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ALEMANNO, LO SCERIFFO DI TREVISO E SCAJOLA: I PATRIARCHI ROTTAMATI

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

QUANDO ANCHE IL POTERE SI CONSUMA E IL TERRITORIO TI RIVOLGE LE SPALLE

Ogni tanto la rottamazione viene da sè, senza pasticci, senza prepotenze, come puro fatto di natura.
Inutile recriminare, i troni delle piccole patrie si svuotano e il comando sfugge di mano.
I padreterni, i patriarchi, i padroni e i santi patronali si ritrovano all’improvviso nel recinto degli sconfitti, alla mercè della loro stessa sottomissione.
Vale la pena di osservarli, quest’oggi.
Alemanno in tv con il braccialettone tribale che gli penzola dalla manica, due ne indossa la moglie Isabella, «Io voto e scelgo Alemanno » c’era scritto, chissà  di chi è stata l’idea, chissà  quanti ne hanno ordinati, bianchi e bordeaux, chissà  quanto sono costati.
Oppure Gentilini, lo Sceriffo di Treviso, 84 anni tra due mesi, che anche ieri ha parlato di sè in terza persona, come sempre ha fatto, incurante di sembrare un’ansiogena macchietta, una specie di oracolo dell’eccesso truculento, «il Vangelo secondo Gentilini » era la premessa, e un po’ anche l’esito.
Ma per una volta le sue parole hanno un che di drammatico: «Gentilini ha chiuso la propria testa e la propria bocca, si è chiusa un’era e Gentilini è finito». Finito.
La rottamazione, termine ambiguo e abbastanza infelice, procede per strappi e approssimazioni. Ciò nonostante, colpisce che ci sia anche chi non vuole o addirittura non riesce a riconoscerla. «In tempi brevi il Pdl deve riformarsi e attrezzarsi perchè si ritorni alle urne il prima possibile…». Questo manda a dire a caldo Claudio Scajola, dopo che il «suo» candidato a Imperia si è fermato a un misero 23,86 per cento.
L’ex ministro ha perso malamente quello che lui stesso in un superbo proclama preelettorale, «Sono stato il primo ministro del Ponente nella storia d’Italia, sono stato il personaggio politico ligure più significativo degli ultimi vent’anni», aveva definito: «Un referendum sulla mia persona». Eccolo dunque servito, «Sciaboletta», come è chiamato dalle sue parti: l’elsa è instabile, la lama arrugginita, il rigattiere si è già  fatto vivo.
Scajola, Alemanno, Gentilini. Difficile tenere insieme tre figure politiche e tre storie locali così diverse senza rendersi conto che il collante è la hybris, la dismisura che lungo l’ideale triangolo che collega Roma, la Marca e la Liguria «scatena le potenze infere castigatrici» (Ceronetti), in questofrangente sotto forma di umili schede elettorali.
Fino all’ultimo nella capitale si è imposto l’eccesso.
Martedì scorso, non pago evidentemente delle immagini che sui muri lo raffiguravano con il gatto di casa e sui giornali con un esponente di un clan non proprio raccomandabile, su twitter Alemanno ha pubblicato una incredibile foto di se stesso a capo chino, nell’atto di firmare un assegno.
A quattro giorni dalle elezioni, l’auto-didascalia offre un piccolo saggio di disinteressata eleganza promozionale: «Ho donato un contributo personale di 500 euro al Centro anziani di Val d’Ala, Montesacro » – là  dove pure viene da chiedersi come avrebbe potuto, il sindaco, «donare» un «contributo pubblico».
E davvero Roma si meritava qualcosa di meglio, anche come ricordo, e perfino nel modo di perdere.
I raid anti-prostitute in moto; il puntiglio sul palco della manifestazione finale al Colosseo, negato dalla Sovrintendenza; l’offensiva «valoriale», che te la raccomando; il vano richiamo al pericolo dei rom; le estreme mirabolanti promesse per i gonzi…
Per quanto sconfitto, è già  pronto per Alemanno, Aledanno, Retromanno, Alemagno, comunque un posto nel prossimo Parlamento europeo, se non altro perchè a Roma «nun se butta gnente».
Non lo stesso si potrà  dire di Gentilini, irredimibile nonnetto che per vent’anni ha alimentato un piccolo grottesco culto della personalità  e a cui Roberto Maroni un giorno rese scherzoso omaggio inginocchiandosi al suo cospetto.
«Nulla splende sotto il sole – sosteneva lo Sceriffo in maschera con pistole giocattolo – che io non abbia già  fatto». Io, io, io.
Una targa nel suo ufficio prima di sindaco e poi di prosindaco avvertiva l’incauto visitatore: «Qui dopo Dio comando io».
Il che gli ha consentito di esagerare discettando e in qualche modo anche operando, purtroppo, su finti mendicanti e panchine anti-bivacco, figli di «razza Piave» e immigrati da prendere a schioppettate, «culattoni» e pacche sul sedere.
Fino a quando, dopo l’ennesima invocazione della «pulizia etnica», un tribunale ha condannato Gentilini per istigazione all’odio razziale, divieto di tenere comizi per tre anni, cessati i quali ha voluto riprovarci, ma amareggiandosi, giacchè gli dei sanno essere crudeli con chi li sfida.
Sciaboletta Scajola è uno di questi, ma certo più astuto di Aledanno e assai meno pittoresco Gentilini, per quanto circonfuso anche lui da una specialissima aura che da ogni disgrazia politica (la galera, le stupide e cattive chiacchiere, la casa al Colosseo compratagli a sua insaputa) l’ha visto sempre e sistematicamente risorgere, in linea di massima con la benedizione di Silvio Berlusconi.
Beh, già  escluso dalle liste alle elezioni politiche, stavolta il personaggio versa in condizioni piuttosto catastrofiche.
«Non permetterò – aveva promesso – che una vita di sacrifici e impegno per il mio territorio venga descritta come un esempio di malaffare ».
Ma proprio questo in fondo è il guaio che unisce e in una certa misura affratella gli sconfitti: che non gli è più dato permettere o non permettere.
Anche il potere si consuma, ma più ancora consuma chi ne ha fatto cieco uso, senza comprendere che va e viene, ma soprattutto scappa e a volte perfino si ribella

Filippo Ceccarelli
(da “la Repubblica“)

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IL NAUFRAGIO DI MARONI

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

HA LAVORATO PIU’ PER SE’ CHE PER IL PARTITO, ORA DOVRA’ LASCIARE IL PASSO… E LA SCONFITTA IN VENETO TRAVOLGE IL SUO ALLEATO TOSI

Naufraga fra i canali della marca trevigiana la strategia con cui Maroni aveva sperato di resuscitare la Lega, dopo che già  erano state sconfitte le sue velleità  separatiste.
E cioè trasformarla in succursale nordista del berlusconismo, federando al suo interno il notabilato locale conservatore, restio ai vaniloqui sulla Padania ma desideroso di restare al potere, magari aggrappandosi a localismi di stampo bavarese o carinziano. Doveva essere la terza metamorfosi di un movimento che in 25 anni non è riuscito a fare la sua rivoluzione, ma invece si era inserito con abilità  nelle fragilità  culturali di una destra illiberale vincente, traslocando a Roma la sua classe dirigente, identificandosi con quel malgoverno e replicandone gli scandali, fino a rendere impossibile disciogliere il vincolo di sudditanza da Berlusconi.
Un colpo di mano ideato da Bossi nel 2010, con la complicità  di Tremonti, profittando del momento di massima debolezza del Cavaliere, aveva regalato al leghismo l’orgasmo di una Padania apparente: Zaia in Veneto e Cota in Piemonte al vertice di regioni in cui davvero l’elettorato di destra sceglieva Lega di fronte a un Pdl che andava in frantumi.
Ma che di mera illusione ottica si trattasse, lo aveva già  dimostrato, prima della disfatta di ieri, il paradosso Maroni: pur di coronare il sogno, e congiungere dal Pirellone lombardo i lembi di una ricca maxiregione, il segretario leghista si dichiarava pronto a rinunciare alla segreteria politica del suo movimento e a rinnovare il patto indecente con lo screditato Formigoni.
Così, quello che in teoria avrebbe dovuto risaltare come il momento della massima forza leghista, rivelava platealmente il suo bluff.
Maroni aveva dovuto umiliare pubblicamente Bossi e, con il fondatore, non colpiva solo il malcostume delle appropriazioni indebite di soldi pubblici, ma le stesse fondamenta indipendentiste.
Ad agitarle delegava un giovane compiaciuto nelle ostentazioni xenofobe ma privo di radicamento significativo, Matteo Salvini.
Ma a tutti era chiaro che il vero braccio destro di Maroni era Flavio Tosi, il sindaco di Verona che per primo aveva teorizzato la trasformazione del leghismo in federazione di liste civiche.
Paradosso nel paradosso, Flavio Tosi da ieri è il primo della lista degli sconfitti, avendo perso la roccaforte simbolica di Treviso, anche perchè non ha saputo fare a meno di ricandidarvi una figura detestabile per la sua matrice reazionaria e razzista, per giunta prossimo a compiere 84 anni, di cui gli ultimi venti trascorsi come Federale di Treviso: Giancarlo Gentilini.
Credo che l’Italia civile debba riconoscenza ai cittadini di Treviso che ci hanno liberato da una simile leadership che le recava oltraggio.
Ma la sconfitta del Carroccio è generalizzata, senza guardare troppo alle singole candidature
Maroni che aveva contravvenuto alla sua promessa di dimettersi da segretario del partito, una volta divenuto presidente della Regione Lombardia, e per questo aveva rinviato la scadenza congressuale all’estate 2014, ora non potrà  ignorare le accuse di tradimento rivoltegli da Umberto Bossi con non casuale scelta di tempi.
Bossi fino a ieri poteva apparire una figura patetica e isolata, ma ora è probabile che gli stessi governatori del Veneto (Zaia è in perenne contrasto con Tosi) e del Piemonte (Cota ha rapporti tesi con Maroni) finiscano per affiancarlo in uno scontro interno dall’esito incerto.
Il dissolversi dell’elettorato leghista, mai così esiguo da decenni, rende improbabile che il Nord sofferente per la crisi torni in futuro a investire su un revival di Bossi, preso atto del fallimento della leadership di Maroni che ha lavorato bene per sè ma non certo per il partito.
Ciò non significa che le pulsioni separatiste e reazionarie in cui per un quarto di secolo si è riversata la questione settentrionale abbiano fatto il loro tempo. Troveranno nuovi attori protagonisti.
Ma intanto il Nord Italia deve fare i conti con un’anomalia democratica evidente: le sue tre principali regioni – Lombardia, Veneto, Piemonte – sono guidate da altrettanti esponenti di un partito ultraminoritario che ha profittato della ricattabilità  di Berlusconi per impossessarsi di un potere sproporzionato.
Il naufragio della Lega segnala questo nodo da sciogliere a un Nord Italia ormai amministrato in larga misura da sindaci di centrosinistra.
E se anche Maroni, per rimanere abbarbicato al poco che gli resta, continuerà  a garantire una benevola astensione al governo Letta, il suo bluff va ben evidenziato.
Se non altro i leghisti abbiano la compiacenza di smetterla di spacciarsi come portavoce del popolo del Nord, quando sono un partitino che non raggiunge il 5%.

Gad Lerner
(da “La Repubblica“)

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ALEMANNO, SCONFITTA CAPITALE

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

LA CITTà€ VOTA A METà€ E SCEGLIE MARINO

Ha stravinto lui, il chirurgo che pareva un marziano.
Capace di doppiare l’avversario, e di prendersi tutti i (nuovi) 15 municipi della Capitale.
Vittoria da record in riva al Tevere, da quando esiste l’elezione diretta del sindaco: come da primato è stata l’astensione.
Ignazio Marino è il nuovo sindaco di Roma, eletto con il 63,93 per cento, a fronte del 36,07 dell’uscente Gianni Alemanno.
Sarà  l’ex senatore a caricarsi sulle spalle una città  stufa della politica, dove nel ballottaggio ha votato solo il 45,05 per cento dei romani.
Sufficiente per mostrare il cartellino rosso al sindaco uscente, l’Alemanno che il 28 aprile di cinque anni fa era entrato in Comune tra i saluti romani.
Marino ha subito chiarito: “Stasera (ieri, ndr) non andrò in Campidoglio, quel palazzo ha una sua sacralità  e i cambi di consegna debbono avvenire in maniera formale”. Ovvero, non ha fatto come Alemanno, che nel 2008, a urne ancora calde, si presentò davanti al Palazzo Senatorio.
Festeggiava i suoi oltre 780 mila voti, e un’impresa storica per la destra ex missina. Questa volta, nel secondo turno, Alemanno ha raccolto solo 374 mila consensi: praticamente gli stessi che aveva preso il 26 maggio (364 mila), con 19 candidati in corsa.
L’astensione, il nemico che il sindaco aveva provato a battere con appelli e manifesti disseminati per tutta Roma (“Vince chi vota”), gli è stata fatale.
Quel poco che è rimasto nelle urne si è spostato verso Marino, passato dai 512 mila voti del primo turno agli oltre 664 mila di domenica e lunedì.
Parte degli elettori di Cinque Stelle e Alfio Marchini ha scelto il chirurgo. Ma in tanti sono rimasti a guardare.
E il conto finale ricorda che Marino è stato scelto dal 28 per cento dei romani.
Poca gente alle urne, insomma, sia in centro che in periferia. Ma ovunque lo stesso risultato: municipi al centrosinistra.
Vittorioso persino nel XV (Salario-Tor di Quinto) roccaforte della destra, dove al primo turno il candidato del Pdl era in testa di 15 punti.
Ieri è stato ribaltone, grazie al traino di Marino: addirittura al 69 per cento, nella “rossa” Garbatella (VIII) dove pochi giorni fa Alemanno era stato contestato.
“Meglio di Veltroni nel 2006” ricordavano ieri dal Pd. Perchè quella volta il sindaco venne rieletto con il 61 per cento, proprio contro Alemanno, e tutti i municipi andarono a sinistra, tranne uno.
Ma in quel caso, prima del recente accorpamento, erano 19. Bene Marino, comunque. Vincitore chiaro sin dai primi minuti dopo la chiusura dei seggi. “Mi pare evidente che abbia vinto lui” ammetteva alle 15,26 Andrea Augello, il coordinatore del comitato Alemanno.
In tv e sulle agenzie, gli instant poll anticipavano che la partita non poteva riservare sorprese.
Poco dopo le 16, in grande anticipo sull’orario previsto, Alemanno si presentava davanti ai microfoni nel suo comitato: “Ho appena chiamato Marino per congratularmi”.
Riconosceva che “il risultato è netto” e prometteva “un’opposizione seria e non distruttiva, nell’interesse di Roma.
Al sindaco lasciamo un Comune risanato”. Soprattutto, precisava: “Dobbiamo fare autocritica, ma mi prendo tutte le responsabilità . Ringrazio il Pdl, e non ho recriminazioni verso Berlusconi: c’è stato con i suoi mezzi come le videointerviste”. Poi abbracci ai collaboratori e qualche lacrima. P
oco dopo, Marino ha pronunciato le sue prime parole da sindaco.
L’uomo che ha vinto da candidato simil-civico, lasciando spesso il Pd sullo sfondo, ha ringraziato subito “il partito e i partiti: dicono che sono stati lontanti ma è proprio l’opposto, quelle persone le ho viste lavorare anche per 36 ore”.
Marino vuole vedere “la gente che torna a sorridere per strada”. E promette: “Almeno una volta alla settimana girerò per la città . I nuovi bus, quelli più belli, dovranno andare nelle periferie”.
Chiosa con slogan: “Abbiamo liberato Roma, e ora daje”. In serata, il neo-sindaco ha festeggiato con famiglia e staff.
Enrico Gasbarra, segretario Pd Lazio e cerniera tra Marino e i moderati del partito, celebra: “Con Marino le istituzioni tornano patrimonio di tutti: e poi il Pd ha vinto in tutto il La-zio”.
Enrico Letta, da buon premier delle larghe intese, ha telefonato a Marino e Alemanno. Ma sulle agenzie ha insistito molto sull’astensione.
Da oggi, parte il toto giunta. Marino aveva assicurato: “Sceglierò gli assessori fuori dai partiti, mandate i curricula”.
Ma qualche nome alle liste lo concederà . Probabile che peschi anche tra i 29 consiglieri di maggioranza, nel primo consiglio comunale con 48 membri dopo la riforma di Roma Capitale. Ricorre il nome di Gemma Azuni (Sel), già  candidata alle primarie del centrosinistra.
Forte anche l’ipotesi Paolo Masini, consigliere uscente del Pd, zingarettiano.
Possibile Andrea Mondello, ex presidente della Camera di commercio, vicino a Marchini.
Voci sul deputato Walter Tocci (Pd), vicesindaco con Rutelli.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SILVIO TACE SULLA SCONFITTA E NEL PDL CRESCE LA VOGLIA DI RIVOLUZIONARE IL PARTITO

Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile

IL PDL ALZA IL TIRO MA SENZA ROMPERE: NON SE LO PUO’ PERMETTERE

E ora Silvio Berlusconi teme la tempesta perfetta.
Per questo si è tenuto alla larga da ogni commento sulla debacle amministrativa, sebbene il suo umore venga descritto come nero davvero.
Non una parola, non una nota.
Anche perchè, non avendoci messo la faccia in campagna elettorale, non è stato difficile sottrarsi nel giorno più difficile.
Lascia ad Alfano il compito di dare a Enrico Letta una rassicurazione( “Il governo di larga coalizione — dice il ministro dell’Interno in un’intervista al Foglio vive obiettivamente oltre il perimetro delle battaglie amministrative parziali) e un avviso (“Letta dia una missione al governo invece di discolparsi con Repubblica”).
Significa che il Pdl alzerà  il tiro, ma senza rompere.
La verità  è che la botta fa male, e non poco.
Mai il Pdl ha registrato una sconfitta di questa entità . Ovunque. È stato un cappotto.
E se — paradossalmente ma neanche troppo — la sconfitta più pesante era la più annunciata, quella di Roma, il termometro della disfatta è Brescia, Treviso, tutto il nord diventato per il Pdl una terra straniera.
Per non parlare della Sicilia, patria di Alfano, dove il segretario del Pdl sono anni che colleziona sconfitte ai limiti dell’umiliazione.
Ma più della dissoluzione di un partito che, di fatto, non esiste quando non è chiamato al solito e ventennale referendum sul suo Capo, può la paura.
Perchè è proprio vero che al peggio non c’è mai fine.
Lo spiega un ex ministro: “Berlusconi non può e non vuole far cadere il governo, perchè a questo punto è chiaro che un’altra maggioranza coi grillini la fanno in una notte. Ma sa anche che il voto dà  più potere alla sinistra, che ha già  lanciato un’Opa sul governo e le procure faranno il resto”.
Eccola, la tempesta perfetta.
È la classica situazione in cui indietro non si può tornare e avanti è difficile andare.
Come un ritornello, il Cavaliere ha ripetuto ai suoi che sui provvedimenti del governo il Pdl sarà  intransigente — Imu, Iva Equitalia — e che non accetterà  un compromesso al ribasso, nè lascerà  al Pd il bandolo dell’iniziativa.
Ma al tempo stesso ha raffreddato gli animi di quei falchi che vorrebbero alzare il tiro fino a rompere con Letta.
La parola d’ordine è minimizzare, separare il voto amministrativo dal governo, non cedere ai nervi, che pure sono scoperti.
Per questo tutto lo stato maggiore del Pdl si limita, almeno ufficialmente, a dichiarare l’ovvio. Cioè che senza Berlusconi il Pdl non esiste, e che le amministrative hanno una dinamica diversa da quelle delle politiche.
Mariastella Gelmini affida all’HuffPost un distillato di buonsenso: “E’ chiaro che l’astensionismo penalizza più noi, e ci penalizza il secondo turno rispetto al primo. Fattori a cui aggiungere il fatto che la Lega dimezza i voti al nord e una questione settentrionale tutta da reintepretare e che richiede risposte. Ma più di tutto è mancato, senza Berlusconi, un messaggio comunicativo forte”.
Già , senza Berlusconi. Il Pdl pare una pentola in ebollizione.
Con mezzo partito che a questo punto vuole una “rivoluzione”.
Per i falchi come Denis Verdini e Daniela Santanchè così non si può andare avanti.
Con Alfano che cumula tre incarichi — ministro, vicepremier, segretario del Pdl — il partito è acefalo.
Sono parole che annunciano settimane complicate quelle con cui Daniela Santanchè inonda i media per un pomeriggio: “Dobbiamo capire cosa dobbiamo cambiare al nostro interno. Questa volta non è colpa di Berlusconi se non abbiamo vinto ma più del partito e dei suoi dirigenti”. Dall’altro lato, la nomenklatura vicina ad Alfano — Cicchitto, Gasparri e i vari artefici della sconfitta di Roma – invoca la costruzione di un partito vero, come ai tempi delle primarie.
Come sempre il dibattito è destinato a durare, e non poco. Perchè nel partito acefalo se tocchi una casella cade tutto.
Anche se stavolta assicurano che il Cavaliere è determinato a cambiare, se non altro perchè si è stufato di cacciare quattrini.
Saranno i costi a dettare la riorganizzazione, e non viceversa.

Alessandro De Angelis
(da Huffingtonpost.it)

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DOPO LA VITTORIA ALLE AMMINISTRATIVE IL PD DI EPIFANI LANCIA L’OPA SUL GOVERNO

Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI NON MI PRE IL PRIMO AZIONISTA DEL GOVERNO”…SU IMU E IVA IL PD E’ PRONTO A FAR PESARE IL VOTO AL VERTICE DI MAGGIORANZA

“Guardando il risultato delle amministrative, complessivamente, è un risultato che rafforza lo schema del governo di larghe intese”.
Sono passate poco più di tre ore dalla chiusura delle urne quando Enrico Letta, dopo una rapida scorsa ai risultati elettorali, lancia il primo salvagente al governo. Consapevole, probabilmente, che il travolgente successo del suo partito rischia di mettere in serissima difficoltà  il principale alleato, il Popolo della Libertà , uscito pesantemente azzoppato dall’esito elettorale.
“‘È complicato prevedere gli effetti del voto sul governo ma certo dà  una spinta in più alle posizioni e al ruolo del pd nel Paese”.
È il segretario democratico Guglielmo Epifani a mettere subito in chiaro che c’è un prima e un dopo nell’equilibrio di poteri all’interno della maggioranza, alla luce dei risultati di oggi.
Lo ribadisce – a scanso di equivoci – quando a domanda se il Cav sia ancora l’azionista principale dell’esecutivo, l’ex leader sindacale replica: “Con certi giudizi, oggi ci andrei un po’ cauto”.
L’opa del Pd sul governo è lanciata.
Il primo appuntamento, che si preannuncia tesissimo, è previsto per domani.
Letta, Alfano e Franceschini si vedranno con i capigruppo per l’ormai consueto vertice di maggioranza.
Riforme e provvedimenti economici all’ordine del giorno, ma i delicatissimi equilibri che il premier ha cercato di mantenere in queste settimane potrebbero essere scardinati da una prova di forza dei dem, rinvigoriti dal successo elettorale.
Ad alzare la posta ci ha pensato già  il segretario Guglielmo Epifani. “È necessario abolire l’Imu sulla prima casa solo per chi non ce la fa” e “rimandare l’aumento Iva o selezionarlo solo su alcuni prodotti. La priorità  ora sono i giovani e il lavoro”, ha spiegato parlando al tgLa7.
Posizioni differenti, e lontane, da quelle affermate in più occasioni del Pdl, che spinge invece per una abolizione dell’Imu su tutte le prime case e per un blocco immediato dell’aumento dell’Iva previsto per il 1 luglio.
Ma le armi pidielline ora sono drammaticamente spuntate, e il Pd ora può giocare al rialzo. “Domani chiederemo al governo che anticipi, che accelleri le modalità  per investire e accrescere gli stimoli per i consumi e gli investimenti”, ha rincarato Epifani.
Le tensioni all’interno della maggioranza complicano un già  fragile scenario, segnato da una crescente difficoltà  a trovare le risorse per soddisfare tutti gli impegni che le diverse forze di governo hanno preso in queste settimane.
Non a caso, all’ultimo, in serata è stata convocata una riunione di emergenza tra Letta, Alfano, Saccomanni, Franceschini e il sottosegretario Patroni Griffi. Un briefing per preparare al meglio proprio l’incontro di martedì mattina.
L’abolizione dell’Imu, il rinvio dell’aumento dell’Iva, il pacchetto lavoro sono tutti provvedimenti che costano. Per trovare i soldi servono scelte. E le fratture all’interno del governo rischiano di accontentare qualcuno e scontentare qualcun altro.
La fotografia più nitida dell’imbarazzo in cui naviga l’esecutivo la scatta il ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato. “Saccomanni non si è arreso all’idea di non far scattare l’aumento dell’Iva. Piacerebbe a tutti non aumentare l’Iva ma bisogna trovare le risorse”, ha spiegato palesando tutta la difficoltà  dell’esecutivo nella ricerca delle coperture.
A Palazzo Chigi si lavora freneticamente. Il premier e il ministro dell’Economia si vedono quasi ogni giorno.
Sulla prima scadenza, il 30 giugno per scongiurare l’aumento dell’Iva, i tempi sono strettissimi ma un accordo potrebbe alla fine essere trovato per un rinvio di tre mesi dell’innalzamento.
Costo dell’operazione: 1 miliardo. Ma sull’Imu, scadenza 31 agosto, la carta del rinvio è già  stata giocata una volta e non può più essere riproposta.
E senza un accordo sul “pacchetto casa” le settimane del governo potrebbero essere davvero contate.

Flavio Bini
(da “L’Huffington Post”)

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AMMINISTRATIVE: GRILLO E’ ANNEGATO NEL MARE DI SICILIA

Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile

CATANIA: DAL 31,9% DELLE POLITICHE PASSA AL 3,1%… MESSINA: DAL 27,7% AL 2,68%…. RAGUSA: DAL 40,9% AL 16,29%… SIRACUSA DAL 35,3% AL 6,43%

MESSINA   Ore 20,45
Dopo 55 sezioni scrutinate su 254 a Messina il candidato sindaco del centrosinistra Felice Calabrò è al 52,21% e in questo momento eviterebbe anche il ballottaggio diventando il nuovo sindaco di Messina, memtre il candidato del centrodestra Vincenzo Garofalo si attesta sul 19,20%, il pacifista Renato Accorinti con la sua lista civica si attesta al 21,39%, la candidata del movimento Cinque Stelle Maria Cristina Saija crolla al 2,68%, il candidato di Nuova Alleanza il 2,65% e infine il candidato del movimento Reset Alessandro Tinaglia raggiunge l’1,8%.

CATANIA Ore 20.19  
Risultati di 72 sez su 335 – Bianco (Pd) 51%, Stancanelli (Pdl) 35,72, Caserta 7,9, Iannitti 1,8 (M5S) , D’Urso 0,44 – Adorno 3,1

SIRACUSA –   Ore 20.33

Prosegue lo scrutinio a rilento per via di alcuni problemi riscontrati nella redazione dei verbali.
Sempre avanti l’esponente del centrosinistra Giancarlo Garozzo con il 31,34%, vicino Paolo Ezechia Reale col 27,03%.
Più staccato Edy Bandiera, sempre più lontano dal ballottaggio con il suo 20,69%. Molto lontano il Movimento cinque stelle, fermo al 6,43%.
Seguono Giovanni Briante al 5,1%, Santi Pane al 4,6%, Giuseppe La Torre al 3,2% e Francesco Greco al 2%.

RAGUSA   Ore 22.12
Mancano esattamente 20 sezioni all’appello.
In testa ancora Giovanni Cosentini col 28.1%. Prosegue il testa a testa tra Federico Piccitto (M5S) col 16.3% e Franco Antoci (Pdl) col 15% per aggiudicarsi il ballottaggio con l’esponente del centrosinistra.
Diminuisce il gap fra Federico Piccitto (M5S) e Franco Antoci (Pdl) che seguono Giovanni Cosentini fermo al 28%: 3714 i voti ottenuti, al momento, dal grillino rispetto ai 3455 di Antoci.

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DEBACLE DEL CENTRODESTRA, BONDI: “VINCIAMO SOLO CON BERLUSCONI”

Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile

GASPARRI: “I NUMERI SONO CHIARI”… SALVINI: “BATOSTA SALUTARE”

Il centrosinistra vince ovunque. E di conseguenza il centrodestra perde.
Il centrosinistra festeggia, riporta le proprie bandiere in Campidoglio e in piazza della Loggia, ovvero nei palazzi comunali di Roma e di Brescia, dove la parentesi pidiellina è durata una sola legislatura.
E strappa agli avversari alcune delle sue roccaforti storiche: Imperia, la città  di Claudio Scajola; Viterbo, feudo democristiano fino agli anni Novanta (fu sindaco anche Giuseppe Fioroni, oggi uomo di punta del Pd) e poi territorio di conquista per Alleanza Nazionale; Treviso, uno dei primi capoluoghi conquistati dalla Lega Nord proprio con il sindaco-«sceriffo» Giancarlo Gentilini che ora parla di «fine di un’era».
«VINCIAMO SOLO CON BERLUSCONI»
Le dichiarazioni ufficiali dei vertici del partito sono arrivate a quasi tre ore dalla chiusura dei seggi, quando il quadro era ormai chiaro e definitivo.
«I risultati elettorali del secondo turno confermano che, quando vince, il Pdl vince grazie al carisma e alle qualità  politiche del presidente Silvio Berlusconi» commenta il coordinatore Sandro Bondi, coordinatore del partito.
Che aggiunge un’autocritica: «Senza un confronto all’interno del Pdl, fondato sulle idee, da parte di persone capaci di testimoniarle credibilmente, con onestà  e un’autorevolezza non riflessa, il nostro movimento non sarà  mai in grado di produrre candidati vincenti perchè dotati di una forza propria».
Maurizio Gasparri, che ha fatto parte del comitato a sostegno di Alemanno, non ci gira attorno: «Il risultato – ha commentato a caldo – è negativo sulle varie piazze chiamate al voto. Prendiamo atto di questo risultato e proseguiremo la nostra azione politica. Non faremo come ha fatto Bersani che ci ha messo dei giorni per prendere atto dei numeri. I numeri sono chiari ma rivendichiamo quanto abbiamo fatto».
«UNA BATOSTA PUO’ FAR BENE»
Dal fronte leghista parla invece il vicesegretario Matteo Salvini: «Ogni tanto una batosta può far bene, a Brescia e Treviso abbiamo sbattuto la faccia contro il muro – ha detto – ma sono ottimista per il futuro».

(da “il Corriere della Sera“)

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BRESCIA TORNA AL CENTROSINISTRA; DEL BONO STRAVINCE AL BALLOTTAGGIO

Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile

FINISCE 56,5% CONTRO IL 43,4% DI PAROLI, STRAVOLTO IL RISULTATO DEL PRIMO TURNO

Brescia torna ad essere guidata dal centrosinistra, dopo 5 anni nelle mani di PdL, Lega e Udc.
Il candidato Emilio Del Bono ha vinto il ballottaggio con un margine di 13 punti percentuali (56% contro il 43%) sul sindaco uscente, Adriano Paroli.
La forbice tra i due quindi si è allargata moltissimo rispetto al pareggio del primo turno (38,08% per il candidato del centrosinistra e 38,01% per il centrodestra).
Del Bono ha preso 12mila voti in più (solo 2 mila in più per Paroli).
IL RITORNO DEL CENTROSINISTRA
In città  quindi torna il centrosinistra. E Del Bono si prende la sua rivincita, vista la bruciante sconfitta al primo turno 5 anni fa.
Da quando si vota con questo sistema elettorale, dal 1994, il centrosinistra ha sempre avuto la maggioranza (a parte il quinquennio Paroli) prima con Mino Martinazzoli e successivamente (dal 1998 al 2008) con Paolo Corsini.
Il futuro sindaco, parlamentare del Pd per tre legislature e già  capogruppo della minoranza, ha già  annunciato buona parte della sua giunta: vicesindaco sarà  Laura Castelletti (leader della civica Brescia Per Passione), assessori saranno Marco Fenaroli (sostenuto da Sel), Federico Manzoni, Gianluigi Fondra (entrambi Pd) e il tecnico Felice Scalvini, che arriva dal mondo cooperativo.
DEL BONO: «SARO’ IL SINDACO DI TUTTI»
Migliaia di applausi hanno accolto il nuovo sindaco in piazza Loggia.
«Spero di poter essere il sindaco di tutta la città  – ha detto a caldo il nuovo primo cittadino -; spero che si possa ricostruire una serenità  di rapporti anche con gli ex amministratori. La giunta? La definirò in una settimana. Nei primi cento giorni rivedrò il bilancio previsionale dove inserirò i fondi per la bonifica della scuola Deledda (inquinata da pcb, ndr) e poi rivedrò i patti parasociali di A2A».
Del Bono ha anche detto, in una diretta televisiva che «La città  aveva voglia di cambiare la guida dell’amministrazione dopo 5 anni deludenti».
LA GIOIA DEI VINCITORI
Per il futuro vicesindaco Laura Castelletti «sapremo meritarci la fiducia che abbiamo ricevuto». Per il senatore Pd Paolo Corsini, ex sindaco di Brescia «la vittoria è motivo di grande orgoglio per Del Bono, visto che ha ottenuto un margine maggiore a quello ottenuto da me e da Martinazzoli. Il voto è una sanzione molto negativa nei confronti dell’operato di Paroli, per quello che non ha fatto, per quello che ha disfatto».
Per il 30enne Pd Federico Manzoni, futuro assessore, «la vittoria parte dal grande lavoro fatto in questi cinque anni. Nessuno di noi però si illude di avere la strada in discesa». I punti forti del centrosinistra li ricorda Marco Fenaroli (altro futuro assessore): la vittoria è arrivata grazie ai due punti forti del programma, ambiente e servizi sociali.
I COMMENTI DEGLI SCONFITTI
Rammarico e voglia di capire il perchè di questa batosta nel centrodestra. La sede del comitato elettorale di Paroli ha abbassato la saracinesca ancora prima delle quattro, non appena si era intuito che il margine di vantaggio era irrecuperabile.
Per l’ex assessore Maurizio Margaroli (PdL) «la città  ha bocciato il nostro progetto. Noi non siamo stati capaci di trasmettere alla città  il lavoro che abbiamo fatto, eppure ne abbiamo fatto tanto, mentre l’opposizione è stata Onore al merito a Del Bono. Speriamo però di non trovarci, tra cinque anni, una città  ancora più divisa».
IL PARTITO DEL NON VOTO SALE AL 41%
Forte la disaffezione alle urne, anche se inferiore rispetto ad altre zone del Paese. Hanno votato il 59% degli aventi diritto, il 6% in meno di due settimane fa. Dati che dimostrano come anche in città  sia in crescita il partito degli astenuti, dei disincantati, dei disaffezionati alla politica.

(da “il Corriere della Sera”)

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GENTILINI : “E’ FINITA L’ERA DELLA LEGA”

Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile

IL CENTROSINSTRA CONQUISTA TREVISO….LO   SCERIFFO: “MANCATO IL SUPPORTO DI LEGA E PDL”

Manildo è il nuovo sindaco di Treviso. Vince con il 55% delle preferenze e scalza la Lega da Ca’ Sugana dopo 19 anni di governo ininterrotto.
Sconfitto Giancarlo Gentilini, il vicesindaco sceriffo che si trova ancora chiuso nel suo ufficio di Ca’ Sugana.
«L’essere riusciti a raggiungere questo risultato, e l’entusiasmo dei cittadini lo dimostra – ha detto il neosindaco Manildo – rappresenta qualcosa di storico».
Quando mancano pochissime sezioni l’avvocato del Pd è al 55,7%.
Affluenza in calo al ballottaggio: alla chiusura dei seggi ha votato il 58,61 % degli aventi diritto, in calo di quasi 4 punti punti rispetto a due settimane fa. Al primo turno l’affluenza infatti era stata del 63,2%, con 42.110 elettori.
Giovanni Manildo era uscito in testa dalle urne con il 42,5% delle preferenze (17 mila voti); dietro di lui Gentilini con il 34,8% (14 mila voti).
A Palazzo dei Trecento vanno e vengono curiosi e candidati al consiglio comunale, sostenitori delle due fazioni in corsa per la fascia tricolore di Ca’ Sugana. In municipio Gentilini è chiuso nel suo ufficio con i fedelissimi. Il centrosinistra invece segue gli esiti in via Ortazzo, sede del comitato elettorale.
«È finita l’era Gentilini, è finita l’era della Lega e del Pdl. Stop. Adesso Gentilini scompare dalla scena amministrativa e politica»: è il commento all’Ansa di Giancarlo Gentilini, che a poche sezioni dalla fine esce sconfitto dalla corsa a sindaco di Treviso, città  dove la Lega ha governato negli ultimi 20 anni.
Poi aggiunge: «E’ mancato il supporto della Lega e del Pdl. Io i miei voti me li sono presi. Mi sono mancate le stampelle. Mi hanno buttato nel fango della sinistra».
E ancora: «In generale è finita. Abbiamo perso dappertutto. Bisogna sapere che l’orda barbara della sinistra non si ferma mai».
Nella città  della Marca, governata per 20 anni dal Carroccio, prima dallo stesso Gentilini e poi dal segretario della Liga Veneta Gianpaolo Gobbo, la chiusura della lunga fase leghista ha l’immagine dei grandi manifesti con il profilo di Gentilini ed il pollice alzato, già  strappati e consumati dalla pioggia.
Manildo, del Pd, avvocato di estrazione cattolica, è stato protagonista di una campagna elettorale tenace e capillare, e partiva dal 42,5% conquistato al primo turno.

Silvia Madiotto
(da “il Corriere del Veneto”)

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