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“ELETTORI M5S DETERMINANTI PER IL SUCCESSO LEGHISTA IN TOSCANA MA IL PATTO NON REGGE OVUNQUE”

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

L’ANALISI SUI FLUSSI DELL’ISTITUTO CATTANEO: A PISA IL 70% DEI VOTI GRILLINI SONO ANDATI AL CANDIDATO DELLA LEGA, MA A BRINDISI E TERAMO L’OPPOSTO, HANNO VOTATO QUELLO DEL PD

Gli elettori 5 Stelle avevano un candidato del Movimento sono in 7 dei Comuni coinvolti nei ballottaggi di ieri (Ragusa, Avellino, Imola e Terni quelli principali). Come hanno votato, in tutti gli altri casi?
In che misura sono stati determinanti per il largo successo dei sindaci del centrodestra, e in particolare di quelli leghisti?
Rinaldo Vignali – ricercatore dell’Istituto Catteneo – sta studiando i flussi elettorali di alcuni dei Comuni chiave di questa tornata.
“In Toscana – risponde – l’elettorato dei 5 Stelle è stato determinante per il trionfo leghista”.
Il dato più significativo è quello di Pisa. “Qui su 100 cittadini che avevano votato M5S al primo turno, ben 70 hanno scelto il candidato di centrodestra. Solo l’8,7 per cento ha preferito il centrosinistra. Il resto si è rifugiato nell’astensione. E mi sento di dire che il trend è simile anche nelle altre roccaforti rosse cadute in Toscana”.
Dunque il patto gialloverde regge nelle urne, lo stesso meccanismo è stato registrato anche nelle altre città  principali?
“Il dato è tutt’altro che omogeneo. Pensiamo ad Ancona. Qui gli elettori che al primo turno avevano scelto il Movimento, al ballottaggio si sono divisi in parti quasi uguali: 43 per cento astenuti, 34 per cento al centrodestra. Ma c’è anche un 21,9 che ha scelto centrosinistra. A Brindisi addirittura il 41 per cento ha scelto Riccardo Rossi del centrosinistra, contribuendo al suo successo a sorpresa. Il 59 per cento ha preferito non votare. A Teramo il 56 per cento si è astenuto, il 33 per cento ha votato centrosinistra, l’11 per cento centrodestra. A Siracusa c’è stata una situazione del tutto diversa: ben il 94 per cento degli elettori ha preferito non tornare alle urne”.
Insomma, il voto dell’elettore 5 Stelle è difficilmente catalogabile. Come si spiega il quasi totale travaso in Toscana verso i candidati leghisti?
“In Toscana il Pd è percepito maggiormente come un blocco di potere, come un sistema. Nelle regioni tradizionalmente rosse l’elettorato M5S è più ideologico. Se al Sud, dunque, può spostarsi a destra come a sinistra, al centronord è principalmente ostile al Partito democratico”.
Come si è comportato l’elettorato di centrosinistra lì dove non aveva un proprio candidato?
“Abbiamo esaminato due casi. A Terni in massa gli elettori di centrosinistra hanno disertato le urne. Un 14,5 per cento ha scelto il candidato dei 5 Stelle. Solo il 4,6 il centrodestra. A Ragusa, su 100 elettori del centrosinistra il 52 per cento ha votato 5 Stelle, il 44 per cento si è astenuto, solo il 4 ha votato centrodestra”.
E i leghisti? Lì dove non erano presenti hanno votato 5Stelle? A Imola sembra evidente
“A Imola ha vinto il modello Pizzarotti, il modello Parma. Lì dove i grillini sono contrapposti al centrosinistra, tutti gli altri elettori al ballottaggio scelgono i 5Stelle”

(da “La Repubblica”)

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EFFETTO RAGGI NELLA CAPITALE: IL M5S PERDE ANCHE IL III MUNICIPIO (170.000 ELETTORI)

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

VINCE IL CANDIDATO DI SINISTRA CHE NON PIACEVA AL PD

A prima vista sembrerebbe un raggio di sole in una tempesta. Ma la vittoria di Giovanni Caudo nel III Municipio di Roma non dovrebbe essere motivo di vanto per il Partito Democratico di fronte a una rovinosa sconfitta generalizzata nel resto d’Italia.
Perchè se l’esclusione del MoVimento 5 Stelle dal ballottaggio in entrambe le municipalità  dimostra che a Roma l’Effetto Raggi è quello che è e la sindaca non ha più il consenso della città , la vittoria di Caudo (così come quella di Ciaccheri) arriva dopo che alle primarie i due hanno superato i candidati della maggioranza del partito, dimostrando così la lontananza totale tra la classe dirigente interna del partito, l’attivismo e l’elettorato di centrosinistra.
Caudo e Ciaccheri sono stati sostenuti in una coalizione allargata che comprende anche LeU, movimenti e realtà  civiche.
Caudo, in passato assessore della giunta di Ignazio Marino, ha sconfitto con il 56,71% dei consensi il leghista Francesco Maria Bova, già  dirigente del commissariato Fidene e sostenuto dalla coalizione di centrodestra FI-FdI e Carroccio.
Caudo aggiunge 1200 voti ai 18mila che ha conquistato al primo turno mentre Bova ne porta a casa appena 150 in più.
Il nuovo consiglio municipale sarà  composto da 16 consiglieri del centrosinistra, 6 del centrodestra, 3 dei 5 Stelle. Gli scranni della maggioranza saranno occupati da 9 esponenti dem: Francesca Leoncini, Filippo Maria Laguzzi, Yuri Bugli, Simona Sortino, Italo Della Bella, Nastassja Habdank, Maria Teresa Ellul, Christian Giorgio. Tre gli eletti della lista Caudo: Matteo Zocchi, Francesca Farchi, Maria Romano. Infine due esponenti di Leu, Matteo Piterosante e Cesare Lucidi e Angela Silvestrini di Centro Solidale. giovanni caudo III municipio
“A Roma dopo il fallimento del M5S il centrosinistra unito vince nel III Municipio con Giovanni Caudo la sfida con la destra di Salvini: un nuovo passo avanti importante per tutti i romani verso il riscatto della Capitale!”, scrive su Facebook il segretario renziano Andrea Casu mentre il deputato Luciano Nobili su Twitter esulta: “Dopo due anni di fallimenti, Roma respinge il mostro populista e torna democratica”.
Entrambi già  non ricordano più che i vincitori non sono per niente un prodotto della classe dirigente romana: entrambi hanno sconfitto alle primarie i candidati indicati dai renziani della Capitale grazie all’appoggio di Nicola Zingaretti.
Il PD Roma è riuscito nel miracolo di riuscire a perdere le sue primarie anche se oggi i suoi azionisti di maggioranza esultano per la sconfitta dell’odiata Raggi, ottenuta grazie alla sconfitta dei candidati che aveva designato per il governo municipale.
Ma la capocciata di Roma al MoVimento 5 Stelle non può far pensare ad alcuna rinascita del Partito Democratico in città .
Roma, che ha anticipato l’Italia nel portare il M5S al governo, è di nuovo in anticipo sull’Italia nel giudizio nei confronti del governo grillino. Mentre Roma e il Lazio possono costituire un laboratorio di nuove idee e alleanze per il Partito Democratico di Zingaretti.
Ma la strada è ancora lunga e piena di professionisti del salto sul carro del vincitore.

(da “NextQuotidiano”)

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PUGLIA IN CONTROTENDENZA: AL CENTROSINISTRA 7 COMUNI SU 11

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

VINCE ANCHE A BRINDISI, ALTAMURA E ACQUAVIVA

Netta affermazione del centrosinistra tradizionale, quello contrario fino all’ultimo alle aperture a destra, che si impone a Brindisi e in alcuni dei principali comuni baresi. Assente il Movimento 5 Stelle, mentre il centrodestra invece paga anche le tante divisioni interne alla coalizione.
E’ quanto emerge dal ballottaggio che ha riportato alle urne undici comuni pugliesi. In cinque di questi (Brindisi, Altamura, Acquaviva, Conversano e Noci) si impone il centrosinistra con i suoi simboli ufficiali.
A Casamassima e Mola vincono candidati di civiche di centrosinistra. Caso a parte per Bisceglie dove fin dall’inizio le coalizioni erano un mix di centrodestra e centrosinistra.
L’unica netta affermazione del centrodestra è quella di San Nicandro Garganico. Da registrare l’elezione di due donne sindaco a Altamura e Oria.
Ma la vittoria più importante senza dubbio quella di Brindisi, unico capoluogo di provincia fra gli undici comuni andati al ballottaggio. Qui il ricercatore Enea, Riccardo Rossi, alla guida di una coalizione composta da Pd, Leu e civiche di sinistra ribalta il risultato del primo turno, si impone con il 56,6 per cento delle preferenze e più di 16mila voti sul candidato di centrodestra Roberto Cavalera (fermo al 43,5 per cento), e può festeggiare l’elezione a nuovo sindaco della città  che finalmente chiude la lunga fase commissariale.
La chiamata alle urne anche degli elettori del Movimento 5 Stelle ha giovato a Rossi che raccoglie oltre seimila voti in più rispetto ai 10mila raggiunti al primo turno, mentre Cavalera (che aveva in coalizione personaggi delle precedenti amministrazioni, compreso Gabriele Antonino, figlio dell’ex sindaco Giovanni condannato per corruzione) perde tremila voti rispetto al primo turno e sconta il netto rifiuto del leghista Massimo Ciullo (altro candidato di centrodestra fermatosi al primo turno) che ha negato il suo sostegno scatenando forti polemiche in tutto il centrodestra regionale.
Grande vittoria per il centrosinistra anche ad Altamura dove Rosa Melodia, vola verso il 55 per cento di preferenze e con più di 16mila voti diventa la prima sindaca della città , ribaltando il voto del primo turno, e staccando di dieci punti Giovanni Saponaro, candidato di centrodestra che però era sostenuto sia da civiche vicine a Massimo Cassano (ex senatore di Forza Italia) che da fedelissimi del governatore Michele Emiliano.
Altamura torna dunque ad avere un sindaco espressione di centrosinistra, dopo vent’anni di dominio delle destre e soprattutto dopo la brutta parentesi dell’ultimo sindaco, Giacinto Forte, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Tangentopoli della Murgia, che ha portato al commissariamento del comune.
Il centrosinistra vince anche a Conversano, ma questa non è una sorpresa, visto che al ballottaggio si sono ritrovati Pasquale Gentile con Pd e civiche e Pasquale Loiacono, alla guida di una coalizione composta da socialisti, Leu e civiche. A prevalere è stato quest’ultimo con 7.325 voti e il 59 per cento di preferenze, mentre Gentile raccoglie quasi mille voti in meno rispetto al primo turno.
Ad Acquaviva delle Fonti viene rieletto il sindaco uscente di centrosinistra, Davide Carlucci che con oltre il 54 per cento delle preferenze e 6.255 voti batte Franco Pistilli, nonostante quest’ultimo fosse riuscito a fare un apparentamento tecnico e a portare dalla sua parte al ballottaggio Forza Italia e Noi con l’Italia.
Anche a Noci prevale il sindaco uscente di centrosinistra Domenico Nisi che con il 53 per cento delle preferenze si avvia al secondo mandato, battendo l’ex senatore fittiano (ed ex sindaco) Piero Liuzzi fermo al 47 per cento. Netta affermazione a Casamassima di Giuseppe Nitti che alla guida di una coalizione composta da civiche di centrosinistra (ma non del Pd che al primo turno aveva puntato su Antonia Spinelli), sfonda il muro del 62 per cento delle preferenze, lasciando al 38 per cento Agostino Mirizio, candidato di Forza Italia e Fratelli d’Italia.
Nitti si riconosce nel partito Italia in Comune, fondato dal sindaco di Parma, l’ex grillino Federico Pizzarotti, che può vantare l’adesione anche di Giuseppe Colonna, fresco di vittoria a Mola di Bari (dove il Pd non si è neanche presentato alle elezioni). Colonna, candidato con liste civiche, prevale con il 55,5 per cento sul sindaco uscente, Stefano Diperna, sostenuto da fittiani, Forza Italia, Fratelli d’Italia e civiche di destra.
Nell’unico comune della Bat al secondo turno, Bisceglie, si impone Angelantonio Angarano, l’ex dem che ha messo insieme una corazzata di civiche di centrosinistra e centrodestra. Battuto l’altro civico Giovanni Casella. Si tinge di rosa anche il comune brindisino di Oria con la vittoria di Maria Lucia Carone, che insieme a una coalizione di civiche di centro ha sconfitto il candidato di Forza Italia e di civiche di centrodestra, Giuseppe Carbone. Nell’altro comune brindisino al ballottaggio, Francavilla Fontana, Antonello Denuzzo candidato di civiche di centrodestra con 9mila voti (4mila in più rispetto al primo turno) ribalta le previsioni e si impone sul sindaco uscente di centrosinistra, Maurizio Bruno, sostenuto da Pd e civiche.
L’unica vittoria dei simboli ufficiali del centrodestra si regista a San Nicandro Garganico, dove Costantino Ciavarella si impone su Mario D’Ambrosio sostenuto da una strana alleanza fatta da Pd e fittiani. Non a caso il centrodestra vince qui, dove si presenta unito, visto che Ciavarella è sostenuto dai simboli di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, insieme all’Udc.
Per quanto riguarda l’affluenza alle urne, malissimo Brindisi (40,6 per cento) e Casamassima (36,1 per cento), con dati ben al di sotto del 50 per cento. Dati completamente diversi nelle altre piazze, soprattutto a Oria (65 per cento) e Acquaviva delle Fonti (65,4 per cento) che fanno registrare numeri sulla partecipazione più alti d’Italia.
Anche Noci (59,9 per cento), Altamura (54,2 per cento) e Conversano (53,7) hanno superato la metà  degli elettori e la media nazionale, mentre a Mola di Bari si arriva al 47,1 per cento. A Bisceglie, si è toccato quota 48,1 per cento. Sotto la media nazionale anche il dato dell’unico comune foggiano al voto, San Nicandro Garganico dove si registra un’affluenza del 44,8 per cento.

(da agenzie)

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A IVREA PER LA PRIMA VOLTA DAL DOPOGUERRA UN SINDACO AL CENTRODESTRA

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

A ORBASSANO VINCE IL CANDIDATO SINDACO DI FORZA ITALIA CONTRO QUELLO DELLA LEGA

Il centrodestra espugna Ivrea, una delle utlime roccaforti del centrosinistra.
Stefano Sertoli è il nuovo sindaco: ha conquistato il 52,74 per cento dei voti, Maurizio Perinetti, portabandiera del centrosinistra 47,36 per cento.
Il mancato accordo con Francesco Comotto, candidato della lista Sinistra che aveva raccolto più del 18 per cento, sembra aver penalizzato Perinetti. A Ivrea hanno votato 9.276 elettori, pari al 46,72%, in calo di oltre otto punti percentuali rispetto al 10 giugno (55,25%). Tracollo del Pd.
Sertoli vince con uno scarto di circa 450 voti a Ivrea. “Non vedo l’ora di mettermi al lavoro”, dice il nuovo primo cittadino che succede a Carlo Della Pepa. “Puntavamo al cambiamento, non solo di colore politico, perchè io sono un civico, ma del modo di operare. Io penso a una città  per tanti, non per pochi. Dopo 40 anni la voglia di cambiare era nell’aria”, sottolinea il neo primo cittadino che ha già  la valigia pronta. “Giovedì partirò insieme alla delegazione del Comune per il Bahrain. “Andrò a Manama per la candidatura Unesco di Ivrea”, spiega Sertoli.
Ad Orbassano, invece, il candidato della Lega, Giovanni Falsone, non è riuscito a sfondare, nonostante la campagna elettorale aggressiva giocata contro il “Sistema Orbassano”.
Cinzia Bosso, candidato di Forza Italia, ha vinto con oltre il 58 per cento delle preferenze, contro il 42 per cento di Falsone: “Sono felice grazie a tutti i cittadini, alla squadra e si continua a lavorare con tanta forza e impegno”. Bosso raccoglierà  il testimone dal marito, Eugenio Gambetta, che ha amministrato per due mandati. Cambia però la maggioranza: sarà  un monocolore Forza Italia più liste civiche, mentre la Lega andrà  all’opposizione insieme al Pd e ai CInque Stelle. A Orbassano ha votato il 44,17 contro il 58,46 del primo turno.
Lo sconfitto di Ivrea Maurizio Perinetti, candidato del Pd, sottolinea che “”se avessimo fatto qualche apparentamento, forse avremmo vinto, ma non saremmo stati coerenti con i nostri elettori. Usciamo quindi da questa contesta elettorale a testa alta, con la convinzione di avere mantenuto il nostro stile”.
A Ivrea, la città  di Adriano Olivetti, la sinistra amministrava ininterrottamente dal dopoguerra.

(da agenzie)

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PROTESTA IN MUTANDE, PREGHIERE E ARRESTO: ECCO IL NUOVO SINDACO DI MESSINA

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

CATENO DE LUCA PASSA CON IL 65% DEI VOTI, ERA TRA GLI IMPRESENTABILI DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA

Alla fine ce l’ha fatta.
Con il 65% dei voti, Cateno De Luca ha vinto il ballottaggio contro Placido Bramanti ed è il nuovo sindaco di Messina.
Il primo atto dell’esponente dell’Udc è stato depositare un mazzo di fiori ai piedi della Madonna in piazza Immacolata di marmo. Poi le prime parole di ringraziamento ai cittadini: “Voglio essere il sindaco di tutti. Iniziare una rivoluzione può essere facile, il difficile è portarla avanti. Ed è quello che noi ci impegneremo a fare”.
Cateno De Luca era già  noto per le sue rivoluzioni oltre che alla politica anche alle cronache giudiziarie.
Nel 2007, il neosindaco di Messina inscenò uno spogliarello nella sala stampa dell’Assemblea regionale siciliana per protestare contro la decisione dell’allora presidente, Gianfranco Miccichè, di estrometterlo dalla commissione bilancio.
Per l’occasione pensò di indossare una coppola nera in testa, un Pinocchio in una mano e una Bibbia nell’altra: De Luca venne immortalato a petto nudo e una bandiera della Sicilia utilizzata come pareo.
Oltre agli spogliarelli, De Luca è noto anche per le sue vicende giudiziarie, iniziate nel 2011 quando era sindaco di Fiumedinisi, carica che ricopriva dal 2003.
Allora, come ricorda il Corriere della Sera, finì in manette con il fratello Tindaro, funzionario del comune e presidente della Commissione edilizia, per il cosiddetto “sacco di Fiumedinisi”.
Venne accusato di abuso d’ufficio, falso e tentata concussione per aver gestito gli appalti per la costruzione di un albergo, 16 villette e un muro di contenimento del torrente Fiumedinisi così da favorire le imprese edilizie della sua famiglia. Per lui erano stati chiesti cinque anni di carcere.
Nel novembre del 2017, pochi giorni prima dell’assoluzione e in concomitanza con l’annuncio della sua candidatura a sindaco di Messina, De Luca venne nuovamente arrestato per evasione fiscale.
Il suo nome era, secondo la Commissione antimafia, tra gli “impresentabili” del centrodestra. De Luca tornò in libertà  dopo la revoca degli arresti domiciliari, sostituita con una misura interdittiva del divieto di ricoprire ruoli apicali negli enti coinvolti nell’inchiesta.
De Luca è stato anche sindaco di Santa Teresa di Riva dal 2012 al 2017. In totale, il nuovo sindaco di Messina è stato coinvolto in 16 inchieste e in altrettanti proscioglimenti.
Rimane aperta quella in cui è accusato di evasione fiscale.

(da “Globalist”)

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LA NAVE DANESE IN OSTAGGIO A POZZALLO IN VIOLAZIONE DELLE LEGGI INTERNAZIONALI

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

IL GARANTE SCRIVE AL COMANDANTE DELLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA PER CONOSCERE CHI HA IMPARTITO UN ORDINE CHE PRIVA DELLA LIBERTA’ PERSONALE CHI SI TROVA SULLA NAVE… ORA L’AMMIRAGLIO PETTORINO RISCHIA DI ESSERE INDAGATO PER IL DELIRIO DI UN GOVERNO XENOFOBO

Una motovedetta della Guardia di Costiera ha trasferito nel tardo pomeriggio di ieri acqua, succhi di frutta e altri alimenti di prima necessità  oltre a 100 paia di ciabatte per i 108 migranti che si trovano a bordo del cargo Alexander Maersk, battente bandiera danese, ferma da venerdì sera al largo del porto di Pozzallo e in attesa di essere autorizzata ad attraccare.
Bocche cucite in Capitaneria e in prefettura sul destino della nave.
Intanto la donna incinta e la bambina di 8 anni trasferiti sulla terraferma ieri in emergenza stanno meglio e sono attualmente ospiti nell’hotspot di Pozzallo. Il padre della bimba e il figlio maschio di 4 anni sono rimasti invece a bordo della Maersk.
Ieri vi è stata un’evacuazione medica per due migranti: una donna incinta all’ottavo mese di gravidanza e una bambina di 8 anni disidratata e con gastroenterite.
Insieme a loro due sono stati portati a terra la figlia minorenne della donna e la madre e il fratello della bambina.
Stamattina il sindaco di Pozzallo Roberto Ammatuna ha fatto un appello a Salvini per chiedere di far sbarcare i naufraghi: “E’ l’intera città  di Pozzallo che chiede un gesto di umanità  nei confronti di chi sta soffrendo. La popolazione di Pozzallo è additata da tutti come modello di accoglienza, è sempre stata e rimane della parte della legalità  ma al contempo davanti ai patimenti di tante donne e bambini non riesce a rimanere inerte ed insensibile”.
Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà  personale, Mauro Palma, ha scritto una lettera al Comandante generale della Guardia Costiera, Ammiraglio Giovanni Pettorino, con cui chiede “urgenti informazioni sugli ordini impartiti relativamente alla impossibilità  di approdo della nave container”, visto che chi si trova sulla nave “si trova di fatto privato della libertà  personale”.

(da “NextQuotidiano”)

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LA GITA DI SALVINI IN LIBIA: “HOTSPOT NEL SUD DEL PAESE”, I LIBICI: “RIFIUTIAMO CATEGORICAMENTE”

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

INCONTRO TRA SPECIALISTI IN RESPINGIMENTI … A SALVINI LO SPOTTONE VA   DI TRAVERSO

“Centri di accoglienza” da costruire nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori.
Si snoda attraverso queste due direttrici la proposta avanza da Matteo Salvini al governo libico presieduto da Fayez Al Sarraj.
Il ministro dell’Interno è volato questa mattina a Tripoli, dove ha incontrato l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig.
Il capo del Viminale aveva anticipato la proposta via Twitter, poco dopo l’atterraggio nella capitale libica: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perchè i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”.
Poi l’ha ribadita durante l’incontro con il ministro dell’Interno Abdulsalam Ashour e durante la conferenza stampa congiunta con il vicepremier libico Ahmed Maitig.
“Giovedì a Bruxelles sosterremo di comune accordo che i centri di accoglienza e identificazione vanno costruiti a sud della Libia per aiutare a bloccare l’immigrazione che stiamo subendo entrambi”, ha annunciato alcune ore più tardi annunciato parlando davanti alle telecamere al fianco del numero due del governo Al Sarraj.
Che ha subito stoppato la proposta sui centri di identificazione: “Rifiutiamo categoricamente la presenza di qualsiasi campo per i migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”.
Il problema nascerebbe se la gestione dei centri venisse affidata a personale non libico, perchè ciò costituirebbe una violazione palese della sovranità  nazionale.
I libici gli attuali campi di concentramento li gestiscono in proprio con annessi tangenti e abusi, non vogliono ingerenze.
Se ci fosse una centro di accoglimento gestito da organismi umanitari verrebbe meno una fonte di reddito per una pletora di funzionari corrotti.

(da agenzie)

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TONINELLI SI E’ CONCENTRATO E HA TROVATO IL SISTEMA PER NON FAR PARTIRE PIU’ I BARCONI: TRASFORMARE LA LIBIA IN UNA PRIGIONE

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

QUELLO CHE L’ITALIA E L’EUROPA NON FANNO DOVREBBE FARLO DA SOLA LA LIBIA

Continua il periodo di massima concentrazione per Danilo Toninelli. Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, in prima linea per contrastare gli sbarchi di migranti sulle nostre coste ha cinguettato questa mattina la sua soluzione per fermare il traffico di gommoni nel Mediterraneo Centrale.
Il ministro a 5 Stelle detta la linea: è necessario coinvolgere la Libia nei salvataggi dei migranti. Migranti tra i quali ci sono anche possibili rifugiati e richiedenti asilo (ad esempio nel 2018 la seconda nazionalità  dichiarata al momento dello sbarco è quella eritrea)
Non si esporta più nemmeno la democrazia, si “rafforza”
Insomma per Danilo Toninelli è naturale che, poco a poco, la Libia torni a prendere il controllo dei salvataggi in mare. Il problema è che al momento non esiste uno stato libico unitario, una cosa che di sicuro complicherebbe la situazione per chiunque. Soprattutto per chi nel programma elettorale scriveva che «la politica estera del Movimento 5 Stelle si basa sul rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, la sovranità , l’integrità  territoriale e sul principio di non ingerenza negli affari interni dei singoli Paesi​».
Ed ecco infatti che Toninelli scrive che il governo rafforzerà  «stato di diritto e democrazia a Tripoli». Il tutto si immagina in perfetto ossequio al principio di non ingerenza e di autodeterminazione dei popoli.
Lo stesso che ha guidato i vari esportatori di democrazia tanto criticati dal M5S negli anni scorsi. Addirittura in una prima bozza del programma Esteri del MoVimento si parlava della Libia dicendo che «il caos che regna in Libia dimostra, senza nessuna possibilità  di smentita, che l’unilateralismo dell’intervento umanitario è definitivamente fallito» e si criticava esplicitamente «la teoria della “esportazione della democrazia” varata nel 1989» e basata su «una presunta “superiorità  morale”, alcuni stati hanno il diritto di intervenire rimuovendo capi di stato di Paesi stranieri». Per fortuna che c’è il M5S che dichiarava con orgoglio di ripudiare «ogni forma di colonialismo, neocolonialismo e/o ingerenza straniera».
Oggi il ministro usa il termine “rafforzare stato di diritto e democrazia”, ma il significato è lo stesso. Con buona pace dell’autodeterminazione e la possibilità  per i libici di scegliere un governo. Ma c’è di più.
Perchè Toninelli ritiene che tutto questo sia necessario a non “far più partire i barconi della morte”. Come se a bordo di quei barconi ci fossero principalmente cittadini libici in fuga da un paese sull’orlo della catastrofe.
Ma non è così, perchè i dati del Ministero dell’Interno fanno capire in modo chiaro che i libici non tentano più di venire in Italia a bordo dei gommoni. Sono i cittadini di altri paesi che transitano attraverso la Libia per raggiungere l’Europa.
La Libia è solo l’ultima tappa di un viaggio di mesi (se non anno) e lungo migliaia di chilometri attraverso il continente africano o la penisola arabica.
Così come il Niger la Libia è un paese di transito e non la fonte di provenienza dei migranti. Rafforzare la democrazia e lo stato di diritto in Libia è solo un modo molto gentile per dire che con un governo “stabile” che faccia gli interessi europei (e quindi non quelli nazionali “sovrani”) l’Europa e l’Italia potranno tirare un sospiro di sollievo e dimenticarsi dei barconi.
In sostanza Toninelli sta chiedendo ad un paese che deve ancora uscire dalla guerra civile di fare quello che una democrazia compiuta e realizzata (e ora che c’è l’avvocato del popolo possiamo dirlo senza tema di smentita) nonchè uno dei sette paesi più industrializzati del mondo non riesce a fare: farsi carico dell’accoglienza di qualche centinaio di migliaia di disperati.
Siano essi migranti economici o rifugiati.
Non riesce a farlo l’Italia, non riescono a farlo i 27 paesi dell’Unione Europea ma la Libia invece potrà  farlo. È ottimista Toninelli.
Ma non racconta cosa significa lasciare i migranti in balia dei libici come abbiamo fatto fino alla caduta del regime di Gheddafi (non serve essere una democrazia del resto per fare il lavoro sporco per noi).
In Libia ci sono veri e propri campi di concentramento dove le donne vengono violentate e stuprate, mercati di schiavi dove gli uomini diventano merce.
E sotto la Libia, a Sud, ci sono stati dove sono in corso conflitti armati e attacchi dei terroristi islamici. Non ci sono solo Siria, Iraq e Afghanistan nei paesi da dove si scappa dalla guerra o dalle persecuzioni. Anche in Africa ci sono guerre.
Chiudere tutti i migranti in Libia, senza fornire alcuna soluzione a lungo termine avrà  due effetti: sottoporre i migranti a nuove e ripetute sofferenze e destabilizzare ulteriormente la Libia.
Del resto se poco più di centomila persone hanno creato un’emergenza in un paese come l’Italia che cosa mai potrà  andare storto in Libia?

(da “NextQuotidiano”)

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LA STRATEGIA DI CONTE PER L’IMMIGRAZIONE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI

Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile

TUTTE LE BALLE E LE CONTRADDIZIONI DEI DIECI PUNTI DELLA PROPOSTA DEL GOVERNO

Il presidente del Consiglio e avvocato del popolo italiano Giuseppe Conte ieri era a Bruxelles al vertice europeo sui migranti. Il suo primo impegno ufficiale in compagnia degli altri leader dell’Unione Europea.
Nell’occasione il premier ha presentato l’European Multilevel Strategy for Migration. Ovvero la proposta del governo italiano per risolvere l’emergenza dei migranti.
Dieci punti dieci dove l’Italia prova a dettare la linea sulla gestione delle migrazioni provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente.
Quando Conte e Salvini dicevano no alla proposta di superare Dublino
Giuseppe Conte ha dichiarato al termine del vertice informale che la proposta italiana mira a superare il regolamento di Dublino, proprio come scritto nel famoso contratto di governo di Lega e M5S.
Non dice però che il punto centrale della strategia presentata dall’Italia era già  contenuto nella proposta avanzata dall’Europarlamento e bocciata — tra gli altri — proprio dal nostro Paese.
Il Parlamento Europeo aveva proposto di mettere fine ad   uno dei più contestati principi dell’attuale trattato, quello secondo il quale lo stato membro di primo approdo (come spesso è il caso dell’Italia) è l’unico responsabile della gestione delle domande di asilo e dell’eventuale accoglienza dei rifugiati.
Viene a cadere quindi il principio fondamentale (fino ad ora) del paese di “primo ingresso”.
Il nuovo sistema bocciato da Lega e dal governo prevedeva inoltre il ricollocamento automatico di tutti i richiedenti asilo verso gli stati membri in base ad un sistema di quote calcolato sul PIL del paese di destinazione.
Le quote dovevano essere permanenti, ovvero non ci sarebbe stato bisogno di una situazione di crisi (come quella degli scorsi anni) per avviare il programma di “redistribuzione” delle domande di accoglienza.
Non è un caso che ieri Conte abbia detto che la sua proposta andava nella direzione di superare la “logica emergenziale” della gestione delle migrazioni.
Al punto cinque si legge che l’Italia chiede di superare il criterio del Paese di primo arrivo.
Eppure, come ricordava su Facebook l’eurodeputata italiana Elly Schlein «la Lega non ha MAI partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino» ed anzi si è astenuta proprio sul superamento del criterio del Paese di primo approdo; i 5 Stelle invece hanno votato contro.
Al punto sette Conte propone invece di distribuire la presa in carico delle richieste d’asilo tra tutti i paesi europei; proprio come nella bozza di modifica approvata dall’Europarlamento.
Che dire invece della proposta di considerare le frontiere italiane frontiere europee? La gestione delle frontiere è una delle poche materie sulla quale gli Stati membri sono ancora sovrani. Non sarà  mica che il governo Conte-Salvini-Di Maio è più europeista di gente come Emma Bonino?
Il vice primo ministro di Tripoli dice che il Libia non si possono fare gli hotspot
Ci sono poi alcuni aspetti quantomeno controversi.
Al primo punto il governo italiano propone di intensificare gli accordi con i paesi da cui provengono o transitano i migranti indicando la Libia come esempio di collaborazione grazie al quale sono state ridotte le partenze dell’80% nel 2018. Innanzitutto il governo Conte ammette ufficialmente — e del resto i dati del Viminale lo confermano da mesi — che l’emergenza migranti non c’è più.
Poi però ribadisce che l’unico modo è affidarsi al metodo libico, che per chi non lo sapesse prevede la costruzione di campi di detenzione dove i migranti vengono seviziati, le donne stuprate, gli uomini venduti come schiavi e (da dove a volte si può uscire pagando una comoda tangente). Al tempo stesso al punto sette si scrive che l’Europa deve contrastare la tratta degli esseri umani.
Allora sarebbe opportuno smettere di accusare le Ong di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e concentrasi su figure come Abd al Rahman al-Milad, comandante regionale della guardia costiera libica di Zawiya, considerato dall’ONU   uno dei leader di un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani.
Non ultimo Conte omette di ricordare che al momento non esiste uno stato libico unitario.
Per quanto la creazione di hotspot in Libia la smentita arriva direttamente dal vice primo ministro di Tripoli Ahmed Maitig che in un’intervista a Repubblica ha detto che «Non è possibile l’identificazione da parte di autorità  straniere in Libia perchè è contro la nostra legge: per noi sono solo migranti illegali».
La balla del 7% dei migranti che sono rifiugiati
Conte, come già  Salvini al Senato, scrive che «solo il 7% dei migranti sono rifugiati». Per Salvini questa era la dimostrazione che c’è «una maggioranza assoluta delle domande che viene respinta perchè non ha fondamento».
Su Twitter Tom Nuttal ha voluto mostrare che i dati forniti da Conte sono sbagliati perchè la percentuale di rifugiati — stando ai dati di UNHCR — sarebbe maggiore. Ma non è a quei dati che si riferiva il nostro presidente del Consiglio.
Conte si riferisce alle domande d’asilo che vengono accolte. Ed è vero che mediamente solo il 7% delle richieste d’asilo viene accolta. Ma è anche   vero che ad un altro 4% viene concesso lo status di protezione sussidiaria. Una persona che gode della protezione sussidiaria ha visto riconosciuto il pericolo di vita o di persecuzione qualora dovesse tornare al paese d’origine e ottiene un permesso di soggiorno rinnovabile della durata di 5 anni, l’accesso alle strutture sanitarie e all’istruzione scolastica, insomma diventa un immigrato regolare e può lavorare.
Un altro 30% (circa) ottiene il riconoscimento della protezione umanitaria che viene concesso per «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», dura un massimo di due anni (rinnovabile) e dal momento che consente di poter lavorare nel nostro paese può essere anche convertito in permesso di soggiorno per lavoro.
Nel complesso nei primi cinque mesi del 2018 sono state 15540 (su 40 mila) le persone che hanno ottenuto il riconoscimento di uno di questi tre status; il 38% del totale delle domande esaminate.
Quindi non 7 su 100 come ha detto Salvini.
Non bisogna poi dimenticare che nel computo non sono inseriti i casi che sono ancora in attesa di una decisione. Secondo l’European Asylum Support   Office (EASO) in tutta Europa ci sono circa 400 mila domande d’asilo ancora pendenti, naturalmente non tutte sono state presentate in Italia.
Perchè anche la proposta di contrastare i movimenti secondari dei rifugiati non ha senso
Nel corso del 2017 a fronte di 81.527 domande esaminate il 42% delle richieste è stato accolto in varie forme.
Vale la pena ricordare che contrariamente a quanto si possa pensare non è vero che tutti quelli che sbarcano in Italia chiedono automaticamente di poter accedere ai meccanismi di protezione; nel 2017 sono arrivati 119.369 migranti. Salvini ha detto che l’Italia è uno dei paesi più accoglienti, anche qui i dati lo smentiscono.
Altra informazione interessante, non tutti quelli che fanno richiesta d’asilo devono per forza provenire da paesi come Siria o Iraq dove “c’è la guerra”.
C’è anche chi viene dal Venezuela (un paese dove secondo il M5S va tutto bene) o dalla Georgia. Stando alla proposta del governo italiano chi, come i paesi “amici” del gruppo di Visegrad, non vuole accogliere la sua quota di rifugiati potrà  continuare farlo facendosi carico di “adeguate contromisure finanziarie”. Insomma, basta pagare.
Anche il punto nove, quello che vorrebbe contrastare i “movimenti secondari” dei rifugiati all’interno della UE è problematico.
Chi ottiene lo status di rifugiato ha un permesso di soggiorno che gli consente — come tutti i permessi di soggiorno   consente di circolare liberamente all’interno dell’area Schengen.
Intervenire su questo punto molto delicato significa dire che i rifugiati non hanno gli stessi diritti degli altri immigrati regolari, cosa che attualmente non è vera.
Per i migranti economici invece Conte propone di ricorrere al sistema delle quote. In Italia il problema si chiama decreto flussi ed è quello stabilito dalla Legge Bossi-Fini. Giusto per dare un’idea delle cifre: per il 2018 il nostro Paese ha aperto le porte a 30.850 lavoratori non comunitari. Di questi   12.850 lavoratori autonomi e subordinati non stagionali e 18.000 lavoratori stagionali.

(da “NextQuotidiano“)

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