Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
SU TWITTER MOSTRA IMMAGINI DI “PERSONALE DELL’ESERCITO IN AZIONE NELLE PROVINCE DI TERAMO E CHIETI”, MA SONO FOTO DI DUE ANNI FA IN VENETO
La voglia di strafare è sempre stata una cattiva consigliera.
Se poi è riferita a Roberta Pinotti gioca anche brutti scherzi, come quando la sampierdarenese volle candidarsi a sindaco di Genova alle primarie del Centrosinistra convinta di sbaragliare il campo e finì miseramente terza.
Allora era legata alla cordata di Burlando, governatore della Liguria,e non si era ancora convertita alla via renziana.
Quella sconfitta determinò la sua temporanea uscita di scena, poi il recupero attraverso l’adesione alla corrente di Franceschini e di conseguenza il passaggio con Renzi, quando stava tramontando la segreteria Bersani.
Ed eccola arrivare al ministero della Difesa, dove ormai staziona da anni.
Ma la voglia di protagonismo da quelle parti è una prassi e Twitter può diventare un’arma a doppio taglio.
Lo dimostra la serie di fotografie che la ministra ieri ha postato su Twitter per elogiare l’intervento del personale e dei mezzi specializzati dell’esercito nelle province di Teramo e Chieti.
Quattro foto di militari e mezzi in azione sotto il titolo: “”Personale e mezzi specializzati dell’esercito goà operativi nelle province di Teramo e Chieti per emergenza Abruzzo. Al servizio del Paese”
Che il militare in foto sia al servizio del Paese è indubbio, visto che la foto è relativa a un intervento dell’esercito che risale al 2014 in Veneto come dimostra il confronto delle due foto che pubblichiamo.
Forse sarebbe stato meglio che la Pinotti attendesse almeno di avere una foto aggiornata dell’intervento dell’Esercito in Abruzzo, invece che rimediare una brutta figura, riciclando foto d’archivio.
Ma la fretta di fare la prima della classe certe volte fa finire dietro la lavagna chi copia i compiti.
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
MA A BRUXELLES QUANDO SI E’ TRATTATO DI VOTARE PER SBLOCCARE GLI AIUTI AI TERREMOTATI ERA ASSENTE
Matteo Salvini l’aveva annunciato ed è riuscito a farlo: ha annullato tutti gli impegni e oggi è in Abruzzo.
Ai disagi dovuti alla neve che è caduta copiosa sulle montagne abruzzesi si aggiungono quelli della visita del leader della Lega Nord che pare non si presenterà a bordo di una ruspa e che probabilmente vorrà verificare che negli alberghi non ci sia nessun migrante.
Gli studi televisivi oggi saranno un po’ più vuoti (ma non c’è dubbio che il nostro riuscirà a collegarsi dalle zone del sisma) così come lo sarà anche il Parlamento Europeo che proprio in questi giorni è riunito in seduta plenaria a Strasburgo.
Ma è cosa nota che Salvini non sa rinunciare all’opportunità di farsi qualche selfie ad effetto dai luoghi dei disastri, poco importa che siano attacchi terroristici, terremoti o
bufere di neve.
Ed eccolo qui il nostro che ci regala il primo scatto della giornata in direzione Abruzzo dove il Capitano visiterà (tempo permettendo) Pescara, Montesilvano, Penne, Atri, Teramo, Isola del Gran Sasso, L’Aquila e Alta Valle Aterno.
Una tabella di marcia davvero serratissima e visto lo stato della circolazione viaria c’è da chiedersi come farà Salvini a ultimare il suo tour.
Qualcuno potrebbe obiettare che Salvini sarebbe molto più utile alla causa dei terremotati del Centro Italia dicendo che se si limitasse a fare il suo lavoro a Bruxelles sarebbe un grande risultato.
E quel qualcuno avrebbe ragione visto che poco più di un mese fa Matteo Salvini quando a Strasburgo c’era da votare sullo sblocco dei finanziamenti per il terremoto in Aula non c’era.
Chissà se i terremotati si ricorderanno di chiedere conto al leader leghista della sua assenza proprio quando c’era da votare per “aiutare i terremotati”.
Quando invece c’è da fare del facile sciacallaggio politico sulla pelle di chi soffre Salvini non si smentisce mai: è il primo.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
PAGATO DA SCARPELLINI CON 3 ASSEGNI DA 367.000 EURO PER INGRAZIARSI IL FUNZONARIO COMUNALE
L’appartamento di via dei Prati Fiscali e il relativo posto auto di proprietà di Raffaele Marra è stato sequestrato dai carabinieri del Comando Provinciale di Roma. L’immobile è quello per il quale l’ex braccio destro di Virginia Raggi è finito in carcere lo scorso 16 dicembre: Marra infatti, secondo il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Barbara Zuin, avrebbe preso nel 2013 una tangente da 367 mila euro dal costruttore Sergio Scarpellini tramite 3 assegni.
Gli assegni sarebbero stati versati dal costruttore romano proprio per l’acquisto della casa in Prati Fiscali.
Una tangente scucita per ingraziarsi Marra, allora al vertice del Comune con la giunta guidata da Alemanno.
Per un analogo episodio, avvenuto nel 2009, l’acquisto di un’altra casa da parte di Marra sempre con soldi di Scarpellini la procura ha deciso di non procedere in quanto si tratta di un caso coperto da prescrizione.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
LE ALTRE CITTA’ ALLARMATE: COSI’ SALTA TUTTO… LA MARCHETTA DELLA RAGGI PER RIPAGARE L’APPOGGIO DEI NETTURBINI
Lavorare come prima, e meno dei colleghi delle altre città , guadagnando di più: in tempi di crisi, il
miracolo avviene nell’Ama della stagione M5S a Roma.
Dal primo gennaio l’azienda (con soldi pubblici) corrisponde ai 7800 dipendenti l’aumento di stipendio stabilito dal nuovo contratto nazionale, ma non esige che lavorino due ore in più alla settimana e anche la domenica, com’è previsto dallo stesso contratto e avviene nel resto d’Italia.
I documenti che pubblichiamo dimostrano che l’Ama, che aveva voluto e difeso il contratto, sotto Natale ha cambiato linea, vantando l’appoggio del Comune azionista, di cui è sindaco Virginia Raggi, e arrendendosi ai sindacati interni.
Tra questi l’Usb, che in campagna elettorale sosteneva la Raggi a colpi di battaglieri volantini interni.
Le altre aziende del settore, in una riunione ad hoc svoltasi ieri, hanno definito l’intervento del Campidoglio «anomalo e improprio», frutto di una gestione politicizzata che «rischia di far saltare il contratto nazionale».
L’accordo
Il contratto nel settore rifiuti è stato firmato nel luglio 2016, dopo quattro anni di trattative e scioperi. Raggi si era pubblicamente vantata di aver contribuito a evitare disagi ulteriori a causa di vertenze sindacali dei netturbini.
La novità principale, in cambio di 120 euro mensili in più in busta paga, è l’aumento dell’orario di lavoro da 36 a 38 ore e la distribuzione dei turni anche di domenica.
«Una rivoluzione necessaria a migliorare produttività e servizio», spiega Gianfranco Grandaliano, vicepresidente di Utilitalia, l’associazione delle imprese del settore.
L’azienda che più ne ha bisogno è proprio l’Ama. A Roma la domenica lavora solo il 15 per cento dei dipendenti.
La raccolta si blocca e i rifiuti si accumulano nelle strade per giorni. L’aumento dell’orario di lavoro – e dei dipendenti in servizio domenicale – consentirebbero di garantire il servizio senza emergenze.
«Tra settembre e novembre – prosegue Grandaliano – abbiamo convocato tutte le aziende per istruirli su come gestire la novità . Procedura chiara e tempi certi: convocazione dei sindacati, ricerca di un’intesa, in caso contrario introduzione unilaterale del nuovo orario». Così si sono regolate le aziende delle principali città . Ciascuna ha definito una specifica applicazione del nuovo orario. Chi ha preso qualche settimana in più, ha anche previsto come recuperare nel 2017 le ore non lavorate a gennaio.
L’eccezione
A Roma è successo qualcosa di strano. Ieri le aziende omologhe di altre città ne hanno discusso e hanno manifestato autentico «terrore» per le conseguenze. Il motivo è semplice: Ama da sola occupa il 20 per cento di tutti i lavoratori del settore, e se non applica il nuovo contratto rischia di farlo saltare dappertutto.
I sindacati hanno immediatamente ostacolato il nuovo contratto e si capisce perchè. Primo: non vogliono lavorare la domenica.
Secondo: se non lavorano la domenica possono reclamare «l’indennità per maggior carico di lavoro di lunedì», una voce retributiva che esiste solo all’Ama e vale quattro milioni di euro l’anno.
Terzo: l’accumulo di rifiuti domenicale costringe nei giorni successivi a un ricorso massiccio agli straordinari (ogni ora costa all’azienda il 30 per cento in più). Turni, indennità e straordinari sono gestiti dai capizona, che storicamente sono delegati sindacali.
L’ostruzionismo dei sindacati non aveva trovato sponde nel direttore generale dell’Ama Stefano Bina, arrivato dalla Lombardia e stimato da Casaleggio e dall’assessore Massimo Colomban, l’imprenditore che aveva promesso di portare efficienza nordica nelle scassate aziende partecipate dal Campidoglio.
Cambio di rotta
Il 15 dicembre Bina avverte per iscritto i sindacati dell’«assoluta necessità di dare seguito alle reciproche obbligazioni dal primo gennaio». Dunque nessun rinvio dell’applicazione del nuovo orario a 38 ore.
Ma nei giorni successivi viene scavalcato. È l’amministratrice unica Antonella Giglio (avvocato, romana, di diretta nomina della sindaca Raggi) a parlare con i sindacati e a sposare la loro linea: il nuovo orario non entra in vigore, l’aumento di paga sì.
La trattativa viene prolungata almeno di due mesi per approfondire imprecisate «esigenze della città ».
Nonchè allargata ad altri temi e richieste (ulteriori soldi alla voce «produttività », non bastavano quelli del contratto nazionale?). Per ragioni tecniche (febbraio è mese di congressi sindacali, si ferma tutto) il nuovo orario di fatto non entrerà in vigore prima di aprile. Perchè Roma sguazza mentre altrove i netturbini fanno sacrifici?
I conti
All’Ama (quindi all’azionista Comune, quindi ai cittadini attraverso la tassa rifiuti) il ritardo nell’applicazione del nuovo orario di lavoro costa almeno un milione di euro al mese, tra retribuzioni e straordinari.
Possibili ricorsi per danno erariale. E si apre anche una questione politica che investe la giunta Raggi: l’assessore alle partecipate Colomban, che prometteva tagli e efficienza, era informato che il Comune patrocinava un accordo in senso contrario?
La sindaca ha avuto un ruolo?
E perchè il vertice dell’Ama, in assenza di atti formali del Comune, cita come decisivo, in una questione organizzativa, l’intervento del Campidoglio, che non ha titolo diretto?
Jacopo Iacoboni, Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
DUEMILA PERSONE NEL FANGO, DECINE DI NIGERIANE COSTRETTE A PROSTITUIRSI, CENTINAIA DI BRACCIANTI SFRUTTATI DAI CAPORALI… E LE ISTITUZIONI CHE FANNO?
Il bancone dei superalcolici sembra una gabbia da polli. Dentro la rete, una giovanissima nigeriana. Gli uomini bevono e aspettano seduti al tavolo. Le stanze da letto sono sul retro. Fuori, il buio e la pioggia.
L’impianto, alimentato da un generatore a nafta, propone musica assordante. “She’s Anastacia”, spiega una ragazza
Nell’ultima fila di baracche c’è il quartiere a luci rosse di una città che è venuta fuori in queste settimane: duemila persone, otto macellai, vari negozietti, due ciclofficine. Per l’ennesima volta, la raccolta delle arance è diventata catastrofe umanitaria.
La baraccopoli si è espansa intorno alle tende del Ministero dell’Interno.
Le donne
Al mattino la pioggia battente concede una tregua. Le ragazze puliscono i corridoi, rifanno i letti. “Siamo da sei mesi in Italia”, dicono. “Veniamo da Edo State”, regione meridionale della Nigeria. Un sorriso mesto e si torna a pulire. “Sì, siamo passate per Lampedusa”, dicono.
Sono gli indizi della tratta, quel meccanismo ormai rodato da anni che procura ragazze in Africa e – in tempi record – le avvia alla prostituzione.
“Questa di Rosarno è una pericolosa novità ”, ci dice Alberto Mossino, direttore di PIAM, un’associazione piemontese riconosciuta a livello internazionale per la sua attività contro la tratta.
“Si sta creando un distretto parallelo dello sfruttamento sessuale. La frontiera si è alzata, si riproducono le connection house tipiche della Libia. Città spontanee che offrono ogni tipo di servizio — legale e illegale — agli africani di passaggio. È lo sfruttamento intorno allo sfruttamento”.
Come è possibile che una ragazza appena arrivata in Italia finisca qui?
“Non ci sono strutture adeguate nei pressi dei luoghi di sbarco. I soggetti più vulnerabili dovrebbero essere indirizzati, evitando che vengano presi dai trafficanti”, conclude. “Se non sono inserite in un programma di protezione, le più deboli finiscono in posti come questo”.
Le carte
Se le donne vittime di tratta hanno la speranza di un permesso di soggiorno, tutti gli altri rischiano di essere risucchiati nell’irregolarità , diventando sempre più ricattabili.
Oggi due migranti su tre hanno un regolare permesso di soggiorno.
Molti, però, hanno fatto ricorso contro il diniego della Commissione territoriale per il diritto d’asilo e rischiano l’irregolarità .
Altri hanno difficoltà a rinnovare i permessi umanitari perchè viene richiesta la residenza, impossibile per chi vive vite così precarie. La maggior parte viene da Senegal, Mali, Ghana e Burkina Faso. Sono mediamente presenti in Italia da meno di tre anni.
“Questi numeri sono gestibili senza sperperare fondi pubblici. Basterebbe creare politiche abitative per tutti, italiani e stranieri, mappare le case sfitte, recuperare gli innumerevoli stabili vuoti o quelli confiscati alla ‘ndrangheta”, ci dice Giulia Bari di Medu, l’ong presente sul territorio da alcuni anni.
Arriviamo alla tendopoli in piena allerta meteo. Si attende la neve.
Tutto intorno è pieno dei relitti della “zona industriale”, una specie di cimitero del sogno dello sviluppo. Il cielo color piombo rende ancora più spettrali i capannoni abbandonati.
Dentro, un delirio di vecchi faldoni ammucchiati, vetri rotti, ferro arrugginito. E spazzatura. Cumuli di rifiuti ci accompagnano fino al ghetto.
La città è cresciuta da sola come un organismo vivente. Nei pressi dell’ingresso, i furgoni scaricano i braccianti. Un veicolo è targato Foggia, altro luogo di concentrazione dei caporali.
Dai pezzi di capra appesi nella macelleria, il sangue sgocciola lentamente nel fango. Piccoli ristoranti servono riso e verdura. Casupole fatte con un triplo strato (cartone, canne, plastica) resistono miracolosamente alla pioggia battente.
Nonostante il freddo, i braccianti camminano con le infradito. Vanno nei piccoli negozi dove si trova di tutto, dalla presa elettrica per caricare il cellulare ai cavetti usb.
Un macellaio del Burkina Faso ci offre un caffè che bolle nel termos. Un altro ripara bici nella sua officina. Tutti aspettano il miracolo di una giornata di lavoro.
“I bagni sono delle latrine scavate nella terra. Si cucina in fuochi improvvisati o con fornelli a gas in tende e baracche”, denuncia Medu.
“Ci si lava con acqua riscaldata in bidoni di lamiera e si dorme sul pavimento”. Dopo i controlli avviati dalla Prefettura di Reggio Calabria, sono aumentati i contratti. Si è passati dal lavoro nero al lavoro grigio. Ma la sostanza non cambia.
Alessia Mancuso Prizzitano lavora per Emergency. Dall’ambulatorio di Polistena, passano tutto l’anno centinaia di lavoratori. Le malattie più frequenti? “Dolori muscolari, traumi per cadute dalla bicicletta o sul lavoro. E poi sindromi gastro-intestinali, per una non corretta alimentazione e per le scarse condizioni igieniche”.
Al dolore fisico si aggiunge quello psicologico. Non era questa la vita che sognavano lasciando l’Africa. “Le patologie legate al disagio psichico sono sempre più frequenti, specie per il fallimento del progetto migratorio. Per questo, abbiamo attivato un servizio di ascolto”, spiega.
Il fango
Appena fuori Rosarno, incontriamo H. Adesso ne è uscito, ma per anni è stato vittima del caporalato. “Lavoravo come buttafuori vicino Pavia, poi ho perso il lavoro e quindi i documenti. Un mio amico senegalese mi ha detto che al Sud si poteva lavorare anche senza. Così sono arrivato a Rosarno. C’era un mio connazionale che formava le squadre. Ci portava nei campi di un signore che si presentava con un nome straniero. Possedeva molti ettari sparsi tra il paese e l’autostrada. Aveva venduto le arance ‘sull’albero’ a un commerciante, di cui non ci dicevano il nome. Eravamo squadre di 14, sempre gli stessi. Abbiamo fatto tutta la stagione a 25 euro al giorno”.
“Nei campi ci facevano un contratto fittizio per proteggersi dai controlli”, conclude. “Per noi non cambiava niente, per esempio non avevamo diritto alla disoccupazione dell’Inps. Però ci obbligavano a tenere in tasca i documenti di qualcuno in regola. Io li chiedevo a un mio connazionale. Tra noi siamo abituati ad aiutarci”.
I soldi
La povertà degli africani è un destino senza uscita? La risposta è nel percorso delle arance dai campi ai banconi dei supermercati.
Le produzioni locali sono il biondo da succo e le clementine da bancone.
Pietro Molinaro di Coldiretti Calabria ci fa da guida nel labirinto della filiera: “Le arance da succo sono acquistate da poche grandi multinazionali. Coca Cola comprava in passato, ma è andata via dopo che una fabbrica locale ha chiuso. Purtroppo non abbiamo certezza che nelle aranciate ci sia succo italiano: al porto di Gioia Tauro continua ad arrivare succo dal Brasile”, protesta.
Poi c’è il fresco. Qui c’è un’economia a più livelli. Finita l’epoca d’oro delle truffe, c’è chi sopravvive con i contributi dell’Unione Europea.
Oppure c’è chi riesce a vendere alla grande distribuzione, strappando contratti sempre meno remunerativi. Infine, alcuni provano ad esportare: ai supermercati dell’Est Europa (ma dopo l’embargo russo è diventato più difficile), oppure in Medio Oriente e Stati Uniti.
“Nei passaggi della filiera c’è il margine per una quota remunerativa”, spiega Molinaro. l prezzi pagati ai produttori dovrebbero raddoppiare. Non sarebbe generosità , ma un obbligo di legge.
Un decreto del 2012 vieta la vendita di prodotti agricoli sottocosto. Ma è una regola ancora inapplicata. L’ultimo anello della catena rimangono comunque i braccianti, che non possono rivalersi su nessuno.
E vivono nel fango.
Antonello Mangano
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’AUDIZIONE DEL COMANDANTE TOSCHI IN PARLAMENTO SVELA IL VERO PROBLEMA DELL’ITALIA… LA TASSA PIU’ EVASA E’ L’IVA, POI L’IRPEF
“L’evasione fiscale consapevole da mancata o sottodichiarazione ammonta in media nel quinquennio
2010-2014 a 75,8 miliardi di euro”.
Lo ha detto nel corso di un’audizione alla Commissione di Vigilanza dell’anagrafe tributaria il comandante generale della Guardia di Finanza, Giorgio Toschi, sottolineando che se si restringe il campo alla “media degli anni dal 2012 al 2014 indica, il ‘tax gap’ complessivo sale a 109,7 miiardi di euro”.
Di questi, ha proseguito, “circa 99 miliardi sono riferibili alle principali imposte erariali e locali, ovvero Irpef, Iva, Ires, Irap e 10,7 miliardi ai contributi a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori dipendenti”.
“L’imposta”, ha evidenziato Toschi, “con il più alto tax gap è l’Iva con 40,1 miliardi di euro come media del triennio 2012-2014, seguita dall’Irpef dovuta da imprese individuali e lavoratori autonomi con un valore pari a circa 28,1 miliardi, dall’Ires con 13 miliardi e infine dall’Irap con 8,5 miliardi.
Da notare che sul totale di 88,3 miliardi di euro di tax gap medio per il quinquennio 2010-14, al netto dei contributi, 12,5 miliardi sono da ascrivere a errori o mancati versamenti”.
Il tax gap è un concetto più ampio dell’evasione ma che la ricomprende e che può essere definito come lo scostamento tra tra i tributi che dovrebbero affluire alle casse dello stato e quelli effettivamente pagati.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
FASCETTE AI POLSI, TELECAMERE, AUDIZIONI, UN VOLO CHARTER CON 2 AGENTI PER OGNI STRANIERO: IL RACCONTO DI UN RIMPATRIO FORZATO
Il piano di volo è da Fiumicino a Hammamet, con scali a Lampedusa e Palermo. L’aereo è un charter della Bulgarian Air affittato dal Viminale.
I tunisini da espellere sono 29 e 74 gli accompagnatori: un funzionario della polizia di Stato, un medico, un infermiere, due delegati del Garante nazionale dei detenuti, 69 agenti di scorta non armati e in borghese.
Fascette in velcro legano i polsi dei passeggeri. E poi: perquisizioni, carabinieri in tenuta anti-sommossa, riprese video delle operazioni, audizioni di due funzionari del consolato tunisino.
Una spesa stimata in 115mila euro. Così il 19 maggio scorso sono stati riportati a Hammamet 29 migranti irregolari.
Un rimpatrio forzato-tipo, raccontato in dettaglio da un rapporto del Garante dei diritti dei detenuti, che ben fotografa le difficoltà della macchina delle espulsioni.
Un passo indietro: il Viminale in queste ore prova a far ripartire il complesso meccanismo di contrasto all’immigrazione irregolare, fatto di Cie, accordi bilaterali ed espulsioni.
Un sistema imponente che dà miseri frutti: nel 2016 i rimpatri sono stati meno di 6mila. Per questo, il ministro dell’Interno annuncia più Cie e nuovi accordi con i Paesi d’origine. Ma è l’iter stesso dell’espulsione a rivelarsi costoso e complesso.
Lo dimostra bene il racconto di quanto avvenuto il 19 maggio 2016.
LA MACCHINA SI METTE IN MOTO
Il Viminale noleggia un volo della Bulgarian Air Charter, con decollo da Roma Fiumicino alle ore 8.40 e rientro alle 17 dello stesso giorno.
A bordo, oltre al funzionario responsabile, siedono 71 persone appartenenti alla polizia di Stato. “Tra questi, un medico e un infermiere provenienti dai ruoli tecnici della polizia, che hanno garantito il presidio sanitario sino in Tunisia. Gli altri componenti avevano funzioni di scorta.
Colpisce – si legge nel rapporto del Garante – il fatto che non vi fossero interpreti a bordo, anche se il caposcorta ha dichiarato la presenza di personale in grado di parlare inglese e francese”.
Gli agenti non sono armati, nè in divisa, ma riconoscibili “per l’esposizione della placca, ovvero il distintivo di riconoscimento della polizia di Stato in cui non è visibile il nome, ma un numero identificativo. Sono presenti anche operatrici di sesso femminile “.
PRIMA TAPPA: LAMPEDUSA
Il primo scalo è a Lampedusa. Gli espulsi sono 30: “Il limite massimo che l’accordo bilaterale Italia- Tunisia prevede per una singola operazione”.
All’arrivo all’aeroporto, “i cittadini tunisini da rimpatriare, provenienti dall’hotspot, erano sulla pista all’interno di un pullman della Misericordia (onlus locale), scortati da circa dieci carabinieri in tenuta da ordine pubblico”.
Non mancano le tensioni. I tunisini devono ancora firmare i decreti d’espulsione, alcuni rifiutano di scendere dal pullman, arriva un nuovo contingente di carabinieri in tenuta anti-sommossa, la questura di Agrigento riprende tutto con una telecamera.
La situazione rischia di precipitare. Alla fine, grazie al dialogo instaurato da due ispettori anziani, tutti scendono.
Dopo le perquisizioni personali (“nella grande maggioranza dei casi viene chiesto di abbassare le mutande”) e dei bagagli, vengono applicate ai polsi degli espulsi fascette di velcro, che terranno anche in volo.
Su questo indugia il rapporto: “Il caposcorta ci ha informato che durante il volo i rimpatriandi avrebbero tenuto sempre le fascette per salvaguardare la sicurezza, specificando che per rimpatri più lunghi, per esempio quelli in Nigeria organizzati dall’Italia con il coordinamento di Frontex, le fascette vengono tolte. Sui voli brevi, le fascette vengono tenute il più possibile, essendo minore la necessità di usare i bagni e dovendo i rimpatriandi consumare un solo pasto, fornito dalla Polaria durante lo scalo”.
I CONTROLLI INCROCIATI
Il secondo scalo è, appunto, a Palermo. Qui si svolgono le audizioni con due funzionari del consolato della Tunisia e due agenti della polizia italiana, per verificare “l’effettiva provenienza e cittadinanza ” dei migranti.
Durante i colloqui, un ragazzo in lacrime dichiara di essere minorenne. I funzionari telefonano a Tunisi e accertano effettivamente la sua minore età : il giovane non può essere espulso e resterà in Italia.
VERSO HAMMAMET
Quindi si riparte per Hammamet. Vista la stretta scala d’accesso all’aereo, che permette il passaggio di una persona alla volta, il caposcorta avverte che “la situazione è esposta a rischi di gesti di autolesionismo”. Tutti, invece, salgono senza incidenti
Si atterra alle 15.10.
All’arrivo, i 29 cittadini tunisini vengono liberati dalle fascette e consegnati alle autorità locali direttamente dalla porta anteriore dell’aereo.
Alle 15.45 del 19 maggio il volo della Bulgarian è pronto a decollare per far ritorno a Fiumicino.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
DISPERATA CORSA CONTRO IL TEMPO PER TROVARE QUALCUNO ANCORA VIVO
«Sotto le macerie dell’hotel ci sono tra le 20 e le 30 persone e il rischio è che siano morte». Il prefetto
Bruno Frattasi (capo dipartimento dei Vigili del fuoco, del Soccorso pubblico e della Difesa civile) che in queste ore coordina i lavori di soccorso presso il Rigopiano di Farindola (in provincia di Pescara) parla con voce ferma ma preoccupata.
Le prime squadre di soccorso, circa 20 persone, hanno raggiunto la zona con gli elicotteri e trovato la struttura «collassata a causa delle scosse».
Due le persone messe in salvo «che si trovavano fuori dalla struttura».
Per salvare tutti gli altri, ospiti e personale dello staff (una trentina circa) è iniziata una corsa contro il tempo resa complicata dalle condizioni meteo.
«Il convoglio dei soccorsi via terra è arrivato solo in mattinata perchè lungo il percorso la neve e gli alberi caduti hanno rallentamento l’avanzamento» spiega l’ingegner Nino Giomi, capo del corpo nazionale dei Vigili del fuoco.
Adesso è iniziata la fase cruciale, quella della ricerca dei corpi.
«Sul posto operano le forze Usar (Unità search and rescue dei Vigili del fuoco)» continua Giomi. I cani aprono la strada, poi con strumenti specifici (geofoni per rilevare suoni e telecamere) si valuta la presenza umana. Infine per creare dei varchi tra le macerie si usano martelletti idraulici, cuscinetti e strumenti per il taglio del cemento e dell’acciaio.
Le ricerche si concentrano nella zona dell’edificio danneggiata.
«Al momento del crollo – racconta l’ingegnere Giuseppe Romano (direttore dell’emergenza dei Vigili del fuoco) molte persone si trovavano al bar, proprio l’area dell’edificio collassata».
(da “La Stampa”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’HOTEL RIGOPIANO SI TROVA IN UNA ZONA APPARTATA, QUESTO HA RESO DIFFICILE I SOCCORSI
La strada che da Campo Imperatore porta giù all’Hotel Rigopiano, anche in bella stagione, racconta l’asperità del luogo: una serie di tornanti con l’asfalto che va e viene, crateri sul manto stradale, cicatrici di inverni che vanno presi sul serio. L’albergo spunta dove finisce il bosco, dopo chilometri e chilometri senza un essere umano.
Ad accoglierti sulla strada ci sono i tre pastori abruzzesi, giganteschi nelle loro chiome bianche, che col freddo abitano proprio all’ingresso dell’hotel, sdraiati come enormi tappetini tra valigie che entrano ed escono.
Meglio arrivare con la luce, che il buio della sera abruzzese è totale, e il Rigopiano se ne sta da solo, tra i greggi di pecore, senza un paese, un bar o una chiesa.
Da fuori sembra un rifugio alpino, con i fiori ai balconi e tutto il resto.
Dentro si nota la ricerca di un lusso country-chic: i camini, le boiserie, la grande sala col pianoforte a coda e il biliardo, il ristorante e le suite dedicati a Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse, presenze metafisiche e altezzose che stridono con la semplicità della natura.
I telefoni prendono malissimo, Rigopiano è il posto giusto per staccare davvero, poco adatto a chi soffre la solitudine del bosco.
Un posto fuori dal mondo, a poco più di un’ora da Roma, dove il tempo sembra fermarsi.
Il primo paese, Farindola, poche anime arrampicate sul fianco della montagna, dista una decina di chilometri e non resta altro che sprofondare nella piscina calda, che si affaccia sul prato, e chiudere gli occhi.
Un posto magico, adatto per chi ama i lunghi silenzi della montagna, le serate al biliardo, i piatti semplici della cucina abruzzese.
Lontano dai rumori della città e delle tante località turistiche. Così isolato da diventare fragile, quasi irraggiungibile nella lunga notte della tormenta di neve, strade bloccate dal ghiaccio e dagli alberi caduti e dai metri di neve.
La notte in cui quei pochi chilometri diventano un’eternità , mentre la gente del Rigopiano prega e aspetta che qualcuno, da fuori, arrivi a salvarla.
Andrea Carugati
(da “La Stampa”)
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