Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
ALL SYSTEM SI CHIAMA FUORI: QUEL VARCO NON È NOSTRO, PRESIDIAMO GLI ALTRI SEI
Una “falla”, la definisce il premier Matteo Renzi. 
Mentre il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, aggiunge “evidente”: “I sistemi di sicurezza hanno palesato una falla evidente”.
E tre cadaveri in un tribunale sono decisamente evidenti.
Ma dove fosse questa falla ancora non si sa. Nè di chi sia la responsabilità .
Chi gestisce la sicurezza nella cittadella giudiziaria milanese? Quella esterna, cioè gli ingressi, è competenza dei Comuni d’intesa con le Prefetture e può essere appaltato ad aziende private.
E di fatto a Milano l’amministrazione oggi guidata da Giuliano Pisapia ha assegnato la gestione della sicurezza attraverso un appalto pubblico a due società esterne: la All System e la Securpolice. La prima è la più importante.
Non solo perchè ha la vigilanza armata (la Securpolice gestisce la “guardiania non armata”) ma soprattutto perchè dei sette ingressi del Palazzo di Giustizia di Milano ne controlla ben sei.
Il contratto è stato sottoscritto dal Comune nel maggio 2010, quindi dalla giunta ancora guidata da Letizia Moratti, per un corrispettivo di 8,2 milioni di euro.
Il contratto è però stato aggiornato il 17 maggio 2013 a seguito di alcuni ricorsi al Tar che riguardavano la legittimità dell’affidamento.
Nel testo la Allsystem viene indicata come “ca pogruppo” insieme a una terza società : la Gf Protection.
Il contratto scade il 30 aprile prossimo e dovrebbe rinnovarsi per tacito accordo tra le parti. Del resto come non fidarsi: la società si è da poco aggiudicata anche l’appalto da 20 milioni di euro della sicurezza a Expo 2015 come capogruppo di una rete di imprese di vigilanza, tra cui compare anche la Ivri.
Il bando è stato assegnato due mesi, il 30 gennaio. Allsystem è operativa per lo più nel Nord-ovest, ha oltre 2.300 dipendenti che gestisce direttamente.
In via delle Forze Armate, presso la sede milanese, ieri nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni.
L’ufficio stampa ha però emesso un comunicato in cui “tiene a precisare quanto segue: dei 7 varchi complessivi di accesso al Tribunale, Allsystem ne presidia 6 e, per quanto si è potuto constatare fino a questo momento attraverso lo sviluppo delle immagini degli accessi che è ancora in corso, la persona imputata dei fatti ha avuto accesso dal varco di via Manara, ingresso riservato ai soli avvocati e magistrati, che non è presidiato e in carico alla Allsystem, ma di responsabilità di altra società ”.
Forse la Securepolice, che però può svolgere vigilanza esclusivamente agli ingressi non presidiati da metal detector?
Per cercare di fare chiarezza sulle responsabilità oggi a Palazzo Marino si riunirà una sorta di comitato convocato da Carmela Rozza, assessore ai lavori pubblici, competente dell’appalto per la vigilanza esterna dei palazzi di giustizia.
La competenza interna, invece, è disposta sulla base di provvedimenti che competono al procuratore generale presso la Corte d’appello.
I metal detector, invece, dipendono direttamente dal Viminale, non dal Comune e dal ministero della Giustizia.
Ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che era a Milano per un vertice proprio sulla sicurezza in Prefettura assieme al titolare del Viminale, Angelino Alfano, dopo aver incontrato i vertici degli uffici giudiziari del capoluogo lombardo, ha sintetizzato: “I sistemi di sicurezza tecnologici erano funzionanti ma le indagini dovranno chiarire, il sistema di sicurezza ha visto compiersi un insieme di errori gravi”.
A venti giorni esatti dall’inaugurazione di Expo, con norme antiterrorismo ferme in Parlamento ormai da mesi e tre cadaveri in un palazzo di giustizia.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
E A PRESIDIARE I TRIBUNALI ABBIAMO MANDATO LE GUARDIE GIURATE
Forse esagera Gherardo Colombo, sopraffatto dall ‘ emozione per l’assassinio dell ‘ ex collega e amico Ferdinando Ciampi, quando collega la sparatoria di ieri al Palazzo di Giustizia di Milano al “brutto clima” che si respira intorno alla magistratura.
Ma il folle ragionamento che ha portato il killer Claudio Giardiello a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato-testimone, e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito nè isolato.
Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati che l ‘ hanno scoperto, invece di guardarsi allo specchio e battersi il mea culpa sul petto.
E siccome gli imputati eccellenti possiedono giornali e tv, o hanno amici che li possiedono, o avvocati in Parlamento, o magari vi siedono essi stessi, sono riusciti a dirottare l ‘ attenzione dai crimini e da chi li commette verso i pm che li smascherano e i giudici che li processano.
Da dove nasce l ‘ossessione contro i magistrati, i pentiti, i testimoni e le intercettazioni, che ha prodotto una raffica di leggi per smantellare i più preziosi strumenti di indagine e di raccolta delle prove, se non dall ‘ansia di una classe dirigente ad altissimo tasso criminale di liberarsi del controllo di legalità per
delinquere indisturbata?
È la stessa radice “culturale” che ha appena prodotto la legge — unica al mondo — sulla responsabilità civile dei magistrati, che consente a qualunque imputato (nel penale) o denunciato (nel civile) di chiedere i danni allo Stato — senza filtri di ammissibilità — per qualsiasi decisione sgradita del suo giudice, nella speranza di costringerlo ad astenersi, cioè di sbarazzarsene al più presto e di trovarne un altro più morbido o più spaventato.
Il killer Claudio Giardiello non disponeva di questi strumenti per spaventare i suoi giudici. Non aveva un partito alle spalle, nè avvocati famosi e/o parlamentari, nè tv o giornali disposti a scatenare campagne mediatiche a suo favore.
Non poteva contare su una maggioranza parlamentare pronta ad approvare mozioni sulla nipote di Mubarak.
Nè sguinzagliare 150 fra deputati e senatori per cingere d ‘ assedio il Palazzo di Giustizia di Milano, come fecero gli eletti del Pdl l’11 marzo 2013, prima con un
sit-in sulla scalinata e poi con l ‘ascesa in massa fino all ‘aula di Tribunale al quarto piano, dove si celebrava una delle ultime udienze del processo Ruby.
Chissà se quell’indegna gazzarra è tornata in mente al cosiddetto ministro dell ‘ Interno Angelino Alfano. Il quale, due anni fa, guidava la falange berlusconiana all ‘ assalto del tribunale milanese.
E ieri balbettava, alle prese con l’ennesima catastrofe della sicurezza nazionale nello stesso identico edificio.
Il tutto, a due settimane dall’inaugurazione di Expo nella stessa identica città , Milano, che dovrebbe essere la più presidiata d’Italia, dopo le ricorrenti minacce dell’Isis in vista dell’evento.
Il fatto poi che a garantire la sicurezza (si fa per dire) del Palazzo di Giustizia di Milano — come di quasi tutti quelli del resto d’Italia — sia una ditta di vigilanza privata aggiunge un tocco di tragicommedia al tutto.
Pochi lo sanno e molti l’hanno scoperto ieri: ma da anni non sono più i carabinieri e le altre forze dell’ordine a presidiare i tribunali.
Sono imprese di guardie giurate a cui lo Stato (si fa per dire) ha deciso di appaltare il servizio di sorveglianza dopo averlo “esternalizzato”.
Esattamente come ha fatto con il servizio delle intercettazioni, affidato a ditte private, da cui lo Stato affitta ogni anno le apparecchiature con costi esorbitanti (senza contare quelli che impongono le compagnie telefoniche allo Stato concessore incapace di imporre loro il servizio gratuito).
Salvo poi scoprire, per esempio, che il manager della milanese Research Control System, appaltatrice delle intercettazioni delle Procure di Milano e di Palermo, aveva rubato la bobina di un colloquio segretato tra Fassino e Consorte e l’aveva donata a Berlusconi per il Natale del 2005, e soprattutto per la campagna elettorale del Giornale del 2006.
La stessa fu poi incaricata di distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano sulla trattativa Stato-mafia il 22 aprile 2013, dopo la sentenza della Consulta.
Con quali garanzie di segretezza, meglio non pensarci.
È la privatizzazione strisciante della giustizia e dell’intero Stato, che accomuna i governi degli ultimi anni, di destra e di sinistra, politici e tecnici, all’insegna —tutta da verificare —del risparmio e dell’efficienza.
Chi ha mai condotto una seria analisi del rapporto costi-benefici dell’esternalizzazione del servizio di intercettazioni e, soprattutto, di vigilanza nei tribunali?
Davvero ingaggiare dieci o venti contractor costa meno che piazzare agli ingressi altrettanti carabinieri o poliziotti?
E come vengono scelte le imprese appaltatrici dai Comuni e dal Viminale?
E queste con quali criteri assumono il personale?
Siamo sicuri che, a vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità di magistrati, avvocati, testimoni, imputati, parti civili, collaboratori di giustizia, uomini delle scorte e personale ausiliario, non ci sia qualche mafioso o qualche amico degli amici?
O, più semplicemente, qualche travet con la divisa e il pistolone che ama giocare alla guerra ma, al primo cenno di pericolo, corre a nascondersi al cesso o sotto un tavolo per portare a casa la pelle?
Per queste ragioni, alcuni anni fa, i pm di Palermo si ribellarono alla proposta di privatizzare la sicurezza del loro Palazzo di giustizia, che infatti è uno dei pochissimi ancora presidiati dall’Arma.
Di questo si dovrebbe discutere al Csm, in Parlamento e in Consiglio dei ministri, ora che si chiude il pollaio quando la volpe è entrata.
E con la massima naturalezza è riuscita là dove avevano fallito persino i terroristi e i mafiosi: fare strage in un’aula di tribunale.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “SE NON SI FIDA PIU’ DI ME VADA ALTROVE”… IL PROGETTO DI UN ASSE CON ALFANO, TOSI E NUOVE AGGREGAZIONI
La “cosa bianca” del dopo-Berlusconi prende già forma. 
Primo banco di prova le regionali, per strappare consiglieri e radicarsi, dal Veneto alla Puglia passando per la Campania.
Per decollare subito dopo, quando i pezzi del centrodestra ormai recisi dal corpaccione berlusconiano tenteranno una qualche forma di federazione sotto le bandiere di un Ppe in salsa italiana.
Angelino Alfano e i centristi (settanta parlamentari) dell’Area popolare con Flavio Tosi ormai “ex” del Carroccio di Salvini, per arrivare a Raffaele Fitto e ai suoi trenta tra deputati e senatori, a un soffio dalla scissione.
È tutto un mondo in movimento, destinato a trasformarsi in calamita per le tante anime in pena dentro Forza Italia e tentate dal tagliare la corda dopo il probabile big bang del 31 maggio.
Un’operazione che, per compiersi, necessita però di alcuni passaggi.
Uno dei principali è l’effettivo addio di Raffaele Fitto al suo partito. Condizione che potrebbe maturare già nelle prossime ore.
Questa mattina, a Bari, nella conferenza stampa di lancio della coalizione moderata che lo sosterrà , il candidato governatore Francesco Schittulli si presenterà senza il simbolo del partito berlusconiano.
Al suo fianco, i Ricostruttori di Fitto e l’Ncd, con altre sigle minori. Ma non Forza Italia, appunto.
«Attendiamo ancora un invito ufficiale, se non arriverà ne prenderemo atto e andremo per la nostra strada», diceva ancora ieri il commissario forzista pugliese Luigi Vitali. L’invito non arriverà .
Perchè anche Raffaele Fitto attenderebbe entro stamattina un comunicato ufficiale con cui Forza Italia firmi di fatto la resa: una figura di garanzia (Altero Matteoli il primo dei nomi proposti) che presenti la lista a Bari (al posto di Mariarosaria Rossi o di un suo delegato) e soprattutto la presenza in squadra di tutti gli uscenti e di altri 8-10 amministratori locali vicini proprio all’eurodeputato.
Fitto, ieri sera, serafico: «Io non ho pregiudizi, se accettano le nostre condizioni, siamo felici di correre sotto le insegne di Fi».
Una provocazione, vista dal fortino di Villa Certosa dove Silvio Berlusconi è rimasto chiuso anche ieri. Le condizioni sono state bocciate, giudicate irricevibili.
Lo sfogo dell’ex Cavaliere coi suoi non sembra lasciare margini.
«Altri prima di Fitto hanno pesato di avere il mondo in mano, poi si è visto com’è finita», si è lasciato andare alludendo ai vari Fini, Casini, Alfano.
«Raffaele non si fida dei miei uomini? Vuol dire che non si fida più di me, vada altrove». Lo considera già un corpo estraneo.
Per questo ha promesso a Vitali che in Puglia farà tappa due se non tre volte: la battaglia contro il pd Emiliano è persa, ma l’obiettivo adesso è scalzare proprio il duo Fitto-Schittulli e relegarlo al terzo posto.
«Si tratterà fino all’ultimo – spiega cauto dalla Liguria l’altro candidato governatore, Giovanni Toti – detto questo, abbiamo un piano alternativo. Saremo in corsa comunque coi nostri uomini in Puglia, anche con Matteo Salvini che non vede l’ora di misurarsi al Sud con la sua lista. E a quel punto – conclude il consigliere di Berlusconi – mi sembra difficile che Giorgia Meloni possa stare altrove».
Proprio in Liguria, Forza Italia sogna ora il colpaccio e di sfruttare le scintille in seno al pd.
Un ultimo sondaggio Euromedia datato 8 aprile darebbe Raffaella Paita (Pd) al 32,5 per cento, proprio Toti al 29,7, a meno di tre punti e con la campagna appena iniziata, il candidato grillino Alice Salvatore al 20,9 e Luca Pastorino della Sinistra al 16,9 (ma col 43,6 di indecisi).
E domenica probabile abbraccio pubblico tra Salvini, il riluttante Rixi (ex candidato alla Regione per la Lega) e lo stesso Toti.
Ma è in Veneto che Flavio Tosi – altro caposaldo della “Cosa bianca” a Nord – punta a strappare consensi decisivi agli ormai avversari forza-leghisti. Con Alfano alla sua sinistra e Fitto a destra.
«Anche in Veneto Fi sta mettendo fuori tutti i fittiani – denuncia la senatrice forzista Cinzia Bonfrisco – a costo di presentare liste deboli », la scelta per la fronda forzista appare fatta anche nel Nordest.
Le regionali tuttavia serviranno giusto per recidere gli ultimi cordoni che legano al loro passato i quarantenni già al lavoro per un’altra forza moderata e “popolare”, da Tosi a Fitto ad Alfano.
La partita si aprirà dal primo giugno. A loro potrebbero guardare i tanti che, come la senatrice Manuela Repetti (ex Fi col compagno Sandro Bondi), sono convinti che «la sfida è un nuovo progetto di centro alleato con Renzi».
Poi ci sono i parlamentari vicini a Denis Verdini, ormai in rotta con Berlusconi al punto da voler onorare il patto del Nazareno e votare le riforme. Già , il premier.
È il vero elemento di contraddizione all’interno di questo puzzle ancora informe. Alfano siede al suo fianco a Palazzo Chigi, Raffaele Fitto non ne vuol sentire parlare. Ma da qui alle politiche, tra due o tre anni, tutto lo scenario è destinato a mutare.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
RIMBORSI BENZINA COME SE FOSSE A MILANO MA ERA AD AOSTA, DICEVA DI ESSERE A VICENZA MA ERA A GENOVA EST, PAREVA A CREMONA INVECE ERA A SPEZIA… E A PONTIDA PASSA IL CONTO DI UN B&B MA ERA IN COMPAGNIA… E QUESTO AVREBBE DOVUTO ESSERE IL CANDIDATO GOVERNATORE DEL CENTRODESTRA?
Le carte sull’inchiesta delle spese pazze in Regione Liguria rivelano aspetti inquietanti:, compresi strani mal di pancia e malesseri.
A Matteo Rosso, quando era capogruppo del Pdl, la Finanza contesta di non aver controllato i rimborsi di medicinali presentati dai consiglieri: Imodium per i disturbi intestinali, Antoral per il mal di gola, l’antibiotico Zimox.
Il capogruppo di Forza Italia, Marco Melgrati, per far risparmiare l’assistente, le prestava la Viacard di servizio.
Edoardo Rixi, ex candidato alla presidenza della Regione per la Lega, all’epoca aveva il dono dell’ubiquità : presentava il rimborso dell’autostrada per un viaggio a Milano per “l’espletamento del mandato popolare”, ma dal Telepass risultava invece ad Aosta.
E che dire di Luigi Morgillo? Il vicepresidente del consiglio regionale di Liguria Libera ha presentato le fatture di un viaggio a Bolzano per un incontro con amministratori e parlamentari della provincia autonoma (659 euro all’hotel Greif), ma nella camera 105 con lui dormiva anche la moglie.
È un potpourri di “spese pazze” quello che emerge negli atti di fine indagine dell’inchiesta del pm Francesco Pinto.
Le contestazioni della Finanza, spaziano dalle cene in ristoranti tipo la “Cuccagna” fino ai viaggi, dagli acquisti di sigarette alle compresse.
I viaggi.
A Sofia, in Bulgaria, Luigi Morgillo si reca per un incontro con l’ambasciatore dal 15 al 18 giugno del 2010.
Richiede un rimborso al centesimo di 904,69 euro tra aereo e albergo, ma stranamente i servizi vengono conteggiati tre volte.
Il 105 non gli porta bene.
A Saturnia non ci va per lavoro, ma per le terme. Prenota una camera con lo stesso numero di quella di Bolzano, gode di trattamenti benefici e presenta un conto di 1.415 euro.
La fattura svela inequivocabilmente che si trovava in compagnia della moglie.
Edoardo Rixi stupisce: a Pontida, per il raduno, alloggia in un B&B, ma secondo la Finanza il conto è per due persone.
La stanza 206 Alessio Saso (Ncd) non la prenderà più: all’hotel Duomo di Orvieto hanno scoperto che non era solo. La famiglia è la famiglia.
Alessandro Benzi del Gruppo Misto, all’hotel Cavour di Firenze (per presenziare a un forum internazionale), si è portato moglie e due figli, spendendo per due notti 403,70 euro.
Il 16 marzo 2011, l’assessore Pd allo Sviluppo economico Renzo Guccinelli “scende” a Roma per una riunione del proprio partito.
A tradirlo è la tassa di soggiorno emessa dall’hotel residenza in Farnese che “segnala” due persone per 104 euro.
I ristoranti.
Rosario Monteleone ci ha provato. Ad Assisi e Bologna già che c’era ha tirato fuori 421 euro di albergo e 52 euro al ristorante Diana: carta canta, così i funzionari addetti al controllo quando hanno visto la fattura per due persone, l’hanno dimezzata.
Nicolò Scialfa, invece, quando è stato a Roma per una riunione di partito, ha chiesto un rimborso per il ristorante Nazareno. Una batosta: 409 euro. Non per un pasto pantagruelico. Erano in tre.
In generale in tanti fanno finta di niente.
Matteo Rossi, ex Sel, si reca dai Latini (storico locale), paga 85 euro, ma c’è un ospite. Fatture ritoccate (Quaini sbaglia i calcoli, mette nei rimborsi pure le sigarette; Scibilia i giocattoli), errori casuali (Monteleone va alla Piccola Roma, alla Bettola del Buttero e spende per cinque) in cui compaiono, due, tre quattro persone inserite come ospiti a carico della Regione.
È un comportamento abbastanza comune (vedi Gino Garibaldi ex Pdl ora Ncd, il capogruppo di Forza Italia, Marco Melgrati) presentare ricevute da 100 fino a 800 euro anche se a tavola c’erano amici e conoscenti.
Le autostrade. Melgrati e Rixi pareggiano.
Prendiamo in esame il 22 dicembre 2010.
Il primo risulta entrare al casello di Pietra Ligure alle 20.09 e nuovamente dopo otto minuti. Non è lui, ma la segretaria che usa la sua Viacard: sono quasi 150 i passaggi sospetti riscontrati dalla Finanza da settembre 2010 a settembre 2012.
Rixi, invece, presenta rimborsi da 106 euro per viaggi a Cremona, quando le Fiamme gialle invece appurano analizzando il Telepass che si trovava a La Spezia.
E se diceva di essere a Vicenza, risultava che girasse tra Genova Est e Ovest.
Stefano Origone
(da “La Repubblica“)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
“NON MI SONO DIMESSA, MI HANNO SOSTITUITA PERCHE’ CRITICO LA LINEA DI APPIATTIMENTO SU RENZI”
“Ncd come il Grande Fratello. Nominata da Alfano sono dovuta uscire dalla ‘casa’ per le mie idee”.
Nunzia De Girolamo commenta così, su Twitter, quanto successo alla Camera, dove ha lasciato il suo posto di capogruppo di Area Popolare (Ncd+Udc). Incarico che da oggi ricopre Maurizio Lupi, l’ex numero uno delle Infrastrutture e Trasporti, che si è dimesso dopo il coinvolgimento (non è indagato) nell’inchiesta sulle grandi opere che ha portato all’arresto di Ercole Incalza.
Il ministro degli Interni Angelino Alfano, infatti, ha chiesto a Lupi la disponibilità a guidare il gruppo di Area Popolare a Montecitorio al posto di De Girolamo (che a sua volta si è dimessa a seguito dello scandalo delle nomine alla Asl di Benevento).
Il motivo dell’avvicendamento?
“Non è possibile fare il capogruppo dicendo di voler uscire dal governo“, avrebbe detto Alfano motivando la sua scelta, almeno secondo quanto riferito alle agenzie di stampa da alcuni partecipanti alla riunione di Area Popolare alla Camera.
Chiaro il riferimento all’ex ministro alle Politiche Agricole e ai suoi mal di pancia nei confronti del rapporto Ncd-esecutivo.
Non solo. La poltrona di vice-Lupi sarebbe stata invece offerta a Rocco Buttiglione.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
DALEMIANO D’ORIGINE, NOMINATO DA MONTI, PASSATO DA LETTA E PROMOSSO DA RENZI
Matteo Renzi ha scelto il nuovo sottosegretario alla presidenza del consiglio e il nuovo segretario generale di Palazzo Chigi.
A prendere il posto di Graziano Delrio come sottosegretario alla presidenza è l’economista Claudio De Vincenti, finora viceministro dello Sviluppo economico, mentre al vertice dell’amministrazione di Palazzo Chigi è stato chiamato il capo dipartimento dei rapporti con il Parlamento Paolo Aquilanti.
CHI È CLAUDIO DE VINCENTI
Romano, 66 anni, è nella squadra di governo da diversi anni: nominato prima da Mario Monti e confermato da Enrico Letta, De Vincenti ha ricoperto l’incarico di sottosegretario allo Sviluppo Economico.
In questa veste si è occupato di numerose vertenze di industrie in crisi, dalle acciaierie di Terni alla Lucchini, da Termini Imerese all’Ilva.
È professore di economia politica alla Sapienza di Roma e collabora con il sito di economia Lavoce.info.
In passato, tra il 1998 e il 2001, è stato consulente economico per i governi di Massimo D’Alema e Giuliano Amato.
Nel suo curriculum spicca la sua presenza nel comitato esecutivo della fondazione Nens, che fa capo all’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani e all’ex ministro Vincenzo Visco.
È autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e italiane e di diversi volumi: la sua prima pubblicazione, che risale al 1978, aveva per oggetto l’influenza di Marx sul pensiero dell’economista Piero Sraffa.
È stato anche presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Prezzi del Ministero delle Attività produttive, coordinatore del Consiglio Tecnico Scientifico dell’Osservatorio sulla Famiglia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e membro del Cda dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco).
PERCHÈ DE VINCENTI
Il passaggio di Graziano Delrio al Ministero delle Infrastrutture ha liberato una casella a Palazzo Chigi, al fianco di Matteo Renzi.
Posizione che il premier aveva inizialmente la tentazione di ricoprire portando più vicino a sè uno fra Maria Elena Boschi e Luca Lotti.
Il cosiddetto “giglio magico”, la cerchia di fedelissimi del premier che secondo molti osservatori sta “fiorentinizzando” Palazzo Chigi.
Una scelta che Renzi ha dovuto rivedere anche perchè la Boschi è impegnata nella battaglia parlamentare per le riforme, mentre Lotti gestisce già deleghe molto rilevanti (come il Cipe, l’Editoria e altri) che avrebbe cumulato con quelle finora in mano a Delrio, prima fra tutti la gestione dei fondi europei.
La strategia del premier è quindi cambiata in corsa, con la decisione di aprire il “giglio magico” a una personalità esterna.
La scelta è caduta su De Vincenti, che non ha col premier un rapporto neppure paragonabile a quello che aveva Graziano Delrio, o prima ancora Enrico Letta con Romano Prodi o Gianni Letta con Silvio Berlusconi.
Non è un renziano, anzi. La sua storia politica lo vede nell’entourage di Massimo D’Alema prima e di Pier Luigi Bersani poi.
La sua storia di Governo parte da Monti e passa per Letta prima di arrivare a Renzi. Non si tratta però di un dalemiano a Palazzo Chigi.
Questa può essere la lettura di immagine della nomina. Nella terna che correva per la carica di sottosegretario alla Presidenza – oltre a De Vincenti, anche Fedeli e Rosato – Renzi era scettico sulla scelta di sollevare De Vincenti dal suo attuale incarico di gestore delle crisi aziendali, anche se molto spesso negli ultimi mesi è stato Palazzo Chigi a prendere in carico i dossier più spinosi.
Quello che più ha convinto Renzi è il rapporto di Claudio De Vincenti con la Cassa Depositi e Prestiti: si vocifera che il premier avesse pensato anche a Franco Bassanini, attuale presidente di Cdp, per il ruolo di braccio destro, anche se l’interessato ha subito smentito ogni ipotesi di passaggio al Governo.
Cruciale è il legame stretto che De Vincenti ha con Bassanini – anche con la Fondazione Astrid, da quest’ultimo presieduta – e con l’ambiente della Cassa.
È lui il tecnico a cui affidare le chiavi della macchina di Palazzo Chigi.
CHI È PAOLO AQUILANTI
A capo della dirigenza di Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha invece scelto Paolo Aquilanti, un “grand commis” dello Stato che ha lavorato a lungo come funzionario del Senato.
Laureato in Giurisprudenza all’Università la Sapienza di Roma, 55 anni, fino a oggi Aquilanti è stato voluto da Maria Elena Boschi come braccio destro al ministero delle Riforme, dove si è occupato del dossier della legge elettorale aiutando la giovane ministra a evitare le insidie delle aule parlamentari.
Entrato a Palazzo Madama nel 1987, ha lavorato in vari uffici e commissioni e dal 1999 e fino appunto al 2014 ha ricoperto l’incarico di segretario della commissione Affari costituzionali, al quale nel 2013 si è aggiunto quello di coordinatore del Servizio delle commissioni permanenti e speciali.
Ha curato vari progetti, tra cui uno concernente l’uso dei media civici in ambito parlamentare, e ha coordinato quello di dematerializzazione degli atti parlamentari.
Si è quindi occupato dell’applicazione degli strumenti informatici alle attività delle commissioni del Senato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
DI AREA CENTRODESTRA, SILVAGNI AVREBBE PERMESSO L’APERTURA DI UN BURGER KING IN CAMBIO DI POSTI DI LAVORO PER 20 PERSONE INDICATE DA LUI
Fabio Silvagni era stato eletto meno di un anno fa alla guida del Comune di Marino (Castelli
Romani).
Lo scorso 25 maggio, grazie alla vittoria della Coalizione dei Moderati (candidato del centrodestra) con il 54,1% dei voti, era stato eletto sindaco.
Oggi il primo cittadino è stato arrestato per corruzione e peculato: per lui il gip di Tribunale ha disposto gli arresti domiciliari.
Il giudice ha disposto la stessa misura cautelare anche per il funzionario comunale Bruno Saccavino e per gli imprenditori Gianluca Tomasi e David Biancifori.
Le indagini iniziate nello scorso mese di giugno — dirette dal procuratore della Repubblica di Velletri Francesco Prete — hanno, tra l’altro, riguardato la realizzazione di uno store della catena Burger King, del valore di circa 3.000.000 di euro, per il quale il primo cittadino avrebbe rilasciato illecitamente le necessarie autorizzazioni in cambio dell’assunzione di una ventina persone da lui indicate per garantirsi così un ritorno politico ed elettorale.
Il fast food — inaugurato da poco — si trova sulla via Nettunense ed è stato sequestrato questa mattina dai carabinieri della compagnia di Castel Gandolfo, che hanno condotto le indagini insieme agli agenti del Corpo forestale dello Stato del nucleo di polizia giudiziaria della Procura di Velletri. la proprietà del capannone è riferibile alla società di un imprenditore locale, Gino Ferrazza, 73 anni, che — secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini — aveva “diverse commesse con l’amministrazione di Marino”.
Nella stessa ordinanza di custodia cautelare la Procura contesta almeno altri due episodi corruttivi.
Il sindaco avrebbe intascato, secondo l’accusa, una tangente del 3% su una cifra di 100 mila euro, in relazione “ad un mandato di pagamento emesso dal comune di Marino”, e chiesto sponsorizzazioni per le feste del paese in cambio di rilascio di concessioni edilizie.
Subito dopo gli arresti sono state disposte diverse perquisizioni, per acquisire la documentazione contabile delle società coinvolte, alcune “di notevole importanza”.
I titolari del Burger King — il cui amministratore delegato, un poliziotto in congedo malattia da circa un anno, è stato arrestato — avrebbero in corso altre iniziative imprenditoriali in diverse città italiane.
La Guardia di finanza sta ora analizzando i documenti sequestrati per “verificare se siano state poste in essere condotte illecite”.
Andrea Palladino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL KILLER PASSA PER L’ACCESSO RISERVATO CON FALSO TESSERINO SENZA CHE NESSUNO LO CONTROLLI…ORLANDO AMMETTE: “GRAVI ERRORI”
Voleva fare fuori tutti i testimoni, zittirli per sempre.
“Volevo vendicarmi contro chi mi ha rovinato” ha confessato ai carabinieri. Difficile spiegarsi in altro modo quella pistola fra la cinta.
Difficile spiegare altrimenti quei 13 colpi di arma da fuoco e i due caricatori con cui ha esploso i proiettili calibro 7.65.
Giacca, cravatta e impermeabile: nelle prime ore della mattinata Claudio Giardiello, imprenditore in gravi difficoltà economiche, 57 enne nato a Benevento e residente in Brianza, varca la soglia del Tribunale di Milano.
Capire dove e come sia passato è il compito della procura di Brescia che ha preso in mano le indagini.
Secondo il procuratore Bruno Liberati Giardiello avrebbe usato un falso tesserino per entrare da un ingresso laterale del Palazzo e dalla porta riservata all’accesso di magistrati, avvocati e cronisti (ed è stato ripreso dalle telecamere).
Giardiello è dentro, la pistola è con lui.
Si siede fra i banchi del pubblico di un’aula del terzo piano, quella dove si discute sulla bancarotta della sua Magenta Immobiliare.
Una faccenda, quella dellla Magenta – dichiarata fallita nel 2008 – che vede più protagonisti. Ci sono i coimputati, soci con Giardiello dell’azienda (lui detenva il 55%): suo nipote Davide Limongelli (30%) e un altro coimputato, Giovanni Erba. Sono tutti lì. In aula c’è anche un giovane avvocato del foro milanese, Lorenzo Alberto Claris Appiani, che aveva avuto a che fare con quel fallimento e che ora parla come teste.
Poco prima delle 11 sale la tensione nell’aula.
E’ in corso un controesame e le voci si fanno grosse, un litigio, il diverbio è sempre più acceso. Il suo avvocato rinuncia alla difesa di Giardiello.
A quel punto Giardiello scatta. Estrae la pistola e spara: colpisce al cuore Lorenzo Claris e lo uccide. Aveva 37 anni.
Spara ancora – testimoni parleranno di più colpi – e ferisce il nipote e il coimputato Erba che morirà poco dopo in ospedale.
Scatta il panico nel tribunale. Giudici e avvocati si chiudono per precauzione nelle stanze. Il 57enne fugge, testimoni raccontano di averlo visto nascosto sotto una panca. Non si sa se prima o dopo essere sceso con le scale al secondo piano, dove la sua necessità di “azzittire” continua.
Arriva davanti alla porta del giudice fallimentare Ferdinando Ciampi, citato come teste al suo processo perchè aveva emesso una sentenza di fallimento di una società collegata a quella di Giardiello.
L’omicida apre e spara. Il corpo di Ciampi verrà ritrovato poco dopo da alcune cancelliere. Ucciso con 2 colpi di pistola.
Da quanto si è saputo, Ciampi ha cercato di proteggere anche una sua collaboratrice prima di essere ammazzato nella sua stanza.
A questo punto Giardiello non si trova.
E anche qui la procura di Brescia dovrà ricostruire punto per punto come ha fatto. Il beneventano si nasconde e poi riesce a uscire dal tribunale.
Inforca una moto, raggiunge la provinciale e in circa mezzora corre verso Vimercate, dove verrà fermato dai carabinieri che grazie alla videosorveglianza del tribunale hanno identificato la targa del Suzuki.
I militari lo disarmano. Il premier Renzi – mentre esprime cordoglio ai famigliari delle vittime – spiega che “aveva ancora i caricatori” e Alfano dice che “poteva uccidere anche a Vimercate”.
Comincia l’interrogatorio, poi Giardiello si sente male e viene portato via in ambulanza.
Durante l’ interrogatorio di garanzia che si è svolto nel pronto soccorso dell’ospedale di Vimercate si avvale della facoltà di non rispondere “adesso è sotto choc e sedato”.
Cinque ore dopo – con un conto di tre vittime e una quarta persona ferita gravemente – in conferenza stampa, il ministro della Giustizia Orlando dirà che “il sistema ha visto compiersi un insieme di errori gravi” che “le indagini dovranno chiarire”.
Un palazzo di giustizia dove si entra e si esce indisturbati: un bel biglietto da visita per Expo’.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
RACCOLTI APPENA 114.000 EURO DEI 14 MILIONI NECESSARI PER CELEBRARE LA CONSULTAZIONE…”PRESI IN GIRO I VENETI”
Il piatto piange. E per giungere al traguardo, di questo passo, ci vorranno 61 anni. 
Se non di più. Tanto, infatti, bisognerà aspettare per raccogliere tutti i 14 milioni di euro necessari per tentare di rendere il Veneto indipendente dall’Italia attraverso un referendum consultivo da finanziare con contributi privati.
Una posizione da sempre cara alla Lega Nord e al suo segretario federale, Matteo Salvini.
Peccato per lui e per i ferventi secessionisti che dall’inizio di ottobre 2014, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, siano stati raccolti appena 114 mila euro. Centesimo più centesimo meno
CONTO IN ROSSO
Si tratta di una vicenda che inizia alla metà dello scorso anno, quando il Consiglio regionale del Veneto ha approvato due leggi, entrambe già impugnate dal governo perchè in contrasto con alcuni articoli della Costituzione.
Una, appunto, per indire una consultazione popolare sull’indipendenza della Regione, l’altra per chiederne l’autonomia ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione stessa. Mentre però quest’ultima è finanziata dal bilancio regionale, per lo svolgimento del referendum secessionista, benedetto — fra gli altri — dal governatore Luca Zaia, è necessaria una raccolta fondi popolare.
Il motivo è semplice: è un percorso non previsto dalla Costituzione.
Perciò sei mesi fa è stato aperto un conto corrente sul quale riversare i contributi. Risultato?
Al 31 marzo 2015 risultano arrivati, in media, 19 mila euro ogni trenta giorni, circa 633 euro ogni ventiquattro ore. Poco più dell’uno per cento del totale necessario allo svolgimento del referendum. Cioè: un flop.
SOLDI BUTTATI
Dei 114 mila euro presenti al momento in cassa, poi, 13 mila sono stati bonificati fra l’inizio di gennaio e la fine di marzo, visto che al 31 dicembre 2014 se ne potevano contare solo 101 mila.
Una performance che sta provocando persino qualche reazione ironica: “La pochezza di quanto raccolto dimostra come i veneti abbiano altri problemi a cui pensare che non l’indipendenza”, attacca Gennaro Marotta, consigliere regionale del Veneto in quota Italia dei valori (Idv).
Si tratta, aggiunge Marotta, di “un referendum che non si farà mai e che è stato promosso mediante una legge che ha impegnato parecchio tempo il consiglio regionale che, forse, avrebbe avuto ben altro da fare. Massimo rispetto per chi ha ritenuto di versare materialmente il proprio contributo economico — conclude il consigliere dell’Idv — massimo sdegno per una sonora presa in giro dei nostri concittadini”.
SECESSIONE AL PALO
Il presidente della Regione Luca Zaia non sembra invece essere troppo preoccupato dall’andamento della raccolta fondi. Almeno in apparenza.
“Il consiglio ha deciso di imboccare questa doppia strada”, spiegano dal suo staff, ma “Zaia ha sempre detto che per arrivare all’indipendenza occorre un serio percorso di autonomia”.
Una posizione soft dovuta, molto probabilmente, all’avvicinarsi delle elezioni regionali del prossimo 31 maggio, quando l’ex ministro dell’Agricoltura si giocherà la rielezione sfidando Alessandra Moretti (Pd) e il sindaco di Verona Flavio Tosi, suo ex collega di partito. In campagna elettorale, si sa, meglio smorzare i toni.
Per la secessione c’è sempre tempo. Forse.
Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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