Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
CALDAROSSI A FINMECCANICA CON DE GENNARO, FERRI ALLA SICUREZZA DEL MILAN, GAVA A UNICREDIT
Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori.
Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana, in fondo, la sorte non è stata così maligna.
Ed è anche questo aspetto, quello di un’impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Italia per le torture avvenute all’interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001.
La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell’ordine la Convenzione dei Diritti dell’uomo prevede l’allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d’indagine.
Invece per la Diaz è accaduto l’esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali.
Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti “caduti in piedi” e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d’Italia
Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi, l’ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell’ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze.
L’interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli.Non restano a spasso per molto.
Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l’angelo custode di Mario Balotelli
Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro. Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall’ufficio stampa dicono che non risulta.
A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza.
Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c’è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit.
Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001.
Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all’Aquila.
Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo, la vicenda Diaz in un libro.
Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di “basta basta”, che al processo parlò di “macelleria messicana”, ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale.
Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo.
Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi.
Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz.
Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti.
L’aver beneficato dell’affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall’indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell’interdizione.
Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri.
Hanno continuato a fare il loro lavoro. Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate.
E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti.
Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un’interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz.
La risposta deve ancora arrivare.
Marco Preve
(da “La Repubblica”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
REATO DI TORTURA, FAMILIARI DELLE VITTIME E ASSOCIAZIONI DENUNCIANO: ”COSàŒ COM’È NON SERVE A NULLA, SARà€ IMPOSSIBILE TROVARE LE PROVE”
L’avvocato Fabio Anselmo scuote la testa piuttosto nervoso: “Oh, io ho la tessera del Pd eh… sia
chiaro! Ma questa volta hanno ragione!”.
Il soggetto sottinteso sono i parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Davanti a lui — diventato il legale “ufficiale” dei morti di Stato — hanno appena annunciato che oggi, se non verrà accolto nessuno dei loro emendamenti, voteranno contro il disegno di legge per l’introduzione del reato di tortura.
Il consueto ragionamento sui grillini che troppo vogliono e nulla stringono questa volta vacilla, e l’avvocato Anselmo vuole dire proprio questo quando tira in ballo la sua tessera del Pd.
Dice Anselmo che approvare quel testo così com’è sarebbe solo concedere “un alibi”al Paese: “Di fronte a un’altra Diaz potrà dire: ‘io la legge l’ho fatta, punire il reato è compito dei magistrati’. Ma se una legge sulla tortura consente che escano dalle maglie casi come quello di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi o Francesco Mastrogiovanni, allora è meglio non averla. Ho paura che questa legge serva solo a levare l’Italia dall’imbarazzo”.
Ebbene sì, se anche la legge che aspettiamo da 27 anni venisse approvata oggi dalla Camera sull’onda della condanna della Corte di Strasburgo, l’ipotesi di tortura non sarebbe stata contemplata nemmeno in casi eclatanti come quelli elencati dall’avvocato Anselmo.
Nè per gli occhi pesti del romano Cucchi, nè per le 54 ferite inferte su Aldrovandi in una strada di Ferrara, nè per le 90 ore che Mastrogiovanni ha trascorso legato a un letto in un centro di salute mentale a Vallo della Lucania.
La ragione sta nella serie di “incisi superflui e pericolosi” che sono stati introdotti nel testo di legge (e che per questo motivo dovrà tornare al Senato): avverbi, frasi e specifiche che trasformano l’accertamento del reato in una missione quasi impossibile.
Li hanno illustrati ieri i deputati M5S Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, accompagnati appunto dall’avvocato Anselmo, dai famigliari delle vittime e dai rappresentanti di Amnesty International e di Antigone.
Prima di tutto c’è la parola “intenzionalmente”. In pratica, non basta dimostrare che un soggetto ha, attraverso la violenza o la minaccia, inflitto “acute sofferenze fisiche o psichiche” allo scopo di punire, ottenere informazioni, vincere una resistenza. No, bisogna anche provare che nel farlo, il torturatore, ha sentito un “compiacimento personale”.
Dice Anselmo: “Presuppone il sadismo. Ma come lo dimostriamo?”.
Poi c’è la questione della prescrizione. Gli agenti dell’irruzione alla Diaz li ha salvati quella. E forse, sarebbe il caso che su temi così delicati, il reato fosse a lunga conservazione.
Succede in molti dei Paesi che, come noi, hanno ratificato la convenzione Onu del ’84 che vieta la tortura: hanno istituito un reato “proprio”, circoscritto ai pubblici ufficiali (noi no) e lo hanno qualificato come un reato di “lesa umanità ” imprescrittibile (noi no).
Raccontava ieri Antonio Marchesi, portavoce di Amnesty, che il nostro ordinamento in materia, per esempio, è molto più arretrato rispetto a quello dell’Argentina: così, non abbiamo concesso l’estradizione di alcuni torturatori del regime perchè da noi quei reati non erano puniti (e in ogni caso sarebbero stati prescritti).
Marchesi è dell’idea che il testo all’esame della Camera sia “tutt’altro che perfetto” ma teme che uno stop sarebbe un’occasione persa: “Non è detto — ricorda — che il tempo che rimane da qui a fine legislatura sia sufficiente a fare una legge migliore”. Un po’ la stessa tesi di Luigi Manconi, senatore Pd e presidente dell’associazione A Buon Diritto : “Una legge mediocre è meglio che nessuna legge”.
Tra gli altri punti che i Cinque Stelle mettono all’indice c’è il fatto che il reato è contemplato solo nell’esercizio delle funzioni (loro chiedono che venga ampliato anche al di fuori). E poi la spiegazione secondo cui “la sofferenza” provata dalla vittima deve essere “ulteriore” rispetto a quella che proverebbe con le “legittime misure privative o limitative di diritti”.
Si tratta di ipotesi già contemplate dal codice penale: “Più paletti metti, più specificazioni fai — conclude l’avvocato Anselmo — più sarà faticoso accertare il reato”.
I Cinque Stelle sono fiduciosi che un compromesso si troverà . Ma l’Ncd di Alfano pare irremovibile. Renzi, provocato sul suo no comment alla sentenza di Strasburgo, ha risposto all’ex disobbediente Luca Casarini: “Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura”.
Cosa ci sia scritto dentro è un di più.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
I SILENZI DELLA SINISTRA
Dice bene Concita De Gregorio: “Bisogna essere molto longevi, in questo Paese”. Molto longevi per avere giustizia almeno in Europa. Ma anche per ricordare a chi non c’era, a chi ha dimenticato, a chi ha visto solo la tv tanti fatti gravissimi, e chiamarli con il loro nome.
Ora che l’ha messa nero su bianco la Corte di Strasburgo, molti scoprono che l’Italia ha conosciuto la tortura.
Non nelle galere nazifasciste nel 1943-45. Ma in una scuola di Genova, 14 anni fa, in piena “democrazia”.
Negli stessi mesi l’Italia conosceva anche la censura. Ma era vietato parlare di regime e quei pochi che si azzardavano a farlo venivano scomunicati.
Non solo dal regime, ma anche dalla stampa “indipendente”, e persino dalla cosiddetta opposizione. Non è acqua passata, perchè con quella stagione nefasta non abbiamo mai fatto i conti.
“Voltiamo pagina”, si dice. Troppo comodo il revisionismo di opinionisti e intellettuali “di sinistra”, che confondono la “normalità ” con l’amnesia.
E non s’accorgono che il berlusconismo non finirà con Berlusconi (ammesso che sia giunta la sua ora): finirà quando si chiameranno finalmente le cose con il loro nome (non solo a Strasburgo, ma anche in Italia), e il virus che ha contagiato tutto e tutti, a destra e a sinistra, sarà sradicato dalle nostre teste e viscere fino all’ultimo sintomo. Berlusconismo è “politica del fare” purchessia, leggi per favorire i pochi contro i molti, collusione fra arbitri e giocatori, disprezzo per la Costituzione camuffato da “riforme istituzionali”, Parlamento controllato da due o tre boss con legge elettorale ad hoc, insofferenza alle critiche della libera stampa, allergia a un’opposizione forte e radicale (l’unica possibile nelle vere democrazie), ostracismo ai controlli terzi (magistratura, informazione e opinione pubblica), orrore per la “piazza”, occupazione partitocratica della tv, trasformazione della stampa in megafono del potere, cupidigia di servilismo ai piedi dei potenti, impunità per la classe dirigente gabellata per “primato della politica”.
Tutte tossine letali che tuttora ammorbano l’Italia. I “fatti di Genova”, come pudicamente la vaselina della stampa di regime ha sempre chiamato le torture del G8 2001, non spuntarono dal nulla come un fungo raro. Furono la prova generale di un’operazione studiata a tavolino, e perfettamente riuscita, per abituarci alle maniere spicce e sfigurare i fondamentali della democrazia liberale e dello Stato di diritto. Chi nel 2001 non era nato o andava all’asilo non ha mai avuto la fortuna di vederli. Così non ne sente neppure la mancanza.
Montanelli l’aveva già capito il 17 marzo 2001, nel pieno delle polemiche sulla mia intervista al Satyricon di Luttazzi sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e la mafia: “Questa non è la destra, questo è il manganello”.
E così altri tre vegliardi — Bobbio, Galante Garrone e Sylos Labini — che raccolsero l’appello di Flores d’Arcais su Micromega contro B. “pericolo per la democrazia”.
Il 13 maggio Berlusconi non vinse, stravinse le elezioni.
Primo atto: la mattanza di Genova.
Rai e Mediaset censurarono le scene più crude, salvo il Tg5 di Mentana e il Tg3. Un cineoperatore del Tg2 riuscì a riprendere 20 minuti di pestaggi ai manifestanti. Si vedeva un gruppo di ragazzine che urlavano “Siamo delle Acli!”, mentre la polizia le massacrava di botte. Ma il filmato non fu trasmesso.
Lo utilizzò un inviato del Tg1, Bruno Luverà , per un reportage che gli valse il premio Saint Vincent.
Dieci giorni dopo anche La7, unica alternativa al monopolio televisivo, fu normalizzata col passaggio di Telecom a Tronchetti Provera, che subito smantellò il palinsesto già pronto con Lerner direttore del tg e i programmi di Fazio e dei Guzzanti.
A settembre, dopo la strage delle Torri Gemelle, l’Italia entrò in guerra contro l’Afghanistan. Il 12 gennaio 2002 Borrelli aprì l’anno giudiziario col celebre “resistere, resistere, resistere”.
Subito dopo partirono i girotondi. Intanto B. si pappava la Rai con un Cda di stretta osservanza e un dg, Agostino Saccà , che aveva appena dichiarato: “Voto Forza Italia con tutta la mia famiglia”.
E Violante ricordava a B. le benemerenze del centrosinistra: “Nel ’94 gli è stata data la garanzia piena che non gli sarebbero state toccate le tv. Lo sa lui e lo sa Gianni Letta”.
Il premier, da Sofia, ordinò alla sua Rai di cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi. Detto, fatto.
Il 9 luglio il Cda bloccò pure la messa in onda del documentario Bella ciao di Freccero (appena rimpiazzato a Rai2 col leghista Marano), Marco Giusti e Roberto Torelli sulla macelleria di Genova, appena applaudito al Festival di Cannes, ma proibito in Italia.
Poi, nell’estate 2004, i vertici Ds pensarono bene di invitare alla Festa nazionale dell’Unità in programma a Genova l’ex ministro dell’Interno Scajola, responsabile politico della repressione.
Padellaro, condirettore dell’Unità , scrisse un editoriale dal titolo sarcastico: “I testimoni di Genova”: “È possibile che Scajola ci racconti finalmente chi diede l’ordine dei pestaggi al G8? No, il massimo che possiamo attenderci è qualche cautissima, genericissima, fumosissima apertura al dialogo destinata a evaporare con la fine dell’estate, quando riapriranno il Parlamento e Porta a Porta”.
Rispose tal Paganelli, responsabile della Festa: “Appare perlomeno singolare la scelta dell’Unità (giornale) di dedicare all’Unità (festa) un editoriale di critica alla vigilia dell’apertura”.
E Vannino Chiti: “La gente non vuole una contrapposizione frontale permanente”. Colombo e Padellaro, nella serata inaugurale della Festa, furono accolti da un lungo applauso della folla in piedi.
Pochi mesi dopo, fu cacciato Colombo. Poi anche Padellaro.
Chiamare regime il regime non portava buono. Nemmeno a sinistra.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
LA STANGATA INCOMBE: LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA SONO ANCORA IN VIGORE
Nella presentazione del Documento di economia e finanza il premier Matteo Renzi ha fatto due
promesse impegnative: niente tagli e niente nuove tasse.
Ora che, oltre al comunicato stampa di Palazzo Chigi, si possono consultare i documenti che verranno approvati nel Consiglio dei ministri di venerdì è tutto più chiaro.
Partiamo dalle tasse.
Nel Programma di Stabilità che il ministero del Tesoro manderà a Bruxelles, nell’ambito del negoziato con la Commissione europea che porterà alla legge di Stabilità in autunno, si legge che le entrate continueranno a crescere nei prossimi anni: “In termini netti aumentano di 6,6 miliardi nel 2016, 13,2 miliardi nel 2017, 17 miliardi nel 2018 e 19,3 miliardi nel 2019”.
Dal prossimo anno, infatti, scattano le clausole di salvaguardia previste “dal — la Legge di Stabilità 2015” (cioè dal governo Renzi a fine 2014) che valgono “12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi nel 2017 e circa 22 miliardi a decorrere dal 2018”.
Cioè un ulteriore aumento delle aliquote Iva —fino a 3,5 punti in più nel 2018 —e delle accise sulla benzina.
Eppure Renzi ha detto in conferenza stampa che “le clausole di salvaguardia le abbiamo totalmente eliminate”. Ma non è vero.
Soltanto l’incremento fiscale previsto per il 2015 è stato evitato. E con una copertura assai dubbia: il calo del costo del debito grazie alla bonaccia sui mercati, il miglioramento delle stime di crescita e tagli di spesa pari allo 0,6 per cento del Pil (circa 8 miliardi) che ancora non si sono materializzati.
Il totale delle entrate in rapporto al Pil è previsto al 48 per cento nel 2015, cresce al 48,5 nel 2016 e poi inizia a diminuire in modo quasi impercettibile fino al 47,9 del 2019.
La pressione fiscale, che misura il peso delle tasse sulla ricchezza prodotta in un anno, continua a salire: dal 43,5 del 2015 al 44,1di 2017 e 2018, poi 44 nel 2019.
Il governo spiega però che, considerando l’effetto del bonus 80 euro (che dal punto di vista contabile sono un aumento di spesa e non una riduzione di tasse) ci sono 10 miliardi di imposte in meno e quindi la pressione fiscale “vera” nel 2015 è 42,9 per cento.
E veniamo ai tagli.
L’unico modo per evitare le clausole di salvaguardia è tagliare la spesa in modo da ottenere un risparmio pari al mancato gettito aggiuntivo.
Si legge nel documento che “per gli enti locali proseguirà il processo di efficientamento già avviato nella legge di Stabilità 2015 attraverso l’utilizzo di costi e fabbisogni standard per assegnare le risorse centrali alle singole amministrazioni e la pubblicazione dei dati di performance e dei costi”.
Lo scopo è recuperare, già dal 2016, lo 0,6 per cento del Pil con la revisione della spesa, cioè oltre 9 miliardi di euro.
Quindi altri tagli che, è la promessa, colpiranno soprattutto gli sprechi nelle singole aziende municipalizzate e sanitarie locali, ma visto che il governo centrale non ha modo di intervenire a quel livello di dettaglio l’arma definitiva sarà comunque quella dei tagli lineari.
Nel Pnr, il Programma nazionale di riforme che dettaglia gli interventi da sottoporre a Bruxelles viene spiegato nel dettaglio: “Dopo gli importanti risultati ottenuti nel 2014, il governo prevede di realizzare ulteriori risparmi e rimuovere la restante parte delle clausole di salvaguardia con interventi anche di riduzione delle spese e delle agevolazioni fiscali per almeno 10 miliardi nel 2016 e 5 miliardi nel 2017”.
È chiaro che ridurre le agevolazioni fiscali per qualcuno significa che quel contribuente pagherà più tasse. È matematico.
Le proteste dei sindaci riguardano soprattutto tagli già decisi in passato che stanno iniziando a produrre i loro effetti adesso e il contenzioso su 625 milioni di euro che il governo dovrebbe versare per tappare il buco aperto ai tempi dell’abolizione dell’Imu prima casa.
Proprio quella vicenda allarma gli amministratori: nel Pnr si preannuncia la “semplificazione delle imposte locali” dal prossimo anno.
Tra le novità , questa: durante il 2015 sarà applicata la delega fiscale per superare il criterio della spesa storica nell’assegnazione delle risorse (i Comuni hanno trasferimenti in base a quanto hanno speso in passato) per passare a un calcolo su quanto servirebbe loro davvero se fossero efficienti.
Già da quest’anno, il 20 per cento dei trasferimenti sarà assegnato in base a fabbisogni standard (i costi minimi per le prestazioni) e capacità fiscale (quante tasse può pagare il territorio).
I sindaci che non riescono o non possono diventare efficienti abbastanza in fretta dovranno scegliere se alzare le tasse locali o tagliare i servizi.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTESA PER UNA LISTA COMUNE IN PUGLIA DURA MENO DI 24 ORE… ORA BERLUSCONI RISCHIA IL TRACOLLO AL SUD
Lo strappo, quello definitivo, si consuma a Bari. Ma è destinato a produrre effetti immediati a Roma.
Tra Raffaele Fitto e Forza Italia il cammino comune finisce qui.
La scissione (con parlamentari al seguito) appare adesso a un passo. E accade tutto nel giorno in cui Berlusconi sembra tendere una mano e accettare la ricandidatura degli uomini dell’ex governatore nelle liste pugliesi.
Invece salta tutto: il candidato Francesco Schittulli in serata chiude la partita, in una nota annuncia per domani il lancio della sua candidatura al fianco di Fitto, Ncd e Fratelli d’Italia e dice addio a Forza Italia («Non ha dato la disponibilità a presentare una lista competitiva»).
Ma il rischio per il partito ora è il tracollo nel Mezzogiono e non solo.
A questo punto, l’uscita dell’eurodeputato dal partito con la sua trentina di parlamentari torna assai probabile e perfino imminente.
Senatori forzisti, campani questa volta, finiscono nel frattempo quasi alle mani a Palazzo Madama (protagonisti De Siano, Falanga e D’Anna) tra chi difende l’uscente Caldoro e chi si azzarda a sponsorizzare il pd Vincenzo De Luca.
E ancora, il “veterano” Antonio Martino si scaglia contro il ricambio («Ci sono giovani imbecilli») e contro Mariarosaria Rossi («Si copre di ridicolo»), mentre la giovane Silvia Sardone (avversata dalla vecchia guardia) sogna la candidatura a sindaco di Milano.
Di fronte a questo scenario, Silvio Berlusconi, sempre più sconfortato e demoralizzato, preferisce tenere le distanze.
Resterà tutta la settimana a Villa Certosa. «Sono stanco di questa pantomima, non si rendono conto che così ci fanno solo perdere e Fitto vuole solo farmi la guerra e prendersi il partito, ma io Forza Italia la rifondo, la rilancio e le ridò un volto nuovo dopo il voto», ripete ai suoi.
Eppure, a mezzogiorno, la nota del commissario berlusconiano in Puglia, Luigi Vitali, sembrava aprire a un compromesso: «Per favorire l’unità del centrodestra in Puglia, Fi conferma la disponibilità a ricandidare l’intero gruppo regionale».
Vorrebbe dire garantire ai sette consiglieri uscenti vicini a Fitto la presenza in lista. Ma giusto a loro.
L’eurodeputato piomba a Roma, riunisce i parlamentari mentre coordina a distanza i suoi in regione: «È un bluff».
La bocciatura dell’offerta è immediata. «Non ci bastano i sette uscenti, abbiamo almeno altri dieci, quindici amministratori locali in gamba e capaci di grandi consensi, io li voglio tutti in lista», ha spiegato ai deputati pugliesi e non.
E ancora: «Non può essere la Rossi o un suo delegato a depositare a fine aprile la lista, al più una figura di garanzia o addirittura due».
Il sospetto, tradotto, è che la plenipotenziaria per le liste Mariarosaria Rossi o chi per lei possa depositarla in Puglia ma epurata, nottetempo, dei candidati di Fitto.
«Quelle condizioni sono per noi inaccettabili, è un banale pretesto, la verità è che Fitto avrebbe rotto in ogni caso», si consola la tesoriera commentando con i collaboratori lo strappo ormai consumato.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
ORLANDO: “BISOGNA CAPIRE SE CI SONO STATE FALLE”: I LIVELLI DI PROTEZIONE NON ESISTONO NEANCHE A PALAZZO DI GIUSTIZIA, FIGURIAMOCI ALTROVE
Scoppia il caso sui livelli di sicurezza a Palazzo di Giustizia. 
Gli inquirenti stanno cercando di capire come Claudio Girardello sia riuscito a entrare in tribunale armato di pistola senza essere bloccato dai controlli con i metal detector.
Una delle altre ipotesi è quella che uno dei metal detector di Palazzo di Giustizia fosse guasto
E’ quanto riferisce una persona che si era recata in Tribunale per lavoro. Secondo questa persona si tratterebbe dell’ingresso laterale di via Carlo Freguglia.
Un’altra spiegazione potrebbe essere quella che l’uomo possa essere passato insieme al suo legale dalla parte d’ingresso riservata agli avvocati e a cui si accede mostrando il tesserino dell’ordine forense.
Il mondo politico per una volta pare concorde: “È inconcepibile che uno possa entrare in Tribunale con un’arma, che una persona qualunque riesca ad entrare con una pistola.
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha annunciato il suo arrivo a Milano per essere vicino la personale della giustizia ha commentato a caldo: “Non ci sono mai arrivate segnalazioni su un deficit nelle strutture di sicurezza. Bisogna capire se ci sono state delle falle”.
L’ipotesi di un metal detector rotto in via Manara è confermata anche da alcuni dipendenti. “Mi sembra che il metal detector all’ingresso di via Manara sia rotto da qualche tempo, e per questo è stato impedito l’accesso al pubblico come avviene sempre nel caso di guasti”: lo ha spiegato un avvocato, Emanuele Perego, che si trovava a Palazzo di Giustizia quando è avvenuta la sparatoria in relazione ad una testimonianza che parlava di un metal detector rotto all’ingresso di via Freguglia.
“Secondo me l’uomo potrebbe essere entrato esibendo un tesserino da avvocato falso – ha spiegato l’avvocato – perchè di solito i controlli agli accessi sono rigorosi. Gli avvocati possono entrare esibendo il tesserino – ha proseguito – mentre gli imputati e in generale il pubblico, devono passare sotto il metal detector”.
L’avvocato ha denunciato quindi “la mancanza di un piano di evacuazione” nel caso di situazioni di emergenza.
“Siamo rimasti in balia di noi stessi all’interno della struttura – ha raccontato – in una situazione di confusione totale, senza nessuno che ci dicesse cosa fare”.
L’avvocato ha spiegato di avere visto delle persone fuggire e, quindi di essere salito al settimo piano dell’edificio. “Mi sono chiuso in una stanza – ha concluso – e sono uscito solo quando gli agenti della Digos hanno detto che l’attentatore era stato arrestato”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
STRAGE TRIBUNALE DI MILANO, CHI E’ CLAUDIO GIARDIELLO
Ben vestito, distinto, 57 anni, di Benevento, residente in Brianza.
Si presenta così il signor Claudio Giardiello al Tribunale di Milano.
Lui, che aveva diverse società ma negli ultimi tempi si trovava in gravissime difficoltà finanziarie, sfociate in diverse cause giudiziarie, era lì per l’udienza legata al fallimento per bancarotta dell’agenzia immobiliare Magenta srl, di cui è socio di maggioranza.
Poi, secondo le prime ricostruzioni, quando uno dei legali rinuncia alla sua difesa, impazzisce ed apre il fuoco.
Sono i primi dettagli che emergono dall’inquietante strage avvenuta questa mattina, intorno alle 11, al secondo piano del Tribunale di Milano.
“È una persona che si presentava molto bene, dopo di che aveva tratti di aggressività inquietante, scatti d’ira, elementi paranoici, per cui abbiamo concluso il rapporto”.
Ha dichiarato lo stesso avvocato Valerio Maraniello, fuori dal palazzo di giustizia, descrivendo Claudio Giardiello, per il quale insieme a Lorenzo Alberto Claris Appiani, una delle due vittime di oggi, ha seguito alcune pratiche in sede civile.
“Ho lavorato con lui fino a 2 o 3 anni fa. Insieme a Claris Appiani stavamo gestendo una transazione relativa alla sua società e i rapporti non erano chiari. Era paranoico, convinto sempre che qualcuno volesse fregarlo, invece di affidarsi a professionisti”. “Conosco molto bene il collega morto – ha detto il legale -: bravissimo, giovane, un amico di famiglia”.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
SOSPESO IL COMITATO PER LA SICUREZZA IN CORSO…IL MINISTRO ORLANDO IN VIAGGIO PER MILANO
«Conoscevo personalmente il giudice Ciampi, che si possa morire così, mentre si sta svolgendo il
proprio lavoro, è assurdo», è il commento degl giudice Gherardo Colombo secondo cui un episodio del genere è rivelatore «di un clima che c’è oggi contro la magistratura, Non dico che vi sia un collegamento, me ne guardo bene, ma certamente questa continua sottovalutazione del ruolo, di svalutazione dei magistrati, contribuisce a creare un clima. Quanto è successo è terribile».
Colombo si è detto «molto sorpreso» dal fatto che si sia potuto portare un’arma all’interno del Palazzo di Giustizia.
«È veramente qualcosa che non riesco a spiegarmi. Sia l’entrata per il pubblico, sia quella per avvocati e magistrati sono controllate in modo rigoroso. Non so proprio spiegarmi come possa essere stata introdotto una pistola all’interno del Palazzo».
Proprio in queste ore era infatti corso il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza
Proprio in queste ore era in corso il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, in vista di Expo, con il ministro dell’Interno Angelino Alfano, riunione poi sospesa a seguito della sparatoria in Tribunale.
Intanto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, segue la situazione del Tribunale di Milano tenendosi in contatto con i ministri dell’Interno, Angelino Alfano e della Giustizia, Andrea Orlando che si è subito mosso per raggiungere Milano.
«Non ci sono mai arrivate segnalazioni su un deficit nelle strutture di sicurezza. Bisogna capire se ci sono state delle falle» è stato il primo commento.
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Aprile 9th, 2015 Riccardo Fucile
CLAUDIO GIARDIELLO ERA IMPUTATO PER BANCAROTTA, HA UCCISO UN GIUDICE E UN AVVOCATO… ENTRATO ARMATO E RIUSCITO PURE A FUGGIRE IN UN PALAZZO DI GIUSTIZIA
Arrestato a Vimercate dopo una fuga di un’ora e mezza, dopo aver ucciso due persone e averne ferite altre dentro il Palazzo di giustizia di Milano.
Qui Claudio Giardiello – imputato per bancarotta fraudolenta – ha sparato dentro l’aula dove era in corso il processo per il crac Eutelia-Agile uccidendo una persona (l’avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani) con un colpo al cuore e ferendone un’altra in maniera molto grave.
Poi l’uomo ha raggiunto l’ufficio di Fernando Ciampi, giudice fallimentare: qui ha di nuovo sparato e ha ucciso il magistrato.
Poi, dopo essere rimasto nascosto nel tribunale per più di un’ora, è fuggito in moto. Questa, almeno è un’indiscrezione che sta iniziando a circolare in questi momenti.
Oltre all’uditore (ucciso in aula) e al giudice (ucciso nel suo ufficio), i soccorsi – una volta che sono riusciti a entrare nel palazzo – hanno trovato il corpo di una terza persona: sul corpo non ci sarebbero segni di violenza, non è escudo – quindi – che si possa essere trattato di un malore dovuto al panico.
Il panico è scoppiato intorno alle 11 quando sono stati uditi 4 o 5 colpi di pistola. Dopo gli spari è iniziato il fuggi fuggi generale.
L’uomo che ha sparato, Claudio Giardiello, 57 anni, si è nascosto nei corridoi labirintici del tribunale, dove ha continuato a sparare.
Tutte le uscite sono state sbarrate. L’edificio è stato evacuato: centinaia di persone sono sulla strada davanti alle diverse uscite del tribunale.
“Ho sentito degli spari e ho visto un uomo con una gamba insanguinata, ho avuto paura e sono scappato”: lo ha raccontato un testimone, che si trovava nel palazzo di giustizia di Milano quando è avvenuta la sparatoria.
Diverse persone hanno sentito il rumore degli spari e sono fuggite dai corridoi e si sono dirette verso l’uscite dell’edificio.
(da “La Repubblica”)
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