Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
NON SI RENDONO CONTO CHE L’UNICO WELFARE RIMASTO E’ QUELLO DEI PADRI CHE MANTENGONO I FIGLI SENZA LAVORO STABILE
I giornali d’agosto saranno pure pieni, come ha dichiarato il nostro esuberante premier, di progetti segreti del governo che neanche il governo conosce.
Peccato che a lanciare l’ipotesi di un prelievo sulle pensioni d’argento — e forse, visto dove dovrebbe essere fissata la famosa “asticella”, pure di bronzo e di latta — sia stato il ministro del Lavoro Poletti.
Che dopo aver lasciato che i vari Alfano e Sacconi imperversassero per giorni con dichiarazioni a ruota libera sull’articolo 18, ha rotto finalmente il silenzio, dalle pagine del Corriere della Sera, per annunciare l’idea, nuova come la pioggia d’autunno, di un prelievo sulle pensioni.
Perfetta per tenere allegri gli italiani d’estate, specie se accompagnata dalla “rassicurazione” del sottosegretario all’Economia Baretta (“Chi guadagna fino a 2.000 euro netti al mese può stare assolutamente tranquillo”).
Sia chiaro: chi scrive fa parte di quella generazione, mai difesa dai sindacati, che ormai vive nella drammatica consapevolezza di ricevere una pensione da poche centinaia di euro, interamente sudate col regime contributivo.
E che ha sempre guardato con una certa indignazione al compromesso che nel 1995 salvò dal passaggio al nuovo regime una buona parte di lavoratori, impedendo quella riforma radicale che avrebbe reso il sistema previdenziale più equo (in tempi tra l’altro di ottimismo e crescita del Pil).
Da questo particolare punto di vista, suscitano persino una certa ironia alcune difese conservatrici alla proposta del governo, ad esempio quelle di alcuni commentatori — spesso gli stessi che scrivono contro la retorica dei diritti acquisiti e a favore delle riforme — che dalle colonne dei loro giornali si sono subito scagliati a difesa del loro, privatissimo, diritto: la propria pensione minacciata.
Ma il punto è un altro: e cioè che il taglio delle presunte pensioni “ricche” non rappresenta in alcun modo un’operazione di equilibrio tra generazioni – famosa retorica del “togliere ai padri per dare ai figli” — che in molti invece vorrebbero venderci.
Primo, perchè se fosse tale i soldi ricavati dall’operazione dovrebbero andare realmente a favore delle generazioni svantaggiate, e non a coprire emergenze come quella degli esodati (che lo stesso Stato ha creato) o come il finanziamento della cassa integrazione in deroga: in breve, al solito, per fare cassa.
Secondo, perchè oggi le pensioni dei “padri” sostengono una massa di precari e disoccupati semi-disperati, che senza l’aiuto dei genitori non potrebbero letteralmente vivere.
Nel deserto del welfare e dei servizi — dove per ottenere esenzioni o prestazioni essenziali bisogna avere un Isee letteralmente da fame —, nell’assenza di misure contro la povertà e di un assegno universale per qualunque lavoratore, anche se precario o intermittente, perda il lavoro, nella latitanza completa dello Stato rispetto ai bisogni delle coppie giovani (primo fra tutti, un posto all’asilo nido), l’unico welfare rimasto è quello familiare, sul quale forzatamente chi non si aspetta più nulla dallo Stato deve fare i conti per qualsiasi scelta esistenziale, a partire dalla possibilità di avere un figlio.
D’altronde, sono le pensioni dei padri che oggi pagano i mutui che le banche non concedono ai figli precari, oppure la retta dell’asilo nido quando il pubblico ti mette in lista d’attesa (o ti presenta una retta pari quasi al privato, come nel nord d’Italia), garantendo tra l’altro quella fragile coesione sociale che presto salterà quando queste risorse finiranno. In tempi di recessione e di emergenza sociale, misure come queste non fanno che aumentare rassegnazione e sfiducia verso istituzioni ormai vissute come ostili, quando non letteralmente persecutorie.
Oltre che a rivelare il vecchio del “nuovo” che avanza: tagli e tasse, alla faccia della retorica dell’ottimismo e del futuro pieno di belle speranze.
Elisabetta Ambrosi
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
1500 ORE DI LEZIONE ON LINE IN DUE SEMESTRI, AL COSTO DI 650 EURO…
TRA I DOCENTI LO STESSO EX PREMIER, GIORGIO MULE’, ANNAGRAZIA CALABRIA E ANTONIO PALMIERI
Le Frattocchie di Forza Italia sono online. 
Anche il partito di Silvio Berlusconi vuole una sua scuola di formazione politica come quella, ad esempio, che aveva il Pci.
Ma i tempi sono cambiati e la formazione sarà online con tanto di crediti da “spendere” in altri corsi di laurea.
Si chiama Accademia Forza Italia e, come scritto l’8 luglio dal Secolo XIX e ricordato oggi dal Corriere della Sera, nasce dall’accordo tra il partito dell’ex premier e l’Università Pegaso, ateneo telematico riconosciuto dal Ministero.
Il corso dura due semestri, ovvero 1.500 ore di lezione, e costa 650 euro. Il tutto coronato da un test finale che permetterà di conseguire il diploma.
Il programma è già in rete (sotto) e il termine per le iscrizioni è fissato al 30 settembre.
Limite massimo: 100 partecipanti.
Del resto, da anni Berlusconi sognava di aprire un laboratorio di formazione politica e aveva pensato di inaugurarlo a Lesmo, a Villa Gernetto.
Doveva chiamarsi Università della Libertà e sperava di ospitare relatori del calibro di Bill Gates, Bill Clinton, George W. Bush e Vladimir Putin.
Ma il progetto non è mai decollato. Ora, invece, si parte. E le lezioni, da ottobre, potranno essere comodamente seguite da casa.
Per primo sale in cattedra, con una lezione registrata ad Arcore, lo stesso Silvio Berlusconi che parlerà di “Introduzione per la politica del buon governo”.
Tra i “docenti” del primo semestre, dedicato a “tecnica amministrativa e di governo”, ci sono anche Marcello Fiori, responsabile nazionale Club Forza Silvio nonchè promotore del call center per invitare gli italiani al voto in occasione di Europee e amministrative, che si occuperà di “Analisi del linguaggio e dell’agire politico”.
E poi nel secondo semestre sui “sistemi politici e tecniche di comunicazione” — sempre aperto da Berlusconi — ci sono il direttore di Panorama Giorgio Mulè (“Teorie e tecniche dei nuovi media”), il responsabile web del partito Antonio Palmieri (“Gestione della comunicazione delle campagne elettorali”), e la deputata e capo del movimento giovanile di Forza Italia Annagrazia Calabria (“Storia e forme della comunicazione politica nella età contemporanea”).
L’obiettivo?
”Dare la possibilità a tutti gli italiani, di ogni età , di ogni professione, di ogni genere, di ogni luogo, anche il più lontano, di poter ricevere una formazione politica. Ma non solo formazione, anche studio, ricerca e pratica di tutto ciò che oggi chiamiamo campagna elettorale permanente. La nostra”.
Un corso “destinato a giovani e cittadini di ogni età , oltre che militanti e dirigenti di partito, che desiderino avvicinarsi alla politica o approfondirne la conoscenza attraverso un’adeguata formazione teorica e pratica, purchè in possesso di un diploma d’istruzione secondaria.
Difatti, i CFU (60) possono essere oggetto di valutazione ai fini dell’iscrizione ad uno dei corsi di laurea presenti nell’offerta formativa dell’Università proponente”.
In particolare, dice Fiori, “scienze politiche, scienze dell’amministrazione e giurisprudenza“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
L’ISLAMISMO DA ESPORTAZIONE DEL QATAR… IL DOPPIO GIOCO DI ALCUNI ALLEATI USA CHE FINANZIANO I TERRORISTI DELL’ISIS
Con un tesoro di oltre 2 miliardi di dollari lo Stato Islamico (Isis) di Abu Bakr al-Baghdadi è il gruppo terrorista più ricco del Pianeta e la pista dei soldi porta allo Stato sospettato di esserne il maggiore finanziatore: il Qatar.
Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller punta l’indice sull’Emirato di Doha in un’intervista alla tv Zdf, spiegando che «i soldati del Califfo terrorista vengono pagati dal Qatar». È un passo che segue quello del vicecancelliere Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia, che pochi giorni fa aveva suggerito ai colleghi dell’Ue di «iniziare a discutere chi finanzia Isis».
Se la valutazione di 2 miliardi di dollari delle finanze del Califfo jihadista viene dal governo di Baghdad, la pista qatarina è stata descritta da David Cohen, vice-segretario Usa al Tesoro con la responsabilità dell’Intelligence e la lotta al terrorismo, che da Washington ha spiegato, già in marzo, come «donatori del Qatar raccolgono fondi per gruppi estremisti in Siria, a cominciare da Isis e al-Nusra» con il risultato di «aggravare la situazione esistente».
Un successivo studio del «Washington Institute per il Vicino Oriente» ha calcolato in «centinaia di milioni di dollari i versamenti compiuti da facoltosi uomini d’affari in Qatar e Kuwait a favore di al-Nusra e Isis», che in precedenza era nota come «Al Qaeda in Iraq».
Ciò che accomuna questi «donatori» è la volontà di finanziare gruppi fondamentalisti sunniti impegnati a combattere con ogni mezzo il nemico sciita ovvero qualsiasi alleato, reale o potenziale, di Teheran in Medio Oriente: dal regime di Bashar Assad in Siria agli Hezbollah in Libano fino agli sciiti in Iraq.
Citando analisi americane, David Cohen ha aggiunto che «il Kuwait è l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi in Siria» mentre il Qatar ne costituisce il retroterra grazie ad «un habitat permissivo che consente ai terroristi di alimentarsi».
Sono tali elementi che hanno portato l’ultimo «Country Reports on Terrorism» del Dipartimento di Stato – relativo al 2013 – a definire il Qatar «ad alto rischio di terrorismo finanziario» ed il Kuwait teatro di «finanziamenti a gruppi estremisti in Siria».
Colpisce il fatto che entrambi i Paesi sono stretti alleati degli Stati Uniti ed in particolare il Qatar, che nella base di Al Udeid ospita l’avveniristico comando delle truppe Usa in Medio Oriente, ha ricevuto a metà luglio una commessa militare Usa da 11 miliardi di dollari che include elicotteri Apache, batterie di Patriot e sistemi di difesa Javelin.
Proprio in occasione di questo accordo, il Qatar si impegnò con Washington ad accogliere cinque leader taleban scarcerati da Guantanamo per ottenere la liberazione del soldato Bowe Bergdahl prigioniero in Afghanistan.
«Il Qatar ha una doppia identità – spiega Ehud Yaari, il più apprezzato arabista d’Israele – da un lato ospita soldati Usa e accoglie uomini d’affari israeliani ma dall’altra finanzia i più feroci gruppi terroristi sunniti».
In effetti l’Emirato guidato da Tamim bin Hamad Al Thani è stato messo all’indice da Arabia Saudita ed Egitto per il sostegno che diede ai Fratelli Musulmani di Mohammad Morsi e l’isolamento nella Lega Araba è cresciuto a seguito della scelta di Doha di schierarsi – unico Paese arabo – a favore di Hamas nel conflitto di Gaza con Israele.
Fino al punto che fonti di Al Fatah hanno rivelato al giornale arabo Al-Hayat che «il Qatar sta sabotando il negoziato egiziano per una tregua permanente nella Striscia» e in particolare avrebbe «minacciato di espulsione il leader di Hamas Khaled Mashaal per impedirgli di accettare le più recenti proposte formulate dal Cairo».
A spiegare cosa c’è all’origine delle politiche del Qatar è Zvi Mazel, ex ambasciatore israeliano al Cairo, ricordando come «quando il presidente Gamal Abdel Nasser alla metà degli Anni Cinquanta espulse i leader dei Fratelli Musulmani questi si rifugiarono in Qatar» allora colonia britannica, forgiando un’intesa «con le tribù locali che ne ha fatto le interpreti di un fondamentalismo ostile a quello dell’Arabia Saudita».
Se infatti la tribù saudita degli Ibn Saud «predica il fondamentalismo sunnita in un unico Paese, ovvero l’Arabia – spiega Mazel – la tribù Al Thani del Qatar predica il fondamentalismo d’esportazione, quello dei Fratelli Musulmani che distingueva anche Osama bin Laden, e punta a rovesciare i regimi arabi esistenti».
Il contrasto fra Qatar e Arabia Saudita nasce dunque dall’interpretazione del Corano e si sviluppa in una rivalità per la leadership del mondo sunnita che si rispecchia in quanto sta avvenendo in Siria dove, secondo fonti d’intelligence europee, Doha e Riad «finanziano gruppi islamici rivali dentro l’opposizione ad Assad».
L’ex premier iracheno Nuri al-Maliki negli ultimi due mesi ha più volte accusato «Qatar e sauditi» di sostenere Isis, lasciando intendere che ognuno ha i propri interlocutori, e che Riad agirebbe assieme a Emirati Arabi e Bahrein, accomunati proprio dall’ostilità al Qatar.
Al-Baghdadi dunque si gioverebbe di più fonti di finanziamento con il filone-Qatar tuttavia più corposo anche per la convergenza di interessi con la Turchia di Recep Tayyep Erdogan.
A metà mese l’agenzia russa Ria-Novosti ha rivelato che i fondi raccolti in Qatar avrebbero consentito a Isis di acquistare armamenti dell’ex Europa dell’Est grazie ad un network basato in Turchia.
In particolare Isis avrebbe comprato blindati per trasporto truppe in Croazia, carri armati in Romania, mezzi per la fanteria in Ucraina e munizioni in Bulgaria riuscendo a sfruttare tali traffici anche per reclutare volontari in Kosovo e Bosnia.
Maurizio Molinari
(da “La Stampa”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
I SINDACATI: “RENZI SIA CHIARO SULLA MANOVRA O SARA’ UN AUTUNNO INCANDESCENTE”
I sindacati del pubblico impiego sono pronti a dissotterrare l’ascia di guerra contro il governo Renzi. 
Le ipotesi di un intervento sulle pensioni, in particolare su quelle maturate con il sistema contributivo che sarebbero ricalcolate con il meno generoso criterio contributivo, insieme a ulteriore proroga del blocco degli stipendi dei lavoratori statali, scatenano la reazione netta delle organizzazioni sindacali che hanno già annunciato la mobilitazione.
Il rischio è che alla fine della pausa estiva inizi un autunno incandescente.
Per questo le sigle sindacali maggiori hanno chiesto al governo di smentire le voci che circolano da giorni. «Lasciate in pace i pensionati, la pazienza è finita. Ci mobiliteremo» ha scritto su Twitter la segretaria generale di Spi Cgil, Carla Cantone, dopo che già la Cgil nazionale aveva chiarito senza mezzi termini il suo punto di vista: «Un intervento sull pensioni retributive è inaccettabile».
Netto il «no» dei sindacati anche alla ipotesi di congelare le buste paga dei lavoratori del settore pubblico: «C’è da augurarsi che sia una bubbola agostana. Un nuovo blocco biennale dei salari nella P.A. Sarebbe inaccettabile», ha tuonato la Cgil.
«Attendiamo una smentita da parte del presidente Renzi e della ministra Madia», hanno aggiunto i segretari generali della Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil.
Il governo ha in parte accolto l’invito con il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, che ha sottolineato che quella previdenziale è «l’unica riforma che è già stata fatta».
«Dobbiamo fare le riforme strutturali che non abbiamo fatto — ha aggiunto — la mia opinione è che introdurre in questo ambito la discussione sulle pensioni sia estremamente negativo perchè la riforma della previdenza pubblica è stata già realizzata, non c’è bisogno di farne un’altra».
A parlare di ipotesi «premature» è stato anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia che però non ha chiuso la porta all’intervento prospettato qualche giorno fa dal ministro del Lavoro Poletti che aveva avanzato l’ipotesi di un nuovo prelievo a carico degli assegni previdenziali più alti.
«Non è la stessa cosa parlare di un intervento spot o di uno inserito nel più globale contesto della riforma del lavoro» ha detto Baretta. «Ciò premesso, se a certe pensioni chiederemo poi un contributo quando non riusciremo a trovare i fondi per garantire gli 80 euro ai pensionati da mille euro mensili, non mi pare uno scandalo. Diamoci un equilibrio: vogliamo le riforme, ma non vogliamo che nessuno paghi il conto?».
Sul fronte politico l’ipotesi vede la netta contrarietà di Forza Italia, con Renato Brunetta: «È una follia solo a parlarne anche perchè provoca incertezza e apprensione. Non è possibile attaccare i pensionati, che non si possono difendere, in questa maniera. Giù le mani dalle pensioni, noi lo abbiamo detto in tutti i modi».
Anche Cesare Damiano del Pd sostiene che un nuovo intervento sulle pensioni è «difficile».
«Mi rendo conto — ha aggiunto — che il ministro Poletti, avendo annunciato una iniziativa strutturale nella Legge di Stabilità a proposito di pensioni, ha bisogno di risorse e quindi questo potrebbe preludere a un intervento. Però…».
Filippo Caleri
(da “il Tempo”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
ANCHE IL “GUARDIAN” DENUNCIA IL CASO… IN AUSTRIA LE AUTORITA’ SI COMPORTANO DIVERSAMENTE…PARTONO LE PRIME DENUNCE CONTRO GLI AMMINISTRATORI TRENTINI MENTRE LA LAV CHIEDE UNA PERIZIA SULLA PRESUNTA AGGRESSIONE
Il sedicente ministero dell’Ambiente (o meglio chiamarlo della tutela dei cacciatori) interviene ufficialmente sul caso Daniza, che a Ferragosto avrebbe aggredito un cercatore di funghi di Pinzolo in Trentino, con una lettera inviata alla Provincia Autonoma di Trento.
“La sicurezza degli abitanti trentini è una esigenza primaria che va tutelata – si legge nella nota – ma al contempo non va vanificata l’importante esperienza del programma di ripopolamento degli orsi in corso in trentino. L’orsa Daniza deve essere messa in condizione di non aggredire più gli uomini”.
Il ministero assicura che “la situazione è affrontata dalla Provincia di Trento secondo i protocolli e le normative vigenti che in casi come questo arrivano a prevedere la cattura ed il ricovero in un’area recintata, ma non l’abbattimento. Particolare importanza viene assegnata al futuro dei due cuccioli”.
“I dati scientifici disponibili – continua la lettera – evidenziano che esemplari di orso bruno sottoposti a captivazione prolungata difficilmente possono essere reintrodotti nell’ambiente naturale, a causa delle modificazioni comportamentali che la fase di cattività determina in questa specie, e che i cuccioli di orso bruno che perdono la madre nella stagione estiva presentano in genere buone probabilità di sopravvivenza nel medio e lungo periodo”.
I tecnici del ministero ritengono quindi “che vada comunque evitata la captivazione dei due cuccioli e che, nel caso della rimozione della madre, vada previsto un attento monitoraggio dei due individui anche con tecniche radiotelemetriche, al fine di assicurare la tempestiva registrazione di eventuali comportamenti anomali”.
Il rischio che va evitato, conclude il ministero dell’Ambiente, “è che questo episodio rimetta in discussione un programma di ripopolamento (il progetto Life Ursus, avviato nel 1999, ndr.) che ha avuto successo, reinserendo in quest’area una comunità di orsi che ha raggiunto le 50 unità , e che rappresenta un esempio virtuoso a livello nazionale e internazionale”.
La posizione del ministero in merito alla sorte dei cuccioli viene giudicata giustamente “indecente” dai Verdi.
“La posizione del ministero dell’Ambiente sulla vicenda dell’orsa Daniza è semplicemente indecente, vergognosa e incompatibile con l’ordinamento giuridico della Repubblica italiana”, sottolinea il coportavoce nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli.
“Sono indignato nel leggere che il comunicato del ministero dell’Ambiente che, oltre a dare l’assenso alla cattura della mamma orsa Daniza, afferma che ‘i cuccioli di orso bruno che perdono la madre nella stagione estiva, presentano buone probabilità di sopravvivenza nel medio e lungo periodo’.
Quindi, secondo il ministero dell’Ambiente, per i cuccioli non è certa la possibilità di sopravvivenza ma solo probabile e affidiamo la possibilità di continuare a vivere per i cuccioli orsi in base alle valutazioni di probabilità dei funzionari del ministero”.
“Daniza ha agito come le mucche austriache”.
Pertanto i Verdi presenteranno domani mattina un esposto alla Procura di Trento con la richiesta dell’apertura di un’indagine e il blocco della cattura dell’orsa.
“Ritengo alla luce anche della nota del ministero dell’Ambiente, che non garantisce la certezza della sopravvivenza dei cuccioli in assenza della mamma, che ci troviamo di fronte alla violazione dell’art.544 ter del codice penale”, conclude Bonelli.
Che ricorda anche che “in Austria, alcuni giorni fa, alcune mucche hanno attaccato degli escursionisti per lo stesso motivo di Daniza: e cioè per difendere i loro vitelli. Ma in quel caso, le autorità austriache non hanno pensato di abbatterle o confinarle – ha chiarito il portavoce dei Verdi- Hanno semplicemente distribuito volantini informativi ai turisti invitandoli a tenersi a debita distanza dalle mucche al pascolo con la prole”.
Il volantino in questione ha un titolo significativo: “Un pascolo alpino non è uno zoo!”. In esso si spiega che le vacche vanno trattate con riguardo e non provocate, soprattutto se circondate dai loro vitellini.
Ricerche senza esito.
Intanto, proseguono le ricerche dell’animale, che vaga per i boschi con i suoi cuccioli e continua a sfuggire ai tentativi di cattura.
L’orsa ha accuratamente evitato le “trappole a tubo”, provviste di esche allettanti (miele e carne).
Sui social network fanno quasi tutti il tifo per mamma orsa e l’hashtag #iostocondaniza continua a riscuotere consensi.
La petizione su Avaaz ha raccolto 39mila firme, mentre quella ufficiale su Change arriva addirittura a quota 52mila (sempre su Change un’altra petizione è a oltre 7mila adesioni).
Il gruppo su Facebook, invece vola verso i 15mila “Mi Piace.”
Il caso è diventato internazionale, dal momento che persino il prestigioso quotidiano britannico The Guardian ha dedicato un articolo a Daniza.
Lav presenta una diffida.
In difesa di Daniza la Lav-Lega anti vivisezione ha depositato una diffida indirizzata al presidente della Provincia Ugo Rossi e alla Procura di Trento in cui chiede “l’immediato ritiro dell’ordinanza”, con la richiesta di avviare indagini, anche di medicina forense veterinaria, “per capire cosa sia accaduto veramente a Pinzolo”.
“Se il provvedimento provinciale venisse portato a compimento, il presidente Rossi e gli operatori addetti alla cattura di Daniza si renderebbero responsabili della violazione di almeno tre leggi nazionali e due articoli del codice penale posti a tutela dell’ambiente e degli animali”, afferma Massimo Vitturi, responsabile nazionale del settore fauna selvatica dell’associazione.
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E NCD SI IMPONGONO PER BLOCCARE LA RIFORMA DEL MINISTRO ORLANDO
Il 29 agosto dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri la riforma della giustizia promessa da
Matteo Renzi, ma sui temi più delicati l’accordo è ancora lontano.
Non a caso negli ultimi giorni il premier ha focalizzato i suoi tweet sulla giustizia civile, tacendo sul resto: intercettazioni telefoniche, responsabilità civile dei magistrati, nuovo Csm.
E, soprattutto, la prescrizione, che per come è architettata ora porta a una cifra record di procedimenti penali cancellati in corsa, soprattutto per i reati dei colletti bianchi e degli amministratori pubblici.
Nel 2012, in Italia sono stati dichiarati prescritti 113 mila procedimenti penali, il 7% di quelli conclusi.
Di questi, 39 mila sono defunti durante il processo di primo o di secondo grado, con un evidente spreco di risorse — già all’osso — della macchina giudiziaria.
Il 13,7% dei processi prescritti in Cassazione ha riguardato i reati contro la Pubblica amministrazione .
Una nota dolente che è costata all’Italia numerosi richiami dall’Unione europea, rimasti finora lettera morta.
Ogni riforma tesa a prolungare i tempi di “scadenza” dei reati, infatti, è vista come fumo negli occhi dal centrodestraberlusconiano-alfaniano.
Nel 2012, in piena emergenza economica, Silvio Berlusconi minacciò addirittura di far cadere il governo Monti se avesse osato farlo.
Nulla è cambiato: anche stavolta, l’ex premier Berlusconi, insieme a Ncd, si è fatto sentire con il ministro Orlando per bloccare il processo di riforma.
Ora la patata bollente passa nelle mani di Renzi, che al momento naviga a vista. Eppure in altri Stati indubbiamente di diritto, esistono meccanismi semplici e lineari che garantiscono tanto il cittadino incriminato quanto l’interesse pubblico di concludere un processo.
I nostri parlamentari li conoscono, dato che sono elencati in un dossier dell’Ufficio studi della Camera pubblicato il 26 maggio.
Ma forse sono troppo semplici per diventare oggetto di intese più o meno larghe.
In Francia il termine per perseguire i reati più gravi è di dieci anni, ma “può essere interrotto da qualsiasi atto di istruzione e di azione giudiziaria”.
E ogni volta il cronometro torna a zero: la prescrizione arriva perciò dieci anni dopo l’ultimo intervento delle toghe.
In Germania il limite massimo, comprese le interruzioni, arriva al doppio dei termini originari: se un reato si cancella in dieci anni, una volta avviata l’indagine la giustizia ne ha a disposizione ben 20.
Il dossier della Camera ricorda un’altra norma tedesca che difficilmente troverà cittadinanza nella riforma Renzi-Alfano: per reati compiuti da membri del Parlamento federale, la prescrizione scorre non da quando è stato commesso il reato, come in Italia, ma “dal momento in cui viene avviato il procedimento”.
E nel Regno Unito? Nella patria dell’Habeas corpus la prescrizione non esiste.
Limiti all’inizio di un’azione penale sono posti solo per i reati più lievi, mentre per i più gravi “non sussistono”, e comunque è il giudice che valuta caso per caso “l’interesse pubblico”.
In Spagna, semplicemente, il tempo si congela per tutta la durata del processo.
Nessun sistema, tra quelli citati, contiene alchimie simili a quella della nostra legge ex Cirielli: anche in Italia la prescrizione è interrotta dagli atti dell’autorità giudiziaria, ma la norma approvata sotto il governo Berlusconi impone che per i non recidivi (la stragrande maggioranza dei politici e dei colletti bianchi) non possa comunque superare il tempo fissato dalla legge aumentato di un quarto.
Così anche chi sa di essere colpevole tira il processo più in lungo possibile, sperando nel colpo di spugna, invece di accettare subito le pene più lievi garantite dai riti alternativi.
“La nostra è un’anomalia assoluta, ma non è piovuta dal cielo”, commenta Alberto Vannucci, direttore del Master in analisi della criminalità organizzata e della corruzione dell’Università di Pisa.
“Il legislatore ha fatto una manovra a tenaglia per ostacolare la punizione dei corrotti. Da un lato la legge Cirielli, dall’altro una serie di intoppi procedurali che allungano i processi. Tutti provvedimenti adottati da Mani pulite in poi con consenso bipartisan, anche se il centrodestra ci ha messo indubbiamente più passione.
Risultato: gli studi dicono che in Italia sono prescritti circa il 10% degli inquisiti per corruzione, mentre negli altri Paesi dell’Unione europea non si va oltre il 2%”.
Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
ROMA AI VERTICI NEL CIVILE, IMPERIA NEL PENALE
Il Sud terra di sole, mare e… litigi.
Sì, perchè secondo la classifica stilata da Il Sole 24 Ore, basata sui dati del ministero della Giustizia, è nel Meridione che si concentra il maggior numero di cause, tra civili, tributarie e procedimenti penali.
A guidare la graduatoria è Reggio Calabria, seguita da Foggia e Catanzaro.
Ci sono poi Pescara, Napoli, Salerno, Isernia, Roma, Milano e Avellino. Città che superano quindi la media italiana di 71 processi ogni mille abitanti avviati nell’ultimo anno.
Una mappa che certamente potrà essere d’aiuto in vista del Consiglio dei Ministri del 29 agosto, quando da Palazzo Chigi dovranno uscire i famosi 12 disegni di legge e un decreto necessari a snellire la mole di procedimenti in corso nei tribunali italiani.
Le liti fiscali.
Procediamo per passi: “Delle 101 cause ogni mille abitanti di Reggio Calabria – scrive il Sole 24 Ore – alle 39 di Belluno la geografia del contenzioso vede molte province del Sud nelle prime posizioni”. Soprattutto per quello che riguarda le liti fiscali, ” dove le prime dieci commissioni tributarie provinciali per ricorsi pervenuti si trovano tutte in Calabria, Sicilia, Campania e Puglia”.
Ecco la top ten per i ricorsi pervenuti alle commissioni tributarie provinciali nel 2013 (rapporto su mille abitanti): Lecce (10.5), Reggio Calabria (9.9), Caserta (9.8), Catania (9.2), Siracusa (8.6), Enna e Ragusa (8.1), Cosenza (8), Agrigento (7.8), Vibo V. (7.7).
Processi civili.
E’ certamente nel civile che si trovano i dati più interessanti, anche perchè è lì che è necessario un intervento del governo.
I procedimenti civili pesano per più della metà delle cause totali in Italia.
A guidare la classifica è Roma (63.7 procedimenti in primo grado ogni mille abitanti nel 2012) , seguita da Foggia (62.4) e Milano (61.5).
Ci sono poi Reggio Calabria (60.3), Napoli (60), Salerno (59.8), Messina (59.7), Isernia (57.2), Catanzaro (55.8) e Pescara (52.8).
Penali.
In vetta alla top ten c’è una città del Nord, Imperia (39.6 su mille abitanti), poi Pescara (38.7), Teramo (34.5), Prato (34), Catanzaro (32.7), Foggia (31.9), Campobasso (31.8), Vibo (31.6), Avellino (30.9), Reggio Calabria (30.6).
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
“SONO STATE RAPITE AD ALEPPO INSIEME A UN DANESE E POI TRASFERITE A RAQQA”… SONO UNA VENTINA IN TOTALE I PRIGIONIERI IN MANO AGLI ESTREMISTI ISLAMICI: TRA LORO POTREBBERO ESSERCI GRETA RAMELLI E VANESSA MARZULLO
Richieste di riscatto da parte dell’Isis e un blitz, fallito, per tentare di liberare James Foley. 
Cominciano ad emergere i contorni della vicenda che ha portato all’uccisione del reporter statunitense da parte dello Stato islamico.
Le forze speciali Usa hanno condotto recentemente un raid in Siria per liberare alcuni ostaggi detenuti nel Paese, tra cui il giornalista, ma la missione non è riuscita.
Lo ha fatto sapere il portavoce del Pentagono, ammiraglio John Kirby, dopo che militanti dello Stato islamico hanno diffuso il video della decapitazione del reporter James Foley, rapito in Siria a novembre del 2012.
“Come abbiamo detto più volte — si legge nel comunicato di Kirby — il governo degli Stati Uniti è impegnato a garantire la sicurezza e il benessere dei suoi cittadini, soprattutto quelli che soffrono in prigionia. In questo caso, abbiamo messo a rischio il meglio dell’esercito Usa per cercare di riportare i nostri cittadini a casa”.
La missione è stata autorizzata dopo che le agenzie dell’intelligence avevano identificato il luogo in cui, secondo loro, erano detenuti gli ostaggi.
Alcune decine di soldati americani portati in Siria in aereo non hanno però trovato nessun prigioniero nel posto indicato dei servizi segreti e sono rimasti coinvolti in uno scontro a fuoco con militanti dello Stato islamico, uccidendone alcuni.
E’ la prima volta dall’inizio della guerra civile in Siria che l’amministrazione Usa ammette che personale militare americano è stato nel Paese.
Caitlin Hayden, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto che l’amministrazione non aveva l’intenzione di diffondere la notizia del blitz, ma ha deciso di farlo perchè diverse testate giornalistiche intendevano riferire comunque la notizia.
Non è chiaro quanti ostaggi americani mirassero a liberare le forze speciali Usa, ma secondo alcuni funzionari americani rimasti anonimi Foley era uno di almeno quattro cittadini Usa detenuti in Siria.
Due persone, tra cui il giornalista Steven Sotloff, sarebbero nelle mani dello Stato islamico, mentre il reporter freelance Austin Tice, scomparso nel Paese ad agosto del 2012, è probabilmente in custodia delle forze governative.
I funzionari dell’amministrazione non hanno voluto rivelare dove nè quando precisamente è stata lanciata l’operazione per riservarsi la possibilità di organizzare altre missioni in futuro.
In passato Obama aveva già autorizzato alcune missioni per salvare ostaggi. Nel 2009 cecchini dei Navy Seal condussero un’operazione in mare per salvare un capitano Usa detenuto da pirati somali in una scialuppa di salvataggio.
E nel 2012 le forze speciali riuscirono a salvare due operatori umanitari, un americano e un danese, detenuti in Somalia.
Nel caso di Foley, scrive il New York Times, lo Stato islamico ”aveva chiesto agli Stati Uniti un riscatto di milioni di dollari per la sua liberazione, secondo i racconti fatti da un familiare del giornalista e da un compagno di prigionia.
Ma Washington — a differenza di molti paesi europei che hanno pagato milioni al gruppo terroristico perchè risparmiasse la vita dei propri cittadini — si è rifiutata di pagare”.
Ora, dopo l’uccisione di James Foley, si fanno i conti sul numero di ostaggi nelle mani dello Stato islamico.
Secondo il Guardian i miliziani hanno sequestrato altri quattro stranieri vicino ad Aleppo nei giorni scorsi: secondo il quotidiano britannico, sarebbero oltre venti gli ostaggi nelle mani dell’Isis.
“Gli ultimi prigionieri, due donne italiane, (con tutta probabilità Vanessa Marzullo, 21 anni, e Greta Ramelli, 20 anni, di cui non si hanno più notizie dalla fine di luglio) un danese e un cittadino giapponese, sono stati sequestrati nelle città più grande della Siria o nelle sua vicinanze — scrive il Guardian – si tratta di giornalisti, fotografi o operatori umanitari catturati nei pressi di Aleppo e Idlib. I prigionieri sono stati successivamente trasferiti a Raqqa, roccaforte di Isis nel nord della Siria”.
“I rapimenti si sono dimostrati un buon affare per i fondamentalisti — continua il quotidiano — negli ultimi sei mesi almeno 10 ostaggi, tra cui un danese, tre cittadini francesi e due spagnoli, sono stati liberati dopo lunghe trattative con i rapitori, in cambio di un riscatto”.
Un ex ostaggio ha raccontato che il killer di James Foley è stato uno dei tre britannici che lo aveva in custodia Raqqa.
L’ex prigioniero ha raccontato che l’uomo “era stato responsabile delle negoziazioni per il rilascio degli ostaggi”.
(da il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
TOUR AL FRONTE DEL PREMIER CHE PROMETTE SOSTEGNO AL GOVERNO IRACHENO E AI CURDI: IL SOLITO FIUME DI PAROLE E PROMESSE
Veni, vidi, dixi.
E ci rimasi solo il tempo necessario per qualche stretta di mano, foto ricordo e frasi precotte.
La visita in Iraq del premier Renzi non è diversa dalle ‘toccata e fuga’ degli altri leader occidentali — al massimo, finora, ministri degli Esteri — visti da queste parti dopo l’inizio dell’offensiva jihadista e la creazione del Califfato integralista.
Dopo la scampagnata al Cairo, a portare acqua al mulino del nuovo satrapo, il generale presidente al-Sisi, Renzi si prende una giornata libera dalle beghe italiche e va in missione a Baghdad e a Erbil, la capitale del Kurdistan autonomo, come capo del governo del Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione.
A fare che, non è chiaro: c’è chi lo considera il leader europeo ‘incaricato di missione’ dal presidente Obama; e c’è chi, come Stefano Silvestri dello Iai, pensa che l’ex sindaco di Firenze segua le orme cattoliche e internazionaliste del suo predecessore Giorgio La Pira.
Lì in Iraq, forse per caso, Renzi incrocia il cammino del commissario europeo per gli aiuti umanitari, la bulgara Kristalina Georgieva, in corsa con la candidata italiana Federica Mogherini per il posto di Alto Rappresentante per la politica estera europea. A Baghdad Renzi incontra il presidente Fuad Masum e i premier iracheni, l’uscente al-Maliki e l’incaricato al-Abadi, sempre rimanendo, come tutti i visitatori di rango, nell’area più sicura della capitale, la zona verde.
A Erbil, dove ieri è arrivato il sesto aereo italiano di aiuti umanitari, vede il leader curdo Barzani, visita i profughi nei campi e li rassicura: “Non vi lasceremo soli”.
A tutti il premier esprime l’amicizia e la vicinanza dell’Italia e dell’Europa.
Al-Maliki, costretto dalle pressioni internazionali a farsi da parte, gli dice che l’Occidente non deve avere paura della democrazia in Iraq, proprio lui che ha fatto della spaccatura tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita il tratto forte del suo governo.
Al-Abadi gli chiede l’aiuto dell’Ue contro i terroristi e gli spiega che vuole fare un esecutivo di unità nazionale — per Renzi il nuovo governo può essere “un’opportunità ”.
Al-Abadi parla anche delle minoranze perseguitate dal Califfato, cristiani e yazidi: “La comunità internazionale deve aiutarci ad andare incontro ai loro bisogni”.
Il messaggio del premier italiano è più mediatico che politico: “L’Europa in questi giorni deve essere in Iraq dove la democrazia è in pericolo altrimenti non è Europa… Batteremo il terrorismo… Se qualcuno pensa che davanti ai massacri l’Unione volti le spalle e pensi solo allo spread, sbaglia previsione oppure sbaglia semestre… L’integrità del Paese è fondamentale per la stabilità di tutta l’area… Serve una strategia chiara per fare uscire l’Iraq dalla violenza… L’Europa non è solo spending review, è nata per difendere una certa idea di dignità dell’uomo”.
La visita lampo di Renzi coincide con il via libera del Parlamento agli aiuti militari ai peshmerga curdi, tramite il governo iracheno.
Aiuti indispensabili, dice in aula il ministro Mogherini, perchè “il Califfato è una minaccia per il mondo intero”, per l’Europa e anche per l’Italia.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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