Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA TRAGEDIA DI MILANO E IL SOLITO INDECOROSO GIOCO DELLE PARTI, TRA FINZIONI E DIVISIONI… EMERGE SOLO L’INCAPACITA’ DI SENTIRSI FIGLI DI UNA STESSA PATRIA
Ci sono eventi dei quali è davvero difficile “parlare”. Quando si verificano ti attanaglia un
profondissimo senso di vuoto. Nei film certe cose succedono sistematicamente. Dovresti essere quasi abituato “alla follia”, singola e collettiva. Eppure, quando dalla fiction si passa alla tragica realtà , cambia radicalmente tutto. Quello che è successo nelle aule di giustizia del Tribunale di Milano, con morti che non ci dovevano assolutamente essere e che nessun “ragionamento” potrà mai spiegare, lascia davvero un profondissimo senso di vuoto.
Ancor di più lo trasmette l’indegna pantomima della pseudo-dialettica consumata tra fazioni, esponenti “di settore” e soliti, “finti eroi”.
In certi casi, il dolore, il senso di sgomento, la stessa, legittima rabbia, dovrebbero abbattere barriere e confini.
Dovrebbero essere così travolgenti da spingerci tutti “gli uni verso gli altri”, e invece… E’ vero che la mente umana è un mondo ricco di milioni di sfumature. Crea, scompone, rielabora e ricompone. Gli scienziati la studiano da sempre.
Ma questa è solo una premessa, perchè ciò che davvero rileva, anzi, l’unico dato davvero rilevante, non è certo la complessità della mente umana, la sua struttura o il suo specifico funzionamento, ma quella variegata e multiforme articolazione delle dinamiche dei gruppi, “l’un contro l’altro armato”… Magistrati contro Avvocati. Classe “togata” in genere contro i politici. Politici contro tutti. Popolo assopito, incredulo, tradito.
Davvero non si riesce più a provare – nemmeno per “un attimo” – il senso dell’appartenenza alla stessa storia?
Davvero nemmeno una tragedia è capace di unirci e farci sentire figli della stessa Patria?
Davvero nemmeno le assurdità riescono a scaldare i cuori facendoli battere all’unisono?
A quanto pare, la risposta è tristemente no. Il nostro è un “sistema/Paese” tristemente e “follemente” alla deriva.
Quanto successo a Milano, è sì il tragico gesto di una persona che ha perso progressivamente il senno (anche se certe cose è sempre meglio che le stabiliscano gli esperti nell’iter giudiziario che sarà !), ma esplicita e rinforza l’immagine decadente di un Paese che “quasi, quasi”, davvero “non c’è più”
Non è ammissibile che all’ingresso di un Pubblico Ufficio, anzichè le Forze dell’Ordine o delle Guardie Giurate (i quanto tali, armate), vi siano dei semplici vigilantes/portieri.
E’ vero che la divisa, di per sè, può essere un potenziale deterrente ma l’esperienza insegna che la stessa, “da sola”, soprattutto in certi casi, non risolve e non lo farà mai. Comunque la si voglia “leggere” o vedere, nelle valutazioni preliminari sul tipo di strumento preventivo da adottare nello specifico caso, certe leggerezze sono davvero inammissibili.
Il mercato delle “security preventiva” – anche per ciò che concerne le aziende eroganti servizi di portierato – è ricco di aziende di qualità , ma la qualità , l’efficienza e l’efficacia non si misurano soltanto dall’addestramento.
Esse vanno strettamente commisurate e valutate anche sulla scorta delle specifiche esigenze da soddisfare. Altrimenti detto, i siti “sensibili” vanno tutelati come si deve: farlo a mezzo di semplici vigilantes/portieri è colpa parecchio grave.
Ma questo nel “mondo dei sogni”, purtroppo, perchè quando la situazione diventa così drammatica da dover operare tagli in tutte le direzioni, la qualità , l’efficienza e la stessa efficacia delle decisioni assunte se ne vanno chiaramente “a quel Paese”.
E il dramma è totale, ampio, senza nessuna sorta di confine. Sanità , Istruzione, Pubblica Amministrazione. Difesa del territorio. Non si salva nulla.
In ogni caso, al di là di questo — che già “dice” comunque “tutto” su quel che resta della nostra Italica sostanza — la cosa che rende ancora più profondo il senso della sconfitta, è quella recita, quel gioco delle parti, quella sistematica contrapposizione “sistemica”, sempre più ampia e sempre più tracotantemente dirompente, alla quale non si riesce proprio più a contrapporre la ben che minima barriera, nemmeno il dolore collettivo.
Non bisogna essere un sociologo o uno “scienziato” sopraffino per avere contezza del fatto che il “sistema”, da un lato ci vuole “speculari” e funzionali a sè stesso, dall’altro ci vuole divisi, disuniti e contrapposti.
E’ proprio quel “gioco” che asseconda gli orticelli, le clientele, le fazioni e finanche le assurdità d’area.
Dire “basta”, gridarlo forte, non contro l’Europa, ma contro chi sta continuando a giocare sulla nostra “pelle”, con la nostra vita e coi nostri stessi sogni, dovrebbe unirci e renderci appassionatamente e “dannatamente” consapevoli, e invece…
Oggi è “solo rumore”.
Un “rumore” continuo, che frastorna, disorienta e confonde.
Un “gioco” nel “gioco”. Una iattura nella iattura.
Una “sistemica” e ignobile menzogna quotidianamente consumata nella persistente e inaccettabile finzione di un Popolo che, a ben vedere, proprio non c’è più…
Salvatore Castello
Right BLU- La Destra Liberale
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Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
MA GLI UOMINI DEL PREMIER FANNO CREDERE CHE CI SIA UN “TESORETTO ”… IN REALTA’ AUMENTEREBBE SOLO IL DEFICIT
“Decideremo nelle prossime settimane se e come utilizzare il bonus da 1,6 miliardi sulla base delle nostre priorità ”, dice il premier Matteo Renzi a tarda sera dopo il Consiglio dei ministri.
E scherza con un giornalista: “Lei lo chiama tesoretto? Ma sì, chiamiamolo tesoretto”, sorrisetto.
La sostanza è zero, la comunicazione invece è perfetta: il governo ha trovato un tesoretto da 1,6 miliardi nelle pieghe di un Documento di economia e finanza che già meritava applausi perchè, come aveva detto Renzi martedì, non prevede “nè tagli nè tasse”.
La realtà è un po’ diversa, ma avere uno staff per la comunicazione serve proprio a renderla migliore di come è.
Comincia nel pomeriggio su Twitter il portavoce e spin doctor del premier, Filippo Sensi: “serinasco #bonusdef”, criptico, ma lancia il tema che viene ripreso da Francesco Nicodemo, il responsabile della comunicazione della direzione del Pd: “Ma non chiamatelo tesoretto #bonusdef”.
E poi inizia a rilanciare e proposte degli altri utenti Twitter (di solido del Pd) che suggeriscono cosa fare con questo #bonusDef da 1,6 miliardi.
Tipo: “#bonusdef io lo userei per l’abitare sociale”.
I retroscenisti si scatenano, i politici cominciano a dettare commenti alle agenzie.
È fatta: tutto il dibattito si sposta sul bonus Def.
Andrà al Welfare? C’è chi giura che sia destinato agli incapienti, quelli esclusi dal bonus degli 80 eurodello scorso anno perchè con redditi troppo bassi.
Di sicuro male non farà ai consensi del Pd in vista delle elezioni regionali di fine maggio.
Il premier ci pensa, tiene tutti in sospeso, sa che adesso i giornali si riempiranno di stime e simulazioni, un miliardo e mezzo non è tantissimo ma può accontentare molti appetiti.
Ma come, non eravamo tiratissimi tra recessione e vincoli europei? Come ha fatto Renzi a trovare un tesoretto da 1,6 miliardi? Miracolo.
Un passo indietro.
Al Consiglio dei ministri di martedì il Def, cioè il documento con i saldi di bilancio su cui si costruirà la legge di Stabilità in autunno, è pronto.
Nelle tabelle si legge che nel “quadro programmatico” (le previsioni che tengono conto degli impegni del governo e delle politiche che vuole adottare) il deficit nominale del 2015 passa dal 2,5 al 2,6 per cento.
Quello 0,1 vale appunto 1,6 miliardi.
Per un anno il governo spende soldi che non ha, questo significa aumentare il deficit, forte della consapevolezza che la Commissione europea ha rinunciato a creare troppi problemi per gli zero virgola (abbiamo spostato il pareggio di bilancio al 2017, in origine era atteso quest’anno).
È scritto lì, nel comunicato nel comunicato stampa di martedì. Ma non ne parla nessuno.
Il messaggio del premier è “niente tagli e niente nuove tasse”, un miliardo e mezzo conta poco nel momento in cui la preoccupazione di cittadini e osservatori riguarda tagli di spesa annunciati per 10 miliardi per il prossimo anno con i Comuni già in rivolta.
L’idea di un Def sobrio e realistico dura un giorno.
Anche gli editorialisti dei grandi giornali iniziano subito a contestare il fatto che di promesse di tagli ce ne sono eccome, soprattutto ai Comuni, per almeno 10 miliardi.
E che le “clausole di salvaguardia”, cioè gli aumenti dell’Iva e delle accise sui carburanti che determinano un aumento delle entrate di 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi nel 2017 e circa 22 miliardi a decorrere dal 2018 ci sono ancora.
Per evitarle ci vogliono tagli di spesa veri, non soltanto promesse.
Nel Consiglio dei ministri di martedì Renzi non è convinto: il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan è arrivato con i documenti pronti per l’approvazione, non “bozze” come dirà Palazzo Chigi.
Ma il premier si prende due giorni in più: in quelle tabelle c’è poco da usare in una campagna elettorale per le elezioni regionali che è poco promettente.
Ieri mattina il bis: Consiglio dei ministri alle nove, arrivano tutti i vertici del Tesoro con il Def già stampato, cinquanta copie cartacee.
Il premier decide che non vanno bene, le fa ritirare e distruggere, alle agenzie fa trapelare che vuole “dare un’ultima occhiata alle carte” per arrivare a “un testo finale pulito e limato”.
Padoan non gradisce. Sensi e Nicodemo intervengono, i siti di notizie reagiscono come sperato: la giornata del caos sul Def diventa la giornata del #bonusDef, trending topic su Twitter (Tradotto: è l’argomento di cui si discute di più nel pomeriggio, privilegio concesso di rado a questioni di politica economica).
La notizia assume il clima dell’ufficialità quando l’agenzia Ansa dice che “spunta” un tesoretto.
Il resto del commento di Renzi al Documento di economia e finanza è destinato alle notizie in breve. “Se, d’accordo con le Regioni, siamo in condizione di ridurre il numero delle poltrone dei supermanager, trovare costi standard, mi pare che sia un fatto positivo”, dice.
Difficile dargli torto, ma il governo non può intervenire direttamente in materia sanitaria, di competenza delle Regioni.
L’unico modo per incidere è ridurre i trasferimenti. Cioè fare tagli.
Ma questa è una parola che è vietato pronunciare a Palazzo Chigi.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
E LA MADRE DI APPIANI COMMUOVE TUTTI: “MIO FIGLIO E’ MORTO PERCHE’ NON ERA UNA MARIONETTA NELLE MANI DEI CLIENTI”
È la Milano migliore, ancora capace di esprimere virtù civiche di fronte alla tragedia, quella che
straripa da un’Aula magna del Palazzo di Giustizia affollata come non mai. Magistrati e avvocati per una volta riuniti dalle lacrime ma non solo: avvertono lo scricchiolio pauroso di una giustizia che rischia di andare in frantumi per carenza di mezzi, rancore sociale, l’ostilità cavalcata dai poteri insofferenti alle regole
Non era mai successo che un giudice venisse ammazzato in questo tempio marmoreo, e insieme a lui un avvocato e un imputato.
La mattina dopo la strage incontro lungo i corridoi infiniti uomini di legge stupefatti per aver raccolto in giro commenti al limite della giustificazione per il triplice assassino: «Lo hanno esasperato, poveraccio… I giudici sono lenti… Quelli hanno le ferie lunghe ».
E non avevano ancora letto quel titolo vergognoso sul sito de “Il Giornale”: “I magistrati fanno le vittime ma non erano loro l’obiettivo”.
Fanno le vittime
Stavolta, allibiti per la morte assurda di un loro collega di 37 anni, alla cerimonia di commemorazione si sono autoconvocati pure centinaia di avvocati milanesi.
I più vecchi tra i giudici morpresidente morano emozionati: «Non eravamo così tanti neanche quando i terroristi rossi ammazzarono Guido Galli, neanche per Giovanni Falcone e Umberto Ambrosoli».
Così, a mezzogiorno in punto, quando tenendo per mano la figlia Francesca, giovane magistrata, sale sul palco Alberta Brambilla Pisoni, la madre dell’avvocato Lorenzo Claris Appiani, l’Aula magna ammutolisce: «È morto perchè non ha voluto ridursi a marionetta nelle mani del suo cliente. Voglio che in questo momento tutti gli avvocati si sentano orgogliosi dell’alta dignità della nostra professione. Così Lorenzo non sarà morto per niente. Grazie».
Davvero è la Milano migliore, di cui avvertivamo il declino.
L’avevamo già udita esprimersi nelle parole di Gianni Canzio, presidente della Corte d’Appello, che riflette sul «rapporto fra la crisi dell’economia e la crisi della ragione che scarica tensioni individuali sulle persone che amministrano la giustizia. Vogliamo mantenere l’apertura all’esterno di questo Palazzo, non ci sentiamo fortezza assediata e non alzeremo ponti levatoi».
I portavoce romani, dal vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, al presidente dell’Anm, Rodolfo Maria Sabelli, si affannano a ripetere che «i magistrati non possono essere lasciati soli», citando l’avvertimento di Mattarella.
Applausi anche per loro, solo che è proprio la solitudine l’incubo che serpeggia nell’atrio, anch’esso affollato, sotto il bassorilievo di Arturo Martini intitolato alla “Giustizia Corporativa”.
Per evitare la lunga fila dovuta ai controlli che suonava beffarda, davanti all’ingresso principale, sono andato a piazzarmi in via Freguglia di fianco alla guardia privata Securpolice che scrutava telefonini e mazzi di chiavi passati al metal detector su due schermi di computer antiquati, con un santino di San Francesco appiccicato sopra. Non del tutto rassicurante.
È lì che raccolgo lo sfogo di un ispettore del Comune di Milano responsabile di tutta la logistica del Palazzo: «Mi devono ancora spiegare perchè quando arriva Ruby ci sono ottanta carabinieri, e gli altri giorni trenta. Mi devono spiegare perchè gli avvocati, se hanno un processo alle dieci, arrivano due minuti prima e si offendono se gli facciamo perdere tempo per identificarli, estraendo il classico “Lei non sa chi sono io”».
Salgo al settimo piano, uffici del Gip, dove il aggiunto Claudio Castelli calcola una media di sette riti abbreviati al giorno con i parenti dei detenuti che vengono per incontrarli e conoscerne la sorte.
Le inevitabili reazioni emotive devono essere gestite da quattro carabinieri. Quasi sempre assenti, invece, al terzo piano, dove si svolgono i dibattimenti come quello che vedeva imputato a piede libero (e armato) Claudio Giardiello.
Castelli non vorrebbe rilasciare dichiarazioni, è uno dei magistrati più sensibili agli studi della moderna criminologia, i grandi conflitti sociali che si spezzettano in micro-conflitti individuali sfogati contro il giudice o, sempre più spesso, contro l’avvocato difensore.
Su una questione culturale Castelli non riesce però a trattenersi: «Tutto l’impianto della nuova legislazione sembra concentrarsi su esigenze risarcitorie, assumendo le colpe della giustizia come priorità e il rispetto della legalità come fattore secondario. Aggiungeteci il pauperismo dominante, qui dentro resta scoperto il 30% dell’organico, e come se non bastasse dal settembre prossimo la gestione logistica dei Tribunali, sicurezza compresa, passerà dai Comuni al Ministero, distante e privo di risorse».
Resta lo scandalo di un assassino entrato con la pistola e uscito indisturbato.
Nessuno lo può giustificare. Un altro magistrato, dietro promessa di anonimato, tira fuori un’ipotesi che non so se ironica o seria: «Mi auguro che al killer Giardiello sia stato concesso di uscire da via Manara per un calcolo di prudenza. Dentro avrebbe sparato ancora, avrebbe potuto prendere degli ostaggi».
Una spiegazione benevola che non giustifica la lunga fuga in moto fino a Vimercate.
E allora vado a cercare il Procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, prima dell’inizio della cerimonia.
È un uomo comprensibilmente turbato, anche lui non rilascia dichiarazioni ufficiali perchè l’inchiesta sul triplice omicidio è affidata alla magistratura di Brescia.
Però Bruti Liberati è stato anche il primo a sapere della tragedia, giovedì mattina. Perchè il pm Luigi Orsi, sopravvissuto nell’aula in cui sono stati uccisi prima Lorenzo Claris Appiani e poi Giorgio Erba, non appena rifugiatosi in camera di consiglio ha chiamato sul telefonino il Procuratore, accorso immediatamente sul luogo insanguinato del delitto.
Ci tiene quindi, Bruti Liberati, a elogiare il comportamento successivo delle forze dell’ordine che, armi in pugno, hanno scortato ordinatamente la folla conducendola in luoghi sicuri: «È scattato un piano di evacuazione molto efficiente, senza scene di panico. Gliene va dato merito».
Peccato che nel frattempo Claudio Giardiello è ancora riuscito a gambizzare lungo le scale un commercialista, prima di raggiungere al secondo piano il giudice Fernando Ciampi, freddato con due colpi di pistola.
L’avrà fatto nel giro di pochi minuti, ma ha potuto uccidere ancora. «È ben comprensibile che nessun uomo disarmato abbia osato inseguire Giardiello, dopo la prima sparatoria».
Come ormai è noto, buona parte dell’organico della vigilanza privata è sprovvisto di pistola. Un uomo armato costa 30 euro all’ora, disarmato costa la metà . E i soldi per la sicurezza non ci sono.
Riferisco a Bruti Liberati la denuncia raccolta in via Freguglia sulle carenze del servizio di vigilanza affidato a ditte private. «Per ragioni di immagine sono sempre stato contrario ad appaltare la sicurezza ai privati», risponde, «ma non enfatizziamo. Si tratta di aziende serie che gestiscono anche la sicurezza negli aeroporti milanesi».
Per certi versi, la morte del giudice Fernando Ciampi resta, se possibile, la più assurda.
Probabilmente l’“aggiunta” criminale last minute di un uomo che ormai aveva già commesso l’irreparabile. E che ha stroncato la vita di un anziano magistrato che, nell’Aula magna, la sua collega Marina Talassi ha ricordato con devozione: «Rigoroso, severo, ma poi sempre disposto a accogliere i buoni argomenti degli altri. Le camere di consiglio con Ciampi erano una scuola per tutti noi. Dietro l’apparenza impassibile, nutriva la concezione più alta del diritto come servizio». Marina Talassi voleva concludere assicurando che questo servizio continuerà già da domani senza lasciarsi influenzare dalla paura.
Esita. Prima dice «no, noi non abbiamo paura». Ma si ferma, si corregge: «Forse abbiamo paura, ma dobbiamo vincerla».
È proprio questo il sentimento che aleggia sull’assemblea della Milano migliore. Colpita, spaesata. Perchè non si tratta solo della paura del pazzo isolato che può colpire all’improvviso, quando invece si avverte il logoramento provocato dalle lotte di potere interne – avvocati contro magistrati, politici contro magistrati, a Milano anche magistrati contro magistrati – e dai veleni di un’opinione pubblica incapace di provare solidarietà per gli amministratori della giustizia neppure in una giornata come questa.
Ora tutti vorrebbero che le parole di quella madre che ha avuto la forza di parlare all’indomani dell’uccisione del figlio – «Così Lorenzo non sarà morto per niente» – non rimangano solo un tentativo di consolazione. Tanti giovani avvocati piangevano ascoltandola, quando raccontava le cene in cui Lorenzo Claris Appiani esaltava la nobiltà del giuramento pronunciato da chi accede alla professione forense.
«Attraverso la testimonianza dei miei figli, un avvocato e una magistrata, io vi chiedo che questi due mondi restino uniti»
Sarà per quel presentimento di una giustizia che sta davvero rischiando di infrangersi dentro una società incattivita e insofferente alle regole, ma oggi Milano davvero si è stretta intorno a Alberta Brambilla Pisoni.
Finita la cerimonia, è rimasta lì seduta in prima fila. Disponibile perfino quando si è fatta avanti la selva delle telecamere. Ma soprattutto capace di sorridere a chi le si avvicinava per un abbraccio o una stretta di mano.
All’uscita, sottovoce, l’un l’altro si riferivano sbigottiti certi giudizi sprezzanti pubblicati sui social network.
Dove Claudio Giardiello viene umanizzato alla stregua di un balordo che aveva ben motivo di perdere la testa di fronte a una giustizia che, solo per il fatto di processare le sue truffe, viene trasfigurata in moloch disumano.
È questo scivolamento nel far west metropolitano a inquietare forse più ancora dei buchi neri rivelati dagli apparati di sicurezza.
Un fenomeno studiato da Adolfo Ceretti, forse il più innovativo fra i criminologi italiani, un docente universitario che ha dato vita a vari esperimenti di incontro con persone in difficoltà , spesso in collaborazione con la magistratura.
Non è certo sconosciuta a Ceretti una figura come Giardiello: «La sofferenza urbana non si manifesta solo in patologie psichiatriche vere e proprie. La città si è riempita di persone fluttuanti che si muovono come monadi, totalmente incapaci di gestirsi, per le quali se salta il piccolo progetto individuale salta il mondo. I Cps, Centri di psichiatria sociale, sono porte girevoli prive della strumentazione necessaria, dove tanti disperati delle classi medie e basse vanno, ricevono un farmaco, la pillolina, poi spariscono e magari commettono reati. Il carcere ormai è pieno di detenuti psichiatrici».
Anche Claudio Giardiello ha vissuto questo inutile passaggio dai servizi. Convincendosi che a lui servivano prima i soldi, poi la vendetta, piuttosto che la cura. Schegge di rancore che infieriscono su una giustizia malandata e, a sua volta, colpevolizzata da opinion leader pronti a irridere i magistrati che «fanno le vittime».
È in questo clima che alla Milano perbene, ieri, è toccato piangere degli uomini di giustizia inseguiti e uccisi fin dentro al luogo in cui il crimine dovrebbe essere sanzionato.
E dove invece è stato perpetrato come terribile sfregio.
Gad Lerner
(da La Repubblica”)
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Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
DUE PESI E DUE MISURE: PER RENZI, ALFANO, CANCELLIERI, DE GIROLAMO, LUPI, SORU, DE GENNARO VALGONO ALTRE REGOLE
Due anni fa, giugno 2013, Il Fatto e Libero svelano uno scandalo di lavori abusivi in una palestra e di evasioni dell’Ici e dell’Imu a Ravenna che coinvolge Josefa Idem, campionessa olimpionica di kayak, neodeputata del Pd e neoministra delle Pari Opportunità , Sport e Politiche giovanili del governo Letta.
In pochi giorni, dopo un’imbarazzata difesa insaputista alla Scajola, la Idem si dimette.
Poi sana le sue pendenze col fisco, versando 3 mila euro per le tasse non pagate (col trucco di dichiarare “abitazione principale” la casa-palestra dove si allenava) e 654 euro per l’abuso edilizio (la palestra, spacciata per luogo di allenamento privato, era aperta al pubblico, priva di agibilità e gestita da un’associazione sportiva con dipendenti e iscritti).
Sul piano penale, è ancora imputata per truffa aggravata sui contributi previdenziali erogati dal Comune dopo che la Idem si era fatta assumere dal consorte pochi giorni prima di diventare assessore allo Sport nel 2006.
Esattamente ciò che ha fatto nel 2004 Matteo Renzi con la ditta di strillonaggio del padre, che da Co.co.co. l’ha promosso dirigente alla vigilia delle elezioni che l’hanno portato alla presidenza della Provincia di Firenze (ma, diversamente dalla Idem e da altri amministratori locali, non è stato mai perseguito dalla magistratura fiorentina).
Perchè ricordiamo questa storia, che pare preistoria?
Perchè, quando la scoprimmo e la raccontammo, scrivemmo che la Idem doveva lasciare il governo.
E lei, spinta dal premier Letta, a sua volta pressato dalle mozioni di sfiducia annunciate da 5Stelle e Lega, se ne andò.
Un mese dopo si scoprì che il Viminale, diretto (si fa per dire) dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, aveva fatto arrestare, rinchiudere in un Cie e infine deportare nel loro paese Alma e Alua Shalabayeva, moglie e figlioletta del dissidente kazako Muxtar à„blyazov.
Nuova mozione di sfiducia individuale di M5S, Sel e Lega per Angelino Jolie, scaricato anche da Renzi, sindaco di Firenze.
“Se Alfano sapeva — dichiarò il Rottamatore —, ha mentito e questo è un piccolo problema. Ma, se non sapeva, è anche peggio”.
Poi intervenne Napolitano con un monito pro-Alfano e tutto il Pd, renziani compresi, salvò l’indegno ministro.
A novembre, altro scandalo nel governo Letta: la ministra della Giustizia, Annamaria Cancellieri, intercettata mentre solidarizza con gli amici arrestati Salvatore Ligresti & figlie, e si adopera per farne scarcerare una.
Solito copione: mozione di sfiducia M5S-Sel, Renzi scatenato per le dimissioni, monito salva-ministro
Gennaio 2014: il Fatto svela lo scandalo dell’Asl di Benevento, che investe la ministra dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo (Ncd): pressioni per incarichi a parenti.
Lei prova a resistere, le opposizioni annunciano la mozione di sfiducia, Renzi fa trapelare che se ne deve andare, e lei alla fine lascia.
Febbraio 2014: Matteo il Castigamatti sloggia Letta da Palazzo Chigi e ha finalmente l’occasione di mostrare al governo la sua nobilitate.
E qui casca l’asino. Si riprende Alfano, sempre al Viminale. E imbarca come sottosegretari quattro inquisiti del Pd: la Barracciu, appena convinta a “scandidarsi” alle Regionali in Sardegna; Bubbico, all’epoca imputato per abuso d’ufficio (e in seguito assolto); De Filippo e Del Basso de Caro, indagati anch’essi — come la Barracciu — per peculato negli scandali dell’uso privato di rimborsi regionali (De Caro è stato poi archiviato).
Non contento, candida alle Europee Renato Soru, imputato per evasione fiscale e indagato per falso in bilancio e aggiotaggio; Nicola Caputo e Anna Petrone, consiglieri in Campania, indagati per peculato; e il sindaco di Ischia, Giosi Ferrandino, imputato per falso ideologico e abuso.
Per fortuna Ferrandino non fu eletto per un soffio (fu il primo degli esclusi), altrimenti la settimana scorsa i carabinieri avrebbero dovuto andare ad ammanettarlo a Bruxelles o a Strasburgo.
Soru invece viene eletto. Renzi e i suoi cari ripetono ogni volta a pappagallo che “c’è la presunzione d’innocenza fino alla Cassazione”. C’è tempo.
Così le quote marron si allungano: il sottosegretario Ncd all’Agricoltura, Giuseppe Castiglione, indagato per abuso e turbativa d’asta al Cara di Mineo; e il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, indagato per il porto di Olbia, confermato al suo posto e archiviato.
Poi però finisce nelle intercettazioni dall’inchiesta Grandi Opere, beccato a raccomandare il figlio con Incalza: scaricato e costretto a dimettersi.
Per lui la presunzione d’innocenza non vale: non è indagato.
Ora la Corte di Strasburgo rivela (sai che novità ) che nella scuola Diaz di Genova, al G8 2001, la polizia torturò.
E chi era il capo della Polizia che torturò? Gianni De Gennaro, penalmente assolto ma funzionalmente responsabile di quei fatti ignobili, ora presidente di Finmeccanica.
Forse dovrebbe andarsene, anche perchè lì ha subito ingaggiato come consulente per la sicurezza — pagato dai contribuenti —l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a 3 anni e 8 mesi per falso, reato commesso proprio alla Diaz firmando il verbale che attestava il sequestro (mai avvenuto) di bottiglie molotov.
Perchè mai dovremmo stipendiare l’ennesimo pregiudicato?
Ma il premier assicura a De Gennaro “piena fiducia” perchè “è stato assolto” (Caldarozzi condannato, ma fa lo stesso).
Il Renzi del 2014 avrebbe detto: “Se sapeva, ha mentito e questo è un piccolo problema. Ma, se non sapeva, è anche peggio”.
Il Renzi di oggi dev’essere un omonimo.
In ogni caso, scusaci Josefa: sai com’è, ogni tanto ci capita di distrarci e di pensare di vivere in una democrazia normale.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE SPARATE DEL MINISTRO POLETTI, RIDIMENSIONATE DAL SUO MINISTERO E DALL’ISTAT, LA DOCCIA FREDDA INPS: “NEI PRIMI DUE MESI (RISPETTO AL 2014) IL SALDO ASSUNZIONI È ZERO”
Ben ultima venne l’Inps, con la perfidia dei numeri a decretare la fine dell’affaire Poletti. 
Il verdetto: quanti posti di lavoro ha prodotto finora il Jobs act?
Solo 13 in tutto il Paese, una variazione statistica dello 0 per cento.
Nelle stesse ore in cui a Palazzo Chigi si confezionava la nuova “operazione bonus”, l’Istituto guidato da Tito Boeri archiviava la campagna comunicativa con cui il ministro del Lavoro ha provato a magnificare gli effetti della riforma —nonostante pessimi dati sulla produzione e fatturato industriale — anticipando dati incompleti: “Nei primi due mesi dell’anno ci sono 79 mila nuovi contratti a tempo indeterminato rispetto al primo bimestre 2014”, annunciava Giuliano Poletti a fine marzo, anticipato di poco dal tweet di giubilo del premier Matteo Renzi: “L’Italia riparte”.
Un dato che riferiva solo le “attivazioni”, ma non le “cessazioni”.
Pochi giorni e il bluff è scoperto: pressato, il ministero ammette che considerate le seconde, le prime sono 45.703 (34 mila in meno).
Poi arriva l’Istat: a febbraio ci sono stati 44 mila occupati in meno (quasi tutte donne) e 23 mila disoccupati in più, con la disoccupazione che sale al 12,7 per cento (lo 0,2 in più rispetto a febbraio 2014, primo mese dell’era Renzi a Palazzo Chigi) e quella giovanile che arriva al 42,5 per cento.
Veniamo ai numeri di ieri: nel comunicato diffuso dall’Istituto di previdenza colpisce lo 0,0% cifrato sotto la colonna “variazione percentuale” del totale delle assunzioni tra gennaio- febbraio 2015 e lo stesso periodo dello scorso anno.
Nei primi due mesi dell’anno i contratti di lavoro attivati sono stati 968.883, rispetto ai 968.870 del bimestre 2014: la differenza fa, appunto, 13, meno di un rumore statistico.
Il balzo in avanti lo fanno invece i contratti a tempo indeterminato, quelli che beneficiano della generosa decontribuzione stanziata dal governo con la legge di Stabilità (fino a un massimo 8.060 euro l’anno, per tre anni): aumentano del 20,7 per cento, portando la quota di lavoro stabile dal 37,1 al 41,6 per cento.
Nello stesso tempo, però, diminuiscono i contratti a termine (-7 per cento) e di apprendistato (-11,3 per cento), e questo porta il saldo a zero.
Nel 2013, per dire, non solo vennero siglati più contratti, ma la quota di precari era più bassa. Significa che la qualità del lavoro — adeguatamente sussidiata — sta migliorando perchè molti contratti precari vengono chiusi e riconvertiti in stabili per poter usufruire della decontribuzione.
Qui però si inserisce un dato inquietante: le conversioni stanno comunque scendendo di numero, sono 10 mila meno di gennaio-febbraio 2014, e quasi 60 mila rispetto al 2013. Significa che gli incentivi del governo stanno tamponando una probabile emorragia di posti di lavoro.
“Per aumentare l’occupazione serve la crescita — spiega l’economista Pietro Garibaldi, padre insieme a Boeri del contratto unico a tutele crescenti (partito il 7 marzo) — senza la domanda interna e con l’economia piatta è davvero difficile che si muova qualcosa”.
Eppure sempre secondo l’Inps, nei primi due mesi c’è stato un boom di richieste per la decontribuzione: 76 mila aziende per un totale di 276 mila lavoratori.
Numeri che esaurirebbero in poco tempo le risorse stanziate dal governo.
Nelle legge di Stabilità ci sono infatti 1,9 miliardi nel 2015 (altri 5 fino al 2017) in tutto. Secondo Poletti, con questi soldi si può arrivare fino a un milione di nuovi posti di lavoro. Anche qui è stato però smentito: come ha spiegato la fondazione dei consulenti del lavoro per arrivare a quella cifra —anche ipotizzando una decontribuzione di 4.130 euro — servono 4,7 miliardi.
All’appello ne mancano quindi 2,8. “Mi pare che sia assolutamente evidente la propaganda che è stata fatta”, ha commentato gelida la leader della Cgil Susanna Camusso: “Mi pare che siano la conferma che si stanno spendendo molte risorse per tenere lo stesso livello di occupazione e, quindi, per un Paese che non ha risorse sia un errore”.
Critica anche la Uil: “L’occupazione non è aumentata, c’è stato solo un riciclaggio di posti di lavoro”, ha spiegato il segretario generale Carmelo Barbagallo: “Peraltro — ha continuato — parlare di contratti a tempo indeterminato potrebbe rivelarsi una forzatura. Quanti sono gli imprenditori che hanno assunto con questa forma solo per fruire dei vantaggi fiscali, pronti poi a licenziare?”.
Visti i dati, ieri nessuno dal governo nè dalla maggioranza ha deciso di commentare.
Silenzio totale.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA SI AGGRAPPA ALL’EX SINDACO DI LECCE, MA FDI IN PUGLIA VUOLE SCHITTULLI E LA MELONI RISCHIA DI PERDERE LA FACCIA… PER SALVINI “NON RAPPRESENTA IL NUOVO” E BOCCIA LA PROPOSTA, FITTO SE LA RIDE
Adriana Poli Bortone, ex ministro nei governi guidati da Berlusconi ed ex sindaco di Lecce: potrebbe essere lei il candidato alla presidenza della Regione Puglia di Forza Italia dopo lo strappo tra il partito dell’ex Cavaliere e Raffaele Fitto, da contrapporre a Francesco Schittulli, l’oncologo che ha virato sull’ex ministro pugliese leader dei Ricostruttori.
Ad annunciarlo il coordinatore regionale del partito berlusconiano in Puglia, Luigi Vitali: “Dopo la nostra riunione, proponiamo all’unanimità la senatrice Adriana Poli Bortone quale candidato per Forza Italia e la coalizione di centrodestra, con la lista di Salvini e tutti gli altri che si riconoscono in questa coalizione, augurandoci che questa candidatura sia condivisa e accettata dalla stessa senatrice Poli Bortone e condivisa con Fratelli d’Italia e Salvini. Ci auguriamo che sia la candidatura migliore per rappresentare l’intero centrodestra”.
La diretta interessata non ne sapeva nulla e dichiara il suo imbarazzo: “Mi devo sentire con il mio partito per capire se ci sono le condizioni. Quello che è accaduto ieri, ovvero la rottura di un fronte non è piacevole. Per questo discuteremo all’interno del partito e vedremo che decisioni assumere: non sono un organismo a sè stante, dobbiamo decidere discutendo all’interno del partito e capire cosa fare”.
L’ex senatrice non è nuova alla sfida regionale in Puglia. Anche cinque anni fa scese in campo come candidato presidente in Puglia ma con l’Udc in contrapposizione alla candidatura del fittiano Rocco Palese che perse in favore di Nichi Vendola.
In Puglia Fratelli d’Italia tiene il punto. “Il nostro candidato a oggi è Schittulli. Vogliamo capire cosa sta avvenendo in questo momento, perchè il nome di Poli Bortone è prestigioso, ma questa decisione di Forza Italia non è stata condivisa con la segreteria regionale e nazionale del partito”, afferma il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato.
Il ritorno di Adriana Poli Bortone manda praticamente in soffitta la candidatura dell’outsider Federica De Benedetto, l’imprenditrice leccese di 30 anni, che Vitali aveva chiamato come sua vice insieme ad altre tre donne, pronta a scendere in campo.
In Puglia, dunque, si va verso l’alleanza tra “Noi con Salvini” e Forza Italia. Entro le prossime ore potrebbe arrivare il sì definitivo a quello che i sostenitori di Salvini definiscono un “matrimonio forzato” con Forza Italia, ma che potrebbe portare la mini coalizione a superare la soglia dell’8% per entrare in Consiglio regionale.
Dopo la spaccatura definitiva tra gli azzurri, divisi tra i ricostruttori dell’eurodeputato Raffaele Fitto, e i fedeli di Silvio Berlusconi, Francesco Schittulli correrà con il sostegno di Fratelli d’Italia, Raffaele Fitto e Ncd.
Giordano spiega di aver sentito in mattinata il responsabile delle liste di Salvini al Sud, il senatore Raffaele Volpi: “Mi ha detto che le possibilità di andare con FI – sottolinea Giordano – sono ancora al 50%”, ma la sensazione è che alla fine “andremo ad applicare scelte politiche tattiche fatte a livello centrale”.
Ma, pur considerando “brave persone” i possibili candidati di FI, Luigi Vitali, Adriana Poli Bortone e Francesco Paolo Sisto, Noi con Salvini crede “non rappresentino il ‘nuovo'”.
Il “fidanzamento forzato con FI – sottolinea Sasso – potrebbe diventare meno forzato se il candidato fosse di nostro gradimento, o potrebbe diventare un matrimonio se il candidato fosse il nostro. Ma la “Poli Bortone – rileva – non è di nostro gradimento, glielo dico tranquillamente. E non ci faremo imporre un nome da Berlusconi”.
Farsa Italia continua e Fitto se la ride.
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
MA VITALI NON TROVA NESSUNO DISPOSTO A METTERCI LA FACCIA: A FORZA DI RICATTI, IL CERINO GLI E’ RIMASTO IN MANO… CON FITTO TUTTI I CONSIGLIERI USCENTI DI FORZA ITALIA, OLTRE A NCD, FDI, AN E LISTE CIVICHE
“Dopo le parole di oggi Schittulli non è più il candidato di Forza Italia. Dobbiamo trovarne un altro e
fare presto, a meno che qualcuno non faccia il miracolo nella notte e questo spetta allo stesso Schittulli e a Fitto…”.
Luigi Vitali, commissario regionale azzurro in Puglia, è furioso nei confronti di Francesco Schittulli e annuncia che Forza Italia è pronto a cambiare cavallo: “Schittulli ci ha fatto perdere tempo, grazie a lui siamo arrivati al 10 aprile, ora stiamo già lavorando per trovare un altro nome”.
L’ex sottosegretario alla Giustizia assicura di avere “in mente il profilo” del prossimo candidato azzurro alla presidenza della Regione, ma l’ultima parola spetterà a Silvio Berlusconi: “O sarà un esponente della società civile o un politico”.
Vitali rivela di aver sentito Silvio Berlusconi al telefono prima della conferenza stampa di Schittulli per concordare la linea, che prevedeva il ritiro del sostegno azzurro all’oncologo qualora avesse accettato l’appoggio di Raffaele Fitto.
“E’ davvero assurdo – avverte Vitali – Dopo aver estromesso pubblicamente Forza Italia dalla coalizione a suo sostegno, ora Schittulli si augura che, nelle prossime ore, Forza Italia entri nella coalizione, ma di che parliamo… per noi da oggi Schittulli non è più il nostro il candidato”.
Alla conferenza stampa di Schittulli hanno partecipato numerosi consiglieri regionali azzurri uscenti vicini a Fitto, oltre ai portavoce delle forze politiche del centrodestra che sostengono l’ex presidente della Provincia di Bari.
“Ho fatto di tutto per unire il centrodestra – era stato lo sfogo in mattinata di Schittulli – Ho posto delle condizioni sia a Fitto che a FI. Fitto le ha accolte accettando che le liste fossero forti e competitive. FI deve decidere e sciogliere questa aspettativa che io propongo, sulla certezza della vittoria del centrodestra”.
Il candidato presidente alle prossime Regionali aveva così di fatto aperto la sua campagna elettorale facendo appello “agli amici di Forza Italia perchè si possa procedere spediti e insieme”.
“Ringrazio Fratelli d’Italia e gli amici di Alleanza nazionale che sin da subito mi hanno sostenuto ma anche Ncd che mi sostiene” ha proseguito Schittulli che ha aggiunto: “So che la politica è a volte tattica, ma la tattica a lungo andare logora la credibilità . La politica ha bisogno di orizzonti, di coraggio e di coerenza”.
Alla conferenza stampa di Schittulli hanno presenziato numerosi consiglieri regionali uscenti di FI vicini a Raffaele Fitto oltre ai portavoce delle forze politiche del centrodestra che sostengono l’ex presidente della Provincia di Bari.
“Mi auguro che ci possa essere questa intesa con FI, io sono disponibile”, ha detto ancora il candidato presentando il suo manifesto elettorale per le prossime regionali in Puglia.
La polemica con il commissario regionale del partito Luigi Vitali continuava a distanza e il clima che si respirava al comitato dell’oncologo barese era già di grande pessimismo.
Posizioni politiche molto distanti “ma io non credo – diceva ancora Schittulli prima della reazione del possibile alleato – perchè se facciamo prevalere il buon senso questo sarà anche nell’interesse dei pugliesi. Certo FI è un elemento più che necessario per il centrodestra ma dico a Vitali che Schittulli è uno solo. Il conflitto tra Fitto e Berlusconi non interessa nè a me nè ai pugliesi. Io ho la responsabilità di unire le forze del centrodestra ma devo anche far si che vengano schierate le forze migliori. Mi auguro con caparbietà che prevalga il buon senso”.
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA PROVA A STRUMENTALIZZARE LA SOSPENSIONE DA FACEBOOK, MA LA VERITA’ VIENE A GALLA
Prendi questa mano “zingara”, il mio cuore è uno “zingaro” e va.
Ho messo questo status in due profili Facebook che portano il mio nome e ho atteso di essere cacciato.
Tutto tranquillo, nessuno mi ha segnalato e i profili sono on line.
Questo prova che non esiste nelle policy di Facebook nessun divieto di usare il termine “zingaro/a” che è tranquillamente pronunciabile anche oggi giorno, sia on line sia nella vita concreta, esattamente come usava ai tempi della nonna di Matteo Salvini.
Questa è una doverosa precisazione per arginare una speculazione, esplosa sull’onda del vittimismo sollevata dalla star onnipresente in ogni loculo del telegiornalismo nazionale.
“Sono stato sospeso da Facebook per 24 ore per aver usato il termine ‘zingari’ che usava mia nonna” ha annunciato Salvini a Radio Padania.
Lo sdegno per vile atto censorio degli scherani di Mark Zuckerberg è così rimbalzato nei suoi consueti passaggi di talk in talk, dove da mesi il leader del Carroccio fa la parte indiscussa di Wanda Osiris.
E’ quindi chiaro che se anche solo un frammento minimo della sua impalcatura d’immagine riflessa viene a mancargli, e anche solo per 24 ore, per lui diventa un serio problema.
Nel caso della censura per la sola parola “zingaro” però la sparata è un po’ grossa.
Un suo post sui campi rom è stato segnalato e come prassi, precisa Facebook, il profilo pur visibile è congelato per un giorno.
Sul fatto che sia stato o meno degno di segnalazione si può disquisire a volontà ; è probabile che chi lo abbia segnalato abbia considerato, più della frase di Salvini, il fatto che il post abbia scatenato un contesto di reazioni in cui la discriminazione e il razzismo entrano nell’ area del reato, quindi lecitamente censurabili se il titolare del profilo non provvede a rimuovere i commenti dei suoi “amici” o seguaci.
In ogni caso, esilio o non esilio, Salvini alle 13 di ieri ha pubblicato sulla sua fan page: “Facebook ha bloccato il mio profilo personale per 24 ore per la presenza delle parole “zin*ari” e “zin*are” in due post” e invita tutti a linkare l’ omonima canzone di Iva Zanicchi da YouTube.
Il gioco potrebbe sembrare anche divertente, se un certo Aaro non avesse poi ripubblicato un ritratto di Hitler con la frase “Non siete altro che pellet”.
Segue un certo Davide con la foto di un campo con delle roulotte incendiate e la scritta “50 sfumature di Rom”.
Appaiono vari ritratti duceschi, di cui uno chiosato “Je suis la solution”.
Un signore barbuto che mette il colpo in canna alla pistola “sono stufo di questa merda”.
Ancora Hitler sorridente: “Vieni caro che ti porto in un bel posto…”
E un certo Valerio che scrive: “Propongo questo” e la foto di un manganello con manico tornito e la scritta “Dux Mussolini” sull’affusto nero antracite.
Nulla di particolarmente originale, è in fondo la classica iconografia che da settanta anni alimenta dei dementi.
Altra cosa è che il segretario della Lega ne condivida la presenza nello spazio social sormontato dalla sua fotografia.
Gianluca Nicoletti
(da “La Stampa”)
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL COMUNE BRINDISINO ERA STATO SCIOLTO PER INFILTRAZIONI MAFIOSE NEL 2014… ARRESTATE 14 PERSONE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, PECULATO E CORRUZIONE
Associazione per delinquere, peculato, corruzione, turbata libertà degli incanti e calunnia. 
Sono queste le accuse che hanno portato all’arresto di Francesco Cascione, l’ex sindaco di Cellino San Marco, comune commissariato per infiltrazioni mafiose, e della sua giunta, rimossa nell’aprile del 2014.
In tutto sono 14 le ordinanze di custodia cautelare eseguite dai carabinieri di Brindisi. Cascione, avvocato penalista, di Forza Italia, è stato condotto in carcere e a lui sono contestati reati contro la pubblica amministrazione.
Si tratta di un provvedimento richiesto dal pm della procura di Brindisi, Antonio Costantini, e disposto dal gip Paola Liaci.
Le misure cautelari eseguite oggi riguardano anche quattro imprenditori delle province di Brindisi, Bari e Lecce e una persona — a quanto si è appreso — vicina alla organizzazione di tipo mafioso Sacra corona unita.
Sono state emesse all’esito dell’indagine chiamata ‘Do ut des’ che ha portato alla luce, secondo gli investigatori, una vera e propria organizzazione criminale, facente capo a Cascione uscente, che pilotava sistematicamente gli appalti ed i concorsi comunali, in cambio di tangenti.
Nel mirino anche un concorso per vigili urbani per il quale furono affissi volantini in città che denunciavano irregolarità .
(da “il Fatto Quotidiano”)
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