Destra di Popolo.net

COME PREVISTO, L’ISIS VUOLE CONDIZIONARE LE ELEZIONI FRANCESI: DUE ARRESTI A MARSIGLIA PER “ATTACCO TERRORISTICO IMMINENTE”

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

NEL MIRINO CI SAREBBE FILLON, UNA STRATEGIA PRECISA PER SPINGERE L’ELETTORATO DI DESTRA MODERATA A UNA REAZIONE PIU’ RADICALE… L’ISIS TIFA PER L’ESTREMA DESTRA

La Francia si appresta ad andare al voto sotto il peso di una minaccia chiamata terrorismo, che ha sempre aleggiato sul Paese dai giorni della strage a Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 e della successiva catena di attentati che insanguinarono la notte del 13 novembre dello stesso anno.
Ma adesso quella minaccia è certificata come “altissima” dai servizi francesi, dopo l’arresto di due persone nel terzo arrondissement di Marsiglia.
I due presunti terroristi hanno rispettivamente di 23 e 29 anni di età , nel loro passato reati non legati al terrorismo, ma ai servizi erano già  noti per la loro radicalizzazione avvenuta in carcere.
Sono stati arrestati perchè “sospettati di un passaggio all’azione imminente”. I due non erano originari di Marsiglia, ma avevano affittato un appartamento in città , dove sono stati arrestati.
L’intero edificio è stato evacuato e dalla successiva perquisizione sarebbero stati rinvenuti una pistola, una mitragliatrice e prodotti chimici potenzialmente utilizzabili per fabbricare esplosivo artigianale di tipo Tatp.
Secondo Le Parisien, i due avevano anche diffuso online il video del loro giuramento di fedeltà  allo Stato Islamico.
Così, a solo cinque giorni dal voto per il primo turno, intorno alle elezioni presidenziali il tema della sicurezza torna prepotentemente in primo piano, oscurando anche l’accendersi dei toni nel dibattito tra i pretendenti all’Eliseo.
Il ministro dell’Interno francese, Matthias Fekl, ha dichiarato che la sicurezza è stata rafforzata in tutta la Francia per garantire tanto i candidati quanto lo svolgimento del voto. “Facciamo tutto il possibile” ha affermato Fekl, sottolineando la mobilitazione sul tutto il territorio nazionale di 50mila tra poliziotti e gendarmi per il presidio dei 67mila seggi in appoggio alla Opèration Sentinelle, operativa per decisione del presidente Francois Hollande dal gennaio 2015, dopo Charlie Hebdo, che coinvolge oltre 10mila militari assieme a circa 5mila agenti di polizia.
“Il rischio terrorismo è più elevato che mai”, ha ammesso ancora Fekl nella dichiarazione solenne rilasciata da Place Beauvau, sede del ministero dell’Interno a Parigi, confermando le perquisizioni in corso a Marsiglia e parlando di “prove di un attacco certo e imminente, alla vigilia del voto” rinvenute sul posto.
“Faremo di tutto per garantire la sicurezza di questo evento cruciale per la nostra democrazia e la nostra Repubblica. Per garantire la sicurezza dei candidati, dei loro uffici, dei raduni elettorali e dei comizi”, ha concluso Fekl.
Riporta la rete Franceinfo che le autorità  di sicurezza hanno proceduto a rafforzare la scorta al candidato gollista, Francois Fillon.
Che, secondo fonti investigative, compare in un lugubre fotomontaggio di cui disponeva uno degli arrestati. Nell’immagine, Fillon è accostato alla bandiera nera dell’Isis e a un mitragliatore assieme alla scritta “La legge del taglione”.
Ancora per Le Parisien, proprio Fillon sarebbe stato l’obiettivo dell’imminente attacco terroristico. Oltre al fotomontaggio, riferisce il quotidiano, nel video diffuso dai due arrestati verrebbe mostrata anche la prima pagina di un giornale con la foto del candidato.
A chi gioverebbe un attentato dell’Isis alla vigilia delle elezioni è fin troppo evidente.
Se poi l’obiettivo fosse Fillon, non farebbe che radicalizzare l’elettorato moderato, spingendolo verso l’estrema destra come naturale reazione.
Qualcosa di più di una semplice casualità , piuttosto una strategia precisa.

(da agenzie)

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LA MAY ANNUNCIA ELEZIONI ANTICIPATE L’8 GIUGNO PER AVERE UNA MANDATO FORTE NEL NEGOZIARE LA BREXIT

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

“VOTO INDISPENSABILE PER DARE STABILITA'”…I SONDAGGI DANNO I CONSERVATORI IN VANTAGGIO DI ALMENO 17 PUNTI

Theresa May spiazza tutti e annuncia a sorpresa elezioni anticipate per l’8 giugno prossimo. Oltre alla Francia e alla Germania, sarà  quindi chiamata al voto nel 2017 anche la Gran Bretagna. Domani la premier presenterà  una mozione alla Camera dei Comuni.
Nel corso della mattinata si era diffusa la notizia di un annuncio al termine del Consiglio dei ministri, un segreto che aveva messo in apprensione il Paese, la Borsa e la sterlina, con una ridda di voci che si erano diffuse sui media britannici. Man mano prendeva però piede la strada del voto anticipato, chiesto prima dell’avvio del negoziato sulla Brexit.
Dinanzi al numero 10 di Downing Street, Theresa May ha detto che votare è indispensabile “per dare certezza e stabilità  negli anni a venire”, malgrado in passato avesse ripetutamente escluso il ricorso a elezioni anticipate.
Una decisione presa “con riluttanza” e per dare “una leadership forte” alla Gran Bretagna, ha spiegato. Finora May, succeduta a David Cameron senza passare per le urne, aveva detto di voler arrivare sino in fondo alla legislatura, iniziata nel maggio 2015 e destinata in teoria a concludersi nel 2020.
Le elezioni si impongono, ha detto May, per far fronte al clima di “divisione” seminato dalle opposizioni laburista, libdem e indipendentista scozzese a Westminster che rischiano di indebolire il Paese nel negoziato sulla Brexit.
“Ne abbiamo bisogno e ne abbiamo bisogno ora”, ha detto.
May può contare secondo i sondaggi sul netto vantaggio del suo Partito Conservatore e chiederà  un mandato forte per negoziare la Brexit, il divorzio del Regno Unito dall’Ue.
Tutte le rilevazioni vedono in vantaggio i Tories, che potrebbero ottenere 112 seggi di vantaggio nella nuova Camera dei Comuni, in gran parte ai danni del Labour. Soprattutto gli ultimi sondaggi vedono un vantaggio che varia dai 17 punti (Yougov per il Times) ai 21 punti (ComRes per Independent e Sunday Mirror) dei conservatori sui laburisti.
Il partito laburista accoglie con favore l’annuncio di elezioni anticipate.
Il leader laburista Jeremy Corbyn si è detto pronto a votare la mozione che sarà  presentata alla Camera e già  si lancia nella campagna elettorale per “offrire un’alternativa” ai Tories.
Anche il partito liberaldemocratico britannico, ridotto ai minimi termini alle elezione del 2015, accetta la sfida e si impegna a fare campagna “contro la disastrosa hard Brexit” imputata al governo Tory.
“E’ l’occasione per far cambiare strada al paese”, twitta il leader dei Libdem, Tim Farron, invitando gli elettori a votare contro “l’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico” europeo e per “un Paese aperto”, e sostenendo che il suo partito sia l’unico in grado di impedire “una maggioranza conservatrice” nel prossimo parlamento.

(da “La Repubblica“)

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E’ STRIKE: I FILOBUS DELLA RAGGI SONO TUTTI ROTTI, 15 SU 15

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

A MARZO L’INAUGURAZIONE CON FOTO RICORDO, ORA TUTTI FERMI… E LA MANUTENZIONE ATAC NON PUO’ INTERVENIRE FINO A FINE MESE

Quindici filobus in officina su quindici.
«È strike», titola oggi il Corriere della Sera Roma che racconta come i quindici mezzi inaugurati dalla Giunta Raggi il 27 marzo scorso siano tutti in officina per guasti e problemi e attualmente inservibili in attesa della manutenzione.
E ora sono parcheggiati nello stabilimento di Tor Pagnotta in attesa che la ditta fornitrice, la Breda Menarini, pensi alla manutenzione.
Erika Dellapasqua racconta che i quindici mezzi sono fermi quindi «inutilizzabili, ufficialmente accompagnati dalla dicitura «fs», ovvero fuori servizio, parcheggiati nello stabilimento di Tor Pagnotta nell’attesa che la ditta fornitrice, la Breda Menarini, si faccia carico del capitolo manutenzioni».
Perchè, come si spiegava alla fine del marzo scorso, in fase di collaudo avevano presentato problemi di affidabilità  dovuta all’utilizzo prevalente a gasolio nelle tratte che ATAC ha scelto di far percorrere. Ma i problemi non riguardano soltanto il gasolio:
L’ultima tabellina sulla «situazione del parco filobus del 15 aprile», vidimata da Atac, come anticipato racconta di quindici vetture «fs», fuori servizio. Nell’ultima colonnina di destra sono annotate le cause: guasto avviamento, errore isolamento, avaria inverter ausiliario, errore isolamento trolley, aste e varie, basso isolamento, errore generico inverter, lascia la marcia.
Queste e altre criticità  che, vogliono sempre ribadirlo gli operai delle officine, sono di competenza non di Atac bensì della Breda Menarini, garante e fornitrice del parco mezzi, che però deve ancora farsi ufficialmente carico della manutenzione.
E c’è un altro guaio da spiegare: gli operai della municipalizzata, da contratto, indipendentemente dalla gravità  del guasto, non possono metterci le mani perchè la manutenzione è ancora appannaggio della Breda Menarini fino alla fine di aprile:
Nel frattempo gli interventi più urgenti, sono affidati (dalla Breda Menarini e non da Atac) alla Drive Line di Carlo Amati, impresa di Nettuno già  finita nell’ultima inchiesta sugli appalti per le riparazioni dei bus Cotral.
Interventi insufficienti, per i tecnici di Tor Pagnotta, che infatti ieri valutavano la possibilità  di inserire sulle linee servite dai filobus (la 60 e la 90 a Montesacro) anche la 4252, una vettura a metano perchè, con così pochi filobus a disposizione, si rischiava di non riuscire a coprire l’intero turno di Pasquetta.
Ricordiamo le parole della sindaca a fine marzo: «Oggi — annunciò-denunciò Virginia Raggi — mettiamo finalmente in strada i primi 15 dei 45 mezzi diventati simbolo del malaffare tanto da finire anche al centro di un’inchiesta per tangenti poi confluita in quella di Mafia Capitale».
E non si può non scorgere un qualcosa di metaforico in tutto ciò: prima vennero i ladri, che tanto danno fecero a Roma.
Poi arrivarono gli incapaci, e la situazione non poteva migliorare
E non può non tornare in mente oggi che Enrico Stefà no a marzo su Facebook se la prendeva proprio con il Corriere della Sera Roma, “reo” a suo dire di essere in contraddizione perchè prima si lamentava dei 45 filobus fermi e oggi si lamenta “perchè camminano”.
In realtà , come gli facevano notare nei commenti, «Enrico sei abbastanza intelligente da capire che si grida allo scandalo perchè sono fermi, e si grida allo scandalo perchè oggi camminano a benzina . E sono filobus, cioè elettrici. Tanto è che di 15, 4 si sono già  guastati».
Ovviamente nessuna parola è finora venuta dal consigliere e presidente di commissione tanto attento ad ATAC riguardo i filobus fermi.
Il Corriere della Sera ricorda anche che gli interventi più urgenti, sono affidati «(dalla Breda Menarini e non da Atac) alla Drive Line di Carlo Amati, impresa di Nettuno già  finita nell’ultima inchiesta sugli appalti per le riparazioni dei bus Cotral.
Interventi insufficienti, per i tecnici di Tor Pagnotta, che infatti ieri valutavano la possibilità  di inserire sulle linee servite dai filobus (la 60 e la 90 a Montesacro) anche la 4252, una vettura a metano perchè, con così pochi filobus a disposizione, si rischiava di non riuscire a coprire l’intero turno di Pasquetta».
In più le vetture che si sono rotte rimarranno ferme in deposito a Tor Pagnotta e non è chiaro se l’azienda potrà  riutilizzarle, anche perchè non dispone di tecnici specializzati per la riparazione di filobus di ultima generazione.
E non finisce qui. Perchè a parte i guasti i nuovi filobus vengono definiti dalla FILT-CGIL «Insicuri e fonte di altri sprechi aziendali, a partire dagli straordinari per gli autisti». I sindacati puntano il dito sugli specchietti retrovisori con angoli “ciechi” sulla pedana centrale azionabile solo a mano da parte dell’autista, sullo stantuffo di apertura delle porte troppo sporgente.
La Cgil parla poi di privilegi e straordinari: per questo evento, «in via del tutto eccezionale e non ripetibile al fine di minimizzare il disagio derivante da un impiego presso una rimessa fuori dalla propria residenza convenzionale, l’azienda si impegna ad istituire riservate al personale (navette, ndr) per il trasferimento da Montesacro a Tor Pagnotta e ritorno in tutte le giornate lavorative» con una indennità  di tre ore di straordinario.

(da “NextQuotidiano”)

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FICO, LE FIRME FALSE DI PALERMO E LE SOSPENSIONI RIMANDATE

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

NUTI E DI VITA LASCIANO IL GRUPPO, LA MANNINO NO…MA LE POLEMICHE NON FINISCONO… TRA UFFICIO COMUNICAZIONE E STRANE ASSUNZIONI

In molti hanno pensato che dietro l’annuncio dell’autosospensione dal gruppo parlamentare di Riccardo Nuti e Giulia Di Vita ci fosse la volontà  di Roberto Fico di non andare alla conta del voto.
Lui però ha smentito ieri su Facebook queste interpretazioni prendendosela con la stampa e successivamente ha anche smentito che oggi ci sarebbe stato un voto per decidere sull’ultima onorevole rimasta dentro, ovvero Claudia Mannino.
Di certo la sospensione evita un voto che avrebbe visto soccombente la linea “garantista” sulla storia delle firme false di Palermo 2012, visto che nessun parlamentare ha offerto una sponda pubblica ai tre accusati dalla procura e non a caso gli elogi per l’autosospensione sono arrivati da Fico, Chiara Di Benedetto e pochi altri nel MoVimento 5 Stelle.
Nessuna condivisione di status con elogio da parte di Di Maio e Di Battista, nonostante Nuti e Di Vita si siano impegnati nel toccare tutte le corde sensibili nel M5S, annunciando che avrebbero continuato a dimezzarsi lo stipendio e a denunciare le eccedenze al fondo per il microcredito.
Ed evitando di ricordare che la sanzione nei loro confronti è stata chiesta da Beppe Grillo in persona, ma prendendosela con “il giochino politico di partiti e avversari”.
Intanto la deriva complottistica della vicenda è ben enucleata dal retroscena firmato da Federico Capurso sulla Stampa:
Intanto, sempre nel 2014 ma a Palermo, la procura archivia un’indagine aperta l’anno prima sul caso firme-false. Poi, a distanza di due anni e nel pieno delle comunarie M5S, una nuova soffiata anonima arriva alla redazione delle Iene. Lo scandalo questa volta travolge i candidati nutiani, portando alla vittoria Ugo Forello, sponsorizzato da Cancelleri. È il colonnello fedele a Di Maio a essere visto «da molti come il regista dell’operazione», spiega un parlamentare siciliano, «perchè solo un militante interno può essere in possesso di quelle informazioni. Poi deve esserci l’interesse a renderle note».
Una operazione che — sulla scia di questa caccia alle spie — sarebbe stata gestita con l’appoggio dell’ufficio della comunicazione M5S a Roma, sul quale cade l’accusa dei parlamentari coinvolti «di lavorare per conto delle Iene con i nostri soldi».
Il sospetto — secondo quanto trapela — nascerebbe dalla presenza nell’ufficio comunicazione di Montecitorio di un ex addetto stampa dell’associazione palermitana Addiopizzo, di cui il candidato sindaco Forello è tra i soci fondatori.
La ricostruzione che vede Cancelleri come il dominus dell’operazione firme false a 5 Stelle però non regge.
Perchè è vero, come confermò a neXt qualche tempo fa un attivista di zona, che la vicenda era conosciuta da tutti quelli che frequentavano il MoVimento 5 Stelle palermitano — e anche al di fuori, vista l’allusione di Davide Faraone nei confronti di Nuti su Twitter in tempi non sospetti.
Ma è anche vero che senza la prova regina, ovvero il foglio con le firme vere che poteva essere messo a confronto con quello consegnato agli uffici del comune per rivelare la falsificazione e la copiatura, nessuno si era mai azzardato a muoversi o ad alludere (e la Digos qualche tempo prima archiviò un’indagine in tal senso nonostante la testimonianza di Vincenzo Pintagro).
E siccome è evidente che quel foglio potesse essere custodito (invece che distrutto, forse addirittura per essere utilizzato successivamente…) soltanto da chi c’era a Palermo nel 2012, ecco che Cancelleri viene automaticamente escluso da ogni sospetto. Così come Ugo Forello, perchè all’epoca non si era ancora avvicinato al M5S.
Certo, nulla vieta di pensare, in via ipotetica, che qualcuno presente nel 2012 possa aver agito successivamente in accordo con altri che all’epoca non c’erano, ma la teoria del complotto enunciata a più riprese davanti ai magistrati da Nuti, Di Vita e Mannino si è infranta contro le indagini della procura, che hanno archiviato la posizione di Forello e nemmeno sfiorato Cancelleri.
D’altro canto, i tre sono oggi nei guai per aver continuato ad affermare davanti ai magistrati le presunte (e mai provate) responsabilità  di Forello e Cancelleri e per aver promesso una conferenza stampa con rivelazione di retroscena che ha fatto infuriare i 5 Stelle siciliani impegnati oggi nella campagna elettorale per il Comune e domani in quella, molto più importante visti i sondaggi che li danno in trionfo, nella Regione.
E da questo punto di vista l’autosospensione non cambia niente: Grillo ha chiesto ai probiviri altre sanzioni nei loro confronti.
Forse il gesto distensivo di Nuti e Di Vita potrebbe servire a salvarli, ma è impossibile che questo accada finchè la posizione di Claudia Mannino costringe i parlamentari ancora al voto. E i probiviri a intervenire.
Magari evitando l’espulsione vista la “buona volontà ” dimostrata dai parlamentari.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA A VERONESI: “NOI OCCIDENTALI MATERIALISTI E ARROGANTI, VEDIAMO SOLO FIAMMELLE DI RELIGIOSITA'”

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

“NON SONO CREDENTE, IN PASSATO MI SENTIVO OPPRESSO DA REGOLE CHE DOVEVO RISPETTARE”

Esclusi i valori, gli obiettivi, i metodi, il credo: “La strategia di Gesù Cristo e i dodici apostoli è uguale a quella di Al Qaeda. Certo, i cristiani delle origini erano una banda di non violenti che si scagliavano contro i codici dell’ortodossia ebraica, radicalmente anti integralisti. E questo segna una differenza abissale con il terrorismo islamico. Tuttavia, nella strategia del lupo solitario, del ‘chi non è contro di me è con me’, l’analogia è lampante”.
Sandro Veronesi sa che qualcuno potrebbe essere turbato dalle sue parole: infatti, dal monologo sul Vangelo di Marco che interpreta a teatro, ha tolto qualsiasi riferimento ai seguaci di Osama Bin Laden: “Dopo la strage del Bataclan, mi sembravano frasi troppo forti”.
Un paio d’anni fa, ha scritto un libro che ha si chiama “Non dirlo” (Bompiani), da cui ha tratto il suo spettacolo teatrale.
Racconta il Vangelo di Marco come una straordinaria macchina di conversione, un testo concepito per colpire l’immaginario dei cittadini dell’Impero Romano — con l’azione, il ritmo, la forza — e costringere i lettori a riconoscere che Gesù Cristo era il figlio di Dio e che non restava loro che venerarlo.
Bisogna considerare che per il cristianesimo conquistare il mondo romano significava conquistare il mondo. Per questo le parole di Marco hanno un’importanza vitale. Fallita questa missione, il cristianesimo sarebbe rimasto una variante dell’ebraismo. Viceversa, si sarebbe imposto universalmente.
“Ho ricevuto il Vangelo di Marco in dono da Papa Wojtyla, che lo ha spedito a tutte le famiglie romane nell’anno del Giubileo — racconta all’Huffington Post lo scrittore, seduto in una bar di Monteverde Vecchio, a Roma —. Non sono un credente, ma sono molto sensibile ai regali. Ho iniziato a leggerlo facendo la fila per il collaudo di un auto di seconda mano alla Cecchignola. Quando l’ho finito, credevo che il Papa avesse inviato un riassunto. La maggior parte delle cose che ricordavo del Vangelo — il discorso della Montagna, la Madonna, la nascita di Cristo — non c’erano. Mi sono incuriosito. Ho cercato spiegazioni. Ho studiato. E ho capito che c’era un perchè.
Quale?
Ogni Vangelo si rivolge a un popolo da convertire. Il Regno di Israele e la Giudea (Matteo), l’Asia minore (Luca), gli altri pagani (Giovanni). Marco si rivolgeva all’Impero Romano. E a un popolo dominante, brutale ma non sprovveduto, con una raffinata tradizione letteraria, non puoi raccontare stronzate. Devi coinvolgerlo, rapirlo, incalzarlo, lasciarlo senza fiato. Il Vangelo di Marco corre a una velocità  forsennata. È il più breve. Sacrifica tutto il superfluo. Tutto ciò che i romani non potrebbero capire e che li annoierebbe. Sacrifica persino le parole di Gesù. È il Vangelo dell’azione. Non della sapienza teologica. Nella versione originale, si chiude con la parola: “Paura”. Se credi in Cristo, rischi la vita: devi avere coraggio per farlo. Se non ci credi, è perchè sei pavido. Un popolo potente e fiero come quello romano cosa avrebbe dovuto scegliere?
Ha convertito anche lei?
Quando ero ragazzo, ho fatto il catechismo e ricevuto i sacramenti: il battesimo, la prima comunione, la cresima. La mia era una famiglia laica. Non c’erano nè credenti, nè ostilità  nei confronti della Chiesa. Fino a dodici tredici anni, credevo; ma credevo in maniera schematica, superficiale. Mi sentivo oppresso da tutte quelle regole che dovevo rispettare. Avevo la sensazione di essere spiato da un occhio che scrutava qualsiasi cosa facessi. Mi pesava dover render conto di tutto. E non provavo nessuna emozione nel pregare: non sentivo veramente la presenza di Cristo nella mia vita. Mi sono allontanato dalla Chiesa con un leggero senso di colpa, ma mi sono subito reso conto che non mi sarebbe successo niente. Da allora, non mi sono mai più riavvicinato. Nemmeno dopo aver studiato così tanto i testi sacri. Continuo a non credere. Però credo di più nelle persone che credono.
Avverte la presenza di Cristo nel mondo occidentale?
Noi occidentali siamo come i cittadini dell’Impero Romano. Potenti, arroganti, tecnologicamente avanzatissimi, tendenti a sentirci padroni del mondo, con un desiderio di spiritualità  che si disperde nei mille rivoli della new age, dell’orientalismo, dei karma. Vediamo fiammelle di religiosità , non la luce fortissima di Cristo. Eppure, se cerchi la spiritualità , nella tradizione ne trovi quanta ne vuoi. Ho incontrato persone che dopo aver assistito al mio monologo sul Vangelo di Marco si sono sentite stravolte. Hanno ritrovato motivazioni che stavano perdendo. Hanno sentito di nuovo la fede. Mi hanno ringraziato. Ma non è merito mio: è il Vangelo di Marco che è stato costruito per scuoterci.
Solo perchè è un grandissima storia?
Se Cristo fosse solo un fenomenale personaggio, avremmo scritto al massimo un romanzo o una serie televisiva. Nel Vangelo c’è la Croce. Il simbolo dell’infamia che si trasforma nell’icona della gloria eterna. Nel Vangelo originale di Marco la resurrezione nemmeno è raccontata. È la passione di Cristo la cosa più importante. Il fatto che egli muoia e muoia in quel modo. Questo non se l’è inventato Marco. C’era. Erano anni che veniva tramandato oralmente. Gesù Cristo muore inchiodato a una croce come i criminali più infidi. Questo semplice fatto, è sconvolgente. Accende su di lui una luce potentissima. Che nessuno può non vedere.
Però, leggendola, io ho avuto la sensazione che per lei la narrativa fosse più importante della sacralità .
Gesù Cristo non è un personaggio sacro. Quello sguardo viene dopo. Sono i pittori, i musicisti, gli artisti, che, retrospettivamente, lo raffigurano così. Gesù Cristo era un palestinese zozzo, che s’incazzava, aveva fame, morto come un delinquente. Era circondato da persone inadeguate, che la notte prima che lo arrestassero erano ubriache, simboleggiando la nostra inadeguatezza ad accogliere il figlio di Dio. Non potevi pensare che queste persone facessero la rivoluzione. Che conquistassero il mondo. Senza avere niente a disposizione. Noi ora vediamo l’aureola. Nei film, Gesù ha i denti sbiancati. È pettinato. Biondo, con gli occhi azzurri. Ma era uno straccione che non aveva nulla. È questa la forza potentissima che sprigiona il Vangelo.
Molte persone così sono morte in croce e non hanno avuto lo stesso seguito.
Cristo compie un miracolo e intima a chi lo riceve: “Non dirlo”. Non si deve sapere quello che fa. È il suo sacrificio che renderà  tutto chiaro. È la croce. Quando dicono di togliere il crocifisso dagli edifici pubblici, io capisco il senso. Una volta, portai mio figlio di tre anni in un una chiesa. Io guardavo gli affreschi, lui guardava Cristo in croce. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Quando siamo usciti, non mi ha chiesto se è risorto. Mi ha chiesto perchè, come, quando. L’immagine della croce ti mette spalle al muro. È truculenta. Ti obbliga a cercare un senso. Altrimenti, non sarebbe diventata il simbolo del cristianesimo.
Ma perchè la morte di Cristo è così forte?
Il potere uccide. E facendolo, ritualmente, rinnova il suo dominio. Per la prima volta, il cristianesimo glorifica una vittima della tortura. Quante ce ne sono nel mondo? Puoi vedere Cristo in qualsiasi condannato a morte del regime cinese, in un omosessuale ceceno seviziato, in un cristiano macellato in Nigeria. La differenza è che Cristo, di fronte al potere che minaccia di farlo fuori, sceglie la morte. E nel momento in cui io scelgo la morte che tu minacci di infliggermi, ti disarmo. Tu stai facendo quello che voglio io. Non puoi più esercitare alcun dominio su di me.
Anche i terroristi islamici scelgono la morte
È la strategia di chi non ha nulla: cosa puoi fare quando hai una banda di disperati che non hanno niente da perdere? Gesù Cristo e gli Apostoli erano non violenti e combattevano l’integralismo. Però, la loro strategia non è diversa da quella dei lupi solitari dell’estremismo islamico. Chiunque non era loro nemico, era una amico: dunque, aveva libertà  di predicare in nome di Cristo. I terroristi islamici uccidono. Reclutano persone che non hanno mai visto in faccia dicendo loro che possono lanciarsi con un camion sulla folla in nome di Allah. Siamo su due piani completamente diversi. Gli uni lasciano libertà  di diffondere il Vangelo, gli altri di ammazzare. Però, la strategia è la stessa.
Saranno pure deboli, però noi ci sentiamo assediati.
Ne è sicuro? Sono stato a Parigi la settimana scorsa. La gente riempie i caffè come se non fosse successo nulla. Se fossimo davvero terrorizzati, nessuno salirebbe più su un aereo, nè andrebbe a una partita di calcio. Non ceneremmo fuori, nè prenderemmo una metropolitana. Avremmo paura persino di passeggiare per le vie del centro. È questa la nostra forza. Hanno ammazzato centinaia di noi e noi ne offriamo altrettanti. Prego, fate pure. Tanto continueremo a vivere come vogliamo. Poi, bisognerà  vedere chi vince.
E mettiamo che vinca l’Islam, come prefigura Michel Houellebecq in “Sottomissione”.
Se dovesse succedere che fra duecento anni ci saranno più moschee che chiese, chi è nato in quel mondo troverà  il modo di adattarsi.
Non la inquieta la prospettiva?
Se qualcuno minacciasse di togliermi la libertà  d’espressione, mi preoccuperei. Ma il cristianesimo non ha il monopolio dei diritti. Potrebbe benissimo accadere che l’Europa diventasse musulmana senza che questo minasse le fondamenta laiche del nostro vivere. In questo momento, l’Islam non ha la stessa modernità  del cristianesimo, ma non è detto che sarà  sempre così.
Mi sorprende la serenità  con cui lo dice.
Se pure i cristiani dovessero diventare una minoranza nel mondo occidentale, non credo che la croce, Gesù Cristo, i Vangeli scomparirebbero. Semplicemente, conviverebbero accanto a un’altra fede. E che cosa dovremmo fare, una guerra di religione? Lei sarebbe disposto a combatterla?

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA AL FOTOREPORTER DI RASHIDEEN: “NON MI SENTO UN EROE, A VOLTE BISOGNA AIUTARE INVECE DI FARE FOTO”

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

LE SUE IMMAGINI MENTRE SOCCORRE I BAMBINI FERITI NELL’ATTENTATO HANNO FATTO IL GIRO DEL MONDO

“Si, ero disperato, piangevo senza sosta mentre provavo a salvare quel povero bambino e correvo il più veloce possibile verso l’ambulanza. Respirava a fatica. Mentre scappavo e piangevo sempre più forte, ho pensato al gas sarin che ha soffocato i poveri bambini di Khan Shaykun lo scorso 4 aprile. Quel giorno ho visto tanti piccoli morti, ma sono arrivato tardi e non ho potuto salvare nessuno. Stavolta invece una vita l’ho salvata, il destino ha voluto che io fossi lì”.
Abd Alkader Habak ha 23 anni, è un giornalista siriano e sabato scorso era anche lui nei pressi di Aleppo, per documentare l’arrivo di civili in fuga da Foua e Kefraya, due villaggi siriani circondati dai miliziani anti Assad.
Era un accordo mediato da Iran e Qatar: i cittadini (e combattenti) sciiti assediati nelle enclave sunnite in cambio di sunniti e ribelli intrappolati altrove.
Poi un’esplosione devastante ha squarciato l’ennesima esile tregua della Siria: un kamikaze su un’auto che apparentemente portava aiuti si è lanciata contro gli autobus di civili in attesa di arrivare ad Aleppo: 126 morti. Tra questi 68 bambini. Un’ecatombe.
Habak salva una vita e poi scoppia a piangere sul prato insanguinato, in una foto drammatica che fa il giro del mondo.
Habak risponde a Repubblica via WhatsApp: è sunnita e anche sui social network non fa mistero di essere un fermo oppositore di Assad.
Ma questo non le ha impedito di salvare un bambino forse sciita.
“Ne ho viste tante, troppe di tragedie simili negli ultimi sei anni, soprattutto ad Aleppo durante l’assedio delle forze governative: centinaia di bambini morti tra le braccia delle loro madri. Non potrò mai dimenticare quelle scene. Ogni tanto, quando mi siedo, l’unica cosa che riesco a fare è piangere”.
E davanti a una scena simile non ha potuto rimanere inerte.
“Nonostante sei anni di guerra indicibile, ho ancora dentro umanità . E quando c’è da salvare la vita di un bambino non faccio certo distinzioni. Chissà , magari un giorno il bambino che ho salvato crescerà  e punterà  un’arma contro mio fratello o forse mio figlio, ma io rispondo alla mia coscienza e umanità : è l’unica cosa che provo a custodire qui in Siria. Il governo dice che i ribelli o gli oppositori come me sono tutti mostri. Non è così”.
Ci spiega bene cosa è successo?
“Ero sul luogo della strage da un paio di giorni con altri colleghi e amici per documentare l’evacuazione dei civili in fuga. Abbiamo dormito in strada. L’atmosfera anche con i combattenti ribelli non sembrava tesa. Sabato pomeriggio la Mezzaluna Rossa stava distribuendo cibo agli sfollati mentre altre organizzazioni umanitarie avevano richiamato i bambini per dare loro biscotti. Ho notato un’altra auto arrivare, poi l’esplosione”.
Dove si trovava?
“Stavo filmando i bambini dall’altra parte della strada. La deflagrazione mi ha spinto e gettato a terra. Nel rialzarmi mi sono reso conto di non avere più con me la fotocamera, mi sono guardato intorno per capire dove fosse. Era accanto a un bambino ferito. L’ho preso in braccio e mi sono messo a correre verso un’ambulanza”.
È riuscito a salvare altre vite?
“Insieme ad altri colleghi abbiamo aiutato circa quaranta persone, soprattutto donne e bambini. Non so quante abbiano perso la vita”.
Per molti lei è un eroe.
“Non mi sento affatto un eroe. Faccio semplicemente il mio lavoro, il giornalista nel posto più pericoloso del mondo, ad Aleppo mi hanno sparato, domani potrei essere morto. Ma io non mi fermo. Non smetto di raccontare la Siria”.
Dov’è il bambino che ha salvato?
“Non lo so. È stato soccorso dal personale sanitario ma non ho idea di dove si trovi adesso”.
Se dovesse reincontrarlo un giorno cosa gli direbbe?
“Resta umano, sempre”.

(da “La Repubblica”)

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MOSE, UN DISASTRO CONTINUO DA 8 MILIARDI

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL COMMISSARIO MAGISTRO, DOPO LE DIMISSIONI, SVELA IL SISTEMA: COSTI AGGIUNTIVI E FINANZIAMENTI IN RITARDO

Luigi Magistro, commissario governativo uscente del Consorzio Venezia Nuova (Cvn), ha tre costole rotte per una brutta caduta. Non c’è molto da fare. Si aggiustano da sole. Nel frattempo, sono dolori.
C’è un parallelismo parziale con quello che è stato il lavoro di Magistro negli ultimi due anni e quattro mesi. Anche il Mose presenta guasti e procura dolori. Ma non si aggiusta da solo. Ci vogliono interventi, saldature, sostituzioni. È chirurgia infrastrutturale di precisione e costa soldi. Chi li metterà ?
Le imprese socie del Cvn, il Golem privato creato dai soldi pubblici che sta costruendo le dighe mobili a salvaguardia della laguna, non intendono provvedere di tasca propria.
Lo Stato latita, paralizzato da due imperativi categorici opposti. Il primo dice: basta emorragie finanziarie in laguna. Il secondo, per dirla con Luciano Spalletti, è: famo ‘sto Mose.
Mentre a Roma sfogliano la margherita, Magistro si è dimesso a fine marzo, come ha anticipato la Nuova Venezia.
Nelle motivazioni ufficiali date dal commissario c’è scritto «motivi personali», una causale che copre parecchio terreno.
Fatto sta che l’ex protagonista di Mani Pulite, colonnello della Finanza, direttore dei Monopoli di Stato e dell’Agenzia delle Entrate, 57 anni, ha quasi finito di lasciare le consegne agli altri due commissari straordinari del Consorzio: Francesco Ossola, docente al Politecnico di Torino, e Giuseppe Fiengo, avvocato dello Stato.
A quanto trapela da ambienti dell’Anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, Magistro non sarà  sostituito.
Accetta di parlare con L’Espresso a una condizione. «Non vorrei che ci fosse una lettura negativa della mia uscita», dice. «I miei due colleghi sono persone molto capaci e ho lavorato benissimo con loro».
Ma se Magistro ha lavorato bene, come ha fatto, è difficile dare una lettura positiva.
Nella triade dei commissari era soprattutto lui quello che, per formazione e storia, doveva fermare la corsa dei costi provocata da anni di corruzione.
Era il gatto che doveva impedire ai topi di ballare. La controprova è arrivata poche ore dopo le sue dimissioni quando le imprese del Cvn, composto dalla padovana Mantovani, dai romani del gruppo Mazzi e di Condotte e da piccole aziende locali, hanno chiesto allo Stato 366 milioni di costi aggiuntivi. Il motivo? Ritardi nei finanziamenti pubblici.
Non è l’unico contenzioso, tutt’altro.
Le stesse imprese che, manager più manager meno, sono responsabili del disastro hanno avviato una decina di liti contro lo Stato e contro i rappresentanti del governo. E viceversa.
Soltanto nell’ultimo bilancio, Magistro, Fiengo e Ossola hanno chiesto agli azionisti del Cvn oltre 100 milioni di danni per un lungo elenco di malversazioni, dalle fatture false utilizzate a scopi corruttivi ai 61 milioni di euro per i leggendari massi importati dall’Istria e pagati come pepite d’oro.
«Non so nemmeno io quante cause abbiamo in piedi», dice Magistro. « So che da quando sono commissario i soci del Cvn mi hanno impugnato tre bilanci su tre: 2014, 2015 e 2016. Con i tempi della giustizia italiana ci vorranno dieci anni per sapere se ho ragione io oppure loro. Bisogna chiedersi se questo tipo di intervento dello Stato, in un contesto in cui la funzione pubblica non ha una grande forza, sia efficiente. Una cosa è il commissariamento della Maltauro per l’Expo 2015, con un appalto da 42 milioni di euro che andava portato a termine in tempi rapidi per una manifestazione limitata nel tempo. Altra cosa è il Mose, un sistema enorme, con moltissime imprese e con una prospettiva di gestione a lungo termine».
Una squadra che si vendeva le partite
Cantone ha spiegato con efficacia la posizione del governo sulla vicenda delle dighe mobili a margine di un incontro tenuto a Vicenza che aveva come tema principale il lancio della Pedemontana veneta, un’autostrada da 3,1 miliardi di euro.
Il numero uno dell’Anac, negando che ci siano stati contrasti dietro l’uscita di Magistro, ha sottolineato che la priorità  è «fare ripartire il sistema» e «siglare un nuovo patto con le imprese». Non sarà  semplice.
Magistro è entrato in carica a dicembre del 2014 dopo il commissariamento del Cvn voluto dal governo Renzi sull’onda dei 35 arresti di sei mesi prima e firmato dall’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro.
Per avere un’idea di quello che è stato il suo lavoro e il suo ruolo bisogna immaginare un allenatore mandato a guidare una squadra di calcio che si vendeva le partite e che deve concludere a tutti i costi il campionato senza possibilità  di cambiare formazione, mentre i giocatori fanno causa sia al mister sia a quello che ha messo i soldi: il contribuente, in questo caso.
Non pochi soldi, bisogna aggiungere. Il prezzo delle dighe mobili è arrivato a 5,493 miliardi di euro ma l’insieme delle opere deliberate per la salvaguardia della laguna veneta raggiunge quota 8 miliardi.
Di questa somma, restano da investire ancora 500-600 milioni.
Il sistema delle dighe mobili è stato lanciato a fine anni Ottanta, durante la Prima Repubblica. Ma i soldi veri sono arrivati a partire dall’inizio del secolo, con la legge obiettivo del governo Berlusconi e una previsione di completamento nel 2011.
Due anni dopo, nel 2013, quando il Mose aveva già  sforato la consegna, la magistratura ha incominciato a colpire i protagonisti del sistema, a partire dal manager di Mantovani, Piergiorgio Baita.
La seconda ondata di arresti nel 2014, con il coinvolgimento del presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati, dei politici locali e nazionali e dei controllori del Magistrato alle acque, non hanno certo accelerato i tempi.
Fino allo scorso mese di marzo, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio aveva fissato al 30 giugno il termine delle opere alle quattro bocche di porto. Niente da fare anche stavolta.
Pochi giorni fa è stato pubblicato il nuovo cronoprogramma ufficiale, con un annuncio congiunto firmato dai commissari e dal Provveditorato per le opere pubbliche del Veneto (nuovo nome dato dalla coppia Renzi-Delrio allo storico Magistrato alle acque).
Il termine dei lavori alle bocche di porto è stato spostato in avanti di sei mesi (31 dicembre 2018). La realizzazione degli impianti definitivi passa al giugno 2020 e la consegna delle opere è fissata al 31 dicembre 2021. L’inizio della gestione, che costerà  almeno 80 milioni di euro all’anno rispetto ai 20 previsti, parte quindi dal Capodanno 2022.
Sono date attendibili? No, perchè al momento mancano 221 milioni sui 5.493 di prezzo chiuso fissato dopo anni di revisioni che hanno più che raddoppiato i preventivi di spesa dai 2,4 miliardi originali.
La somma non è stata stanziata nemmeno nell’ultima Legge di bilancio e, se il finanziamento non esiste, le date sono virtuali. In questo modo, lo Stato presta il fianco alle rivendicazioni delle imprese private che possono accollare la colpa dei ritardi alla parte pubblica.
Inoltre, in assenza di una linea di finanziamento per la manutenzione, tutto il sistema rischia di pagare pesantemente in termini di costi aggiuntivi.
Un esempio? Le dighe di Treporti sono già  in acqua da tre anni e mezzo con una manutenzione prevista ogni cinque anni. È molto probabile che debbano essere revisionate prima che il sistema entri in funzione. Se entrerà  in funzione.
Il nuovo rinvio nel completamento del Mose è stato rivelato all’opinione pubblica in poche righe di comunicato che solo i media locali hanno riportato. Ma perchè il Mose è in ritardo? Di chi è la colpa e chi dovrà  pagare il conto di questo ennesimo rinvio?
Il Mose ad alto rischio può affondare Venezia
Le dighe mobili per la difesa della città  lagunare somigliano sempre di più a un rottame: l’Espresso anticipa la perizia commissionata dal Ministero delle Infrastrutture. Il documento rivela il pericolo di cedimenti strutturali per la corrosione e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test
L’attenzione del governo, dal Mit all’Anac, nei confronti del Mose è parsa in calo di recente e questo ha forse influito sulla scelta di Magistro, anche se lui non conferma. Delrio, oberato dalla crisi Alitalia, ha delegato il grosso dei controlli al nuovo Provveditore, Roberto Linetti, nominato alla fine di novembre del 2016. Cantone si è concentrato sullo scandalo degli appalti Consip
Intanto Magistro e i suoi due colleghi hanno dovuto affrontare la maggiore crisi tecnica da quando si parla di Mose quando
L’Espresso ha anticipato   la perizia metallurgica   firmata dall’ex docente padovano Gian Mario Paolucci per conto del Provveditorato. In nove pagine Paolucci ha esposto i rischi, molto elevati, che le cerniere, lo snodo dove si inseriscono le paratoie applicate ai cassoni, siano danneggiate dal lavoro micidiale dell’ambiente marino.
Magistro, Ossola e Fiengo hanno ordinato   una serie di perizie e ispezioni   che hanno ridimensionato il problema. In parallelo, è partita una campagna strisciante per dire che la perizia Paolucci è destituita di fondamento, che difetta di informazioni e che, qui si dice e qui si nega, Paolucci ci ha capito poco.
Mose, il gioco trentennale delle perizie
Dopo che l’Espresso ha pubblicato il documento choc che indicava   le cerniere delle dighe lagunari a rischio corrosione, i responsabili della grande opera sono corsi ai ripari con una controperizia in tempi record. Una pratica ricorrente nella storia dell’infrastruttura
Il perito metallurgico ferito nell’onore ha incassato con signorilità . Il punto è che, se il perito ha ragione sulle cerniere, è «la catastrofe nucleare», come dice una persona molto vicina al progetto. Non oggi, non domani, forse fra qualche anno, ma il Mose è da buttare.
Politicamente in questo momento nessuno, a destra o a sinistra, si può permettere un disastro che porta la firma congiunta di tutti i partiti esistenti tranne i grillini, troppo giovani per avere partecipato al grande happening lagunare.
Come la stessa perizia Paolucci si augurava, «l’unica cosa da fare è sperare che i danni che certamente si saranno verificati sui connettori femmina di Lido, San Nicolò, Malamocco, Chioggia, siano contenuti».
Senza mettere in discussione le controperizie, la cronaca non lascia ben sperare. Finora tutto quello che si poteva guastare nel sistema Mose si è guastato.
Il catalogo è questo. I tensionatori si sono già  arrugginiti anche se dovevano durare 50 anni e anche se, secondo il professor Ossola, materiali che durano 50 anni non ci sono nemmeno su Marte. Cambiarli tutti costerà  20 milioni. Per sistemare i danni alla porta della conca di navigazione di Malamocco ci vorranno 10-12 milioni di euro. Altri 2 milioni se ne vanno per la lunata del Lido crollata alla prima mareggiata poco dopo il collaudo. Un cassone è esploso nel fondale di Chioggia. Problemi assortiti si sono avuti alle tubazioni e alle paratoie
Infine, la nave jack-up realizzata dal gruppo Mantovani per trasportare le paratoie in manutenzione dalla loro sede alle bocche di porto al rimessaggio in Arsenale ha ceduto al primo tentativo di sollevare una delle barriere e soltanto nelle prossime settimane potrà  tornare in azione dopo mesi in officina. Il costo del jack-up è di 52,5 milioni di euro. Il Cvn ne aveva ordinati due (105 milioni in tutto). Il secondo è stato tagliato da Magistro e sarà  rimpiazzato da un muletto che costerà  intorno ai 10 milioni.
Collaudi e concorsi di colpa
Tutto quello che non ha funzionato era stato regolarmente collaudato dagli esperti convocati dal Ministero delle infrastrutture e pagati decine di milioni.
Sotto il profilo giuridico-amministrativo è un problema gigantesco. Anche se alla conca di navigazione stanno emergendo responsabilità  dei progettisti, così come per i tensionatori, il lavoro delle imprese private è passato al vaglio della committenza statale, con esito favorevole
È vero che esistono le coperture assicurative. Ma chiunque abbia avuto un piccolo incidente stradale sa che significa trattare con una compagnia di assicurazioni.
Il vero match è, ancora una volta, fra i commissari del Cvn e i soci del Cvn che, nella peggiore delle ipotesi, puntano a un concorso di colpa. La battaglia sarà  durissima e l’ipotesi di Magistro – scontare i costi aggiuntivi dei danni da altre commesse – non sarà  di facile realizzazione.
Ma di facile l’allenatore mandato da Renzi, Delrio e Cantone non ha avuto nulla. La squadra gli ha giocato contro fin dall’inizio, chi più chi meno. Fra gli ostili c’è la Grandi Lavori Fincosit del gruppo Mazzi.
Con un capitale schermato da due fiduciarie (Istifid e Spafid), dopo l’arresto di Alessandro Mazzi la società  si è affidata per qualche mese a un ex boiardo di Stato riconvertito al privato, l’ex Eni, Stet, Autostrade e F2i Vito Gamberale. A gennaio 2016 Gamberale è uscito per cedere il posto all’ex Poste Massimo Sarmi, revocato un mese dopo per incompatibilità  con l’incarico alla Milano-Serravalle e sostituito dal manager interno, Salvatore Sarpero
Più sfumata è la posizione di Mantovani.
Il gruppo padovano guidato da Romeo Chiarotto, 87 anni, è stato l’ultimo a entrare nel Consorzio Venezia Nuova rilevando la quota di Impregilo per un prezzo che non è mai stato quantificato in modo esatto. Chiarotto parla di 70 milioni, Impregilo di 50 e nei bilanci della Mantovani se ne vedono 15. Da piccola società  di engineering in declino qual era, grazie al Mose Mantovani è cresciuta da 25 miliardi di lire alla fine degli anni Novanta al record di 443 milioni di ricavi nel 2013, seguito dal crollo successivo al commissariamento (186 milioni nel 2015).
Baita, ex azionista di minoranza e manager operativo di Mantovani, è stato il primo a finire agli arresti (febbraio 2013) e il primo a parlare del sistema corruttivo del Mose. Formalmente, è fuori dai giochi intorno al Mose ma forse soltanto formalmente. Chiarotto gli aveva promesso una causa per danni di cui non si è più avuta notizia
Gestire il mostro
La gestione delle dighe mobili rappresenta un’altra delle difficoltà  che la struttura commissariale ha dovuto affrontare senza trovare, al momento, soluzione.
Con Berlusconi al governo, Altero Matteoli al Mit e Galan in regione, il tandem Mazzacurati-Baita aveva predisposto le cose in modo che il business del dopo Mose restasse in house ossia, in parole povere, non uscisse dal perimetro ben presidiato dalle imprese del Consorzio.
Venduta come un affaruccio da poco (20 milioni di euro all’anno che saranno mai?) gestione e manutenzione sono state sottostimate ad arte perchè potessero essere affidate alla Comar, un altro consorzio con gli stessi azionisti del Cvn.
Mettere a gara, magari europea, la gestione? Figurarsi. Il principio era che solo i realizzatori delle opere potevano sapere dove mettere le mani alle quattro bocche di porto.
Uno dei primi provvedimenti di Magistro è stato commissariare anche la Comar che, in questo modo, è sostanzialmente uscita dal match.
Ma l’idea di conservare la gestione in zona laguna è stata semplicemente trasferita a un’altra società  della galassia Cvn. È la Thetis. Controllata dalla Saipem (gruppo Eni) nella fase iniziale del progetto antecedente le privatizzazioni, quando era l’Iri l’azionista di Condotte e nel consorzio c’era ancora Impregilo e non Mantovani, Thetis ha rischiato la chiusura anche quando era pubblica.
Poi è stata rilevata dallo studio di ingegneria Mazzacurati e, in fiammante conflitto di interessi, ha prosperato con le commesse che Mazzacurati presidente del Cvn dava a se stesso come proprietario di Thetis.
Mentre Comar aveva pochissimo personale, la Thetis, con sede all’Arsenale, è cresciuta nell’organico fino a oltre 100 dipendenti. Fra questi, c’erano alcuni rampolli illustri come Flavia Cuccioletta, figlia del presidente del Mav Patrizio, che ha patteggiato la pena, o come Eleonora Mayerle, figlia di Giampietro, vice di Cuccioletta.
Magistro puntava a liquidare anche Thetis, dopo Comar. L’obiettivo non è stato raggiunto. Oltre ai figli di padre noto, Thetis ormai è una realtà  occupazionale importante, con personale qualificato ed è l’unica società  di ingegneria nel centro di Venezia cannibalizzato dal turismo di massa. A difenderla sono intervenuti i sindacati (Filcams-Cgil) e il democrat Nicola Pellicani.
Le mazzette
L’inchiesta penale ha faticato parecchio a districarsi nel sistema delle complicità  politiche ad alto livello fra Venezia e Roma. I protagonisti in laguna non andranno neanche a processo.
Baita ha patteggiato e, secondo molti, continua a esercitare un ruolo discreto dietro le quinte dell’appalto. Mazzacurati, partito per la California, ha 83 anni ed è stato dichiarato dal medico legale incapace di partecipare al processo a causa di «gravissimi deficit delle funzioni mnesiche a cui cerca di sopperire con la confabulazione ossia inventando la risposta».
Finora fuori dal processo che marcia verso la prescrizione è anche Claudia Minutillo, promossa manager di Adria Infrastrutture dopo essere stata segretaria del governatore forzista ed ex ministro Giancarlo Galan, uno dei pochi condannati eccellenti.
Le cifre sono ancora più eloquenti. A parte gli sprechi e i costi gonfiati che sono ancora da definirsi in termini di danno erariale, il nocciolo finanziario del processo parla di 33 milioni di euro di fatture false utilizzate per tangenti pari a circa metà  del valore delle fatture.
Su un investimento pubblico da 8 miliardi di euro, ci sarebbero quindi state mazzette per 15-16 milioni di euro. Più che un processo penale ci sarebbe da distribuire qualche onorificenza al merito di una gestione così onesta, per gli standard nazionali e internazionali. «Credo che queste cifre siano soltanto la punta dell’iceberg», dice Magistro.
Durante la gestione Mazzacurati, il Consorzio produceva costi per circa 40 milioni di euro all’anno scesi a circa un quarto durante la gestione commissariale, con grandi critiche da parte dei soci che hanno accusato i commissari di spendere troppo.
Il solo Mazzacurati, nei suoi anni di regno sul Cvn, ha incassato una somma complessiva di 54 milioni di euro fra emolumenti e una buonuscita da 7 milioni di euro che è anche questa oggetto di contenzioso incrociato fra l’ex presidente, in attesa di ricevere ancora più di 1 milione, e l’amministrazione straordinaria, che vuole farsi restituire tutta la cifra.
Questo elenco di guai senza fine è il motivo per cui gli uomini del governo hanno preferito mantenere le distanze dal Mose, con il risultato forse non voluto di isolare la gestione commissariale.
Certo, per l’esecutivo Venezia significa guai. Non a caso il porto offshore per le petroliere, un progetto da 2,2 miliardi di euro già  passato per una prima approvazione del Cipe, è stato cancellato dai radar appena uscito di scena Paolo Costa, ex presidente dell’autorità  portuale veneziana. «Per fortuna», commenta Magistro. «Il porto offshore non era nemmeno da pensare».
Il commissario uscente chiuderà  l’esperienza nei prossimi giorni, subito dopo Pasqua, e si dedicherà  a un periodo sabbatico.
Il suo commento finale merita di essere riportato. «Quello che ho visto a Venezia non l’avevo mai visto in vita mia. Una spudoratezza totale».
Se lo dice lui.

Gianfrancesco Turano
(da “L’Espresso”)

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TARSIA, IL PAESE DELLA CALABRIA CHE VUOLE OSPITARE UN CIMITERO CON LE TOMBE DI TUTTI I PROFUGHI MORTI

Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile

PRESTO IL VIA AI LAVORI, IL SINDACO: “VOGLIAMO RIDARE DIGNITA’ A QUESTI MORTI E LANCIARE UN MESSAGGIO AL MONDO CHE LI CRIMINALIZZA”

Il più grande monumento a cielo aperto dedicato alla tragedia dell’immigrazione sarà  un cimitero in Calabria. Nel comune di Tarsia, in provincia di Cosenza, ha fatto un passo avanti il progetto di seppellire qui, in un terreno appositamente dedicato, i corpi di tutti gli stranieri senza nome che muoiono nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Italia.
Un’ecatombe senza fine e che anche nel giorno di Pasqua ha contato almeno 20 vittime nell’ennesimo naufragio e oltre 700 disperati tratti in salvo all’ultimo momento.
I tecnici del comune di Tarsia hanno completato il progetto e lo hanno presentato al sindaco Roberto Ameruso; il terreno c’è già  ed è stato donato all’amministrazione pubblica dal promotore dell’idea, il presidente del movimento «Diritti Civili» Franco Corbelli.
La dedica ad Aylan
«Finalmente possiamo partire con i lavori –ha dichiarato Ameruso – per il cimitero internazionale dei migranti. Sarà  eliminata per sempre la disumanità  di quei poveri corpi, senza volto e senza nome, sepolti con un semplice numerino in tanti piccoli sperduti cimiteri calabresi e siciliani. che di fatto ne cancellano ogni identità , ogni ricordo e ogni possibile riferimento per i loro familiari».
Tarsia fino a pochi ani fa ospitava un centro di raccolta per i profughi che giungevano in Calabria; il cimitero sorgerà  all’interno di un uliveto proprio nelle vicinanze del centro, oggi dismesso.
Nelle intenzioni del piccolo centro calabrese, il cimitero sarà  intitolato a ad Aylan Kurdi, il bimbo siriano raccolto cadavere su una spiaggia della Turchia mentre con la famiglia scappava dalla guerra nel suo paese e la cui immagine è divenuta simbolo della tragedia dell’immigrazione.
«Tarsia – ha concluso il sindaco – vuole continuare la sua tradizione di accoglienza. Con questa opera universale vogliamo mandare al mondo minacciato da uno spietato a crudele terrorismo e dalla criminalizzazione degli immigrati un messaggio di pace e di speranza

(da “La Stampa”)

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