Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
FRA GLI ORGANIZZATORI DEL COMITATO C’E’ GIANLUCA PINI, EX DEPUTATO, E ANCORA MEMBRO DEL CONSIGLIO FEDERALE DELLA “LEGA NORD”, STRUTTURA RIMASTA IN VITA PER PAGARE I 49 MILIONI CHE IL CARROCCIO DEVE RESTITUIRE ALLO STATO – LA DISPUTA SULLO STATUTO CHE NASCONDE LA PARTITA POLITICA: LA LEGA NORD È UN SOGGETTO DISTINTO DALLA LEGA PER SALVINI PREMIER E SOPRATTUTTO È ANCORA TITOLARE DELLO STORICO SIMBOLO CON ALBERTO DA GIUSSANO, CONCESSO IN USO AL NUOVO PARTITO
Dopo il primo annuncio, si passa ai fatti: ora, infatti, la battaglia per riprendersi la vecchia
Lega Nord passa anche da un nuovo sito e dalla richiesta dei libri contabile. Da oggi è online comitatofederale.org, la piattaforma attraverso il quale il “Comitato per il Congresso Federale” apre la raccolta delle adesioni alla richiesta di convocare il congresso della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Informalmente, in questi giorni, sono già state raccolte circa 300 firme. Ma ora l’obiettivo è metterle nero su bianco e soprattutto capire quanti soci ordinari militanti siano pronti a sostenere formalmente l’iniziativa.
Il sito permette infatti di aderire come soci sostenitori, soci ordinari militanti (som) oppure semplici simpatizzanti ed elettori, attraverso la condivisione della propria carta di identità. Ma è la categoria dei “som” quella decisiva nella partita che il Comitato presieduto dall’ex parlamentare Gianluca Pini ha aperto contro l’attuale gestione del vecchio partito, commissariato dal super salviniano Igor Iezzi.
Il motivo sta nell’incrocio tra lo statuto della Lega Nord e il Codice civile. Lo statuto stabilisce che il Congresso federale è l’organo rappresentativo di tutti i soci e deve essere convocato ordinariamente ogni cinque anni. L’ultimo si tenne a Milano il 21 dicembre 2019, quando venne sancita la coesistenza tra la vecchia Lega Nord e la nuova Lega per Salvini premier e l’attività politica venne di fatto trasferita a quest’ultima.
Da allora il vecchio movimento è affidato, per l’appunto, a una gestione commissariale. Di fatto è una struttura dormiente, che sta ripagando il debito con lo Stato dei famosi 49 milioni di euro e alla quale diverse migliaia di persone continuano a destinare il proprio 2 per mille.
Secondo i promotori, comunque, il termine ordinario previsto dallo statuto è ormai ampiamente trascorso. Ma lo statuto non prevede che un determinato numero di firme dei militanti faccia automaticamente scattare il congresso. Qui allora entra in gioco l’articolo 20 del Codice civile, la strada sulla quale il Comitato intende muoversi: la norma prevede che la convocazione dell’assemblea debba avvenire quando ne faccia richiesta motivata “almeno un decimo degli associati” e che, se gli amministratori non provvedono, può essere ordinata dal presidente del tribunale.
Per questa ragione la raccolta firme da iniziativa politica può trasformarsi in battaglia legale. Il problema è stabilire quanti siano oggi i soci della Lega Nord. Lo stesso Pini ha ammesso di non saperlo. (…)
Trecento, dunque, potrebbero essere tante oppure poche. Se i soci fossero 3 mila, sarebbero già sufficienti; se fossero 10 mila ne servirebbero mille. Nel conto utile ai fini dell’articolo 20 non entrano i semplici elettori o simpatizzanti che possono aderire al Comitato: ciò che conta è quanti dei firmatari possano effettivamente qualificarsi come associati della Lega Nord.
Il primo passo formale è stato compiuto il primo settembre, quando la richiesta motivata di convocazione e quella di esibizione dei libri sono state trasmesse ai vertici della Lega Nord. Senza ricevere alcuna risposta, per ora.
Dietro la disputa statutaria resta naturalmente la posta politica. La Lega Nord è un soggetto distinto dalla Lega per Salvini premier e soprattutto è ancora titolare dello storico simbolo con Alberto da Giussano, concesso in uso al nuovo partito. Per questo il congresso non sarebbe soltanto un’assemblea di reduci. Potrebbe ricostituire gli organi del vecchio movimento, eleggere nuovi vertici e riaprire la discussione sulla gestione del suo patrimonio politico e simbolico. È il vecchio guscio della Lega che qualcuno vorrebbe tornare a riempire, senza l’“ingombro” di Salvini.
(da Repubblica)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIUDIZIO SU DI LUI SI SALDA CON QUELLO SU DONALD TRUMP. LA STESSA PLATEA CHE PROMUOVE MELONI BOCCIA AL 90,2 PER CENTO LA POLITICA ESTERA DELLA CASA BIANCA. IL 58,5 PER CENTO ASSEGNA A TRUMP ADDIRITTURA IL VOTO MINIMO… ANCHE SALVINI NELLA LISTA DEI CATTIVI. GIORGETTI, INVECE, E’ IL PORTAVOCE NATURALE DELLA DESTRA PREFERITA DALLA PLATEA DEL FORUM AMBROSETTI CON IL SUO PRAGMATISMO DISTANTE DAI TONI TRIONFALI DI PALAZZO CHIGI
Poi c’è la destra che Cernobbio ha deciso di invitare perché non si può fingere che non esista: Roberto Vannacci. Sabato al generale è stato concesso il salotto dell’establishment, uno dei passaggi che certificano la sua normalizzazione politica.
Ma appena si è seduto al tavolo, quel salotto gli ha girato le spalle. Il vecchio Mario Monti è stato sommerso di applausi, mentre pronunciava un attacco insolitamente chiaro ed efficace: nel programma e nei discorsi di Vannacci – ha detto l’ex premier – non vede necessariamente la ricostituzione del partito fascista, ma qualcosa di più subdolo. “Trovo in lei la ricostruzione della narrativa, della retorica, dello spirito del fascismo”. Il generale ovviamente ha respinto l’accusa, ma la platea aveva già scelto da che parte stare. Il bollino poi lo ha messo Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria: “Vannacci è impreparato a governare”.
Altre voci influenti: Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2a, lo ha giudicato poco concreto quando si è misurato con il dossier energetico; Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia e oggi presidente di Unicredit, ha invece speso parole di apprezzamento per Monti. Il risultato del duello è stato abbastanza insolito per questi tempi (e significativo della bolla in cui vive il meeting sul lago): l’ex tecnico, mai un campione di carisma, trasformato in beniamino della sala, il tribuno lasciato quasi solo sul palco
Ieri, all’ora della colazione, la scena che completa il quadro: Vannacci va incontro a Matteo Salvini, il leader della Lega prova a restare defilato e alla fine ricambia una stretta di mano gelida, quasi d’ufficio. Due destre che pochi mesi fa stavano nello stesso partito e ora si contendono lo stesso elettorato. La sentenza di Cerobbio, per ora, è che Vannacci è troppo importante per essere escluso, ma non abbastanza potente per essere accettato.
E il giudizio su di lui si salda con quello su Donald Trump. La stessa platea che promuove Meloni boccia al 90,2 per cento la politica estera della Casa Bianca. Il 58,5 per cento assegna a Trump addirittura il voto minimo, 1. Per l’establishment riunito sul lago, insomma, la destra va benissimo finché garantisce ordine, Europa e prevedibilità. Quando prende la via del nazionalismo muscolare e delle sparate identitarie, l’applauso si spegne.
Infine c’è Giancarlo Giorgetti, che a Cernobbio sembra quasi il portavoce naturale della destra preferita da quella platea. Il ministro dell’Economia ha stilato il bilancio del governo con una metafora assai meno trionfale di quelle care a Palazzo Chigi: “Non abbiamo fatto i fenomeni, ma la barca è rimasta in galleggiamento”.
Rivendica una crescita acquisita dello 0,8 per cento, forse vicina all’1, e soprattutto la credibilità conquistata sui mercati. Qui comincia il regolamento di conti con Salvini. Il leader della Lega chiede più deficit e nuovi soldi dalle banche. Giorgetti risponde che più deficit non produce automaticamente più crescita, cita la Francia e ricorda che ogni quattordici giorni l’Italia deve vendere Btp e convincere qualcuno a prestarle denaro. Quindi rivendica la sua specie politica: “Sono un sovranista pragmatico”. E precisa che si può essere sovranisti “sparandole grosse” oppure “facendo i fatti”. Salvini non viene nominato, ma neppure serve.
(da “il Fatto quotidiano”)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCHIACCIATA CONTRO VANNACCI: “CHI NEGA CHE L’ITALIA POSSA ESSERE UN PAESE MULTIETNICO GRAZIE ALLE DONNE DEL VOLLEY HA UN ARGOMENTO IN MENO”
C’erano una volta un’ivoriana, una russa, una tedesca, una sarda; e tutte erano italiane. In
panchina, un favoloso argentino. E c’era una ragazza nata a Cittadella da un camionista e un’infermiera nigeriani, che chiamarono sua sorella Angela, suo fratello Andrea, e lei Paola.
Certo, in un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di ricordare che la nostra splendida Nazionale di volley femminile è figlia e modello di integrazione. Ma siccome si deve raccontare il mondo com’è, non come vorremmo che fosse, di questi tempi è invece importantissimo notare come l’Italia della pallavolo sia un mosaico di storie, di radici, di identità che hanno creato una delle più grandi squadre di sempre.
Se nella finale di ieri le azzurre avessero battuto le turche nel catino infernale di Istanbul, sarebbe stata davvero un’impresa storica. Una vittoria agli Europei avrebbe segnato una tripletta straordinaria, dopo l’oro olimpico di Parigi 2024 e la vittoria mondiale del 2025, proprio contro la Turchia. Non è andata così, l’Italia ha perso al quinto set dopo aver dominato i primi tre, e gettato via il secondo.
Oltre al condizionamento del pubblico, è mancato qualcosa. Velasco saprà porre rimedio. Rimane una grande storia sportiva. E non solo perché Paola Egonu è stata il principale bersaglio dell’invettiva xenofoba grazie a cui l’uomo nuovo della politica italiana (così siamo messi) ha ottenuto la sua notorietà.
In realtà, Paola è nata in Italia, è profondamente italiana ed è oggi la numero 2 del volley mondiale; essendo la numero 1 la turca Melissa Vargas, che viene da Cuba e a cui Erdogan — che non è meno sovranista dei nostri — si è affrettato a dare la cittadinanza, consegnandole di persona il passaporto.
Anche l’erede naturale di Egonu, Merit Adigwe, è nata in Italia, a Crema, da genitori nigeriani. Sarah Fahr è figlia di uno skipper tedesco e parla con l’accento toscano dell’isola d’Elba dove è cresciuta. Ekaterina Antropova è nata in Islanda da genitori russi. La vera leader della squadra, Myriam Sylla, è nata a Palermo da genitori ivoriani e cresciuta a Valgreghentino in provincia di Lecco.
La capitana però è Anna Danesi, bresciana, un metro e 96, fortissima, dolcissima: ha portato la fiaccola a San Siro all’inaugurazione dell’Olimpiade di Milano-Cortina, l’ex direttore di Raisport sciaguratamente improvvisatosi telecronista derubricò lei e Simone Giannelli, capitani delle Nazionali di volley campioni del mondo, alla voce «altri tedofori». Alessia Orro è stata premiata pure a Istanbul, per l’ennesima volta, come migliore palleggiatrice del torneo; purtroppo non ha potuto sventolare la bandiera dei quattro mori, con cui aveva festeggiato l’oro olimpico rivendicando l’identità sarda accanto a quella italiana.
Il più italiano di tutti è forse il tecnico argentino di padre peruviano, Julio Velasco. Personaggio leggendario, salvatosi dai torturatori che spensero la vita di suo fratello, arrivato in Italia nel 1983, demiurgo della grande squadra maschile che vinse per la prima volta il Mondiale e della grandissima squadra femminile che ha dato all’Italia il primo oro olimpico.
Abituato a esercitare il potere sulle anime, il ct ha trasmesso calma fino all’ultima palla della finale, e ha saputo trovare le parole giuste per inserire l’argento di ieri in un percorso che ha come meta Los Angeles 2028. Perché la pallavolo è ormai una sorta di sport nazionale ombra. Il più praticato e il più seguito dalle donne. Una vera e propria scuola: sono italiani l’allenatore della Turchia campione d’Europa e della Polonia semifinalista.
Aldo Cazzullo
per corriere.it
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE ASPETTI LEGISLATIVI SU CUI INTERVENIRE SONO L’ELIMINAZIONE DELLA DEFISCALIZZAZIONE DEL SECONDO PILASTRO DEL SISTEMA SANITARIO E LA RIDEFINIZIONE DEL PRIVATO ACCREDITATO
Salvare il sistema sanitario pubblico è priorità etica, tutela della democrazia e opportunità politica. Gli italiani capiscono finalità e modalità del degrado indotto del Sistema sanitario nazionale (Ssn): arrivare alla privatizzazione passando da continui favori al privato e sfregi al pubblico. Un sondaggio mirato confermerebbe ciò che si rileva parlando con malati e familiari: consapevolezza delle cause e disponibilità di supportare forze che, pur politicamente lontane, credibilmente dimostrino la volontà primaria di salvare il Ssn. Un grande capitale politico pronto a essere impiegato.
Il sistema è su un piano inclinato: senza svolte precise il collasso è inevitabile. Ecco i passaggi legislativi chiave che unitamente ad altri meccanismi di sfregio della sanità pubblica hanno trasformato in un colabrodo la diga che il monopolio del pubblico esercitava sul diritto naturale alla salute. Dopo De Lorenzo (1992) nel 1999 vi è un passaggio fondamentale con Bindi che integra i fondi integrativi con quelli sostitutivi.
Nel 2009 il Dm Sacconi/Berlusconi (rinforzato dal Jobs Act) fonda il secondo pilastro sanitario (simile a quello che sta disastrando il sistema sanitario Usa) creando il fondo sostitutivo con deduzione fiscale fino a 3.600 euro. Balduzzi (2012) taglia i posti letti nel pubblico del 22 per cento (3,1 per mille abitanti contro una media Ocse del 4,3) aumentando quelli del privato convenzionato. Permettendo una mutualità sostitutiva e non semplicemente integrativa lo Stato finanzia sistema pubblico e concorrente privato con la creazione di un fallimentare “welfare on demand”.
Il sottofinanziamento del Ssn fino a scendere attorno al fatidico 6 per cento del Pil è stata scelta di quasi tutti gli ultimi governi eccetto il Conte 2 col 7,5 per cento (incremento reale del 5,5). Su un totale di 190 miliardi impiegati per la sanità, 46 sono out of pocket (maggiori del 20 per cento dei paesi Ocse) e 6,8 miliardi per fondi sanitari (17 milioni di iscritti in oltre 320 fondi) con incredibili costi di gestione (superiori al 30 per cento). I restanti 138 miliardi dei fondi pubblici sono divisi fra strutture pubbliche e private convenzionate (questi ultimi in crescita costante, oltre il 45 per cento in alcune regioni). Le diverse politiche regionali hanno svelato che era pretesa da mosca cocchiera guidare il fenomeno senza deragliare verso la privatizzazione.
Per bloccare il machiavellico meccanismo di svuotamento della sanità pubblica non basta chiedere più soldi galleggiando sopra il 6 per cento del Pil (soglia minima stimata per mantenere in vita un sistema universalistico e che, certifica Gimbe, abbiamo già sfiorato nel 2025): lasciare il sistema intatto vuol dire riproporre ciclicamente e in maniera crescente la crisi attuale.
Occorre cambiare paradigma. Alla sanità malata serve la cura del pubblico. I due aspetti legislativi più importanti sui quali intervenire sono l’eliminazione immediata della defiscalizzazione del secondo pilastro sanitario (decreto Sacconi) e la progressiva e seria ridefinizione del privato accreditato istituito dalla legge Bindi in un range di proposte che preveda, al minimo, la chiusura totale della sua componente sostitutiva sino al massimo di chiusura tout court (e riassorbimento del personale).
I due sistemi sanitari pubblico e privato non si equivalgono. Vi è una chiara superiorità del pubblico in termini di maggiore efficacia di salute e di minor costo. Questa realtà contrasta la narrazione che da molto tempo si cerca di inculcare negli italiani e che cioè efficienza e qualità stiano nel privato e che il pubblico non sia più sostenibile economicamente.
Il governo dell’economia domina la politica: partiti diversi ma stesse politiche improntate alla contrazione del welfare, alla privatizzazione ed oggi ad un riarmo sconsiderato, magari pretendendo che gli italiani paghino in silenzio oltre il 50 per cento di tasse e poi si paghino direttamente la sanità. Insostenibile non è il costo del sistema pubblico ma il costo del privato pagato dal pubblico.
Le esperienze di privatizzazione del liberismo (anglosassone ma non solo) certificano l’aumento globale dei costi (perfino potente meccanismo di creazione di lavoro povero) ma ridotta aspettativa di vita. Altre potenzialità a favore del privato: profilazione sanitaria di popolazione e individuale con esternalizzazione di dati sanitari massivi e obbligo di attivazione del Fascicolo sanitario elettronico. Sarà semplice rendere questi dati disponibili alle assicurazioni adducendo necessità superiori di salute. Per rimettere in bolla il sistema occorrerà poi ripensare al rinnovo epistemologico fra medicina e sanità.
(da editorialedomani.it)
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