Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
DI BATTISTA E GRILLO COME GHEDINI: INVECE CHE AMMETTERE LE COLPE GRIDANO ALLA MACCHINA DEL FANGO
La reazione (dei Cinque stelle) colpisce quasi più del fatto, ovvero l’inchiesta sul sostegno elettorale dei clan ai Cinque stelle nel comune di Quarto.
Colpisce la reazione di Alessandro Di Battista, di solito esuberante e fantasioso, che invece, in questo caso, come faceva l’avvocato Ghedini o la Santanchè o un qualunque azzeccarbugli chiamato a difendere qualche malefatta di Berlusconi, si scaglia contro la “macchina del fango”.
E colpisce soprattutto Grillo, che pare aver perso la verve di un tempo forse perchè più concentrato sul fatturato del suo prossimo spettacolo – ha pure tolto il nome dal simbolo del movimento per spenderlo solo a fini commerciali – che sugli scandali politici che riguardano il suo movimento.
Nel suo tardivo post su Quarto Grillo evita di rispondere a tutte le domande sollevate in questi giorni dalla stampa. Nel farsi domande e risposte da solo ricorda che l’ex consigliere De Robbio – il “mediatore” coi clan secondo gli inquirenti – è stato espulso e, soprattutto, dice che il “sindaco non è indagato”.
Dunque, in un’autointervista che diventa autoassoluzione, conclude: “La camorra non condiziona il M5S di Quarto”. Discorso chiuso, insomma. Reazione che, anche in questo caso, colpisce più del fatto. Perchè Grillo reagisce – nè più nè meno – come tutti quelli di cui chiedeva le dimissioni, trincerandosi dietro il “non è indagato”. Neanche la Boschi è indagata e si è autoassolta in Aula evitando di rispondere alle domande su questioni che tutt’ora andrebbero chiarite.
Domando: si può dire che un caso è chiuso solo perchè uno non è indagato oppure è segno di una disarmante subalternità politica e culturale e di una grande debolezza della politica?
Perchè la responsabilità politica viene prima di quella giudiziaria, come ben sa chi – proprio in relazione alla Campania – ha detto (e il sottoscritto è tra quelli) che le liste di De Luca erano zeppe di impresentabili e non serviva aspettare la magistratura per dire che chi le aveva riempite aveva una responsabilità politica enorme.
A Quarto, il Movimento Cinque stelle ha una responsabilità politica enorme. Ed è legata a tre questioni su cui i vertici locali e nazionali non rispondono, esattamente come fece la Boschi su Banca Etruria, e in perfetta sintonia con lo spirito di questi tempi per cui o ci si arrocca rifiutando di rispondere o si urla “dimettiti, dimettiti” ma si evita la prassi democratica di spiegare, chiarire, confrontarsi.
E le tre questioni riguardano l’operato della giunta prima che l’inchiesta esplodesse e prima che il presunto mediatore coi clan venisse espulso: su piano urbanistico, rete idrica e stadio si è verificato un evidente cedimento sul terreno della legalità , a partire dal fatto che il sindaco se ne fotte dei pronunciamenti dell’Antimafia sugli abusi edilizi, forse perchè vive lei stessa in una casa abusiva e dove al piano terra c’è la tipografia del marito che lavora per il Comune da lei amministrato.
Dunque è su questo che andrebbe detto qualcosa ora che un’inchiesta metterebbe in luce che, a monte, ci sono pacchetti di voti che i clan hanno dato ai Cinque stelle, in una delle zone più infiltrate del Mezzogiorno.
Ora di fronte questo quadro inquietante ti saresti aspettato, da parte di chi ha sempre sbandierato la sua orgogliosa diversità rispetto al sistema dei partiti, una reazione, appunto, diversa e nuova (rispetto a quella dei partiti).
Per la serie: è vero, abbiamo commesso degli errori, siamo i primi ad ammetterlo e, proprio perchè siamo diversi, vogliamo porvi rimedio, magari andando subito a votare. Invece no: difesa a spada tratta dell’indifendibile e sindrome dell’assedio. Una roba vecchia, vista a ogni scandalo, che indica qualcosa di più profondo.
E cioè che Quarto è, per i Cinque stelle, il disvelamento della verità , il momento in cui si squarcia il velo di Maya: la scoperta di essere uguali agli altri, la fine dell’illusione della diversità .
A Pomezia è intervenuta l’anticorruzione di Cantone, a Quarto c’è un’inchiesta sul voto di scambio. È la politica: quando i partiti hanno milioni di voti, aumentano i rischi. Anzi, più vinci più aumentano.
Il problema sono gli anticorpi. E, nel caso dei Cinque stelle, il caso Quarto vuole dire anche un’altra cosa: l’inadeguatezza del web come strumento di selezione delle classi dirigenti, di filtro e anche come strumento di discussione democratica.
Funzioni queste che avevano i partiti di una volta, quando funzionavano, più che quelli di oggi.
Quando Roberto Saviano mi concesse l’intervista in cui accusava (giustamente) De Luca di avere Gomorra nelle liste, in un passaggio che mi colpì molto disse: “L’elettore meridionale medio non ne vuole sapere di un politico nuovo che magari ha progetti e idee. Vuole il vecchio che gli garantisca il posto di lavoro, il posto alla nonna all’ospedale, la mensa, l’asilo, quello che ti dà di volta in volta il favore, in cambio del voto. Quindi l’elettorato non si fida del nuovo e preferisce il vecchio che vede come garanzia”.
A Quarto ha vinto il vecchio, dove il vecchio è il presunto voto dei clan ai Cinque stelle e il cedimento sul terreno della legalità del sindaco Rosa Capuozzo.
Nel sud accade spesso. La reazione (dei Cinque stelle) però colpisce più del fatto. Anche in questo caso vince il vecchio.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
ALFONSO CESARANO E’ “IL RE DELLE POMPE FUNEBRI”
È soprannominato il “re delle pompe funebri napoletane”, Alfonso Cesarano, l’imprenditore
legato al clan Polverino e intercettato mentre dava indicazioni di votare il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle al Comune di Quarto, Rosa Capuozzo.
Ed essendo il re del settore è stata la sua agenzia ad organizzare il “celebre” funerale del boss mafioso Vittorio Casamonica a Roma nell’agosto scorso con tanto di carrozza, di cui ha parlato mezzo mondo.
“È stato un funerale come tanti altri, il caso di Vittorio Casamonica è solo un episodio ingigantito”, diceva Alfonso Cesarano, tra i fondatori dell’omonima ditta di Calvizzano proprietaria dell’antica carrozza usata per l’ultimo saluto al padrino di Roma
“Non capisco dove sia lo scandalo – raccontava – Casamonica era un uomo libero e non c’era alcun motivo per vietare le esequie. Non eravamo al cospetto di un detenuto. In casi del genere la questura dispone che il funerale sia svolto in forma privata per evidenti ragioni di ordine pubblico”.
Adesso dalle intercettazioni emerge che il titolare dell’agenzia di pompe funebri era interessato ad ottenere la gestione del campo sportivo di Quarto, quello sottratto alla camorra del clan Polverino.
Pertanto Cesarano, legato a Giovanni De Robbio, il consigliere più votato ed eletto con i 5Stelle e poi cacciato, chiedeva voti per i grillini.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
L’OMBRA DEI CLAN SU ABUSI EDILIZI, RETE IDRICA E STADIO… ECCO PERCHE’ IL M5S DEVE PREOCCUPARSI: IN CAMPANIA SONO COME GLI ALTRI PARTITI
L’ombra di Gomorra non risparmia nessuno. Nemmeno i Cinque stelle.
Occorre partire dall’inizio per raccontare il clamoroso default pentastellato sulla legalità a Quarto, il feudo di Luigi Di Maio e di Roberto Fico, unico comune della Campania amministrato dal partito di Grillo.
Perchè l’inchiesta del pm John Henry Woodcook sui rapporti tra politica e clan, da cui emerge il voto organizzato della camorra verso i Cinque stelle, è solo l’ultimo, deflagrante, capitolo di un romanzo opaco di cui è protagonista l’amministrazione di Rosa Capuozzo, il sindaco che festeggiò il suo storico successo con Di Maio e Fico la sera dalle elezioni.
Rosaria Capacchione, protagonista di una battaglia per la legalità in Campania sin da quando faceva la giornalista, dice: “Ho visto sciogliere comuni per molto meno”.
Prima che esplodesse l’inchiesta i segnali di cedimento sul terreno della legalità sono già rumorosi.
A partire da quando la Capuozzo, appena eletta sindaco, revoca la proposta preliminare del piano urbanistico comunale presentata dalla commissione straordinaria antimafia.
La commissione è quella intervenuta dopo lo scioglimento. O meglio dopo il secondo scioglimento.
Perchè Quarto è un Comune che nell’ultimo ventennio è stato sciolto due volte per infiltrazioni camorristiche: nel 1993 e poi nel 2013. Proprio il condizionamento delle scelte urbanistiche è l’oggetto dell’indagine della Direzione Distrettuale antimafia di Napoli sulle attività criminali del clan Polverino-Nuvoletta: “A Quarto — spiega Rosaria Capacchione, che sulla questione ha presentato immediatamente un’interrogazione parlamentare – non si è mai fatto un piano regolatore e, in questo quadro, la criminalità organizzata ha perpetrato forme di condizionamento degli amministratori stessi ad opera della potente organizzazione camorristica facente capo al noto Lorenzo Nuvoletta, uno dei tre camorristi che fanno capo alla cupola di Cosa Nostra. Per questo Quarto si è sviluppato con un’altissima percentuale di abusivismo edilizio e con la compromissione della rete idrica comunale a causa degli allacciamenti di frodo”.
Il primo atto politico dei Cinque stelle, appena conquistato il governo della città , è dunque far saltare le disposizioni della commissione antimafia.
Alfonso Cesarano, l’imprenditore sospettato nelle carte di Woodcoock di essere colluso con la camorra, parlando al telefono fa capire tutto dello scambio politico-mafioso: “L’assessore glielo diamo noi. E lui ci deve dare quello che noi abbiamo detto che ci deve dare. Ha preso accordi con noi, Dopo, così come lo abbiamo fatto salire, lo facciamo cadere”.
Il riferimento è a Giovanni De Robbio, l’uomo del presunto accordo con la camorra, espulso dai Cinque Stelle solo quando l’inchiesta è entrata nel vivo.
De Robbio è indagato per tentata estorsione ai danni del sindaco e per voto di scambio.
La domanda, che all’HuffPost affida Rosaria Capacchione, nasce quasi spontanea: “Mi chiedo: ma un sindaco minacciato deve o non deve denunciare? O è meglio aspettare che la procura toga le castagne dal fuoco? Da quel che si legge negli atti dell’inchiesta su Quarto, la sindaca ha raccontato l’intera storia ai carabinieri, che l’avevano convocata, il 21 e il 22 dicembre; le ripetute intimidazioni del suo collega di Movimento sono molto precedenti. Senza convocazione cosa sarebbe accaduto?”
E la domanda porta a ripercorrere, ancora, i mesi precedenti all’inchiesta, all’insegna del cedimento dell’amministrazione sul terreno della legalità .
La questione dell’annullamento dei dispositivi dell’antimafia sull’abusivismo edilizio è tutt’uno con l’altro terreno di opacità , quello della rete idrica comunale.
A giugno i lavori per la rete idrica sono affidati alla Fradel, una ditta che aveva una interdittiva antimafia sospesa dal Tar ma ancora sub judice perchè l’avvocatura di Stato aveva presentato ricorso.
Ebbene, l’avvocatura di Stato vince il ricorso con sentenza depositata il 29 settembre, ma la ditta ha continuato a lavorare finchè la Capacchione e altri parlamentari non hanno depositato una nuova interrogazione parlamentare, l’interrogazione: “Chiedo al ministro dell’Interno Alfano — si legge nel testo – di accertare la veridicità dei fatti e di approfondire se il comune di Quarto abbia rescisso il contratto con la ditta Fradel o se sia stato disposto il commissariamento dello stesso contratto”.
Abusivismo edilizio, rete idrica. Tasselli di un mosaico che le intercettazioni dell’inchiesta sul voto inquinato sembrano spiegare nel loro insieme.
Casarano, l’imprenditore legato al clan dei Polverino, a telefono dà indicazioni di voto: “Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant’anni. Si devono portare là sopra e devono mettere la X sul movimento Cinque stelle”.
Una volta al governo la Capuozzo, dopo appalti a rete idrica, mette mano anche allo stadio. E revoca la convenzione del campo di calcio comunale alla società sportiva “Nuova Quarto Calcio per la legalità ” diventata negli ultimi anni simbolo della lotta anticamorra e per questo destinataria di atti intimidatori.
La gestione del campo viene affidata a Quartograd, una associazione locale molto discussa.
“Per molto meno si sono sciolti altri comuni per mafia” ripete Rosaria Capacchione.
E per molto meno, quando riguardava gli altri, Grillo avrebbe scritto post al vetriolo. O organizzato manifestazioni, urlando all’inquinamento del voto, contro un sindaco che cede all’abusivismo edilizio, anche perchè è stato denunciato per abuso edilizio, in merito alla casa in cui vice di proprietà del marito.
Nervosi, imbarazzati, i Cinque stelle pensavano di aver risolto tutto con l’espulsione di De Robbio, ma la voragine è più profonda perchè l’intero sistema locale appare marcio e non solo qualche mela.
I Cinque stelle in Campania non sono diversi dagli altri partiti e il loro sindaco simbolo sembra un bignami di tutti i vizi della politica tradizionale.
Nel palazzo del presunto abuso edilizio al piano terra c’è la tipografia del marito di Rosa Capuozzo.
È tuttora fornitrice del comune di Quarto, amministrato dalla moglie.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
STATISTA O STILISTA? E’ UNA BELLA LOTTA AL RIBASSO
Forse stava girando un film comico, una cosa tipo “L’abominevole premier delle nevi”. 
Di sicuro è già uno scatto da consegnare ai posteri, quello che ritrae Matteo Renzi in mutandoni ascellari sulla neve.
Lo ha pubblicato Chi e gliene siamo grati. Sono lontani i tempi in cui politici come Aldo Moro non indossavano il costume da bagno sulla spiaggia perchè “un politico è obbligato al decoro”.
Oggi l’immagine è tutto, anche perchè spesso c’è solo quella.
Renzi è liberissimo di correre sotto la neve vestito da catarifrangente con le caldane. Come è liberissimo di voler somigliare a Chewbecca in mutande.
C’è però una curiosa tendenza alla gaffe, nonchè all’orrido, nel suo immaginario estetico.
Del resto Renzi ha una sua idea di propaganda, oltre che di informazione, e qualcuno disposto a fargli da Istituto Luce lo trova sempre. Ha già superato anche il maestro Berlusconi, che in confronto — tra colbacchi e bandane — appare più sobrio del loden di Monti.
Renzi dimostra di oscillare comicamente tra due estremi: da una parte il paninaro invecchiato ma pur sempre “gggiovane”, dall’altro l’ex boyscout goffo e con un’idea assai dadaista di abbinamento dei colori.
Renzi è poi vittima di un narcisismo ingiustificato, che gli regala l’illusione di essere bello e addirittura aitante. Una sorta di superomismo che ahilui non può permettersi, perchè i lineamenti ricordano più Mr. Bean che Johnny Depp e perchè il girovita lievita sempre più.
Renzi però non si arrende e prosegue eroico nella sua collezione sbarazzina “Pittibullo estate/inverno”.
Tutti ricordano il giubbotto di pelle da Maria De Filippi, ma ha fatto di meglio. Su Youtube ci sono filmati in cui, da ragazzo, si pettinava come lo studente vessato ne I Ragazzi della 3 C.
Memorabile anche il cappottone, color cammello morto, che sfoggiava da presidente di Provincia accanto a Ciriaco De Mita. C’è stato poi l’altro cappottone, stavolta grigio topo, che riuscì ad abbottonarsi malissimo accanto alla Merkel.
Mitica la sua fissa per la mimetica, che lo fa sembrare ogni volta un involtino con la fregola per la vita militare.
Durante lo streaming con i 5 Stelle si presentò con la camicia bianca aderentissima, poi gli dissero via sms che l’adipe debordava e si rimise mestamente la giacca.
Epocale il golfino che aveva l’altro giorno in montagna, luogo che peraltro lo esalta particolarmente: una volta ci va con l’aereo di Stato, quell’altra trancia un passante perchè con gli sci ai piedi non sa frenare, quell’altra ancora ruba il golfino fantasia a Nonno Libero.
E c’è poi lo strepitoso risvolto corto dei pantaloni da sfoggiare(coi calzini azzurri) in occasioni ufficiali, forse per essere alla moda o forse perchè l’orlo è ancora quello della Prima Comunione.
Verrebbe da concludere che Renzi sia più convincente come statista che come stilista, ma sarebbe troppo: diciamo che è una bella lotta. Al ribasso.
Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
LORIS BORGHI E’ ACCUSATO DI AVERE FAVORITO LA CONVIVENTE NELLA RISTRUTTURAZIONE DEI DIPARTIMENTI DI MEDICINA
Guai in vista per il Magnifico rettore dell’università di Parma, Loris Borghi, in carica da due anni. Un esposto mandato ai Nas dei carabinieri e poi girato alla Guardia di finanza contesta a Borghi la nomina della convivente Tiziana Meschi alla guida di due strutture create tra il febbraio e l’aprile del 2014: l’unità operativa complessa di medicina interna e lungodegenza critica e il dipartimento geriatrico-riabilitativo dell’Azienda ospedaliera universitaria di Parma.
Gli incarichi sono stati assegnati dall’allora direttore dell’azienda ospedaliera universitaria Leonida Grisendi, d’intesa con il rettore.
Su disposizione della Procura della repubblica la finanza sta anche indagando per abuso d’ufficio sul concorso che ha consentito a Meschi, entrata in università come ricercatrice nel novembre 2000, di passare da ricercatore a professore associato di medicina interna.
La procedura è stata bandita dal rettore Borghi nel giugno del 2014, dopo che Meschi aveva ricevuto gli incarichi per l’unità operativa complessa e per il dipartimento assistenziale integrato (Dai).
Oltre alla Procura della repubblica, una relazione sulla vicenda è stata girata all’Anac, l’autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone.
Nonostante il materiale raccolto dagli investigatori, i due interessati smentiscono la convivenza. «È un attacco politico», dice Borghi. «I miei rapporti con la professoressa Meschi sono di stima reciproca e di frequentazione professionale assidua. È stata una delle mie allievie il direttore generale mi ha proposto di riorganizzare i dipartimenti e io ho suggerito di ridurli da 11 a 5. La cosa ha suscitato numerose proteste. Sono stato eletto rettore nel 2013 quando ero responsabile dell’unità di lungodegenza critica. Quando sono entrato in servizio, in novembre, ho ritenuto necessario lasciare la direzione della struttura. Meschi lavorava fin dall’inizio nella struttura. Aveva fatto un percorso adeguato e ho proposto il suo nome».
«Certo che sono in rapporti col rettore», commenta Meschi. «Lo conosco da 30 anni e non ricordo un giorno in cui non l’ho visto. Ma si tratta di rapporti esclusivamente professionali».
Va ricordato che nel codice di comportamento dei dipendenti pubblici emanato nell’aprile del 2013, si prevedono norme restrittive sul conflitto di interessi e si vieta ai dipendenti pubblici di “partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale”.
Gli stessi principi sono stati recepiti dal piano triennale anticorruzione 2015-2017 applicato dal rettore all’ateneo parmense e all’azienda sanitaria ospedaliera.
Borghi, nato il 15 febbraio 1949, è diventato ordinario nel 2000, sul finire del rettorato del costituzionalista Nicola Occhiocupo, passato all’Antitrust.
La politica lo ha sempre attirato fin da quando, da giovane iscritto al Pci, è stato consigliere comunale per dieci anni (1970-1980) di Castelnuovo Monti, comune di 10 mila abitanti in provincia di Reggio Emilia.
Grazie alla sua capacità , nel 2005 Borghi viene eletto preside della Facoltà di Medicina. Passano altri due anni e tenta la via del rettorato contro Gino Ferretti, che occupa la carica da sette anni. Ferretti ha la meglio e resterà in carica fino al 2013 quando non è più eleggibile. Borghi riesce a ripresentarsi per il rotto della cuffia. Solo pochi mesi lo rendono candidabile prima che scatti il limite pensionistico, proiettato sul termine dei sei anni. Questa volta vince.
È l’11 giugno 2013. L’insediamento ufficiale avviene circa cinque mesi dopo, il primo novembre.
Politicamente ha il sostegno dell’ala più istituzionale del Pd, quella travolta alle elezioni comunali del 2012.
Ma Borghi si dichiara in buoni rapporti anche con il vincitore di quel voto, il sindaco grillino Federico Pizzarotti, che negli anni è diventato sempre più eretico rispetto ai Cinque stelle e sempre più sostenuto proprio dai democrat.
Dall’università Pizzarotti ha ingaggiato l’assessore al bilancio Marco Ferretti, che è entrato in giunta a luglio del 2013.
«Qui a Parma è già iniziata la campagna elettorale», aggiunge Borghi. «Vengo attaccato perchè mi considerano vicino al sindaco del M5S. Ma io ho solo voluto aiutare la città , non una parte politica»
Appena dopo l’elezione il neo Magnifico mette subito mano alla riorganizzazione della facoltà di medicina utilizzando i poteri molto ampi che la riforma Gelmini ha dato ai rettori.
Ed è così che nel giro di pochi mesi Meschi diventa una delle figure di punta dell’azienda ospedaliera, a rischio di creare qualche malumore. L’ascesa della ricercatrice, nata nel 1960, non è l’unico motivo di critica all’operato del rettore.
La fronda interna ai dipartimenti sottolinea i metodi spicci di Borghi, il cui braccio destro è il prorettore con delega all’edilizia Carlo Quintelli, architetto autore del “mostro di via Kennedy”, come a Parma chiamano il cubo di cemento color senape costruito nel popolare quartiere dell’Oltretorrente a ridosso dell’Ospedale vecchio e destinato a ospitare le nuove aule della facoltà di economia.
Al pugno di ferro nella gestione interna si unisce una grande attività di tipo social, dalle lauree honoris causa assegnate al regista parmense Bernardo Bertolucci e all’imprenditore torinese Giovanni Ferrero, presente il ministro dell’istruzione Stefania Giannini, alla lectio magistralis dell’ex sottosegretario berlusconiano Mario Pescante o di Luca Barilla, esponente di spicco dell’industria locale.
L’affare Borghi-Meschi arriva pochi giorni dopo l’inchiesta della procura parmense, anche questa per abuso d’ufficio, sulle nomine al Teatro Regio.
Il catalogo della mala amministrazione nella città di Maria Luigia d’Austria, già piuttosto corposo, non smette di allungarsi.
Silvia Casanova e Gianfrancesco Turano
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
COSI’ CERCA DI DRIBBLARE I RICORSI ALLA CONSULTA: CHI E’ STATO TRUFFATO DOVRA’ FARE CAUSA CIVILE
Dopo la notizia che si allungano i tempi per gli indennizzi a carico del fondo di solidarietà , sale la
tensione nei confronti delle quattro banche salvate dal governo con il decreto del 22 novembre con il risultato di lasciare sul lastrico gli obbligazionisti subordinati.
Questa mattina davanti alla filiale di Banca Etruria di Ponte San Giovanni a Perugia è stato infatti trovato un ordigno rudimentale, a basso potenziale.
Un cliente ha lanciato l’allarme e sono intervenuti gli artificieri dei carabinieri che hanno fatto brillare la piccola bomba e l’hanno disinnescata.
Il pacco sospetto conteneva lattine riempite di chiodi arrugginiti, polvere fertilizzante e batterie per l’innesco. Non è chiaro se sarebbe potuto esplodere, gli accertamenti sono ancora in corso mentre gli investigatori stanno esaminando le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona.
Federconsumatori e Adusbef hanno condannato il gesto. “La rabbia deve essere incanalata nelle giuste forme di contestazione. Va condannata senza se e senza ma ogni forma di violenza”, sottolineano le due associazioni, ricordando che saranno in piazza davanti alla Consob il 12 gennaio per protestare contro la mancata vigilanza e tutela dei risparmiatori.
L’episodio è avvenuto il giorno dopo l’indiscrezione che bisognerà attendere febbraio per l’emanazione dei decreti che devono fissare criteri e parametri delle “modalità e condizioni di accesso” al fondo da 100 milioni previsto dalla legge di Stabilità in favore dei risparmiatori che avevano bond subordinati dell’Etruria e di Banca Marche, Cariferrara e Carichieti e hanno perso tutto.
Secondo Il Messaggero, il governo sta cercando una strada per evitare che contro quello che ufficiosamente continua a definire “sostegno umanitario” scattino il veto della Ue o ricorsi che finirebbero avanti alla Corte costituzionale.
Cosa che potrebbe accadere se i risparmiatori che si vedono negare il risarcimento faranno causa appellandosi alla disparità di trattamento rispetto a chi invece otterrà qualcosa.
La via di uscita, secondo il quotidiano romano, potrebbe consistere nel mettere a punto i criteri in modo da configurare il fondo come un mero “strumento per alleviare le perdite” di chi aveva investito una percentuale importante dei propri risparmi. Mentre, per i risarcimenti veri e propri, chi è stato truffato dovrà comunque fare causa civile contro le banche.
In pratica, secondo fonti giuridiche, l’arbitrato sarà solo una sorta di ‘corsia preferenziale’ rispetto a un parallelo eventuale procedimento civile.
Il giudice, se dovesse essere in corso l’arbitrato, potrebbe rimandare il procedimento al termine del percorso nella camera arbitrale dell’Anac. Questo al netto dei casi di rilevanza penale, cioè truffe o firme false sui documenti.
Intanto il presidente delle quattro nuove banche, Roberto Nicastro, ha deciso di allargare l’incontro previsto con i clienti della sola Banca Etruria a tutti e quattro gli istituti coinvolti spostandolo da Arezzo a Roma e fissandolo per venerdì.
Ci saranno anche gli altri amministratori e la consigliera indipendente Maria Pierdicchi. Di certo le nuove banche vogliono fare il possibile per evitare una fuga dei clienti: dei 12mila obbligazionisti oltre 10mila erano correntisti e l’associazione Vittime del salva banche fin dalla fine di novembre sta consigliando di chiudere i conti e trasferire i soldi in altri istituti.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
CLU DI NAPOLI E CASERTA: “ASSOCIAZIONE A DELINQUERE BIPARTISAN, UN CARROZZONE DI MALAFFARE”
Fu un saccheggio. Il Consorzio Unico di Bacino dei Rifiuti di Napoli e Caserta (Cub) depredò sull’emergenza spazzatura campana somme a sei zeri, dissipate tra consulenze gonfiate, assunzioni inutili, appalti spacchettati per eludere l’obbligo dei bandi pubblici e favorire le imprese degli amici.
A condizione che tutti i beneficiati portassero consensi e sostegno ai candidati bipartisan di riferimento.
Nelle 84 pagine dell’avviso conclusa indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere si delineano i dettagli dello schema “incarichi in cambio di voti” che ha portato in sofferenza i conti dell’ente, senza risolvere il disastro ambientale sui territorio tra il Napoletano e il Casertano.
Un disastro finito nel mirino anche della Dda di Napoli, che definì il Cub “un carrozzone, regno di collusione e malaffare”.
Una mucca munta e spolpata per sfamare la voracità della politica, tramite un centro di comando in cui erano rappresentati centrosinistra e centrodestra senza dispiacere nessuno.
Ne facevano parte gli ex vertici del Cub: l’ex direttore Antonio Scialdone, promosso dirigente da semplice dipendente, l’ex sindaco di Villa Literno ed ex consigliere regionale Pd Enrico Fabozzi, l’ex presidente del Cub Enrico Parente e un altro ex direttore del Cub, Giuseppe Venditto.
Una “associazione a delinquere” (lo asserisce il pm Antonella Cantiello) che avrebbe operato sino al 2012.
Fece rumore la candidatura di Michela Pontillo, la moglie di Scialdone, nel centrodestra, lista Caldoro, alle regionali 2010: la Procura le perquisì il comitato elettorale poche ore dopo la chiusura dei seggi.
Secondo un capo di imputazione il direttore del Cub distaccò quattro persone in un “ufficio di direzione” che ufficialmente avrebbe dovuto supportarlo nella gestione amministrativa dell’ente ma che di fatto era impegnato e pagato per fare la campagna elettorale alla signora Pontillo e alla sorella di Scialdone, candidata al consiglio comunale di Vitulazio (Caserta).
Nell’inchiesta è coinvolto, con un ruolo minore, anche l’ex sottosegretario Pdl Nicola Cosentino.
Ed ecco alcune cifre dell’abbuffata, raccolte a caso qua e la e citate solo a mò di esempio, e intascate con “artifici e raggiri”, ovvero secondo il pm con fatture gonfiate su lavori incompiuti o non compiuti affatto: 33.000 euro per il diserbo di Valle di Maddaloni; 36.000 per il diserbo di Castel Campagnano; 45.000 per il diserbo di Castel Morrone; 681.000 euro di appalti a una ditta amica, la Edil Deco, “per lavori mai eseguiti” (scrive la Procura); 150.000 euro a Venditto per un incarico di dirigente fumoso “ed evidentemente fittizio”, 8392 euro di spese di rappresentanza prive di pezze d’appoggio e rendicontazione (in questo mare di sprechi, sembrano una goccia); quasi 11.000 euro per un non chiaro “evento a Vitulazio”; 358.000 euro a una società di vigilanza di cui era socia la moglie di Scialdone, con numeri degni della protezione della Banca d’Italia e non di un consorzio di provincia (mentre altre guardie in quantità , di un’altra società , venivano inviate a presidiare discariche chiuse, per una spesa di circa 260.000 euro).
Un altro filone riguarda le assunzioni — a raffica — e gli stipendi sontuosi, maturati grazie a retribuzioni ‘una tantum’ di migliaia di euro che andavano ad aggiungersi alla normale busta paga.
C’era chi riusciva a superare in un mese i 10.000 euro. Lavorare al Cub fruttava. Ma bisognava ricordarsi di portare qualche voto in cambio.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
IN EUROPA SOLO LA GRECIA FA PEGGIO DI NOI, LA MEDIA UE E’ DELL’ 80,5%… SITUAZIONE ANCORA PEGGIORE TRA I DIPLOMATI
La laurea non basta. Almeno in Italia dove solo poco più di metà dei laureati (52,9%) risulta
occupato entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio.
In tutta l’Unione europea solo la Grecia fa peggio, mentre secondo le statistiche Eurostat la media dell’Ue a 28 nel 2014 è dell’80,5%.
Per i diplomati la situazione è peggiore con solo il 30,5% che risulta occupato a 3 anni dal titolo (40,2% nei diplomi professionali).
Nel complesso le persone tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo occupate in Italia nel 2014 erano appena il 45% contro il 76% medio in Europa, indietro quindi di oltre trenta punti rispetto l’Ue a 28. In particolare il dato complessivo è lontano da quello tedesco (90%) e britannico (83,2%) ma anche da quello francese (75,2%).
L’Italia è in ritardo sia sull’occupazione dei diplomati (per i diplomi non professionali si registra appena il 30,5% di occupati a tre anni dal titolo contro il 59,8% medio Ue e il 67% della Germania) che su quella dei laureati.
Per l’educazione terziaria (dalla laurea breve al dottorato) l’Italia si situa sempre al penultimo posto dopo la Grecia con il 52,9% (93,1% la Germania).
Per l’Italia si è registrato un crollo per la percentuali di occupazione dopo il titolo con la crisi economica e la stretta sull’accesso alla pensione che ha tenuto al lavoro la fascia di età più anziana.
In particolare tra il 2008 e il 2014 la media di giovani occupati a tre anni dal titolo nell’Unione europea è scesa di otto punti, dall’82% al 76% mentre in Italia è crollata di oltre venti punti dal 65,2% al 45%.
Nello stesso periodo in Germania la percentuale è cresciuta dall’86,5% al 90% mentre in Francia è passata dall’83,1% al 75,2%. Nel Regno Unito la percentuale è rimasta stabile passando dall’83,6% all’83,2%.
In genere i tassi di occupazione dei laureati sono superiori a quelli dei diplomati (questi ultimi risentono del tipo di diploma con un’occupabilità più alta per i titoli professionali) ma l’Italia è all’ultimo posto in graduatoria nella percentuale di giovani laureati.
Secondo le statistiche Eurostat riferite al 2014 sui giovani nella fascia tra i 30 e i 34 anni gli italiani hanno la maglia nera per l’educazione terziaria con appena il 23,9% di laureati a fronte del 37,9% della media Ue.
Il dato è migliorato rispetto al 19,2% del 2008 ma meno di quanto abbiano fatto in media gli altri paesi Ue (la percentuale era al 31,2% nel 2008 ed è quindi cresciuta di oltre sei punti).
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile
DAGLI SPONSOR DEL GOLFO AI MEDIATORI, DALLE BANCHE AGLI SCAMBI FIDUCIARI
Il capo era un libanese nato e residente in Kuwait, Osama Khayyat.
Sin dalla nascita del Califfato – secondo le ricostruzioni dei giornali locali Al Bayan e Al Jareeda – la sua «cellula» aveva fornito appoggio logistico e finanziario all’Isis. Acquistava in Ucraina le armi, inclusi missili FN-6 – come ha confessato lo stesso Khayyat dopo l’arresto un mese fa – ed effettuava i pagamenti attraverso società kuwaitiane, spedendo poi il bottino in Siria via Turchia o Iraq.
Ogni mese trasferiva milioni di dollari per il Califfato su conti all’estero tramite Emirati e Turchia.
Secondo il verbale delle indagini, la sua cellula aveva fatto arrivare all’Isis anche tute e maschere anti-gas, reperite legalmente in Kuwait, acquistandole da operai e aziende chimiche nel corso di sei mesi.
Servivano per un piano preciso? «Non lo sappiamo – hanno dichiarato gli arrestati negli interrogatori – Gli ordini dell’organizzazione si eseguono senza discutere».
Insieme al capo, sono stati presi cinque membri della rete: tre siriani, un egiziano e un kuwaitiano.
Altri quattro sono ricercati dall’Interpol: i fratelli australiani di origini libanesi Hisham e Rabie Dhahab e i fratelli siriani Waleed Nassef e Mohammed Tartari, l’uno con il conveniente impiego di bancario a Orfa in Turchia, l’altro responsabile finanziario della cellula.
Il Kuwait è stato sin dall’inizio della guerra in Siria un crocevia dei finanziamenti per i gruppi jihadisti, per via del suo sistema bancario non «tracciabile».
Ogni volta che emerge un nuovo nome di finanziatori del jihad (non necessariamente dell’Isis ma anche di gruppi come Jabhat al Nusra, legato ad Al Qaeda), gli americani chiedono soprattutto a Kuwait e Qatar – alleati nella «guerra al terrore» – di applicare una maggiore trasparenza ai trasferimenti di denaro, finora senza successo.
È importante però notare che, a differenza di Al Qaeda e di altri gruppi, l’Isis ha saputo diversificare le fonti di introito, anche per restare «indipendente» rispetto ai donatori: i finanziamenti dal Golfo sono una piccola parte delle entrate (accanto a petrolio, tasse, confische, traffico di antichità , furti in banca e riscatti), l’8 per cento circa su 80 milioni di dollari che mensilmente finiscono nelle casse del Califfato, dice al Corriere Ludovico Carlino, analista di «IHS Jane’s» e autore di un rapporto sui finanziamenti del gruppo. Una piccola parte, ma assai pericolosa, visti missili e tute chimiche procurati dalla cellula in Kuwait.
I finanziatori sono spesso uomini d’affari ricchissimi e predicatori religiosi di posizioni estremiste – nell’ordine sauditi, kuwaitiani, qatarini, in qualche caso emiratini, secondo il centro studi strategici di Bagdad e alcuni esperti internazionali.
Anche il sito saudita Al Wata n afferma che i privati del Regno sono al primo posto nel fare affluire soldi nelle casse dell’Isis. Benchè Paesi come il Qatar appoggino altri gruppi jihadisti, in particolare Al Nusra, ciò non significa che singole moschee o privati con idee diverse non possano finanziare il Califfato, sottolinea Carlino.
Spesso i media di Paesi rivali nella regione si lanciano accuse reciproche. Il Centro studi strategici di Al Ahram in Egitto e il quotidiano Al Khaleej degli Emirati puntano il dito contro il Qatar, mentre siti libanesi vicini al regime di Damasco accusano l’intelligence saudita.
Pochi giorni fa, l’Emiro Hassan di Giordania ha detto alla TV France24 : «Se non sono i Paesi del Golfo a finanziare Daesh, chi sarebbe a farlo?».
I nomi dei finanziatori sono raramente resi pubblici, tranne che nelle liste delle sanzioni del dipartimento del Tesoro Usa.
Sono piuttosto chiari però i meccanismi attraverso cui avvengono le «donazioni».
«Si tratta di somme molto alte, dell’ordine di dieci milioni di dollari al mese – afferma il sito iracheno Annabà citando il centro studi di Bagdad – e vengono trasferite tramite società legali in Paesi europei e nei paradisi fiscali. Molti di questi conti hanno coperto l’acquisto di armamenti e attrezzature, comprati in modo legale, poi spediti a società di copertura in Turchia e infine trasferiti in Siria e Iraq».
Spesso la raccolta di fondi avviene nelle moschee alla conclusione delle preghiere collettive, ed è gestita da opere di carità e organizzazioni non governative regolarmente registrate e attive in molti paesi poveri.
Lo slogan: «Sostenere i fratelli musulmani che combattono contro lo straniero e contro i nemici della fede».
La motivazione di molti finanziatori, infatti, è contrastare l’influenza dell’Iran nella regione, come ha detto al Corriere in un’intervista all’ultimo piano del suo grattacielo il miliardario kuwaitiano ed ex parlamentare salafita Khaled Salman.
«Non vedete come gli sciiti uccidono i bambini sunniti in Siria?». Per far arrivare i soldi a destinazione, a volte si usa il sistema bancario: conti correnti creati usando un prestanome o società turche di comodo (sistema già usato per il riciclaggio di denaro sporco e per evadere le tasse, che si rivela ora funzionale per il Califfato e i suoi collaboratori turchi). Oppure tramite agenzie di cambio: «Basta una password per ritirare il denaro, il codice si può ricevere anche via WhatsApp», spiega Carlino.
O meglio ancora, in contanti: i corrieri vanno direttamente in Siria col denaro, o lo «spostano senza spostarlo» col sistema dell’ hawala (scambi basati sulla fiducia che non lasciano traccia: qualcuno consegna una cifra in un luogo, e viene compensata parallelamente a qualcun altro altrove).
Una risoluzione Onu ha appena chiesto ai singoli Paesi di fare di più per combattere ogni forma di finanziamento all’Isis.
In Kuwait si annuncia una legge per controllare la raccolta di fondi e della zakat (la tassa islamica) sia nelle aziende private che nelle moschee; ma è un annuncio già fatto in passato che finora non ha portato a nulla.
In Arabia Saudita lo scorso giugno sono state approvate norme più restrittive: vietato aprire conti per raccogliere fondi senza un’autorizzazione scritta governativa.
Chiunque lo faccia «sarà perseguito penalmente, saranno confiscate le somme raccolte e messe sotto sequestro giudiziario tutte le sue proprietà ».
Nei primi otto mesi del 2015 sono stati congelati i depositi e sequestrati i patrimoni di individui e associazioni che avevano raccolto 34 milioni di dollari per l’Isis (nelle confische la città di Riad è al primo posto)
Ma un problema oggettivo sta nel fatto che, nonostante i controlli più severi sui trasferimenti bancari, è sempre possibile usare l’ hawala .
«Siamo abituati a pensare al denaro come qualcosa che si muove virtualmente – spiega Carlino – ma se si muove in contanti non hai la possibilità di fermarlo».
Viviana Mazza
(da “il Corriere della Sera“)
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