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TELEGRAPH: “L’ITALIA TORNI ALLA LIRA PER USCIRE DALLA DEPRESSIONE”

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

IN UN EDITORIALE L’ANTIEUROPEISTA EVANS-PRITCHARD INVITA A “SCARICARE L’EURO PER SALVARE L’ITALIA”

“Il solo modo possibile per tener fede alla sua promessa di un Risorgimento per l’Italia, e forgiare il proprio mito, è scommettere tutto sulla lira”.
L’invito al premier italiano Matteo Renzi arriva dalle colonne del britannico Telegraph.
A firmarlo l’editorialista anti-europeista Ambrose Evans-Pritchard, convinto che l’unica chance dell’Italia per uscire dalla depressione in cui versa “da quasi sei anni” (salvo qualche “falso risveglio”) sia abbandonare l’euro.
Secondo Evans-Pritchard, infatti, è “un fatto incontrovertibile che i 14 anni di disastro italiano coincidano con l’adesione alla moneta unica”.
E anche se “questo non prova il rapporto di causa-effetto”, “suggerisce che l’unione monetaria abbia innescato una dinamica molto distruttiva” ed “è un forte indizio del fatto che ora l’unione impedisce al Paese di uscire dalla trappola”.
A sostegno della sua tesi il giornalista specializzato in economia internazionale cita il recente rapporto di Moody’s che prevede per quest’anno un calo del Pil italiano dello 0,1%, i dati della Banca d’Italia sulla stagnazione del mercato immobiliare e il livello del debito, salito al 135,6% del Pil.
“Il rapporto — sostiene Evans-Pritchard — potrebbe spingersi verso il 140% entro la fine dell’anno, acque inesplorate per un Paese che di fatto prende a prestito in marchi tedeschi. ‘Nessuno sa quando il mercato reagirà ‘, dice un banchiere”.
La conseguenza, stando all’articolo, è che “il premier Matteo Renzi dovrà  fare tagli tra i 20 e i 25 miliardi di euro per rispettare gli obiettivi europei di deficit, perpetuando il circolo vizioso”. Ma “il compito è disperato.
Uno studio del think-tank Bruegel ha trovato che l’Italia dovrebbe ottenere un surplus primario di 5 punti percentuali di Pil per stabilizzare il debito se l’inflazione fosse al 2%.
Con l’inflazione a zero, i punti di Pil diventano 7,8.
Ogni tentativo di centrare quell’obiettivo porterebbe a una controproducente implosione dell’economia italiana”.
L’articolo del Telegraph, che da tempo pronostica la prossima “fine dell’euro”, cita poi l’economista indiano ed ex funzionario del Fondo monetario Ashoka Mody, che ora lavora al Bruegel, secondo il quale le autorità  italiane dovrebbero iniziare a consultare “brillanti avvocati esperti in debito sovrano per assicurare una ristrutturazione ordinata del debito“.
Evans-Pritchard ricorda anche l’invito lanciato di recente da Eugenio Scalfari su Repubblica: “L’Italia si sottoponga al controllo della troika”.
“Mr Scalfari sembra pensare che la democrazia italiana debba essere sospesa per salvare l’euro”, deduce il giornalista.
“Il giovane Mr Renzi potrebbe trarre la conclusione opposta, cioè che l’euro deve essere scaricato per salvare l’Italia”.
La quale prima dell’unione monetaria, grazie alla “lira debole”, “aveva un surplus commerciale nei confronti della Germania”, mentre ora la sua “metà  arretrata, soprattutto il Mezzogiorno, compete palmo a palmo con la Cina e le economie emergenti dell’Asia in settori che dipendono dai prezzi”.
A poco vale, secondo Evans-Pritchard, invocare le “riforme“: “Pochi negano che lo Stato italiano abbia bisogno di un cambiamento radicale, ma l’Italia ha anche bisogno di un ‘New Deal’ fiscale, massicci investimenti in infrastrutture e capitale umano, sostenuti da uno stimolo monetario per tirare il Paese fuori dalla sua soffocante tristezza cosmica. E Mr Renzi deve ormai sapere che questo non può essere fatto nell’ambito dell’unione monetaria”.
Ma, nota il giornalista, ora “si trova nello stesso orrendo imbarazzo di Francois Hollande in Francia. Da outsider se l’è presa con l’austerità  europea, salvo poi sottomettersi senza far rumore una volta entrato in carica, perchè i suoi consiglieri gli assicuravano che la ripresa era alle porte”.
L’articolo giudica però Hollande “impossibile da salvare”, mentre “Renzi non ha ancora bruciato il suo capitale politico ed è uno scommettitore nato”.
Ora però “è da solo”, perchè “non c’è più alcuna chance che Italia e Francia possano guidare insieme una rivolta dei Paesi latini” contro il Consiglio europeo e la Banca centrale. Il consiglio del Telegraph, dunque, è di non negoziare ma “liberarsi dalla trappola dell’unione monetaria, riprendere il controllo dei suoi strumenti di sovranità  e rinominare il suo debito in lire, introducendo il controllo sui movimenti di capitali finchè la situazione non si normalizza”. Secondo il giornale “non ci sarebbe un’immediata difficoltà  a rifinanziarsi, perchè il Paese ha un surplus primario” e “non soffre di un eccesso di debito in senso stretto”, poichè le famiglie sono poco indebitate.
“Il problema di base è un disallineamento del tasso di cambio che crea una non necessaria crisi del debito pubblico attraverso il perverso meccanismo dell’unione monetaria”.
La scelta, conclude Evans-Pritchard, dovrà  essere presa a breve, quando “la traiettoria del debito italiano entrerà  nella zona di pericolo. Stavolta potrebbe non essere così chiaro che il Paese voglia essere ‘salvato’ nei termini stabiliti dall’Europa”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ARTICOLO 18: PD E CENTRODESTRA DIVISI DALLE (SCARSE) TUTELE DEI LAVORATORI

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

LO SCHEMA DEL GOVERNO E’ QUELLO DEI CONTRATTI A TUTELA CRESCENTE, MA BASTA PAGARE E SI PUO’ LICENZIARE ANCHE SENZA GIUSTA CAUSA

Il nodo da sciogliere è quello che i tecnici chiamano scalino.
Nel disegno di legge delega che il Parlamento dovrà  approvare per rivedere il sistema di leggi sul lavoro, lo scalino arriva dopo tre anni dall’assunzione a tempo indeterminato di un lavoratore.
È allora e solo allora che scatta la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che vieta il licenziamento senza giusta causa.
Questo almeno nella proposta che porta il nome degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi recepita nel disegno di legge delega presentato nel 2010 da Paolo Nerozzi, ex sindacalista della Cgil.
Quella proposta, accanto a quella presentata dal giuslavorista Pietro Icihino, è il cardine della discussione sulla revisione dello Statuto.
Un dibattito che va avanti da almeno cinque anni, contrariamente a quel che ha scritto ieri su Twitter Angelino Alfano: «Renzi è il primo leader della sinistra a dire che va riscritto l’intero Statuto dei lavoratori».
Poche ore dopo il premier lo ha corretto: «Le regole si riscrivono cambiando le garanzie, non eliminandole»
La posizione di Renzi è un indiretto riferimento alla questione dello scalino del ddl delega di Nerozzi.
Lo schema Boeri-Garibaldi è quello di un contratto di lavoro «a tutele crescenti»: più aumenta l’anzianità  di servizio, più aumenta la cifra che il datore di lavoro deve pagare in caso di licenziamento senza giusta causa.
Ogni mese di lavoro il prezzo del licenziamento immotivato sale dell’equivalente della paga di cinque giorni.
Dopo tre anni, il riscatto per poter licenziare liberamente è di sei mensilità .
Che cosa accade dal quarto anno in poi? Secondo il ddl Nerozzi e secondo i due economisti che lo hanno ispirato, dal quarto anno il licenziamento senza giusta causa non è più monetizzabile, è semplicemente vietato perchè scatta la tutela dell’articolo 18.
«È singolare — dicono Boeri e Garibaldi — che dopo tre anni di lavoro, e quindi dopo aver avuto il tempo di conoscere e valutare il suo dipendente, il datore di lavoro possa licenziarlo senza giusta causa».
Secondo la proposta di Ichino invece l’articolo 18 non scatta più e l’unico deterrente all’ingiusto licenziamento è dato dal crescere della cifra che i datori di lavoro devono corrispondere ai dipendenti ingiustamente licenziati.
«Se si istituisce dopo tre anni la tutela dell’articolo 18 — dice Ichino, e la pensano così anche Ncd e Forza Italia — si crea uno scalino che la parte più debole della forza lavoro rischia di non superare».
In sostanza le aziende sarebbero tentate di licenziare i dipendenti alla fine del terzo anno per non correre il rischio di non poterli più licenziare dal quarto, quando arriva lo scalino, la tutela dell’articolo 18.
Ecco perchè, contrariamente a quel che dice Renzi, sarebbe preferibile, secondo Ichino, eliminare la tutela dell’articolo 18 invece di cambiarla.
La discussione potrebbe riprendere il 2 settembre alla Commissione Lavoro del Senato, presieduta da Maurizio Sacconi, vero ispiratore della campagna di Alfano.

Paolo Griseri
(da “La Repubblica“)

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ECCO COME CAMBIERA’ IL PROCESSO CIVILE: MENO APPELLI, PIU’ ARBITRATI E MEDIAZIONI ( MA IN FRANCIA HANNO FALLITO)

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

IL 29 AGOSTO IL GOVERNO VARERA’ UN PROVVEDIMENTO PER VENIRE INCONTRO AL MONDO DELLE IMPRESE E RIDURRE I TEMPI DEL CONTENZIOSO… MA IL MEDIATORE PRIVATO SARA’ A PAGAMENTO: UNA GIUSTIZIA CHE FAVORIRA’ I RICCHI

Vuole passare alla storia della giustizia in Italia come il “modernizzatore del processo civile”. È la scommessa del Guardasigilli Andrea Orlando che il 29 agosto approderà  a palazzo Chigi e che il premier Matteo Renzi considera “strategica”.
Eccone linee guida e relativi possibili problemi
Come si è creato l’attuale arretrato civile di 5 milioni di processi pendenti
È il frutto di lentezze accumulate nel tempo e soprattutto di carichi impropri addossati alla giurisdizione. Solo in Italia vi sono Comuni che non pagano i debiti benchè iscritti in bilancio. E solo in Italia lo Stato ha dovuto fare una legge per obbligare se stesso a pagare i debiti. Un vero e proprio paradosso. Si ricorre alla giustizia civile solo come mero espediente dilatorio. Costa meno che chiedere un prestito in banca.
Come si fa a ridurre l’arretrato?
Anzitutto non aumentandolo, e quindi facendo in modo che il processo civile riparta su basi di celerità  ed efficienza. L’arretrato va affrontato e non smaltito, poichè si tratta comunque di diritti in attesa, con strumenti di analoga modernità . Nessuno può immaginare di eliminarlo con la bacchetta magica, ma un recupero di efficienza del sistema consentirà  una riorganizzazione degli uffici e l’utilizzo di magistrati ausiliari, con i quali nel tempo togliere l’accumulo.
Si può parlare di processo breve e di ragionevole durata del processo?
Si deve parlare di un processo la cui durata dev’essere commisurata alla singola vicenda. Certamente vi sono cause che possono essere decise in tempi rapidissimi perchè un giudice consapevole è in grado di respingere le domande istruttorie inutili. E certamente esistono cause che richiedono indagini più complesse. Il processo è un format, non un letto di Procuste
Accadrà  in futuro, come adesso, che anche per una banale lite di condominio si assista a un processo che dura anni, dal primo grado alla Cassazione?
Le liti di questo genere finiranno risolte con la mediazione obbligatoria e con i riti alternativi. Quindi possibilità  processuali molto più limitate. Lo sforzo del ministro Orlando è proprio quello di provvedere alle domande più popolari attraverso la semplificazione del processo.
Come possiamo prevedere la fotografia del processo di primo grado?
Dovrà  contenere in modo definitivo le possibili posizioni delle parti. Ciò che non viene detto al giudice di primo grado non potrà  più entrare in nessun modo nel giudizio. Ciò determina la grande importanza della conduzione consapevole da parte del giudice.
Sarà  automatico, com’è adesso, il ricorso in appello?
Verrà  sempre di più ristretto su quello che i tecnici chiamano il “profilo impugnatorio”.
Al giudice di appello si deve dire come avrebbe dovuto decidere il primo giudice e come e perchè ha deciso male.
Che cosa cambia in Cassazione?
Qui l’intervento di Orlando è più leggero. Sostanzialmente renderà  centrale il procedimento in camera di consiglio, eliminando la cosiddetta relazione che oggi la Corte propone come possibile decisione, che in realtà  dà  luogo a un inutile raddoppio di lavoro e rende vana la funzione del rito camerale.
Come sarà  possibile rendere immediatamente esecutive le sentenze?
Sarà  molto semplice, basterà  che la legge ne stabilisca la provvisoria esecutività , e renda molto costosa in termini di denaro l’opposizione all’esecuzione che si rivela infondata.
Che peso avrà  la mediazione obbligatoria tra le parti rispetto al processo ordinario?
L’obiettivo della riforma è incentivare le tecniche di soluzione delle liti diverse da quelle del processo. Ma è chiaro che il successo dipenderà  dalla professionalità  dei cosiddetti mediatori. In Francia il ricorso alla mediazione non ha avuto un grande risultato.
È un vantaggio o uno svantaggio per il cittadino? Serviranno più o meno avvocati-mediatori?
Ogni strumento alterativo è un vantaggio. Una possibilità  in più, se non diventa mera burocrazia. L’ideale sarebbe che a occuparsi della mediazione siano professionisti validi, come gli avvocati, e non figure estranee alla logica del processo. Soprattutto bisogna evitare che si scateni il business della formazione del mediatore.
Sta per nascere un processo civile per ricchi, visto che al giudice, che per il cittadino oggi è gratis, si sostituirà  un professionista a pagamento?
Il problema dei costi di una giurisdizione efficiente esiste. L’Italia è il Paese in cui costa di meno rispetto al resto d’Europa. Sarà  fondamentale vedere nella riforma Orlando come sarà  disciplinato il sistema di pagamento del mediatore.
Gli arbitrati, oggi residuali, aumenteranno?
Certamente sì, perchè il percorso arbitrale avrà  la stessa dignità  di quello giudiziario, al punto che si immagina la “traslatio iudicii”, ovvero il passaggio dal rito arbitrale a quello giudiziario vero e proprio.
Tribunale per le imprese. Come funzionerà ? Contribuisce al rilancio dell’economia?
Sicuramente sì, perchè sarà  il giudice di tutte le controversie di mercato, incluse quelle di concorrenza, e si avvantaggerà  dell’ausilio di esperti del mercato, dunque diversi dai consulenti d’ufficio, che potranno illuminare il giudice sul contesto economico di una vicenda.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA PAUL DE GRAUWE: “DRAGHI E BERLINO SBAGLIANO TUTTO”

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

“UNA SOLA PRIORITA’: FAR RIPARTIRE I CONSUMI”

“Come uscire dalla crisi l’hanno capito tutti: inglesi, giapponesi e americani. Tutti tranne l’Europa, che continuerà  a essere schiacciata dalle paure di tedeschi e olandesi”.
Paul de Grauwe, belga, docente alla London School of Economics, è un economista di fama mondiale.
La sua ricetta per uscire dalla spirale di recessione e deflazione è una sola: tornare a spendere.
Gli ultimi dati sul Pil di Francia e Germania mostrano che la crisi è davvero europea. Come si è arrivati a questo punto?
L’azione politica comunitaria è completamente sbagliata da anni. È stato imposto a tutti i Paesi di badare solo alla riduzione del deficit e si è detto ai governi che si sarebbe usciti dalla crisi migliorando la competitività  dell’offerta.Il risultato è che individui, consumatori e investitori tendono a non spendere, la domanda continua a calare e l’Europa rimane intrappolata nella recessione.
Come se ne esce?
Facendo ripartire la domanda, l’esatto contrario di quanto avvenuto fino a oggi. Solo un cambio delle politiche di bilancio può far sparire la paura. I governi nazionali devono investire in energia, infrastrutture e ambiente.
C’è però un problema di debito pubblico.
No, questo è il momento giusto: in Germania i tassi d’interesse sono all’1 per cento. Spendere oggi è facile e vantaggioso, la Commissione europea lo deve accettare.
Chi sono i responsabili di questa crisi?
Non ce n’è uno solo: i governi, la Commissione, la Banca centrale europea, nessuno ha capito quali siano le riforme essenziali. Per non parlare degli economisti che continuano a ripetere che il problema di domanda si risolve agendo sull’offerta, una idea semplicemente ridicola.
Mario Draghi cosa dovrebbe fare?
Quantitative easing, cioè immettere liquidità  nel sistema e fare in modo che arrivi alle imprese. Non è un’idea innovativa, l’hanno già  fatto tutti: la banca centrale inglese, quella giapponese, quella americana. Solo la Bce resta ferma.
Ha un’idea del perchè?
Tedeschi e olandesi hanno un problema emotivo: temono l’inflazione, quando oggi siamo in piena deflazione. Non hanno capito che questo non è il primo Dopoguerra.
In molti chiedono all’Italia di cedere sovranità  per attuare le riforme, come in Grecia. È una strada percorribile?
Assolutamente no e non solo perchè il programma di riforme è tutto sbagliato. La Banca centrale europea e la Commissione europea stanno tentando di espropriare governi e Parlamenti delle loro funzioni. Vogliono prendersi il diritto di decidere dai politici eletti per consegnarlo nelle mani di dei burocrati. Non stanno distruggendo solo l’economia, ma anche la democrazia.
Quindi condivide il pressing politico di Renzi sulla flessibilità ?
Certo, ha tutto l’interesse a spingere su queste priorità . Fa bene a chiedere che gli investimenti escano dal conteggio del deficit. C’è però un problema.
Quale?
Lui deve provarci, ma sarà  molto difficile che ce la faccia. Solo il deterioramento complessivo dell’economia europea può aiutarlo: deve andare dagli altri Paesi in difficoltà  e convincerli a seguirlo. Ci provi con Hollande, con la Spagna.
L’Italia però sta peggio degli altri.
Certo: da voi è da più tempo che gli investitori non investono e i consumatori non spendono. Fate ripartire i consumi: questa è l’unica soluzione.

Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TROPPE ESPORTAZIONI E POCHI CONSUMI INTERNI: L’AUTOGOL DI BERLINO CHE GELA EUROLANDIA

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

MA LA RIPRESA DI TUTTA LA UE DIPENDE SOLO DAI TEDESCHI

Il grande freddo è arrivato.
Prima, la gelata dei prezzi: i dati dicono che troppi Paesi dell’eurozona sono ormai apertamente in deflazione.
Unita all’inflazione troppo bassa negli altri, la gelata ha finito per avviluppare l’economia, mettendo in frigorifero anche la potente locomotiva tedesca e proiettando sui prossimi mesi il rischio non del ristagno, ma della recessione.
Per ora, quello di cui tutti sono sicuri è che non si arriva alla luce in fondo al tunnel, se la locomotiva tedesca non riparte. In qualche modo, i dati fanno giustizia dell’ottimismo, sparso a piene mani nelle ultime settimane, anche da Mario Draghi che, nei giorni scorsi, aveva parlato di ripresa europea «fragile, ma ancora in traiettoria» e di prezzi destinati a scuotersi dall’immobilismo.
Gli osservatori ne possono trarre due lezioni.
La prima è che è illusorio fidarsi di indicatori, come i sondaggi sugli orientamenti di chi, nelle aziende, fa gli acquisti (i “purchasing managers’index”) che avevano alimentato quell’ottimismo.
La seconda è che anche modelli econometrici più sofisticati e complessi – compreso quello della Bce – hanno urgente bisogno di revisione e manutenzione, perchè da anni, ormai, sbagliano per eccesso, pronosticando una ripresa che non arriva.
Un rallentamento dell’economia tedesca che, in questi anni, ha trainato, con la sua formidabile macchina da export, tutta l’Europa, era atteso.
Ma è arrivato troppo presto ed è questo che fa suonare più forte l’allarme.
Si sapeva che la crisi ucraina e le sanzioni alla Russia avrebbero preteso un pedaggio sull’industria tedesca, ricca di affari con Mosca.
Il problema è che l’impatto era atteso ora, nel terzo trimestre, e avremmo dovuto registrarlo a ottobre. Invece, l’economia tedesca si era fermata già  fra aprile e giugno, prima delle misure anti-Putin.
Segno che gli ostacoli, per l’industria tedesca, sono diversi e più grossi delle sanzioni. Ma segno, soprattutto, che i dati di ottobre, sanzioni incluse, potrebbero essere peggiori di quelli usciti ieri.
C’è poco di misterioso nella frenata di un’economia, come quella tedesca, che gioca quasi tutte le sue carte sulle esportazioni.
La congiuntura mondiale si va rivelando asfittica. Gli Usa hanno un andamento a singhiozzo, ma il Giappone ha appena registrato una brusca frenata e anche in Cina il ritmo si è, di colpo, quietato: il credito alle imprese sta registrando gli incrementi più bassi degli ultimi sei anni.
Contemporaneamente, i due più importanti clienti europei della Germania sono svaniti: la Francia è a sviluppo zero e l’Italia con il segno meno.
Semplicemente, le aziende tedesche non sanno a chi vendere. O, meglio, un candidato c’è, ma, finora, il governo Merkel lo ha accuratamente evitato: il mercato interno.
Da tempo, il Fondo monetario, la Casa Bianca e anche molti governi europei chiedono alla Germania una decisa svolta espansiva.
Un mercato interno più vibrante significa esportazioni più facili per gli altri Paesi europei in difficoltà  e un’accelerata dei prezzi tedeschi favorirebbe anche un recupero di competitività  degli stessi Paesi, senza costringerli a cercarla solo nel taglio di salari, occupazione e nella spirale dell’austerità .
Al contrario, i dati sulle vendite al dettaglio in Germania sono tutt’altro che rosei e, nonostante gli incoraggiamenti verbali che arrivano sia dalla Bundesbank che dal governo sugli aumenti salariali, Berlino non sembra puntare con sufficiente decisione su un rilancio dei consumi.
Soprattutto, sembra non voler cogliere l’occasione offerta dalla corsa, nazionale e internazionale, al Bund come bene rifugio.
I tassi di interesse sui titoli pubblici tedeschi sono a minimi record, in qualche caso – a 2 o tre anni – finanche negativi. E’ la spia delle storture che oggi affliggono i mercati finanziari europei, ma nell’immediato presentano al governo tedesco l’opportunità  di finanziare – a prezzi stracciati – quello che molti economisti, anche tedeschi, raccomandano come urgente e indispensabile: un massiccio programma di investimenti pubblici che ammoderni e rilanci le infrastrutture, nel campo dell’educazione, delle strade, dell’energia.
Naturalmente, per farlo, il governo tedesco dovrebbe liberarsi dall’ossessione del pareggio di bilancio e del prosciugamento del debito che impone, oltre che ai partner europei, anche a se stesso. Insomma, liberarsi della trappola dell’austerità  subito e a ogni costo.
Le prime reazioni, a Berlino, a questa improvviso stop dell’economia sono, comunque, per ora assai poco allarmistiche.
L’ufficio studi della Deutsche Bank prevede un rallentamento del ritmo di crescita dell’industria nel 2014, in alcuni settori anche assai marcato, ma si affretta a definirlo un «inciampo temporaneo».
Se, tuttavia, la frenata di primavera dovesse confermarsi anche in estate e in autunno, la classe dirigente tedesca potrebbe essere costretta a rivedere le scelte cui si è attenuta in questi anni.
Gli effetti sul dibattito europeo a proposito di flessibilità  e austerità  sarebbero massicci e questo è un elemento che può frenare le riflessioni di Berlino. I tedeschi temono, infatti, che un allentamento del loro rigore interno possa fornire il segnale sbagliato ai partner europei, una sorta di “tana libera tutti”.
In realtà , fra la dinamica tedesca e quella italiana, le distanze restano enormi. E il dato tedesco sul Pil è molto diverso dal dato italiano sul Pil, anche se il numero è lo stesso.
La Germania sperimenta, oggi, una battuta d’arresto, in larga parte determinata da fattori internazionali e, probabilmente, temporanea.
L’Italia attraversa una crisi che si prolunga, ormai, da vent’anni, è entrata, in questi mesi, nella terza recessione nel giro di cinque anni e denuncia il definitivo tramonto del modello di sviluppo su cui si è fondata la modernizzazione del paese.
Uno stimolo all’export, proveniente dal mercato tedesco, non inciderebbe sui problemi di fondo, strutturali – la burocrazia, il dualismo del mercato del lavoro, la cultura degli imprenditori – che ingessano lo sviluppo del paese.
Le riforme attese e promesse, tuttavia, sono indispensabili per il futuro del paese, ma non danno risultati immediati. E, comunque, non esauriscono il problema.
Uno studio appena pubblicato da lavoce. info mostra che il tracciato dell’economia italiana e di quella finlandese (spesso portata ad esempio di vivacità  e modernità ) sono, negli ultimi tre anni, paralleli, quasi a dimostrare il peso di una congiuntura e di condizioni internazionali.
Le riforme sono cruciali, ma l’Europa – Germania in testa – può dare una mano.

Maurizio Ricci
(da “La Repubblica”)

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FERRAGOSTO CON LA GRANDINE AL NORD: IN ITALIANO SU DUE RESTA A CASA

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

PRECIPITAZIONI E TEMPERATURE BASSE IN LOMBARDIA E FRIULI

Un’Italia divisa in due dal maltempo. E’ la fotografia del Ferragosto 2014.
Con precipitazioni forti al Nord, dove si registrano grandinate in Brianza e nel Lecchese e tempo prevalentemente soleggiato nel resto della penisola, con picchi di presenze turistiche in Sardegna.
Più in generale, l’instabilità  metereologica – unita alla crisi economica – ha influenzato anche la tradizionale gita di Ferragosto.
Secondo un’indagine Coldiretti, infatti il 50% degli italiani ha scelto di trascorrere a casa la giornata di oggi
I disagi maggiori si registrano comunque in Lombardia. Prati imbiancati come il mese di dicembre e gennaio, per una forte grandinata che si è abbattuta in mattinata sul Lecchese e gran parte della Brianza.
Colpite in modo particolare i Comuni di Calolziocorte, Monte Marenzo, Airuno, Oggiono e Casatenovo.
Uno strato bianco di chicchi, in alcune zone grandi come noci, che ha distrutto anche coltivazioni, orti e giardini, mentre nei Comuni   di Casatenovo e Oggiono sono tenuti sotto controllo torrenti e il fiume Adda tra Airuno e Brivio.
Un centinaio le chiamate di intervento ai vigili del fuoco di Lecco e Merate per allagamenti di garage e box.
Le temperature sono in picchiata, a Lecco attorno ai 15 gradi a mezzogiorno, mentre in località  limitrofe sono scese sotto i 10 gradi.
Ferragosto con il cattivo tempo anche in Friuli Venezia Giulia. Dove si penserebbe a una giornata di autunno, per i colori del cielo, per il vento sulla costa e la pioggia intensa nelle zone interne.
In Trentino le precipitazioni intense hanno provocato l’aumento, in alcuni casi repentino, delle portate di diversi fiumi tra i quali il Sarca, l’Adige e, in modo meno marcato, del torrente Avisio in Val di Fassa, del torrente Cismon in Primiero, nonchè del fiume Noce nell’alta Val di Sole.
L’effetto del maltempo influenza anche il tradizionale esodo che si registra al clou dell’estate.
Secondo un’indagine Coldiretti/Ixè, soltanto il 15% degli intervistati ha optato per il tradizionale pranzo con un picnic all’aria aperta. Un italiano su due ha preferito trascorrere la giornata a casa, mentre l’11% in quella di parenti e amici.
Soltato l’8 per cento, infine, pranzerà  al ristorante o in pizzeria.
Le città  quest’anno non sono vuote neanche a Ferragosto e – sottolinea la Coldiretti – il traffico sulle strade è ben diverso dal passato.
La crisi ma anche l’andamento climatico anomalo – si legge nell’indagine – hanno modificato l’organizzazione estiva delle attività  nei centri urbani dove è assicurato un maggiore livello di servizi e di prodotti rispetto al passato.
L’altra faccia della medaglia sono i turisti che affollano la Sardegna.
La vacanza e le temperature elevate hanno portato ad una corsa alle località  costiere. Superati i dati dello scorso anno anche per gli arrivi negli scali sardi con boom sull’aeroporto di Olbia e Cagliari.
Secondo i dati dell’Osservatorio Trivago, infine, nell’isola San Teodoro (costa centro-nord orientale) si viaggia verso il tutto esaurito e la situazione è simile anche a Villasimius (sud-orientale) e Alghero (nord-occidentale).

(da “La Repubblica”)

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RENZI-MONGOLFIERA: UN PALLONE GONFIATO IN GIRO PER L’ITALIA, TOUR AMARO AL SUD

Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile

TRA BALLE PLANETARIE E CONTESTAZIONI A NAPOLI, REGGIO CALABRIA, GELA E TERMINI IMERESE

L’ottimismo di Renzi non fa breccia nel Meridione. Dopo i messaggi positivi, i sorrisi e i selfie dai cantieri dell’Expo di Rho, il presidente del Consiglio visita il sud a tappe forzate.
Quattro soste tra Napoli, Reggio Calabria e la Sicilia alla vigilia di Ferragosto ma ad accoglierlo non trova l’ottimismo che lui stesso non manca di dispensare nelle sue uscite pubbliche. Tutt’altro.
Piccole contestazioni a Napoli, un sit-in davanti alla Prefettura di Reggio Calabria, gli operai dell’Eni a Gela, altre piccole manifestazioni a Termini Imerese.
Un puzzle di piccole contestazioni che sommate rendono amaro il viaggio al sud di Matteo Renzi.
Che il suo tour non sarebbe stato rose e fiori, il premier lo ha capito appena arrivato alla Città  della Scienza di Bagnoli, a Napoli, distrutta in parte da un incendio doloso lo scorso anno.
Lì ha trovato due lavoratori dei Consorzi unici di Bacino che si sono arrampicati su una gru. I lavoratori lamentano il mancato pagamento di 22 mensilità .
Un altro manifestante, invece ha messo in scena una protesta più forte: ha un finto cappio intorno al collo per dimostrare la propria condizione senza lo stipendio.
Ma non c’erano solo gli operai davanti all’ingresso della Fondazione Idis di Bagnoli: alcuni manifestanti dell’associazione Terra dei Fuochi hanno esposto striscioni con scritto: “Capitan Schettino ha affondato una nave, Renzi affonda l’Italià ; ‘Gli 80 euro non ci sono, se li sono ripresi con aumenti e tasse’; ‘I politici ci mettono la faccia, i cittadini ci mettono il c…’..
Il premier continua però a di ripetere il liet motiv degli ultimi giorni, soprattutto dopo la diffusione dei dati Istat che hanno certificato la recessione dell’economia italiana: “Stop alla cultura della rassegnazione, il governo non scappa”. E intanto twitta: “Bagnoli. Accordo per oltre trenta milioni sulla Città  della scienza. Punto sui fondi comunitari. E adesso sblocchiamo l’area #italiariparte”.
Un delirio tra chi spaccia utopie e chi vive la dura realtà .
L’Italia riparte, e anche Renzi, che va a Reggio Calabria.
All’esterno della Prefettura è atteso da un gruppo di lavoratori in mobilità  e cassa integrazione. I lavoratori hanno esposto striscioni per chiedere il pagamento delle indennità  relative agli ammortizzatori sociali.
Renzi a Reggio promette nuove misure per la Salerno-Reggio Calabria nel decreto Sblocca Italia. Nello stesso provvedimento “metteremo norme ad hoc per realtà  come Bagnoli, che è uno dei fiori all’occhiello. Ma sono previsti anche altri interventi, da Sesto a San Giovanni a Taranto”.
E quindi twitta: “Reggio Calabria. Tribunale, porto di Gioia Tauro, mantenimento posti di lavoro Finmeccanica, cantieri dissesto e scuole. #italiariparte”.
Roba da rimpiangere la Dc degli “uomini di panza”
Riparte di nuovo, Renzi, alla volta di Gela: qui una delegazione di operai dell’Eni ha esposto in Piazza municipio uno striscione: “Prima delle riforme occorre il lavoro”.
Il lavoro a rischio, dopo la vertenza sindacale che si è aperta per i dipendenti del petrolochimico.
Fuori c’era un gruppo di attivisti dei No Muos di Niscemi e una delegazione di lavoratori dell’impresa Riva & Mariani, licenziati dopo la grave crisi che ha investito l’Eni a Gela.
Renzi affida ancora a twitter le solite palle: “Primo presidente del consiglio in visita a Gela. Importante non essere l’ultimo. L’#italiariparte se il Sud #cambiaverso No rassegnazione”.
Il viaggio nel profondo sud si conclude a Termini Imerese dove pure si sono stati registrati momenti di tensione in piazza Duomo: un gruppo di proletari comunisti ha sventolato due bandiere rosse gridando slogan contro il premier: “Servono fabbriche, lavoro vero, case, diritti, servizi sociali… Il Governo Renzi fa tutto il contrario”. Insiema a loro anche alcuni esponenti dello Slai Cobas.
E gli slogan hanno fatto scattare l’irritazione di alcuni cittadini, dei disoccupati che presidiano la piazza e si sono registrati momenti di nervosismo tra la folla.
Il premier si è recato a incontrare il sindaco di Termini Imerese, Salvatore Burrafato e altri amministratori locali dei comuni del comprensorio.
Quindi il tweet, come da tradizione: “Termini Imerese. Le crisi occupazionali non vanno in ferie. Ma il Governo c’è e farà  di tutto per riaprire lo stabilimento #italiariparte”.
Niente selfie, oggi, per il premier, altrimenti rischiava due sberle.
Ma da Reggio Calabria ha invitato gli operai dei cantieri a scattarsi foto mentre lavorano, come immagine dell’Italia che riparte, che si dà  da fare: “Vorrei vedere i selfie degli operai nei cantieri perchè altrimenti sarebbero solo numerini. Voglio vedere i cantieri che si aprono e le foto degli operai”, ha dichiarato Renzi.
Roba da ricovero…

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ALTRO CHE LOCOMOTIVA DELL’EUROPA, ECCO I DIECI MOTIVI PER CUI L’ITALIA STA PEGGIO DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI

Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile

PIL, PRODUZIONE INDUSTRIALE, INFLAZIONE, DEFICIT: NON BASTANO LE PALLE DI RENZI A FARCI RECUPERARE CREDIBILITA’

Ci sono meno zero due percento e meno zero due per cento. Anche la Germania rallenta e una settimana dopo i dati negativi sul Pil diffusi dall’Istat relativi al nostro Paese, Berlino registra nel secondo trimestre un tasso di crescita negativo di due decimi di punto percentuali rispetto ai tre mesi precedenti, esattamente come l’Italia. L’economia tedesca soffre tanto quanto la nostra? Non proprio.
Ci sono, almeno, dieci ragioni per cui il divario con i nostri principali partner europei resta ancora molto ampio.
PI
Va da sè che il dato di oggi è espresso in termini percentuali e congiunturali, cioè rispetto al trimestre precedente.
Non solo quindi, in termini di valore assoluto, Italia e Germania restano molto distanti visto che nel 2013 Berlino vantava un Prodotto Interno Lordo da circa 2737 miliardi di euro contro i 1560 italiani, ma il segno meno annunciato oggi relativo al periodo aprile-giugno, segue un dato positivo (+0,7%) nel periodo precedente e arriva al termine di un periodo di prolungata e progressiva crescita.
Nel caso italiano, l’ultimo dato negativo arriva invece dopo una lunghissima recessione, interrotta soltanto a fine dello scorso anno da un misero +0,1%
PRODUZIONE INDUSTRIALE
L’ultimo dato, diffuso a ridosso dei numeri negativi sul Pil, è passato inosservato. A giugno, dopo la pesante caduta del mese precedente, la produzione industriale è leggermente risalita.
Ma il Paese sconta ancora un un trend che negli anni passati e fino alla fine del mese scorso è stato fortemente negativo, con cali superiori al 7%. Secondo il Centro Studi di Confindustria, la caduta rispetto al picco pre-crisi di aprile 2008 è stata del 23,9%.
INFLAZIONE
Il tema del calo del livello dei prezzi preoccupa tutta l’Eurozona, non solo il nostro Paese.
L’Italia però rischia di essere il primo tra i grandi Paesi dell’Unione, esclusa la Spagna, a sprofondare nella deflazione. I dati diffusi dall’Istat martedì hanno cominciato a preparare al peggio: in dieci grandi città  il trend dell’inflazione è già  negativo. La differenza è che, per un Paese ad alto debito pubblico come il nostro, uno scenario di deflazione rischia di essere letale per la sostenibilità  del nostro debito.
DEBITO PUBBLICO
È il vero macigno che grava sulla nostra economia, nonchè il massimo fattore di preoccupazione per i sorveglianti di Bruxelles.
Malgrado le rassicurazioni di una progressiva riduzione contenute nel Def, il nostro debito pubblico continua a crescere e di recente ha sorpassato anche quello tedesco, diventando così il più alto d’Europa. In confronto al PIl, il dato che più interessa all’Europa, la questione è ancora più preoccupante.
Secondo le stime di Moody’s entro la fine dell’anno il dato si attesterà  intorno al 136,4%, quando nel Def le previsioni del governo si fermavano al 134,9%.
Le norme europee fissate dal nuovo Patto di Stabilità  e Crescita e dal Fiscal Compact impongono però un drastico percorso di riduzione fino al 60% nell’arco di un ventennio. Allontanarsi ulteriormente dall’obiettivo significa appesantire ulteriormente le manovre annuali volte centrare questo obiettivo.
CONSUMI
Dopo un sussulto positivo nel mese di aprile, i dati sulle vendite al dettaglio sono tornati nuovamente con il segno meno a maggio.
I dati di Confcommercio relativi al mese di giugno, prima mensilità  in cui gli italiani hanno potuto utilizzare gli 80 euro del bonus fiscale, non hanno mostrato particolari scossoni, e i consumi sono cresciuti soltanto dello 0,1%.
Proprio sulla ripresa della domanda interna, una delle componenti del dato sul prodotto interno lordo, aveva fatto affidamento al premier nell’approvare il beneficio Irpef. Gli effetti però — secondo l’associazione dei commercianti — sono stati “quasi invisibili”.
DEFICIT
È l’altro importante parametro tenuto sotto controllo da Bruxelles. Il drastico calo del Pil certificato dall’Istat ci porterà  alla fine dell’anno a un livello vicino, ma inferiore, all’ormai famoso 3 per cento fissato dal Patto di Stabilità  e crescita.
Anche se l’obiettivo del Def era più basso, l’Italia a meno di altri clamorosi scossoni riuscirà  comunque a restare al sicuro sotto il tetto previsto.
A differenza del debito, l’Italia non è tra i Paesi che più desta preoccupazioni.
La Francia, ad esempio, da diversi anni sfora ormai stabilmente il 3%, pur gravata da un debito pubblico sensibilmente più basso del nostro e da un tasso di crescita leggermente più sostenuto del nostro.
Inoltre, a pesare enormemente sul nostro deficit, sono le spese sostenute per gli interessi sul debito.
Il semplice avanzo primario, la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato — che sommato alle spese per interessi costituisce il deficit — è il più alto d’Europa
DISOCCUPAZIONE
L’aumento dei cittadini senza lavoro è al di là  dei grandi indicatori macroeconomici uno dei segnali più evidenti dello stato di salute di un’economia, tanto che per Paesi in crescita in cui la disoccupazione resta alta si parla, con scarsi entusiasmi, di jobless recovery.
Letteralmente, ripresa senza posti di lavoro.
Una condizione che, se prolungata, rischia di far arrestare presto anche i primi segnali di crescita. Il divario con gli altri Paesi europei è, da questo punto di vista, allarmante. Gli ultimi dati Istat segnano un tasso di disoccupazione del 12,3% e un tasso di disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 43,7%.
Un giovane su due — in età  compresa tra i 18 e i 24 anni -, tra quelli che cercano lavoro, non lo trova. Il confronto con la Germania è impietoso: il tasso di disoccupazione giovanile, secondo Eurostat, si attesta al 7,8%. Quello generale al 5,1%.
PRESSIONE FISCALE
Che tasse e imposte varie pesino in modo spropositato sui propri bilanci, cittadini e famiglie lo sanno già  prima ancora di conoscere il dato sulla pressione fiscale. Rispetto agli altri Paesi dell’Unione, l’Italia si trova al settimo posto, con un dato riferito al Pil — sempre secondo dati Eurostat – che si attesta al 42,8%. Sul podio: Danimarca (48,6%), Belgio (46,7%), Francia (45,9%).
BANCHE E CREDITO
A differenza di altri Paesi del Mediterraneo, il nostro sistema bancario ha retto la crisi senza significativi interventi pubblici per salvare gli istituti in crisi.
Un recente rapporto di Mediobanca Securities mostra poi come in vista del doppio esame che si concluderà  in autunno (asset quality review e stress test) lo stato di salute delle nostre banche sia migliore delle principali concorrenti tedesche.
Ciononostante, l’accesso al credito per i cittadini italiani resta ancora molto più difficile che altrove.
Uno studio di Adusbef e Federconsumatori a partire da dati Bce-Bankitalia mostra come i tassi applicati per i mutui siano stabilmente più alti della media applicata dagli altri paesi dell’Eurozona.
EXPORT
Gli ultimi dati sul commercio estero non sono incoraggianti, con le esportazioni che risultano in calo di oltre quattro punti percentuali.
In un’economia segnata da una domanda perennemente fiacca e investimenti fermi al palo sono in molti a sperare che a trainare la ripresa possano essere proprio le esportazioni.
Per questo, dati negativi anche su questo fronte aggravano ulteriormente il quadro economico. A penalizzarci, però, insieme agli altri partner europei, è un euro molto forte che rende le nostre merci troppo care per i mercati extra Ue.
Anche se fuori dal mandato della Banca Centrale, l’obiettivo indiretto dell’Eurotower è tutt’ora anche quello di indebolire la valuta comunitaria. Operazione che finirebbe per aiutare sensibilmente la crescita delle esportazioni.
L’Italia però deve guardarsi bene anche dal rischio opposto: quello cioè di fare eccessivamente affidamento soltanto sull’export.
Il caso tedesco è emblematico. Sforando anche ripetutamente le prescrizioni europee, e senza grossi clamori, la Germania ha tenuto in questi anni bassi salari e compresso al massimo la spesa pubblica, facendo registrare stabilmente ampi surplus commerciali, anche oltre il 6% fissato dall’Europa.
Ora anche a Berlino qualcosa sembra essersi inceppato sul fronte dell’export e il Paese è costretto a mettere a punto misure per rilanciare la domanda interna.

(da “Huffingtonpost”)

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“RENZI, ECCO IL NOSTRO SANGUE”; CLAMOROSA PROTESTA DEGLI AGENTI DI POLIZIA

Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile

IL 27 IN PIAZZA A ROMA CONTRO I TAGLI DEL GOVERNO: “LO DONIAMO AI CITTADINI, NON AI POLITICI”

Poliziotti, penitenziari, forestali e vigili del fuoco sono davvero arrabbiati. Per non dire peggio.
Il governo continua a chiedere loro il sangue, con nuovi tagli pari a un miliardo e mezzo di euro per via della conferma del turnover al 55%: un solo poliziotto assunto ogni due pensionati.
Per questo, il fronte dei sindacati autonomi riuniti nella Consulta Sicurezza, l’organizzazione più grande di tutto il comparto con circa 43.000 iscritti, scenderà  in piazza il 27 agosto a Roma per un’iniziativa clamorosa e inconsueta: «Centinaia e centinaia di poliziotti, penitenziari, forestali e vigili del fuoco si ritroveranno in piazza del Popolo, assieme a un’autoemoteca che effettuerà  prelievi di sangue», spiegano i segretari generali Gianni Tonelli (Sap), Donato Capece (Sappe), Marco Moroni (Sapaf) e Antonio Brizzi (Conapo).
A sostegno dell’iniziativa anche l’Advps, l’Associazione Donatori e Volontari Personale Polizia, la Fondazione Franco Sensi con la presidentessa Rosella Sensi e il comico Enzo Salvi in qualità  di testimonial.
Presente pure la banda musicale dell’Anpee, l’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria.
«Ci state togliendo il sangue, allora noi preferiamo donarlo ai cittadini», questo lo slogan della manifestazione alla quale si affiancherà  un presidio nazionale a Montecitorio fino al 10 settembre.
L’annuncio della manifestazione ha scatenato la reazione del responsabile sicurezza del Pd, Emanuele Fiano, che ha rivendicato la sua sensibilità  nei confronti del comparto sicurezza, ricordando come l’attuale governo abbia investito nel 2014 500 milioni di euro per le forze di polizia, a fronte di 4 miliardi di tagli avvenuti dal 2008 al 2014.
Cifre che i sindacati autonomi contestano: «Noi come Sap – spiega il segretario generale Gianni Tonelli – siamo scesi in piazza con governi e maggioranze di tutti i colori politici, proprio perchè non abbiamo padroni e non facciamo riferimento a sigle confederali contigue a questo o quel partito. Fiano tenta di deresponsabilizzarsi quando ricorda i tagli dei precedenti esecutivi, ma dovrebbe anche aggiungere che l’attuale governo, nel confermare il turn over al 55%, ha operato un taglio di circa un miliardo e mezzo al comparto sicurezza. E altri tagli avverranno nei prossimi anni». Prosegue Tonelli: «Siamo compiaciuti di apprendere per tramite di un’agenzia che l’onorevole Fiano ha attenzione, nella sua qualità  di responsabile della sicurezza Pd, verso gli uomini in divisa. Peccato che, nonostante il Sap abbia tentato a più riprese di entrare in contatto con lui per confrontarsi, si sia visto sbattere ogni volta la porta in faccia. C’è poco da stare sereni».
Sap, Sappe, Sapaf e Conapo snocciolano i punti delle loro rivendicazioni: «Contratto fermo da 5 anni; tetto stipendiale imposto da 4 anni nonostante le promesse, anche recenti, dei ministri Alfano e Pinotti; mancato riordino delle carriere che sarebbe necessario per rendere più efficiente tutto il sistema; nessun avvio della previdenza complementare che trasformerà  i poliziotti pensionati di domani nei nuovi poveri».
«La cosa più grave di tutte – conclude Tonelli – è la mancata riforma dell’apparato della sicurezza o, meglio, la falsa riforma che si vuol far passare in nome della spending review. Solo per quel riguarda la Polizia di Stato, il progetto di chiusura di 267 uffici di polizia ritornerà  sul tavolo. Problemi analoghi anche per la Polizia Penitenziaria, il Corpo Forestale e i Vigili del Fuoco. Questa falsa riforma non farà  che peggiorare la sicurezza dei cittadini. L’unica operazione da mettere in campo è la riduzione e l’unificazione delle Forze di Polizia. Si otterrebbero risparmi ed efficienza, potremmo dare più sicurezza ai cittadini eliminando gli sprechi, si porterebbe un po’ di respiro alle retribuzioni dei poliziotti che ormai sono da fame».

Luca Caso

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