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IL CANDIDATO SINDACO DI CENTRODESTRA SBAGLIA CASTELLO SUL MANIFESTO ELETTORALE

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

INVECE CHE QUELLO DELLA SUA RIVALTA (TORINO) METTE QUELLO DI RIVALTA SUL TREBBIA (PIACENZA)

Michele Colaci si candida sindaco a Rivalta… Sul Trebbia.
L’epic fail comparso sul manifesto elettorale del candidato che corre alle elezioni di Rivalta di Torino, sostenuto da Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia, non è sfuggito al popolo di Facebook.
Sotto il nome della lista civica di Colaci “Rivalta da Vivere”, infatti, nel manifesto presentato la scorsa settimana in conferenza stampa, compare l’immagine di una silouette di donna e poi, stilizzata, quella del castello.
Peccato che i tratti non siano affatto quelli del castello di Rivalta di Torino, ma piuttosto di Rivalta sul Trebbia, frazione del comune di Gazzola, in provincia di Piacenza.
La torre slanciata, nel maniero alle porte di Torino, non esiste ma nessuno ci ha fatto caso, nemmeno lo stesso candidato che si è fatto immortalare davanti all’ingresso della sede del comitato elettorale insieme con i suoi sostenitori.
Le battute sulle pagine Facebook che riguardano la città  patria del tomino si sprecano: “Dopo la Milano da bere abbiamo la Rivalta da Vivere, quella di Gazzola in provincia di Piacenza, sia chiaro”; “Strano che Colaci si candidi in Emilia e apra la sua sede elettorale qui nel torinese”, si legge sul web.
Alla fine arrivano anche le scuse ufficiali del grafico che ha curato il progetto del manifesto: “Ho commesso un errore grossolano –   scrive il professionista   – Nella prima bozza avevo inserito   l’immagine sbagliata e avevo provveduto a correggere in quella definitiva, ma poi al momento di mandarla in stampa ho pescato il file sbagliato”. Gli utenti perdonano al grafico l’errore di stampa, molto meno la disattenzione dei suoi committenti.
Come fa un candidato sindaco a non accorgersi subito di un errore del genere?

(da “La Repubblica”)

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VOLKSWAGEN DRIBBLA IL JOBC ACT: “IN DUCATI E LAMBORGHINI PIU’ TUTELE ANCHE AI NUOVI ASSUNTI”

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

FIRMATO UN ACCORDO SINDACALE CHE GARANTISCE MAGGIORI DIRITTI AI DIPENDENTI

Se Fiat Chrysler da anni non applica più ai suoi dipendenti nemmeno il contratto nazionale dei metalmeccanici, Volkswagen sceglie invece di garantire ai suoi dipendenti italiani tutele aggiuntive rispetto a quelle previste dal Jobs Act.
Le direzioni aziendali di Ducati Motor e Automobili Lamborghini, con sede nel Bolognese ma entrambe di proprietà  della casa tedesca, hanno infatti sottoscritto il 17 marzo insieme alle organizzazioni sindacali di categoria Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm due accordi sindacali che di fatto aggirano, su alcuni punti, la riforma del lavoro renziana.
Garantendo ai circa 3mila dipendenti dei due stabilimenti simbolo della storia italiana dei motori tutele aggiuntive rispetto ai loro colleghi.
Obiettivo dell’intesa, scrivono in una nota congiunta i sindacati, è “intervenire sui recenti cambiamenti della legislazione sul lavoro con una particolare attenzione a: disciplina dei licenziamenti; disciplina delle mansioni (il cosiddetto demansionamento); disciplina riguardante gli strumenti di controllo a distanza”.
I due accordi — il cui contenuto è identico — modificano radicalmente l’impianto della legislazione vigente, andando a scardinare anche uno dei pilastri delle politiche del lavoro renziane: la differenza tra chi è stato assunto in azienda prima del Jobs Act e chi dopo.
Tra chi ha il vecchio contratto a tempo indeterminato e chi quello nuovo, a tutele crescenti. “Le parti hanno condiviso che questa intesa possa determinare una condizione di maggior tutela indipendentemente dalla data di assunzione”, si legge infatti nel testo.
Michele Bulgarelli, della Fiom-Cgil di Bologna, spiega a ilfattoquotidiano.it: “Il Jobs Act ha introdotto una frattura all’interno del mondo del lavoro: la data del 7 marzo 2015. Gli assunti dopo quella data non sono uguali agli altri, non hanno gli stessi diritti. Ora — prosegue — a prescindere dalla data di assunzione, tutti i dipendenti in Ducati e Lamborghini avranno la stessa tutela introdotta dalla contrattazione aziendale. Si ricompone il mondo del lavoro”.
In materia di “licenziamenti individuali per giustificato motivo”, spiegano Fiom, Fim e Uilm, i lavoratori Ducati e Lamborghini non verranno più convocati dall’azienda direttamente presso la Direzione Territoriale del Lavoro, dove la legge prevede che debbano confrontarsi il singolo dipendente oggetto del provvedimento e l’impresa, ma avranno diritto di avviare un confronto preventivo con l’azienda alla presenza della propria organizzazione sindacale di riferimento, per individuare tutte le possibili soluzioni alternative al licenziamento, quali modifica della propria collocazione, riqualifica professionale, accesso a contratti part-time o ammortizzatori sociali.
Discorso simile anche per il “demansionamento”, ovvero la revisione al ribasso della qualifica professionale di un dipendente — spesso accompagnata da diminuzione di stipendio — che Ducati e Lamborghini non potranno più disporre unilateralmente (come invece prevede il Jobs Act in diversi casi).
A tutela delle professionalità  acquisite viene infatti introdotta una procedura, non prevista dalla legge, grazie alla quale il lavoratore colpito dal provvedimento può attivare un iter finalizzato al mantenimento del livello conseguito, a partire dalla messa in campo di strumenti volti alla propria riqualificazione professionale.
Ulteriore sconfessione del Jobs Act è quella costituita da ciò che l’intesa raggiunta prevede in materia di “strumenti di controllo a distanza“, dove il coinvolgimento sindacale non è richiesto solo nei casi previsti dalla legge — installazione di telecamere — ma anche per l’utilizzo di ogni tecnologia da cui possa derivare controllo a distanza, come tablet, dispositivi gps, telefoni cellulari. Saranno pertanto istituite apposite commissioni bilaterali preventive tra sindacato e azienda con il compito di valutare e accordarsi, caso per caso.
Una novità , quest’ultima, che in realtà  va a ufficializzare una pratica già  in essere in Ducati e Lamborghini, la cui condotta aziendale, ispirata al cosiddetto modello tedesco e alla Charta dei rapporto di lavoro nel Gruppo Volkswagen, afferma che “le parti coinvolte perseguono insieme una politica di consenso sociale, nell’ambito della quale hanno priorità  soluzioni concrete e oggettive dei problemi, stabilite nel quadro di trattative, rispetto alle soluzioni di orientamento conflittuale”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MESSINSCENA A MOSCA: DIETRO I POCHI “DISSIDENTI” IN PIAZZA CONTRO PUTIN CI SONO I SERVIZI SEGRETI DI PUTIN

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LA FARSA: AGENTI GIA’ IN PIAZZA, POCHE DECINE DI MANIFESTANTI, POLIZIA GARBATA, FERMATI ANCHE UN PAIO DI PRO-PUTIN PER FARE VEDERE CHE NON FANNO DISTINZIONI… IL TUTTO A FAVORE DI TELECAMERE

A Mosca arrestate almeno 29 persone, impegnate in una manifestazione non autorizzata nella capitale russa.
«Hanno infranto l’ordine pubblico», ha detto un portavoce della polizia, che la scorsa settimana si era resa protagonista di una ondata di centinaia arresti durante una protesta organizzata da Alexei Navalny, oggi considerato l’oppositore più pericoloso per Vladimir Putin, che si trova al momento in carcere dove sta scontando 15 giorni di detenzione amministrativa per le manifestazioni non autorizzate di domenica scorsa. In piazza del Maneggio, di fronte alla piazza Rossa – il cui accesso era stato limitato – era dispiegato un gran numero di polizia, come pure nella zona poco distante di piazza Triumnfalnaya e piazza Pushkin, dove il 26 marzo si sono verificati la maggioranza degli arresti di massa.
Le persone radunate non erano più di 200, di cui la maggior parte cronisti.
Un ragazzo ha attirato l’attenzione dei corrispondenti, iniziando a camminare su e giù per la piazza con una bandiera russa in mano.
Un altro ha iniziato a urlare slogan pro-Putin ed è stato portato via dalle forze dell’ordine.
Le tv di Stato hanno seguito la “tentata manifestazione” in diretta, cosa inusuale per i canali federali, il che ha rinsaldato il sospetto che le autorità  fossero interessate a mostrare il «fallimento» dell’ultima iniziativa dell’opposizione.
La protesta è una messinscena
Sui social quanto accaduto centro di Mosca è stato trattato con ironia. «La polizia e l’Fsb (i servizi segreti russi) hanno organizzato in piazza del Maneggio una colazione per la stampa?», si chiede su Facebook Gleb Pavlovsky, commentando la manifestazione di protesta, che ha visto la partecipazione più di giornalisti russi e stranieri che di oppositori o giovani studenti.
Il sospetto, fin dall’inizio, era che dietro gli anonimi organizzatori della manifestazione – convocata via social network e Telegram, per le ore 12 – ci fosse una provocazione delle autorità  russe, intenzionate a mostrare alla popolazione come, in una settimana, fossero riusciti a mettere a tacere le proteste e a evitare così una possibile rivoluzione, vero incubo del Cremlino dopo le diverse rivoluzioni colorate che hanno percorso lo spazio post sovietico negli ultimi anni.
Nessuna delle sigle dell’opposizione, a partire dal Fondo anti-corruzione di Aleksei Navalny, si è associata all’iniziativa.
La maggior parte degli arresti e stata effettuata tra via Tverskaya e piazza Triumfalnaya e ha riguardato partecipanti alle cosiddette «passeggiate dell’opposizione», manifestazione di protesta pacifica, che si tiene ogni domenica in centro.
Secondo OVD Info, un sito che monitora le detenzioni di attivisti, in tutto sono state arrestate almeno 32 persone, tra cui quattro minorenni.
Sabato il Comitato investigativo russo aveva aperto un’inchiesta penale contro gli utenti di internet che hanno incitato a partecipare alle proteste di Mosca.
Grande attenzione da parte dei media
Il 26 marzo, le proteste di Navalny contro la corruzione non erano state seguite dai canali ufficiali. «Quando una settimana fa, sono scesi in piazza decine di migliaia di persone, la Tv ha taciuto, mentre oggi parlano delle manifestazioni e delle misure di sicurezza. Cui prodest?», ha scritto su Twitter il vice direttore di radio Eco di Mosca.

(da “La Stampa”)

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MANUALE CENCELLI ANCHE PER I GRILLINI: ALL’ACEA POLTRONE ASSEGNATE PER CORRENTI

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

DAL LEADER A DE VITO-LOMBARDI A COLOMBAN: CHI C’E’ DIETRO I CANDIDATI AL CDA… NESSUNA DIFFERENZA RISPETTO AI METODI DELLA KASTA

Per i 5 Stelle è la prima grande operazione di spoil system: Virginia Raggi, sindaca di Roma, è alle prese con il rinnovo del board di Acea, multiutility dell’acqua e dell’elettricità , azienda tra i principali player tricolori, unica società  quotata in Borsa nella galassia delle partecipate del Campidoglio.
E siccome la sindaca grillina ha già  dimostrato di avere più d’un problema con le nomine, che tanti grattacapi le hanno sin qui procurato, i vertici del Movimento hanno deciso di metterla di nuovo sotto tutela: piazzando, nella lista dei magnifici cinque chiamati a sedere per il Campidoglio nel più importante cda del Gruppo Roma, uomini e donne di provata fede, tutti rispondenti a una precisa filiera interna ai 5S.
Adattata ai tempi, è a suo modo una lottizzazione in perfetto stile vecchia Dc, rimasta insuperata nella spartizione dei posti fra correnti.
Esattamente ciò che avverrà  in Acea, considerata dai grillini la prova generale di quel che potrebbe accadere tra un anno, con la “presa” – data da molti per probabile – di Palazzo Chigi.
Perciò “è vietato sbagliare”, si sono molto raccomandati lungo la direttrice Milano-Genova. La stessa che ha condizionato l’intera partita sulla multiutility e influenzato la scelta della maggioranza capitolina, chiamata stavolta dalla sindaca a condividere il percorso di selezione dei nomi.
Ad aprire la lista dei rappresentanti di Roma Capitale – depositata ieri pomeriggio nella sede di Piazzale Ostiense in vista dell’assemblea dei soci che si terrà  il 27 aprile – è l’ingegner Stefano Donnarumma, direttore Rete di A2A e un trascorso alla guida di Acea Distribuzione: il suo nome è stato caldeggiato dai consiglieri comunali su proposta del presidente dell’Aula Marcello De Vito, pupillo della deputata Roberta Lombardi, e ha subito ricevuto l’ok di Davide Casaleggio. L’ad sarà  lui.
Alla presidenza, invece, andrà  l’avvocato genovese Luca Lanzalone, che per conto della giunta Raggi ha condotto la trattativa con la Roma Calcio sul nuovo stadio a Tor di Valle: a imporlo è stata la sindaca in persona, che ha così risolto il problema della sua parcella, visto che per vari motivi, di budget e burocratici, non era stato possibile inquadrarlo come consulente di Palazzo Senatorio.
Anche a costo di litigare con Massimo Colomban, l’autorevole assessore alle Partecipate, che gli avrebbe preferito l’ingegner Giorgio Simioni, suo braccio destro in Campidoglio, già  assunto in Acea come consulente al ragguardevole stipendio di 240mila euro l’anno.
Colomban però non è rimasto a bocca asciutta. Un posto in cda lo ha strappato lo stesso.
Tra i consiglieri ci sarà  infatti la sua quasi compaesana Gabriella Chiellino, 48 anni, da Conegliano Veneto: laureata in Scienze Ambientali all’Università  Cà  Foscari di Venezia, dove poi è rimasta come docente a contratto, ha fondato nel 2003 la società  di consulenza e progettazione eAmbiente srl e nel 2010 la eEnergia, specializzata in risparmio energetico nei processi produttivi e terziario.
Da Genova, sponsor Beppe Grillo, arriva invece Liliana Godino, già  responsabile acquisti di Grandi Navi Veloci e ora dirigente di un’altra grande azienda del settore.
Infine, visto che serviva una terza donna per rispettare le quote rosa e i grillini faticavano a trovarla, l’amministratore delegato in pectore ne ha indicato in extremis una “sua”: l’avvocata Michaela Castelli, classe 1970, e una sfilza di incarichi.
Siede infatti nel board dell’Istituto centrale banche popolari, di cui è anche presidente del comitato di controllo, nonchè membro del collegio sindacale della Nuova Sidap srl (gruppo Autogrill), del cda di Recordati e presidente della vigilanza di Becton Dickinson, multinazionale leader nelle tecnologie medicali.
Due uomini e tre donne: a loro l’onere di vincere la sfida del primo spoil system a 5 stelle, realizzato con una versione aggiornata dell’intramontabile Cencelli.

(da “La Repubblica”)

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CASO M5S GENOVA, QUERELE E RICORSI, TUTTO SI DECIDE IN SETTIMANA

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

I GIUDICI DECISI A VALUTARE SUBITO LE ISTANZE CIVILI E PENALI

Non è tempo di portare le cose alle lunghe. Sopratutto in campagna elettorale.
Tant’è che il procuratore capo Francesco Cozzi ordina al pm Walter Cotugno di convocare urgentemente da una parte Beppe Grillo ed Alessandro Di Battista indagati per diffamazione; dall’altra Marika Casimatis come persona offesa ed “informata sui fatti”. Soprattutto, il capo dei pm genovesi vuole che la vicenda sia chiusa entro la prossima settimana.
In un verso o nell’altro: sia verso un approfondimento di indagini, sia verso l’archiviazione.
Al leader e al deputato dei Cinque Stelle domani saranno notificati gli avvisi di garanzia, sorti dalla iscrizione dei due pentastellati nel registro degli indagati dopo la querela presentata da Marika Cassimatis, la candidata a sindaco di Genova che ha vinto le primarie on-line, ma che a sorpresa è stata esautorata dal garante, perchè a lui non gradita
La professoressa di Geografia (insegna al “Rosselli” di Sestri Ponente) sostiene di essere stata diffamata, che lei ed i componenti della sua lista siano stati perfino minacciati sul web. L’esposto, presentato il 17 marzo scorso, parte da alcune frasi postate dall’ex comico genovese sul suo blog.
Grillo ha accusato Marika Cassimatis di “avere ripetutamente e continuativamente danneggiato l’immagine dei M5S, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e altri iscritti…”.
Inoltre, l’astro nascente del movimento dei grillini, Alessandro Di Battista, durante una intervista rilasciata a Torino in quei giorni, ha detto “…Siamo in una vasca di squali…». Le accuse sarebbero corroborate da prove.
«Nè io, nè qualcuno della mia lista ha fatto mai fatto attività  contro i Cinque Stelle – ripete la candidata “scomunicata” – per giunta queste accuse fanno riferimento a documenti che sono stati presentati, ma non sappiamo a cosa si riferiscano. Sto cercando di venirne a conoscenza, ma senza alcun risultato».
Parallelamente alla vicenda penale si muove quella civile. L’avvocato romano Lorenzo Borrè, sempre su mandato di Cassimatis, ha presentato due distinti ricorsi al Tribunale di Genova
Il primo è una classica citazione per richiesta danni e come tale deve essere notificata alla controparte, quindi al Movimento Cinque Stelle oppure al garante, a Grillo.
Il secondo ricorso è una istanza cautelare, con la quale si chiede da una parte l’annullamento della delibera con la quale il fondatore ha azzerato la vittoria della candidata; dall’altra, la revoca della nomina di Luca Pirondini, il competitor.
L’istanza, con carattere di urgenza, chiede l’intervento dirimente dei giudici prima dei 50 giorni che precedono le elezioni amministrative di Genova.
La lettera, però, è stata spedita da Roma attraverso posta certificata. «E io non l’ho ancora vista, sulla mia scrivania non è arrivata – afferma Claudio Viazzi, presidente del Tribunale di Genova – quando la vedrò, deciderò a chi assegnarla, può darsi che vada alla Prima Sezione Civile competente sulle questioni elettorali e su quelle associative».
Al riguardo, però, il presidente dei giudici genovesi non nasconde qualche perplessità  su come intervenire sulla vicenda: «Non so se siamo di fronte ad un movimento, ad una associazione che non ha regole, che non ha statuto o a qualcos’altro – precisa – e bisognerà  capire fino a che punto l’associato può far valere i diritti eventualmente lesi».
Comunque, le due vicende (penale e civile) dal punto di vista temporale potrebbero essere affrontate contestualmente.
La prossima settimana è decisiva. Si capirà  se il Movimento, di colpo, rischia di trovarsi privato del simbolo e con Cassimatis rimessa in sella dal tribunale.
Altrimenti, la candidata non avrebbe quello che i giudici chiamano “diritto esigibile”.

(da “il Secolo XIX”)

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PARISI PONE LE BASI PER UNA COSTITUENTE DI CENTRO

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

L’EX CANDIDATO SINDACO DI MILANO FISSA LA DATA DELLE PRIMARIE PER L’8 OTTOBRE

In una location storicamente adorata dai socialisti, Stefano Parisi, che fu del Psi, pone le basi per una costituente di centro. Si candida a leader di questa nuova compagine, e fissa la data delle primarie, l’8 ottobre.
Hotel Ergife, zona sud della Capitale. La convention parisiana è fissata per le 15, ma già  attorno all’ora di pranzo c’è aria di fibrillazione perchè, annota Felice da Agrigento, «oggi rinasce il centrodestra».
Nella hall dell’albergo passeggia Alberto Bombassei, patron della Brembo e oggi parlamentare di “Civici e Innovatori”. Il quale non si sbilancia sul progetto del manager: «Sono amico di Stefano da diversi anni. Ci conosciamo dai tempi di Confindustria. Ma sono qui in veste di osservatore. Aspetto di sentire qual è il progetto politico prima di proferire verbo e aderire a qualsiasi cosa».
Sorride Bombassei quando poi il discorso vira su Silvio Berlusconi, l’eterno leader del centrodestra: «Fra Parisi e Berlusconi si è consumato un amore iniziale. Ma voi lo sapete come finisce con il Cavaliere, è sempre così…».
In fondo, il flusso di gente che varca l’ingresso dell’Ergife per applaudire Parisi ha nostalgia del Silvio Berlusconi che nel ’94 decise di scendere in campo per «evitare che il Paese finisse ai comunisti».
Ci sono imprenditori, liberi professionisti. C’è quel ceto medio che ha sempre spinto per la ricchezza e per la meritocrazia.
Non mancano però le facce di un centrodestra ormai diviso in mille rivoli.
Ecco dunque sfilare Gabriele Albertini, da sempre tifoso di «Stefano»: «Sarà  lui – afferma alla Stampa – il leader del nuovo centro».
Eppoi ci sono Maurizio Sacconi, Raffaele Bonanni, l’ex ministro all’Ambiente Corrado Clini, il siciliano Nello Musumeci, e anche il verdiniano Ignazio Abrignani. Spazio anche a pezzi del mondo cattolico come Luigi Amicone, oggi consigliere comunale di Milano, e Gianluca Cesana, leader laico di Comunione e Liberazione.
C’è questo e tanto altro nella mega sala dell’Ergife, dove siedono oltre 130 circoli di Energie per l’Italia e dove Emanuele, speaker per un giorno, annuncia che «a Gela c’è stato il record di iscritti».
Un’affermazione che lascia di stucco una signora ben vestita munita di borsa griffata che sogghigna: «Ma Gela non è uno dei comuni della Sicilia con il più tasso di criminalità ? Annamo bene…».
Riccardo Puglisi, economista, entra in punta di piedi e sarà  una della voci che scalderà  la platea con un intervento sulla moneta europea.
Defilato Claudio Scajola, che preferisce tenersi distante dalla prime file. La gente lo riconosce e viene riempito di abbracci.
«Ho controllato bene dalla posizione in cui mi trovavo. C’erano persone che provenivano da tutte le parti d’Italia, e ho visto anche molteplici facce di Fi che mi hanno accolto con tanto calore».
Ma il progetto di Parisi risulta compatibile con il Cavaliere? L’ex coordinatore di Fi ne è più che convinto: «Compatibilissimo. Mi auguro che sia un’ulteriore passo avanti per ricostruire il centro dello schieramento. Perchè oggi al centrodestra manca il centro».

Giuseppe Alberto Falci
(da “La Stampa“)

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IL PACCHETTO LIBERTICIDA DI MINNITI

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

COPIA LE PEGGIORI DESTRE E SBAGLIA

La sinistra, o presunta tale, che copia la destra populista su temi fondamentali come sicurezza e immigrazione. Una storia che viene da lontano. Una storia perdente. Eppure una storia che continua a ripetersi.
Questa volta ad assumere tale paradigma è il ministro degli Interni, Marco Minniti. L’uomo che lo scorso sabato avrebbe sventato, insieme al questore Marino, un ipotetico piano dei black bloc per distruggere Roma, di cui ancora oggi non esiste traccia nè prova al di là  delle campagne allarmistiche dei media.
L’unica certezza resta il fermo preventivo – in stile Minority Report – di 122 persone che volevano andare in piazza a manifestare. Condotti negli uffici di polizia di Tor Cervara per l’orientamento ideologico (come recita un articolo della Costituzione ai più sconosciuto). Per Minniti “è stata una bella giornata per l’Italia e l’Europa”.
Mentre il Giornale si compiaceva, il giorno dopo, del suo operato, finalmente un uomo col pugno duro contro gli attivisti (e la libertà  di manifestare): “C’è finalmente un ministro, al Viminale, e ieri se ne sono accorti tutti. Roma non è stata messa a ferro e fuoco da no global o black bloc, il vertice europeo non è stato devastato dal temuto attentato terroristico, cani sciolti e kamikaze si sono tenuti alla larga, ad antagonisti e facinorosi di qualche centri sociale è stata messa la museruola”.
Ma chi è Minniti, questo ministro che prende i complimenti della stampa destrorsa e populista per la sua gestione di piazza?
Storico dalemiano, tra la cerchia dei fedelissimi, poi veltroniano, ora è renziano doc. Negli ultimi anni, per il Pd, è diventato l’uomo dei servizi. Marco Minniti ha alle spalle una vita nella politica e nelle istituzioni.
Classe 1956, da giovanissimo si iscrive alla Figc per compiere il consueto percorso dei postcomunisti: Pds, Ds e Partito democratico. Eletto deputato per la prima volta alle elezioni del 2001, nel 2006 entra a far parte del governo Prodi che lo nomina viceministro dell’Interno.
Nel 2009 diventa presidente e animatore della Fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis) mentre alle elezioni politiche del 2013 viene eletto al Senato e nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega proprio ai servizi segreti nel governo Letta e successivamente Renzi.
Adesso è il nuovo inquilino del Viminale. Aneddoto vuole che, nei ritagli di tempo libero, scappi appena possibile al Circolo Montecitorio, con le sue racchette, per giocare a tennis con la propria scorta. Un giocatore tosto. Così ha scelto la linea dura anche da ministro.
Da poco ha presentato il suo piano, pensato insieme al ministro Orlando, che si muoverà  in due direzioni: il primo pacchetto di misure sull’immigrazione, il secondo sulla sicurezza urbana.
Provvedimenti che, tra i molteplici aspetti, prevedono la riapertura di nuovi Cie; lo stanziamento di 19 milioni di euro per il potenziamento dei rimpatri, attraverso accordi con Sudan, Libia, Mali e Nigeria; l’eliminazione del secondo grado di giudizio in caso di diniego dell’istanza di domanda; l’introduzione dei lavori socialmente utili per i richiedenti asilo. Poi la parte sul decoro urbano, dove si apre ai Daspi e a ordinanze che mirano a colpire più i poveri che la povertà , nell’era delle enormi disuguaglianze sociali.
Sembra essere tornati nella fase dei sindaci sceriffo: sanzioni contro coloro che praticano accattonaggio, che rovistano tra i rifiuti (a Roma, tra l’altro, l’unico modo per praticare la raccolta differenziata), sequestro di merci e attrezzature, e in più la confisca amministrativa, per i venditori ambulanti.
Poi hanno tratti discutibili l’arresto “in flagranza” dopo 48 ore (ossimoro) e, infine, la reintroduzione di alcuni aspetti della Fini/Giovanardi dichiarati incostituzionali che ritornano nell’art. 13 di questo pacchetto sicurezza. Più una guerra ai tossicodipendenti che alle tossicodipendenze.
In un’intervista al Corriere Minniti ha spiegato come questo provvedimento serva per non regalare l’Ue alle destre xenofobe e razziste: “Bisogna essere decisi e severi in materia di gestione dei flussi migratori, per non lasciare spazio alle destre e ai populismi che altrimenti vincerebbero ovunque e distruggerebbero l’Europa”.
Siamo alle solite. Minniti parla come se non ci fossero stati gli ultimi 20 anni.
Come se tali principi non avessero poi portato allo snaturamento delle socialdemocrazie europee. Come dimenticarsi, per esempio, che i dirigenti del centrosinistra italiano sono stati i primi a precarizzare il mondo del lavoro o a proporre le detenzioni come risposta agli esodi massicci e inarrestabili di migranti? Come dimenticarsi del pacchetto Treu? Come dimenticarsi delle guerre umanitarie in Kosovo?
Dopo il trentennio glorioso per le ragioni del lavoro e dell’avanzamento dei diritti, dopo le prime avvisaglie liberiste, dal 2000 sono stati proprio i socialisti europei ad attaccare e smantellare i diversi sistemi di Stato sociale.
La destra ha continuato su un terreno già  ben concimato. La sinistra ha fatto da apripista per misure che, oltre a non funzionare in termini elettoralistici perchè hanno spianato la vittoria delle destre, sono anche del tutto inefficaci. Difficili, se non impossibili, da applicare.
Il pacchetto sicurezza prevedrebbe sanzioni amministrative per chi dorme sulle panchine della stazione. Bene, quella persona che per dormire per strada è evidentemente povera e disperata, veramente avrà  la possibilità  di pagare una multa? Non credo.
“Sicurezza è libertà “, dice Minniti sottovalutando che il suo piano rischierà  di essere invece liberticida e che non porterà  a nessuna sicurezza per i cittadini.
Quale differenza sostanziale tra il suo provvedimento e quello di un ipotetico populista?
Se si accetta il piano delle peggiori destre, si ha già  perso da un punto di vista socio-culturale.
Finirà  male, le avvisaglie ci sono tutte. E Minniti, l’uomo forte del Viminale, ha imboccato la strada sbagliata: dice di voler fermare le destre populiste, senza rendersi conto che così le avvantaggia e basta.
La sicurezza, che tutti i cittadini pretendono, è in un’altra direzione: ci vuole più politica – per gestire alcuni delicati fenomeni – e meno misure liberticide.

(da “Huffingtonpost”)

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GLI IMMIGRATI FANNO SOLO I LAVORI CHE AGLI ITALIANI NON PIACCIONO

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LO STUDIO INPS: ACCETTANO PROFESSIONI UMILI, SONO FLESSIBILI E NON RUBANO IL POSTO A NESSUNO

Quante volte l’avete sentito dire? Quante volte vi siete fatti irretire dalla rassicurante convinzione che gli immigrati rubano lavoro e futuro?
Lo sospetta persino Bakari, uno dei giovani africani che ogni mattina pulisce le strade di Roma Nord nel timore di essere arrestato.
Non ha bisogno di molto: una ramazza, una paletta, due pezzi di cartone con cui — quasi scusandosi per il disturbo — chiede in italiano qualche centesimo e una manciata di dignità .
A Roma l’inefficienza dell’Ama ha raggiunto un livello tale da trasformare truppe di irregolari nel più straordinario spot a favore dell’integrazione.
Bakari si aggira attorno a una grande struttura della Polizia, e nessuno sente il bisogno di distoglierlo dalla rimozione meticolosa delle ortiche ai lati di un marciapiede più simile a quelli di Accra che di una capitale europea.
Meno male che Bakari c’è: secondo la più classica delle regole del mercato, colma la domanda inevasa di decoro di una città  sull’orlo perenne del collasso finanziario.
Gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, nè — se regolari — spingono al ribasso i salari.
Non è l’opinione parziale di un romano o di anime belle.
Lo dice con dati inoppugnabili una recente ricerca di tre studiosi: Edoardo di Porto dell’Università  Federico II di Napoli, Enrica Maria Martino del Collegio Carlo Alberto di Torino e Paolo Naticchioni di Roma Tre.
Non è l’unico studio sul tema, ma è il primo che censisce un intero campione di immigrati.
Lo hanno fatto grazie ad una borsa VisitInps, il progetto voluto dal presidente Tito Boeri che mette a disposizione della ricerca l’enorme mole di dati dell’Istituto di previdenza.
I protagonisti dello studio sono i 227mila lavoratori di 107.000 imprese private (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella decisa a settembre 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò 650mila persone.
Le due sanatorie successive furono drasticamente inferiori: nel 2009 furono accolte 222mila richieste su 295mila, nel 2012 passarono appena 60mila richieste su 134mila. Il numero di extracomunitari in rapporto alla popolazione in Italia è volato in quindici anni: dall’1,7 per cento del 1998 all’8 del 2012.

Oggi quella crescita è azzerata o quasi: gli immigrati censiti in Italia sono poco più di cinque milioni, due terzi dei quali extracomunitari.
In Francia sono 4,3 milioni (ma con un altissimo numero di immigrati di seconda e terza generazione), in Germania i residenti stranieri sono ben sette milioni e mezzo.
Il crollo
Se una volta gli immigrati si fermavano in Italia per cercare fortuna, oggi la gran parte di loro si spinge verso nord.
Fra il 2008 e il 2013 i permessi di soggiorno per lavoro sono passati da 738mila a 1.442mila, ma negli ultimi anni la progressione è calata fino ad azzerarsi: nel 2013 sono stati appena lo 0,46 per cento in più dell’anno precedente.
Chi non ha potuto avere il rinnovo annuale del permesso è lentamente scivolato nel lavoro irregolare.
Danesh Kurosh del dipartimento immigrazione Cgil spiega che la progressiva chiusura dei decreti flussi sta ingrossando il sommerso: oggi quelli che lavorano senza una regolare posizione contributiva sono almeno 500mila.
Cosa accadeva quando l’Italia era invece fra i principali Paesi di destinazione e accettava di buon grado le regolarizzazioni?
La novità  della ricerca Inps è nella precisione dei dati a disposizione: la sanatoria di fine 2002 imponeva alle imprese di assegnare a ciascun lavoratore emerso un codice rimasto negli archivi dell’Istituto.
I numeri
A fine 2003, appena un anno dopo, nove di quei dieci immigrati lavoravano ancora in Italia. Dopo cinque anni erano ancora l’85 per cento.
Ma la cosa ancora più sorprendente è che dopo due anni solo il 45 per cento di quel campione era impiegato nella stessa impresa, dopo cinque più di un lavoratore su tre aveva cambiato provincia.
«I dati suggeriscono che queste persone erano e sono disposte ad una mobilità  che gli italiani non hanno mai avuto», spiega Di Porto. Per intenderci: la probabilità  di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi trent’anni è stata appena del 15 per cento.
Inoltre «la persistenza nel mercato italiano associata al rapido cambiamento di impresa e residenza dimostra un eccesso di domanda insoddisfatta per mestieri a bassa qualifica».
Questi numeri confermano una tendenza che si noterà  anche negli anni della crisi. Linda Laura Sabattini dell’Istat ha fatto notare che mentre i posti scendevano nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, gli occupati stranieri aumentavano comunque nei servizi alle famiglie e nella ristorazione: riecco la domanda inevasa. L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità  della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari.
Nei dati il fenomeno emerge solo nei primi tre mesi: le retribuzioni medie degli emersi fanno scendere di circa il 16 per cento il salario delle imprese che li regolarizzano. Ma in meno di un anno quel gap si chiude.
La sanatoria della Bossi-Fini produsse l’emersione di due-tre lavoratori a impresa nell’arco di tre mesi.
Sei mesi dopo il numero degli occupati era lo stesso, a dimostrazione che la gran parte delle aziende, se nelle condizioni di farlo, non aveva interesse ad occupare irregolari.
Raccontare con dovizia di dettagli la storia di ieri aiuta a capire cosa fare oggi e domani.
Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller stima che dall’Italia solo quest’anno potrebbero transitare fino a quattrocentomila persone, il doppio dell’anno scorso, venti volte quelle sbarcate nel 1997.
La mera chiusura delle frontiere rischia di scaricare decine di migliaia di Bakari sulle strade italiane. Il ministro Marco Minniti propone di utilizzare i richiedenti asilo nei Comuni e per lavori di pubblica utilità , ma in mezzo a quelle decine di migliaia di persone ci saranno molti migranti economici.
Dimenticate per un momento l’esodo di cinque milioni di siriani, o la tragedia della Libia orfana di Gheddafi. Sui barconi che dal Mediterraneo si spingono lungo le cose siciliane ci sono anzitutto migranti in cerca di fortuna.
Giovedì scorso a Pozzallo sono arrivate su una nave 428 persone: più di trecento erano marocchini.
Gli emersi dalla sanatoria 2002 erano quasi per la metà  (il 45 per cento) dipendenti in due settori, manifattura e costruzioni.
Dopo cinque anni quella percentuale era salita al 60 per cento: una conferma in più della tendenza degli immigrati a compensare la scarsa offerta di manodopera.
Liliana Ocmim è peruviana, vive in Italia da 25 anni, ha tre figli e fa la presidente del dipartimento immigrati Cisl: «Come è possibile che i giovani italiani all’estero siano disponibili ai lavori umili che qui rifiutano?»
La risposta è amara, e dice molto dei problemi del Belpaese.
Immigrati mobili  
Negli anni della crisi la salvezza di quegli immigrati è stata ancora una volta la mobilità : «Molti sono rientrati nel proprio Paese dove hanno trovato il lavoro che qui avevano perso», racconta Mohamed Saady, edile e presidente della Anolf-Cisl. Ocmim allarga le braccia: «Questi numeri confermano quanto siano sbagliate le politiche di chiusura. Più il lavoro è irregolare, più aumenta la concorrenza al ribasso».
La ricerca dice una cosa chiara: la sanatoria della Bossi-Fini non fu un regalo a persone poi tornate nell’illegalità , ma un riconoscimento a chi già  lavorava in Italia ed è rimasto a lavorare in Italia.
Uno dei luoghi comuni sugli immigrati vuole che siano un salasso per lo Stato. E invece è vero il contrario.
Pochi giorni fa a Biennale Democrazia Boeri ricordava che i lavoratori stranieri residenti in Italia versano otto miliardi di contributi sociali all’anno e ne ricevono tre in prestazioni.
Vero è che molti di loro domani avranno una pensione, ma non tutti: l’Inps calcola che sin qui gli immigrati hanno regalato al sistema previdenziale 16 miliardi di contributi
.
Spiega Boeri: «Chiudere le frontiere produce solo tre risultati: più evasione contributiva, schiaccia i salari, aggrava i problemi sociali. Per far sopravvivere l’Europa occorre una politica comune dell’immigrazione, una gestione del problema dei rifugiati e la revisione della convenzione di Dublino. Ma è possibile crederci con i populisti al potere in cinque Paesi dell’Unione?».

(da “La Stampa”)

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INTERVISTA A BRIGITTE ZYPRIES: “L’AMERICA PROTEZIONISTA DANNEGGERA’ SOPRATTUTTO LE SUE STESSE AZIENDE”

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LA MINISTRA DELL’ECONOMIA TEDESCA: “PRONTI A RICORRERE AL WTO, NON CI SPAVENTANO LE MINACCE DI WASHINGTON”

Brigitte Zypries minaccia di denunciare gli Stati Uniti al Wto, se lederà  le regole sul commercio.
Ma la ministra dell’Economia tedesca non è neanche convinta della Cina “paladina del libero commercio”.
Contro lo shopping forsennato di Pechino nell’alta tecnologia, la Germania sta preparando delle contromisure. E, insieme a Italia e Francia, sta cercando anche di convincere l’Unione europea ad agire.
In quanto alla Brexit, Berlino conferma la linea dura: prima l’uscita, poi il negoziato.
Trump ha firmato due ordini esecutivi contro “gli abusi nel commercio estero”. Lei ha minacciato di denunciarlo al Wto. E’ il modo giusto di reagire alle sue politiche?
“Dovremmo essere sicuri di noi stessi e rilassati, con gli americani. Non c’è motivo per sentirci vulnerabili. Dovremmo informarli ad esempio che le imprese tedesche hanno creato 700 mila posti lì e formano forza lavoro. Produciamo più auto negli Usa di quante non ne esportiamo”.
Angela Merkel ha già  provato a spiegare tutte queste cose a Trump. Non ha capito?
“Ha capito. Ci ascoltano e sembra anche che vogliano imparare. Mi dicono che Ivanka Trump voglia partecipare al Women’s Summit del G20 a fine aprile per vedere da vicino come funziona il sistema duale. Anche il nostro sistema di formazione interessa dunque molto gli americani”.
Trump non sembra però voler rinunciare ai dazi.
“In un mondo globalizzato non dovremmo costruire muri. C’è un proverbio cinese che dice che quando soffia il vento bisogna costruire mulini a vento e non muri. Gli americani comprano da noi soprattutto macchinari e impianti per le loro produzioni industriali. Sarebbero i primi a ricavare danni da misure protezioniste. Danneggerebbero soprattutto l’economia americana”.
E se Trump va avanti?
“Allora si potrebbe reagire, ad esempio con i meccanismi di risoluzione delle controversie previsti dal Wto. Se alzasse i dazi sulle auto al di sopra del 2,5%, l’Ue potrebbe appellarsi al Wto”.
Ne state discutendo con l’amministrazione Trump?
“Ne stiamo discutendo con quel che c’è dell’amministrazione Trump. Non esiste ancora un responsabile del Commercio. Centinaia di posti sono vacanti. Mancano molti interlocutori; ragion per cui il sottosegretario Machnig ha dovuto cancellare il suo volo negli Usa. Io stessa dovrei andare a maggio, per allora la situazione dovrebbe essere più chiara”.
A mesi dall’insediamento ancora niente interlocutori, non è un po’ strano?
“Questa presidenza è un po’ strana, non crede?”.
Trump è un pericolo?
“Le incertezze sulla sua linea politica sono ancora grandi. Poi ci sono le cose che decide e che falliscono al Congresso o davanti ai giudici. Insomma, molto è ancora sospeso, sembra difficile fare piani: ciò non fa bene all’economia, nè agli investimenti a lungo termine”.
Theresa May ha firmato l’avvio della Brexit. Che conseguenze teme per l’economia da una “hard Brexit”?
“I negoziati sono agli inizi. L’Ue a 27 si mostrerà  compatta, tuttavia, nel negoziare prima l’uscita della Gran Bretagna e dopo i rapporti commerciali. Per due anni non cambia nulla, tutti gli oneri e i diritti restano uguali. Adesso non serve a nessuno dipingere scenari dell’orrore. L’unica cosa certa è che l’economia britannica rischia molto. L’economia tedesca è robusta e intrecciata con molti altri Paesi, non sono preoccupata”.
Lei pensa che il Ttip, il rapporto transatlantico del commercio, sia morto?
“Non credo. C’è una novità  positiva. In Germania è cresciuta la consapevolezza dell’importanza del libero commercio. E l’accordo con il Canada, il Ceta, è un buon modello per accordi futuri. Adesso, stranamente, sono i cinesi ad essere diventati i paladini del libero commercio…”.
Già . E fanno shopping forsennato in Germania di alta tecnologia. Tutto ok?
“Siamo un mercato libero e aperto. Gli investimenti di aziende straniere in Germania vanno bene, ma devono dimostrare di non essere statali o di essere compatibili con le regole di mercato. Soprattutto quando parliamo di aziende chiave. Altrimenti si combatte ad armi impari. Ci aspettiamo reciprocità  per le nostre imprese che vanno in Cina, condizioni giuste”.
Giuste vuol dire?
“Le stesse condizioni di cui godono le imprese cinesi in Germania e nell’Ue. E’ qualcosa su cui insistiamo sempre, nei colloqui con la Cina”.
E i cinesi sono impressionati? Di recente, insieme ai suoi omologhi italiano e francese lei ha chiesto che la Commissione trovi il modo di proteggere le imprese europee da certi appetiti. Ha avuto risposta?
“Ma è ovvio che non ci fermiamo alle chiacchiere. Stiamo preparando un rapporto che dovrà  stabilire, in base alle leggi, quanto margine ci potremo prendere per esaminare preventivamente acquisti importanti di imprese tedesche. Finora possiamo farlo solo nel caso di aziende militari o che tocchino la sicurezza nazionale, ma non quando si tratta comunque di imprese strategiche per la Germania. Il rapporto sarà  pronto entro la primavera. Ed è vero che abbiamo anche avviato, con successo, un dibattito al livello europeo su questo. Adesso speriamo che le cose si muovano in fretta”.
Cosa pensa della cosiddetta tassa sui robot?
“Non mi convince. E’ un deterrente per le imprese che vogliono investire su tecnologie innovative. Meglio tassare i profitti delle aziende, a prescindere se sono prodotti da uomini o robot”.

(da “La Stampa”)

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