Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile
ESTRATTE MADRE E FIGLIO… PROTEZIONE CIVILE: “NUOVA SPERANZA”… RICERCHE PROSEGUONO IN CONDIZIONI ESTREME PER IL TIMORE DI CROLLI
Ci sarebbero altre persone in vita oltre alle sei persone trovate vive tra le macerie dell’hotel Rigopiano di Farindola, dopo 42 ore dalla valanga che ha distrutto l’albergo. Gli uomini del soccorso li hanno individuati nella zona delle cucine sotto un solaio. Nel gruppo anche una mamma e suo figlio: la donna è la moglie di Giampiero Parete, il superstite della slavina. “Andate da mia figlia è nella stanza accanto”, ha detto la donna ai soccorritori, che ora stanno infatti cercando la bambina.
“Appena ci hanno visto erano felicissime e non sono riuscite a parlare. Dagli occhi si capiva che erano sconvolte positivamente per averci visto”, ha raccontato il vice brigadiere del soccorso alpino della Guardia di finanza Marco Bini.
“Con i quattro ancora da recuperare – spiega Luca Cari, responsabile della comunicazione in emergenza dei vigili del fuoco – siamo in contatto vocale. Sono all’interno di un vano, non facile da raggiungere”.
Il primo contatto con il gruppo è stato poco dopo le 11, grazie ai cani che li hanno individuati. Dall’esterno, infatti, non si sentivano voci: la struttura li ha protetti ma non permette di comunicare con l’esterno, anche a causa della neve che assorbe i suoni.
“E’ stato bellissimo, non credevano ai loro occhi e ci abbracciavano”, ha raccontato il soccorritore che però avverte: “Più di tanto non si può andare avanti perchè c’è il rischio che parti della struttura possano crollare”.
E con l’aumento delle temperature “aumenta il rischio di nuove slavine, un rischio particolarmente elevato nell’area – ha spiegato Bini – dietro l’albergo che rimane molto pericolosa”.
Ad aiutare i soccorritori nelle ricerche c’è un manutentore dell’albergo, Fabio Salzetta. Con lui anche una donna estratta viva. Insieme stanno indirizzando i vigili del fuoco nelle aree dell’hotel dove si trovavano i clienti prima della slavina, per accelerare le operazioni di soccorso.
“Questo recupero di superstiti ci regala ulteriori speranze”, ha detto Titti Postiglione, responsabile emergenze della Protezione civile durante il punto stampa a Rieti. “Saremo tranquilli quando questi saranno tutti adeguatamente assistiti come le prime due persone già soccorse”, ha spiegato Postiglione. “Poi capiremo se si tratta di un episodio isolato o di una serie di episodi, e questo guiderà le operazioni di soccorso. Speranze le abbiamo sempre avute, anche se in questo tipo di operazioni si affievoliscono via via che passa il tempo”.
E’ la prima buona notizia nella catastrofica valanga che ha travolto quello che fino a due giorni fa era un resort di lusso, un’oasi di pace ai piedi del Gran Sasso.
Da ieri si scava nell’ammasso di neve e detriti che era l’hotel Rigopiano di Farindola, per trovare eventuali superstiti in una corsa contro il tempo. C’è stata una tregua nelle nevicate ma le temperature salite al di sopra degli 0 gradi centigradi hanno provocato un appesantimento della neve rendendo più difficoltose le operazioni. Al momento solo tre corpi sono stati estratti. E resta incerto il numero di dispersi tra dipendenti e clienti, nella speranza che i soccorritori possano trovare altre persone in vita.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile
LO SCIACALLO A PIEDE LIBERO DALLA GRUBER NON HA AVUTO NEANCHE L’INTELLIGENZA DI INDOSSARE DEI DOPOSCI USATI… COME MAI IN ABRUZZO NON HAI SFOGGIATO UNA FELPA? FACEVA TROPPO FREDDO?
Ieri Matteo Salvini ha voluto dimostrare di essere stato per tutto il giorno in Abruzzo tra i terremotati e gli sfollati.
Prendendo forse un po’ troppo alla lettera l’espressione angloamericana “boots on the ground” Salvini si è presentato negli studi de La 7 per la puntata di Otto e Mezzo con addosso un paio di pratici e comodi stivali doposci noti anche come Moon Boot, pulitissimi e immacolati.
In tasca avrà avuto ancora lo scontrino del negozio dove li ha mandati a comprare d’urgenza.
Una scelta di abbigliamento inusuale quella di Salvini, del resto non c’è neve fuori dagli studi di produzione del programma condotto dalla Gruber ma che dimostra come la camminata tra le nevi dell’Abruzzo fosse una passerella elettorale.
Salvini sa infatti che spesso le inquadrature a Otto e Mezzo sono abbastanza larghe da consentire di vedere le scarpe degli ospiti e ha deciso di sfruttare la cosa per mandare un segnale.
Il problema infatti è che durante la mattinata di ieri Salvini non è riuscito a sfoggiare una delle sue classiche felpe celebrative (ad esempio una di quelle con scritto ABRU-cerniera lampo-ZZO). E allora ha pensato di portare la neve a Roma. Non a caso l’immagine è stata pubblicata sul suo profilo Twitter prima che il programma andasse in onda.
Durante la trasmissione Salvini ha più volte incalzato il Governo criticando la nomina di Vasco Errani a Commissario straordinario e per chiedere lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro a favore delle popolazioni colpite.
Ed è fin troppo facile ricordare a Salvini che lui, quando all’Europarlamento si votava per escludere gli investimenti per la ricostruzione post terremoto in Italia dal calcolo del deficit nazionale previsto dal patto di stabilità e di utilizzare tutti i fondi Ue a disposizione per aiutare le zone colpite, se ne stesse a Mantova a fare altro.
Evidentemente durante le sedute dell’Europarlamento non ci si può far inquadrare con addosso i Moon Boot, ad Otto e Mezzo invece sì.
Ed è quindi un peccato che Salvini non possa votare direttamente dagli studi televisivi che frequenta.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL COMPAGNO DI BANCO DI SALVINI A BRUXELLES DICEVA CHE I TERREMOTATI ABRUZZESI DOVEVANO RIMBOCCARSI LE MANICHE INVECE CHE CHIEDERE AIUTI ALLO STATO… ORA GLI SCIACALLI FANNO IL PUTTANTOUR IN ABRUZZO
Ieri Matteo Salvini è andato in Abruzzo a scattare qualche foto e a girare qualche video da pubblicare
sulla sua pagina Facebook.
Il leader della Lega ha voluto dimostrare in questo modo la sua vicinanza alle popolazioni terremotate nella convinzione che parlare con la gente sia più importante — e risolutivo — che ad esempio essere a Strasburgo quando c’era da votare una risoluzione sullo sblocco dei finanziamenti per il terremoto.
Evidentemente per Salvini fare politica coincide con fare propaganda, e il nostro sciacallo delle nevi si è paracadutato sul Gran Sasso in tenuta da battaglia.
È interessante notare però come pochi anni fa nella Lega Nord la pensassero in maniera proprio diversa: ad esempio Mario Borghezio, collega di Salvini all’europarlamento riteneva che i terremotati del 2009 stessero facendo troppa sceneggiata.
Così Borghezio al telefono con Klaus Davi ci faceva partecipi delle sue riflessioni sull’Abruzzo e sul terremoto che ha devastato l’Aquila nel 2009 spiegandoci che quella parte del Paese è “un peso morto per noi come per tutto il Sud”.
Era il 10 gennaio del 2011 e Borghezio paragonava la situazione dei terremotati con quello del “popolo veneto” in seguito all’alluvione del 2010:
Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. Il comportamento di molte zone terremotate dell’Abruzzo è stato singolare, abbiamo assistito per mesi a lamentele e sceneggiate. È stata un po’ una riedizione dell’Irpinia: prevale sempre l’attesa degli aiuti, non ci sono iniziative autonome di ripresa. Si attende sempre che arrivi qualcosa dall’alto, nonostante dall’alto arrivi molto”
Borghezio insiste nel dire che “nel meridione” stanno sempre ad aspettare l’intervento dello Stato Centrale e non si rimboccano le maniche.
Ed è singolare che in questi giorni il più feroce critico dell’inerzia e della lentezza della ricostruzione sia proprio il leader della Lega Nord, Matteo Salvini che del resto è noto per aver definito in modo spregiativo i napoletani “colerosi e terremotati” intonando un coro da stadio.
Dal quando è Segretario della Lega (2013) Salvini ha fatto di tutto per rendere il partito un movimento nazionale, però non tutti hanno dimenticato quel periodo recente in cui gli abruzzesi per i leghisti erano “terroni” e dei parassiti dello Stato.
Salvini ha avuto, a Bruxelles, l’occasione per aiutare le popolazioni terremotate e non l’ha fatto perchè non ha votato perchè come al solito era assente.
Quindi abbia il buon gusto di tacere.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile
MENTRE CI SONO ITALIANI SOTTO LE MACERIE, IL LEGHISTA FA IL TURISTA GUARDONE
Primo piano con la giacca a vento e la neve sullo sfondo. Selfie dai monti del dramma. Che vedano tutti che Matteo Salvini è andato sul posto, collegamento telefonico dal Teramano con Myrta Merlino e poi, la sera, a Otto e 1/2 da Lilli Gruber. Nel mezzo, dirette con Radio Padania da Montesilvano, Penne, Atri, Isola del Gran Sasso.
E mentre si estraggono i corpi dall’hotel di Rigopiano dichiarazioni beffarde sul Pd che affida l’emergenza ad “un ex governatore fallito”.
Salvini non ce l’ha fatta a simulare un senso dello Stato che non ha, a rispettare la regola non scritta, ma universalmente riconosciuta, che suggerisce di non fare becera polemica nel giorno in cui le famiglie coinvolte nella tragedia attendono una sentenza di vita o di morte.
È andato dove c’erano le telecamere e da lì, guardando spalare “i volontari cui sono vicino”, si è preso la scena. E chi se ne frega se gli danno dello sciacallo.
Sull’onda dell’hashtag #salvinisciacallo è montata la polemica sui social.
C’è chi lo insulta apertamente: “Sciacallo padano”.
Chi lo invita ad andare a spalare la neve: “Ma perchè non prendi anche Tu una pala e ti dai da fare, O Panzuto?”
Chi commenta infine la miseria e lo squallore della sua comparsata: “Salvini che va a ottoemezzo coi doposci per far vedere che è stato in Abruzzo è la cosa più triste del 2017. E siamo solo al 19 gennaio.”.
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile
NON ANCORA ESTRATTI, MA I SOCCORRITORI SONO IN CONTATTO CON LORO
Ci sono sei persone vive all’hotel Rigopiano. 
Gli uomini del soccorso li hanno individuati nella zona delle cucine ma non ancora estratti. I pompieri hanno individuato i sopravvissuti sotto un solaio e ci stanno parlando.
Il primo contatto con i sei è stato poco dopo le 11. Due elicotteri, uno della Guardia costiera con a bordo personale del 118 e uno dei Vigili del fuoco stanno sorvolando la zona dell’hotel in attesa che da terra diano indicazioni per far scendere i medici e dare soccorso ai sei superstiti.
E’ probabile che i sopravvissuti, dopo la primissima assistenza, siano trasferiti in ospedale con gli stessi elicotteri.
E’ la prima buona notizia nella catastrofica valanga che ha travolto quello che fino a due giorni fa era un resort di lusso, un’oasi di pace ai piedi del Gran Sasso.
Da ieri si scava nell’ammasso di neve e detriti che era l’hotel Rigopiano di Farindola, per trovare eventuali superstiti in una corsa contro il tempo.
C’è stata una tregua nelle nevicate ma le temperature salite al di sopra degli 0 gradi centigradi hanno provocato un appesantimento della neve rendendo più difficoltose le operazioni. Al momento solo tre corpi sono stati estratti. E resta incerto il numero di dispersi tra dipendenti e clienti, nella speranza che i soccorritori possano trovare altre persone in vita.
“Mai visto nulla del genere”. “Qui uniamo due scenari diversi: la valanga, che affrontiamo sempre e una catastrofe naturale come un mini terremoto. Non ho mai visto nulla del genere”, ha detto il portavoce del Soccorso alpino Walter Milan. Poi spiega la situazione in quota: “Al lavoro ci sono oltre sessanta persone tra i vari enti. Arriveranno nuovi mezzi e con gli elicotteri porteremo le squadre. Via via arriveranno dei mezzi meccanici che devono lavorare insieme con gli uomini, prima si fa un’ispezione nella neve e poi si toglie tutto”.
“Condizioni meteo difficili”. Le ricerche dei dispersi proseguono senza sosta, anche se con il passare delle ore le speranze di trovare qualcuno vivo diminuiscono. “In teoria anche in queste condizioni meteo molto difficili, se si sono create delle ‘sacche’ di aria dove ripararsi nell’albergo spazzato via, potrebbero sopravvivere 2 forse 3 giorni, ma è difficile”, ha spiegato Milan. La difficoltà nel fare previsioni è data dal caso eccezionale di una valanga con una così grande quantità di detriti, essendosi combinata con un terremoto. Per i soccorritori c’è il rischio di nuove valanghe. “Tra poco un elicottero si alzerà in volo per monitorare la zona – ha detto ancora Milan – la strada è pericolosa e potrebbero staccarsi anche micro-slavine”.
La distruzione dell’hotel. E’ stata una valanga devastante, che ha pressochè sepolto gran parte della struttura, facendosi anche strada all’interno dei vari ambienti che la costituivano e poi spazzato via quello che trovava sulla sua strada, così come aveva già fatto con un fronte ampio di alberi che era a monte dell’albergo. Anzi, quell’ammasso di tronchi è stato il di più che ha portato distruzionei perchè l’onda d’urto è stata ancor più forte.
Un evento-killer innescato probabilmente dalle 4 scosse sismiche di magnitudo tra 5,1 e 5,4 della giornata di mercoledì con epicentro l’area dell’Aquilano ma fortemente avvertite in questo versante della regione abruzzese dove il rischio valanghe era già classificato 4 (su una scala di 5) a causa dei grandi apporti di neve per diversi giorni di seguito.
Una valanga che ha inoltre provocato una sorta di ‘traslazione’ dell’edificio, vale a dire lo ha spostato di una decina di metri in avanti e non è escluso che alcuni dei dispersi siano stati travolti e trascinati fuori dal perimetro dell’edificio. Non a caso le ricerche dei vigili del fuoco con le squadre specializzate in questo tipo di attività ed anche quelle condotte dai componenti del Soccorso alpino e speleologico riguardano anche la zona estera all’hotel, cioè il fronte in pendenza della valanga nevosa.
Soccorsi ai limiti del possibile. “Uso un’espressione un po’ impropria: al Rigopiano vi è stata un’implosione verso l’interno – ha spiegato ieri il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio – L’intervento all’hotel Rigopiano è ai limiti del possibile – ha aggiunto evidenziando anche la precaria sicurezza in cui operano i soccorritori – Abbiamo parlato con tutti gli operatori sul territorio e l’idea è supportare chi sta lavorando sul posto. E’ uno scenario critico”.
L’attesa dei famigliari. È nel paese di Penne, in provincia di Pescara, che si consuma intanto l’angoscia dei familiari di ospiti e dipendenti dell’hotel Rigopiano. Atmosfera di tensione all’ospedale dove, in un’ala della struttura, aspettano aggiornamenti. Con loro ci sono i volontari dell’associazione onlus ‘Psicologi per i popoli’. Attraverso conoscenze, competenze e abilità della psicologia dell’emergenza, questi professionisti si attivano per portare assistenza a persone, famiglie, gruppi e comunità colpite da calamità , disastri, gravi incidenti, così come per la scomparsa improvvisa di familiari.
Penne, la neve sfonda il tetto dell’ipermarket. E’ crollato, sotto il peso della neve il tetto dell’ipermercato Lidl lungo la strada provinciale 81, non lontano dal palazzetto dello sport che ospita il coordinamento delle attività di ricerca e soccorso per l’hotel Rigopiano. Al momento non si può accedere al parcheggio dell’ipermarket. Un tecnico sta cercando di capire come intervenire, mentre sulla provinciale continua il viavai di camion dei vigili del fuoco, ambulanze e jeep dell’esercito.
Indagini. Intanto ci si interroga sulle cause che potrebbero aver determinato la valanga e sul ruolo che potrebbero aver esercitato le scosse sismiche degli ultimi giorni. Sulla vicenda il pm di Pescara Andrea Papalia ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Già nella giornata di ieri gli investigatori hanno ascoltato come testimone Giampiero Parete, uno dei superstiti della valanga. Molto probabilmente, non appena le operazioni di ricerca delle persone sarà completata, la struttura sarà posto sotto sequestro. Si cerca di capire tante cose, a cominciare, forse, dalla scelta di localizzare la struttura in quel punto che in tanti in queste ore hanno definito “completamente esposto”.
In queste ore i carabinieri forestali di Pescara sono in Provincia per acquisire tutte le carte relative ai piani di emergenza e soccorso dell’area Vestina, da Penne verso la montagna, predisposte e attuate dalla Provincia. Richieste, movimenti, organizzazione di spalaneve, turbine, richieste di soccorso e quanto riguarda la viabilità di quella zona. Il tutto è alla luce degli allerta meteo e valanghe che hanno interessato i giorni scorsi l’intera regione Abruzzo. Le acquisizioni servono per fare chiarezza sull’operato del settore, precedentemente all’istituzione del Coc di Penne e successivamente alla collaborazione con questo.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
ANAS, COMUNI, PROVINCE, GOVERNO: UN GROVIGLIO INESTRICABILE DI RESPONSABILITA’… LA SCATOLA VUOTA “DI CASA ITALIA” CON LE CASSE VUOTE COME SEMPRE
Eccola, la Casa Italia, il progetto di prevenzione annunciato in pompa magna dal governo Renzi, “un progetto di prevenzione seria, non un elenco di parole” su cui “coinvolgere tutti insieme i principali attori del paese”.
Casa Italia sono i paesi dove chi voleva uscire di casa, per il terremoto, era bloccato dalla neve. Ma anche se ci fosse riuscito non avrebbe trovato aree attrezzate dove ricoverarsi.
“L’Abruzzo si arrende”, questo il titolo del Centro. Perchè i governatori invocano dell’esercito per spalare è la dichiarazione di un fallimento, di fronte a una nevicata eccezionale e prevedibile, non all’Apocalisse.
Persino la turbina per liberare la strada dalla neve si è fermata, sul tratto provinciale che portava all’Hotel Rigopiano, segno che prima, evidentemente, non era passato neanche uno spazzaneve.
Colpa della Provincia? Dei Comuni? Dell’Anas?
“Non è il momento di polemiche”, “ognuno dia il meglio di sè” ripetono Errani e Curcio, consapevoli che la neve non spegne, anzi accende, il gran falò delle responsabilità .
I parlamentari abruzzesi, stamattina, si sono attaccati al telefono, perchè “è chiaro che non puoi dare la colpa al governo in carica, ma qualcosa non ha funzionato e ci devi mettere la faccia, altrimenti questo governo viene sepolto dalla neve”.
Sono i primi ad essere consapevoli che chiami l’esercito se non sei in grado di fronteggiare il problema, perchè la neve, per quanto eccezionale, non è un terremoto. E te la dovresti togliere da te.
La prima protezione civile non è quella che arriva da Roma. Ma è l’Anas, che appalta i lavori a ditte magari non all’altezza del compito assegnato, l’Enel che non ha irrobustito la rete.
E poi i sindaci, che in circostanze del genere, si mettono la fascia tricolore, precettano persone e organizzano
Poi c’è la Protezione Civile. Sussurra un senatore dem: “La verità è che la Protezione civile non ha più gli strumenti di una volta, ai tempi di Bertolaso, quando la c’era una efficiente catena di comando”.
Allora aveva poteri eccezionali, perchè Bertolaso era, al tempo stesso, sottosegretario a palazzo Chigi, commissario e capo-protezione civile. E, al tempo stesso, coniugava potere, capacità e carisma, anche utilizzandoli in modo spregiudicato, dal terremoto ai giochi del Mediterraneo al G8.
Oggi la catena di comando è frantumata e rallentata nell’intreccio burocratico. Con Fabrizio Curcio di fatto senza potere, o meglio con i poteri che di volta in volta il governo gli affida con i decreti di emergenza. E Vasco Errani, commissario del cratere.
Il che rende, oggettivamente, bicefala la struttura in materia di ricostruzione.
Al fondo, poi, una considerazione che in parecchi sussurrano ma che, nel Pd, nessuno ha il coraggio di dire a voce alta: “C’è poco da fare. Per andare veloce, fai gli affidamenti diretti. Bertolaso, se doveva prendere stufe, climatizzatori, case di legno si attaccava al telefono. Affidamenti diretti e niente gare. Ora non puoi andare veloce se ogni virgola la deve vedere Cantone. Siamo passati da un eccesso a un altro”.
Oltre all’eredità storica di un paese scarsamente efficiente e senza senso civico, c’è l’eredità della palude di questi anni, in cui nulla è cambiato sul fronte della prevenzione.
Il viceministro Bubbico, dopo le sollecitazioni dei parlamentari, è andato a mettere la faccia del governo a Farindola. Ma Gentiloni, impegnato per ora a sollecitare la risoluzione dell’emergenza, dovrà innanzitutto mettere la faccia sulle voragini originali del governo di cui è stato chiamato ad essere la fotocopia
Risorse, processi da accelerare, piani strategici riassunti nello slogan referendario di Casa Italia a cui Renzi dichiarava di destinare risorse pubbliche per sette miliardi in sette anni, più altri 2,7 recuperati da spese non effettuate.
Tutto rimasto slogan, ad accezione di una “cabina di regia”, ovvero un ufficio organizzato a palazzo Chigi che riunisce strutture pre-esistenti per il dissesto idrogeologico e l’edilizia scolastica.
Perchè, la verità è che siamo alle solite e alla solita Italia.
Che promette prevenzione, di fronte alla calamità , per poi bruciare risorse quando l’ordinario diventa oblio dei drammi.
Bruciare o fare spesa che porta più voti. E così il governo ha chiesto 3,4 miliardi di flessibilità all’Europa in nome del terremoto di Amatrice. Ma nella manovra, alla voce terremoto, c’erano sono solo 600 milioni stanziati in modo diretto a cui aggiungere un altro miliardo spalmato in più voci.
Il resto della “flessibilità ” utilizzato per le “mance referendarie”, dalle quattordicesime ai pensionati ai fondi per il trasporto in Campania.
Mentre il fondo per la protezione Civile, che diventa la cassa di fronte all’emergenza e non viene usato per la prevenzione, è di 300milioni di euro
E se Amatrice è ancora sotto i riflettori, purtroppo per una serie di calamità , l’eredità contempla anche ciò che è stato più dimenticato che risolto, almeno a giudicare dai soldi stanziati.
Al 31 agosto del 2016, prima di Amatrice, la cifra richieste per calamità naturali o danni da precedenti terremoti è di circa un miliardo e 700milioni.
Ci sono dentro le richieste di fondi per il terremoto dell’Abruzzo, l’alluvione in Liguria, il terremoto dell’Emilia, i danni da maltempo in Lombardia.
A fronte di questa richiesta, che arriva per la metà (804mila euro circa) da privati, per metà da aziende (890mila circa), sono stanziati e utilizzabili al 31 dicembre solo 400milioni.
Casa Italia è uno slogan senza risorse, e sul tavolo del premier attuale non c’è ancora un’agenda e un piano strategico, con annessi capitoli di spesa.
“Tenaglia senza precedenti”, “istituzioni impegnate al massimo”. Le poche dichiarazioni sono un atto dovuto e segnalano, rispetto al governo precedente, una discontinuità nei toni.
E anche un modo per tenere basse le polemiche, comunque annunciate. Ma sull’eredità , per non ora, non c’è nè discontinuità nè risorse. E se non ci mette la faccia, dicono i parlamentari che hanno il polso delle zone colpite, “finisce sepolto dalla neve”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
QUALCOSA NON HA FUNZIONATO PRIMA NELL’EVACUAZIONE, POI NEI SOCCORSI
Se la strada fosse stata libera dalla neve, potevano essere salvati. Anzi, non ci sarebbero proprio rimasti
intrappolati sotto la slavina.
Alle 15 di ieri i clienti dell’albergo Rigopiano (rimasti sepolti vivi), avevano pagato il conto ed erano scesi nella hall dell’hotel, già pronti per andarsene.
Gli ospiti dell’Hotel Rigopiano volevano andare via perchè avevano capito che la situazione era grave. Ma hanno dovuto aspettare. Aspettare che arrivasse lo spazzaneve.
Annunciato prima per le 17 e poi per per le 19. Così era stato detto loro. Ma appunto lo spazzaneve non è riuscito ad arrivare.
Visto che la strada che portava alla struttura era totalmente bloccata. Poi alle 17.40 il primo sos dopo la caduta della slavina. Dalle 15 alle 17 sono passate due ore che avrebbero potuto salvarli tutti.
Questa ricostruzione drammatica emerge dalla testimonianza di Quintino Marcella, ristoratore e datore di lavoro di Giampiero Parete, superstite della valanga sull’hotel Rigopiano. ”Già alle 15 erano pronti per andare via”, ha dichiarato Marcella. Ma nessuno spazzaneve è potuto arrivare.
Ed è sempre la strada completamente bloccata ad aver impedito – dopo la caduta della slavina – per oltre dodici ore che potessero salire sul luogo del disastro mezzi meccanici, dato che i primi soccorritori hanno raggiunto l’albergo sugli sci e le pelli di foca.
Neppure la turbina riusciva ad avanzare nel muro di neve che si era stratificato.
Primo De Nicola, direttore del Centro, quotidiano di Pescara, è stato testimone oculare di quello che è successo: “Ieri sera alle 10 – racconta ad Huffpost – ero in macchina dietro alla turbina che non riusciva ad andare avanti, verso gli intrappolati. C’era troppa neve, ma proprio un mare di neve, detriti e tronchi, neve accumulata da giorni, non da ore”.
Alla tragedia si aggiunta la beffa dell’SOS non ritenuto credibile, dopo lo schianto della slavina.
Lo stesso sindaco di Farindola ha dichiarato a La Stampa: “Ieri sera ci hanno detto che cosa era successo all’albergo. Sinceramente all’inizio mi sembrava così incredibile, pensavo che fosse una bufala. Poi abbiamo materializzato la portata di questa tragedia immensa”.
La strada in ogni caso ha ucciso due volte: prima e dopo il crollo della slavina.
Di chi la responsabilità ? A chi spettava la sua manutenzione in condizioni tanto proibitive? Perchè l’albergo non è stato evacuata prima e chiuso? Solo i clienti avevano capito che la situazione era grave? E come mai?
La Procura indaga per omicidio colposo. Anche perchè l’allerta meteo lanciato dalla Protezione civile per l’Abruzzo parlava chiaro e forte: era “arancione” almeno dal 16 gennaio.
Il codice arancione cioè il terzo livello più alto di allarme (su quattro) prevede il coinvolgimento di una sala operativa di livello regionale.
Perchè ci sono sintomi inequivocabili di un’emergenza imminente .
In questo caso, viene attivata come prima cosa la sala operativa regionale, e qui vengono convocati d’urgenza i componenti dell’Unità di Crisi Regionale: tecnici esperti delle Direzioni generali interessate dal tipo di evento, che da questo momento in poi siedono in permanenza nelle loro postazioni informatizzate e analizzano i dati che cominciano ad affluire in Sala Operativa dalle aree colpite.
Allo stesso tempo le Prefetture dovrebbero attivare le strutture operative periferiche. Tutto ciò è stato fatto? C’è stata un’ordinanza di sgombro? Sono stati richiesti gli interventi di tutte le strutture dello Stato? Quando esattamente è stato dato il primo allarme?
La strage dell’hotel fa storia a sè nel disastro delle zone terremotate con anziani, uomini, donne bambini e centinaia di animali lasciati dentro tensostrutture, nemmeno tendoni militari, sotto metri e metri di neve.
Ma è un po’ il paradigma di un Italia senza protezione (civile).
La “protezione civile” non è un servizio che cala dall’alto, ma per legge, è l’insieme delle attività messe in campo per tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni che derivano dalle calamità : previsione e prevenzione dei rischi, soccorso delle popolazioni colpite, contrasto e superamento dell’emergenza e mitigazione del rischi.
Per legge la protezione civile non è un compito assegnato a una singola amministrazione, ma è una funzione attribuita a un sistema complesso che funziona in base al principio di sussidiarietà .
Cioè funziona o meglio dovrebbe funzionare partendo dal basso e andando via via verso l’alto: i Comuni e le Comunità montane poi le Province, le Province autonome, le Regioni, le Prefetture fino alle amministrazioni centrali dello Stato per l’emergenza nazionale. Ai sindaci in particolare spetta l’attivazione immediata anche dei livelli superiori.
È stato fatto nel caso dell’albergo, anche prima che cadesse giù la slavina? E se no, come mai? E con quanto ritardo?
Il sindaco di Penne, il comune più grande e più prossimo a Farindola) Mario Semproni ha dichiarato oggi: “Sono scioccato, quella dell’albergo è una vicenda drammatica, ho seguito tutta la notte le operazioni di soccorso. Il nostro Comune ha fornito ogni mezzo a disposizione per accelerare e agevolare i soccorritori, nonostante, in quel momento, il territorio di Penne fosse alle prese con una forte criticità legata all’emergenza neve. Sin dall’inizio ho avuto la percezione che fosse una tragedia”. Anche Penne è in ginocchio. “Già ieri mattina ho chiesto aiuto sia al presidente del Consiglio dei ministri, Paolo Genitori, sia al ministro della Difesa, Roberta Pinotti, affinchè potessero invitare mezzi e militari”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
VOLI DI STATO, ESCE FUORI DALL’HANGAR IL NUOVO AEREO PRESIDENZIALE CHE MATTEO NON AVEVA MAI USATO PER EVITARE POLEMICHE
La “timidezza” finora dimostrata da palazzo Chigi nell’uso del mega-jet – preso in leasing e poi lasciato muffire negli hangar – è finita: nel viaggio che lo ha portato da Roma e Berlino e viceversa, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha utilizzato e “scongelato” l’Airbus 340.
Si chiude così una delle vicende più paradossali della presidenza Renzi.
Tutto era iniziato nel luglio del 2015, quando il presidente del Consiglio aveva annunciato ai giornalisti: «Ad ottobre andremo in Sudamerica con un aereo più grande, con il wi-fi, l’abbiamo già ordinato…».
Nulla di più se ne seppe allora, l’unica certezza riguardava l’arrivo di un aereo destinato a mandare in pensione un anziano A319 in servizio da molti anni e che, per le tratte più lunghe, costringeva i voli dei presidenti del Consiglio ad uno scalo tecnico.
Nel giro di qualche settimana si scoprì che l’aereo scelto da palazzo Chigi era l’A340, un mega-jet preso in leasing da Etihad che porta abitualmente più di 300 passeggeri e ha una larghezza di 60 metri, appartiene alla stessa tipologia del Boeing 747 ma è al livello di quelli a disposizione di alcuni dei capi di governo di altri Paesi del G20.
In tempi di grande sensibilità per tutto quello che riguarda Casta e spese facili, l’annuncio del premier aveva fisiologicamente alimentato retroscena giornalistici e politici sulla presunta “grandeur” renziana: tanto era bastato per bloccare il battesimo del mega-jet.
Certo, al blocco avevano contribuito anche problemi legati all’equipaggio e al contratto di leasing, sta di fatto che da allora Renzi ha continuato ad usare il vecchio aereo.
Nulla era bastato a far cambiare idea al presidente del Consiglio, persino un incidente (sul quale nulla si è saputo) subito dall’anziano A320, al quale si era rotto in volo il finestrino della cabina di pilotaggio.
Le ragioni di tanta “resistenza” non hanno mai avuto una spiegazione ufficiale ma si po’ immaginare che abbia giocato il timore per polemiche sul fronte anti-Casta e dunque la decisione di Renzi di non rivendicare una precedente scelta.
Nella speranza di contendere almeno una parte di elettorato ai Cinque Stelle.
Il risultato paradossale di tanta “timidezza” era stata una immobilizzazione forzata del super-jet, con molteplici inconvenienti funzionali e finanziari, a cominciare dal fatto che il contratto con Etihad nel frattempo “corre”.
Ora il nuovo presidente del Consiglio ha deciso di sbloccare l’aereo, sfruttandone appieno gli elevati standard tecnologici e di sicurezza.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
CON IL SUO MOVIMENTO “EN MARCHE!” CRESCE NEI SONDAGGI… IL SUO “POPULISMO LIBERALE NE’ DI DESTRA NE’ DI SINISTRA” E’ UNA VARIABILE PERICOLOSA PER CHI PENSA DI ARRIVARE AL BALLOTTAGGIO… NEI SONDAGGI E’ AMATO DAL 40% DEI FRANCESI E PRECEDE FILLON (32%) E MARINE LE PEN (26%)
Il “fenomeno Macron” continua a crescere. A soli tre mesi dal primo turno delle prossime presidenziali,
l’ex ministro dell’economia avanza nei sondaggi con il suo movimento En Marche!, smentendo così le voci che nelle scorse settimane lo avevano definito come una “bolla” passeggera pronta a scoppiare.
Dopo aver destabilizzato il Partito Socialista rifiutando di partecipare alle primarie della sinistra, Macron comincia a preoccupare anche la destra francese, impegnata nel duello tra i due grandi favoriti all’Eliseo: il candidato dei Rèpublicains, Franà§ois Fillon, e la leader del Front National, Marine Le Pen.
Per arginare questo nuovo rivale senza esporsi in prima persona, Fillon ha sguinzagliato i suoi più fedeli collaboratori, affidandogli il compito di attaccare il candidato colpendo i suoi punti più deboli.
Ad aprire le danze è stata Valèrie Precresse, presidente della regione dell’Ile-de-France, che ha definito l’avversario come “il figlio parricida di Hollande”, mentre per il senatore Bruno Retaillau, Macron sarebbe il “candidato della contraddizione e del vago”.
Ma a sferrare il colpo più duro è stato il segretario generale del partito, Bernard Accoyer, che in una tribuna pubblicata su Le Monde lo scorso 16 gennaio ha qualificato Macron come un “Beppe Grillo vestito da Giorgio Armani” che incarna una certa “forma di populismo”, nonostante sia “un prodotto” di quel sistema che “lui stesso pretende di denunciare”.
Ed è proprio sul terreno del populismo mediatico che Macron sta costruendo il suo successo.
Proclamatosi candidato annunciando un progetto che non è “nè di destra, nè di sinistra”, Emmanuel Macron si è posizionato come una nuova forza anti-sistema capace di attrarre consensi in maniera trasversale.
La scelta di lasciare l’esecutivo sei mesi fa, dopo due anni passati alla guida di Bercy, ha permesso all’ex ministro di scrollarsi di dosso il pesante fardello del governo Hollande, che passerà alla storia come il più impopolare della V Repubblica.
Una volta libero dall’opprimente giogo delle dinamiche interne al partito, Macron ha puntato su una strategia comunicativa basata sulla critica all’establishment politico, lo stesso di cui ha fatto parte quando era ministro.
Nei suoi discorsi, l’ex banchiere di Rotschild ha puntato più volte il dito contro quel sistema partitico colpevole di aver “bloccato il paese”, provocando una stagnazione economica e un conseguente innalzamento del tasso di disoccupazione.
In contrapposizione alla farraginosa macchina istituzionale, Macron ha poi creato un movimento, più dinamico rispetto ai tradizionali partiti, capace di suscitare la curiosità degli elettori e di tesserare più di 135mila iscritti in meno di un anno.
Facendo leva su una retorica centrata sulla “rottura” con l’attuale sistema istituzionale, il leader di En Marche! sta guadagnando terreno nell’opinione pubblica.
Secondo un sondaggio pubblicato martedì dal quotidiano Les Echos, Macron risulterebbe essere il politico più amato dai francesi con il 40%, superando così Franà§ois Fillon (32%) e Marine Le Pen (26%).
La sua linea politica, però, sembra essere lontana da quella delle altre correnti populiste europee.
Anche se il suo programma verrà svelato alla fine di febbraio, Macron ha anticipato alcuni temi nei meeting di questi ultimi giorni.
Le sue idee ultra-liberali volte a “sbloccare” l’economia del paese prevedono una serie di riforme nel settore dell’impresa mirate ad abbattere quei vincoli statali che opprimono la libera concorrenza.
In campo europeo, poi, l’ex ministro si è detto più volte favorevole a “un’Europa della sovranità ” guidata dalla “coppia franco-tedesca”.
Il populismo di Macron risiede quindi nella sua impostazione elettorale ma non nei contenuti del suo programma, per certi versi vicini a quelli di Franà§ois Fillon in termini di liberalizzazione del mondo del lavoro e del settore imprenditoriale.
Se è vero che l’abito non fa il monaco, Emmanuel Macron potrebbe aver indossato gli stracci di un populismo alla Beppe Grillo per mascherare un progetto che, nonostante non sia ancora stato interamente svelato, potrebbe risultare meno innovativo di quanto promesso.
(da “Huffingtonpost”)
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