Copasir, nè la Vigilanza Rai. Voi pensate che la daranno a noi? Ci andrei io…”.
Giusto perchè non ci tiene alla poltrona…
Ritorna anche sul tema delle diarie: gli esponenti 5 Stelle “sbaglieranno, ma sono persone perbene” e “i soldi li restituiranno – ha detto – o li caccio a calci….”.
Evviva la democrazia diretta…
“La prossima volta – ha aggiunto – ci saranno in campo soltanto 5 Stelle e Berlusconi, ve lo metto per iscritto…”.
Bene, a quel punto potrà ritirarsi e far vincere il suo mandante, insomma…
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
DOPO L’ATTACCO DEL SENATUR CHE VUOLE UN CONGRESSO PER “RIPRENDERSI” IL CAROCCIO, IL “CERCHIO MAGICO” DI MARONI PASSA ALLE RITORSIONI
Bossi rilascia un’intervista di fuoco al Fatto quotidiano .
Giusto per capire, basta il titolo: «Maroni l’ha distrutta. Ora mi riprendo la Lega». L’interessato non ci pensa due volte. E taglia i viveri al «fondatore».
Di quanto, ancora, non è dato sapere: in realtà , non è stato deciso. Certo è che l’appannaggio bossiano non è una mancetta: lira più lira meno, qualcosa come 850 mila euro all’anno.
Ieri mattina, sul giornale diretto da Antonio Padellaro, è stata pubblicata un’intervista che ha rovinato la giornata a buona parte dei nordisti.
Il fondatore parte lamentandosi del trattamento riservato ai figli, poi attacca duro: ora devo pensare alla Lega, me lo chiedono tutti. Aspetto il congresso, mi candiderò prima che non ne rimanga nulla».
Nessun nuovo partito, racconta Bossi al giornalista Davide Vecchi: «Volevamo e potevamo farlo. Per recuperare i tanti che sono stati cacciati, allontanati, emarginati ingiustamente dopo aver dato la loro vita per la Lega».
Un rapido passaggio sull’ex tesoriere Francesco Belsito («Uno str… »), per passare a parlare di «tutti gli ingrati che ho cresciuto». Bossi, è vero, non include Maroni nel novero. Fa di peggio.
Ne demolisce la proposta dalle fondamenta: «Ha trasformato i nostri ideali in burocrazia, non puoi collegare un progetto politico solo alle poltrone».
E soprattutto: «La Macroregione è un progetto irrealizzabile». Che è un po’ l’architrave del progetto della Lega 2.0.
Quanto alla figura di Maroni come leader, Bossi la liquida in tre parole. Micidiali: «Non è riconosciuto».
Maroni non ha gradito. «Ma come? – avrebbe detto agli amici -. Lunedì l’ho visto, abbiamo riso e scherzato. E il giovedì se ne esce con robe del genere?».
Per il pomeriggio era fissato il consiglio federale a cui avrebbero dovuto partecipare i due contendenti.
Come in una commedia di Goldoni, nella Lega in mattinata era tutto un trepidare: «Chissà cosa mai si diranno». In realtà , poco. Pochissimo.
Una volta in via Bellerio, Maroni si è limitato a chiedere pubblicamente a Bossi «cosa cavolo sei andato a dire sui giornali?».
Il fondatore non ha risposto. E dopo alcuni istanti ha abbandonato il federale.
A quel punto, il segretario dagli occhiali rossoneri si è messo a presentare il bilancio consuntivo 2012 che sarebbe stato approvato di lì a poco: entrate da finanziamento pubblico, entrate da tesseramento, spese di gestione, conto economico…
Poi, la frase che conta: «Come sapete, oggi il governo ha approvato il ddl per il superamento in tre anni del finanziamento ai partiti. Oggi noi abbiamo un attivo patrimoniale di quaranta milioni. Ma il conto economico è in passivo di quasi undici. In pochi anni, potremmo trovarci in gravi difficoltà . E dunque, la proposta è quella di tagliare qualsiasi spesa che non abbia a che fare con il nostro core business, che è soltanto l’attività politica». Tutti d’accordo, e si prosegue senza che si parli di vile moneta.
A consiglio finito, però, si apprende in che cosa consista il taglio: in soldoni, circa sei milioni in totale «per contributi decisamente troppo generosi alle associazioni del partito».
Ma nella cifra è incluso anche l’appannaggio di Bossi.
Che viene così riassunto: «Circa 500 mila euro per le spese di segreteria e di cura di Bossi: assistenti per la malattia, autisti, aiutanti».
Poi, «150 mila euro senza causali particolari. Una sorta di stipendio per Bossi».
Infine, «circa 200 mila euro per la scuola Bosina», l’istituto fondato a Varese dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone. Che peraltro nell’ultimo anno del governo Berlusconi aveva ricevuto con la «legge mancia» la bellezza di 800 mila euro.
Tutto tagliato? Ancora non si sa.
A sentire coloro che godono della fiducia di Maroni, l’idea sarebbe quella di ridurre la cifra complessiva a circa un terzo di quella attuale.
Ma, appunto, ci sono parecchi conti da fare.
Marco Cremonesi
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
“MARONI NON E’ RICONOSCIUTO COME CAPO, AVEVO LA FILA DI GENTE CHE MI CHIEDEVA DI CACCIARLO”… “ASPETTO IL CONGRESSO, MI CANDIDERO’ PRIMA CHE NON RIMANGA PIU’ NULLA”…”I GRILLINI SONO COME MARONI: SENZA SOSTANZA, SENZA IDEALI E SENZA UN PROGETTO”
“Devo ricostruire la Lega, l’hanno distrutta”. Umberto Bossi ha gli occhi lucidi. L’inseparabile mezzo toscano Garibaldi tra le dita, il vecchio Capo è seduto sul divano nel suo ufficio a Montecitorio.
Guarda la foto accanto alla scrivania che lo ritrae assieme a Renzo. “Loro non c’entravano niente in questa battaglia”.
Quel loro sono i figli, fra cui il Senatùr, oggi deputato, mette anche la Lega. “Renzo è in America, sta finendo gli esami. Ora posso e devo pensare alla Lega, me lo chiedono tutti. Aspetto il Congresso, mi candiderò prima che non ne rimanga più nulla”.
Quindi l’ipotesi di dar vita a un nuovo partito è stata accantonata o non è mai esistita?
“Volevamo e potevamo farlo. Per recuperare i tanti che sono stati cacciati, allontanati, emarginati ingiustamente dopo aver dato la loro vita per la Lega. Una vergogna. Poi però ho preferito non spaccarla e ora tenteremo di riprenderla, Maroni non è riconosciuto come capo.”
Belsito ai pm ha detto di aver spostato soldi in Tanzania su sua richiesta per finanziare un nuovo soggetto politico.
“Belsito è uno stronzo. Quando abbiamo scoperto che aveva investito a Cipro, un anno prima di leggerlo sui giornali, lo abbiamo convocato. Io e Castelli gli abbiamo chiesto di dimettersi, gli abbiamo tolto le deleghe e abbiamo iniziato a controllarlo, ma lui ha cominciato a fare i suoi trucchetti. Un ingrato, anche lui. Ma ho scoperto di averne cresciuti molti di ingrati, non lo immaginavo. Ora che è in carcere prova a dare la colpa ad altri, ma racconta solo balle.”
Tra gli ingrati c’è pure Maroni?
“Ha trasformato i nostri ideali in burocrazia, non puoi collegare un progetto politico solo alle poltrone. E poi l’idea delle Regioni del Nord è bella, certo, ma come si fa? In Piemonte l’esperienza di Cota è finita, in Lombardia abbiamo vinto solo grazie a Berlusconi, in Veneto Maroni ha permesso a Tosi di fare troppi casini. Piemonte e Veneto ero riuscito a ottenerli da Berlusconi, era stato un miracolo; non avremo mai più nostri candidati presidenti in quelle Regioni. La macroregione è un progetto irrealizzabile”.
Si rende conto di quel che significa ciò che dice?
“Quello che vedo e sento. Maroni ha troppe poltrone e si dimentica delle cose. Io la base non l’ho mai abbandonata. C’è ancora tutta e aspetta che torniamo a essere la loro Lega. Il voto nei Comuni ha confermato che Maroni ha allontanato moltissimi nostri elettori. Sono stati lasciati senza punti di riferimento, non hanno ricevuto spiegazioni dei cambiamenti e sono lì ancora a chiedersi cosa è successo.”
Il voto delle amministrative però sembra dire altro.
“I nostri militanti sono tutti nel-l’astensionismo, i nostri uomini che si sono sentiti traditi dal progetto, traditi nell’ideale padano, l’identità scomparsa, cancellata.”
Il Carroccio ha toccato il dato più basso di sempre, sfiorando il due per cento.
“Non conta, si può ripartire. La base c’è ma vuole parlarci, vederci, sentirci. Sul territorio praticamente non esistiamo più da mesi. A Brescia è andato bene il vicesindaco , uno bravo, stimato e votato perchè so che parla con tutti, me ne dicono un gran bene anche i vecchi militanti. Poi il vuoto.”
Il sindaco sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini, costretto al ballottaggio ha dato la colpa anche a lei.
“Sicuro non l’ha aiutato nessuno, anche lui è stato abbandonato, come tutti.”
La Lega 2.0 di Maroni insomma ha già fallito.
“Il rischio c’era, dobbiamo ripartire ed è arrivato il momento di farlo. Io ho digerito gli attacchi alla mia famiglia, le false accuse ai miei figli, l’ultima quella della barca di Riccardo: una fesseria pilotata, una bugia montata e fatta uscire mentre girava la notizia della mia nuova Lega.”
Pilotata da chi?
“Sono qui dentro da trent’anni, sono sopravvissuto a Berlusconi tenendogli testa: insomma ne ho viste parecchie e so quel che dico. Ho imparato ad aspettare i momenti giusti per parlare e per agire, c’è tempo.”
Non crede che il movimento di Grillo abbia pescato nel vostro elettorato?
“Qualcosa alle politiche sicuramente, la protesta era giusta. Poi però son rimasti delusi. I grillini sono come Maroni, senza sostanza, senza ideali, senza un progetto forte e vero.”
L’ex ministro non sarà contento di quello che sta dicendo.
“Sono cose che sa anche lui, fa politica con me da sempre, dietro. In via Bellerio avevo la fila di gente che mi chiedeva di cacciarlo. ‘Capo quello fa troppo di testa sua’, ‘Capo Bobo s’è montato la testa’, ‘Capo caccialo è un traditore’. Per anni è andata avanti questa processione, ma io l’ho sempre difeso. Dalla Lega non si caccia nessuno perchè è una famiglia e figurarsi se cacciavo uno come lui che ha dimostrato anche al Viminale, come sempre, di essere molto bravo in alcuni incarichi.
Ma non in quello di leader?
“Non è riconosciuto.”
Se dovesse cacciarla dalla Lega?
“A me? So che qualcuno glielo chiede, ma è mal consigliato”.
E in Lombardia il segretario è Matteo Salvini.
“Uno bravo, su cui scommettere. Non ha mai lasciato il territorio, i militanti, ci mette la faccia.”
Al congresso sosterrà Salvini o davvero si candiderà lei?
“Me lo chiedono tutti, io alla Lega ho dato la vita e continuerò a farlo. Io sono pronto.”
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
“FLI DOVEVA ESSERE UNA FASE PER NUOVE AGGREGAZIONI, NON UN PARTITO”… “FINI DOVEVA INDICARE LA ROTTA, NON LASCIARE LA GESTIONE AI COLONNELLI”…”400 MILIONI DI IMMOBILI E 80 MILIONI DI LIQUIDI: IL PATRIMONIO DELLA FONDAZIONE AN SONO CONGELATI DALLE DIVISIONI INTERNE: QUALCUNO ORA SPERA DI AVERE VOCE IN CAPITOLO NELLA SPARTIZIONE”
Dopo aver lasciato il posto di assessore alla Cultura nella giunta Alemanno, Umberto Croppi
è stato uno dei più accesi sostenitori della terza via finiana, di un nuovo contenitore che andasse oltre le appartenenze tradizionali.
Il fallimento di Futuro e Libertà e l’appoggio al sindaco uscente al ballottaggio annunciato da Roberto Menia, dunque, non possono averlo lasciato indifferente. Intervistato da Intelligo, Croppi non si mostra sorpreso dagli ultimi sviluppi e, sul tentativo di ricomposizione della destra italiana, ha una teoria che farà discutere.
Cosa pensa dell’appoggio di Fli ad Alemanno per il ballottaggio?
«Fli non c’è più, ammesso che ci sia mai stato. Mi fa solo sorridere la cosa. L’ho scritto anche quando ne ero un dirigente: la metafora del Fli era una esigenza di fase, che Fini aveva anche un po’subito, ma nessuno, Fini soprattutto, aveva mai immaginato che potesse diventare un partito».
In che senso?
«Già prima del risultato elettorale, si era dimostrato che la consistenza politica di Futuro e Libertà era inesistente. Dopo si è sostanzialmente sciolto, con l’abbandono di Fini. Fli non c’è più. La dichiarazione di un ex parlamentare, che aveva una carica in questo partito, senza una espressione diretta di chi a Roma aveva costituito Fli, non ha proprio nessun valore».
E allora che senso ha questo endorsement?
«È un’uscita che si giustifica alla luce di un altro motivo. Io non ho mai aderito ad An o al Pdl, quindi non faccio parte di questa storia, ma è in atto un tentativo di ricomposizione di un nucleo di vertice di ex esponenti di Alleanza Nazionale legato alla pura speranza di avere voce in capitolo sul patrimonio della Fondazione An, costituito da 400 milioni di immobili e 80 milioni di liquidi, oggi congelati dalla magistratura proprio a seguito delle divisioni che si erano verificate nel Cda».
I tre anni di vita di Fli, anche alla luce di questo epilogo, sono stati del tutto inutili?
«Sì, perchè Fini ha svolto un altro ruolo. Doveva diventare il coagulo di una aggregazione di tipo nuovo, più vasto, con altri protagonisti. La costituzione di un partito, che lui stesso ha subito, tant’è vero che più volte ha parlato di un superamento di Fli, era una necessità di passaggio molto limitante, che conteneva già nella sua nascita tutti gli elementi che l’hanno poi portato a diventare un frammento».
Qualche responsabilità Fini ce l’ha?
«Certo, è chiaro. Lui aveva tutta la forza per indicare la rotta Invece lo ha fatto nel modo in cui aveva gestito An, cioè immaginando che i colonnelli potessero sgravarlo da responsabilità ».
Ma secondo lei questa “cosa” di destra nascerà ?
«Guardi, non mi riguarda».
Domenico Naso
(da “Intelligo news“)
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Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile
I SOLDI USCITI DALLA PORTA RIENTRANO DALLA FINESTRA: SCONTI FISCALI AI DONATORI, SEDI E SPOT TV GRATIS… 2 PER MILLE FINO A 61 MILIONI L’ANNO
Abolizione del finanziamento pubblico? Mica tanto: con la riforma approvata ieri tra le fanfare in Consiglio dei ministri il sistema potrebbe arrivare a costare oltre 61 milioni di euro (contro i 91 attuali).
Nel ddl del governo, infatti, c’è il trucco, diciamo una nota creativa visto che — vuole la leggenda — il meccanismo (“una mostruosità giuridica” fu definito all’epoca) lo creò Giulio Tremonti per l’8 per mille alla Chiesa.
Prima di entrare nello specifico, vediamo come funziona la faccenda.
Niente più contributi diretti ai partiti, dice il governo, da adesso in poi si reggeranno sui soldi dei privati con qualche aiuto “non monetario” dello Stato.
Enrico Letta — che ha fortemente voluto questa legge così com’è — parla di “promessa mantenuta” e spera che il Parlamento la “approvi rapidamente perchè ne va della credibilità del sistema politico”.
Peccato che mantenere una quota di rimborsi elettorali sulle spese certificate (come al premier chiede gran parte del suo stesso partito) sarebbe costato meno essendo pure più trasparente del sistema scelto.
Ecco, per punti, di cosa stiamo parlando.
DETRAZIONI.
Dall’anno prossimo aumentano quelle per le erogazioni liberali ai partiti di persone e aziende: 52% fino a cinquemila euro, 26% — come le onlus — fino a ventimila. Cinquecento euro di sconto fiscale, al massimo, pure a chi si iscrive alle scuole di formazione politica.
Ovviamente questo comporta una quota di mancato gettito per lo Stato al momento non quantificato (al ddl manca la bollinatura della Ragioneria generale).
DUE PER MILLE.
Viene introdotta la possibilità — a partire dal 2015 — di destinarlo ai partiti al momento della dichiarazione dei redditi o di lasciarlo all’erario: i soldi cominceranno a uscire, però, solo dal 2017.
SOSTEGNI STATALI.
I partiti avranno a disposizione spazi gratuiti sulla Rai per la messa in onda di messaggi politici; l’Agenzia del Demanio dovrà concedergli “almeno in ogni capoluogo di provincia” una sezione.
TRASPARENZA.
Potranno accedere a queste facilitazioni solo quei partiti che hanno uno Statuto e regole di democrazia interna, fanno certificare i propri bilanci e rendono i dati accessibili ai cittadini.
Chi risponde a questi requisiti sarà iscritto a un apposito registro.
Fa notare Fabrizio Cicchitto del Pdl: “Quale sarà l’Autorità che valuterà se lo Statuto di un partito risponde a criteri di trasparenza e democraticità ? Quale che sia, avrà poteri decisivi sull’assetto democratico”.
IL TRUCCO.
Sta nell’articolo 4, quello che disciplina il 2 per mille: al comma 2 si legge, infatti, che “in caso di scelte non espresse, la quota di risorse disponibili… è destinata ai partiti ovvero all’erario in proporzione alle scelte espresse”.
Chi non firma per nessuno, contribuisce lo stesso, proprio come accade nell’8 per mille alle confessioni religiose: per dare un’idea, solo il 43% circa dei contribuenti mette la propria firma sotto ad una delle caselle (Stato compreso), ma nel calderone finiscono i soldi di tutti e la Chiesa cattolica con meno del 40% delle opzioni si porta a casa ben oltre l’80% del fondo.
Nel caso dei partiti, a differenza che nell’8×1000, è prevista una soglia massima alle uscite e la previsione che “un decreto del ministro dell’Economia stabilisce annualmente l’importo massimo da destinare” al 2 per mille per evitare di spendere troppo.
GRADUALITà€.
Queste misure entreranno in vigore in tre anni, cioè saranno a regime dal 2017. Quest’anno, dunque, il fondo per i rimborsi elettorali rimarrà di 91 milioni (al lordo dei soldi del M5S) per poi essere ridotto del 40, 50 e 60% nei tre anni successivi: in soldi significa che l’anno prossimo usciranno 54 milioni di euro, 45 quello dopo, trentasei nel 2016 e, infine, zero.
Quanti sono i soldi? Il governo ha chiarito che “il tetto massimo” di questo sistema è di 61 milioni di euro (senza tetto, infatti, varrebbe all’ingrosso 250 milioni).
Proviamo a simulare la ripartizione: se la metà delle scelte espresse saranno per lo Stato (si tenga conto che, nel caso dell’8 per mille, superano di poco il 5%), ai partiti andrebbero comunque 30,5 milioni di euro.
È bene ribadirlo: quei soldi li avranno comunque, anche se le scelte espresse ammontassero in tutto a un milione di euro.
Come si vede, solo con una certa capacità di astrazione si può definire “contribuzione volontaria” questo meccanismo.
“Al massimo ai partiti arriveranno 10-15 milioni”, minimizza però il ministro Orlando.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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