Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
L’ATTO DI ACCUSA DELLA FONDAZIONE MIGRANTES
“Parole come affondare, distruggere, respingere, senza che siano accompagnate da parole come tutelare, salvare, accogliere, non hanno prospettiva”.
Monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes — organismo pastorale collegato alla Cei -, dai microfoni di Radio InBlu commenta così la richiesta del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, di un mandato internazionale per affondare le barche degli scafisti.
Sottolinea che “l’aspetto importante è contrastare i trafficanti, come già faceva Mare Nostrum, ma al tempo stesso non dimenticare che ci sono vite da salvare. Se è vero che occorre un piano internazionale di intervento nel Nord Africa, deve essere di pace, di messa in sicurezza delle persone e di una collaborazione con tutte le realtà e le forze locali per combattere i trafficanti”.
Secondo Perego, il piano in 10 punti approvato dall’Ue è “assolutamente debole e per certi versi vergognoso” perchè “ancora una volta si pensa di contrastare i trafficanti e non tutelare le persone attraverso i canali umanitari, un piano sociale europeo nei paesi di arrivo dei profughi e migranti, la cooperazione locale”.
“E’ uno scandalo — prosegue — che la politica europea dell’immigrazione non valuti immediatamente operazioni e azioni di rafforzamento della ricerca e del salvataggio in mare e continui a favorire operazioni di controllo delle frontiere. Il contrasto ai trafficanti degli esseri umani, ormai legati alle mafie europee e al terrorismo internazionale, passa attraverso l’attivazione di un’azione che unisca il salvataggio delle persone al contrasto della tratta”
Per questo, dice il direttore di Migrantes, occorre creare “un’operazione di controllo del Mediterraneo fino alle coste libiche, con il coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, per salvaguardare anzitutto la vita delle persone in mare, valutando anche l’opportunità di accogliere, anche con benefici di protezione, testimoni e testimonianze contro i trafficanti”.
Al tempo stesso, sempre con gli organismi internazionali, valutare un “piano di pace e di ristabilimento della sicurezza delle persone sulle sponde africane, libiche ed egiziane del Mediterraneo, attivando anche progetti di cooperazione internazionale per il rientro di persone; la ripresa di alcune attività lavorative, il ristabilimento di presidi sanitari, la riapertura delle attività scolastiche. Senza pace e senza la ripresa delle attività economiche e sociali e solo distruggendo — ha concluso — non faremmo che alimentare ancora disperazione e partenze”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
OTTO SU DIECI GIOVANI UNDER 29, DOPO AVER ACCETTATO, SI SONO TIRATI INDIETRO: IL CONTRATTO ERA REGOLARE PER SEI MESI, MA PREVEDEVA POSSIBILITA’ DI LAVORARE ANCHE SABATO E DOMENICA
Ci hanno ripensato: 645 degli under 29 a cui era stato offerto un contratto d’apprendistato per
lavorare a Expo 2015 allo stipendio di oltre 1300 euro netti al mese hanno deciso di non accettare.
Come riporta il Corriere della Sera, la società Manpower incaricata della selezione ha dovuto fare ricorso al secondo e al terzo gruppo selezionato (in totale 27mila le domande arrivate).
A influenzare la decisione di fare un passo indietro all’ultimo minuto potrebbero essere stati vari fattori, tra cui la precarietà del contratto legato solo alla durata della manifestazione (6 mesi) e i turni che prevedono anche i sabati e le domeniche di lavoro.
In pratica l’80 per cento di chi aveva accettato il lavoro in un primo momento, ha deciso di abbandonarlo e si è tirato indietro.
Difficile quindi trovare giovani disposti a far parte del gruppo che si occuperà delle 84 aree in cui è stata divisa l’area dell’esposizione.
Ma non solo.
Come segnalato già negli scorsi mesi dall’agenzia interinale E-Work che ha avuto grosse difficoltà ad assumere facchini, cuochi e camerieri e che, come scrive il Corriere, per 2500 contratti ne hanno dovuti valutare centinaia di più.
Intanto il commissario Giuseppe Sala ha detto che a poco meno 10 giorni dall’inaugurazione sono stati finiti 30 padiglioni su 54: “Il padiglione Italia”, ha detto al GR3 di Radio Rai, “non solo non è finito, ma anzi, è tra quelli più indietro: finora sono stati finiti 30 padiglioni su 54. Ma alla fine sono convinto che sarà tutto pronto. Ci confrontiamo con una difficoltà nel gestire i lavori pubblici in Italia che deriva veramente da un eccesso di regole di burocrazia. Non è che l’eccesso di regole poi vieta che succedano fatti illeciti. Per cui io penso che vada molto ripensato il sistema con cui si gestiscono i lavori pubblici in Italia”.
Sala ha anche precisato che prima della apertura sarà raggiunta la quota di 10 milioni di biglietti venduti. “Puntiamo a venderne 24 milioni, cioè 20 milioni di visitatori e 24 milioni di biglietti perchè ci saranno visite ripetute. Conto di annunciare di averne venduti 10 milioni prima dell’apertura. Stiamo preparando un Expo sicuro e che sia veramente a misura di famiglia”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
SOMMERSI E SALVATI
È la cronaca di centinaia di naufragi. Uno per ogni vittima. Ma soltanto i pochi sopravvissuti possono raccontarlo.
Bastano poche parole, quelle di S., con il suo sorriso e tutta la sua solitudine dinanzi al budino offerto sul molo di Catania, appena sbarcato dalla nave Gregoretti: “Sono rimasto solo”, dice a Simona Migliore, della Croce Rossa, “eravamo in tanti, partiti dal Gambia, forse in cento. Sono rimasto soltanto io”.
E se ogni viaggio passa da una carretta nel Mediterraneo, ogni viaggio inizia in modo diverso, e quello di Said inizia nell’estate del 2014.
Il piccolo Said e il sogno svedese
Ha appena 16 anni, è nato in Somalia, cinque sorelle e tre fratelli. “La mia destinazione è la Svezia. Devo raggiungere le mie zie”, racconta nel centro per minori Mascalucia, dove lo segue Save the Children.
“La mia famiglia mi ha affidato a un trafficante sudanese — racconta — e dopo mesi sono arrivato a Jdabiya in Libia”.
Prima di naufragare, deve affrontare altri traumi. “Sono rimasto in un carcere, recluso dai trafficanti per ben nove mesi”.
Il tempo necessario perchè la sua famiglia pagasse un riscatto.
“In quel carcere — continua — c’erano molti altri ragazzi. E in molti sono morti davanti ai miei occhi. Mangiavamo pochissimo, poca acqua e poco cibo, diventavamo sempre più deboli, ci si ammalava facilmente. E chi si ammalava spesso moriva”.
Lasciato il carcere, dopo il pagamento del riscatto, Said raggiunge Tripoli.
“Ci ho impiegato sei giorni per raggiungerla”. Di lì, finalmente, la partenza.
“I trafficanti mi hanno fatto salire su un gommone”, continua, “poi da lì siamo stati trasportati su un peschereccio a 3 piani, ormeggiato poco distante dalla costa”
Said è ridotto a merce all’ammasso: “Noi adolescenti eravamo una sessantina”.
Oggi se ne contano, vivi, appena quattro. “Sentivo i trafficanti parlare, dicevano che volevano imbarcare 1.200 persone, ci picchiavano per farci salire. Secondo me si sono fermati a 800 passeggeri”.
È l’inizio della fine: non tutti viaggiano allo stesso modo. I destini si incrociano. Chiusi a chiave nella stiva “Quelli al piano più basso”, continua Said, “sono stati chiusi a chiave”.
Per loro, di lì a poco, non ci sarà più speranza. Said resta in coperta. Ed è la sua salvezza: “Era notte quando è stato lanciato l’allarme e la richiesta di soccorso. Quando abbiamo visto le luci, ci siamo accalcati tutti su un lato, l’i mbarcazione si è inclinata fino a ribaltarsi. Sono svenuto, poi ho capito d’essermi salvato”.
Ieri — anche per l’intervento dell’e uroparlamentare Pd Michela Giuffrida — è riuscito a chiamare casa: “Pensavano fossi morto”.
C’è chi racconta di essere stato per un mese, prima di partire, in una sorta di fattoria. Recluso, minacciato e bastonato, anche solo per essersi allontanato a fare pipì.
C’è chi dice di aver pagato 500 o 1000 dinari libici per la traversata, cioè poche centinaia di euro, altri parlano di migliaia di euro.
“Per due anni — racconta un ragazzino bangladese — ho lavorato duro come meccanico in Libia per potere comprare il biglietto di sola andata per l’Italia. Su quella barca eravamo in tre bengalesi, siamo riusciti a salvarci perchè eravamo sul ponte più alto”. Quelli del ponte più alto: ”Preghiamo per gli altri”
La posizione sul peschereccio, questione di vita o di morte, probabilmente dipendeva del prezzo pagato. E chi si è salvato ora prega: “Dio ha voluto che mi salvassi, ora posso solo pregare per chi non ce l’ha fatta”.
E ancora: “Ero con mio padre e mio fratello, non li ho visti più, non so dove siano”, si dispera un ventenne maliano nel Cara (Centro di accoglienza per i richiedenti asilo) di Mineo (Catania), tristemente noto per i guai giudiziari, fino all’inchiesta palermitana che ne fa il quartier generale di uno dei presunti trafficanti di esseri umani.
Sono tutti maschi, quasi tutti ventenni o poco più: maliani, eritrei, sierraleonesi, zambiani, ghanesi e tre bangladesi.
Ogni sguardo una tragedia: un minore ha perso la sorella diciannovenne, chiusa nella stiva come le altre donne e i bambini, e se il relitto non sarà ripescato non sapremo mai neanche quante tragedie contare.
Se 950, come riferisce il primo superstite, o 400.
Resta la più feroce delle storie in questo fazzoletto di mare.
Alessandro Mantovani e Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“SE UN PARTITO NON HA CULTURA, IDENTITA’, VALORI E REGOLE PUO’ SUCCEDERE QUALUNQUE COSA”
«Sarà colpa della mia vecchiaia…».
Ha compiuto 91 anni da un mese, Emanuele Macaluso.
«Sì, e quando vedo centinaia di persone che muoiono in mare riesco a pensare solo a questo»
Intanto, Renzi ha fatto sostituire i membri Pd in commissione per la legge elettorale.
«Ha sbagliato! Ma che mi importa! Ci si concentra sulla legge elettorale, mentre tutto dovrebbe essere dedicato alla tragedia nel Mediterraneo».
Facendo cosa?
«Anche andando fra la gente a discuterne, perchè siamo di fronte a un fatto epocale. Su questo la sinistra, non solo quella italiana, sta perdendo la faccia».
Macaluso è a Sesto San Giovanni, presenta il suo libro «Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo».
È stato nel Pci, dal 1951, nella Cgil, direttore dell’ Unità e del Riformista . Al Pd non si è mai iscritto.
Renzi non le piace.
«La sua qualità è di essere un riformatore in velocità . Ma oggi il Pd mi sembra un partito che vive alla giornata. Politique d’abord , politica innanzitutto, come diceva Nenni. Mai una prospettiva, un’idea per far camminare la società ».
Ci sono molti casi locali nel Pd.
«De Luca condannato e candidato in Campania, sindaci veneti che si tolgono la fascia per l’arrivo degli immigrati: allineati con la Lega. Se un partito non ha cultura, identità , valori e regole, può succedere qualunque cosa»
Lei è d’accordo con la minoranza del Pd?
«Per niente. È la minoranza degli emendamenti. Il Pd non ha una cultura politica di riferimento e la minoranza non ne propone una alternativa: dovrebbe fare una battaglia per stabilire cosa è oggi il Pd».
L’era Renzi è stata preparata da ciò che è accaduto prima?
«Se penso alla campagna elettorale di Bersani nel 2013, non ricordo accenni alla politica internazionale. Eppure la sinistra si è sempre distinta per i suoi rapporti con il mondo».
E prima di Bersani?
«Dopo la svolta di Occhetto, la tensione di tutti è stata di andare al governo: D’Alema, Veltroni, Turco, perfino Mussi. Ma per fare cosa?».
Le riforme di Renzi: c’è qualcosa di sinistra?
«Ho molte riserve sulla riforma elettorale. Sulla riforma del lavoro penso che la Cgil avrebbe dovuto proporre un suo progetto, anzichè dire sempre no. Ripeto, però: oggi sarebbe di sinistra occuparsi delle stragi nel Mediterraneo».
Lo fa la sinistra di altri Paesi?
«La crisi è di tutto il socialismo, europeo e mondiale. L’ultimo atto importante fu il documento sul Terzo mondo di Willy Brandt, del 1980. Poi ognuno si è ripiegato sui casi nazionali. È rimasto il Papa a occuparsi di questi temi».
Cosa racconta il suo libro su Togliatti?
«Che la Costituzione italiana esiste perchè ci fu Togliatti: svolta di Salerno, Repubblica e Costituente come punti di unità fra le forze della Resistenza. La linea fondamentale del Pci fu la difesa della Costituzione».
E poi?
«Dopo la crisi del ’92 fu totalmente cancellata la memoria della Prima Repubblica. Antipolitica, populismo, caduta della cultura politica sono il frutto della distruzione del passato. Ma una sinistra con una strategia è necessaria allo sviluppo del Paese».
Andrea Garibaldi
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
AL PENSIERO DI UNA RIEDIZIONE DEL PATTO DEL NAZARENO L’ISIS GIA’ TREMA
Ridere di questi tempi, con tutti questi morti, è davvero difficile.
Ma il compito del Foglio — peraltro all’insaputa dei potenziali lettori —è sempre stato questo: farci ridere.
Ieri, sull’house organ della parrocchietta renziana capitanata da Claudio Cerasa e curiosamente stipendiata da Berlusconi a suon di milioni, è comparso un pensoso articolo di Giorgio Tonini.
Uno normale dirà : chi era costui? Nientepopodimenochè il vicecapogruppo del Pd al Senato, già guardaspalle di Veltroni, poi ovviamente folgorato sulla via di Pontassieve e convertito al renzismo.
Un tipo dalla coerenza rocciosa: nel 1993 era nel comitato promotore del movimento referendario di Mario Segni per la riforma elettorale uninominale affinchè i cittadini potessero scegliersi i parlamentari, ora è un trinariciuto dell’Italicum affinchè i parlamentari se li scelgano tre o quattro segretari di partito.
Del resto, si laureò in filosofia con una tesi su Giovanni Battista Vico, quello dei corsi e ricorsi della storia.
L’altro giorno, anche per giustificare la laurea, ha avuto un’idea.
Ma non dev’essergli parsa un granchè, infatti ha deciso di affidarla al Foglio per evitare che qualcuno la venisse a sapere.
L’idea sarebbe questa: “un buon accordo Renzi- Berlusconi per stabilizzare la Libia”. Dopo il Patto del Nazareno, il Patto del Tripolino.
In effetti, per stabilizzare la Libia, chi meglio di colui che nel 2011 la destabilizzò, bombardandola e partecipando alla guerra contro Gheddafi che aveva baciato e leccato fino al giorno prima? Mai più senza.
Anche perchè allora Tonini, dopo aver votato in Parlamento il trattato di alleanza militare Roma-Tripoli voluto dal governo B. e avallato dal Pd, era per l’intervento armato in Libia senza se e senza ma, e cazziava l’allora ministro degli esteri Frattini che nicchiava.
Ora il Tonini stravede per il Caimano (o quel che ne resta) e non ne fa mistero, anche perchè è pur sempre l’editore del giornale su cui scrive: “C’è voluto Berlusconi per spezzare la spirale demagogica e populista, che non esita a piegare alla piccola propaganda della politichetta italiana perfino la immane catastrofe umanitaria”.
Ecco dunque l’idea geniale che può dare una svolta all’esodo biblico delle popolazioni in fuga da una guerra innescata da noi.
Altro che Onu, altro che Nato, altro che Europa: quel che ci vuole è un bel “tavolo bipartisan dove ciascuno possa mettere a disposizione le proprie esperienze per porre fine a queste sciagure”.
E le esperienze da mettere a disposizione sono parecchie: tipo l’ok dato due anni fa al Regolamento Dublino III.
Cioè la normativa europea che accolla al paese di primo approdo (quasi sempre l’Italia) il compito di “garantire assistenza e accoglienza ai profughi”.
La ratifica la diede il 7 giugno 2013 il Consiglio dell’Ue, dove sedevano i ministri dell’Interno di tutta l’Unione, compresi i nostri Alfano e Cancellieri, mandati dal governo Letta e appoggiati da Pd e Pdl.
Gli stessi partiti che a ogni tragedia del mare puntano il dito contro l’Europa che non fa nulla, dopo averla esentata dal fare alcunchè.
Ora però — scrive Tonini — basta un “ritrovato asse tra il governo e almeno una parte dell’opposizione” per fare miracoli.
Ai bei tempi del Patto del Nazareno, se ne videro parecchi: l’Italicum per la Camera dei nominati con le liste bloccate, il Senato dei consiglieri regionali e dei sindaci nominati, il decreto fiscale col condono a frodatori e agli evasori fino al 3% del fatturato dichiarato, i regalucci e regalini a Mediaset.
Con simili prodigiosi precedenti, figurarsi che sarebbero capaci di combinare Matteo e Silvio se solo tornassero insieme.
Tonini già prevede “un salto di qualità sul piano politico”, che avrebbe inevitabilmente effetti balsamici anche sull’immagine internazionale dell’Italia: sapere che Renzi non decide da solo, ma con l’ausilio di Berlusconi, non potrà che rassicurare i partner europei.
I quali, anzi, si domandavano da mesi come potesse Renzi privarsi di un consigliere sì prezioso.
Specie ora che — annuncia Tonini — s’impone un “uso adeguato della forza militare” per la “stabilizzazione della Libia”, andando a sparare a quelli che quattro anni fa, sempre sparando, abbiamo aiutato a conquistare il potere.
E non c’è solo Tonini a spingere i fidanzatini di Peynet al ritorno di fiamma.
Il nuovo Nazareno piace un sacco anche a Doris e a Confalonieri che l’altra sera — ci informa Repubblica — erano talmente commossi per la strage del Mediterraneo da presentarsi in gramaglie ad Arcore per un vertice con i resti del Caimano sulla “cessione del Milan al thailandese Mr Bee” e sull’“operazione Mondadori- Rcs libri”. E lì, fra una lacrima e l’altra, gli hanno spiegato che bisogna “ricucire con Renzi per un Patto rinnovato e non dare spazio a Salvini”.
Ma soprattutto per “recuperare centralità sul piano nazionale” e diventare l’“unico interlocutore in una fase di emergenza”, senza dimenticare la sua “leadership italiana del Ppe” e il rapporto con l’imperdibile Verdini.
Il mezzano Tonini e i paraninfi Confalonieri e Doris sono dunque al lavoro per far riscoccare la scintilla fra i due nazareni. Se son rose, fioriranno.
E, per l’Isis e gli scafisti, saranno dolori.
Lo sceicco Al Baghdadi sta già tremando.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
CHI VINCE LE PRIMARIE EMARGINA GLI SCONFITTI: LA NUOVA ETICA DEL PD
L’associazione partigiani di Alessandria decide di celebrare il 25 aprile con Cofferati. Ma la sindaca
Rossa, che a dispetto del cognome è renziana, pone il veto sull’ex sindacalista e propone Boschi o Pinotti.
I partigiani resistono e non se ne fa nulla.
Intanto a Bologna parte la Festa dell’Unità dedicata alla Liberazione, dove non risultano invitati gli esponenti della minoranza: Cuperlo, Civati, Speranza, persino Bersani.
Sarebbe grottesco rimpiangere i riti melmosi della Prima Repubblica, ma democristiani e comunisti avevano un altro stile.
Moro e Fanfani si pugnalavano dietro le quinte, però a nessuno dei due sarebbe mai venuto in mente di escludere il rivale da una cerimonia ecumenica del partito.
E nel Pci il «centralismo democratico» obbligava i capi delle varie correnti invisibili a sedere sullo stesso palco, applaudendo ritmicamente le prolusioni sterminate del Signor Segretario.
Ipocrisie, certo. Ma la vita politica (e non solo quella) è fatta di forme che rivestono una sostanza: la ricerca delle ragioni profonde per cui si sta insieme, pur facendosi ogni giorno la guerra.
Nel Partito democratico queste ragioni semplicemente non esistono. Nemmeno la Resistenza, a quanto pare, lo è.
Chi vince le primarie emargina gli sconfitti. Lo ha fatto Bersani, e ora Renzi.
Colui che afferra il volante si proclama diverso, ma poi anche lui seleziona i compagni di viaggio in base al tasso di fedeltà .
Dimenticandosi che alla lunga in politica (e non solo in quella) sono sempre i più fedeli a tradire.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
BASSI ISTINTI: QUANDO SERVIVA SPECULARE SUI MARO’ LA MARINA ERA L’ORGOGLIO ITALIANO, MA SE I NOSTRI MILITARI RISCHIANO LA VITA PER SALVARE MIGLIAIA DI VITE UMANE E NON MERCI ALLORA DIVENTI UN “TRAGHETTATORE”… MENTRE PERSINO IL NEW YORK TIMES ESALTA LA NOSTRA MARINA
“Si dice che gli scafisti non mettano più tutto il gasolio perchè tanto c’è il servizio navetta della Marina militare”.
Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, durante la puntata di Quinta Colonna (Rete 4) che si stava occupando dell’ennesima tragedia avvenuta domenica scorsa nel Canale di Sicilia in cui si temono circa 900 morti.
Un’espressione indegna nei confronti di chi rischia ogni giorno la vita per salvare migliaia di esseri umani, assolvendo la missione militare che gli è stata assegnata.
Soprattutto se proviene da chi non perde occasione per chiedere strumentalmente la liberazione dei nostri due marò: evidentemente per qualcuno conta più chi difende qualche container di merce privata che chi porta soccorso a esseri umani.
Nello stesso giorno in cui il New York Times scrive: “Per fortuna la Guardia costiera e la Marina italiane non hanno tenuto conto dei vincoli e continuano a pattugliare le acque in prossimità della Libia. Solo nell’ultimo weekend hanno soccorso l’incredibile cifra di 8.480 migranti».
L’editoriale del New York Times critica anche l’abbandono dell’operazione «Mare Nostrum» gestita dalla Marina italiana, per ripiegare sul piano Triton a cura della Ue”,
I nostri militari non “traghettano”, cara Meloni, forse il termine è più adatto a certi politici che hanno dimestichezza con “traghettamenti” per convenienza da un partito ad un altro.
O forse a qualcuno dà semplicemente fastidio che i nostri militari siano mossi da nobili scopi e non da bassi istinti elettorali.
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
HANNO DIMENTICATO UN DETTAGLIO: PER BOMBARDARE I PRESUNTI BARCONI DEGLI SCAFISTI NEI PORTI LIBICI OCCORRE L’AUTORIZZAZIONE DEL GOVERNO LIBICO (CE NE SONO PURE DUE) O SI SCATENA UNA GUERRA
Come avevamo previsto: a Renzi e Alfano del dramma dei profughi non gliene frega nulla, a loro
interessa solo poter vendere all’elettorato delle regionali lo spot mediatico dei barconi degli scafisti in fiamme.
Non a caso, insieme alla Pinotti, ieri sera hanno occupato tutte le Tv per cominciare a sparare palle mediatiche.
Nei resoconti giornalisti si legge: “Libia, bombe sui barconi. Tutti i ministri in tv. Si studia missione modello Atalanta, ma l’ok dell’Europa non è scontato”.
E ancora: “Il governo italiano è pronto a prendere parte a un intervento europeo anche militare contro gli scafisti che gestiscono il traffico di esseri umani dalla Libia all’Europa”.
La Pinotti parla di “droni armati”, precisando che “serve un’autorizzazione del Congresso Usa che non è ancora arrivata”.
Alfano vuole “affondare i barconi prima che partano”.
Ma dato che in Europa non ci sono dei folli, l’appoggio è tutt’altro che scontato.
Per fortuna ci pensa la Boldrini a riportare gli “uomini in barca” alla realtà ricordando che : “affondare le imbarcazioni degli scafisti è possibile solo se c’è un accordo con le autorità locali che hanno già individuato i barconi. Facile fare gli slogan, poi bisogna vedere come fare. Come si fa ad andare in un altro paese a distruggere barche, per farlo devi avere l’autorizzazione di quel paese, ma in Libia la situazione è frammentata: a chi lo si chiede?”
Concetto che avevamo già rappresentato un paio di giorni fa da questo blog e ribadito anche dall’ammiraglio in congedo ed esperto di diritto marittimo internazionale Fabio Caffio: ” è chiaro che per farlo servirebbe, oltre a una risoluzione dell’Onu, anche il consenso delle autorità libiche. Cosa non agevole vista la situazione del Paese: c’è un governo riconosciuto che è quello di Tobruk, un altro non riconosciuto (a Tripoli) e milizie che controllano il territorio”.
O forse qualcuno vuole scatenare una guerra con la Libia e riuscire così a riunificare 147 tribù contro l’Italia?
Senza contare che dalla Croce Rossa Italiana a tutte le principali ong. si chiede piuttosto l’avvio urgente “di attività di ricerca e soccorso in mare su ampia scala, per evitare altre morti nel Mediterraneo”.
Beffa nella beffa, secondo alcune fonti è possibile che in cambio l’Europa chieda all’Italia di ospitare più migranti di quanto faccia attualmente, per riequilibrare una situazione che i paesi del Nord giudicano fortemente sbilanciata a loro danno.
Su questa linea si starebbero muovendo alcuni paesi, guidati dalla Germania, tra cui Svezia, Polonia, Olanda e Finlandia che ospitano molti più profughi di noi senza fare tanto casino.
In conclusione: bombardare gli scafi nei porti libici non si può, sarebbe un atto di guerra contro la Libia.
E non servirebbe a nulla perchè gli scafi vengono acquistati dagli organizzatori criminali all’ultimo momento, fino al giorno prima sembrano normali barconi con un legittimo proprietario.
Non solo: i barconi ormai partono persino dall’Egitto e dalla Turchia per poi fare scalo in Libia, qualcuno informi Renzi e Alfano.
Più che bombardare, il governo sembra davvero composto da “bombardati”.
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LO STRAPPO CON LA MINORANZA, EMERGONO PERPLESSITA’ SULLA STRATEGIA DEL PREMIER ANCHE TRA I SUOI FEDELISSIMI
“Il colpo di forza era necessario, perchè “a questi (la minoranza Pd-ndr) non gli frega niente della legge elettorale”, legge elettorale che Renzi vuole portare a casa la settimana prossima.
E però anche nel cuore renziano il dubbio martella: “Staremo tre giorni sui giornali dipinti come dei prevaricatori – dicono deputati della maggioranza pd che ovviamente non vogliono essere citati -, come degli stalinisti. Vero che non c’era altra scelta, se non avessimo sostituito quelli della minoranza sarebbe stato un casino, però paghiamo un prezzo d’immagine…”.
Un casino? Certo, come minimo i lavori sarebbero stati rallentati forse parecchio, e in aula sarebbe arrivato un testo diverso dall’Italicum. Per cui la linea è quella e non si tocca: “Scrivilo pure che io mi vergogno per quelli che non seguono la decisione del gruppo”, commenta Ernesto Carbone, che ricorda una sua esperienza personale: “Io che sono favorevole agli Ogm quando c’era da votare la mozione contraria chiesi se potevo dissentire e mi venne detto: no. Allora chiesi se potevo uscire dall’aula. Risposta: no. E votai una cosa alla quale non credevo minimamente, ma il gruppo aveva deciso così”.
Però, oltrepassando la barriera dei commenti a voce alta, qualche dubbio serpeggia. “Le cosa si poteva gestire in altro modo, evitando l’impressione di un atto di forza – dice un noto deputato – ma ormai da noi è tutto così, forza contro forza. Il problema è che non si media più, forse non ci sono nemmeno le persone in grado di mediare…”.
Già , ma Renzi non pare il leader più incline alla mediazione, normale dunque che i “suoi” non coltivino quell’arte.
Se – come dicono i renziani – “la minoranza cerca l’incidente”‘ sembrerebbe che l’incidente l’ha trovato.
Forse si potevano evitare le sostituzioni di Bersani, Bindi, Cuperlo e compagnia, additare come scorretto il loro comportamento non conforme alla decisione del gruppo e cambiare poi in aula il testo che sarebbe uscito dalla commissione: “Ma così ci tenevano inchiodati in commissione per giorni”, osserva Gennaro Migliore, relatore della legge. Però – ragiona un altro – “la brutta figura l’avrebbero fatta loro”.
La classica scelta del male minore.
Il premier ha preferito scontare cattiva stampa ma aggiudicarsi il primo round.
E spianare la strada alla vittoria finale. Con un k.o. definitivo.
Ma di qui ad allora ci sono giorni non facili.
(da “Huffingtonpost”)
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