Aprile 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL PROTOTIPO DELL’ITALIA CHE NON CAMBIERA’ MAI
Laboccetta. Che parola perfetta, che suono tondo. E invece è un nome proprio.
Leggi le intercettazioni dell’ennesima inchiesta napoletana sugli appalti e te lo ritrovi davanti (con Francesco Simone di Cpl Concordia): Amedeo Laboccetta — stavolta non indagato — nominato dalla Regione Campania presidente della Gori (Gestione Ottimale delle Risorse Idriche, che già con quell’aggettivo, ottimale, ti fa sorridere), accanto a Ranieri Mamalchi già capo segreteria di Gianni Alemanno.
Subito ti ritorna in mente la canzone di Battisti: ancora tu, ma non dovevamo vederci più.
Già , Laboccetta merita più di quel tanto che ha già avuto. Dovrebbe diventare davvero una definizione, un tipo umano, il prototipo dell’Italia che non cambierà mai.
Basta leggere il suo curriculum: una gioventù nella destra campana, nel Fuan, fedelissimo di Gianfranco Fini.
Poi, quando le fortune del capo declinano, eccolo al fianco di Silvio Berlusconi.
Una vita tra banchi e poltrone di consigli comunali, Parlamento e società . Tanto potente quanto capace di passare inosservato, se non fosse per quel cognome che te lo fa saltare all’occhio e somiglia al suo tipo fisico, umano, un po’ rotondo, con la testa pelata come una boccia.
Laboccetta è soprattutto l’amico dei signori dei giochi, delle slot machine.
Quelli che mangiano miliardi ai cittadini e fanno dello Stato un biscazziere.
Quelli cui la procura della Corte dei Conti aveva chiesto 98 miliardi per ottenere poi qualche centinaio di milioni.
Laboccetta fedele alla famiglia Corallo: quando la Finanza irrompe negli uffici romani di Francesco Corallo — a lungo latitante — per l’indagine sui finanziamenti della Banca Popolare di Milano alla Atlantis/Bp Plus gioco legale, ecco spuntare chissà come il nostro eroe che sventolando un tesserino parlamentare si porta via un computer sostenendo sia suo.
Si eviterà le rogne giudiziarie, tempo dopo, restituendo il pc, con qualche file cancellato.
Oggi lo ritroviamo ai vertici della Gori, nominato dalla Regione. Inossidabile.
E allora capisci perchè l’Italia non cambierà mai.
Sembra quasi inutile prendersela con Berlusconi, Renzi. Loro, alla fine, passano. I Laboccetta restano.
Ma non guardiamo male solo lui, il povero Amedeo. A lui tocca l’ingrato compito di essere un simbolo.
Di quel sottobosco invisibile e inestirpabile che prospera alla base dei grandi alberi e detiene il vero potere.
Quel sottobosco che cresce a destra e sinistra, basti pensare a figure come Roberto De Santis, imprenditore che frequenta Tarantini e D’Alema.
Macchè cambiamento, se la Regione Campania preferisce Laboccetta con il suo diploma di perito alle migliaia di giovani con curricula straordinari.
Ma un premio, dopo tante poltrone, Laboccetta se lo merita.
Approdare sul vocabolario. L’Italia dei Laboccetta.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 13th, 2015 Riccardo Fucile
FENOMENOLOGIA DI OSCAR FARINETTI
Oscar Farinetti, ex mister Unieuro e oggi patron di Eataly, ha quasi preso il posto di Mike Bongiorno
nell’immaginario collettivo del Paese. Come prototipo dell’italiano di successo.
Per Umberto Eco, autore di un memorabile saggio sulla “fenomenologia” del grande Mike, questi incarnava con le sue memorabili gaffe la mediocrità dell’uomo medio, ed era questa la fonte del suo successo.
Farinetti racchiude quel mix di presunzione disinformata, simpatica aggressività da piazzista, vittimismo di fronte alle critiche, furberia e intrallazzi politico-amicali che è la cifra dell’irresponsabilità del self made man italiota.
Che si fa giustamente e bellamente gli affari suoi, ma vuole allo stesso tempo apparire un modello etico.
Intervistato da un Giovanni Minoli apparentemente perplesso e professionalmente incalzante, di fronte alla domanda se avrebbe preferito guadagnarsi gli 8mila mq di Expo attraverso una gara pubblica piuttosto che per assegnazione diretta come è avvenuto, ha risposto che gli va bene così.
Cosa poteva dire? Non è colpa sua se qualcuno gli ha fatto un “regalo”.
Ora però egli preferirebbe non dover avere a che fare con le critiche che gli sarebbero mosse da persone erose internamente da un “rospo”, cioè dall’invidia per il suo successo.
Che ci sia di mezzo una questione di legalità , nemmeno lo sfiora. Ovvero preferirebbe vivere in un altro Paese.
Evidentemente in un paese ancora meno civile di questo.
Perchè dove la legge fosse davvero uguale per tutti, lui e molti altri non sarebbero riusciti a imporre a una politica incompetente di trasformare l’occasione unica di EXPO2015 in una patetica, nostalgica e tragicamente fallimentare fiera paesana — perchè questo è il rischio che si sta correndo – che si propone come antitesi dell’innovazione.
Nel corso dell’intervista è riuscito anche a dire che si usa «troppa scienza e coscienza».
Quindi, il suo sogno sarebbe di tornare al medioevo, all’età dell’ignoranza e dell’irrazionalità , o anche più indietro.
Forse nelle sue fantasie di onnipotenza ci vede come sudditi da lasciar manipolare ai giullari e ciarlatani che ronzano intorno questuando prebende, cioè ai bravi narratori del vuoto che sembran dei cloni (altro che biodiversità ).
Quando mi capita di ascoltare o leggere Farinetti o simili capisco perchè molti fra i giovani migliori a cui ho insegnato non sono più in Italia e perchè, se non cambia rapidamente qualcosa, probabilmente molti altri non vorranno trascorrere qui la loro vita.
Gilberto Corbellini
(da “il Sole24ore”)
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
ORA L’ELETTORE DI AREA HA UNA ALTERNATIVA A TOTI … E LA POSSIBILITA’ DI VOTARE UNA LISTA DI NON INQUISITI
Mentre Salvini, in visita in città , augurava a un motociclista che lo contestava al grido di “via i razzisti da Genova” di “schiantarsi in moto”, la novità della giornata politica è un’altra ed è destinata a segnare le elezioni regionali di fine maggio.
Nonostante promesse e lusinghe, pressioni e ponti d’oro, Liguria Libera ha deciso di sparigliare le carte e presentare una seconda lista di centrodestra, con candidato governatore il docente universitario Enrico Musso, già senatore del Pdl, da cui poi si staccò per dare vita a una lista locale che alle scorse comunali di Genova raggiunse il 15%, superando Forza Italia, ferma al 12%.
E’ evidente che la discesa in campo di Musso pone fine ai vaneggiamenti di Toti e Salvini sul possibile sorpasso nei confronti di Raffaella Paita, ipotesi che peraltro non è mai esistita.
Ora le elezioni regionali vedono due candidati di sinistra, Paita (Pd) e Pastorino (a sinistra del Pd) accreditati del 33% e del 16%, Alice Salvatore (M5S) data al 22-23%, e due di centrodestra, Toti (dato fino ad oggi al 29%) e la new entry Musso non ancora quotato dai sondaggisti.
Musso non solo pescherà nell’elettorato di Toti, ma anche tra quegli elettori di centrodestra che non avrebbero mai votato un’alleanza tra Forza Italia e un partito xenofobo.
Non solo: mentre Toti rappresenta l’ennesimo paracadutato da Berlusconi in Liguria (c’è chi ricorda ancora Minzolini), Musso insegna all’università di Genova, è consigliere comunale ed è persona stimata.
Ultimo dettaglio non trascurabile: mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia portano come capilista tre inquisiti per le spese pazze in Regione, chi sta a destra perchè crede nei valori della legalità può almeno votare per un non inquisito, il che pareva diventata una cosa impossibile.
E dopo la sceneggiata della finta candidatura di Rixi, falso paravento in cambio dell’appoggio in Veneto, e l’arrivo in deltaplano del cittadino di Novi Ligure, ora il M5S può puntare al secondo posto e Toti prenotare il ritorno a casa.
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
GLI 80 EURO SONO COSTATI 10 MILIARDI E ORA IL BUCO DA COPRIRE E’ DI 12 MILIARDI… SI PARLA DI UN TESORETTO, MA E’ ULTERIORE DEFICIT E LO PAGHERA’ CHI NON AVRA’ PIU’ DETRAZIONI
Le promesse possono diventare una maledizione, anche e soprattutto quando vengono mantenute.
L’ultima si trova nel Pnr, il Programma nazionale di riforme da mandare a Bruxelles, l’elenco degli impegni presi dal governo per ottenere i numeri indicati nel Documento di economia e finanza, il Def.
Il premier Matteo Renzi si impegna con la Commissione europea ad approvare la riforma della legge elettorale entro maggio 2015.
Nella bozza la scadenza era luglio, ma serve il voto prima che le elezioni regionali sconquassino il Parlamento.
E quindi ecco la promessa, per poter poi dire alla minoranza riottosa del Pd “ce lo chiede l’Europa”.
Questa è una piccola promessa, però, infilata quasi abusivamente in un programma economico. Quelle che lasciano tracce pesanti sono altre.
Prendete gli 80 euro, molto utili a Renzi e al Pd per ottenere il 40,8 per cento dei voti alle elezioni europee di un anno fa: valgono circa dieci miliardi all’anno, il governo continua a spiegare che gli italiani ora possono spenderli in tutta serenità , visto che la copertura finanziaria da provvisoria è diventata strutturale, cioè duratura.
Ma è così?
I numeri del Def si reggono sulle “clausole di salvaguardia” pronte a scattare: in assenza di tagli di spesa di pari entità , le aliquote dell’Iva e le accise sulla benzina saliranno per garantire all’erario 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 nel 2017 e 22 dal 2018.
In altre parole: per vincere le Europee Renzi ha adottato una misura da 10 miliardi all’anno e oggi, un anno dopo, al bilancio dello Stato mancano oltre 12 miliardi all’anno. E per questo incombe un aumento delle tasse analogo allo sconto concesso dal premier, come certifica il documento del Tesoro.
Con le promesse si vincono le elezioni ma poi si rischia di governare male.
Anche lo scontro attuale con i Comuni, ora in fase di tregua armata, risale in parte a un’altra misura elettorale: l’abolizione dell’Imu sulla prima casa.
Il governo di larghe intese di Enrico Letta dovette concederla nel 2013, tamponando l’effetto contabile con un intreccio di altre imposte locali.
Alcuni Comuni alzarono al massimo l’aliquota Imu appena prima della sua abolizione, così da poter reclamare poi dallo Stato centrale maggiori risarcimenti.
Risultato: stanno ancora litigando su 625 milioni mentre già comincia la nuova lotta sui 10 miliardi che il governo deve trovare con la prossima legge di Stabilità .
E almeno una parte toccherà ai Comuni. I sindaci si irritano parecchio quando vedono tabelle come quella a pagina 98 del Programma di stabilità del Def: nel 2015 le entrate delle amministrazioni locali scendono di 2,7 miliardi mentre le spese quasi del doppio, 4 miliardi.
Nel frattempo a Roma le amministrazioni centrali aumentano sia le entrate (+7,1 miliardi) che le spese (+8 miliardi).
L’ultima promessa elettorale è quella del “bonus Def”, il tesoretto da 1,6 miliardi che il governo si è attribuito lasciando correre di uno 0,1 per cento più del previsto il deficit nominale nel 2015 (cioè si spendono soldi che non ci sono e che andranno presi a prestito).
Un margine di spesa che “sarà utilizzato per rafforzare l’attivazione delle riforme strutturali già avviate”.
Si immagina che prima delle elezioni regionali seguiranno altri dettagli, a beneficio di elettori indecisi che potrebbero così orientarsi verso il Pd.
Eppure, a leggere la relazione definitiva del Def, si scopre che tra le misure di revisione della spesa, cioè i tagli, c’è la “razionalizzazione” delle agevolazioni fiscali.
Misura meritoria, ma che nel concreto significa che per qualcuno aumenteranno le tasse. Nello specifico, le agevolazioni fiscali dovranno contribuire per 2,4 miliardi di euro, mentre nelle bozze era soltanto 1,5.
Poi il governo ha “ipotizzato”, così si legge nel documento, che invece varrà un miliardo in più.
Riepilogando: nel giro di una settimana il governo ha deciso che c’è un tesoretto per 1,6 miliardi ma che per qualcuno le tasse saranno più pesanti di un miliardo.
Cosa non si fa pur di avere un annuncio efficace da spendere in campagna elettorale.
A Palazzo Chigi, e soprattutto al Tesoro, sono però consapevoli che l’equilibrio è delicato e che più impegni si prendono maggiori saranno i problemi in autunno.
Ma a fine maggio ci sono le Regionali.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DI POLETTI SI RIFIUTA DI COMMENTARE I DATI: “CHIEDETE A LORO”
“Non diremo nulla”. Il giorno dopo i dati sul Lavoro diffusi dall’Inps, colpisce soprattutto il silenzio
del ministero guidato da Giuliano Poletti.
Per tutta la giornata dagli uffici di via Veneto traspare l’irritazione per l’ennesima smentita agli entusiasmi alimentati dal governo.
Diversamente da quanto accaduto a marzo — quando l’Istituto guidato da Tito Boeri aveva diffuso i dati sulle richieste di incentivi arrivate dalle imprese (76 mila, per 276 mila lavoratori), subito rilanciati con entusiasmo dal ministro —stavolta il silenzio è totale: “Sui dati Inps non diremo una parola, chiedete a loro”.
Eppure, i numeri comunicati venerdì dall’Istituto di previdenza raccontano di un mercato del lavoro fermo: nei primi due mesi dell’anno, rispetto a gennaio-febbraio 2014 ci sono solo 13 contratti in più.
Effetto dell’aumento di quelli stabili, e del crollo di quelli precari e di apprendistato.
In sintesi: la qualità dell’occupazione migliora, ma la quantità non cresce.
Una rivelazione che ha gelato la compagine di governo, e che ha rischiato di guastare l’effetto del “bonus Def”.
Solo poche settimane prima Poletti aveva parlato di 79 mila contratti stabili in più nel primo bimestre 2015, salvo poi ridimensionarlia 45 mila comunicando anche le cessazioni.
Venerdì l’Inps ha spento gli ultimi entusiasmi.
Stavolta la “trasparenza” voluta da Boeri ha provocato l’imbarazzo del ministero. Scene che non si vedevano dai tempi di Elsa Fornero, il ministro che accusò l’Istituto di previdenza di non fornire dati precisi sugli esodati.
“C’era un’opacità forte, la trasparenza crea attriti. Se avessi avuto Boeri sarebbe andata diversamente — spiega l’ex ministro Fornero — Poletti è un politico, e si muove come tale: la verità è che le numerose stabilizzazioni dimostrano chel’articolo 18 non c’entra nulla”. “C’è stata un’isteria collettiva sui numeri generata forse da un eccesso di entusiasmo —spiega Filippo Taddei, responsabile economico del Pd —. Nessun intento propagandistico, ma solo la fretta di arrivare a interpretazioni e conclusioni che non c’erano. Bisogna attendere almeno i dati dell’Istat del primo semestre: il contratto a tutele crescenti è partito il 7 marzo, e gli effetti si vedranno dopo, però i contratti stabili crescono: è un gran risultato”.
Secondo Cesare Damiano, deputato Pd, presidente della Commissione lavoro, “non si scopre ora che il governo comunica dati che gli fanno comodo. Gli incentivi stanno funzionando, ma vanno estesi oltre il 2015, altrimenti le imprese ne approfitteranno per accaparrarsi lo sgravio e poi licenziare”.
“Ministero e governo hanno male interpretato i dati — spiega l’economista Carlo Dell’Aringa —.Nel Def la disoccupazioneè prevista in calo di 80 mila unità . Non è molto: senza la crescita si può fare ben poco”.
Ieri mattina l’irritazione è arrivata alle stelle dopo che il Sole 24 Ore ha rivelato che nel decreto legislativo sul riordino dei contratti, la Ragioneria dello Stato ha ottenuto l’inserimento di una clausola di salvaguardia: se le risorse per le stabilizzazioni dei contratti di collaborazione non dovessero bastare, saliranno i contributi a carico di imprese e lavoratori autonomi.
Una misura comparsa solo quando il testo è arrivato nelle Commissioni Lavoro di Camera e Senato: “C’è un livello di decenza sotto il quale non si dovrebbe scendere”, si leggeva in prima pagina.
La clausola scatterebbe se la le stime dal governo (37.000 trasformazioni più altre 20.000 aggiuntive) dovessero essere superate dalle richieste: il bacino potenziale è formato da 370 mila collaboratori monocommittenti.
Il governo aveva destinato alle 20 mila conversioni aggiuntive 136 milioni di euro fino al 2018, prelevandoli dagli 1,9 miliardi stanziati per la decontribuzione (fino a 8.060 l’anno, per tre anni).
Se le stime dovessero essere superate, scatterebbe l’aggravio per autonomi e imprese, chiamate a pagare con un paradossale contributo per la decontribuzione.
“Bisognerebbe trovare il nome di cotanto genio, di sicuro Renzi interverrà ”, auspicava ieri il giornale di Confidustria.
Appena letto, da Palazzo Chigi sono partiti gli strali alla volta del ministro Poletti.
Non è la prima volta che il premier sconfessa il titolare del Lavoro, ma stavolta sono bastate poche ore.
E così poco dopo pranzo tocca a Poletti rassicurare: “Verrà superata”.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
SALVINI VOLTAGABBANA ORA APPOGGIA LA “NUOVA” CHE IERI ERA “VECCHIA”… LA BASE PUGLIESE DI FDI VUOLE APPOGGIARE SCHITTULLI, LA MELONI NON SI ASSUME RESPONSABILITA’ E CONVOCA LA DIREZIONE… LA POLI BORTONE POTREBBE LASCIARE ANCHE IL QUINTO PARTITO
Chi avanza un nome da un lato, chi lo ritira dall’altro, chi stoppa membri del proprio partito, chi propone “ticket”: c’è tutto l’occorrente per far venire il mal di testa agli elettori pugliesi
Riassumendo per il lettore che si sarà già perso nel vortice dichiarazioni contrastanti: Fitto gioca l’abile mossa di risolvere il nodo delle liste con l’idea di presentare entrambi i candidati – Schittulli, area Fitto, e Poli Bortone, area FI, Lega e FdI – alle elezioni.
Invece che accettare, visto che fino a ieri appoggiava con baci e abbracci Schittulli, la Poli Bortone, in piena overdose di poltronismo, dice no, ormai Silvio l’ha candidata a governatore, non si accontenta.
Fitto ha lanciato l’esca e i pesci abboccano: diciamo quasi tutti , salvo i più intelligenti ed esperti.
Il moderatore Matteoli invita a riflettere su una ipotesi che va perseguita e che sarebbe una soluzione equa e il capogruppo alla Camera Fdi Rampelli crede che la formula di Fitto possa essere “vincente per dare un buon governo alla Puglia”.
La pantomima non è finita, perchè in serata Vitali esce con l’ennesimo annuncio che si spera definitivo: “Mi hanno telefonato e mi hanno detto che” Poli Bortone “ha accettato la nostra proposta” precisando però di “non aver ancora parlato con lei”.
“Per noi – ha aggiunto- la partita è chiusa”.
La diretta interessata conferma con una nota: “Dopo le dichiarazioni della Lega ci sono le condizioni per arrivare in Puglia alla composizione di un centrodestra nuovo”.
Il centrodestra “nuovo” sarebbe rappresentato ovviamente da lei, reduce da cinque partiti diversi, e da Salvini che fino a ieri l’aveva accostata al vecchio ma che oggi diventa il nuovo.
Ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate: una ex missina alleata con la becerodestra antinazionale, antimeridionale e xenofoba.
Ora si aspetta l’allineamento della Meloni che fino a ieri giurava fedeltà a Schittulli e Fitto, ma la base del partito in Puglia non vuole sentire parlare della Poli Bortone.
Se la Meloni cambia versante dimostra per l’ennesima volta di essere la ruota di scorta di Berlusconi., con il rischio di rimediare un gran flop elettorale.
Non si vuole assumere la responsabilità e rimanda la decisione, convocando il direttivo di FdI per domani alle 16.
Fdi rischia di spaccarsi e si vocifera che la Poli Bortone potrebbe lasciare anche il suo quinto partito.
E’ il nuovo che avanza, tra vecchie cariatidi e rutti padani.
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
LA CANDIDATA PD SPIAZZA TUTTI: “NON SOLO FIRMO, MA ESTENDIAMO L’IMPEGNO A TUTTI I CONSIGLIERI REGIONALI”…E ADESSO IL LEGHISTA ZAIA RIMANE L’UNICO RAPPRESENTANTE DELLA CASTA PADAGNA
Alessandra Moretti firma l’appello del Movimento 5 Stelle per tagliarsi lo stipendio. La candidata Pd
alle elezioni Regionali in Veneto, già eurodeputata e già parlamentare e coordinatrice della campagna elettorale di Pierluigi Bersani, ha risposto con una lettera alla proposta della avversario M5S Jacopo Berti per la riduzione della paga da consigliere regionale.
“Non ci metto solo la firma ma prendo un impegno davanti agli elettori”, ha detto, “e propongo di estenderlo a tutti gli eletti futuri in Regione”.
La Moretti nel suo programma prevede un intervento per la riduzione dei costi della politica con alcuni interventi simili a quelli dei grillini (che in più chiedono l’abolizione integrale del vitalizio). “Riconosco che il Movimento di cui fai parte”, ha concluso la candidata, “sia stato tra i promotori della battaglia contro i costi della politica e sono la prima a voler prendere un impegno”.
I candidati si siederanno al tavolo e firmeranno insieme l’accordo.
L’appuntamento è per martedì 14 aprile alle 9 e 30 e per il momento l’unica divergenza sembra essere su chi dei due candidati dovrà offrire la colazione all’altro. Due anni fa Grillo aveva lanciato un appello simile all’allora neo eletto segretario Pd Matteo Renzi: “Per ridurre i costi della politica”, aveva detto il comico ai tempi, “non e’ necessaria una legge, è sufficiente che ‘Renzie’ dichiari su carta intestata, come ha fatto il M5S, la volontà di rifiutare i rimborsi elettorali con una firma”.
Ora i due candidati per le Regionali in Veneto siglano l’inedita intesa.
Tutto è cominciato in rete la settimana scorsa. Berti dal blog di Beppe Grillo ha lanciato l’appello con l’hashtag #Morettifirmaqui.
“La Moretti — scriveva il grillino — dice di voler tagliare gli stipendi e i vitalizi dei consiglieri. Una cosa che noi 5 stelle facciamo da sempre, e mi fa piacere che lei ne parli con tanto entusiasmo. È per questo che al posto di parlarne e basta, la invito a fare come noi: a firmare un documento dove si rinuncia completamente ai vitalizi, ai privilegi e ci si riduce lo stipendio”.
E la Moretti ha deciso di rispondere accettando l’invito: “Apprezzo l’attenzione che hai rivolto alle mie proposte contro gli sprechi della politica”, ha scritto nella lettera a Berti.
“Ne approfitto per chiarire un punto: attualmente non percepisco nè stipendio, essendomi dimessa da europarlamentare, nè vitalizio”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
CI RIPROPONGONO ANCHE GLI INDAGATI PER LE SPESE PAZZE IN REGIONE
Piangere per disperazione, incazzarsi dalla rabbia di essere stati fregati o ridere a crepapelle?
A leggere l’elenco degli indagati per le spese pazze in Regione Liguria possiamo farci prendere indifferentemente da questi tre generi di reazioni.
La meschinità umana (confronta il termine sul Sabatini-Coletti) non ha limiti di decenza se riferita a signori che percepiscono prebende vicine ai diecimila euri al mese.
Questi “meschinetti” (confronta il termine sul Sabatini-Coletti) appartengono a destra, sinistra e puranco centro.
Meschinetti perchè si sono fatti pagare da noi non solo irreprensibili (mah?) trasferte di lavoro a Roma per difendere così bene i diritti del nostro territorio, ma vacanze passando le acque alle terme con famiglia al seguito, cene non dietetiche in grandi ristoranti all’insegna dello sbafo illimitato, ma anche “oggetti” inconsueti o fantasiosi.
Dalla consigliera che ha messo sul conto da noi pagato alcuni bottoni (mi strazia l’idea che la poveretta non avesse nemmeno qualche euro per chiudere la camicetta con il rotondo accessorio madreperlaceo) a quello che ha inserito in rimborso spese anche una confezione di Imodium (loperamide).
Non sapete che cosa è? E’ un farmaco che blocca la diarrea, cementifica le viscere scombussolate, frena le corse forsennate a caccia di una water. Strepitoso!
Sarebbe divertente sapere dove il suddetto iper-colitico ha avuto gli attacchi.
A un vertice del suo partito? Ad Arcore?
Meravigliosa la netta separazione fra gli sbafi di destra, tutti all’insegna del più sfrenato capitalismo, con bagni turchi e massaggi, a quelli di stampo bolscevico Mosca anni Sessanta, con viaggi nel paradiso cubano ad ascoltare Raul Castro e magari aggiungere al folle divertimento del comizio anche due passi di merengue.
C’è chi nella città di papa Giovanni Paolo II ha scelto di farsi rimborsare cenoni al ristorante Cyrano de Bergerac.
Sublime coincidenza con il sagace eroe di Rostand munito di un lungo nasone da bugiardissimo!
Qualcuno, invece, ha distribuito utili consulenze ad amici e compagni.
Avete scritto un illeggibile saggetto sulla classe operaia nel modenese del dopoguerra? Ecco che il compagno vi appioppa una consulentina da cinquemila euro per suggerire a una Regione ricca di bravi dirigenti e funzionari generosi consigli su come sviluppare…l’economia del territorio.
Pare addirittura che ci sia chi ha fatto i ritocchini sulle ricevute: con la bianchetta che si usava per correggere le insufficienze scolastiche.
Lo sbianchettatore da consiglio regionale avrebbe modificato il numero degli ospiti a un luculliano pranzetto in agriturismo con contorno di caprette e pecorelle brucanti.
Amici, un suggerimento: nella cabina elettorale portate anche la lista della spesa pazza.
Aggiornata, mi raccomando.
E’ l’ultima occasione per cambiare stile di vita.
Io ho deciso: voterò per “Liguria Cambiamoli!”.
Mario Paternostro
(da “Primocanale“)
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
“SENZA FINANZIAMENTO PUBBLICO, LA POLITICA FINIR’ IN MANO ALLE LOBBY”
Si sono guardati negli occhi, con aria un po’ smarrita, quasi impotente, la prima volta che si sono
incontrati, i tesorieri dei partiti.
Appuntamento a Montecitorio, al gruppo Pd, nella sala Berlinguer.
Giro di tavolo piuttosto sconsolato. “Ci vorrebbe di nuovo il finanziamento ai partiti. Ma come facciamo a riproporlo ai cittadini?”.
La questione di fondo, il problema quasi irrisolvibile.
Alla prima riunione hanno partecipato un po’ tutti: Francesco Bonifazi (Pd), Maria Rosaria Rossi (Forza Italia), Franco Bonato (Sel), Gianfranco Librandi (Scelta Civica), Paolo Alli (Ncd), rappresentanti di Fratelli d’Italia e Lega.
Non c’erano quelli di Camera e Senato del M5S: non sono stati convocati, visto che il finanziamento pubblico loro non l’hanno mai preso.
Nell’ultimo mese i tesorieri si sono incontrati due volte. E si rivedranno ancora.
Primo accusato: il fallimento del meccanismo del 2 per mille che gli italiani avrebbero dovuto destinare ai partiti nella dichiarazione dei redditi .
Secondo la legge fatta dal governo Letta avrebbe dovuto portare un “tetto massimo” di 7,75 milioni di euro nel 2014.
Evidentemente sovrastimando e non di poco le potenzialità del meccanismo: alla fine sono state solo 325.711 euro le risorse recuperate così.
“Per garantire un funzionamento minimo dei partiti i soldi servono — ha chiarito Alli — per mantenere dipendenti, sedi, iniiniziative. Si tratta di una garanzia minima della democrazia”.
E dunque, “senza finanziamento pubblico il rischio è che la politica finisca nelle mani delle lobby, come succede in America”.
Sono mesi che le cronache raccontano di bilanci in rosso, dipendenti in cassa integrazione e affitti non pagati.
Ma sono anni che i giornali sono pieni di scandali legati a tesorieri che sisono intascati tesori (vedi Lusi per il Pd e Belsito per la Lega).
Perchè di soldi i partiti ne hanno ricevuti a palate (oltre 2 miliardi e 253 milioni di euro solo tra il 1994 e il 2008).
“Davanti ai cittadini riproporre il finanziamento pubblico è insostenibile. Ma dovremo comunque trovare un modo alternativo di ricevere soldi”.
Quale? Come? “Ci torneremo a una forma di finanziamento pubblico”, dice Librandi (quello che ha appena proposto di affittare i parlamentari).
Che la mette così: “I politici ne hanno combinate di tutti i colori e i 5 euro a voto che ricevevano i partiti prima erano troppi. Ma meno, 1 o 2, sarebbe un compromesso accettabile”.
Poi spiega: “Magari faremo una proposta di legge condivisa da noi tesorieri”.
Un bel problema per Bonifazi, che a quelle riunioni ha partecipato come tesoriere, ma anche come rappresentante del partito di governo.
Lui combatte con i conti che non tornano e con la dubbia riuscita delle cene di fund raising , tra ospiti imbarazzanti (c’era anche il Buzzi di Mafia Capitale) e elenchi di partecipanti impossibili da completare (e da offrire all’opinione pubblica).
Ma sa che il governo Renzi la faccia su una legge che reintroduca il finanziamento pubblico proprio non ce la può mettere.
Guai in arrivo.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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