Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
DIETRO LA SUA RIMONTA LE NUOVE GENERAZIONI: L’HA VOTATO IL 63% DEGLI UNDER 35… “NON SIAMO CITTADINI DI SERIE B”
L’abusivo è diventato il padrone della casa. Anche i più acerrimi nemici – e fra le file di Westminster targate Labour, Jeremy Corbyn ne ha parecchi – posano le armi e fanno mea culpa.
Non credevano nella leadership di Corbyn e continuano a non credere nel suo manifesto di equità sociale ed economica da vecchia sinistra, ma senza il 68enne di North Islington e il suo entusiasmo, la partita con i conservatori sarebbe stata ben diversa.
Owen Smith che fu avversario per la segreteria chiede scusa, David Miliband si entusiasma «per la nuova generazione che si è raccolta attorno a Jez» e Chuka Umunna, 38enne di belle speranze, saluta il boom dei Labour con toni entusiasti.
Nel 2010 Gordon Brown si fermò a 258 seggi, nel 2015 Ed Miliband a 232, nel 2017 Corbyn va a quota 262.
Labour al 40,1%, più 9,6% rispetto al 2015. Era dai tempi di Attlee – nel 1945 – che i laburisti non facevano un simile balzo. Il premier del secondo dopoguerra fece più 10,4%. Blair nel 1997 si fermò a più 8,8%. Però vinse. E questo qualcosa conta.
Peter Mandelson guru della Terza Via, ha un po’ di amaro in bocca. «Corbyn deve essere più ecumenico». Significa riuscire a parlare con quella parte della società britannica che non lo sopporta per il suo radicalismo dottrinale. Servirebbe a poter vincere.
Corbyn ha congelato la partita per la leadership. Ma soprattutto ha scoperto di avere un popolo con un’identità precisa. David Goodhart, scrittore e autore di «The Road to Somewhere: The Populist Revolt and the Future of Politics», ricorda come è composto: «Ceti urbani, le classi più povere delle periferie, le minoranze, sono queste le tribù di Corbyn, la cui forza è stata da molti sottostimata».
E poi ci sono i giovani conquistati dai temi – sanità pubblica, abolizione delle tasse universitarie, minimo salariale – e dal suo essere controcorrente.
Come fu contro Hillary Bernie Sanders che si è congratulato con il britannico.
Corbyn ha trascinato i ragazzi prima ai comizi e poi alle urne. Si sapeva della loro fascinazione, non che avrebbero invaso le «polling station».
Ha votato il 66,4% degli under 35 contro il 43% del 2015 e il 63% ha preferito Corbyn; la registrazione alle liste elettorali ha avuto un picco nei giovanissimi, 246 mila contro i 137 mila di due anni fa.
Numeri che hanno spinto l’affluenza totale al 68,74%, (32 milioni di elettori) più bassa solo del 1992.
Nei seggi dove la partecipazione è salita del 5%, i laburisti hanno prevalso. Le città , i centri universitari sono color rosso Labour.
Molti ex elettori dello Ukip e «brexiteers» sono tornati dai laburisti anche se – spiegano alcuni analisti – la classe operaia bianca del Nord e del centro dell’Inghilterra ha optato per i Tory.
Anche le minoranze avrebbero trovato conforto nel Labour: secondo alcune fonti in 38 collegi la comunità musulmana potrebbe essere stata decisiva.
Il «Telegraph» scriveva di un messaggio recapitato agli elettori da due candidati musulmani delle Midlands. Invitavano i correligionari a votare Corbyn per bilanciare il ruolo che altre minoranze hanno nella società britannica.
Le radio del mondo arabo hanno salutato il successo di Corbyn, l’amico dei palestinesi, come il frutto dell’impegno dei 3 milioni di musulmani del Regno Unito. Spiega Robert Ford, università di Manchester: «Che molti musulmani si sentano quasi di serie B è evidente, il terrorismo e le preoccupazioni per la sicurezza hanno spinto le autorità a considerare gli islamici un sottogruppo fra le cosiddette minoranze». Vivono nelle periferie delle grandi città , e insieme ai neri e ad altre minoranze – dati del Runnymeda Trust – due sue tre hanno sostenuto i laburisti risultando decisivi nel sottrarre ai Tory seggi come Croydon Central o Ilford North.
È con questo popolo che Corbyn sfiderà su ogni punto la May.
(da “La Stampa”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IPSOS-FRANCE TV: MACRON AL 31,5% CON OLTRE 400 DEPUTATI, REPUBBLICANI AL 22%, FN SOLO TERZO AL 18%
Dopo la sconfitta incassata da Marine Le Pen alle ultime presidenziali, il Front National (Fn)
cerca di rimettere insieme i pezzi in vista delle elezioni legislative previste per l’11 e il 18 giugno.
Secondo un sondaggio condotto dall’istituto Ipsos/Sopra-Steria e pubblicato ieri da France Tèlèvisions, il Fn dovrebbe raccogliere il 18% delle preferenze, arrivando sul gradino più basso del podio, dopo i Rèpublicains (22%) e la Rèpublique en Marche, il partito del presidente Macron, che insieme ai centristi del Mouvement Democratique (MoDem) si dovrebbe attestare al 31,5%, ottenendo così la maggioranza all’Assemblea Nazionale con più di 400 deputati su 577.
Se queste previsioni si dovessero confermare, il Fn riuscirebbe a far entrare in Parlamento non più di 15 rappresentanti, il numero minimo per formare un gruppo parlamentare.
Una sconfitta annunciata, sintomo del malessere che in queste ultime settimane sta alimentando le tensioni tra le fila dei dirigenti.
L’estrema destra francese si è impantanata nella palude del dibattito interno, tra regolamenti di conti e attriti personali, incapace di ritrovare la via per uscire da un’impasse che rischia di affossare definitivamente il partito.
Nonostante Marine Le Pen abbia registrato al ballottaggio con Macron un risultato storico per il suo gruppo con il 33,9% delle preferenze (nel 2002, contro Jacques Chirac, il padre Jean-Marie arrivò solo al 18%), sono in molti a vedere il bicchiere mezzo vuoto, rimproverando alla candidata frontista alcuni punti del suo programma. La leader dell’estrema destra si ritrova così a dover gestire i tanti malumori che erano rimasti sopiti durante l’ultima campagna elettorale.
Dal 2011, anno in cui ha preso in mano le redini del partito succedendo al padre, la rappresentante frontista ha messo in piedi un’operazione di anti-demonizzazione volta a ripulire l’immagine del Fn, smussandone gli aspetti più estremi.
Una mossa strategica, che ha però scontentato i militanti della prima ora, che non hanno mai visto di buon occhio questo processo di normalizzazione.
Tra i punti più criticati c’è quello riguardante l’uscita dall’euro, uno dei cavalli di battaglia durante la corsa all’Eliseo, che però sembra non aver convinto una parte dei simpatizzanti.
Sono in molti, infatti, a richiedere il ritiro della proposta, puntando il dito contro Florian Philippot, vicepresidente del Fn e braccio destro di Marine Le Pen, principale fautore del progetto antieuropeista.
Candidato nella sesta circoscrizione della Moselle, a est della Francia, Philippot ha già minacciato di abbandonare il partito nel caso in cui venisse accolta la richiesta.
Una dichiarazione accompagnata dalla creazione di un’associazione denominata “I Patrioti” (“Les Patriotes” in francese), nata ufficialmente per “allargare la base” degli elettori, anche se risulta evidente il messaggio lanciato alla sua famiglia politica.
A questo si aggiunge poi l’uscita di scena di Marion-Marechal Le Pen, nipote di Marine e deputata nel dipartimento di Vaucluse, nel sud della Francia.
Data da molti come possibile erede della zia, lo scorso 9 maggio la più piccola del clan dei Le Pen ha annunciato il ritiro temporaneo dalla vita politica per dedicarsi alla famiglia e continuare la sua carriera nel settore privato.
Una scelta inaspettata, che ha spiazzato i tanti sostenitori pronti ad appoggiare un’eventuale candidatura alla presidenza del partito.
Con la sua linea liberal-conservatrice di stampo fortemente cattolico, Marion-Marechal incarnava la corrente più tradizionalista, vicina alle idee del nonno Jean-Marie e in totale opposizione con Philippot.
In un clima generale di smarrimento, Marine Le Pen in queste ultime settimane è rimasta in disparte, portando avanti una campagna di basso profilo, senza particolare entusiasmo. “E’ stremata” ha confidato la madre Pierrette al quotidiano Le Parisien pochi giorni fa, dicendosi preoccupata per la salute della figlia.
L’ultima tegola è arrivata ieri, quando Le Monde ha pubblicato un’inchiesta secondo la quale almeno 30 candidati alle legislative “hanno legami famigliari con altri dirigenti o esponenti del Front National”.
Una proporzione definita “eccezionale” dal quotidiano, che anche se non ha nulla di illegale getta una cattiva luce sull’organizzazione interna.
Per queste legislative, la presidente del Fn ha scelto di giocare in casa, presentando la candidatura nell’11ima circoscrizione del Pas-de-Calais, nel nord della Francia.
Un terreno a lei favorevole, dove aveva raccolto il 58,17% dei voti al secondo turno delle ultime elezioni.
Anche se per il momento la sua leadership non è messa in discussione, dopo queste elezioni la leader frontista sarà costretta a ridefinire il partito su una linea politica stabile per ripartire in vista delle elezioni europee del 2019.
Intanto, l’unica strategia da attuare è quella difensiva, cercando di limitare i danni che potrebbero provocare le imminenti legislative.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO PIEPOLI: TUTTI PER IL 36%, GRILLO PER IL 25%, RENZI PER IL 21% … LA MAGGIORANZA CONTRARIA AD ELEZIONI ANTICIPATE, MEGLIO ASPETTARE LA SCADENZA DEL 2018
Vox populi, vox dei (a volte).
Oggi La Stampa pubblica i risultati di un sondaggio sulla legge elettorale realizzato dall’Istituto Piepoli dal quale si evince che nonostante le opposte propagande la maggior parte di chi ha risposto ha dichiarato che ad affossare la legge elettorale sono stati “tutti” (i partiti), senza focalizzare precise responsabilità su qualcuno o qualcun altro, anche se al secondo posto c’è comunque Beppe Grillo
Più di due terzi degli italiani diceva di apprezzare l’accordo sulla legge elettorale con il modello tedesco. Poi il patto è saltato in parlamento e il fallimento è stato giudicato negativamente dall’opinione pubblica. Poche volte in vita mia ho assistito a un 67% di pareri negativi, quando il giorno prima lo stesso 67% aveva dimostrato di gradire.
Quindi ora tocca capire: a chi viene attribuita la responsabilità del crollo dell’accordo? Beppe Grillo e Matteo Renzi si contendono la palma, con una lieve prevalenza di Grillo. Quanto a Silvio Berlusconi, è del tutto marginale, comparendo solo per l’1%. Ma ci sono anche 4 italiani su 10 che dicono che tutti quanti a Montecitorio sono colpevoli di «legicidio».
Per quanto riguarda le intenzioni di voto, nelle rilevazioni di Piepoli il PD è ancora il primo partito seguito a un’incollatura dal MoVimento 5 Stelle; seguono la Lega Forza Italia.
Fdi (4%, AP e MDP (3%) lontani dalla soglia ipotetica del 5%.
(da agenzie)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
LA CORSA ALLE URNE RALLENTA E LUI VARA IL PIANO B
Non può certo rimanersene con le mani in mano. 
Per questo Matteo Renzi, incassato il no alle elezioni anticipate, lavora al Piano B. Che prevede, scrive oggi La Stampa in un articolo a firma di Francesca Schianchi, per l’ex premier un corso intitolato “The Challenge of Europe” alla Stanford di Firenze in lingua inglese.
Di questo corso si era già parlato tempo fa, ma oggi a quanto pare è destinato a diventare realtà :
Una corsa al voto che probabilmente a questo punto è da spostarsi alla primavera prossima. Renzi ci aveva sperato davvero, che con l’accordo si potesse arrivare alle urne in autunno, ma nel frattempo si era preparato il piano B: ha firmato un contratto con la Stanford University, da settembre a dicembre terrà corsi in inglese agli studenti americani della sede di Firenze dal titolo: «The challenge of Europe». A Roma, intanto, la legislatura andrà avanti, incidenti al governo permettendo.
La notizia era stata anticipata dalla Nazione il 18 febbraio scorso: La sede principale della Stanford University è in California, nella Contea di Santa Clara, a circa 60 chilometri a sud di San Francisco, nel cuore della Silicon Valley. Quella di Firenze è la più longeva fra le sedi distaccate nel mondo.
Da sindaco Matteo Renzi era intervenuto all’epoca dell’inaugurazione della nuova sede.
“In questo momento, per l’Italia e per Firenze, è necessaria una visione, non una divisione”, aveva detto Renzi, “Qui a Firenze, Dostoevskij scrisse, ne ‘L’idiota’, che la bellezza salverà il mondo; io sono convinto che potrebbe salvarlo veramente non solo con i valori economici, ma con quelli civili”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
ORA SGUARDO RIVOLTO PIU’ A SINISTRA: “CON PISAPIA POSSIAMO ARRIVARE AL 40%”
“Alla Camera il premio al 40% consente di tentare l’operazione maggioritaria, anche se non è facile. Con le forze alla sinistra del Pd siamo alleati in molti Comuni dove ora si vota. Pisapia ha fatto per cinque anni il sindaco di Milano con il contributo fondamentale del Pd. Noi ci siamo; vediamo che farà lui”
Lo dice il segretario del Pd Matteo Renzi in un’intervista al ‘Corriere della Sera’ mostrando di voler continuare a corteggiare l’ex sindaco di Milano per formare una coalizione larga,che guarda a sinistra, in vista delle prossime elezioni.
Anche se c’è D’Alema?, gli viene chiesto da Aldo Cazzullo.
Il segretario Pd risponde così: “D’Alema è uscito dal Pd contro di me; non credo adesso voglia fare coalizione. Comunque non dipende dalle persone ma dai contenuti: tagli all’Irpef, periferie, lotta alla povertà , Jobs Act. Non ho niente contro i fuoriusciti – risponde – Credo però che alcuni faranno fatica anche a tornare alle feste dell’Unità ; perchè la nostra gente ha vissuto come una ferita il fatto che se ne siano andati non sulla base di un’idea, come nella tradizione anche nobile della sinistra, ma sulla base di un atavico odio ad personam . Da ultimo mi sono sentito fare la morale perchè non sostengo Gentiloni da gente che nel 2013 non l’avrebbe neanche candidato, e ora non gli vota la fiducia”.
Ci sarà il suo nome sul simbolo? “No, come non c’era alle Europee. Magari porta bene”, risponde Renzi.
Quanto alla possibilità che nel 2018 sarà lui il candidato premier, “a decidere il candidato sono i voti, non i veti. Al momento opportuno gli italiani decideranno. Noi intanto dobbiamo occupare lo spazio politico del buon senso, della ragionevolezza, contro gli urli e i populisti. È uno spazio che forse non vale il 51%; ma esiste. Una forza tranquilla”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
“APPREZZO LE BUONA PRATICHE DEI GOVERNI FRANCESI E TEDESCHI”
A due giorni dalla fine del patto a 4 che avrebbe dovuto far approvare una nuova legge elettorale,
Luigi Di Maio consegna al Corriere alcune sue considerazioni.
Su ciò che è successo in Parlamento scarica la colpa sul Pd: “Giusto trattare ma loro non hanno retto”, respinge ogni possibile crisi all’interno del Movimento: “Non siamo divisi, il 95% dei nostri iscritti ci ha chiesto di sederci al tavolo con il Pd e Forza Italia”, ammette che non ci sono più le condizioni per un nuovo patto e allarga gli orizzonti al dopo le elezioni, soprattutto in tema europeo.
Mostrando un lato moderato tutt’altro che legato ai partiti antieuropei: “Noi – dice – non abbiamo fondato la nostra storia sull’ antieuropeismo, ma sul reddito di cittadinanza. Abbiamo fatto bene a non sottometterci mai alla famiglia dei partiti antieuropei, che sembra nuova ma in realtà è malata di ideologia. Non a caso è composta da forze emergenti che non hanno i nostri livelli di consenso. E poi – confessa- personalmente apprezzo le buone pratiche di governi europei come quello francese e tedesco, composti da partiti tradizionali. Sono pratiche che vorrei importare in Italia”.
E sul referendum sull’Euro aggiunge: “Prima di pensare a una consultazione cercheremo di avere sui nostri temi risposte chiare in Europa”.
(da agenzie)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO A GENOVA VIENE MENO ALL’ACCORDO TRA L’EX CANDIDATA CINQUESTELLE E GRILLO DI EVITARE ACCUSE CAMPATE IN ARIA E SI BECCA LA SECONDA QUERELA DELLA SETTIMANA (DOPO QUELLA DI MARONI)
La candidata a sindaco di Genova Marika Cassimatis ha contattato l’avvocato Borre’ al fine di avviare la denuncia per diffamazione contro On. Luigi DiMaio per le parole espresse a Genova in intervista videoregistrata in data odierna.
L’avvocato Borre’ ha accettato l’incarico.
L’on. DiMaio ha usato parole in netto contrasto con quanto affermato da Grillo nel post del 30 aprile scorso, in cui dichiarava di non avere nulla contro la Cassimatis. La strumentalizzazione di un fatto giudiziario che ha visto la Cassimatis vincitrice, distorcendone il risultato a fini elettorali, e’ un fatto grave che rispecchia l’incapacita’ del M5s di gestire con onesta’ intellettuale il calo del consenso.
La Cassimatis si trova nuovamente costretta a percorrere vie legali per tutelare il sua rispettabilita’ e il suo buon nome.
A margine della chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco pentastellato Luca Pirondini, Luigi Di Maio ieri ai giornalisti che gli chiedevano se il M5s temesse ripercussioni elettorali per i casi Cassimatis e Putti, ha risposto così: “Non ho sentito di particolari feedback negativi. Vedremo che cosa decideranno i cittadini ma credo che apprezzino sempre quando una forza politica allontana chi se ne vuole approfittare, persone che entrano in quella forza politica, si fanno eleggere e poi passano al gruppo misto il giorno dopo. Questo lo evitiamo, siamo stati molto rigidi in questi anni e credo che siamo sempre premiati per questo”.
Il riferimento a Putti e Cassimatis è presente anche nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera sempre da Di Maio:
A Genova pesa la vicenda di Marika Cassimatis, esclusa dal Movimento dopo aver vinto le primarie?
«Non ho sentito di pesi e feedback negativi. Ed è bene che quando ci sono rischi di infiltrazioni si reagisca subito».
Ovviamente la Cassimatis non è “una infiltrata” (anzi, è una grillina della prima ora) e non è mai passata “al gruppo misto il giorno dopo” visto che non è mai stata eletta con il MoVimento 5 Stelle.
Putti, invece, ha lasciato il M5S alla fine della consiliatura a Genova e dopo aver contestato “la politica dei selfie”.
Di Maio ingenuamente continua una polemica che non giova al M5S e viene meno alla impostazione dello stesso Beppe Grillo che aveva riconosciuto la dirittura morale della Cassimatis. Pare che non abbia ancora capito che per fare il premier ci vuole anche una qualità : saper navigare alto.
E così batte il record di due querele in una settimana: non gli resta che rinunciare all’immunità parlamentare e risponderne in tribunale.
Vediamo se lo farà …
(da agenzie)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
ERA STATA SCELTA CON UN BANDO PUBBLICO PRIMA DELLE ELEZIONI, MA ORA LA MERITOCRAZIA NON SERVE PIU’… E PAOLO GIORDANO FINISCE SULLA GRATICOLA PER WESTINGHOUSE
Stefania Giannuzzi è stata vista uscire in lacrime ieri dall’ufficio di Chiara Appendino al Comune di Torino. Perchè, scrive oggi La Stampa, a quanto pare la sindaca ha comunicato all’assessora scelta alla vigilia delle elezioni con “bando” di volerla sostituire con un “politico”, ovvero con un consigliere comunale.
L’assessora gestisce ambiente e rifiuti e, a differenza di quanto riporta il quotidiano, sembra proprio difficile immaginare un legame di responsabilità tra le deleghe della Giannuzzi e quanto accaduto a Piazza San Carlo.
Anche se le bottiglie di vetro in piazza San Carlo sono in effetti rifiuti, il punto non è che siano finite in strada ma come siano arrivate in piazza.
La Stampa in ogni caso spiega che la mossa serve a tutelare Paolo Giordana, capo di gabinetto della Appendino piuttosto chiacchierato:
«Per tutto il giorno i funzionari hanno chiesto all’Amiat di ripulire le aree perimetrali dalle bottiglie, ma i mezzi non si sono visti», aveva spiegato Eugenio Bravo, segretario provinciale del Siulp, uno dei sindacati di polizia.
In questi mesi i consiglieri grillini hanno sempre supportato il lavoro degli assessori tecnici scelti da Appendino prima di essere eletta ma adesso hanno deciso di contare di più.
Non tanto e non solo per rivendicare il ruolo di chi ci ha messo la faccia in campagna elettorale ma anche per bilanciare con la capacità politica — si parla del capogruppo Alberto Unia o del presidente della Commissione Ambiente, Federico Mensio — quello che molti ritengono un inevitabile ridimensionamento del ruolo del capo di gabinetto.
Paolo Giordana, comunque, resterebbe al fianco della Appendino. Si vedrà .
Quel che è certo è che i consiglieri grillini non si sono messi di traverso nell’approvare la costituzione di una commissione d’indagine così come richiesto da una mozione di tutte le minoranze che ha come obbiettivo dichiarato vedi la presa di posizione del capogruppo Pd, Stefano Lo Russo — proprio Giordana.
Intanto proprio Giordana finisce sulla graticola per il caso Westinghouse.
Il pm Marco Gianoglio ha aperto un fascicolo senza indagati dopo l’esposto del collegio dei revisori di Palazzo Civico (Herri Fenoglio e Maria Maddalena De Finis) che hanno ricevuto dalle mani dell’opposizione la corrispondenza rimasta nascosta nei giorni della compilazione del bilancio sul debito da 5 milioni scomparso dal bilancio della Città , a quanto pare su richiesta del capo di gabinetto:
Serrati scambi di messaggi che hanno definito, all’insaputa dei revisori, la partita dei debiti verso la società Ream. «Ti pregherei di rifare la nota evidenziando solo le poste per le quali possono essere usati i 19,6 milioni di Westinghouse — scriveva il capo di gabinetto, Paolo Giordana, alla dirigente del settore Finanza, Paola Tornoni, il 22 novembre 2016 — Per quanto riguarda il debito con Ream lo escluderei al momento dal ragionamento, in quanto con quel soggetto sono aperti altri tavoli di confronto». Il messaggio dalla posta di Giordana è inviato per conoscenza all’assessore Sergio Rolando e all’indirizzo email personale di Chiara Appendino.
Il giorno dopo, alle 11.03, il direttore risponde: «Non essendo a conoscenza del fatto che l’amministrazione ha aperto tavoli di confronto con Ream, avevo ritenuto opportuno ricordare a tutti quali fossero gli impegni assunti dall’amministrazione precedente, al fine di non generare elementi di criticità per questa giunta».
Il botta e risposta resta per diversi giorni tra Giordana e Tornoni, la quale, nonostante le sollecitazioni del capo di gabinetto, non rinuncia a ribadire quel che secondo lei è giusto fare: indicare nel bilancio di previsione i 5 milioni di debito verso Ream.
Sarà un’estate calda per la Giunta.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
LE CONDIZIONI DI PISAPIA SONO PESANTI: “DISCONTINUITA’ E PRIMARIE DI COALIZIONE”
Adesso Matteo Renzi prova a cambiare schema. Radicalmente: “Non voglio sentir più parlare di
legge elettorale, siamo in una fase nuova”.
Una fase che ruota attorno alla prospettiva del 2018 e al recupero una parola antica, coalizioni, come prevede la legge del Senato, mentre alla Camera c’è un listone unico. Da Giuliano Pisapia a Carlo Calenda.
Al netto di incidenti parlamentari: “Non saremo noi a staccare la spina a Gentiloni — dice un fedelissimo — ma è evidente che questa maggioranza è logora. Si balla”. Ma la fase nuova è già un’incognita.
Proprio col ministro dello Sviluppo Economico, c’è stata una telefonata, dopo il fallimento del patto a quattro alla Camera.
La prima, partita dal cellulare dell’ex premier, dopo settimane – anzi mesi – di gelo personale e di aperto conflitto politico sulla durata della legislatura e sullo strapotere dei “tecnici” nel governo Gentiloni.
Ambienti vicini al ministro parlano di un confronto umanamente sereno, ma “franco e schietto” sul piano politico: “Se c’è un accordo sulla fine della legislatura — il senso del ragionamento di Calenda — si può ricominciare a parlare di contenuti economici”.
Per il segretario del Pd la fase nuova è innanzitutto un bagno di realtà .
La presa d’atto di un’operazione, quella franata nel voto segreto, costosissima in termini politici. Oltre alla sonora sconfitta parlamentare, c’è un rapporto incrinato coi padri nobili del Pd, e non solo: Prodi, Veltroni, Napolitano, tutto un mondo della sinistra scandalizzata da una manovra che snaturava il Pd, con la sua storia di vocazione riformista e maggioritaria.
Parte da qui, dalla impellente necessità di un recupero di immagine, il tentativo di ricostruire una coalizione possibile. Al centro e a sinistra.
O meglio, con quella parte di centro e quella parte di sinistra considerati “compatibili”, e utili ad asfaltare gli altri.
Calenda per asfaltare Alfano, Pisapia per asfaltare D’Alema e Bersani (perchè è bene ricordare che al Senato lo sbarramento è all’8 per cento).
Il ministro, per ora, ha tenuto il confronto sul piano del governo, nè ha cambiato idea su una eventuale candidatura rispetto a quello che più volte ha dichiarato in queste settimane: “Non mi candido, torno al privato”.
Sia come sia l’operazione rivela l’animus del segretario del Pd. Su Alfano, partner fedele di governo, dopo il fallimento della legge elettorale Renzi è pronto a scaricargli addosso, al primo cenno polemico, un intero alfabeto di attacchi violenti, dalla lettera P come Poste, dove lavora il fratello non proprio gratis, alla S di Shalabayeva, che resta una macchia non stinta sull’operato dell’allora ministro dell’Interno.
Anche sul frote Giuliano Pisapia il grande corteggiamento, per ora, non ha prodotto fatti nuovi: “Sono per il massimo dell’unità — ha detto l’ex sindaco di Milano a Rainews – ma non si può fare un’apertura dopo mesi e mesi in cui abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra e, soprattutto dopo una sconfitta come quella di ieri, che presupponeva coalizioni diverse”.
Insomma, non così. Ma soprattutto Pisapia ha invocato una “discontinuità ” rispetto alle politiche di questi anni e posto una condizione pesante: “Renzi faccia le primarie se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, poi vediamo chi le vince”.
Al momento non è in discussione la sua iniziativa del 1° luglio a Roma, in piazza, per lanciare un “nuovo centrosinistra” fuori dal Pd, con Bersani gli altri.
Anche se al Nazareno è in atto un lavoro per farla saltare: “Se fanno l’iniziativa assieme Pisapia e Bersani — dice un renziano di rango — a quel punto non la riprendi più. Diventa complicato separarli, dire uno sì l’altro no. E il punto fermo è che Bersani e gli altri Matteo li vorrebbe cancellare dal Parlamento”.
Un approccio che non favorisce l’alleanza, neanche con Pisapia.
La fase nuova ha limiti antichi, perchè le forzature di queste settimane hanno lasciato tracce profonde. E non è detto che nessuno, ma proprio nessuno, dentro il Pd prenda uno straccio di iniziativa sulla legge elettorale da martedì, quando torna in commissione.
In fondo, se coalizione ha da essere, si può fare anche una legge elettorale che la preveda in modo più “armonico” rispetto all’attuale.
(da “Huffingtonpost”)
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