Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE ERA IN CORSO IL BANDO, LA DIREZIONE HA CAMBIATO L’ELENCO DEI PAESI PRIORITARI: UNA SERIE DI PROGETTI PASSANO COSI’ DAVANTI AD ALTRI
Potrebbe finire in Procura l’ultimo pasticcio sotto il tappeto della Cooperazione. “Credo ci sia un errore nelle graduatorie”.
Il primo ad accorgersi del problema, senza magari coglierne pienamente la gravità , è stato un cooperante. Qualcosa non va nelle ultime graduatorie dei progetti approvati a fine giugno e ammessi al finanziamento per 14,4 milioni di euro dal ministero degli Affari esteri.
“I numerosi progetti presentati sull’Ecuador sono stati valutati come se il paese non fosse prioritario. La delibera del bando faceva invece riferimento alle linee guida 2013-2015, nelle quali l’Ecuador è paese prioritario. La cosa risulta anche alle altre organizzazioni che hanno proposto progetti sull’Ecuador?”.
La domanda viene postata sul sito Infocooperazione.it e da lì ha inizio un terremoto sotterraneo che manda in fibrillazione il settore, con tante ong pronte a bussare, con ricorsi e denunce alla mano, alle porte della Direzione generale per la Cooperazione.
Quel che è emerso, senza smentite da parte del Mae, è che col bando in pieno svolgimento qualcuno, a Roma, ha pensato bene di modificare l’elenco dei cosiddetti “paesi prioritari”, introducendo — per così dire — una variante in corso d’opera. L’Avviso Pubblico del bando, pubblicato in Gazzetta il 3 dicembre 2013, all’articolo 8 comma 5 faceva riferimento esplicito alle linee guida 2013-2015 (pag.16). In seguito, con delibera della Direzionale del 27 marzo 2014 venivano emanate le nuove linee guida 2014-2016 (pag.27) con una geografia delle priorità profondamente cambiata: da 24 si passava a 20 Paesi; Guinea, Ecuador, Vietnam e Iraq erano del tutto spariti.
Un tratto di penna, zac. Gli esiti pubblicati a fine giugno sembrano confermare il sospetto che la variante abbia prodotto una spaccata da biliardo sulle graduatorie, alterando il giudizio della Commissione: tra i 173 progetti ritenuti idonei (guarda) ben 10 riguardavano l’Ecuador ma nella graduatoria finale se ne trovano soltanto due, mentre non c’è traccia alcuna di quelli destinati a Guinea e Iraq.
Evidentemente, alcune Ong sono state penalizzate dalla variante, scivolando o uscendo dalla graduatoria, altre ne hanno ricavato invece un beneficio, ottenendo punteggi più alti.
E son milioni che ballano, da una parte e dall’altra.
Non l’hanno presa bene, gli esclusi. Tanto che i loro legali rappresentati pronti dossier da tempo dossier da depositare in Procura, ai Tar e ovunque pur d’invalidare il bando. Per i ricorsi ordinari hanno tempo fino alla prima decade di settembre e finora, a quanto pare, nessuno si è mosso.
Le grandi organizzazioni che le rappresentano — tra cui Aoi, Cini, Link 2000 e altre — stanno tentando infatti di tenere a freno i soci tentati dalla fuga in avanti, verso tribunali e pubblici ufficiali.
E il perchè è presto detto: un annullamento che restituisse giustizia alle ong danneggiate dal cambio di “priorità ” provocherebbe un danno a quelle che ne hanno ottenuto invece un beneficio.
E siccome le rappresentano entrambe, come uscirne senza danni è diventato per loro il complicatissimo rebus dell’estate.
“Abbiamo chiesto un incontro al viceministro Lapo Pistelli e al direttore generale Giampaolo Cantini per evidenziare il problema e verificare la loro disponibilità politica e fattiva per trovare modalità e strumenti per “sanare” la situazione che si è creata, evitando penalizzazioni per i “beneficiati” e gli “ingiustamente esclusi”, ha spiegato Silvia Stilli, portavoce dell’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale.
Gli incontri si sono poi tenuti a fine luglio, ma l’approccio morbido e “politico” si è rivelato per ora infruttuoso.
La pretesa di incollare i cocci rotti e salvare tutto il vaso si è tradotta in una proposta difficile da far passare al ministero. In sostanza verteva sulla possibilità di rimediare con il prossimo bando, quello di ottobre, utilizzando le graduatorie esistenti. Ammettendo cioè soltanto i progetti rimasti fuori dall’ultima tornata.
Dal lato Farnesina il rimedio dev’esser sembrato peggiore del male.
Quell’opzione, infatti, avrebbe esposto l’amministrazione al rischio di una seconda ondata di ricorsi da parte di nuovi soggetti esclusi e stavolta non per un eventuale errore ma deliberatamente.
Così, la proposta — a quanto riferiscono le Ong — non è stata neppure presa in considerazione. E la vicenda pende tutt’ora, irrisolta.
Interessante è capire perchè non è venuta fuori per un mese e mezzo.
Perchè nessuno ne parla, nonostante riguardi il sospetto di assegnazioni irregolari di quasi 15 milioni di euro?
Tra le altre risposte plausibili, oltre all’impasse tutto interno alle ong descritto prima, c’è una ragione di fondo: il coltello dalla parte del manico, quando si parla di fondi di cooperazione, ce l’ha sempre e ancora la Farnesina, almeno fino a quando non sarà operativa la nuova Agenzia per la Cooperazione che dovrebbe avere più ampia autonomia. In soldoni: chi volesse impuntarsi, procedendo per vie legali, potrebbe finire per danneggiare anche se stesso, esponendosi a eventuali “rappresaglie” nei bandi successivi.
“Da questo punto di vista siamo sempre ricattabili”, ammette a denti stretti il presidente del Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, Giancarlo Malvolti. Non solo.
Gli arditi che alzassero la testa potrebbero danneggiare anche le altre ong, bloccando di fatto l’erogazione dei fondi già assegnati per effetto del bando.
E sarebbe un bel guaio per tutti, anche in vista della stesura della Legge di Stabilità , che richiederà a tutti di lottare per assicurare risorse al settore.
Come sempre si attende il miracolo di San Gennaro, con i fondi che si trovano all’ultimo grazie a uno sfiancante pressing su partiti e Parlamento.
Un passo falso comprometterebbe tutto. Con la beffa finale, stavolta, che anche i soldi già stanziati e non erogati entro l’anno, a causa dei possibili ricorsi, tornerebbero indietro lasciando tutti i cooperanti a bocca asciutta.
Anche se il pasticcio lo hanno subìto, mentre l’amministrazione, probabilmente l’unica responsabile, continua a dormire sonni tranquilli.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
EX PARLAMENTARI QUOTIDIANAMENTE AFFOLLANO IL TRANSATLANTICO: LETTURA DEI GIORNALI, PENNICHELLA E BUVETTE… SPERAVANO CHE LA CAMERA NON ANDASSE IN VACANZA: “E ORA COSA FAREMO FINO AL 4 SETTEMBRE?”
Fino all’ultimo minuto hanno sperato che la Camera dei deputati non andasse in vacanza. Troppo
lontana la ripresa dei lavori, il 4 settembre. “Cosa faremo fino a quel giorno? Come occuperemo il nostro tempo?”.
La disperazione, manco a dirlo, non arriva da uno dei 630 deputati eletti nel febbraio del 2013. Attanaglia, invece, i pensieri degli ex parlamentari che quotidianamente affollano il Transatlantico e i corridoi di Montecitorio.
Ex parlamentari che continuano a varcare l’ingresso di Montecitorio come se fossero ancora in carica. Con una costanza che lascia di sasso. E che maliziosamente lascia scappare a un commesso di piazza del Parlamento la seguente affermazione: “Guardi, quando erano in carica non venivano con questa frequenza”.
Ex parlamentari che adorano ancora oggi fregiarsi del titolo di “on.”, indossano abiti sartoriali acquistati in uno dei vicoli del centro della Capitale, e si atteggiano a decani della politica italiana in virtù dei gradi cuciti addosso.
In una tradizione che da nord a sud varia e assume un significato e una colorazione differente.
Di fatto, spiega il senatore Augusto Minzolini (ex cronista parlamentare, conoscitore degli angoli del palazzo come pochi), “ai tempi della Prima Repubblica il ruolo delle istituzioni era sacrale. Sì, resta un atteggiamento attento a quei ruoli perchè c’è chi l’ha vissuto soprattutto come un elemento sano. Ma prima con la Lega, poi con l’avvento del M5s, al nord questo concetto è venuto meno. Mentre al sud il valore del concetto del deputato “onorevole” è superiore”.
Un atteggiamento di rispetto nei confronti delle istituzione che porta uno come l’ex Dc Calogero Mannino — sei legislature sulle spalle, più volte ministro — a ri-frequentare i corridoi del Palazzo un paio di giorni a settimana.
Il siciliano adora la giornata montecitoriana. Prima lo sfoglio dei giornali nella raffinatissima sala lettura adiacente al Transatlantico, poi un caffè alla buvette per un saluto ai commessi, e, infine, uno scambio di battute con vecchi amici, come un altro ex ministro democristiano come Paolo Cirino Pomicino o come Salvatore Cardinale, altro ex ministro, anche lui sicilianissimo e anche lui frequentatore del palazzo come pochi, che dalla Dc passò al Ccd e poi all’Udeur, al Ppi e alla Margherita.
Scorrendo l’album dei “nostalgici” non si può non annoverare l’ex segretario generale della Cisl, Sergio D’Antoni.
Dopo tre legislature con le fila dei democratici, l’ex sindacalista ha il record di presenze fra gli ex parlamentari che non abbandonano il palazzo.
E non manca giorno che non si scorga la sua sagoma. Allieta i cronisti parlamentari, chiacchiera con l’ex segretario Pier Luigi Bersani, e cura “principalmente” l’attività di lobbying al punto che recentemente è stato nominato ai vertici del Coni Sicilia. Però. La lunga lista dei “nostalgici” di Montecitorio arriva giù giù fino all’ennese Vladimiro Crisafulli, “Mirello”, noto alle cronache nazionali per essere stato escluso dalle liste dei candidati (prima delle elezioni 2013) perchè “impresentabile”.
Ma anche per una affermazione che resterà nella storia della politica italiana: “Ad Enna vinco anche con il sorteggio”.
Raggiunto telefonicamente, il siciliano cerca di spiegare con il solito piglio le ragioni del presentismo: “Io ho i miei problemi a Roma che non c’entrano nulla con Montecitorio. Non sono un nostalgico. Vado spesso a trovare il mio amico Angelo Capodicasa e il segretario regionale del Pd (che è Fausto Raciti, deputato Pd, ndr). Avimu voglia di parlare dei problemi della Sicilia”.
E i problemi tende ad allontanarli rifugiandosi a Montecitorio l’ex deputato Gustavo Selva. Lui insidia per presenze D’Antoni. Dalla colazione alla pennichella pomeridiana in un divanetto della sala lettura, Selva usufruisce di tutti i servizi del palazzo.
Del resto, confessa, “io abito a Piazza del Parlamento. Ma guardi, io sono uscito dalla vita parlamentare per mia volontà nel 2008. La mia è una situazione differente…”. L’elenco continua e sfiora tutto l’arco costituzionale.
Annoverando democratici come Anna Paola Concia, ex sinistri come Franco Giordano, o ex finiani come Chiara Moroni, Italo Bocchino, Nino Lo Presti.
O chi, come l’ex popolare Pier Luigi Castagnetti e l’ex Ds Luciano Violante, ambisce al Colle o a un ruolo all’interno del Csm.
Fino ad arrivare a un altro democristiano, Gerardo Bianco, presidente dell’associazione ex parlamentari (1600 iscritti, organi statutari e un collegio dei probiviri, ndr): “Io sono costretto ad andare per ragioni legate all’associazione. Ma le assicuro che prima era diverso. Adesso non c’è più nessuna attrazione…”.
E allora perchè continuano a frequentare Montecitorio?
Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
UNDICI LE SCADENZE FISCALI E CONTRIBUTIVE DEL MESE: 13 MILIARDI DI IVA E QUASI 8 DI IRPEF
Altro che ferie tranquille. Di qui a fine agosto imprese e lavoratori autonomi dovranno versare al fisco oltre 29 miliardi di euro di imposte.
Al netto dei contributi previdenziali.
La stima è dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo il quale le scadenze di questo mese sono ben 11.
A pesare maggiormente sulle tasche dei contribuenti sarà l’Iva, il cui gettito dovrebbe superare i 13 miliardi di euro.
Segue il versamento da parte dei datori di lavoro delle ritenute Irpef dei dipendenti e dei collaboratori, per un importo che raggiungerà i 7,6 miliardi di euro, e il pagamento del saldo e dell’acconto Irpef, il cui gettito sarà di 2,45 miliardi.
Altri 1,7 miliardi arriveranno nelle casse dello Stato dal pagamento dell’addizionale Irpef, mentre dall’Irap e dall’Ires sono previsti altri 3 miliardi di euro.
Infine, gli autonomi dovranno versare le proprie ritenute Irpef per un importo che dovrebbe toccare gli 1,3 miliardi di euro.
Gli “appuntamenti” d’agosto con il fisco, ricorda l’associazione degli artigiani e delle piccole e medie imprese, sono sette nei primi 20 giorni del mese, uno tra il 20 e il 25 agosto e altri tre dal 25 al 31.
Visto che quest’ultima data cade di domenica, il termine slitta però di un giorno, all’1 settembre. Secondo Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, ”anche in vista delle scadenze fiscali di agosto molti italiani sono stati costretti ad accorciare le vacanze o, nella peggiore delle ipotesi, a starsene a casa. A settembre, poi, non è detto che tutte le attività riaprano i cancelli.
In attesa di tempi migliori, imprese e famiglie hanno deciso di risparmiare. In definitiva, la paura del futuro sta condizionando gli italiani che in questo momento di difficoltà hanno solo una certezza: onorare un fisco sempre più esoso.”
La Cgia sottolinea che “in prospettiva il carico fiscale che grava sui contribuenti italiani potrebbe addirittura aumentare.
Nel 2015 il governo ha deciso di tagliare la spesa pubblica di 17 miliardi di euro, con un impegno minimo da raggiungere che non potrà essere inferiore ai 4,4 miliardi di euro.
Nel caso il governo non sia in grado di centrare questo obbiettivo minimo, scatterà la cosiddetta ‘clausola di salvaguardia’. In altre parole, come ha confermato nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, a fronte del mancato taglio della spesa i contribuenti saranno chiamati a sopportare un aggravio fiscale di 3 miliardi di euro, a seguito della riduzione delle agevolazioni/detrazioni fiscali e all’aumento delle aliquote, mentre i ministeri dovranno tagliare la spesa per un importo di almeno 1,44 miliardi di euro”.
“In buona sostanza o si riesce a razionalizzare la spesa pubblica e a ridurre gli sprechi, gli sperperi e le inefficienze, altrimenti a pagare il conto saranno ancora una volta gli italiani che già ora sono tra i contribuenti più tartassati d’Europa”. , è la conclusione di Bortolussi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI SI ACCODA AI PRECEDENTI, SOLO PROMESSE
Mentre riparte il carosello sull’articolo 18 la campana suona per il sempre evocato e poi dimenticato
popolo delle partite Iva.
L’ultimo rintocco è arrivato pochi giorni fa dal Mef: a giugno le nuove posizioni aperte sono state 38.111 e hanno segnato un — 3,8% rispetto allo stesso mese del 2013.
Il calo si accoda a un filotto di altri “meno”: -7% a maggio, -3 ad aprile fino al -9 di gennaio.
Il funerale è certificato dal numero di posizioni chiuse: dal 2008 a oggi si sono estinte 500mila imprese individuali, schiantate dalla crisi, costrette dalle tasse e dalla burocrazia a un lento e inesorabile suicidio sotto gli occhi di tutti.
Nel 1992 gli autonomi con partita Iva erano 7,5 milioni, oggi non arrivano a sei.
Un milione e mezzo di lavoratori allevati nel culto dell’autonomia, col refrain dell’essere imprenditori di se stessi sono finiti dunque a ingrossare i numeri della disoccupazione o alimentare le forme del lavoro parasubordinato e precario.
Molti gli appelli, della Cgia di Mestre, di Rete Imprese, Confartigianato e Confcommercio per quella che sembra la cronaca di una morte annunciata.
La categoria e le sue afflizioni, per un lungo ventennio, sono stati oggetto di alterne attenzioni della politica e del legislatore che hanno guardato al fenomeno in modo contraddittorio, indulgente a destra perchè comunque elettorato, punitivo a sinistra perchè associato all’evasione fiscale.
Uno strabismo che ha favorito la coazione a non occuparsene affatto, ad annunciare riforme e provvedimenti mai arrivati o misure inefficaci rimaste spesso sulla carta, a costellare di note il requiem delle partite Iva.
E’ appena successo, infondo, col decreto Irpef.
Matteo Renzi, incalzato a destra da Ncd e a sinistra da Sel, aveva fatto balenare la possibilità di estendere il bonus di 80 euro anche agli autonomi.
L’ipotesi è durata giusto qualche settimana, passando dal “non garantisco” a un più vago impegno a rimandare tutto al 2015, salvo coperture.
Ancora una volta una cocente delusione ben descritta dalle parole di Anna Soru, presidente dell’Acta (Associazione consulenti terziario avanzato), che rappresenta i lavoratori autonomi di seconda generazione, che non hanno un ordine professionale di riferimento, come traduttori, grafici, creativi, professionisti del web.
E di Paola Ricciardi, esponente di Iva sei partita, un’associazione di architetti e ingegneri nata nel 2011 per combattere il fenomeno delle finte partite Iva.
Anche il lessico che viene usato, talvolta, rivela dove si collochi il popolo dimenticato. A maggio si è registrata la prima fiammata di notizie sulla necessità di aggiustare i conti pubblici con una manovra correttiva. Renzi, risoluto, la nega e rilancia: “Governo esclude manovra, bonus a incapienti e partite Iva nel 2015” (Ansa, 14/05/2013).
Incapienti e Partite Iva, nella geografia politica, pari sono.
Come se i secondi non fossero categoria produttiva, e tra le più sfiduciate e mortificate nell’era infinita della crisi e della precarietà .
Sarà più clemente qualche settimana dopo, annunciando futuri sgravi fiscali “per incapienti, partite Iva e pensionati”.
LA LUNGA LISTA DI PROMESSE
Nella campagna elettorale del 2001 un energico Giulio Tremonti sosteneva di fronte agli imprenditori veneti che “Le partite Iva sono il nostro azionista di governo”, accreditano, niente meno, che il programma economico del centrodestra fosse “tarato sulla logica dei padroncini”.
E dunque alternativo alla sinistra, che coi sindacati difende solo l’occupazione nella grande impresa e i dipendenti pubblici.
Ma nel 2008, quando aveva l’occasione di dimostrarlo concretamente, anche lui ha mancato l’appuntamento.
Nelle prime bozze del suo “decreto anticrisi”, quello che prevedeva bonus una tantum per famiglie e anziani, una riga estendeva il beneficio al popolo degli ivati.
Nella versione definitiva quella riga sparì, lasciandolo ancora una volta orfano tra le priorità del governo Berlusconi.
In Sardegna la reazione fu furibonda, con gli agricoltori e gli artigiani che inscenarono un corteo con carro funebre, una bara portata a spalla da sei manifestanti con un annuncio tetro: “Per la scomparsa delle partite Iva a causa delle vessazioni dello Stato“.
Col governo dei tecnici si scoprì poi che il problema delle partite Iva non è tanto o solo l’eccesso di prelievo fiscale e di burocrazia e il difetto di diritti sociali e forme di integrazione al reddito, quanto il fenomeno delle “false partite Iva”, quelle che in realtà nascondo un rapporto di lavoro subordinato. Verissimo.
Ma l’antidoto della riforma Fornero si è rivelato tanto inefficace che ha finito, paradossalmente, per alimentare la disoccupazione.
Da una parte, e i giuslavoristi l’hanno segnalato per tempo, è mancato l’incentivo alle aziende per regolarizzare i collaboratori, dall’altra gli stessi requisiti per definire falsa una partita Iva erano troppo stringenti per rappresentare una vera minaccia per i datori: per fare causa bisognava dimostrare di lavorare per una stessa azienda da almeno otto mesi, di guadagnare meno di 18mila euro lordi (9-10mila euro netti o giù di lì) e di ricavare almeno l’80% del proprio reddito da quell’unico datore.
Per non dire dell’esclusione delle professioni soggette a ordine professionale che sono una fetta importante del popolo delle partite Iva.
I numeri certificano che la sperata “emersione” non si è verificata.
Del ricollocamento della partite Iva “per costrizione” sotto il giusto contratto non c’è traccia mentre non è ingeneroso collegare la crescita della disoccupazione, soprattutto tra i giovani, agli effetti della revisione dell’articolo 18 che la Fornero ha iniziato a smantellare, cancellando il reintegro automatico in caso di licenziamento illegittimo sostituito da un’indennità .
Esaurita la buonuscita, il lavoratore senza occupazione bussa alla stessa porta e accetta anche di fare fattura. L’ex datore si sfrega le mani e ringrazia.
TOCCA A POLETTI
I controlli svolti con pochi mezzi nel 2013 dagli Ispettorati del lavoro e dall’Inail hanno stanato 19mila contratti di collaborazione a progetto e partite Iva farlocchi.
Come svuotare il mare con un cucchiaio. Non è cambiato nulla.
L’impotenza ha indotto il popolo ivato a unirsi alla protesta nazionale che lo scorso febbraio ha avuto epicentro in Piazza del Popolo.
In testa al corteo di 30mila persone, catapultate a Roma con 400 pullman e 7mila posti in treno e 2mila in aereo, c’erano loro. Che possa ripetersi da un momento all’altro, con l’economia che affonda nella terza recessione nel giro di sei anni, lo sa anche l’attuale ministro del Lavoro.
Giuliano Poletti sta lavorando al secondo tassello del JobActs, la legge delega che inizierà la discussione il 2 settembre prossimo a Palazzo Madama per essere calendarizzata a gennaio.
E’ basata su cinque capitoli, tra cui spiccano la riforma degli ammortizzatori sociali, con una previsione di estensione dell’assegno di disoccupazione involontaria (Aspi), e la semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro a carico di cittadini e imprese.
E i professionisti della fattura tornano a sperare, anche se il primo atto della riforma non ha dato loro grande prova di attenzione. Anzi, le partite Iva non c’erano proprio.
Poletti, nel frattempo, fa sapere che non si capacita proprio della persistenza dei datori nel ricorrere a rapporti di lavoro “utilizzati in modo improprio, strumentale, che mascherano in realtà rapporti di lavoro subordinato”. Una prassi “tanto più ingiustificata — dice — considerati i nuovi contratti a termine che mettono al riparo l’imprenditore dal rischio di contenziosi e garantiscono al lavoratore le stesse tutele del contratto a tempo indeterminato”.
Evidentemente neppure il primo JobsAct, che ha cancellato l’obbligo di specificare il motivo dei contratti di lavoro a termine e innalzato il loro numero a otto nell’arco di tre anni, ha sortito effetti.
Certo non sull’occupazione, meno che mai per il popolo di mezzo.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2013 SONO AUMENTATE DEL 6,1%… POCO PIU’ DI UN MILIARDO DI RICAVI VOLA A PECHINO, MA IL RESTO ALIMENTA I NOSTRI CONTI
Dalla piccola imprenditoria alla grande finanza passando per il calcio, la Cina è sempre più vicina.
E non perchè per la prima volta nella storia un cittadino cinese è diventato presidente di una squadra di pallone italiana, nella fattispecie il Pavia Calcio, ma in quanto le aziende italiane guidate da immigrati del grande Stato orientale hanno fatto registrare una crescita record del 6,1% fra il 2012 e il 2013, nello stesso periodo in cui l’imprenditoria italiana arrancava perdendo l’1,6%.
Ancora di più, fa impressione osservare la vera e propria scalata che la banca centrale cinese sta portando avanti fra i colossi tricolore, ultima la Generali, che solo due giorni fa ha ceduto ai rossostellati il 2,014% delle proprie azioni.
I dati relativi all’imprenditoria sono stati forniti dalla Cgia di Mestre.
Le aziende guidate da stranieri, secondo quanto emerge dall’ultimo studio, sono aumentate del 3,1%, toccando, in valore assoluto, quota 708.317.
Quelle però rette da cinesi hanno addirittura siglato un vero e proprio boom (+6,1%), superando di poco le 66.000 unità .
Degli oltre 708.000 imprenditori stranieri presenti in Italia, la Cina ne conta ben 66.050.
I settori maggiormente interessati sono il commercio con quasi 24.050 attività (soprattutto concentrate tra i venditori ambulanti), il manifatturiero, con poco più di 18.200 imprese (quasi tutte nel tessile-abbigliamento e calzature) e la ristorazione-alberghi e bar (oltre 13.700).
Ancora contenuta, ma con un trend in salita molto importante, è la presenza di imprenditori cinesi nel settore dei servizi alla persona, ovvero tra i parrucchieri, le estetiste e i centri massaggi: il numero totale è di poco superiore alle 3.400 unità , ma tra il 2012 e il 2013 l’aumento è stato esponenziale: +34%.
«Sebbene in alcune aree del Paese esistano delle sacche di illegalità che alimentano il lavoro nero e il mercato della contraffazione – rileva il segretario Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – non dobbiamo dimenticare che i migranti cinesi si sono sempre contraddistinti per una forte vocazione al business».
La nota positiva è che l’ammontare complessivo delle somme di denaro inviate verso la Cina dagli immigrati cinesi presenti in Italia è stato di 1,10 miliardi di euro.
Meno della metà dell’importo registrato nel 2012 (2,67 mld di euro).
Ma come spesso accade, è Piazza Affari il vero termometro di tutti i fenomeni economici. E proprio all’ombra del dito medio di Cattelan, il «Dragone» sta facendo shopping selvaggio del capitalismo italico.
Abbiamo detto della quota acquistata da Generali, che si aggiunge a quelle che Pboc ha rastrellato recentemente in Fiat, Telecom e Prysmian dopo che alla fine di marzo la banca centrale cinese aveva fatto capolino nell’Enel e nell’Eni.
Tutte partecipazioni di poco superiori al 2% del capitale che, in quanto tali, devono essere comunicate al mercato.
Potrebbe essere segno della volontà della Cina di dare visibilità ai suoi movimenti, dopo la missione a Pechino, un paio di mesi fa, di Matteo Renzi, e di quella, lo scorso 23 luglio, del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.
Il totale degli investimenti della Peoplès Bank of China a Piazza Affari sale così a quota 3,3 miliardi, concentrati soprattutto su Eni (1,4 miliardi) ed Enel (734 milioni).
In realtà i capitali del Celeste Impero affluiti sul nostro mercato negli ultimi mesi ammontano a quasi 6 miliardi di euro, se si considera la vendita a Shanghai Electric del 40% di Ansaldo Energia per 400 milioni da parte della Cdp e l’investimento da 2,1 miliardi fatto da State Grid of China sulle reti di Terna e Snam.
D’altronde, in questo momento la Cina sembra essere davvero un gigante inarrivabile per la «povera» Italia: se il Dragone in patria a luglio ha fatto registrare una crescita del Pil del 7,5%, il nostro Paese, come noto, è sceso del 0,2%, per un disastro economico che forse i capitali orientali provenienti da fuori non aiuteranno ad attenuare, se non attraverso una progressiva crescita dell’imprenditoria degli immigrati cinesi arrivati in Italia.
Per il momento, gli unici a rallegrarsi davvero di questi dati sono i tifosi del Pavia Calcio.
Vincenzo Bisbiglia
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
VIA LIBERA DELLA UE PER PERMETTERE AI CURDI DI DIFENDERSI DAGLI JIHADISTI… MA PER LA MOGHERINI “NECESSARIO UN PASSAGGIO IN AULA”: ASPETTIAMO CHE SIANO STERMINATI ?
Il consiglio dei ministri degli esteri dell’Ue accoglie “con favore” la decisione di alcuni stati membri a
consegnare le armi ai curdi iracheni, che combattono l’Isis.
Lo si legge nelle conclusioni sull’Iraq della riunione di Bruxelles.
La risposta alle richieste dei curdi “saranno fatte in accordo alle capacità e leggi nazionali degli Stati membri e col consenso delle autorità nazionali irachene”, si legge nelle conclusioni del Consiglio dei ministri degli esteri dei Ventotto a Bruxelles.
L’Ue valuterà inoltre come prevenire che lo Stato islamico (Isis) tragga beneficio dalla vendita di petrolio e condanna i sostenitori finanziari dell’Isis, che contravvengono alle risoluzioni dell’Onu.
Il ministro degli esteri italiano Federica Mogherini ha spiegato però che l’ok italiano dovrà passare anche da un coinvolgimento del parlamento italiano.
L’Italia, ha spiegato, sarebbe pronta a valutare l’eventualità di una fornitura di armi ai curdi ma è “giusto un coinvolgimento diretto in questo tipo di valutazione del Parlamento”, per cui, “attendiamo inanzitutto di capire se le commissioni parlamentari (Esteri e Difesa di Camera e Senato) riterranno di essere coinvolte”, e quindi se vorrano, “convocarci (Mogherini e la collega della Difesa, Roberta Pinotti) su questo punto ed eventualmente procedere ad una decisione”.
Il titolare della Farnesina ha chiarito che “al momento stiamo acquisendo l’esatta richiesta (dell’eventuale fornitura di armi, ndr) da parte della regione autonoma del Kurdistan” iracheno, che si trova assediato dagli jihadisti sunniti dello Stato Islamico (Is).
Mogherini ha però sottolineato che nel caso di un parere favorevole tutta l’operazione dovrà avvenire, “in raccordo stretto con le autorità del governo iracheno a Baghdad”.
Sono più i distinguo e i “se” che le armi che manderemo forse tra settimane: per fortuna, nel frattempo che la Mogherini finisca le consultazioni, avranno provveduto Francia, Gran Bretagna e gli altri Paesi europei.
Non si cambia proprio verso…
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
“NON CERCO POLTRONE”
«Renzi è un ragazzo scaltro e in gamba. Ma il peggio per lui arriverà a ottobre. Se ci sarà la tempesta dello spread, da solo non ce la farà a restare in sella».
Difficile da stabilire se dietro quel «da solo», infilato ieri in una frase su Renzi che Silvio Berlusconi pronuncia al telefono con alcuni della cerchia ristretta, si nasconda quel «salvacondotto» sull’economia che l’ex Cavaliere è pronto a offrire a Palazzo Chigi. Com’è difficile, ormai, stabilire che gradazioni di grigio – tra il nero dell’opposizione dura e pura, e il bianco dell’appoggio pieno alla maggioranza – assumerà dopo l’estate il rapporto tra Forza Italia e il presidente del Consiglio.
Sta di fatto che Berlusconi, che oggi potrebbe decidere di passare il Ferragosto concedendosi un giro in barca sul Lago di Como insieme a Francesca Pascale, è ormai sicuro di aver riacquistato «de facto» l’agibilità politica che andava cercando.
Così com’è sicuro che, «dalla fine di settembre all’inizio di ottobre», il governo guidato da Renzi si troverà a «gestire delle emergenze che fino a poche settimane fa non aveva messo in considerazione».
Perchè non c’è soltanto il generico «rischio 2011», ossia il remake del film andato in scena quando lui stesso fu costretto a dimettersi, nei pensieri berlusconiani.
L’ex Cavaliere, nelle conversazioni riservate, lo dice ostentando il massimo della sicurezza. «A ottobre arriverà il momento peggiore. L’Italia rischia di rimanere incastrata tra le mire degli speculatori da un lato e l’incubo del commissariamento della troika dall’altro».
Una situazione di fronte alla quale, è l’adagio più in voga ad Arcore, Forza Italia «farebbe la sua parte» per respingere l’assalto dei primi e per scongiurare il secondo.
Già , ma a che prezzo?
Basta che Renzi peschi a piene mani da quell’«agenda Berlusconi» sull’economia che l’ex premier sta mettendo a punto in questi giorni di vacanza, mutuando ricette ora dalla Gran Bretagna di Cameron (spending review) ora dalla Spagna di Rajoy (riforma del lavoro)? O c’è di più? La verità sta in mezzo.
Come dimostrano alcuni dettagli di quello che è successo, sull’asse Arcore-Roma, nelle ultime quarantott’ore.
Ai berlusconiani, infatti, risultano ben due contatti telefonici tra Denis Verdini e Palazzo Chigi (Renzi? O qualcun altro?) nella giornata di mercoledì.
Uno prima del faccia a faccia tra il premier e il capo dello Stato. E uno subito dopo l’incontro di Castelporziano.
Difficile dire se sul piatto della bilancia ci fosse «la garanzia del sostegno di Forza Italia alle riforme condivise, giustizia compresa» che Renzi avrebbe potuto spendere sia nel colloquio con Draghi che in quello con Napolitano.
Sta di fatto che, da Arcore, il «capo» del centrodestra è pronto a fare tutto il possibile per «impedire il tracollo dell’Italia». Togliendo tra l’altro dal bouquet di possibili scambi la richiesta di un rimpasto.
«Ma davvero qualcuno crede che siamo in cerca di poltrone ministeriali?», ha sorriso Berlusconi negli ultimi giorni quando qualcuno dei suoi gli ha sottoposto l’interrogativo. Di certo, l’ex premier aspetta che sia Renzi a fare la prima mossa.
«Matteo deve stare attento. Ora ha i poteri forti contro. E tra l’altro, si sta esponendo troppo», ragionava ieri l’ex Cavaliere al telefono con alcuni dei suoi. «Più fa dichiarazioni, più si attira le critiche. Dovrebbe stare più coperto».
Altre parole che danno la conferma di come una tela importante – tra Arcore e Roma – sta per essere tessuta. Questione di settimane.
E lo dimostra il fatto che l’ex premier avverta dentro di sè che il tempo del «relax forzato» sia ormai agli sgoccioli.
Tommaso Labate
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
UNO HA ACCUMULATO CONDANNE PER UN ANNO E TRE MESI,”CANCELLATE” DALLA RIABILITAZIONE… IL NUOVO CT DUE ANNI FA FU SQUALIFICATO PER 10 MESI PER ALBINOLEFFE-SIENA
Antonio Conte nuovo commissario tecnico dell’Italia. Il miglior allenatore su piazza a un costo
ragionevole per le casse della Federazione.
Una bella notizia per la maggior parte dei tifosi, che adesso sogna il rilancio della Nazionale. Eppure, al di là dell’affaire-ingaggio, c’è una nota stonata: perchè è recente una macchia nella carriera di Conte.
La squalifica per 10 mesi per il calcioscommesse, che — a detta di molti — non lo rende la persona più adeguata a guidare la rappresentativa del Paese.
Sul piano strettamente sportivo, in questo momento non ci sono sul mercato tecnici che abbiano vinto e dimostrato quanto lui negli ultimi anni. Per questo il nuovo presidente della Figc, Carlo Tavecchio, ha fatto senza dubbio un gran colpo nel convincerlo ad accettare l’incarico: sotto il profilo dello stipendio, ormai è cosa nota, la Figc non supererà il tetto di 1,5 milioni di euro l’anno fissato già in occasione del precedente contratto di Cesare Prandelli, mentre il resto dello stipendio da circa 3,5 milioni netti a stagione verrà coperto dallo sponsor tecnico Puma, con una formula studiata ad hoc per la situazione.
Ma, tornando alla questione morale, bisogna analizzare la posizione della Federazione: la Figc che oggi ingaggia e celebra Conte è la stessa che esattamente due anni fa di questi tempi lo squalificava per 10 mesi per omessa denuncia nell’ambito del processo sportivo sullo scandalo calcioscommesse.
Allora la commissione disciplinare aveva stigmatizzato la condotta dell’allenatore in occasione della partita Albinoleffe-Siena,(in cui fu “provato che fosse a conoscenza della combine”) ritenuta tanto grave da definire “non congrua” l’istanza di patteggiamento a tre mesi concordata fra i legali di parte e la Procura.
Adesso quella macchia, che non si può cancellare, è dimenticata (proprio come nel curriculum di Conte pubblicato sul sito della Federcalcio, a margine del comunicato che annuncia la firma del contratto, dove non compare traccia della squalifica).
Nè si tratta dell’unico contenzioso con la Federazione: per i giudizi “lesivi” espressi in merito a quella sentenza e all’operato degli organi della Giustizia sportiva, il tecnico salentino era anche stato deferito dal procuratore Stefano Palazzi.
Naturalmente non esiste una norma che vieti a Conte di diventare ct per i suoi trascorsi (per cui, in ogni caso, ha già scontato la pena comminata).
Solo una questione di opportunità .
Lo stesso discorso valido per il suo diretto superiore, Carlo Tavecchio.
Nel corso della durissima campagna elettorale delle scorse settimane, tra le tante ragioni di critica alla candidatura sono state tirate in ballo anche le sue cinque condanne penali maturate tra il 1970 e il 1998, per un totale di un anno, tre mesi e 28 giorni di reclusione.
Per quelle vicende, però, l’ex sindaco Dc di Ponte Lambro ha potuto godere della piena riabilitazione: il suo casellario giudiziale è pulito e quindi a rigor di legge è perfettamente eleggibile per le cariche federali (del resto nel 1999 aveva anche chiesto ed ottenuto un parere favorevole alla Corte Federale).
Pure qui, però, resta il dubbio che forse una persona senza alcun tipo di precedenti (riabilitati o meno) sarebbe stata più adatta per ricoprire un ruolo di così alta rappresentanza.
Perchè poi ci sono i possibili strascichi di quegli eventi. L’ultima stagione calcistica è stata segnata dalle discussioni sulle curve chiuse per i cori di discriminazione razziale e dal codice comportamentale per i giocatori della nazionale.
A causa di quest’ultimo caso, per dire, era stato lasciato fuori dall’Europeo Domenico Criscito, per via di un presunto coinvolgimento nell’inchiesta calcioscommesse.
Due temi “etici” — anti-razzismo e regolarità delle partite — su cui la Federazione targata Abete-Prandelli si era mostrata inflessibile. Sarà più difficile farlo in futuro, dopo la gaffe razzista del presidente e i trascorsi del ct.
Altrimenti seguiranno nuove e ancor più accese polemiche.
La coppia Conte-Tavecchio promette un futuro roseo per la nazionale, ma ha un passato non del tutto limpido. Solo con le vittorie potrà far dimenticare questi aspetti anche i tifosi più intransigenti.
Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
CLAMOROSO GESTO DI HENK ZANOLI, OLANDESE DI 91 ANNI, CHE NEL 1943 SALVO’ LA VITA A UN BAMBINO EBREO… SEI FAMILIARI SONO ORA MORTI NEGLI ATTACCHI DI ISRAELE E LUI DICE BASTA: “SAREBBE UN INSULTO ALLA MEMORIA DI MIA MADRE”
Henk Zanoli è olandese, ha 91 anni e, almeno fino a qualche giorno fa, era un “Giusto tra le Nazioni”.
Cioè un non-ebreo che, durante l’Olocausto, ha salvato la vita di un ebreo, in questo caso un bambino. Il piccolo si chiamava Elhanan Pinto, era nato nel 1932 ed è sopravvissuto all’orrore della Shoah grazie a Zanoli.
Il quale, insieme alla madre Johana, l’ha tenuto al riparo dalla furia nazista nella sua casa di Eemnes, vicino a Utrecht, dal 1943 al 1945, anno in cui gli Alleati liberarono i Paesi Bassi.
Sia Johana che Henk rischiarono la vita per preservare quella di Elhanan.
I genitori e i fratelli del bimbo, intanto, venivano trucidati in un campo di concentramento del Terzo Reich.
La storia di Zanoli.
Come racconta il sito ufficiale dello Yad Vashem, il celebre museo dell’Olocausto di Gerusalemme, nel 1943 Henk Zanoli, allora poco più che ventenne, da Emmes fece un rischiosissimo viaggio verso Amsterdam (guardie e controlli erano ovunque) per andare a prendere il bambino e accompagnarlo a casa.
Qui, con la madre Johana, protesse per due anni Elhanan, che “trovò un ambiente accogliente e pieno di amore”, si legge sul sito dello Yad Vashem.
“A guerra finita, uno zio andò a prendere il piccolo per lasciarlo in un orfanotrofio ebraico. Successivamente, Elchanan si trasferì in Israele con altri amici e cambiò il suo nome in Hameiri”.
La decisione.
Oggi, però, Henk Zanoli “Giusto tra le Nazioni” non lo è più. Per sua scelta. Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, Zanoli ha restituito la medaglia di “Giusto” ricevuta dalle autorità israeliane.
E ha chiesto la cancellazione del suo nome dal Giardino dello Yad Vashem. Questo per protesta contro l’ultima offensiva di Israele su Gaza, in cui sono morte circa 2mila persone, molte delle quali civili, ma anche sei suoi familiari, incluso un bambino di dodici anni.
I familiari morti.
Perchè la nipote di Zanoli, la diplomatica olandese Angelique Eijpe, ha sposato un palestinese nato nel campo profughi di Al-Bureij, a Gaza. E gran parte dei familiari della coppia vive nella Striscia.
I due coniugi, durante l’offensiva, non erano a Gaza. Altri familiari, però, non sono potuti sfuggire ai raid. E sei di questi sono morti.
Così, a inizio settimana, Zanoli si è presentato all’ambasciata israeliana di Amsterdam e ha restituito la medaglia e la lettera di “Giusto tra le Nazioni”.
La lettera.
Zanoli, un avvocato in pensione, ha poi scritto una lettera aperta per giustificare il suo clamoroso gesto: “E’ davvero terribile che oggi, quattro generazioni dopo, la nostra famiglia debba sopportare l’uccisione di altri suoi membri. Uccisioni di cui è responsabile lo stato di Israele. Per me, dunque, conservare questa medaglia sarebbe un insulto alla memoria della mia coraggiosa madre”.
Il marito della donna e padre di Zanoli (anche lui faceva Henk di nome) venne internato nel campo di concentramento di Mauthausen nel 1941 perchè aveva protestato contro l’occupazione di Hitler.
Resistette alle atroci crudeltà dei nazisti fino al febbraio 1945. Poi morì.
Antonello Guerrera
(da “La Repubblica“)
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