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INTERVISTA AL SEGRETARIO DELL’ANM: “RIFORMARE LA PRESCRIZIONE E’ LA PRIMA COSA DA FARE”

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

MAURIZIO CARBONE: “OCCORRONO PROCESSI PIU’ VELOCI E UNA GIUSTIZIA MIGLIORE”

Un elemento del piano per la giustizia delineato dal ministro Andrea Orlando, il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Maurizio Carbone, lo apprezza: “La priorità  data al processo civile, da rendere più veloce, dopo anni in cui la politica ha puntato invece sul processo penale e sull’ordinamento dei magistrati. La priorità  al processo civile è un fatto certamente positivo. Come anche il metodo seguito: quello del dialogo, e non dello scontro, con i magistrati”.
Gli apprezzamenti positivi finiscono qui?
È positivo che si proponga anche di riformare il falso il bilancio e di introdurre il reato di autoriciclaggio, per rendere più efficace la lotta alla corruzione: speriamo però che sia la volta buona, perchè è da tanto che se ne parla, senza aver ancora fatto nulla; troppe volte le speranze a questo proposito sono state deluse. Non mi pare invece per niente apprezzabile il rilievo dato alla responsabilità  civile dei magistrati. I problemi della giustizia non si risolvono inasprendo le sanzioni alle toghe o concedendo risarcimenti ai cittadini, ma offrendo processi più veloci e una giustizia migliore. Respingiamo il messaggio che sia colpa dei magistrati se la giustizia non funziona, come respingiamo il messaggio che i magistrati non rispondano delle loro azioni: rispondono già  oggi in sede penale, come tutti i cittadini, poi in sede civile e infine in sede disciplinare.
Sulla riforma dei tempi di     prescrizione l’accordo politico sembra essere più difficile.    
Riformare la prescrizione è indispensabile. La legge ex Cirielli ha dimezzato i tempi di prescrizione anche per reati di corruzione, per esempio, e questo rende la lotta alla corruzione, che nel nostro Paese deve essere una priorità , una lotta contro il tempo, con i processi che oltretutto si allungano perchè gli imputati puntano alla prescrizione. Mi pare di notare su questo punto uno slittamento, perchè non sono stati ancora raggiunti accordi politici. Ma riformare la prescrizione è assolutamente necessario, per il contrasto alla corruzione e per accelerare i processi.
Si sta discutendo anche di intercettazioni. Tornerà  una legge bavaglio?
Su questo punto dobbiamo trovare una soluzione che tenga conto di tre esigenze ugualmente importanti: la tutela della riservatezza dell’indagato e ancor più dei terzi intercettati e non indagati; il diritto di cronaca, dei giornalisti che devono poter scrivere le notizie e dei cittadini che devono essere informati; l’esigenza di proteggere la segretezza dell’indagine. Per quanto riguarda la pubblicazione delle intercettazioni, le violazioni riguardano di solito norme che già  esistono. È necessaria però una maggiore attenzione dei giornalisti a non pubblicare elementi che non riguardino l’indagine ma siano solo gossip; e anche dei magistrati, che devono selezionare e inserire nei loro provvedimenti solo le intercettazioni funzionali al provvedimento che stanno emanando. Non vorremmo però che si tornasse a mettere in discussione le intercettazioni in sè, come strumento d’indagine: sono assolutamente essenziali per individuare i reati, sia di mafia, sia di corruzione, sia finanziari…
Del Consiglio superiore della magistratura si dice che deve cambiare in base al principio che “chi nomina non giudica e chi giudica non nomina”.
Se questo vuol dire una più netta separazione della sezione disciplinare del Csm dentro il Consiglio, allora non c’è contrarietà . Siamo invece assolutamente contrari a istituire una Alta Corte separata dal Csm che gli sottragga la funzione disciplinare. Oltretutto questo vorrebbe dire modificare la Costituzione. Quello che si può invece fare, anche in risposta alle polemiche sull’influenza delle correnti dentro il Csm, è la riforma della legge elettorale: oggi la parte del Csm eletta dai magistrati è eletta con un sistema maggioritario a collegio unico nazionale che offre a chi vota poche possibilità  effettive di scelta. Proprio per questo noi abbiamo sperimentato, per la prima volta nell’ultima elezione, il sistema delle primarie per indicare i candidati, offrendo così a chi vota maggiore possibilità  di scegliere. Questo può essere di stimolo al legislatore per intervenire sul sistema elettorale: ma c’è tempo per riflettere, visto che le elezioni per il Csm sono appena state fatte. Anche se il Parlamento non ha invece ancora scelto i nomi dei membri di sua competenza.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LIMITI AI PM E MINI BAVAGLIO AI GIORNALI. COSA CAMBIEREBBE CON LA NUOVA LEGGE PROPOSTA DA ORLANDO

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

LA STRETTA IN ARRIVO SULLE INTERCETTAZIONI

Intercettazioni? Il tentativo è quello di ridurne l’esplosivo effetto mediatico. Inevitabilmente con una conseguenza anche per i pm, meno telefonate nei provvedimenti, magari i testi solo per riassunto, con un contentino sulla corruzione che verrebbe trattata alla stregua dei reati di mafia.
Non se ne parlerà  il 29 agosto, nel consiglio dei ministri sulla giustizia, ma il nodo delle intercettazioni, con quelli del falso in bilancio e della prescrizione, restano i punti più attesi della riforma Orlando.
E ne sa qualcosa proprio il Guardasigilli che ha dovuto tenere testa a Giacomo Caliendo, l’ex sottosegretario che ha posto le condizioni per una possibile intesa con Forza Italia.
La prima protesta è stata proprio sulla mancanza delle intercettazioni, assieme al dissenso per l’intenzione di “ripenalizzare” il falso in bilancio
Nella conferenza stampa del 30 giugno a palazzo Chigi Renzi ha detto che bisogna smetterla di pubblicare le telefonate degli estranei alle indagini.
Come si può tradurre in legge?
Per ora, l’unico progetto trapelato da via Arenula, e che risale proprio ai giorni precedenti a quel consiglio dei ministri e alle parole di Renzi, disegna uno scenario molto preoccupante, sia per i magistrati che per la stampa. Orlando ne ha minimizzato l’esistenza e il contenuto, ma il testo è lì, e coincide perfettamente con quanto lo stesso Renzi ha dichiarato pubblicamente.
Quali sono le restrizioni previste?
L’articolo stabilisce che pm e gip, nello scrivere le ordinanze di custodia cautelare, e le altre misure in cui si utilizzano le intercettazioni, non può utilizzare i testi delle telefonate nella loro versione integrale, ma deve limitarsi “unicamente” al loro contenuto. La modifica riguarda l’articolo 292 del codice di procedura penale che disciplina il contenuto delle ordinanze.
Questo intervento limiterebbe il potere dei magistrati?
Sicuramente, rispetto alla famosa riforma delle intercettazioni di Berlusconi, quella del bavaglio contro cui Repubblica fece la campagna dei post-it gialli, questa consentirebbe ai magistrati di disporre la registrazione delle telefonate. Quando Orlando assicura che non ci sarà  alcuna restrizione, dice una cosa vera. Ma il problema, come ha fatto notare l’Anm quando sono uscite le prime indiscrezioni, è che non pubblicare la versione integrale dei testi può rappresentare un grosso problema nella stesura delle ordinanze e indebolire le ragioni che motivano un arresto o una perquisizione o un sequestro.
Per quanto tempo i testi delle intercettazioni resterebbero del tutto segreti?
L’ipotesi dell’ufficio legislativo di via Arenula prevede, per ora, che gli avvocati possano prendere solo visione dei testi in- tegrali delle telefonate, senza ottenere una copia cartacea. Il difensore dovrà  recarsi a palazzo di giustizia e leggere i testi, ma non potrà  portarli con sè come accade adesso. L’obiettivo è quello di evitare che i media possano pubblicare le conversazioni integrali.
Il top secret sugli ascolti durerà  fino al processo? Oppure ci potrà  essere una discovery precedente?
Niente da fare, tutto segreto. Perchè anche il tribunale del riesame, nello scrivere le sue motivazioni sulla conferma del carcere o sul suo annullamento, non potrà  utilizzare i testi integrali, ma solo il loro contenuto.
Una simile riforma, se dovesse andare in porto, sarebbe simile a quella voluta da Berlusconi?
Riguarderebbe solo un aspetto delle intercettazioni, la loro pubblicazione, ma non i poteri dei pm di disporre gli ascolti. Proprio per questo un intervento del genere, che non è affatto condiviso dai magistrati, non piacerebbe nè a Forza Italia, nè a Ncd, soprattutto perchè, come ha confermato Orlando, l’intenzione è di ampliare il potere di intercettare tutti i reati contro la pubblica amministrazione.
In che modo il governo pensa di rendere intercettabili più di quanto non sia adesso i delitti di corruzione?
La corruzione viene parificata ai reati di criminalità  organizzata per i quali esiste una legge speciale, quella ideata da Giovanni Falcone nel 1991 e confluita nel decreto del 13 maggio di quell’anno. Per la mafia bastano “sufficienti” e non “gravi” indizi di colpevolezza, le intercettazioni sono possibili anche nei luoghi dove “non” si ipotizza che venga commesso un reato, possono durare 40 giorni prorogabili di venti in venti, e soprattutto possono essere disposte direttamente dal pm senza la preventiva autorizzazione del gip.
Nella maggioranza sono tutti d’accordo?
Il vice ministro della Giustizia Costa di Ncd già  punta i piedi: “Se si interviene sui presupposti, e non solo sulla pubblicabilità , allora cambia tutto e anche noi chiederemo di inserire altre questioni”.
Ecco perchè l’intervento sulle intercettazioni è in alto mare.
In attesa si sentiranno i direttori dei giornali.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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ORSA DANIZA: OCCUPATA LA SEDE DELLA PROVINCIA DI TRENTO

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

SI MOLTIPLICA LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO LA SUA CATTURA… ORA ANCHE FORZA ITALIA E SEL SI SCHIERANO CON I DIFENSORI DI DANIZA: LA VERGOGNA DI TRENTO RESTANO PD E LEGA.. SONDAGGIO DI UN SITO TEDESCO: IL 90% VUOLE DANIZA LIBERA

Lei continua ad essere libera, ma la sua vicenda sta acquistando risvolti internazionali.
Dopo l’ordinanza della Provincia autonoma di Trento per catturare l’orsa Daniza – che il 15 agosto avrebbe aggredito un sedicente cercatore di funghi per difendere i suoi cuccioli -, un gruppo di animalisti ha occupato la sede dell’amministrazione.
E ha chiesto la revoca del provvedimento — avallato dal ministero dell’Ambiente — che prevede la cattura dell’animale e l’uccisione nel caso in cui l’orsa rappresenti un pericolo per gli operatori.
Una ventina di militanti del Partito Animalista Europeo, del Fronte Animalista e degli Irriducibili Toscani è entrata nell’ufficio dell’assessore provinciale all’Ambiente, Michele Dallapiccola, e ha appeso dalla finestra della stanza uno striscione con la scritta “Daniza libera“.
L’assessore Dallapiccola ha precisato che ogni decisione dovrà  essere presa dall’intera Giunta provinciale, che si riunirà  giovedì prossimo.
Gli animalisti hanno però rifiutato ogni dilazione e hanno detto di essere decisi a continuare l’occupazione fino a che la Provincia non annullerà  l’ordinanza.
”Il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, ha determinato l’ordinanza di cattura dell’orsa Daniza con l’unico obiettivo di salvaguardare l’incolumità  pubblica — ha commentato il presidente del Partito animalista europeo, Stefano Fuccelli – ma di fatto il risultato ottenuto è tutt’altro. Ha soltanto generato odio sociale con probabili rischi di scontri tra le opposte fazioni, e quando l’orsa verrà  catturata, o peggio uccisa, la probabilità  si trasformerà  in certezza”.
Intanto Daniza continua a sfuggire alla cattura.
Nella notte tra giovedì e venerdì (22 agosto) l’animale si è tenuto lontano dalla trappola a tubo. A
lcuni testimoni l’hanno vista vicino al lago Serodoli, sopra Madonna di Campiglio, ma per ora l’orsa non si è fatta prendere.
Per cercare di farla avvicinare, gli agenti provinciali hanno utilizzato anche del pesce ma lei non ha abboccato. Daniza è dotata di radio collare, per questo gli esperti della forestale riescono a monitorare ogni suo spostamento.
Ma il trasferimento della trappola da un’area all’altra non è facile e richiede tempo.
Anche sul fronte politico rimane alta la tensione sulla storia di Daniza.
Forza Italia si schiera ufficialmente in suo favore, compiendo così una retromarcia rispetto alla posizione espressa dopo l’aggressione, quando il consigliere provinciale azzurro, Giacomo Bezzi, aveva dichiarato: “Ormai il numero di orsi presenti sul territorio è diventato incontrollabile”.
Adesso la senatrice Manuela Repetti si è appellata al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e al presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi, chiedendo la revoca dell’ordinanza per catturare Daniza. ”La proposta di Legambiente di monitorare il comportamento dell’orsa per poi intervenire con maggior razionalità , mi pare la scelta più giusta” ha sottolineato l’onorevole.
Anche la parlamentare Serena Pellegrino, capogruppo Sinistra ecologia e libertà  in Commissione ambiente, è intervenuta: “La vicenda dell’orsa Daniza è l’ennesima dimostrazione dell’incoerenza delle politiche ambientali in Italia, in senso generale e nelle dislocazioni delle diverse competenze territoriali: in questo caso, si aderisce al progetto europeo per la reintroduzione degli orsi nell’habitat alpino salvo poi ritenere che proprio quell’habitat debba avere la fruibilità  di un parco giochi cittadino”.
Mentre il caso sta interessando la stampa internazionale per la superficialità  con la quale le autorità  locali stanno gestendo la vicenda, ad appoggiare la cattura dell’orsa sono rimasti ormai solo gli amici di Renzi e di Salvini.
E ora c’è pericolo anche per l’ordine pubblico.
Chi non ha mai avuto dubbi su quale debba essere la sorte di Daniza è il web.
L’orsa va salvata: lo dice un sondaggio condotto dal sito in lingua tedesca stol.it.
Per gli intervistati l’animale ha semplicemente reagito a quella che credeva una minaccia per i cuccioli che aveva con sè.
Il 13% degli intervistati è invece dell’avviso che Daniza possa essere ricoverata in un centro apposito, ma assieme ai suoi piccoli.

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NON SOLO IMMIGRATI, TRA I NUOVI SCHIAVI CI SONO ANCHE ITALIANI

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

LO SFRUTTAMENTO NEI CAMPI: ORA CI SONO ANCHE RAGIONIERI, GEOMETRI E MURATORI ITALIANI CHE NON TROVANO LAVORO… LE LORO STORIE

Dall’Alfa Romeo a bracciante della terra.
In appena ventiquattro mesi il ragionier Vincenzo Micucci, 57 anni, ha ripercorso un secolo di storia che, attraverso due guerre mondiali, una dittatura e decenni di democrazia aveva portato l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo. Un percorso al contrario, però: da responsabile contabilità  di una delle concessionarie d’auto più grosse della Puglia a operaio agricolo a giornata.
Un giorno qualunque dopo sei mesi da disoccupato, passando sotto un antico ulivo in provincia di Bari, aveva deciso di appendere la corda e impiccarsi.
L’hanno salvato un amico, la moglie, l’amore dei due figli.
Il ragionier Micucci si è così risvegliato in un mondo diverso in cui nascere cittadino dell’Unione europea non affranca più dal rischio di finire al piano più basso del grattacielo della vita.
Quello scantinato già  affollato di africani, arabi, bulgari, polacchi, immigrati a migliaia nell’ultimo decennio per fare nelle campagne, come si diceva una volta, i lavori che gli italiani non fanno più. Ma che adesso la crisi costringe ad accettare.
Così si lavora nei campi
DA GEOMETRA A BRACCIANTE
A fine estate le statistiche diranno quanti sono i nuovi stagionali. Tra loro c’è anche Angelo Rasola, 45 anni, di Cerignola, provincia di Foggia, che finora ha trovato soltanto ingaggi da schiavitù.
Tre figli di 16, 13 e 4 anni, diploma di geometra, un lungo passato di notti a sfornare pane. Nel giro di qualche anno gli hanno ridotto lo stipendio.
Dai mille euro ancora regolari del 2008 ai 650 in nero del 2014. Da far bastare per la famiglia, le spese per i libri di scuola, il desiderio di una vita dignitosa.
Così ha lasciato il forno, per mettersi a cercare uno stipendio sufficiente.
Finora ha trovato un agricoltore italiano che l’ha rimbalzato al caporale romeno: il caporale gli ha offerto 20 euro a giornata, in nero ovviamente, dodici ore al giorno dall’alba al tramonto a raccogliere pesche, un euro e sessanta l’ora, un quinto del minimo sindacale.
Il geometra Rasola ha allora provato a chiedere a un’azienda dove cercavano operai per tagliare i pomodori da essiccare. Ma pure lì la paga era al di sotto del minimo di sussistenza per una famiglia qualunque: 1,90 euro l’ora, tutte le notti dalle cinque di sera alle cinque del mattino.
Laura Prospero, 27 anni, laurea in neuropsicologia e tante porte chiuse, ha invece ottenuto un contratto regolare da stagionale: 35 euro al giorno a raccogliere ciliegie con braccianti marocchini, polacchi, albanesi. Ma la stagione delle ciliegie è finita e Laura ora è a casa in attesa che cominci la raccolta delle olive.
Tra gli italiani che la crisi ha rispedito alla terra c’è anche Antonio Castellana, muratore lasciato senza stipendio dal crollo dell’edilizia. Ha 63 anni, tre figli.
Troppo vecchio per emigrare all’estero, troppo giovane per la pensione. Però si considera fortunato. L’ha salvato il fatto che da ragazzo aveva imparato a guidare il trattore: per questo, adesso, continuano a chiamarlo.
Nell’agosto 2006, in questi stessi giorni, “l’Espresso” aveva indagato sul sistema di sfruttamento nascosto sotto la nostra catena alimentare.
Una clamorosa inchiesta da infiltrato tra i braccianti sottoposti a condizioni di schiavitù. Avevamo scelto la provincia di Foggia perchè era stagione di raccolta dei pomodori.
ULTIMA RISORSA
Durante quell’estate, grazie alla complice assenza di controlli, centinaia di lavoratori stranieri erano stati sequestrati dai caporali, chi protestava veniva massacrato di botte e alcuni operai erano stati addirittura uccisi.
Da allora molto è cambiato, nelle leggi e nel numero di ispezioni nei campi. Ciò che non era immaginabile allora, però, è la rapidità  con cui l’economia si sarebbe rovesciata. Tanto da spingere i disoccupati italiani di nuovo a piegarsi sulla terra.
Succede dal Friuli alla Sicilia. Con gli imprevisti e le difficoltà  dell’agricoltura stagionale: le paghe minime, la precarietà , il maltempo, la fatica, l’impossibilità  comunque di mantenere una famiglia.
E in alcune regioni, l’aggravante del caporalato.
Così accade nelle campagne di Cerignola dove i disoccupati del posto devono fari i conti con i caporali stranieri. Per anni a molte imprese ha fatto comodo controllare gli immigrati attraverso i gangster della manodopera, spesso loro connazionali. Adesso sono gli italiani a doversi confrontare.
Più che una clessidra che gira nel tempo, è la lama di un coltello che cambia verso.
Il caporalato funziona da polizia privata, abbassa il costo del lavoro, mantiene l’ordine.
Come un secolo fa quando, proprio da Cerignola, Giuseppe Di Vittorio prendeva coscienza delle prime lotte sindacali. Anche per questo siamo tornati qui.
LA LEGGE DEI CAPORALI
«Ero andato a chiedere a un coltivatore di frutta. C’erano le pesche da raccogliere», racconta Angelo Rasola, l’ex fornaio: «Il titolare dell’azienda mi indica il suo caposquadra, il caporale romeno. Lui mi dice subito: se vuoi, vieni, sono 20 euro al giorno, si comincia all’alba per dodici ore. Venti euro in nero, sono seicento al mese. Senza contare i giorni di pioggia che non vengono pagati. E quest’anno non ha smesso di piovere. Forse in Romania con 20 euro al giorno si vive. Vengono qui d’estate, vivono ammassati in vecchie case e d’inverno tornano in patria. Ma in Italia con 20 euro al giorno, come fai a mandare avanti la famiglia? Le bollette, le spese per la scuola, 300 euro soltanto di libri. Non posso rassegnarmi alla schiavitù. Per questo non ho accettato. È meglio continuare a cercare. Ho mandato il curriculum ovunque, a un salsificio, perfino all’Alenia. L’edilizia è ferma e non posso nemmeno sfruttare il mio diploma di geometra. L’ultimo pane l’ho sfornato il 19 aprile, il sabato di Pasqua. Il proprietario ha deciso di vendere pane industriale. Costa meno. E non posso dargli torto. Troppe spese, troppe tasse. E non è che prima fossimo ricchi. Le paghe qui sono basse da sempre. Le due commesse in negozio prendevano 80 euro a settimana. Ma noi siamo in cinque e i mille euro di stipendio se ne andavano in gas, luce, mangiare, ringraziando il Signore che il mutuo l’ho finito di pagare lo scorso anno. Dal 19 aprile ho fatto anche il badante, in sostituzione per qualche giorno. Ho chiesto a bar, ristoranti. A parte i caporali e le loro condizioni, è tutto fermo».
E come vivete, se da aprile non avete entrate?
Il ragionier Rasola sorride timido: «Mio padre faceva l’impiegato all’acquedotto, ha una pensione di 900 euro. Mio suocero faceva l’ambulante, gli danno 498 euro al mese. Meno male che ci sono loro che ci pagano la spesa per mettere a tavola il primo o il secondo. Le bollette le pago, ma quando posso. Che devo fare?».
MURATORI ADDIO
C’è un’intera comunità  di muratori a Cerignola che lavorava nei cantieri di tutta Italia. Si ritrovano al tramonto, nella calura di piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano la giornata e ingaggiano i braccianti per l’indomani. Saverio, 60 anni, sta parlando con un uomo sulla cinquantina, un caporale del posto.
Li riconosci dalle unghie delle mani pulite, il borsello a tracolla dove tengono il telefonino con i contatti e il taccuino con i nomi dei braccianti ingaggiati, i pantaloni a pinocchietto, i polpacci scoperti, i calzini bianchi corti dentro le scarpe da ginnastica. L’uniforme estiva tipica in Puglia nella gerarchia del lavoro.
Quanto pagate a giornata? «Gli italiani 40-45 euro», risponde il caporale.
A contratto? «Macchè a contratto, qua si fa tutto in nero», si lamenta Saverio e il caporale se ne va.
Saverio ha una figlia adolescente ancora in casa, cinque nipotini dai due figli sposati e da tempo disoccupati. Spiega che dal 1970 al 2012 ha lavorato come carpentiere nei cantieri di tutta Italia, fino a Milano e Bolzano. Anche suo padre faceva il carpentiere. «Ma ora non si costruisce più. E come si fa? Non vendono più neanche una casa. Speriamo nella vendemmia. Stanno preparando le squadre di raccoglitori, ma anche oggi sono venuto qui per sentirmi dire che non c’è posto», ammette lui.
Prima della vendemmia c’è la raccolta dei pomodori… «No, quelli li fanno gli stranieri. Gli stranieri hanno rovinato la piazza. O forse sono stati i padroni che li pagano 25 euro a giornata. Bah, comunque trovi stranieri anche nella vendemmia».
SENZA PAGA
Quando ha preso l’ultima paga? «Autunno 2013, un mese e mezzo di vendemmia e raccolta delle olive».
Come fa a mantenere la famiglia, i suoi figli disoccupati, i nipotini? «Grazie ai genitori». Cioè grazie a lei e a sua moglie? «Non io, i miei genitori e i suoceri. Sono ancora vivi, prendono la pensione, ci aiutano con la spesa. Ormai non vale la pena nemmeno andare a rubare. Ti fai arrestare per 50 euro? Nei negozi non stanno meglio di noi, non girano più soldi».
Ha mai rubato? Saverio ti fissa sorpreso dalla domanda, capelli ricci, occhi blu profondi, guance scavate. «No, dicevo per dire». Perchè non vuole che scriva il suo vero nome? Forse è ancora utile far sapere cosa sta accadendo. «E tu lo credi ancora?», domanda l’ex carpentiere: «Guarda, a me non frega niente di te. Agli italiani non frega niente di me. C’è gente che addirittura si è sparata, gente che si è impiccata e non è cambiato niente. Anzi è peggiorato. Vuoi che interessi che io a 60 anni vivo grazie all’aiuto dei miei genitori ottantenni? Senza lavoro sono io e io da solo. Ognuno di noi è solo. La politica se ne è fregata, attenta ai suoi privilegi. Vengono qui in campagna elettorale a chiedere voti, a destra e a sinistra. Ma loro cosa ci hanno dato in cambio?».
Ha gli occhi lucidi. Si allontana verso il Duomo.
IL RAGIONIERE
Vincenzo Micucci, l’ex ragioniere della concessionaria Alfa Romeo che abita a Conversano in provincia di Bari, il suicidio l’ha visto da vicino: «Sì, avevo preparato un po’ di corde per l’impiccagione. Non poter dare una vita degna alla mia famiglia, ai miei figli, mi ha convinto a farla finita. Nella mia totale solitudine, ero certo che con la mia morte li avrei salvati, perchè loro avrebbero ricevuto la pensione. Perso il lavoro, ho perso l’identità , trattavo male mia moglie, i ragazzi. Sono riusciti a fermarmi che ero già  sotto la pianta con le corde. Mi hanno spiegato dopo che al massimo avrebbero preso soltanto 400 euro al mese. Stavo facendo una pazzia che non sarebbe servita a nulla. Il consiglio agli altri è di affrontare la situazione a muso duro, di parlarne senza vergogna, senza isolarsi e sperare sempre in un futuro migliore».
Quanti anni ha lavorato nella concessionaria Alfa Romeo?
«Dal 1983 al 2011. Abbiamo chiuso per la mancanza di modelli di auto vincenti e per gli studi di settore: crollate le vendite, lo Stato pretendeva di incassare le stesse tasse». Dopo 28 anni da ragioniere, come è cambiata la sua vita?
«Come bracciante a giornata, il contratto è di 35, 38 euro al giorno. In passato ho accettato anche il nero pur di sopravvivere. Come fanno tutti. Io do ragione agli agricoltori, che hanno avuto anni difficili con cattive stagioni come quest’anno. Eravamo 14 dipendenti alla concessionaria, sette fanno ora i braccianti stagionali. I miei compagni di lavoro nei campi sono tutti italiani. Non ci sono stranieri».
E con 38 euro al giorno si vive in quattro? «Se non piove, arrivi a 900 euro al mese. Da noi è un’azienda a posto, non c’è il caporale che si tiene parte dei soldi. Ma quest’anno molte giornate sono saltate per il brutto tempo. Se va male, non superi i 400 euro. Mia figlia ha 23 anni, studia lingue all’università . Mio figlio, 30 anni, ha un contratto part-time come pizzaiolo e dà  lo stipendio in casa. Altrimenti non vivremmo».
Il suo primo giorno da bracciante ha provato vergogna?
«No, ho pensato che mi stavo salvando dalla fame. Non ho provato nessuna vergogna perchè per me lavorare è fonte di salvezza», sorride il ragionier Micucci, raccontando poi che l’ultima vacanza con la famiglia l’ha fatta dieci anni fa.
E che lui a 19 anni si era già  sposato, quando sua moglie di anni ne aveva 17 e l’Alfa Romeo era ancora un simbolo di successo dell’Italia industriale.
COME UN CONTE DECADUTO
Chi prova vergogna quando all’alba si alza per andare nei campi è invece Antonio V., 58 anni.
Faceva l’imprenditore vicino a Bari, come suo padre. Vendita all’ingrosso di articoli per la casa.
«Fatturato sceso a centomila euro, ventimila di guadagno. Ma gli studi di settore dicevano dovevo guadagnare il 45 per cento sul fatturato. Ho usato tutto il mio reddito di un anno per sanare il contenzioso con l’Agenzia delle entrate e ho chiuso. Basta. Adesso non trovo più nulla. Così anch’io sono finito a lavorare in campagna per 40 euro al giorno. Ho quattro figli, due studiano ancora. È dura».
Lavorare la terra non è un’attività  di cui vergognarsi. «Non è bello per me, mi fa star male. Mi vergogno, non perchè la terra non sia nobile ma perchè mi sento come un conte decaduto. Lavorare in campagna dopo aver fatto l’imprenditore è deprimente. Ho avuto problemi psicologici. Studiare tanti anni e avere questa gratificazione dal lavoro porta alla depressione. E alla rabbia. Perchè si poteva intervenire prima. Ma i nostri politici non si sono tolti un euro, mentre a noi hanno tolto la dignità . Grillo dice cose giuste, solo che le grida. Se fosse più moderato, sfonderebbe. Io però la supplico: faccia in modo che la mia testimonianza non sia riconoscibile».
LA SPERANZA DELLA PSICOLOGA
Soltanto Laura Prospero, la giovane psicologa di Castellana Grotte, genitori in pensione e un fratello nell’Esercito, riesce a guardare il futuro con fiducia.
Sta finendo la scuola di specializzazione in psicoterapia a Lecce e il lavoro con albanesi, polacchi e marocchini è solo una tappa per aiutare la famiglia: «C’erano molti altri italiani con noi», conferma la dottoressa Prospero: «Una signora originaria di Avellino raccoglieva ciliegie perchè il marito, muratore, aveva perso il lavoro. Hanno anche un figlio. Lei aveva finito di lavorare a ottobre con le olive e ripreso a maggio.
Raccontava che per tutto l’inverno, senza stipendio, hanno mangiato soltanto pasta. L’unica variante a Natale e Capodanno. Hanno mangiato pasta e lenticchie».

Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)

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LE BALLE DI RENZI: IL RITORNO DELLE PROVINCE VIVENTI

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

BLOCCATA L’ABOLIZIONE: I DECRETI ATTUATIVI DELLA LEGGE DELRIO DOVEVANO ARRIVARE A LUGLIO, MA (FORSE) SI VEDRANNO IN SETTEMBRE…. INTANTO IL PARLAMENTO GLI RIDà€ I RIMBORSI SPESE

Non solo le Province restano. Ma continuano a fare quello che facevano, come se ci fosse ancora un domani per una istituzione da 11 miliardi di euro l’anno.
La ragione è fin troppo semplice, ma il problema è grave per le casse pubbliche che languono: dopo quattro mesi dalla data di entrata in vigore del “ddl Delrio” (dal nome dell’allora ministro per gli Affari regionali e attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Graziano Delrio) sul riordino delle Province, mancano ancora i decreti attuativi per renderlo operativo.
“Dovevano essere approvati entro l’8 luglio — spiega il presidente dell’Unione province d’Italia (Upi), Alessandro Pastacci —. Ma le Regioni non hanno trovato un accordo con il governo.
Così hanno posticipato al 5 agosto, senza risolvere un bel niente.
Si incontreranno l’11 settembre, speriamo che sia la volta buona”.
Alla vigilia delle votazioni, indette tra il 28 settembre e il 12 ottobre, per le nomine dei nuovi consigli provinciali secondo la legge 56 (cioè la riforma Delrio), è tutto fermo. Eppure la tabella di marcia verso lo svuotamento degli enti era fissata da tempo.
Entro la fine di quest’anno devono scomparire e rinascere sotto nuova sembianza, più snella e, in teoria, meno costosa. In pratica, enti di secondo livello con tre organi: il presidente, carica assunta dal sindaco del capoluogo; l’assemblea dei sindaci, rappresentata dai primi cittadini del circondario; e il consiglio provinciale, costituito da dieci a 16 membri (a seconda degli abitanti) selezionati tra gli amministratori municipali locali .
A partire dal primo gennaio 2015, invece, devono nascere le prime città  metropolitane: Milano, Roma, Firenze, Genova, Bari, Bologna, Torino, Napoli.
Poi toccherà  anche a Reggio Calabria e Venezia.
Ma le Province fanno finta di niente e continuano a tenere in piedi la loro impalcatura, rinnovando i contratti interni. Anzi, in pieno agosto, sono più dinamiche e propositive del solito.
Tanto per citare qualche esempio, a Salerno il presidente Antonio Iannone, ai primi del mese ha rinfoltito la squadra della sua giunta con quattro nuovi assessori.
Il numero uno di Palazzo Sant’Agostino ha atteso invano i decreti attuativi, “e sono andato anche oltre — scrive in una nota — ma, puntualmente, Renzi ha dimostrato di non essere capace di andare oltre gli annunci. Sono nell’esigenza di completare la squadra di governo viste le responsabilità  e gli impegni che continuano a gravare sul nostro ente”.
E conclude, “faremo fino in fondo il nostro dovere nonostante le decisioni criminali del governo Renzi”.
Negli stessi giorni, anche al presidente della Provincia di Bari, Francesco Schittulli, è venuto in mente di nominare un altro assessore alla Formazione professionale e Politiche del lavoro.
La Provincia di Bergamo, addirittura, ha deciso di fare affari comprando un pezzo di terra in Basilicata per 56 milioni di euro (di cui 12 sganciati dall’Ue) dove costruire una centrale a biomasse.
Quella di Rovigo, invece, non sente la crisi e due giorni prima di Ferragosto, con un decreto, ha stanziato premi per merito per sei dirigenti e il segretario generale che ai cittadini costano 146 mila euro.
E poi quella di Torino che ha messo in vendita il palazzo della Questura per fare cassa, scatenando una bufera tra i poliziotti.
Ridotte drasticamente le competenze, trasferite a Regioni e Comuni, fatta eccezione per l’edilizia scolastica e la pianificazione dei trasporti e della tutela dell’ambiente.
E questo è il pomo della discordia tra Stato e Regioni. Le seconde, chiarisce Pastacci, “non vogliono accollarsi delle funzioni che la legge 56 ci ha tolto. Si dovranno occupare di cultura, lavoro, assistenza sociale e turismo, ma non sanno ancora in quali termini”. Perchè, appunto, mancano i decreti attuativi.
“Anche sull’ambiente è un caos totale: alcune cose sono di nostra competenza, altre degli enti regionali, ma oggi chi fa cosa?” si chiede il presidente dell’Upi. E tutta l’Italia è in attesa di una risposta.
Intanto il Parlamento si è premurato di cancellare dagli articoli 114 e seguenti della carta costituzionale con il riferimento alle Province. E poi la beffa.
I primi di agosto, quindi all’ultimo secondo utile, Camera e Senato hanno apportato una piccola modifica, contenuta nel decreto legge 90, che va a vanificare il senso dello smantellamento degli “enti di mezzo”, cioè il risparmio dei soldi dei contribuenti e una maggiore efficienza dei servizi.
Se la legge Delrio in origine vieta in assoluto compensi ai futuri rappresentati provinciali (perchè, ricoprendo già  un’altra carica, non possono ricevere due indennità ), i deputati li fanno resuscitare.
Si legge all’articolo 23 che “restano a carico della città  metropolitana o della provincia gli oneri per i permessi retribuiti, per i rimborsi spese e le indennità  di missione, per la partecipazione alle associazioni rappresentative degli enti locali e gli oneri previdenziali, assistenziali e assicurativi”.
Lanciato il salvagente, le casse tornano a tremare, e con loro i dubbi: chi finirà  il mandato nel 2015 e nel 2016 percepirà  la doppia indennità ?
Nessuno sa, tutto tace.

Chiara Daina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A ZAGREBELSKY: “CON QUESTE RIFORME, LA POLITICA VA AL SERVIZIO DELLA FINANZA”

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

“L’ECONOMIA FINANZIARIA COMANDA I GOVERNI, COMPRESO IL NOSTRO”

Sono trascorse due settimane dall’approvazione in prima lettura, a Palazzo Madama, della riforma del Senato.
Ma, prima di commentarla, il professor Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, si è preso il suo tempo. Ciò che ne pensa è noto.
A marzo ha firmato l’appello di Libertà  e Giustizia, di cui è presidente, contro la “svolta autoritaria” segnata dal Patto del Nazareno per il combinato disposto della riforma costituzionale e di quella elettorale (il cosiddetto Italicum), beccandosi del “gufo”, del “professorone” e del “solone”.
In aprile ha guidato la manifestazione di L&G a Modena “Per un’Italia libera e onesta”.
A maggio ha inviato un lungo testo con una serie di proposte alternative — pubblicato dal Fatto Quotidiano — alla ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, che l’aveva invitato a un convegno di costituzionalisti a cui non aveva potuto partecipare: la ministra s’era impegnata a diffonderlo, ma poi non se n’è più saputo nulla.
Ai primi di agosto, nel pieno delle votazioni al Senato, ha scritto un editoriale su Repubblica intitolato “La Costituzione e il governo stile executive”, in cui ha cercato di spiegare il senso di ciò che sta accadendo.
Ora accetta di riparlarne con Il Fatto.
A partire dal memorandum 2013 di JP Morgan che, come abbiamo scritto l’altro giorno, presenta straordinarie somiglianze con l’agenda Renzi.
Professor Zagrebelsky, che cosa l’ha colpita di più di quel documento profetico?     Prim’ancora del contenuto, del quale un po’ si è discusso, mi impressiona il fatto stesso che quel documento sia stato scritto. E che la sua esistenza non abbia suscitato reazioni. Non fa scandalo che un colosso della finanza mondiale parli di politica, istituzioni e Costituzioni come se queste dovessero rendere conto agli interessi dell’economia: rendere conto, non solo ‘tener conto’.
È un’intimazione neppure tanto velata ai paesi del Sud, anzi della “periferia” dell’Europa, di liberarsi delle loro Costituzioni nate “dopo i fascismi” e dunque inquinate da una dose eccessiva di “socialismo”.
Abbiamo già  sentito questa storia, ripetuta anche da noi. I fascismi tentarono per via autoritaria di affermare il primato della politica sull’economia. ‘Tutto nello e per lo Stato’, dopo che lo Stato dell’Ottocento aveva visto i governi al servizio dell’economia capitalista. Le Costituzioni che si sono dati i popoli che hanno conosciuto il fascismo, le Costituzioni democratiche del dopoguerra, hanno cercato un equilibrio tra autonomia dell’economia e compiti della politica, aggiungendo l’elemento che i totalitarismi avevano disprezzato e deriso: la libertà  della cultura, senza la quale economia e politica diventano oppressione e disgregazione. Questo è un punto importante. Una società  equilibrata non vive solo di politica ed economia, ma anche di idee, ideali, progetti e speranze comuni. L’economia, da sola, tende all’accumulazione della ricchezza e produce una frattura fra ricchi e poveri. La politica, da sola, tende all’accumulazione del potere e crea una divisione fra potenti e impotenti. Economia e politica alleate moltiplicano gli effetti dell’una e dell’altra. La cultura libera invece può essere fattore aggregante, solidarizzante. L’elemento essenziale per la vita sociale è che ci sia equilibrio fra questi tre elementi. Le Costituzioni del dopoguerra, ma anche le grandi dichiarazioni dei diritti umani (Onu nel 1948, Convenzione europea nel 1950) hanno perseguito questo equilibrio. Il socialismo è un’altra cosa.
Eppure la nostra Costituzione non è mai stata così impopolare non solo presso JP Morgan e i poteri finanziari internazionali, ma anche presso la nostra classe politica, che infatti ne sta stravolgendo un buon terzo.
Non è un fenomeno solo italiano. Quello che accade in Italia è solo un capitolo di una vicenda mondiale. La crisi economico-finanziaria che viviamo ha portato allo scoperto la sudditanza della politica agli interessi finanziari. Una sudditanza che ormai sembra diventata un destino, perchè prodotta da un ricatto al quale nessuno, pare, riesce a immaginare alternative: il ricatto del ‘fallimento dello Stato’, un concetto fino a qualche decennio fa addirittura impensabile e oggi considerato come un’ovvietà . Lo Stato si è trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà , prima del fallimento, può essere ‘commissariato’. I politici che rivendicano a gran voce il proprio ‘primato’ e difendono la ‘sovranità  nazionale’, in realtà  vogliono fare loro quello che farebbero i commissari ad acta, nominati dalla grande finanza.
Non è poi una grande novità .
La ‘finanziarizzazione’ su scala mondiale dell’economia è una novità . Che la sua dominanza sulla politica sia proclamata e pretesa con tanta chiarezza, anche questo mi pare una novità : il fatto, cioè, che una simile rivelazione avvenga senza scosse, reazioni, inquietudini. Sotto i nostri occhi velati avvengono cambiamenti profondissimi: eppure i segnali non sono mancati.
Per esempio?
Ricordo quando il premier Mario Monti spiegò (e poi corresse la formula) che ‘i governi devono educare i Parlamenti’. E i ‘governi tecnici’, e anche quelli ‘politici’ con la loro densità  di banchieri e uomini di finanza nei posti-chiave, che cosa ci dicono? Quando si sente dire ‘tecnico’, bisognerebbe domandare: ‘tecnico’ di che cosa? Di idraulica, di fisica quantistica, di ingegneria elettronica? Non esiste la tecnica in sè, è sempre applicata a qualcosa. Questi governi rappresentano il mondo finanziario, con il compito di farlo funzionare indipendentemente da tutto il resto.
Se è per questo, alla vigilia delle elezioni del febbraio 2013, il presidente della Bce Mario Draghi dichiarò che non era preoccupato dall’eventuale vittoria di forze antifinanziarie come i 5Stelle o la sinistra radicale perchè “l’Italia ha il pilotaautomatico”.
Un altro elemento di riflessione. Questi nostri anni sono segnati da tanti puntini sparsi qua e là . Se li unissimo, vedremmo con una certa inquietudine delinearsi la figura d’insieme
Quali puntini?
Alcuni li abbiamo detti. Nell’insieme, direi la paralisi politica che si cela dietro l’attivismo delle riforme: cioè l’arroccamento, il congelamento di un sistema di potere. Le elezioni che non cambiano nulla, e servono eventualmente solo a promuovere avvicendamenti di persone; e, quando persone da avvicendare non se ne vedono, c’è la conferma delle precedenti, come è accaduto con la rielezione del presidente della Repubblica; le ‘larghe intese’, che sono la formula dell’immobilismo; le riforme istituzionali, come quella del Senato, che hanno come finalità  l”efficientizzazione’ (mi scuso, ma la parola non è mia) del sistema, ma non certo la sua democratizzazione; la limitazione delle occasioni elettorali; il nuovo sistema elettorale, se confermerà  la decisione annunciata a favore della ‘elezione dei nominati’ dai vertici dei partiti; il silenzio totale sulla democrazia interna ai partiti. Si vedrà  poi che cosa accadrà  circa le misure contro la corruzione e la riforma della giustizia.
Unendo questi puntini che figura viene fuori?
È un bell’esercizio per i nostri lettori…     Intanto lo faccia lei per aiutarci.     L’ho già  detto: il disegno è la sostituzione della politica con la tecnica dell’economia finanzia-rizzata. Un cambiamento epocale, che dovrebbe sollecitare un dibattito sui principi fondamentali della democrazia e una presa di posizione da parte di ciascuno, soprattutto di chi sarebbe preposto istituzionalmente a farlo. Invece niente. E badi che non sto evocando congiure o dietrologie. Sto semplicemente osservando vicende che accadono sotto i nostri occhi, magari mascherate dietro argomenti anche seri ed esigenze anche giuste — i costi della politica, la necessità  di snellire, semplificare, sveltire — che però ci fanno perdere il senso generale delle cose. Non vedo persone che occupano posti di responsabilità  che si pongano la domanda fondamentale: che senso ha ciò che stiamo facendo? E diano una risposta a sua volta sensata.
Io trovo preoccupante anche il fatto che quel documento di JP Morgan, oltre a esistere e a dire ciò che dice, sia diventato paro paro l’agenda di Renzi e dei suoi compagni di avventura, da Napolitano a Berlusconi.
Si tratta ben più di trasformazioni generali che piegano le volontà  dei singoli, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, che di buone o cattive intenzioni. C’è una metamorfosi di sistema, nella quale si collocano tante specifiche vicende, ciascuna dotata anche di ragioni sue proprie.
Iniziamo dal nuovo Senato.
Quando Camera e Senato sono organi pressochè identici, come i nostri padri costituenti non vollero che fossero ma come finirono poi per diventare, è naturale domandarsi che senso abbia averli entrambi. Aggiungiamo un po’ di populismo — i costi della politica — per venire incontro all’antiparlamentarismo che è una caratteristica storica dell’opinione pubblica in Italia, e il gioco è fatto. Gli abolizionisti del Senato — molti di loro almeno — abolirebbero volentieri anche la Camera dei deputati. Tutto ilpotere al governo: lì ci sono i ‘tecnici’ che sanno quello che fanno. Lasciamo fare a loro. Vogliamo citare Michel Foucault?
Ma sì, citiamolo.
Foucault parlava di ‘governa-mentalità ‘. Che non è la governabilità  decisionista di craxiana memoria. È molto di più: è appunto una mentalità  governatoriale. Il centro della vita politica non deve stare nella rappresentatività  delle istituzioni, ma nell’agire degli esecutivi. Una visione molto aderente a ciò che sta accadendo: l’accento posto sul governo spiega l’insofferenza dei nostri politici, ma anche di molti cittadini nei confronti della legge, della legalità . Foucault parlò anche di “governo pastorale”. Il pastore provvede al bene del gregge caso per caso, di emergenza in emergenza: quando c’è un pericolo, quando una pecora scappa, quando il branco si squaglia. Il governo ‘governamentale’ è anche ‘provvedimentale’. Si fa le sue regole di volta in volta, a seconda delle necessità : le necessità  sue e degli interessi per conto dei     quali opera. Il principio di legalità  anche costituzionale è contestato e depresso, non tanto in linea di principio, ma soprattutto nei fatti.
Non vorrei che lei facesse i vari Renzi, Berlusconi & C. troppo colti: questi semplicemente non vogliono controlli indipendenti, nè tantomeno un     Parlamento forte che gli faccia le pulci.
Può essere. Ma a me pare interessante domandarsi qual è il significato di tutto ciò. Perchè è dalla consapevolezza che nascono la azioni e le reazioni dotate di senso. Poi, certo, c’è anche il fattore umano, la qualità  delle persone. Quando ero giovane e insegnavo all’Università  di Sassari, d’estate andavo a fare il bagno sulla spiaggia di Stintino, detta ‘La Pelosa’ per i suoi gigli selvatici. Ogni tanto ci trovavo Enrico Berlinguer con la sua famiglia. Lo ricordo quasi rattrappito nei suoi costumini lunghi e neri di lana grezza, sotto l’ombrellone, intento a leggere tabulati pieni di cifre: studiava i problemi dell’economia, i cosiddetti dossier. E non aggiungo altro…
Oltre al Senato, stanno pure riformando il Titolo V della Costituzione, quello che regola le autonomie locali.
Nella versione originaria del 1948, il Titolo V funzionava così così. Poi, grazie a decenni d’interventi e di decisioni della Corte costituzionale, si trovarono aggiustamenti. Ma nel 2000, per inseguire la Lega Nord sul terreno del federalismo, si decise di riformarlo. E, quando il centrodestra si defilò in extremis, il centrosinistra allora al governo decise di procedere comunque a maggioranza, con questa motivazione: dimostriamo che la Costituzione è riformabile con le procedure che essa stessa prevede, altrimenti rafforziamo l’idea della destra di un’Assemblea costituente. Col senno di poi, oggi che il Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale sta cambiando a tappe forzate decine di articoli della Costituzione, viene da dire: magari si facesse un’Assemblea costituente, eletta — come tutte le Costituenti — col sistema proporzionale! Quello che 14 anni fa era una prospettiva allarmante, oggi sarebbe una garanzia di democrazia. Per dire come cambia in pochi anni la percezione delle cose…
Giusto dunque riformare     un’altra volta il Titolo V?
La riforma della riforma ha le sue buone ragioni. Innanzitutto, la cattiva prova della riforma di 14 anni fa, che ha alimentato un contenzioso abnorme di fronte alla Corte costituzionale. Oggi si vuole ‘ricentralizzare’, dopo aver voluto, allora, decentralizzare. Schizofrenia impulsiva, francamente poco costituzionale. Colpisce il silenzio generale che avvolge questo radicale cambio di marcia: che fine han fatto tutti i tifosi del federalismo, che nell’ultimo ventennio era diventato una parola magica, una panacea per tutti i mali tanto a sinistra e al centro quanto a destra? Mi pare che neppure la Lega stia protestando contro questo ri-accentramento. Ecco, questo è un altro di quei punti che ci aiutano a tracciare il disegno generale che cancella altri spazi di democrazia. Un buon federalismo, che non moltiplichi le poltrone e i centri di spesa, ma che promuova energie dal basso, sarebbe un ottimo sistema di mobilitazione di forze sociali per uscire dalla crisi con più partecipazione, più democrazia. In fondo, la storia ci insegna che è così che si supera il crollo dei grandi sistemi di potere. Quando venne giù l’impero di Alessandro Magno, l’Ellenismo fu tutto un pullulare d’energie diffuse. Quando si sbriciolò il Sacro Romano Impero, la civiltà  la trasmisero i comuni e i conventi, ancora una volta con una spinta dal basso. Ora invece si pensa di verticalizzare e accentrare. Sarà  buona cosa? E, se sì, per chi?
Poi c’è la legge elettorale, l’Italicum, che riproduce le liste bloccate e il mega-premio di maggioranza del Porcellum incostituzionale, e aggiunge altissime soglie di sbarramento per tener fuori dalla Camera i partiti medio-piccoli. Così, in due mosse, un pugno di capi-partito possono     piazzare i loro servitori nel Senato non più elettivo e nella Camera dei nominati.
Il capitolo della legge elettorale è davvero fondamentale. Lì si gioca il grosso della partita. Di tutte le leggi, la legge elettorale è quella che più appartiene ai cittadini e meno ai loro rappresentanti. Mi sorprende la leggerezza, direi addirittura la spudoratezza, con cui i partiti trattano questa materia, come se fosse cosa loro. Invece non lo è. Tutto dipende dai loro calcoli d’interesse. Ma la legge elettorale non appartiene a loro, ma a noi: perchè ciò che ciascuno di noi è, come soggetto politico, dipende in gran parte dalla legge elettorale. Il modo in cui se ne discute fa pensare che essi considerino gli elettori materia inerte nelle loro mani.
Altro puntino: la riforma della Giustizia. Che il memorandum JP Morgan equipara alla burocrazia, auspicandone la sudditanza alle esigenze dell’economia.
Anche qui, i problemi sono molti e noti: lunghezza dei processi, tre gradi di giudizio, sacrosante garanzie che si trasformano in pretesti per impedire che si giunga mai alla fine, abuso della prescrizione in materia penale, correntismo della magistratura nel Csm ecc. Vedremo se il governo li risolverà  con soluzioni più democratiche e aperte, nel senso di confermare le garanzie d’indipendenza dei giudizi, di promuovere l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, di agevolare l’accesso alla giustizia da parte dei più deboli (i tribunali dovrebbero servire soprattutto a questo). Il punto è ancora questo: vedremo se non si risolverà  in una riforma non per la giustizia, ma contro la giustizia e a favore di privilegi oligarchici.
Anche in materia giudiziaria si va verso una verticalizzazione del potere in poche mani: pensiamo alla lettera inviata dal capo dello Stato (e del Csm) a Palazzo dei Marescialli per chiudere il caso Bruti Liberati-Robledo e affermare il potere assoluto dei capi delle Procure sui singoli pm.
Su questo punto c’è un dibattito. A me pare abbia detto cose interessanti e sagge il nuovo procuratore di Torino, Armando Spataro, nel suo discorso di insediamento, quando ha affermato con forza il ruolo del procuratore della Repubblica come coordinatore di un ufficio plurale, nel rispetto dell’autonomia funzionale dei singoli magistrati.
Vedo che, anche su questo punto, lei condivide l’appello lanciato dal Fatto Quotidiano contro la svolta autoritaria. Perchè non l’ha firmato?
Non per questioni di merito, ma di metodo. Un po’ perchè mi ha stancato l’accusa di firmaiolo. Ma soprattutto perchè credo più produttivo cercare di seminare dubbi, ragionamenti e osservazioni critiche fra quei tanti parlamentari di tutti gli schieramenti che hanno votato obtorto collo la riforma del Senato. La logica degli appelli e dei manifesti crea una contrapposizione che aiuta il radicalismo ottuso di chi poi dice: facciamo le riforme costi quel che costi, anche per dimostrare che chi non ci sta non conta niente. E così si elimina ogni spazio di discussione e di confronto.
Ma questa contrapposizione è nata ben prima del nostro appello: lei s’è preso del gufo, del solone e del professorone fin da marzo, quando firmò con Rodotà  e altri giuristi il manifesto sulla svolta autoritaria.
Lo so bene, ma in Parlamento non ci sono soltanto i ministri e i loro fedelissimi. Quelli che non hanno avuto il coraggio di prendere le distanze hanno subìto il clima di contrapposizione ‘o di qua o di là ‘ che si è venuto a creare. Ma non ritengono affatto chiusa la partita e dicono: stiamo facendo cose che siamo costretti a fare. Ma l’iter della riforma è appena iniziato, la gran parte è ancora da percorrere e molto può ancora succedere. In questa fase, credo più utili le critiche e le proposte alternative.
Quando lei ha inviato le sue alla Boschi, questa anzichè renderle note e discuterle nel merito le ha imboscate in un cassetto.
Può darsi che non meritassero attenzione. In ogni caso, ormai ero già  stato iscritto d’ufficio al partito dei gufi che vogliono l’immobilismo e che dovevano essere sbaragliati per evitare la sconfitta del governo.
Lei sembra dimenticare che, su Senato e Italicum , Renzi e Berlusconi hanno siglato un patto d’acciaio e segreto al Nazareno il 18 gennaio, e di lì non si spostano.
Sì, ma è un accordo di vertice. Nel ventre dei partiti ci sono tanti mal di pancia.
In ogni caso il nostro appello serve anche a mobilitare i cittadini in vista del referendum confermativo.
Questa è una storia che si aprirà  successivamente, se sarà  necessario. Quel che è certo è che, con questi numeri in Parlamento, la riforma non otterrà  i due terzi. Dunque il referendum confermativo sarà  possibile come diritto dei cittadini previsto dalla Costituzione, non come ‘chiamata a raccolta’ plebiscitaria promossa dalle forze governative. Che sarebbe un abuso, come già  avvenne al tempo della riforma del Titolo V su iniziativa, quella volta, del centrosinistra. Il governo e la maggioranza che promuovono il referendum sulle proprie riforme è il mondo alla rovescia.
Visto quel che è accaduto al Senato, mi sa che lei si illude.
Sa, io sono un vecchio gufo che appartiene all’altro secolo, anzi all’altro millennio, al tempo delle Costituzioni democratiche del Meridione, anzi della ‘periferia’ d’Europa… E rimango legato a principi fondamentali che rappresentano conquiste del costituzionalismo. Per questo mi auguro che chi svolge la funzione di garante supremo della Costituzione sia fermo nel difenderli.
Spera in un intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano?
Anche in vista di un rasserenamento e di un temperamento delle tensioni, dopo gli allarmi che abbiamo e avete lanciato e dopo gli scontri durissimi avvenuti in Senato, chiedo se non sarebbe auspicabile una presa di posizione formale che dica più o meno così: ‘La Costituzione non è un testo sacro: può essere sottoposta a modifiche, tant’è che essa stessa ne prevede le forme attraverso l’articolo 138. Ma, in quanto garante di questa Costituzione — quella del 1948 — ricordo che esistono dei limiti a ciò che si può fare e che determinano ciò che non si può fare: princìpi fondamentali che non possono essere cancellati o calpestati’.
Quali?
La rappresentanza democratica, la centralità  del Parlamento, l’autonomia della funzione politica, la legalità  intesa come legge uguale per tutti, l’indipendenza della magistratura e così via: i fondamenti del costituzionalismo. Non ultimo, il rispetto della cultura.
Renzi & C. hanno già  annunciato che tireranno diritto, “piaccia o non piaccia”.
Sì. E in effetti l’espressione ‘piaccia o non piaccia’ fa sorridere, se non piangere. La democrazia, a differenza dell’autocrazia, richiede a chi è chiamato a prendere decisioni di ‘andar persuadendo’. Bella espressione: così dice Pericle in un memorabile dialogo con Alcibiade, raccontato da Senofonte. Prima si discute, e solo alla fine della discussione la decisione viene presa in base ai voti. ‘Il piaccia o non piaccia’ posto all’inizio — ripeto — non è democrazia, ma autocrazia.
Sta di fatto che nessuno sembra scandalizzarsi neppure per la promozione di un pregiudicato, interdetto dai pubblici uffici e affidato ai servizi sociali, a padre costituente.
Questo, come il conflitto d’interessi, è uno di quei problemi enormi che nessuno osa più sollevare. Purtroppo sono argomenti che si logorano ripetendoli.
Resta l’anomalia di una riforma costituzionale fatta in fretta e furia alla vigilia di Ferragosto, con forzature regolamentari e tempi contingentati dallo stesso presidente del Senato.
Guardi, questa storia è tutta un’anomalia. Il fatto che l’iniziativa di riformare la Costituzione non parta dal Parlamento, ma dal governo. Il fatto che il governo ponga una sorta di questione di fiducia, anzi, per dir così, di mega-fiducia perchè accompagnata dalla minaccia non delle dimissioni per dar luogo a un altro governo, ma addirittura dello scioglimento delle Camere per fare piazza pulita e tornare a votare. Il fatto che una componente del Senato abbia scelto (dovuto scegliere, secondo il proprio punto di vista) la via estrema dell’ostruzionismo e a questo si siano opposte ‘tagliole’ e ‘canguri’. Tutta un’anomalia che è l’esatto contrario di un clima costituente. C’è il fatto, poi, che il ddl contenga una norma che impone alle Camere di votare (spero non anche di approvare!) i disegni di legge del governo entro e non oltre 60 giorni. Ecco, questi sono altri punti da congiungere, tutti elementi della ‘governa-mentalità ‘ di cui dicevamo.
Senza contare il presidente della Repubblica, che sollecita continuamente riforme-lampo     perchè pare che voglia dimettersi al più presto.
Ma sa, nella Costituzione c’è un solo organo a durata variabile: il governo. Tutti gli altri hanno una durata fissa, e quella del capo dello Stato è di sette anni. Ecco un altro punto. Il presidente Napolitano, al momento della rielezione, ha aderito alla supplica di chi si trovava nell’impasse e ogni altro nome plausibile, da Romano Prodi a Stefano Rodotà , era stato ‘bruciato’ (non sappiamo ancora da chi e perchè). Tuttavia, egli stesso dichiarò allora che la sua permanenza al Quirinale sarebbe stata ‘a tempo’. La prima volta nella storia repubblicana. Questo fatto, avvicinandosi il momento delle più volte annunciate dimissioni, sta creando il pericolo di un ingorgo istituzionale, di una contrazione anomala dei tempi e di una generale instabilità .
In un quadro, però, di immutabilità  del sistema di potere.
Beh, questo è il modo tutto italiano di uscire dalle crisi di sistema. Lo stesso che è alla base dell’attuale governo: il massimo dell’innovazione di facciata per non cambiare nulla nella sostanza, o ossificare quello che già  c’era.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SUPERCAZZOLA ISLAMICA IN PARLAMENTO

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

APPROSSIMAZIONI TRAGICOMICHE E FLORILEGIO DI STRAFALCIONI DI DEPUTATI E SENATORI SULLA CRISI MEDIORIENTALE

Mercoledì mattina le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno votato la risoluzione del governo che autorizza l’invio di materiale bellico ai Peshmerga, i guerriglieri curdi che stanno contrastando l’avanzata dei jihadisti nel nord dell’Iraq. L’obiettivo è sconfiggere l’Isis (anche chiamato Isil o Is e guidato dal califfo al Baghdadi), movimento terrorista sunnita formatosi in Siria. Isis combatte su due fronti: in Siria contro l’alawita Bashar al-Assad e in Iraq contro il governo a maggioranza sciita. Dal 2006 fino alla settimana scorsa il Paese è stato retto dal leader del partito Da’wa, Nuri al-Maliki. Secondo buona parte degli osservatori internazionali, la responsabilità  della rivolta sunnita è da ascriversi al suo modo di governare, che ha privilegiato la maggioranza sciita a discapito della minoranza sunnita (Saddam Hussein, al contrario, era un dittatore laico, ma di religione sunnita e durante il suo regime i seguaci di questa confessione ricoprivano i ruoli chiave all’interno dell’organizzazione statale e delle forze armate). L’incarico di formare il nuovo governo è stato affidato ad Haider al-Abadi, anch’egli sciita. Entrambi mercoledì hanno incontrato Renzi.
Abbiamo chiesto ai parlamentari delle due commissioni (più qualche esterno, che si è autoqualificato come “competente”) di spiegare ai lettori i rudimenti della situazione per la quale hanno votato: chi riceverà  le armi, quali armamenti verranno inviati, chi sono i terroristi dell’Isis, in quali zone si combatte, quali sono le minoranze a rischio.

Sergio Divina (Lega Nord) Jihadisti sui barconi
Senatore, chi sono i peshmerga che stiamo armando?
“È difficile capire, chi sta di qua, chi di là ”.
Certo, ma chi sono i peshmerga?
“Il pericolo è enorme. Ai jihadisti basta andare sulle coste libiche, saltare sul barcone e iniziare le azioni di disturbo”.
Ok, ma chi sono i peshmerga?
“Voi giornalisti avete l’obbligo di scavare oltre la superficie. Io mi fermo qui”.

Daniela Santanchè (Fi) Te lo do io, l’Isis
“L’Islam è violento, ho scritto due libri al riguardo. Bisogna studiare il Corano”.
Mi dica cos’è l’Isis.
“Fa paura quello che insegnano nelle scuole. Nel Corano c’è scritto che bisogna decapitare gli infedeli”.
D’accordo, ma cos’è, quest’Isis di cui parlano tutti?
“Il fondamentalismo dilaga. La politica correct (sic) sta facendo danni pazzeschi. È normale che ci sia un presidente della commissione Esteri come Di Battista?”.
Le chiedevo dell’Isis.
“Chieda a Di Battista”.
Abbiamo dato le armi ai peshmerga. Chi sono?
“Siamo tutti in pericolo, tutti. Loro vogliono uccidere. Mare Nostrum è una porcata. Le moschee in Italia sono califfati sotto la nostra giurisdizione”.

Giuseppe Fioroni (Pd) Il tautologico fantasioso
Perchè avete votato per armare i peshmerga?
“La posizione è quella assunta con la risoluzione del governo”
Ma chi sono questi peshmerga?
“Passiamo tramite il governo iracheno che si farà  carico di individuare gli interlocutori, al quale i curdi hanno dato la disponibilità ”.
Sarà . Ma i peshmerga? “Sono quelli sottoposti agli attacchi, al genocidio: il governo curdo”.

Michaela Biancofiore (Fi) ”Salviamo i copti iracheni ”
Qual è la minoranza cattolica più a rischio in Iraq?
“I copti sono originari di quell’area, quindi sono i più a rischio”(i copti in realtà  sono i cristiani egiziani. In Iraq ci sono i cattolici caldei, ndr).
Cos’è l’Isis?
È difficilmente identificabile. Oriana Fallaci l’aveva teorizzato anni fa: l’Eurabia. Noi siamo uno stato cuscinetto tra l’Europa del nord in cui non arrivano i clandestini e il Califfato”.

Nicola Stumpo (Pd) ”Il califfato? Sono sciiti”
“L’Isis? Meglio non definire niente con termini nuovi. È una nuova evoluzione dei fondamentalisti islamici”.
Ma sono sciiti o sunniti?
“Al di là  del fatto se siano sciiti o sunniti, il problema non è aiutare gli sciiti a far fronte ai sunniti o viceversa. Credo sciiti, ma non sono sicuro”.
Chi è il premier iracheno?
“Non lo ricordo. Prima c’era al-Maliki. A prescindere dal nome, speriamo sia la persona giusta.

Fabio Rampelli (FdI) ”Ma chi siete, Le Iene?”
“Che io sappia c’è un accordo col governo iracheno, che deciderà  a chi dare le armi”.
Le darà  ai peshmerga
“Non saprei”.
Cos’è l’Isis?
“Ma chi siete Le Iene? È una specie di neocaliffato, autoproclamato da una settantina di giorni”.
L’Isil è la stessa cosa?
“È simpatico, il Fatto Quotidiano, non è un interlocutore abituale”.
Chi è il premier iracheno?
“Al Maliki è quello appena… vediamo… no, è che c’hanno i nomi abbastanza simili. Dunque…” (passano un po’ di secondi, ndr)
Rampelli, non è che controlla sullo smartphone?
“No, no, sto parlando con lei. Aspetti. (ancora secondi) No, non me lo ricordo”.

Carlo Sibilia (M5s) ”L’avanzata minaccia i cagai“
Cos’è l’Isis?
“L’Isis non è una cosa semplice da spiegare. Nel 2007 cresce questa forza, l’Isis, che faceva gli spot su Al Jazeera. Gli Usa lo hanno finanziato e anche l’Italia, attraverso l’associazione Amici della Siria”.
Chi è il nuovo premier iracheno?
“Su questo non ci siamo soffermati: ci sono stati troppi avvicendamenti in questi anni”. (al-Maliki è stato premier ininterrottamente dal maggio 2006 all’11 agosto scorso, ndr).
Quali sono le minoranze a richio?
“Molte: gli yazidi, i cagai e altri”.
Chi sarebbero i cagai ?
“Soffermarsi sulle singole minoranze è riduttivo, lo faccia la destra o Scelta Civica.

Maurizio Gasparri (Fd’I) Isis? Oltre sciiti e sunniti
Chi sono i peshmerga?
“C’è una situazione poco chiara. Capisco cos’è insito nella domanda: si rischiano di armare gli stessi soggetti che poi usano le munizioni contro l’Occidente”.
Chi è il premier iracheno?
“Non conosco i vari personaggi della guerra. Dopo la caduta di Saddam non ci sono state leadership stabili” (al-Maliki è durato 8 anni, ndr)

Roberto Giachetti (Pd) ”No, il quiz no!”
“Un quiz, no ti prego! (Ride, ndr) Stroncami, non ne so un cazzo, sono assolutamente non in grado. Il premier iracheno? C’è quello nuovo, che deve arrivare e quell’altro che l’appoggia. Non so manco i nomi italiani. Già  con l’inglese non sono capace, figurati con gli iracheni…”

Antonio Razzi Strategia della confusione
“Serve dialogo, non armi: io parlo abruzzese, lei italiano, ma poi ci capiamo. L’Isis? Non so chi siano. Ogni tanto esce un gruppo nuovo e si dà  un nome, per confondere le idee”.

In questo quadro desolante, alcuni parlamentari hanno risposto in modo competente.
Su tutti: Edmondo Cirielli (FdI), Luis Orellana (ex M5s), Emanuele Fiano e Marina Sereni (Pd)

Tommaso Rodano e Alessio Schiesari
(da “il Fatto Quotidiano“)

argomento: Parlamento | Commenta »

RIFUGIATI, MINISTRO BAVIERA ATTACCA L’ITALIA: “IGNORA LE PROCEDURE PER NON FARSI CARICO DEI RICHIEDENTI ASILO”

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

“E’ RESPONSABILE IL PAESE DI PRIMO INGRESSO: NEL 2013 LA GERMANIA HA AVUTO 126.000 DOMANDE DI ASILO CONTRO LE 27.930 DELL’ITALIA MA NON SI LAMENTA OGNI GIORNO”

Duro attacco all’Italia del ministro dell’Interno bavarese, Joachim Hermann, che accusa Roma di ignorare le leggi sui rifugiati per non farsene carico.
“L’Italia in molti casi intenzionalmente non prende dati personali e impronte digitali dei rifugiati per permettere loro di chiedere asilo in un altro Paese”, ha detto Hermann all’agenzia tedesca Dpa.
Lo stesso ministro ha poi sottolineato come in Baviera ci sia stato un aumento record di richieste di asilo: solo ieri, ne sono arrivate 319.
L’esponente dell’Unione cristiano sociale (Csu) ha ricordato che lo scorso anno in Germania ci sono state 126mila domande di asilo, contro le 27.930 presentate in Italia. Sulla base di queste cifre, Hermann ha poi accusato il ministro degli Interni Angelino Alfano di lamentarsi per l’enorme flusso di migranti che l’Italia deve gestire, ignorando allo stesso tempo la politica europea sull’asilo.
“Quella politica stabilisce che il Paese di primo ingresso è responsabile per l’attuazione delle procedure per l’asilo”, ha sottolineato il ministro bavarese riferendosi al regolamento Dublino II, che determina lo Stato membro dell’Ue competente a esaminare una domanda di asilo o riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra.
Dunque, dal momento che l’Italia riceve finanziamenti da Bruxelles per affrontare il problema, “gli altri Paesi Ue possono esigere dall’Italia un’analoga solidarietà , in particolare sulla base del sistema di asilo deciso dall’Unione Europea”, ha rincarato Hermann.
“Tanto più – ha concluso – perchè la crisi in Medio Oriente e la violenza brutale dello Stato islamico probabilmente aggiungeranno una pressione migratoria sull’Europa”.

(da “La Repubblica“)

argomento: Immigrazione | Commenta »

IL TURISTA IMMOBILE

Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile

E SE L’ABITUDINE FOSSE LA FELICITA?

Da quarantacinque anni il signor Marco da Pistoia e il signor Davide da Como trascorrono le vacanze in un albergo a tre stelle di Rimini, che ieri ha giustamente premiato la loro mancanza di inquietudine o di originalità .
I due mattacchioni frequentano lo stesso chilometro quadrato di Romagna fin dall’infanzia. Senza mai desiderarne altri.
Senza mai farselo venire a noia.
Può darsi che durante l’inverno conducano vite spericolate da cui trasgrediscono in estate con una resa totale all’abitudinarietà .
Ma è più probabile che la costanza delle loro predilezioni estive sia il riflesso di uno stato d’animo esistenziale.
Che il signor Marco e il signor Davide si alzino ogni giorno alla stessa ora e ogni giorno inzuppino nel caffelatte lo stesso numero di fette biscottate: possibilmente dispari.
Che si rechino senza fretta, ma anche senza angoscia al lavoro e, sbrigate le incombenze mattutine con piglio affidabile, si concedano una pausa pranzo sempre nello stesso bar, dove naturalmente ordineranno «il solito».
Che la sera rientrino a casa sempre alla stessa ora, si siedano a tavola con la famiglia in tempo per rispondere alle domande del quiz che precede il telegiornale e, dopo aver sfogliato qualche pagina di libro o videata di computer fantasticando su luoghi e personaggi che non hanno alcun desiderio di conoscere dal vivo, si rechino a letto non prima di essersi sorbiti una tisana non caldissima, però neanche troppo tiepida.
Ma se fosse questa la felicità ?
Guardo gli habituè dell’albergo riminese come dei missionari: con rispetto e ammirazione, ma senza avere la forza di imitarli.
E neppure la voglia.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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