Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
NEL ROGO MORIRONO SETTE OPERAI, ACCOLTE LE RICHIESTE DELL’ACCUSA…FU UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA, CAUSATA DALLA COLPEVOLE OMISSIONE DELLE MISURE DI SICUREZZA ALL’INTERNO DI UNO STABILIMENTO IN VIA DI DISMISSIONE
Non appena risuona la parola “colpevole”, i parenti delle sette vittime della strage della
Thyssen Krupp trattengono a stento un moto di gioia.
Poi, con il passare dei minuti, non trattengono più le lacrime.
Fino a che un padre, sopraffatto dall’emozione, non viene adagiato su una barella.
Non hanno perso un’udienza e non potevano certo mancare alla lettura della sentenza che, seppure niente e nulla potrà mai ripagare il dolore di una morte, li premia.
Un verdetto pesantissimo quello della Corte d’Assise di Torino, che accoglie in pieno (e anche oltre) tutte le richieste dell’accusa.
Harald Espenhahan, amministratore delegato della Thyssen Krupp Italia, è stato condannato a sedici anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale.
È la prima volta che un Tribunale riconosce un reato così grave per “incidente” sul lavoro.
Tredici anni e sei mesi ai dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, al direttore dello stabilimento torinese Raffaele Salerno e al responsabile sicurezza Cosimo Cafueri, imputati di omicidio colposo con colpa cosciente; 10 anni e dieci mesi (l’unica pena superiore alle richieste della pubblica accusa) al dirigente Daniele Moroni.
E’ da poco passata l’una del 6 dicembre 2007, quando, sulla linea 5 dell’acciaieria di corso Regina Margherita, si sviluppa un principio d’incendio. Antonio Schiavone, 36 anni e tre figli, si china per tentare di spegnerlo; improvvisamente cede un tubo, fuoriesce una gran quantità d’olio che provoca un’esplosione.
Schiavone muore sul colpo.
Dietro di lui sei compagni di lavoro vengono travolti dalle fiamme.
L’ottavo componente della squadra, Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare del Pd, riesce miracolosamente a scampare.
Sei ore dopo l’esplosione muore Roberto Scola, 32 anni e due figli, giunto al reparto grandi ustionati del Cto di Torino pienamente cosciente.
Il cuore di Angelo Laurino, 43 anni e due figli, si ferma all’Ospedale San Giovanni Bosco il pomeriggio del 6 dicembre. Bruno Santino muore di sera; aveva 26 anni e della fabbrica non ne poteva più e di lì a poco si sarebbe licenziato per aprire un bar con la fidanzata ventunenne.
La Torino post olimpica, d’un tratto, scopre che gli operai esistono ancora. E che muoiono sul lavoro.
Il 16 dicembre 2007 la città accompagna in duomo i funerali delle prime quattro vittime, poche ore prima che, in una stanza delle Mollinette, finisca la lotta di Rocco Marzo, 54 anni e due figli, il più anziano (sarebbe andato in pensione dopo poche settimane) del gruppo.
Tre giorni dopo, il 19 dicembre, muore anche Rosario Rodinò, 26 anni, stessa età di Giuseppe Demasi, che resiste fino al 30 dicembre.
Sette morti, una strage mai vista.
Il verdetto della Corte d’Assise di Torino arriva dopo un processo celebrato a tempo di record, tre anni e cinque mesi dopo quella notte maledetta.
Indagini chiuse il 23 febbraio 2008, un primo risarcimento record di 12 milioni e 970 mila euro da parte della Thyssen-Krupp alle famiglie delle vittime (giugno) poi l’udienza preliminare e il rinvio a giudizio (novembre), quindi il dibattimento iniziato a gennaio 2009 e conclusosi ieri.
Ottanta udienze spesso concitate in cui non sono mancati colpi di scena, su tutti l’indagine parallela a carico di una decina di persone che, “avvicinate” dall’azienda, avrebbero dichiarato il falso in dibattimento.
Secondo l’accusa il rogo della Thyssen Krupp fu una “tragedia annunciata”, causata dalla colpevole omissione di adeguate misure di sicurezza all’interno di uno stabilimento in via di dismissione: sistemi di rilevazione incendi assenti, estintori vuoti o malfunzionanti, carenza di manutenzione, sporcizia e, soprattutto, quell’email firmata Harald Espenhahan in cui l’amministratore delegato dichiarava il dirottamento di un investimento di 800 mila euro (sollecitato dalle assicurazioni nel 2006 dopo un analogo incendio nello stabilimento tedesco di Krefeld) “from Turin”, cioè non a Torino, ma a Terni, dove la linea 5 avrebbe dovuto essere smontata e trasferita (nonostante il picco di produzione raggiunto appena due mesi prima della strage).
Per i pubblici ministeri Guariniello, Longo e Traverso “from Turin” era la pistola fumante, motivo dell’imputazione di omicidio volontario con dolo eventuale a carico di Espenhahan, che avrebbe coscientemente risparmiato sulla sicurezza accettando il rischio di incidenti anche gravi.
Secondo i difensori — tra cui spiccava l’avvocato Franco Coppi, già legale di Giulio Andreotti — l’imputazione di omicidio volontario era “obbrobriosa”, formulata dalla Procura “in modo frettoloso sull’onda dell’emozione”, addirittura un “processo politico” contro “la fabbrica dei tedeschi” (dal titolo del documentario di Mimmo Calopresti).
Secondo la difesa l’azienda non trascurò la sicurezza degli operai, cercando in qualche modo — pur dichiarando di volerlo evitare a tutti i costi — di addossare ai lavoratori la responsabilità di quanto accaduto.
La Corte d’Assise di Torino non ci ha creduto.
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Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
TRA GLI ALTRI PARTITI, STABILE IL PD, CRESCE LA LEGA MA NON RECUPERA I VOTI PERSI DAL PDL…PERDONO QUALCHE PUNTO I GRILLINI E L’IDV, CRESCE IL TERZO POLO
Virginio Merola lotta per vincere al primo turno, “in bilico” nel nuovo sondaggio Ipr Marketing attorno al 51%.
Dietro di lui, ma molto staccato, Manes Bernardini per il centrodestra si piazza secondo al 33% e Stefano Aldrovandi, civico sostenuto dal Terzo polo, ha una forbice tra l’8% e il 10%.
Tra i partiti risulta in crollo il Pdl, con un 16% che rappresenta quasi dieci punti in meno rispetto alle ultime regionali.
Sorpasso del Carroccio, che sale al 16,5%, ma non recupera la percentuale persa dal Pdl.
A un mese dal voto, la fotografia scattata da Ipr Marketing , non scioglie del tutto le riserve.
“Esiste comunque una “forchetta” nei risultati dei sondaggi – spiega il direttore di Ipr marketing, Antonio Noto – quindi anche se il risultato è 51% per Merola questo significa che le percentuali oscillano tra 49 e 53%”.
Tra i sondaggi in circolazione in questi giorni infatti ce n’è anche uno che colloca Merola in una forbice poco sotto il 50%.
Con la rilevazione effettuata tra sabato e lunedì, su un campione di 1.000 elettori selezionati per età , sesso e residenza e poi elaborati col sistema Cati, Ipr Marketing ha “scattato una fotografia della situazione a un mese dal voto”, precisa Noto.
Cioè si dà ai candidati la “griglia di partenza” prima della corsa finale all’ultima preferenza.
Il Pd mantiene più o meno il suo ultimo risultato, con un calo contenuto (38% contro 39,9% del 2009 e 40,97% delle ultime regionali) quindi la possibilità di passare al primo turno di Virginio Merola sono legate a doppio filo alla performance della lista di Amelia Frascaroli.
Il sondaggio Ipr le attribuisce un 7% ben oltre l’Idv (il partito di Di Pietro fermo al 4%, aveva alle regionali di due anni fa il 7,3%) superiore anche alla somma dei partiti che appoggiano la “primarista”.
Stabile la Federazione della sinistra che passa dall’1,8% del 2009 all’1% di questo sondaggio.
“Più i partiti sono piccoli e i numeri sono bassi, più è difficile calcolare la “forchetta” – dice Noto – più i numeri sono alti e maggiore è l’oscillazione”. Questa tendenza sarebbe confermata da rilevazioni nazionali dei partiti della coalizione.
Alle prossime elezioni mancano all’appello anche le liste di Bologna Città Libera di Valerio Monteventi e la lista civica Pasquino per Bologna, un 4% di voti sempre concentrati a sinistra.
Sempre più ago della bilancia i “grillini” del Movimento 5 stelle, che non eguagliano però la performance delle ultime regionali, quando Giovanni Favia portò a casa il 9,3% a Bologna.
Oggi il candidato “debuttante” Massimo Bugani può contare sul 5,5% degli intervistati da Ipr Marketing, piazzandosi comunque quarto e con il 2% in più rispetto alle ultime amministrative.
Una crescita che “pesca” soprattutto nell’elettorato di centro sinistra e che quindi può mandare Merola al ballottaggio anche per pochissimi voti.
In caso di ballottaggio, secondo questa rilevazione, sarebbe Manes Bernardini a piazzarsi secondo col 33%.
Il partito di Bossi, che esprime anche il candidato sindaco, registra un vero e proprio boom sotto le Due Torri.
Dal’9,6% dello scorso anno alle regionali, il Carroccio vola al 16,5% di oggi, superando anche il Pdl.
Per il partito del premier una brusca frenata, che in questo caso si tradurrebbe anche in un numero molto più basso di consiglieri comunali.
Il Pdl, accreditato di un 16% aveva alle regionali a Bologna città ottenuto il 24% e alle scorse comunali , diviso in due liste, al 25,5%.
Una perdita di quasi il 10%.
Stefano Aldrovandi, invece, civico sostenuto dal Terzo polo e appoggiato anche dall’ex sindaco Giorgio Guazzaloca, si ferma all’8%, ma in altre rilevazioni raggiunge una percentuale maggiore, oltre il 10%.
Va considerato che l’Udc qua non raggiungeva il 4% alle scorse regionali.
Ma resta un mese tutto da giocare, la campagna elettorale adesso entra nel vivo.
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Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
E’ INQUISITO A PALERMO PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA E IL GIP HA ORDINATO L’ACQUISIZIONE DI NUOVE CARTE…IN UN’ALTRA INDAGINE IN CORSO, SAVERIO ROMANO E’ INVECE INDAGATO PER CORRUZIONE AGGRAVATA
La richiesta di archiviazione della Procura per il ministro Saverio Romano,
indagato di concorso esterno in associazione mafiosa, non convince il gip Giuliano Castiglia.
Ieri mattina, il giudice avrebbe dovuto decidere, dopo aver sentito avvocati e pubblici ministeri.
Invece, non ha aperto neanche la discussione, e ha chiesto al pm Nino Di Matteo di inviargli nuove carte: sono quelle dell’indagine su mafia e politica che ha portato in carcere l’ex governatore Totò Cuffaro.
Era il 2000 quando il Ros piazzò una cimice nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro: fra i più assidui frequentatori c’era uno dei delfini di Cuffaro, l’ex assessore Mimmo Miceli, anche lui oggi condannato.
In un’intercettazione, Miceli si dava da fare per organizzare un incontro fra Guttadauro e Romano.
Ma l’incontro, poi, non sarebbe avvenuto.
In Procura si fa notare che gli atti dell’inchiesta Guttadauro su Romano erano già stati inviati.
Il gip vuole invece vedere tutto il fascicolo su mafia e politica.
Ha già fissato udienza per il 9 giugno.
Intanto, la Procura sta preparando un’altra richiesta per Romano: riguarda l’indagine che lo vede indagato per corruzione aggravata.
I pm chiederanno alla Camera l’utilizzazione di alcune intercettazioni, risalenti al 2004, in cui l’allora deputato Romano parlava con l’avvocato Gianni Lapis, prestanome dei Ciancimino nel business della metanizzazione.
Fra gli argomenti trattati, anche la preparazione del testo della legge 350, che ha previsto per le aziende del gas un abbattimento dell’Iva.
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Aprile 16th, 2011 Riccardo Fucile
SONO PASSATE DA 91 A 114, INVERTENDO LA TENDENZA DELL’ANNO PRECEDENTE… DA UNO STUDIO DELLA VEGA ENGINEERING EMERGE CHE LA REGIONE CON PIU’ DECESSI E’ LA LOMBARDIA…SETTORE AGRICOLO E COSTRUZIONI I PIU’ PERICOLOSI
Aumentano nuovamente nei primi tre mesi dell’anno le morti sul lavoro.
Sono infatti 114 i decessi sul lavoro da gennaio a marzo, contro i 91 del primo trimestre 2010.
Lo rileva l’Osservatorio Sicurezza sul lavoro di Vega Engineering che da oltre due decenni lavora nel settore della formazione e della sicurezza.
Si evidenza quindi un’inversione di tendenza rispetto al 2010, anno il quale, secondo gli ultimi dati Inail, aveva visto una flessione dell’1,9% degli infortuni in complesso rispetto al 2009 (da 790 mila casi a 775 mila casi); una flessione del 6,9% degli infortuni mortali (da 1053 a 980).
Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte sono le regioni con più decessi, seguite da Sicilia, Campania e Veneto.
In rapporto al numero di occupati, invece, ad indossare la maglia nera è sempre la Valle D’Aosta.
Milano la provincia maggiormente colpita, seguita da Torino, Catania, Bologna e Napoli.
Nel settore agricolo si è verificato il 35,1% delle morti bianche, seguito da quello delle costruzioni (21,9 % delle vittime).
La fascia d’età maggiormente a rischio è invece quella che va dai 40 ai 49 anni con 29 vittime (25,7 %del totale).
Dalla ricerca poi emerge che le morti bianche non conoscono spazi vuoti neppure nel fine settimana perchè tra venerdì e domenica viene accertato circa il 30% delle tragedie.
Significativo il dato relativo a come avvengono gli incidenti mortali: il 28,1% sono causati dalla caduta di persone, mentre il 25,4% sono prodotti dallo schiacciamento conseguente ad oggetti caduti dall’alto.
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Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
A MILANO MALATI DI MENTE HANNO AFFISSO MANIFESTI “VIA LE BR DALLE PROCURE”…SONO FIRMATI DALL’ASSOCIAZIONE “DALLA PARTE DELLA DEMOCRAZIA”, VICINA AL PREMIER… IL PROCURATORE INDIGNATO: “LE BR CI SONO STATE DAVVERO, MA PER ASSASSINARE I MAGISTRATI”… ORMAI LE MALEODORANTI FOGNE PIDIELLINE SONO A CIELO APERTO
Venerdì mattina a Milano, negli spazi riservati alla propaganda elettorale, è stato
affisso un manifesto che recita «Via le Br dalle Procure».
I manifesti, rossi con scritte bianche, recano la firma «Associazione dalla parte della democrazia», la stessa associazione priva di un sito Internet e di qualunque riferimento che ha firmato in passato una serie di manifesti pro-Berlusconi apparsi a Milano.
Il fatto ha provocato l’indignazione del Procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati: «Rammento che a Milano le Br in Procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati», è il suo commento.
«Nei giorni scorsi – si legge nella nota firmata dal Procuratore della Repubblica di Milano – nella città di Milano sono stati affissi, negli spazi riservati alla propaganda elettorale, vistosi manifesti su fondo rosso a firma “Associazione dalla parte della democrazia” con espressioni critiche nei confronti della magistratura».
Oggi, prosegue la nota, «sempre negli spazi riservati alla propaganda elettorale, è stato affisso» sempre a firma della stessa associazione «questo manifesto “Via le Br dalle procure”».
Bruti Liberati risponde rammentando «che a Milano le Br in Procura ci sono state davvero: per assassinare magistrati».
Il procuratore ha allegato al suo comunicato anche la fotocopia di una foto del manifesto attaccato a un cartellone.
Anche se la fantomatica «Associazione dalla parte della democrazia» non ha un suo sito Internet, esiste però una pagina Facebook dalla quale è possibile scaricarle i manifesti: www.governoberlusconi.it.
E la pagina fa riferimento, come autore, al blog www.ilquadernoazzurro.info, opera del deputato Pdl Antonio Palmieri, che si occupa della comunicazione su Internet per il premier.
Sulla pagina Facebook appaiono, nella sezione «manifesti e banner», diversi manifesti contro i magistrati: «La giustizia politica uccide la libertà », «Riformare la giustizia è bene per tutti» e diversi altri.
Ormai la maleodorante fogna pidiellina è a cielo aperto: o si emana un trattamento sanitario obbligatorio o si fa accomodare qualcuno a San Vittore.
La misura è colma.
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Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
“DOPO I RESPONSABILI, IL SULTANO SPERA NEI RISPETTABILI”…”SE QUALCUNO NON VEDE L’ORA DI TORNARE NEL PDL CI RITORNI PRESTO, IL PROGETTO DI FLI E’ COMPLESSO E CORAGGIOSO”….”A NAPOLI C’E’ CHI HA CONVINTO RIVELLINI AD ANDARSENE PER APPOGGIARE IL CANDIDATO DI COSENTINO, INVECE CHE QUELLO DEL TERZO POLO”…”AL CONGRESSO DI MILANO NESSUNO HA AVANZATO OBIEZIONI SULLA LINEA, IO HO COME RIFERIMENTO BORSELLINO NON MANGANO”
Scene da un divorzio, o quasi. Dentro Futuro e Libertà .
La terza e ultima settimana della prescrizione breve alla Camera ha offerto due foto contrapposte del partito finiano.
Nella prima c’è il falco Fabio Granata che cita Aristotele contro il Guardasigilli Alfano (“è giusto chi è conforme alla legge”) e poi va a salutare la piazza che grida vergogna.
Nella seconda il tormento dei moderati mal-pancisti Adolfo Urso e Andrea Ronchi, sospettati di far parte dei sei “traditori” schierati con la maggioranza in un voto segreto su un emendamento dipietrista.
Granata, le colombe di Fli non vogliono più morire per Bocchino, nè per lei o Briguglio. Il Giornale racconta una riunione dei finiani pentiti.
Dopo i Responsabili (che io chiamo i Disponibili) il Sultano spera nei Rispettabili Come hanno smentito un loro coinvolgimento nel voto segreto, adesso aspetto da Urso e Ronchi una nota virulenta che smentisca i contenuti di quella riunione. Ancora non è arrivata ed è sera.Io aspetto.
Sta finendo male con Urso e Ronchi.
Con me hanno un atteggiamento diverso da tempo. Però rivolgo loro una preghiera.
Prego
La smettano di coinvolgere gli altri parlamentari che magari sono andati lì soltanto per ascoltare e che sono esenti da sospetti.
A chi si riferisce?
A Scalia, Salvatore Tatarella, Raisi, Checchino Proietti.
Sarebbe un colpo mortale per voi.
Il progetto di Fl i è complesso e coraggioso. Chi resta deve essere pienamente convinto. Le faccio un esempio. Tra e me Consolo c’è una grande distanza ma allo stesso tempo il rispetto reciproco porta a una sintesi. Forse Urso e Ronchi non sono più pienamente convinti.
Il loro atteggiamento mi stupisce.
Perchè?
Al congresso di Milano non c’è stata alcuna obiezione politica alla linea dell’equidistanza da Pdl e centrosinistra.
Rancori da organigramma?
Ma gli incarichi sono provvisori. Noi vogliamo essere un partito vero, realmente democratico. Quando si faranno tutti i congressi a livello locale starà a loro guadagnarsi il consenso interno.
Oppure?
Si faccia questa rottura, se non si vede l’ora di tornare nel Pdl.
C’è anche l’atteso rimpasto.
Il gioco del Sultano è quello di smontarci con un piano scientifico. Ha l’ossessione di Fli anche se poi dice che siamo al 2 per cento. Adesso lavora alacremente per la nuova terza gamba dei “Rispettabili”.
E i “Responsabili”?
Io li chiamo “Disponibili”.
E’ la stessa cosa, prosegua.
Come immagine sono stati un flop. Miccichè è all’opera per una nuova forza che ingloberà i “Disponibili” e gli scontenti del Pdl.
E quelli di Fli…
Ripeto, facciano presto ad andarsene.
Forse ci vorrà un mese. II presunto addio è previsto per le amministrative. II pretesto saranno i ballottaggi e le scelte di Fli.
Si farà un’ assemblea nazionale per decidere.
Milano è cruciale. È la città di Berlusconi.
Valuteremo dopo il primo turno. Ma se si vuole costruire qualcosa di diverso da Pdl e Lega non ci sono alternative.
A Pisapia, il candidato del centrosinistra. È la linea di Bocchino.
Si, ma questo non lo decidiamo solo io e lui. Riuniremo i nostri organismi e come metro dovremo avere la qualità della classe dirigente e dei progetti amministrativi. Un partito democratico fa così.
A Napoli è andata diversamente.
Appunto. A Enzo Rivellini è stato detto di lasciare il Terzo Polo e di puntare su Lettieri, il candidato di Nicola Cosentino. Mica ha fatto tutto da solo. Lo hanno incoraggiato eccome.
Chi lo ha incoraggiato?
Lo ha capito, non mi faccia ripetere i nomi.
Quelli che devono fare presto ad andarsene: Urso e Ronchi.
Lo dice lei.
I moderati invece vi hanno rinfacciato il tentativo fasciocomunista di Latina.
La risposta è che andremo avanti da soli. Mercoledì prossimo presenteremo la lista Pennacchi alla Camera. Io sono il capolista.
E se il progetto nascosto delle colombe di Fli è di rifare An senza Fini?
Nel Pdl anche La Russa non è messo bene. Impossibile. Se non altro perchè non hanno un leader della statura di Fini. In ogni caso sarebbero condannati alla subalternità al Sultano.
Come dimostra la prescrizione breve.
Sono rimasto sbigottito. Gli ex An del Pdl e della Lega hanno rinnegato le loro origini legalitarie. Io lavoro per un’altra destra, nel nome di Paolo Borsellino.
C’è chi preferisce lo stalliere Mangano come eroe.
Domani (oggi per chi legge, ndr) sarò a Torino per un convegno con Gian Carlo Caselli e il gruppo Abele di don Ciotti. Ci confronteremo sulla giustizia.
Martedì in aula, lei ha citato Aristotele ad Alfano.
Siamo entrambi siciliani, gli ho voluto ricordare che veniamo da due città di discendenza greca. Lui da Agrigento, io da Siracusa. Evidentemente ha rimosso i classici e mi meraviglia. Ora è il delfino di B. Per arrivare a questo punto ha sacrificato un pezzo delle sue convinzioni. Lo conosco bene. Qualche anno fa eravamo dati in ticket per la Regione: lui presidente, io vice. Poi Miccichè impose Cuffaro.
Ultima domanda: la Siliquini, ex Fli, ha lasciato il cda delle Poste per rimanere alla Camera.
Sono contento per le Poste, un po’ meno per il Parlamento.
Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
SE AVEVA LA TESSERA DELLA P2 N° 2232 NON E’ CERTO COLPA DI ROSY BINDI CHE SI E’ LIMITATA A RICORDARE UN FATTO DI CRONACA…LA MAGGIORANZA CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA BINDI? DA GENTAGLIA ABITUATA A URLARE “HANDICAPPATA DI MERDA” A UNA DEPUTATA DISABILE COSA VOGLIAMO ASPETTARCI
Messa inverosimilmente sotto processo dal centrodestra sul cosiddetto “caso
Cicchitto”, ieri la pasionaria del Pd non si è cosparsa il capo di cenere, e ha contrattaccato esercitandosi sul filo dell’ironia: “Ho semplicemente detto la verità . Se qualcuno mi avesse apostrofata gridando ‘Azione Cattolica-Azione Cattolica!’ Io non mi sarei offesa. Effettivamente ne ho fatto parte, proprio come Cicchitto è stato membro della P2. Se qualcuno ha dei dubbi in proposito basta che controlli Wikipedia!”.
Gioca con il paradosso, ovviamente, la deputata del Pd.
Che invece, per aver gridato contro il capogruppo del Pdl dandogli del “Piduista”, da due giorni è sottoposta a un fuoco di fila senza precedenti.
Una mossa di cui si intuiscono, fin troppo bene, la strategia e la vera finalità : usare la Bindi per colpire Fini, mettere in mora la vicepresidente, per sottintendere che a Montecitorio il leader di Futuro e libertà garantisce esclusivamente una parte.
Solo in un paese come il nostro e in una commedia politica ormai virata di follia, può accadere — come è successo ieri — un cortocircuito di questo tipo.
Sul banco degli imputati del malcostume istituzionale, in questi tempi di impunità ostentata, finisce una deputata che (volendo essere tecnici) si è limitata al diritto di cronaca.
Se non altro perchè questa volta, la vicepresidente della Camera è stata messa sotto processo ufficialmente dagli uomini del centrodestra (il gruppo del Pdl chiede sanzioni formali al presidente Fini) per aver apostrofato Fabrizio Cicchitto con un epiteto riferito a un tratto notorio della biografia politica, per una debolezza che (lo sanno anche i sassi) gli costò dieci anni di carriera, e un sonoro ceffone dal decano della sua corrente, Riccardo Lombardi.
All’epoca Cicchitto spiegò: “Mi sono affiliato per un atto di debolezza”.
Adesso, se volesse essere coerente con quell’atto di contrizione, dovrebbe come minimo tacere.
In qualsiasi paese che non sia l’Italia, nessuno capirebbe dove si trovi lo scandalo, e magari qualcuno si occuperebbe dell’infamia proferita nell’emiciclo solo pochi giorni fa, quando una deputata del Pd in sedia a rotelle per una malattia degenerativa, Ileana Argentin, è stata insultata (come sanno tutti dai banchi dei noti deputati oxfordiani della Lega) al grido di “Handicappata di merda!”.
La Bindi, invece, ha ribadito, anche ieri: “Mi sono limitata a gridare la verità : una verità che peraltro è stata accertata da una commissione di inchiesta”.
Eppure, come se nulla fosse, i tanti “dottor Sottile”, gli eterni doppiopesisti del centrodestra, si sono messi a spaccare il capello in quattro.
Gli stessi che hanno sancito con un solenne (e autolesionista) voto parlamentare che Berlusconi era convinto di chiamare in questura per salvare “la nipote di Mubarak”, gli stessi che hanno da poco applaudito la nomina di un ministro inquisito, e gli stessi che hanno rifiutato la richiesta di arresto nei confronti di un collega indagato per rapporti con la Camorra, ora spaccano in quattro il cavillo della procedura, e ci spiegano che la Bindi ha commesso una gravissima irregolarità , perchè ha risposto alle critiche di un parlamentare di centrodestra parlando da uno degli scranni della presidenza.
Fingono di non sapere che la numero due del Pd aveva chiesto di essere sostituita per potersi difendere “per fatto personale” dal suo posto.
E c’è da essere certi che se per caso la Bindi non avesse parlato per spiegarsi, l’avrebbero accusata di alterigia.
Ovviamente il coro degli accusatori è poco credibile: si tratta degli stessi deputati che hanno fatto finta di non sentire Berlusconi quando spiegava di “aver pagato Ruby perchè smettesse di fare la prostituta”.
Gli stessi che preferiscono contestare chi apostrofa Cicchitto per il suo passato, piuttosto che chiedere conto, a Cicchitto, del suo passato.
Visto che a Palazzo Chigi i piduisti sono di casa, sarebbe il caso chiarire una volta per tutte se per i deputati pidiellini l’epiteto costituisce una ingiuria o una onorificenza.
Nel secondo caso chiederemmo allo stesso Cicchitto quale di queste locuzioni preferisca quando si parla della sua persona.
Storico-biografica: “Trotsko-piduista”.
Confidenziale: “Caro piduista”.
Ufficiale: “onorevole piduista”.
Laudativa: “Beneamato piduista”.
O persino, visto che nel 1994 Cicchitto era candidato contro l’ex fratello P2 1816, “Piduista-progressista”.
da blog di Luca Telese
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Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
TAROCCATE CIRCA 800 IDENTITA’ DELLA LISTA FORMIGONI… DOPO UNA DENUNCIA DEI RADICALI, SONO STATI ASCOLTATI DAI CARABINIERI CIRCA 1000 PRESUNTI FIRMATARI: BEN 800 NON AVEVANO MAI SOTTOSCRITTO LA LISTA DEL GOVERNATORE CHE PERTANTO NON AVREBBE AVUTO IL NUMERO DI ADESIONI RICHIESTE DALLA LEGGE PER PRESENTARSI ALLE ELEZIONI
“Tentano di buttarci fuori dalle elezioni. È un problema che attiene alla democrazia: mi appello al presidente della Repubblica”.
Così strillò Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, quando nella primavera del 2010 il suo listino fu momentaneamente escluso dalla competizione elettorale (per essere poi riammesso all’ultimo momento).
Tutta colpa di un esposto dei radicali guidati da Marco Cappato, i quali sostenevano che circa 400 delle 3.800 firme a sostegno della lista “Per la Lombardia” erano false.
Avevano ragione.
Anzi, le firme false erano molte di più, almeno 800.
È quanto ha provato, dopo un’indagine lunga e meticolosa, il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo.
Ora una decina di consiglieri comunali e provinciali, che hanno garantito l’autenticità di quelle firme, sono indagati per falso ideologico e falso in atto pubblico.
La prova, dicono negli uffici della procura milanese, è “solida e granitica”: i carabinieri della polizia giudiziaria hanno chiamato in procura, nella massima discrezione, uno a uno molti dei firmatari, almeno un migliaio.
Ottocento circa hanno detto: la firma è falsa, il mio nome è stato messo in calce alle liste, ma nessuno me lo ha mai chiesto.
Così ora rischiano gli uomini del Pdl — una decina, tra cui i consiglieri provinciali Massimo Turci e Barbara Calzavara — i quali hanno garantito che invece le firme erano autentiche e regolarmente raccolte.
Se a fine indagine saranno mandati sotto processo, rischieranno una condanna da 2 a 6 anni di reclusione.
La vicenda iniziò il primo marzo 2010, quando la Corte d’appello di Milano escluse la lista Formigoni, accogliendo il ricorso dei radicali.
Il 6 marzo, però, il Tribunale amministrativo regionale accolse la richiesta di sospensiva presentata da Formigoni e riammise il listino.
Decisione confermata dal Tar il 9 marzo e poi, il 13, anche dal Consiglio di Stato, a cui si erano rivolti gli esponenti della lista Bonino-Pannella e la Federazione della sinistra.
Le polemiche sulle firme seguivano quelle sui nomi inseriti all’ultimo momento nel listino bloccato (cioè a elezione garantita) di Formigoni.
Tra loro, i candidati imposti da Berlusconi: Nicole Minetti, allora sconosciuta igienista dentale, e Giorgio Puricelli, ex fisioterapista del Milan.
Entrambi (si scoprirà poi) presenti ai festini a luci rosse di Arcore.
Nella vicenda fu coinvolta anche la cosiddetta P3, perchè Formigoni chiese aiuto agli amici del gruppo di pressione a cui appartenevano l’imprenditore Arcangelo Martino, il tributarista Pasquale Lombardi e il faccendiere Flavio Carboni, affinchè intercedessero presso i giudici che dovevano decidere sull’ammissione della lista.
“Ma questo Lombardi è in grado di agire?”, chiede Formigoni al telefono (intercettato) di Martino, il 1 marzo 2010.
Lombardi ci provò. Tentò di fare pressioni su un magistrato, Alfonso Marra, che gli uomini della P3 avevano aiutato a diventare presidente della Corte d’appello.
Marra, però, si rifiutò d’intervenire.
“Il presidente Formigoni ora si deve dimettere”, chiede Marco Cappato. “L’indagine della procura di Milano ha fatto emergere una quantità di falsi superiore a quella che avevamo trovato con i nostri mezzi. Si tratta di una truffa elettorale realizzata attraverso un’attività di falsificazione massiccia che non può che configurare il reato di associazione per delinquere contro i diritti civili e politici dei cittadini. A capo di questa associazione c’è un responsabile che spetterà alla magistratura individuare, senza limitarsi agli esecutori materiali”, continua Cappato. “Il presidente della Regione Lombardia ha mentito sapendo di mentire. Per questo, per la parola tradita, si deve dimettere”.
Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, elezioni, Formigoni, Giustizia, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Aprile 15th, 2011 Riccardo Fucile
VITTORIO ARRIGONI E’ STATO UCCISO SENZA ASPETTARE LA SCADENZA DELL’ULTIMATUM DAGLI ESTREMISTI ISLAMICI…UN RITRATTO DEL CRONISTA CONOSCIUTO E STIMATO PER LA COERENZA DELLE SUE IDEE E DELLA SUA VITA
L’hanno assassinato senza aspettare la scadenza dell’ultimatum che loro stessi
avevano dato.
Vittorio Arrigoni, l’attivista pacifista rapito ieri a Gaza City da un commando di estremisti salafiti che minacciava di ucciderlo se non avesse ottenuto dal governo di Hamas il rilascio di un gruppetto di suoi militanti, è stato trovato morto questa notte in una casa abbandonata di Gaza City.
A ritrovare il corpo del giovane militante pacifista italiano le forze di sicurezza di Hamas che avevano scatenato una furibonda caccia all’uomo dopo l’annuncio del rapimento con un video su Youtube ieri pomeriggio.
Con uno scenario ispirato al feroce rituale iracheno, nel video Arrigoni appariva sanguinante, con gli occhi bendati, tracce di sangue sul volto ed evidenti segni di un pestaggio.
Militante dell’International Solidarity Movement (Isn) che comprende militanti di tutto il mondo che partecipano ad atti di protesta non violenta contro l’occupazione israeliana, Arrigoni era conosciuto da tutti a Gaza per il suo impegno e viveva nella Striscia dal 2008.
Il ritratto
Vittorio Arrigoni, 36 anni, era il solo cronista sul campo quando nel dicembre 2008 scoppiò la guerra.
La voce tremava ancora. In sottofondo, si sentivano i botti.
«Sto in casa! Non ho sentito arrivare aerei, elicotteri, niente! Solo il primo scoppio. Poi gli altri. Per la prima mezz’ora, non ho capito bene che cosa stesse succedendo. Ci siamo accucciati, ognuno si rifugia dove può. Intorno esplode tutto…».
Prima di Al Jazeera, prima dell’agenzia palestinese Ramattan.
La mattina del 27 dicembre 2008, quando Israele scatenò su Gaza la guerra di Piombo fuso, la prima cartolina dall’inferno ce la mandò lui.
Vittorio Arrigoni stava in un appartamento vicino alle due caserme di polizia colpite dal raid, non lontano dalla vecchia casa di Arafat.
Per terra fra un tavolo e un letto, la finestra spalancata sul porto, Vik guardava fuori e intanto descriveva, lui l’unico dentro: «Sapevo di venire a vedere cose terribili, non cose così terribili…».
Chiamare Arrigoni. Da quel giorno, e per 22 giorni, diventò un impegno fisso per chiunque volesse sapere che cosa si vedeva in quel lenzuolo di terra sigillato al mondo.
Vittorio era arrivato nella Striscia da qualche mese soltanto, via mare da Cipro, assieme a una delle navi Free Gaza Movement che due anni dopo gli israeliani avrebbero deciso di fermare a ogni costo.
Cominciò a scrivere corrispondenze per il Manifesto, sofferte, partecipi, molto lette, che ogni giorno finivano con la stessa frase: «Restiamo Umani, Vik da Gaza City» (titolo pure del suo libro, tradotto in quattro lingue).
Lecchese, pacifista «per vocazione» prim’ancora che giornalista «per dovere di testimonianza», sul suo profilo di Facebook e sul suo blog guerrillaradio.iobloggo.com, Vik ha sempre detto con chiarezza da che parte stava: «Non credo ai confini e alle barriere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, alla stessa famiglia umana».
E anche in questi mesi, mentre il Medio Oriente s’infiammava e nessuno parlava più di Gaza, lui ha sempre continuato a testimoniare il «criminale assedio israeliano», i 300 palestinesi morti nei tunnel scavati al confine con l’Egitto, la rivolta dei blogger contro Hamas…
Schierato, sta con l’International Solidarity Movement, il gruppo che pagò la resistenza ai bulldozer israeliani con la vita della pacifista americana Rachel Corrie.
Da Israele lo curavano con attenzione: nel 2008 era stato arrestato ed espulso mentre cercava con un peschereccio palestinese di forzare il blocco navale e di raggiungere la Striscia.
Per maggio, Arrigoni si stava preparando all’ennesima flottiglia degli attivisti di Free Gaza.
Di sinistra, il pacifista-giornalista non fa sconti: mesi fa ha attaccato anche Roberto Saviano per l’appoggio a una manifestazione romana pro-Israele. «Nelson Mandela – disse allo scrittore – sono anni che denuncia il razzismo d’Israele. Sto parlando di Nelson Mandela, non di Fabio Fazio».
Il 26 marzo – quando nelle piazze di Gaza City erano di nuovo scese in piazza migliaia di giovani, un’imitazione delle rivolte di quest’inverno arabo, subito manganellata e repressa dal governo di Hamas – Vik era lì: «Aveva appena cambiato casa, ma era molto prudente e davanti ad altri non diceva mai quale fosse il nuovo indirizzo – racconta Aldo Soligno, fotoreporter di Emblema, che ha lavorato con Arrigoni nelle ultime due settimane -.
Era eccitato da questa prova di ribellione. Ci sperava molto.
Siamo andati insieme a trovare i blogger che criticavano Hamas.
E quando Hamas li ha arrestati, è riuscito ad assistere ai loro interrogatori: la presenza d’uno straniero, questa era l’idea, avrebbe evitato abusi».
Che i salafiti se la prendano con uno così, è per certi versi inspiegabile: «Sono dei veri stupidi – dice da un carcere israeliano Marwan Barghouti, leader palestinese condannato a cinque ergastoli -. Chi può avere interesse a rapire un cooperante italiano che lavora in un contesto difficile come Gaza?».
Francesco Battistini
(da “il Corriere della Sera“)
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