Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“NEGLI ORATORI DI MILANO TANTI RAGAZZI MUSULMANI, LA CHIESA DEVE OFFRIRE IL PRIMO ABBRACCIO”
Cardinale Scola, lei e Bergoglio eravate stati i protagonisti del Conclave. Il Papa non era mai venuto
a Milano. Inevitabile che si parlasse di un dualismo. Era tutto falso?
«Al di là di tanti luoghi comuni giornalistici, il mio rapporto con Bergoglio è sempre stato molto buono e molto cordiale, sia nelle riunioni di cardinali, sia nei sinodi dei vescovi».
Quando vi siete conosciuti?
«Da rettore della Lateranense andavo a Buenos Aires e passavo a salutarlo. Da quando è Papa, tutte le volte che ho domandato di poterlo incontrare mi ha risposto subito e mi ha dato tutto il tempo dovuto per affrontare questioni anche delicate. Tra noi non c’è mai stata incomprensione o cattiva volontà . Si sono costruite immagini falsate del Conclave».
Perchè allora non rendere tutto pubblico?
«Forse, ma la riservatezza sul Conclave è al servizio della comunione nella Chiesa: quindi del Conclave non si parla».
Di quali «questioni delicate» avete trattato con Bergoglio?
«Per esempio dei “delicta graviora”».
Pedofilia?
«Sì. E il Papa è stato molto netto su questo punto. Dall’esterno spesso non si coglie l’impegno della Chiesa verso le vittime, e anche verso chi ha gravemente sbagliato. Le procedure poi sono molto complesse».
La visita del Papa a Milano sarà ricordata come storica.
«Straordinaria. Un milione di persone a Monza, forse mezzo milione lungo il percorso. Molti sono partiti da casa alle 7 del mattino e sono tornati a mezzanotte dopo aver fatto 10 chilometri a piedi. E il Papa ha mostrato il suo stile di famiglia: a San Siro ha parlato davanti a 80 mila ragazzi come se fosse davanti a otto nipoti, spiegando loro l’importanza dei nonni, dei rischi del bullismo, della responsabilità dei genitori. È la dimostrazione che c’è ancora un cristianesimo di popolo tra noi. Ma anche che la Chiesa di Milano ha in Europa la posizione più difficile che esista».
Perchè?
«In ogni occasione di incontro sono sorpreso dalla persistenza di un senso spontaneo di fede: la gente si raccomanda per i propri bisogni, chiede una preghiera per il figlio che sbanda o la moglie o il marito che è andato via. Ma – lo notava già Montini – quando si esce di Chiesa i criteri di valutazione della vita quotidiana sono quelli dominanti forniti dalle agenzie culturali di oggi. Il fossato tra la fede e la vita si è allargato. Ho ripreso questo tema nella visita pastorale: insistendo sulla necessità di avere la stessa mentalità di Gesù, gli stessi sentimenti di Gesù. A Milano dobbiamo passare con più decisione dalla convenzione alla convinzione».
Il suo nuovo libro in effetti si intitola «Postcristianesimo?». Con il punto interrogativo però.
«Certi intellettuali, e non solo, considerano il cristianesimo un fatto superato; e lo fanno credendo di interpretare i comportamenti del popolo. Non è così: il Vangelo di Gesù resta pertinente e attuale. Dinnanzi ad un clima culturale confuso che io definirei di “babelismo”, il Papa ci indica la strada della pluriformità nell’unità , accettando il confronto con tutti. La Chiesa deve tornare a essere luogo appassionato di attrattiva, non luogo che genera noia».
L’abbraccio di Milano a Bergoglio è stato impressionante.
«È così. Una parola che sentivo molto nelle sue corde: consolazione. I cittadini di Milano e delle terre ambrosiane avevano bisogno di un abbraccio comunitario che li strappasse dal grigio della solitudine e facesse riaffiorare in loro il gusto del vivere. Il Papa l’ha detto in Duomo, criticando il rischio della rassegnazione da cui deriva l’accidia. La gente ha risposto con autentico entusiasmo; anche a San Vittore. Ovunque gli hanno chiesto preghiere, l’hanno ringraziato per la visita. Erano tutti lì per lui; alla sera col buio piazza del Duomo era ancora strapiena per vederlo passare».
Lei fino a quando resterà arcivescovo di Milano?
«Non lo so. Ho presentato la mia rinuncia a novembre, quando ho compiuto 75 anni. Attendo di parlarne con il Santo Padre: tocca a lui decidere. Certo non resterò per molto tempo».
Tornerà nella sua Malgrate, su quel ramo del lago di Como?
«Vicino. Ho trovato una canonica vuota in un piccolo paese, Imberido. Si vedono i laghetti della Brianza: Oggiono, Annone, Pusiano. I corni di Canzo, il monastero di San Pietro al monte. E poi il Resegone e le due Grigne. Torno a casa».
Cosa farà ?
«Il prete. Celebrare messa, confessare, incontrare la gente, pregare più regolarmente di quanto non riesca a fare ora. Leggere e scrivere, se ne avrò le forze».
La canonica è vuota perchè il prete è uno dei mestieri che gli italiani non vogliono più fare.
«Fare il prete è proprio bello. Certo, il problema delle vocazioni è complesso. Molti sottovalutano la crisi demografica: la scelta era più facile quando si facevano più figli e la proposta della Chiesa era più incidente. Come ci dice il Papa, se noi non riprendiamo la proposta del Vangelo come realtà attrattiva, perchè un ragazzo di oggi dovrebbe assumersi un compito di grande sacrificio, che ha perso prestigio sociale? Anche qui, il passaggio dalla convenzione alla convinzione non si è ancora compiuto. Ma la stessa cosa si può dire per il fare famiglia».
Non crede che servirebbe anche consentire ai preti di sposarsi? Pare che Bergoglio ci stia pensando.
«Non mi risulta. È giusto che approfondiamo sempre le ragioni della scelta del celibato; ma nella Chiesa esiste un magistero, e il magistero dà indicazioni. Paolo VI e i suoi successori hanno riflettuto in profondità su questo tema».
Qual è la sua opinione?
«Il celibato non è una regola estrinseca. Affonda le sue radici nello stile di vita di Gesù, nell’opzione della verginità , che con l’obbedienza, la povertà e la castità è sempre stata sentita dalla Chiesa latina come un alimento sorgivo e potente del sacerdozio. Non è solo il “cuore indiviso” di cui parla Paolo. È la scelta di offrire la rinuncia alla dimensione “genitale” della sessualità per nulla anteporre all’amore di Cristo, che il celibe intende imitare “sine glossa”, “senza aggiunta”».
Non è una rinuncia crudele?
«Al di là delle fragilità , trovo nei sacerdoti molta gioia e molta serenità di fronte a questa vocazione che si lascia prendere a servizio della domanda di senso degli uomini. In particolare, gli sposi sentono i preti come accompagnatori spirituali di una vita. Uomini capaci di rispettare una cosa che vedo poco rispettata: l’autentica dimensione sessuale dell’io. Tutti dobbiamo fare i conti, dalla nascita alla morte, con questa dimensione della nostra personalità . Un accompagnamento spirituale personalizzato risulta un grande dono offerto alla società . Anche molte persone che dicono di non credere si rivolgono ai sacerdoti per un aiuto».
Cosa pensa delle donne diacono?
«Sotto questa parola passano esperienze molto diverse. All’ultimo sinodo un arcivescovo ucraino ha detto che la “diaconessa”, da loro, era una devota che puliva l’altare. Il cardinale di Ouagadougou ha sostenuto che noi occidentali siamo rimasti colonialisti, non ci rendiamo conto che esistono problemi molto più urgenti come, in Africa, la poligamia…».
Lei cosa ne pensa?
«Penso che non bisogna cercare la valorizzazione della donna lungo la linea di una partecipazione alla potestas di Cristo: il potere di amministrare i sacramenti. Balthasar subordinava la dimensione petrina della Chiesa alla dimensione mariana: la Chiesa come sposa di Cristo. Nella psicologia del profondo di Lacan, la donna tiene il posto di Dio. La vocazione femminile è la salvaguardia del posto dell’altro. Questo non significa che la donna non possa avere posizioni di responsabilità anche in curia, nelle università , nei tribunali, nello studio della teologia, nell’educazione al bell’amore, persino nella formazione dei seminaristi».
Chi vorrebbe come suo successore?
«Un uomo di fede e libero. Tendenzialmente pacifico, ma capace di far vincere l’unità nel conflitto, senza fuggire il conflitto».
Quale consiglio gli darà ?
«Quello che mi diede Giovanni Paolo II quando mi mandò a Venezia: sii te stesso».
Quale Milano lascia?
«Sono contento della Milano che lascio. Non perchè non ci siano contraddizioni, ma perchè vedo molti segni di rinascita».
Quali contraddizioni?
«Il Papa stesso ce li ha indicate: emarginazione, ingiustizie, ancora troppa sofferenza. Troppi giovani stranieri da mesi in carcere in attesa di giudizio. Troppe sacche di povertà . Molte difficoltà nell’affrontare il tragico problema dell’immigrazione. Finanza ed economia sganciate dal reale».
Lei ha sempre esaltato il «meticciato». I migranti ora sono troppi?
«L’immigrazione fa paura perchè mette in discussione il nostro stile di vita. Non è un’emergenza; è un fenomeno che durerà decenni. L’Europa doveva fare una sorta di piano Marshall e non l’ha fatto. La Chiesa non può chiudere gli occhi. Offre il primo abbraccio. La forza generosa di Milano può individuare strade paradigmatiche per l’Italia e per l’Europa».
Ad esempio?
«Parecchi ragazzi musulmani già frequentano gli oratori. Lì sono aiutati a praticare la loro religione, a dire le loro preghiere, a mangiare i loro cibi, restando insieme ai ragazzi cristiani».
Il patriarca di Venezia non è cardinale, come l’arcivescovo di Torino e quello di Bologna. È uno dei tanti segni che con Bergoglio la Chiesa italiana conta meno di prima?
«Le cose sono in forte evoluzione in tutta Europa. Questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, in senso etimologico: ci ha messo di fronte senza sconti alla nostra vocazione. L’Italia ne sente un pochino di più il contraccolpo rispetto ad altre Chiese. Il problema è non ricadere nella tentazione dello scontro ideologico. Occorre assumere il magistero del Papa nella sua articolata complessità : “unità da poliedro”, come dice lui. In Papa Francesco vedo quattro elementi: la testimonianza in prima persona; l’uso degli esempi; la cultura di popolo; l’insegnamento vero e proprio. Tutti e quattro vanno tenuti insieme. Se si separa uno e lo si mette contro l’altro, se si tenta di catturare il Papa schierandolo dalla propria parte, si entra nell’ideologia. E l’ideologia ha pesato molto, troppo, tra gli anni 70 e i 90. Ora siamo chiamati a uscire da questa logica stagnante per fare spazio al diverso, ad ascoltarci in profondità , mettendo prima ciò che viene prima: la comune appartenenza alla Chiesa».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile
MADRE FINLANDESE, PADRE SIRIANO: “INDOSSO IL VELO SOLO PER PREGARE”
Vive da sempre tra due mondi, la giornalista e scrittrice danese Sherin Khankan, una delle pochissime imam donne dell’Occidente, che oggi a Torino per Biennale Democrazia parla di «Donne e religioni: emancipazione e oppressione».
Figlia di un’infermiera cattolica finlandese e di un rifugiato siriano torturato e imprigionato per opposizione al regime, ha una laurea in Sociologia delle religioni e Filosofia a Copenaghen e un master a Damasco.
«Sono stata allevata tra due culture e religioni e credo che il mio destino sia fare da ponte: sono una specie di diplomatica. Metto il velo solo per pregare e non mi identifico con una nazionalità : la mia casa è la mia famiglia».
Qual è l’insegnamento più importante che ha avuto da sua madre e da suo padre?
«Mia madre viene dalla campagna, è cresciuta con sette fratelli e sorelle, in una comunità stretta in cui tutti erano abituati a dare una mano. Quando le ho chiesto come avesse fatto mia nonna ad allevare tutti quei figli, mi ha risposto “Non ci ha allevati, ci siamo allevati da soli”. Ecco, il suo insegnamento più bello è stato questo, regalare ai figli la libertà di diventare quello che sono e non obbligarli a seguire i sogni e le aspirazioni dei genitori. Mia madre ha fatto lo stesso con me e mia sorella e io cerco di fare lo stesso con i miei quattro figli».
E suo padre?
«Mio padre è un femminista. mi ha sempre detto che avrei potuto diventare quello che volevo. Mi ha fatto avvicinare al Sufismo, la dimensione mistica dell’Islam: è quello che mi ha convinto a scegliere l’islamismo invece del cristianesimo. Non sarei un imam se non fosse per lui».
Dopo gli studi a Damasco lei nel 2000 è tornata a Copenaghen e ha fondato l’Association of Critical Muslim, che promuove i valori progressisti islamici. La tragedia dell’11 settembre come ha influito sui vostri tentativi moderati?
«Ha reso i nostri sforzi ancora più faticosi: il dibattito multiculturale improvvisamente era centrato sulla paura e l’Islam ha passato gli ultimi 15 anni a difendersi, invece di riformarsi al proprio interno, promuovere valori progressisti e l’uguaglianza tra uomini e donne».
È quello che sta cercando di fare oggi alla moschea Maryam di Copenaghen?
«Sì, vogliamo essere una voce alternativa dell’Islam, più moderna e spirituale, ispirata al Sufismo, che intrecci Oriente e Occidente, tradizione e modernità . Vogliamo sfidare le strutture patriarcali dell’Islam dall’interno, ma anche l’interpretazione patriarcale del Corano: in realtà è una religione di pace, non di oppressione».
Avete avuto molte critiche?
«Quando si toccano le strutture patriarcali, si cambia la bilancia di potere e per forza si suscitano critiche. Ma non vogliamo delegittimare nessun’altra moschea e abbiamo solide basi teologiche, quindi abbiamo deciso di focalizzarci sulle cose positive e non sulle critiche. Le donne musulmane hanno bisogno di un posto in cui pregare, confrontarsi, trovare conforto, senza sentirsi estranee o giudicate: sto anche studiando psicologia per essere loro più vicino».
È vero che celebrate anche matrimoni misti, nonostante alle donne musulmane sia vietato sposare un uomo di un’altra fede?
«Sì, ne abbiamo celebrati e abbiamo avuto anche molto appoggio. Abbiamo stabilito un contratto di matrimonio con quattro regole base: la poligamia non è permessa, il diritto di divorziare spetta anche alle donne, in caso di violenza fisica o psicologica l’unione è nulla, in caso di divorzio le madri hanno uguali diritti sui figli».
La sua speranza?
«Vorrei che le donne avessero più voce nell’Islam, è anche un modo efficace di combattere l’islamofobia, perchè l’Islam non sarebbe più visto come una cultura maschilista e oppressiva. Ma il vero sogno è creare un network femminile per il dialogo religioso. Stiamo organizzando un incontro per il 14 settembre tra religiose cristiane, musulmane ed ebree, per dimostrare che è possibile capirsi. Credo che le chiavi della pace stiano nelle mani delle donne».
(da “La Stampa”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
PER GLI ITALIANI LA CLASSE POLITICA RESTA SEMPRE LA CASTA, LA MAGGIORANZA NON CREDE ALL’EFFETTO CINQUESTELLE
Lotta ai privilegi, taglio degli sprechi, limiti al vitalizio. 
Esattamente dieci anni fa usciva La Casta, il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sulla marea di lussi e laute prebende che la classe politica si è autoconcessa nel tempo.
Da allora, per fronteggiare la rabbia popolare che montava e sulla quale sono nate esperienze politiche anche di successo, i politici hanno cercato di ricostruirsi un’immagine più sobria ponendo tetti e (pochi) limiti agli eccessi di rendita di cui hanno goduto.
Ma con esito per nulla convincente.
Secondo un sondaggio di Scenari Politici condotto per l’Huffington Post, dal 2007 ad oggi per gli italiani è cambiato poco o nulla: i politici, nella percezione dell’opinione pubblica, erano privilegiati prima e privilegiati sono tutt’ora.
In effetti le condizioni di chi è messo al servizio dello Stato ancora non sono equiparabili a quelle dei lavoratori “comuni”.
In questi giorni si discute, ad esempio, di riformare il vitalizio (in realtà si tratta di un trattamento pensionistico) per i deputati e i senatori.
Dopo la riforma avvenuta sotto il governo Monti su deliberazioni degli allora presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, è stato introdotto il calcolo su base contributiva per tutti i parlamentari.
Per chi è alla prima legislatura (il 60% dei membri delle due attuali assemblee) il traguardo per raggiungere la pensione è di 4 anni sei mesi e un giorno di lavoro.
Al 65esimo anno di età scatta quindi la pensione basata, alla Camera, su un contributo pari all’8,8% della loro indennità parlamentare (poco più di diecimila euro lordi circa).
Per l’81% degli intervistati da Scenari Politici, si tratta di un beneficio “sbagliato”. Solo il 13% ritiene che sia giusto
Il tetto dei 4 anni e mezzo vale soltanto per chi è alla sua prima legislatura. Per gli altri il limite di età per far scattare la pensione può calare fino al 60esimo anno, per ogni anno di mandato ulteriore da parlamentare.
Alla domanda se sia cambiato qualcosa dall’uscita del libro La Casta ad oggi, solo il 16% ha risposto che ci sono stati dei miglioramenti. Per il 54% non è cambiato nulla mentre per il 21% la situazione è peggiorata.
Insomma, se da un lato la classe politica non manca di ricordare i tanti passi avanti fatti da dieci anni a questa parte, agli occhi dei cittadini viene sempre percepita come una casta di privilegiati.
Il Movimento 5 Stelle, che ha fatto della lotta ai privilegi della Casta la sua impronta politica, risulta il primo partito nella fiducia dei cittadini sul fronte della lotta agli ingiusti benefici (22%).
Tuttavia vale la pena sottolineare che la risposta più frequente denota una sfiducia in tutto l’arco politico (compreso M5S): il 38% ha infatti risposto di non credere in nessuna formazione politica.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
NON C’E’ SPAZIO PER I NAZIONALISTI NOSTALGICI DI MILOSEVIC
Caldo mite e sole di primavera illuminano la bella Belgrado, nel weekend in cui dopo un mese di dura campagna è scattato il silenzio elettorale.
Passeggio per shopping, struscio e a sera movida giovanile e jazz ovunque allietano e distendono, famiglie e anziani, coppiette, gruppi di giovani riempiono le strade. Da poche settimane, sono ripresi dopo decenni i voli diretti con New York, segnale chiaro.
A prima vista passeggiando puoi non percepirlo, eppure tra poche ore arriva il giorno del giudizio: domani domenica si tengono in Serbia le elezioni presidenziali anticipate.
È un test cruciale non solo per i serbi, anche per l’Italia in cui il paese balcanico ha il partner di riferimento, e per l’intera Unione europea.
Un test di quanta voglia d’Europa ci sia tra cittadini ed elettori di uno Stato che negozia ansioso per entrare in una Ue percorsa dalla stanchezza d’Europa e dalle sfide populiste. Favorito senza rivali tra i candidati è il 47enne primo ministro europeista e riformatore Aleksandar Vucic, che comunque si dice non certo di vincere. Lo sfidano in nove.
Tra gli avversari il più insidioso è il beffardo 25enne comico Luka Maksimovic che non ha un programma di governo ma solo battute contro i corrotti e promesse chiaramente irrealizzabili.
Poi ci sono l’ex ombudsman (difensore civico) Sasa Jankovic, l’ex ministro degli Esteri e presidente dell’Assemblea generale dell’Onu Vuk Jeremic, e anche il falco nostalgico di Slobodan Milosevic, Vojslav Seselj.
I sondaggi preannunciano una possibile vittoria di Vucic già al primo turno: l’ultima inchiesta telefonica condotta da Demostat gli attribuisce il 56,2 per cento dei consensi, nessuno dei concorrenti raggiungerebbe il 10 per cento.
Vucic giovanissimo fu nel campo di Milosevic, poi cambià³ idea, aprà gli occhi verso il mondo, divenne europeista riformatore. “Solo gli asini non cambiano mai idea”, ha detto al Guardian. E mesi fa dichiarò a Repubblica: “Non nego i miei errori del passato, ne resto responsabile, ma ora voglio una Serbia che guardi avanti”.
Il premier candidato alla presidenza ha varato riforme efficaci ma dolorose, tagli e sacrifici negoziati con Ue e Fmi, e ciò minaccia di accendere malcontenti di cui i suoi nemici possono approfittare.
Soprattutto il ‘miloseviciano’ ortodosso nazionalista e antioccidentale Seselj.
Appoggiato da una quinta colonna di ex alti ufficiali delle forze armate di Milosevic, che attaccano “il traditore Vucic” con fake news, propaganda subdola, e ogni altro mezzo.
Le opposizioni accusano Vucic di limitare la libertà¡ di stampa, ma con paragoni assurdi e fuori dal mondo tra Serbia e Corea del Nord.
Vucic è spstenuto a distanza dalla Germania di Angela Merkel e dall’Italia di Paolo Gentiloni, che anche grazie ai forti investimenti FCA ha strappato a Berlino il primo posto nell’interscambio e con il team di Renato Cantone offre a Belgrado un aiuto vitale, logistico e tecnico, nella lotta a malavita e corruzione.
Insomma, scontro di uno contro tutti e soprattutto duello tra le due anime della Serbia: quella delle nostalgie nazionaliste del passato che il premier chiede di lasciarsi alle spalle, e quella volta alle riforme e all’integrazione nella Ue.
Entrare nell’Unione, restare paese neutrale, conservare gli storici buoni rapporti con la Russia ma senza diventarne un fiancheggiatore, sono cardini del programma del premier. Non casuali sono stati i suoi ultimi incontri internazionali, con sempre la fida, brava spin doctor Suzana Vasiljevic al fianco: visita a Berlino da Merkel che lo appoggia senza condizioni, viaggio a Mosca per chiarire con Vladimir Putin i limiti delle intese con la Russia e chiedere forniture di armamenti solo difensivi.
E infine ma non ultimo, incontro a Belgrado con l’alta rappresentante Ue Federica Mogherini. Lei ha tenuto un discorso in Parlamento elogiando le scelte europee, Seselj e i suoi deputati l’hanno ripetutamente interrotta e insultata nel modo più volgare.
Presente alla seduta, Vucic si è alzato, è andato da Seselj e gli ha urlato in faccia “rispetta questa signora e chiudi il becco”.
Pesano sul futuro serbo anche le tensioni ex-jugoslave e balcaniche.
Oltre a Vucic, l’unico convinto europeista nella zona è il premier progressista albanese Edi Rama, nemico numero uno per la destra guidata da ex comunisti accusati di corruzione come Sali Berisha, ex vicinissimo del dittatore Enver Hoxha.
Altrove, prevalgono altre tendenze.
A Zagabria si respira voglia di riabilitare Ante Pavelic, il ‘Poglavnik’ (Duce) fantoccio dell’Asse nella seconda guerra mondiale e complice attivo dell’Olocausto, cantato dalle rock star e dai rapper locali.
In Bosnia-Erzegovina il governo in cui la maggioranza musulmana ha ovviamente un ruolo decisivo affronta il duro leader russofilo della minoranza serba Milorad Dodik.
In Montenegro potere e società sono spaccati dopo un fallito golpe, pare ispirato da Mosca.
La Macedonia appare ingovernabile con lo scontro eterno tra premier e presidente accusati di corruzione spaventosa contro opposizioni democratiche e minoranza albanese. Infine ma non ultimo, in Kosovo (ex provincia ribelle della Serbia e oggi Stato riconosciuto da molti nel mondo ma non da Israele, Spagna e altri Stati che temono secessioni al loro interno) il governo sembra aver deciso il blocco di ogni dialogo con Belgrado pur danneggiando cosà l’economia.
E ha annunciato l’esproprio indiscriminato di ogni proprietà serba. Ecco lo sfondo nel quale una vittoria di Vucic allontanerebbe i fantasmi del passato e andrebbe a vantaggio di Roma, di Berlino e dell’intera Europa.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
QUELLO CHE MOLTI NON SANNO E’ CHE SONO STATI REGISTRATI DUE MOVIMENTI, UNO CON V MAIUSCOLA E UNO CON LA V MINUSCOLA CHE HA LA PROPRIETA’ DEL SIMBOLO (E CHE E’ IN MANO A GRILLO, A SUO NIPOTE E AL SUO COMMERCIALISTA)
Nella vicenda genovese che vede contrapposta Marika Cassimatis alla nomenklatura grillina, con
relativa querela a grillo e Di Battista, il vero spauracchio che grava sul M5S è un altro. Cassimatis, assistita dall’avvocato Lorenzo Borrè, ha presentato in parallelo un ricorso civile e una richiesta di sospensiva della nomina dell’avversario secondo classificato, Luca Pirondini.
Un provvedimento d’urgenza: il legale chiede che l’udienza venga fissata entro 50 giorni prima delle elezioni a sindaco del capoluogo ligure, quindi in un periodo che ricadrebbe poco dopo la metà di aprile.
La posta in gioco è altissima: il tribunale potrebbe infatti ribaltare tutto e riportare in corsa Cassimatis. E il rivolgimento a quel punto innescherebbe un cortocircuito burocratico e politico: chi correrà , nel caso, con il simbolo del Movimento 5 Stelle?
Il divorzio si consuma a metà marzo.
Le “comunarie” per scegliere il candidato grillino si tengono con un nuovo meccanismo, pensato per eliminare le correnti e le voci più critiche. A sorpresa, però, vince l’outsider movimentista Cassimatis, che batte per 362 voti a 338 il più ortodosso Luca Pirondini, vicino ad Alice Salvatore, capogruppo in consiglio regionale del Movimento e custode ligure della linea dettata da Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Passano pochi giorni ed è proprio il comico, il 17 marzo, ad annullare tutto.
Cassimatis viene scomunicata perchè sarebbe troppo vicina ai dissidenti locali (in Comune se n’erano già andati quattro consiglieri, guidati da Paolo Putti).
Lei e il suo team, agli occhi di Grillo, sono «personaggi che hanno ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del MoVimento 5 Stelle». Rincara la dose Di Battista, con interviste ai giornali: «Ci sono persone non in linea con la nostra lotta»; meglio cacciarle subito «piuttosto che correre il rischio di ritrovarseli in un altro gruppo». Pirondini viene ripescato e la decisione viene ratificata bypassando la volontà della comunità genovese di attivisti, con una seconda votazione aperta a tutti i militanti italiani. «Stiamo conducendo una battaglia di legalità e trasparenza – replica Cassimatis, che si definisce come Davide contro Golia – nessuno ha ancora giustificato con documenti le accuse nei miei confronti».
Le frasi di condanna dei leader sono finite nella querela penale.
Nel ricorso civile, invece, il difensore di Marika Cassimatis indica una serie di violazioni delle stesse regole interne del partito fondato da Grillo, tra cui il mancato rispetto della consultazione e il processo alle intenzioni, per cui non vengono mai fornite le prove: è proprio questo uno degli aspetti più evidenziati nel ricorso.
È così che si arriverà alla più che probabile udienza in tribunale e a uno scenario assai temuto dall’intellighenzia grillina.
Se il giudice la rimettesse in corsa, Marika Cassimatis ritornerebbe sulla carta a essere il candidato «legittimo» del “MoVimento 5 stelle”, la formazione politica che raggruppa milioni di attivisti.
Ciò che non tutti sanno è che esiste un “Movimento 5 stelle” con la v minuscola, con sede a Genova in via Ceccardi, fondato da un direttorio composto da Beppe Grillo, dal nipote avvocato Enrico e dal commercialista Enrico Maria Nadasi.
È questa seconda entità giuridica distinta ad avere la proprietà del simbolo del Movimento, che potrebbe in teoria essere comunque rifiutato alla candidata sgradita.
Di qui il possibile cortocircuito, burocratico e politico.
Il mal di testa è appena all’inizio per chi non si orienta più tra codici, (non) statuti, simboli, società e duplicazione dei portabandiera.
(da “la Repubblica”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
L’ANTICIPAZIONE SUI PARADOSSI DELLA CUSTODIA CAUTELARE, IL LUOGO COMUNE DEL SUO ABUSO E LE LEGGI PER I COLLETTI BIANCHI
Pubblichiamo una anticipazione da Giustizialisti, il nuovo libro di Sebastiano Ardita e Piercamillo Davigo, pubblicato da Paper First e disponibile nelle edicole e nelle librerie. Lo stralcio è tratto dal primo capitolo: “Il paradosso della custodia cautelare”
La riforma della custodia cautelare è stato uno dei cavalli di battaglia dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, che a ottobre del 2016, alla vigilia del meeting della Leopolda, per indicare la necessità di un intervento legislativo, aveva citato il caso del fondatore di Fastweb, Silvio Scaglia, rimasto un anno in custodia cautelare e poi assolto. Il tema era stato trattato dall’ex Rottamatore discutendo della necessità di una riforma complessiva della giustizia, che prevedesse anche una più ampia responsabilità civile dei magistrati. Riforma poi puntualmente varata.
Come si può notare, dunque, questi strumenti delicatissimi dai quali passa l’effettività del sistema di prevenzione penale, spesso vengono riformati non pensando al cittadino comune, ma alle esigenze dei cosiddetti colletti bianchi, ovvero dei soggetti che sono posti in condizione di influenza e di potere politico-economico-istituzionale.
Da questo deriva l’apparente contraddizione tra le posizioni di singoli esponenti, o addirittura di interi partiti, sulla loro concreta applicazione.
Le norme che impediscono il ricorso alla custodia cautelare applicate correttamente ai manifestanti di piazza, fanno ritenere blanda l’azione dello Stato, perchè riguarda comuni cittadini che hanno commesso comportamenti di immediato allarme sociale.
Ci si accorge di ciò quando, dinanzi a soggetti dotati di un certo grado di pericolosità , non si può disporre la custodia cautelare.
Quindi è semplice addossare ai giudici la responsabilità — anche se essi attuano ciò che i politici hanno deciso — come se potessero applicare in modo differente regole chiare e valide per tutti. Il problema è che quando si pensa a una riforma della custodia cautelare si pensa al “caso Scaglia” ritenendo che quelle norme siano troppo rigorose.
Quando poi però quelle stesse norme si rivelano inefficaci a fronteggiare i “reati da strada”, chi ne contesta l’applicazione, a volte dimentica di averne voluto limitare l’ambito.
Abuso di custodia cautelare?
A riprova di questa contraddizione, uno degli argomenti più utilizzati nel dibattito sulla giustizia è che ci sarebbe un eccesso, o addirittura un abuso, della custodia cautelare. Stando ai dati ufficiali i detenuti in custodia cautelare in Italia, il 30 aprile 2016, erano 18.462 su un totale di 53.725 carcerati.
Ma suddividendo i detenuti non definitivi per posizione giuridica si poteva rilevare che solo 8.983 erano in attesa del giudizio di primo grado, mentre 4.733 erano in attesa del giudizio di appello, 3.452 ricorrenti in Cassazione e 1.294 con posizione mista.
E dunque, come si può notare, i giudicabili veri, ossia coloro che non hanno ancora ricevuto una condanna, sono poco più del 17%; mentre tutti gli altri detenuti sono già stati condannati. In altri ordinamenti essi non verrebbero considerati in attesa di giudizio ma riconosciuti colpevoli e in attesa di appello.
Inoltre, va tenuta in considerazione la natura dei reati per i quali è disposta la custodia cautelare, che coincide con le fattispecie che destano maggiore allarme sociale.
Occorre inoltre considerare che raramente un detenuto risponde di un solo reato e che ciascuno risponde in media di circa tre reati.
Ciò premesso la popolazione dei detenuti non definitivi — in base ai dati comunicati dal ministero della Giustizia in altra rilevazione — risultava così suddivisa: 8.657 rispondevano di produzione e spaccio di sostanze stupefacenti; 3.564 del reato di rapina; 2.792 del reato di omicidio volontario; 1.982 del reato di estorsione; 1.824 del reato di furto; 1.107 del reato di associazione di stampo mafioso; 809 del reato di ricettazione; 709 del reato di violenza sessuale; 356 del reato di associazione per delinquere; 320 del reato di maltrattamenti in famiglia; 137 del reato di sequestro di persona; 100 del reato di atti sessuali con minori; 83 del reato di lesioni personali volontarie; 74 del reato di istigazione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione; 48 di reati contro l’amministrazione della giustizia; 33 del reato di bancarotta; 33 del reato di insolvenza fraudolenta; 32 dei reati di peculato, malversazione; 26 del reato di strage; 11 del reato di truffa.
Benchè, dunque, quando si parla di abuso di custodia cautelare ci si riferisca alla possibilità che questa venga utilizzata verso i colletti bianchi, si tratta di un’affermazione imprecisa. Infatti, la custodia cautelare per questi ultimi non raggiunge neanche lo 0,3 % dell’intera popolazione detenuta.
Per molto tempo è stata in discussione — e ha rischiato di essere approvata — una proposta di legge sulla custodia cautelare che vietava di desumere la pericolosità dalle modalità del reato che si è commesso.
Lo scopo di quella proposta era fare in modo che quello 0,3 per cento potesse ulteriormente assottigliarsi. Ma non sarebbero mancati gli “effetti collaterali”. Tanto per fare un esempio: in base a quella proposta normativa, se un criminale, essendo incensurato, commettesse una rapina in casa stuprando la vittima la sua pericolosità non potrebbe essere provata.
Si tratta di una riforma che fortunatamente non è andata in porto. Ma c’è da scommettere che se fosse divenuta legge alla prima scarcerazione tutti coloro che l’avrebbero votata si sarebbero scagliati contro il giudice chiamato ad applicarla.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
RAPPORTO DI SAVE THE CHILDREN: I PICCOLI IN DIFFICOLTA’ SONO OLTRE 1,1 MILIONI
Nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, l’Italia stenta a far decollare il futuro dei suoi
bambini e ragazzi e resta lontana dal resto dell’Europa.
E ancora una volta le maggiori privazioni educative si registrano al Sud.
È il quadro che emerge dal nuovo rapporto di Save the Children «Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia», presentato oggi in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa.
Un Paese dove la percentuale di minori in povertà assoluta – oltre 1,1 milioni – è quasi triplicata negli ultimi 10 anni e che, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni, rimane indietro rispetto ai paesi dell’Ue (la cui media è dell’11%) posizionandosi al quartultimo posto, seguito soltanto da Romania, Spagna e Malta.
Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subire le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, visto che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subito un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.
Nonostante la percentuale di studenti che non raggiungono le competenze minime in matematica sia scesa di 10 punti percentuali (dal 33% del 2006 al 23% del 2015), il trend positivo si è arrestato negli ultimi sei anni. Il numero di ragazzi che non partecipano ad attività culturali, ricreative e sportive è aumentata di 6 punti percentuali dal 2010 al 2013 (passando dal 59% al 65%), attestandosi attualmente al 60%.
E ancora: solo la metà degli alunni italiani usufruisce della mensa scolastica, una situazione che vede il picco negativo in Calabria, Campania, Molise e soprattutto Sicilia. Poco più di 1 bambino su 10 riesce ad andare al nido (dato che negli ultimi 10 anni non ha registrato sostanziali progressi).
Il tempo pieno è assente nel 68% delle classi nella scuola primaria e nell’85% nella secondaria: Basilicata, Lazio e Lombardia sono le regioni dove è più presente nelle scuole primarie (Molise e Sicilia i fanalini di coda), mentre per quanto riguarda le secondarie di primo grado la maglia nera spetta al Molise, seguito dall’Emilia Romagna; spicca anche in questo caso il primato della Basilicata dove il tempo pieno è presente in 1 classe secondaria su 3. Tre alunni su 5 frequentano istituti con infrastrutture inadeguate.
Per quanto riguarda la povertà educativa fuori dal contesto scolastico, il dossier segnala che 1 minore su 10 tra i 6 e i 17 anni di età nel 2016 non è mai andato al teatro o al museo, non ha visitato mostre, monumenti o siti archeologici, non ha fatto sport con assiduità , non ha letto nemmeno un libro e non ha utilizzato Internet ogni giorno.
Sono 6 su 10 quelli che non hanno svolto 4 o più delle attività sopra menzionate, con dei picchi negativi in Calabria, Sicilia e Campania, mentre gli esempi virtuosi sono rappresentati dalla province autonome di Bolzano e Trento.
Save the Children lancia oggi una petizione per chiedere al Governo e al Parlamento di sbloccare, prima della scadenza della legislatura, alcuni provvedimenti fondamentali che garantiscano a tutti i bambini l’accesso al nido e a un sistema di mense scolastiche uguale per tutti e l’attuazione immediata del piano di contrasto alla povertà varato di recente dal Parlamento. L’organizzazione rilancia poi la campagna `Illuminiamo il futuro’: una settimana di mobilitazione, dal 3 al 9 aprile, con oltre 650 iniziative in tutta Italia.
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
IL VESCOVO: “FEROCIA BARBARA E SPIETATA”… CACCIA AL TERZO AGGRESSORE
“Voglio fare io un applauso a voi per tutto quello che avete fatto in questi giorni, per le vostre preghiere, il vostro sostegno. Io vi ringrazio per ogni lacrima”. Poco prima che la bara bianca di Emanuele uscisse dalla chiesa Maria SS. Regina di Tecchiena Castello, frazione di Alatri, a parlare è la mamma del ventenne massacrato sabato scorso nel centro storico del Comune ciociaro. Mamma Lucia ringrazia tutti.
Chiede preghiere per Emanuele e invita le diecimila persone che hanno affollato il sagrato e anche il prato vicino alla chiesa, a ricordare il suo “caciarone” pieno di vita. Non parla degli assassini. Lo farà la sorella di Emanuele Morganti, Melissa. “Ciò che hai lasciato in noi – dice- non potrà essere cancellato neppure dal più vile degli assassini, come quelli che ti hanno portato via”.
“Quel che è successo è assurdo – fa loro eco Lorenzo Loppa, vescovo di Alatri, che ha celebrato il funerale – dobbiamo ora portare nelle nostre città la cultura della convivenza, altrimenti Emanuele sarà morto invano”.
Parole durissime quelle pronunciate dal monsignore durante l’omelia : “Quella che si è abbattuta su Emanuele è stata una ferocia disumana, barbara e spietata. Tutti si staranno chiedendo – ha detto il vescovo – dov’eri Signore quando Emanuele veniva pestato? Il Signore risponde, ero in quel corpo martoriato, morivo lì un’altra volta”. “Nessuna tolleranza verso la violenza – ha aggiunto – scegliere la non violenza come stile di vita e amare di più la vita” e ha ricordato che “la non violenza si impara in famiglia”.
Poi i palloncini bianchi lasciati volare, lunghi applausi e la liberazione di due colombe, mentre i carabinieri fanno largo per far passare il feretro attraverso il sagrato della chiesa.
Dietro la bara bianca mamma Lucia, papà Giuseppe, Melissa, gli amici. Alcuni, come Gianmarco, il giovane che ha fatto scudo con il suo corpo ad Emanuele tentando di sottrarlo alla ferocia del branco, portano a spalla il feretro.
Mamma Lucia tiene tra le mani una foto del suo ragazzo, sale sul carro, seguita dal marito. Non vogliono staccarsi da Lele neppure nell’ultimo viaggio alla volta del cimitero di Frosinone. La folla sfila.
Chilometri di coda per uscire da Tecchiena, centro immerso nelle campagne ciociare alle prese con un delitto con ben pochi precedenti. Tutti a casa. Ma con l’invito del vescovo Loppa a non fare come Caino, a “scegliere la non violenza come stile di vita”
La bara bianca con il corpo del ventenne ucciso ad Alatri in una notte di follia davanti a una discoteca, è stata riportata questa mattina nella sua casa natale a Tecchiena. Subito dopo è stata portata a spalla fino alla chiesa, per circa 300 metri. Gli amici si sono dati il cambio per trasportare il feretro seguito da un lungo corteo di persone in lacrime.
“Emanuele picchiato prima dentro al bar ”
Torna a parlare la fidanzata di Emanuele “È stato picchiato prima all’interno – racconta Ketty al tempo – Perchè credevano fosse lui a importunare la barista. Lo hanno trascinato in un angolo. Non vedevo niente. Solo tanta confusione. Poi sono riuscita a guadagnare l’uscita e ho visto Emanuele che era scortato da quattro persone. Aveva la maglietta strappata, il sangue vicino la bocca e lui agitato che diceva: ‘Ma non sono io ad aver dato fastidio. Non sono io. Perchè mi cacciate? Non è giusto'”.
“Tutto ha avuto inizio mentre stavamo vicino al bancone del bar mentre eravamo in attesa delle nostre ordinazioni”, racconta. “Accanto a me, ad Emanuele, a Marco e Riccardo, nostri amici, c’era un giovane visibilmente ubriaco che discuteva con la barista. Poi ha iniziato a colpire Emanuele a colpi di spalla. Il mio fidanzato ha sopportato per un poco ma poi ha reagito e gli ha detto di smetterla. Questo per tutta risposta gli ha lanciato sulla testa un portatovaglioli. In un istante è scoppiato il putiferio. Non dovevano fare questo. Dovevano tutelarlo e non ucciderlo”.
Le indagini: I Ris hanno trascorso ore all’interno del Mirò.
Hanno passato il Luminol in qualsiasi angolo alla ricerca di ogni minima traccia di sangue che permetta di ricostruire la dinamica del pestaggio.
Secondo l’autopsia, Emanuele sarebbe stato ucciso da un’arma impropria forse un manganello, che non è tra quelle sinora individuate dagli investigatori, impugnata e utilizzata da un soggetto al momento ignoto.
A provocare l’emorragia cerebrale, risultata fatale a Emanuele, è stato un colpo, forse due, sferrati con violenza alla testa del ragazzo quando era già a terra.
Lesioni che gli inquirenti hanno sospettato potessero essere compatibili anche con la caduta del ventenne dopo il pugno da dietro che gli sarebbe stato sferrato dall’arrestato Mario Castagnacci, che lo aveva fatto finire contro il montante di un’auto in sosta.
Castagnacci e Palmisani, i due accusati dell’omicidio intanto restano in carcere. Interrogati nel carcere di Regina Coeli, a Roma si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il giudice per le indagini preliminari ha quindi convalidato i fermi.
L’omaggio del calcio
Dieci secondi di silenzio in campo a Cesena prima dell’inizio della partita Cesena-Frosinone. E poi ancora, cori da parte di entrambe le tifoserie che chiedevano “giustizia per Emanuele”. Uno striscione calato appena l’arbitro ha fischiato l’inizio dell’incontro e applausi.
Una serata di emozioni quella di ieri sera, al comunale di Cesena, dove si è ricordato Emanuele
(da “La Repubblica“)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
DI BATTISTA INFURIATO PER LA QUERELA A SUO CARICO DELLA CASSIMATIS… MA IL RISCHIO CONCRETO E’ CHE SALTI LA LISTA E SI VADA A FONDO SU ALTRI ASPETTI DEL BLOG
Le versioni non combaciano. 
Alla notizia, proveniente da Genova, che Beppe Grillo e Alessandro Di Battista sono indagati per diffamazione di Marika Cassimatis (la ex candidata sindaca M5S, epurata da Grillo), Roberto Fico ha commentato: «Siamo tranquillissimi, non c’è nessun problema».
Una fonte ci racconta invece che Di Battista s’è infuriato. Una volta fu accusato per aver mostrato in tv un cartello (a forma di piovra gigante) con gli indagati di mafia capitale, solo che c’era anche uno che non è indagato.
Anche allora Di Battista si adirò (è dire poco) e cercava chi fosse l’autore di quella grafica: «Possibile che se non controllo io mi rifilate sempre delle fregature?».
Nel Movimento, quando c’è qualche problema, si scarica sempre addosso a qualcun altro.
La lezione del resto è quella di Grillo (il blog non è il suo, hanno sostenuto i suoi legali, in una recente causa intentata dal Pd).
La vicenda di Genova è chiara: il 17 marzo, nel post con cui cacciava la Cassimatis, Grillo evocava innanzitutto dei dossier («mi è stato segnalato, con tanto di documentazione»), poi scriveva: la Cassimatis e altri dei 28 candidati «hanno ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine del MoVimento, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e altri iscritti, condividendo pubblicamente i contenuti e la linea dei fuoriusciti dal MoVimento; appoggiandone le scelte anche dopo che si sono tenuti la poltrona senza dimettersi e hanno formato nuovi soggetti politici vicini ai partiti».
In sostanza dava alla Cassimatis della donna attaccata a incarichi e prebende, e traditrice dei valori M5S.
Lei, dopo aver chiesto di poter vedere «la documentazione» – che, prevedibilmente, non è pervenuta – ha sporto querela, e un pm genovese sta dando seguito alla cosa. Cassimatis ha querelato poi anche Di Battista, che al Corriere.it aveva dichiarato: «Il Movimento deve tutelarsi dagli squali».
La Cassimatis non vuole esser collocata nella famiglia dei pescecani. Vedremo cosa ne diranno i giudici.
Ma la parte più interessante è che la querela è una freccia nella carne viva di Grillo, del blog, degli account (i legali di Grillo usano il plurale), e della Casaleggio (che è titolare dei dati, mentre un dipendente, elogiatore di Putin sui social, è il gestore manuale del blog).
Nella querela del Pd Grillo si è difeso dicendo, innanzitutto, che il post non era firmato, e il blog intestato a un altro soggetto (Emanuele Bottaro).
Il querelante, il responsabile legale del Pd Francesco Bonifazi, ha però scritto sul suo profilo Facebook che ci saranno interessanti sorprese nel capitolo sul blog e il fisco. Vedremo.
In questo caso genovese, il post è invece firmato direttamente da Grillo.
La Cassimatis fa di più: ieri è partita un’azione civile. L’avvocato, Lorenzo Borrè, ci spiega: «Abbiamo impugnato sia l’esclusione della candidata sia il ripescaggio di Pirondini, siamo in attesa della fissazione dell’udienza cautelare».
Cassimatis è sicura, «il voto era regolare. Grillo avrebbe dovuto chiamarmi prima del voto online per dirmi cosa non andava bene». Se le sue ragioni fossero accolte, il M5S potrebbe restare senza lista. Caos totale a Genova.
Ma un’offensiva giudiziaria è in corso anche altrove.
Innanzitutto perchè il «garante» non è previsto nè nel «non statuto», nè nel regolamento.
In secondo luogo, la modifica del regolamento fu votata solo online, senza i tre quarti dei votanti, e in violazione di una prescrizione del codice civile (che impone una riunione fisica dell’assemblea per modifiche di regolamenti).
È la mina su cui possono vincere anche i ricorrenti della causa iniziata a Roma, capitanati da Roberto Motta.
Il paradosso di questa storia è che la forza politica che più ha coccolato e invita i magistrati a sè, potrebbe esser sommersa, e infine illuminata, da una valanga di cause, penali e civili.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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